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Forse è too much? Come è successo che l’italiano si è riempito di anglicismi
Poche cose mi danno sui nervi quanto leggere frasi come «facciamo un brainstorming», «l’Italia punta sul reshoring», «ha una magnifica location». Oggi leggere i giornali significa barcamenarsi tra una sfilza di anglicismi, calchi linguistici e pessimi adattamenti come il caso di smart working, letteralmente lavoro intelligente che in italiano chissà perché ha preso il significato di lavoro da remoto. Persino molte riforme italiane vengono presentate ai cittadini attraverso espressioni come spending review, jobs act, recovery plan. Il compianto linguista Tullio de Mauro nel 2016 parlava di «tsunami anglicus»; per il professor Jeffrey Earp gli italiani usano l’inglese «più per mostrarsi colti o moderni che per comunicare nella maniera più chiara possibile.»  Non è un caso che molte parole inglesi vengano preferite anche quando esiste un perfetto equivalente italiano. Non diciamo meeting invece di riunione perché meeting sia più preciso o mission invece di obiettivo perché l’italiano non possieda il termine adeguato, scegliamo la parola inglese perché comunica prestigio, autorevolezza, modernità. È un fenomeno simbolico prima ancora che linguistico. «Le lingue cambiano», si dice. «È sempre successo». Ma siamo davvero sicuri che il problema sia linguistico? O forse la lingua è soltanto il luogo visibile di dinamiche più profonde?  Per capire davvero la posta in gioco bisogna liberarsi di un equivoco. Ogni volta che si affronta questo tema, il dibattito viene immediatamente trasformato in una questione di purismo linguistico. Come se chi critica l’abuso degli anglicismi desiderasse congelare la lingua, impedirle di evolvere, costruire una sorta di museo dell’italiano. Ma le lingue non sono mai rimaste immobili. Hanno sempre accolto parole straniere. L’italiano è pieno di termini provenienti dal francese, dallo spagnolo, dall’arabo, dal tedesco. Il punto non è se una lingua debba o meno prendere in prestito vocaboli stranieri. La vera domanda è perché, in determinati periodi storici, una lingua diventa improvvisamente dominante sulle altre? Perché alcune parole vengono percepite come prestigiose, moderne, inevitabili, mentre altre vengono progressivamente abbandonate? Perché una nazione finisce per descrivere sé stessa utilizzando sempre più spesso il vocabolario di un’altra? Dietro questi fenomeni non agiscono soltanto meccanismi linguistici. Agiscono soprattutto rapporti di potere.  La storia delle lingue, infatti, coincide quasi perfettamente con la storia delle grandi egemonie culturali. Le parole viaggiano insieme agli eserciti, al commercio, alla scienza, alla tecnologia, ai grandi centri finanziari. Ogni civiltà dominante esporta inevitabilmente anche il proprio lessico. Non perché lo imponga, ma perché tutto ciò che produce diventa il modello a cui gli altri finiscono per guardare. Quando si parla di anglicismi si lancia sempre un appello accorato in difesa della lingua italiana, quasi mai ci si arrischia ad analizzare fino in fondo questo fenomeno. Sembra un aspetto marginale, mentre sta esattamente al centro del delicatissimo sistema socio-politico e socio-culturale di un paese. Nel II secolo d.C. il greco diventa la lingua d’elezione di  ei quell’élite di intellettuali – allora chiamati neosofisti – che contrapponevano la propria grecità al potere politico romano Il latino diventò la lingua dell’Europa perché Roma conquistò militarmente e politicamente gran parte del continente. Il francese fu per secoli la lingua della diplomazia internazionale perché la Francia rappresentava una delle principali potenze politiche e culturali d’Europa. Chi legge per la prima volta Guerra e Pace non può non sentirsi confuso, spaesato, perfino infastidito. Il famoso ricevimento di Anna Pavlovna che dà il là al romanzo è scritto quasi interamente in francese. Nel salotto della leonessa di Pietroburgo gli invitati parlano in francese. Metà delle frasi sono in francese, l’altra metà abbonda di parole come mon ami, chère, ridicule, ma tante.  Non si tratta di una trovata letteraria, Tolstoj ha descritto fedelmente l’atteggiamento linguistico della nobiltà russa. Ancora oggi il linguaggio della musica conserva decine di termini italiani come allegro, adagio, crescendo, soprano, non per una curiosa coincidenza filologica, ma perché tra Rinascimento e Seicento fu proprio l’Italia a esercitare una straordinaria supremazia culturale in quel campo. Che cosa contiene allora la lingua, che cosa custodisce? La lingua riflette un’identità culturale, innata, mancante o acquisita.. E le trasformazioni linguistiche riflettono l’avvicendarsi di primati culturali e supremazie politiche.  Gli Stati Uniti, dopo la Seconda guerra mondiale, non hanno semplicemente esercitato un’influenza militare. Hanno costruito la più vasta egemonia culturale della storia contemporanea: Hollywood, le multinazionali, Internet, i social network, l’intrattenimento, la finanza globale. Ogni settore strategico ha contribuito a fare dell’inglese non semplicemente una lingua internazionale, ma la lingua stessa della modernità. Quando una classe dirigente adotta sistematicamente il linguaggio di un’altra potenza, non sta soltanto scegliendo parole diverse. Sta riconoscendo implicitamente quale sia il centro culturale del mondo al quale desidera appartenere.  Viviamo all’ombra di una civiltà più forte, dinamica e agguerrita della nostra che ha affermato su di noi la sua egemonia. In definitiva non è possibile criticare e contestare l’uso sproporzionato di parole inglesi nella nostra lingua, se non mettiamo prima in discussione i nostri rapporti politici e culturali con la nazione che ne è l’origine. Perché una lingua non racconta soltanto come parla un popolo. Racconta anche davanti a quale civiltà quel popolo, consapevolmente o meno, ha deciso di mettersi in ginocchio. The post Forse è too much? Come è successo che l’italiano si è riempito di anglicismi appeared first on L'INDIPENDENTE.
July 29, 2026
L'INDIPENDENTE
Migranti? Come tonni in una tonnara
Notizia di ieri: 80 morti in mare nel Mediterraneo. Un giovane immigrato che è arrivato qua e sente la notizia si sente passare un brivido lungo la schiena, gli torna in mente quel viaggio, a come magari sia stato vicino a morire, di come abbia pregato su quella barca, di come abbia pianto vedendo Lampedusa. I miei studenti vengono da tutto il mondo, insegno loro l’italiano, lo raccontai in un’intervista diversi anni fa. La trovate QUI Una buona fetta è arrivata in barca, qualcuno dalla Tunisia, la maggior parte dalla Libia. Diversi, soprattutto dal Bangladesh, sono arrivati in aereo a Tripoli. Fatico ad immaginarmi quel momento. Scendi da un aereo, dove probabilmente ti hanno spiegato prima del decollo come affrontare possibili emergenze, le uscite di sicurezza, il salvagente da gonfiare, il fischietto eventuale. Magari qualcuno ha pensato… quasi quasi me lo porto dietro. Invece scendono dall’aereo: per chiunque un aeroporto, un aereo, è simbolo di viaggio comodo, veloce, sicuro, quasi di lusso. Invece arrivano in una terra che li aspetta come i pescatori accolgono i tonni in una tonnara. Dentro la rete. Non hanno bagagli nella stiva, forse uno zainetto, credo che nessuno controlli le dimensioni del bagaglio: due magliette, due mutande, un paio di pantaloni di ricambio, il carica batterie. Punto. Non ho mai osato chiedere cosa succede in quel passaggio dall’aeroporto ad una di queste case dove vengono letteralmente chiusi dentro ad aspettare. Di quel periodo raccontano in classe, in fondo ci possono anche ridere sopra, ora, è superato: tre, quattro, ma anche sette mesi ad aspettare. A non fare NULLA. Spesso non hai neppure il telefono. Mangi pane e acqua o poco più e aspetti, stivati dentro, un paio di bagni per 50 persone. Uscire? Impossibile, sarebbe troppo pericoloso. Qualcuno invece è stato in galera, abbassa gli occhi, fa un gesto con le mani, come a dire: “Terribile, lascia stare.” Ma c’è stato anche chi ha voluto raccontare di quel periodo, aveva voglia di farlo: in galera sono botte, ogni mattina, botte con un bastone, come fosse il buon giorno e il solito messaggio: “Dopo chiamiamo a casa e ti fai mandare dei soldi”. Avanti, avanti, fino a che capiscono che hanno spremuto a sufficienza. Anche noi un limone spremuto lo buttiamo. Certo nell’umido, siamo civili. Insomma, in un modo o in un altro, una notte si ritrovano nella barca. Non è la prima persona che mi racconta che li ha sorpresi la guardia costiera libica e sono dovuti tornare indietro. Al secondo o terzo tentativo ce la fanno. Superano quella linea immaginaria, come fossero tra due calamite, passata quella, passano a gravitare verso l’Italia, e da lì si tratta di riuscire a fare l’ultimo tratto. La maggior parte di loro sono arrivati con la loro imbarcazione fino a Lampedusa, altri sono stati tratti in salvo da ONG o marina militare italiana, poco cambia per loro, bacerebbero chi li ha raccolti, per loro sono gioia e lacrime. Bene, una volta arrivati, chiunque penserebbe: “E’ fatta!” Diciamo invece SI e NO. Guardandoli nei volti, ascoltandoli, stando con loro, sudando insieme di fronte a queste lettere scritte su un quaderno un po’ sgualcito, con matite che sembrano scalpelli, si capisce presto. Lui o lei ha superato il trauma, o almeno così sembra, quest’altro o altra invece se lo porta dentro; la tristezza lo avvolge, come una di quelle bruttissime coperte termiche che li fa sembrare usciti da Star Treck. Ma veniamo al mio carissimo Abubakar (cambio il nome, non vorrei mai…). Viene dalla Costa d’Avorio, giovane, alto, forte, parla sempre con una mano davanti alla bocca, gli dico sempre di toglierla, che non si capisce. Stupido che sono, ha dei denti grossi che sporgono un po’ in fuori, la vergogna esiste in tutto il mondo. Abubakar impara piano piano, fatica, anche se sa il francese, l’italiano gli costa una gran fatica. Vive in uno di questi grandi centri di accoglienza alla periferia di Milano. Da un po’ di tempo mi dice che cerca lavoro, così lo metto in contatto con un mio amico che fa questo servizio, legato ad una parrocchia, lo fa con grande scrupolo, serietà, generosità. Così tre mesi fa il mio amico mi dice: “Avrei trovato da Mac Donald, lo hanno conosciuto, ma vogliono che impari meglio l’italiano, lo rivedranno ai primi di Aprile, cerca di insistere perché migliori.” Così parlo con lui, cerco una seconda scuola che gli permetta di accelerare, gli do compiti in più, arriva prima della nostra lezione e lavoriamo in due. Lui è contento, ma i progressi sono lenti, questo è indubbio. Certo lui mi ha fatto vedere che sognerebbe di fare il saldatore, mi ha mostrato anche due video, lo faceva al suo Paese. Gli dico di aver pazienza, che cominci da qualche parte, poi si migliorerà, si cercherà un corso di formazione, ma che intanto impari bene l’italiano e inizi con questo primo lavoro. Certo dentro di me penso: sono qui che col BDS, ma anche prima, boicottiamo Mac Donald per la pessima qualità del cibo, gli allevamenti a dir poco intensivi che ci stanno dietro, per le paghe da fame che danno, e adesso pure Israele di mezzo. Ma penso a lui e dico: ma sì, che cominci, è pur sempre meglio di niente. Così due giorni fa è tornato; non è Abubakar a dirmi come è andata, me lo scrive il mio amico: nulla da fare. E io penso: questo giovane parte a 17 anni dal suo paese nel cuore dell’Africa, raccolgono tutti i soldi della famiglia per pagare la traversata, fa un viaggio pazzesco, rischia più volte la vita, ci mette quasi un anno ad arrivare qua e finalmente si ritrova a Milano. Certo ci sono tanti giovani come lui, ma la tua famiglia è lontana, i tuoi amici, la tua terra, i tuoi sapori, profumi. E sai che per anni non li potrai sentire, vedere, ci vorranno anni per avere quei documenti che ti permetteranno di andare a trovarli. Ma tieni duro, non perdi il sorriso. E noi? Prepariamo questa forza lavoro, queste braccia, le prepariamo per essere servite in tavola, a puntino, perché siano trangugiate da un sistema che è lo stesso che li fa morire in mare. Coloro che guidano questo circo folle, questo sistema criminale, assassino, questa “roulette russa” dove una buona fetta muore prima dell’arrivo alla casella. Arrivare dove? Ad entrare nel tritacarne dove sarai sfruttato dagli stessi che hanno, indirettamente ma con perfetta consapevolezza, lasciato morire i tuoi fratelli e le tue sorelle. Le aziende occidentali li aspettano: “ma per favore che sappiano bene questa lingua! Non siamo mica qui a perdere tempo!” Come un tempo si vendevano gli schiavi, incatenati su un palchetto, li si guardava, misurava, si guardavano i muscoli, la dentatura. Qui si fa lo stesso, ci si aggiunge anche il saper la lingua. “Cerchiamo forza lavoro qualificata!” “Scusate -dico- avete ragione… dai Abubakar, la prossima volta andrà meglio, adesso prendiamo il libro. Anzi, aspetta, prima vieni che parliamo di qualcos’altro…”   Andrea De Lotto
July 23, 2026
Pressenza
“Mediazione e Protezione: Lingua e Cultura Italiana”, un convegno sull’inclusione sociale
L’iniziativa intende focalizzare l’attenzione sul ruolo della mediazione linguistica e culturale nei processi di inclusione sociale ponendo al centro il valore della lingua italiana come ponte tra comunità diverse. In un mondo sempre più caratterizzato da mobilità e incontro tra popoli, culture e tradizioni, la lingua rappresenta il primo e fondamentale strumento di integrazione. “In un mondo in movimento, dove popoli, culture e tradizioni si incontrano ma senza la stessa lingua, non ci può essere mai integrazione”: questo il messaggio che guiderà i lavori della giornata. Il convegno intitolato, “Mediazione e Protezione: Lingua e Cultura Italiana”, è organizzato dall’Anolf di Messina e svolto, venerdì 27 febbraio 2026 dalle ore 9:30, nell’Aula Magna del Dipartimento di Economia dell’Università degli Studi di Messina. Ad aprire il convegno sarà il saluto del prof. Gustavo Barresi, Direttore del Dipartimento di Economia dell’Università degli Studi di Messina. Seguirà una tavola rotonda che vedrà la partecipazione di autorevoli rappresentanti del mondo accademico e associativo: * Maria Ilena Rocha, Presidente nazionale di ANOLF; * Ruishu Chen, Presidente regionale Sicilia di ANOLF; * Yohannes Gebrehiwot, Presidente ANOLF Messina; * Antonino Alibrandi, Segretario Generale CISL Messina; * Fabio Rossi, Professore di Linguistica italiana, Comunicazione e Giornalismo dell’Università degli Studi di Messina; * Matilde Mulè, vice prefetto, tutela dei diritti dei diritti, cittadinanza e immigrazione * Daniela Bombara, docente CPIA Messina; * Antonio Bevilacqua, insegnante dei corsi di italiano per stranieri di ANOLF Messina. Nel corso dell’incontro sarà inoltre presentato il progetto “Una Casa in Ghana”, iniziativa che amplia la prospettiva della mediazione culturale oltre i confini nazionali, sottolineando l’importanza della cooperazione e della solidarietà internazionale. L’evento si propone come momento di confronto tra istituzioni, mondo accademico, associazionismo e realtà del territorio, con l’obiettivo di rafforzare le politiche di accoglienza, protezione e integrazione attraverso la promozione della lingua e della cultura italiana.   Redazione Italia
February 24, 2026
Pressenza