Toni Negri: la resistenza al regime di guerra e ai nuovi fascismi
di GISO AMENDOLA.
All’indomani delle giornate su Toni Negri a Salerno, pubblichiamo la
presentazione di Giso Amendola. Seguiranno altri contributi provenienti dalla
due giorni
Gli anni Novanta erano appena trascorsi: al centro della scena, la
globalizzazione neoliberista, l’impressione della costruzione di uno spazio
sovranazionale liscio e unificato nel segno del dominio del mercato, o, in altri
termini, della fine della storia proclamata dieci anni prima. Ma quel decennio è
anche ricco di trasformazioni interne ai movimenti sociali, che superano
l’impasse del decennio precedente e fanno emergere una nuova composizione
transnazionale.
In questo contesto, esce, nel 2000, Empire, di Toni Negri e Michael Hardt. La
globalizzazione viene passata a contropelo dal metodo operaista: l’ipotesi
assunta, come tendenza di carattere generale, è quella della formazione di un
nuovo ordine mondiale, non interpretabile con le categorie ereditate dalla
storia degli stati nazionali, e, in particolare, non più leggibile alla luce
della centralità del concetto di sovranità. La crisi degli stati nazionali e la
costruzione della governance imperiale sono riportate, appunto seguendo la
lezione operaista della priorità delle lotte, alla rottura prodotta dai
movimenti di decolonizzazione.
Oggi sarebbe facile archiviare quest’ipotesi alla luce degli anni terribili che
sono intercorsi. All’ordine del giorno c’è la destrutturazione radicale di ogni
ipotesi di ordine globale. La frammentazione in blocchi segna lo spazio
transnazionale molto più che la produzione di reti. Soprattutto: la nuova forma
di postsovranità imperiale che sembrava in formazione subisce il contraccolpo
del ritorno dei nazionalismi e alla centralità del regime di guerra. E non c’è
dubbio che Impero sia un libro, per molti versi, datato e legato a un momento
“alto” dello sviluppo del multilateralismo liberale, oggi irreparabilmente
frantumato.
Eppure, non ci sembra affatto il momento di abbandonare quel lungo progetto di
ricerca che da Impero si è sviluppato attraverso altri 25 anni di lavoro teorico
e di militanza. A Salerno dedichiamo due giorni di dibattito proprio al Negri
“globale” in un seminario internazionale, Negri oltre Negri (II), che prende il
testimone dal primo seminario della serie, tenutosi a Parigi lo scorso anno. Lo
facciamo perché pensiamo che quel lavoro, proprio nel confronto con il regime di
guerra, possa produrre frutti politici ancora impensati.
Riguardo all’ordine globale, per esempio: che non ci sia alcun ordine giuridico
mondiale all’orizzonte, è un fatto innegabile. Ma le spiegazioni in termini di
deglobalizzazione e ritorno dello Stato non spiegano nulla della crisi
contemporanea. Il capitale mondiale si sviluppa attraverso un altissimo grado di
interdipendenza, moltiplicando reti e connessioni: una interdipendenza di fronte
al quale le pretese di comando nazionali si infrangono. Semmai, il comando si
riarticola intorno a grandi blocchi, che conservano ben poco della classica
forma statale: pensare la frizione continua e probabilmente irrisolvibile tra la
logica dei blocchi e le connessioni globali del capitale, è così una chiave
essenziale per comprendere la guerra come caratteristica costante di un
multilateralismo centrifugo e non stabilizzabile
L’interdipendenza però è anche, vista dal basso, la condizione chiave della
produzione contemporanea. La centralità della riproduzione sociale, ormai
innegabile dopo la crisi pandemica, ci racconta della forza della cooperazione
nel capitalismo contemporaneo, una cooperazione continuamente sfruttata,
formattata e disciplinata dentro le piattaforme estrattivistiche, ma in ogni
caso una cooperazione che installa il comune come motore della produzione
contemporanea. Un comune che si produce continuamente attraverso le differenze e
l’eterogeneità delle soggettività contemporanee.
Impossibile evitare allora la sfida politica lanciata ancora dalla moltitudine e
dai problemi che la moltitudine pone alla soggettività politica. Come
trasformare l’eterogeneità che vive nella cooperazione sociale contemporanea e
che sfida continuamente le gerarchie tradizionali di classe, razza e genere, in
soggettività politica che possa reggere l’impatto del regime di guerra? Come
trasformare l’intersezionalità che vive e anima i movimenti sociali globali del
nostro presente, a partire dai movimenti ecologisti e femministi, in qualcosa in
più che una troppo fragile logica della semplice alleanza tra lotte, senza
riprodurre l’impossibile pretesa di sintesi dall’alto del soggetto tradizionale?
Nell’opera di Toni Negri c’è questo filo continuo: cercare nelle differenze la
continua produzione del comune, per far saltare il tavolo di chi, sulle
differenze, vuole imporre invece le parole d’ordine del comando e della guerra.
Più che un seminario, probabilmente cercheremo a Salerno un’approssimazione
nella costruzione di questo comune degli affetti e della cooperazione.
questo testo è stato pubblicato sulla pagina on line del manifesto il 17 giugno
2026
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