Olivier Schrauwen / Domenica maledetta domenica
“Domenica” di Olivier Schrauwen non è solo un’opera imponente, cioè un opera
che “si impone” con il peso di migliaia di vignette contenute nelle 472 pagine
che l’autore belga ha realizzato nell’arco di sei anni. E’ anche un’opera
smisurata rispetto alle sue ambizioni: “Domenica” è infatti il resoconto minuto
per minuto (dalle 8:15 a mezzanotte) di una singola giornata di Thibault, cugino
dell’autore, che si è prestato a ricostruire supportando l’esperimento narrativo
di Oliver. Il lettore è invitato a calarsi nel tempo perduto del protagonista,
tra i ricordi, digitali e non, le masturbazioni, mentali e non, e l’ebbrezza
chimica e/o alcolica della sua deriva esistenziale.
Un capolavoro, che Chris Ware, autore seminale per la generazione di comic
artist a cui Schrauwen appartiene, nella sua recensione non esita ad avvicinare
a un classico del modernismo come l’Ulisse di Joyce (benché, osserva, purtroppo
meno “favolosamente scabrosa” della giornata di Leopold Bloom) non senza
sottolineare fino in fondo il significato dell’ impresa: “nel suo insieme, il
libro mi sembra il tentativo silenzioso, sommesso e toccante di catturare ciò
che un tempo chiamavamo Dio”. Il fumetto, aggiunge, potrebbe anzi aderire anche
più profondamente al desiderio di Nabokov che anche a dispetto di Joyce
auspicava una letteratura in grado di visualizzare e non solo di raccontare il
famoso flusso di coscienza.
Per il suo esperimento Schrauwen non ha scelto comunque un giorno qualsiasi ma
la domenica, il giorno del ringraziamento e del riposo santificato presso tutte
le confessioni del mondo cristiano. Una giornata consumata in false partenze e
una pigrizia, certo, ma non esattamente una domenica come le altre, come
scopriremo nel corso della giornata, almeno per Thibault, un designer di font
sulla trentina che religioso non è mai stato. Tutto euforico, apre gli
occhietti sulle note di una funk song di James Browne (Stay on the scene.. Like
a sex machine) che non lo accompagneranno per il resto della giornata. La sua
euforia non è però destinata a durare altrettanto a lungo e una domenica nata
con i colori del rotoscope si tinge ben presto di ansiogeni bilanci
esistenziali. Calendario alla mano, lo stesso giorno convergono infatti il
ritorno della compagna Migali da una residency interculturale in Zambia, la
deadline di un lavoro che il nostro ha differito al di là di ogni decenza
professionale e, soprattutto, la data del suo genetliaco, destinato ad attirare
presso la fortezza domestica conoscenze di vecchissima data.
Tra queste il cugino Rik, compagno di un’adolescenza mai veramente congedata
nell’età adulta, su cui Thibault sembra proiettare le proprie insicurezze, e
Nola, la fiamma di un lontano flirt giovanile, promossa a amore di una vita
intera nel brodoso delirio domenicale. Come fantasmi le figure di una vita –
compresa quella sardonica di un gatto nero, impegnato fino alla foine a
“giocare” con il “suo” topo – si masterizzano inquadrate dalla fotocamera di
Schrauwen, spesso autonoma dai pensieri del protagonista (che non vedremo mai ad
uscire di casa) che, tra ritornelli ossessivi e riflessioni lasciate a metà,
emergono dalla pigra deriva domenicale.
Secondo un codice visivo preciso, con cui impariamo a familiarizzare dalle prime
tavole, nel libro i ricordi sono raffigurati con tinte monocromatiche chiare
mentre le congetture spiccano nel caos mentale come semplici disegni al tratto.
Il layout del fumetto si trasforma del resto anche per riflettere lo stato
psicofisico di Thibault: quando alla fine fuma erba, ad esempio, la griglia si
deforma, le vignette si sciolgono e anche i numeri di pagina si spostano fuori
posto. Le sue doti di procrastinatore apatico e ombelicale nel frattempo ne
hanno già fatto l’eroe sproporzionatamente umano di questo racconto monumentale
L'articolo Olivier Schrauwen / Domenica maledetta domenica proviene da Pulp
Magazine.