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Furundulla 316 – AD-After Donald…
…metteteci una croce sopra (o sotto) di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse) ADda veni’…   *vedi nota finale Orbèn?   Circoli: viziosi, esclusivi o aperti a tutti? *NOTA MOIOSA Capita, soprattutto su fatti particolari e clamorosi, che vignettisti (e non solo)
«Non si può vivere di industria bellica»: nuova mobilitazione nella Valle del Sacco
Un altro weekend di mobilitazione è atteso nella Valle del Sacco, da tempo al centro di preoccupanti progetti di conversione bellica e militarizzazione. A ottobre avevamo intervistato Federico Bernardini della Assemblea No War Valle del Sacco, che ci aveva spiegato nel dettaglio i progetti di KNDS – ex-Winchester- e di allargamento di Avio Group. In vista delle mobilitazioni di sabato 18 (dalle ore 17:30 in Piazza Cavour, Anagni) e domenica 19 aprile (davanti l’ex-Winchester ore 15 – organizzate assieme al movimento No Kings – abbiamo intervistato Marta, sempre della Assemblea No War, per aggiornarci sulla vertenza. Rispetto all’autunno scorso è cambiato qualcosa riguardo al progetto proposto sulla fabbrica? Non è cambiato nulla di significativo. Rispetto al progetto della ex Winchester – oggi KNDS – c’è stata la prima conferenza dei servizi a metà marzo. Si è conclusa con un nulla di fatto. La documentazione prodotta da KNDS non è stata ritenuta sufficiente. Sono state chieste integrazioni per le quali è necessario il parere di Arpa Lazio, dalla prossima conferenza sapremo qualcosa in più. L’aspetto che ci ha lasciato più sconcertatə è stato che ancora una volta la cittadinanza è rimasta sola. Eravamo presenti noi e alcune associazioni, nessun ente comunale né regionale si è presentato per informarsi e discutere rispetto ad un progetto di questa portata e di questa gravità.  Stiamo provando nel frattempo in tutti i modi a rallentare l’attuazione del progetto di riconversione. Sappiamo che KNDS ha molta fretta di concludere la partita. I fondi che utilizzerà sono parte di una tranche di finanziamenti per conversione bellica successivi all’inizio del conflitto in Ucraina, non sono parte di ReArm Europe. Rientrano nel fondo europeo ASAP [Act in Support of Ammunition Production, varato nel luglio 2023 per incrementare la capacità produttiva di munizioni, ndr]. Per questa ragione hanno urgenza di spenderli. Puoi ricordarci cosa prevede il finanziamento e il progetto? Asap è un programma Europeo che prevede la spesa di circa 30/40 milioni di euro per la ex Winchester di Anagni. Attualmente è una fabbrica utilizzata per la dismissione di proiettili, mentre si vuole trasformarla in una fabbrica per la produzione di nitro-gelatina. Ne prevedono una produzione di 150 kg all’ora. L’azienda aumenterà l’area per altri 11 capannoni mentre si stima che verranno impiegati in tutto 25 operai in più di quelli attuali. La nitro gelatina è un materiale altamente esplosivo utilizzato per propellenti militari. La fabbrica si situa a 350 metri dall’autostrada e a 300 metri da un quartiere residenziale. Il 21 aprile c’è la seconda conferenza dei servizi in cui speriamo partecipino finalmente anche le istituzioni. Ricordiamo che nella Valle del Sacco siamo in area SIN [Sito di Interesse Nazionale: aree che sono state gravemente inquinate da forme di sviluppo industriale nel corso degli anni e che devono essere sottoposte a bonifica ndr] che però non è mai stata bonificata, teoricamente non si potrebbe neanche costruire su quel terreno. Anche le istituzioni dei comuni limitrofi sembrano finora disinteressate al progetto? Purtroppo sì, non si presenta né interessa nessuno. Siamo però abituate, nella Valle del Sacco, a questo genere di atteggiamento da parte delle istituzioni. Da moltissimo tempo lottiamo contro l’inquinamento. Ognuno in famiglia ha avuto qualcuno che ha avuto un tumore a causa dell’inquinamento. Ci aspettiamo un po’ di considerazione che poi puntualmente non arriva.  Come è nato in tal senso il vostro legame con il movimento No Kings? Ricordiamo che siamo venutə a conoscenza di questo progetto di ampliamento [della fabbrica, ndr] per puro caso grazie ad una visualizzazione sul sito della Regione Lazio che riportava i nuovi programmi. Abbiamo organizzato pertanto una serie di mobilitazioni, la prima è stata il 3 maggio 2025, in cui abbiamo avuto una risposta soltanto da parte della popolazione locale. Successivamente c’è stata una conferenza organizzata da istituzioni locali, qui ad Anagni, in cui erano invitati la Fondazione Med-Or, legata a Leonardo, e altri soggetti coinvolti nel business delle armi. Sono venuti proprio loro a parlare di geopolitica e sicurezza. A quel punto abbiamo deciso che il progetto va fermato, per il suo valore simbolico, perché accade ora in questo scenario mondiale, perché non è ancora stato realizzato, perché è un’area SIN e perché siamo stanche di dover scegliere tra lavoro e salute. Abbiamo perciò attraversato una serie di assemblee romane in cui abbiamo cercato formule di convergenza con la rete “No DDL sicurezza” e poi fino a No Kings, e così siamo arrivati fino a questo weekend. Mercoledì 15 aprile alle 18.00 abbiamo un’assemblea di lancio al Brancaleone a Roma. Questo percorso ha permesso che la mobilitazione assuma un valore e una risonanza nazionale: un fattore che per noi era importantissimo, per uscire fuori dalla nostra bolla e per coinvolgere di più il territorio. Purtroppo la popolazione locale è ancora molto poco informata e consapevole dei rischi a cui andiamo incontro con la presenza di una fabbrica di questo tipo. Come è strutturata la vostra protesta nel corso del prossimo weekend? Sabato 18 aprile faremo ad Anagni alle 17.30 un’assemblea pubblica con microfono aperto, con una impronta locale, perché la città possa rendersi conto dei vari rischi a cui va incontro. Per domenica 19 aprile invece abbiamo chiamato un presidio alle 15.00 davanti ai cancelli della KNDS e abbiamo pensato a interventi, musica e altro. Siamo in attesa di conferme rispetto alle presenze ma a breve sapremo qualcosa in più.  Vuoi mandare un messaggio sulla vostra lotta a chi si è mobilitato in questi mesi contro la guerra? Intanto mi auguro di non sentirci più solə. Mi auguro che questo abbia un senso. Credo che siamo tutte stanchə di questa deriva bellicista. Nessuno di noi vuole essere complice. La Valle del Sacco ha vissuto in passato di agricoltura e allevamento. Non si può vivere dell’industria bellica. Bisogna investire in altro, salute, istruzione, tutela dell’ambiente intorno a noi. L’industria bellica pesa tantissimo sulla qualità dell’ambiente attorno a noi. Abbiamo dato tanto sia a livello di salute che di lavoro. Non siamo più disposte a scendere a compromessi. Nessunə deve scendere a compromessi quando si parla di fabbriche di armi che portano morte dove già ce ne è troppa. La copertina è di Marta D’Avanzo, Dinamopress SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo «Non si può vivere di industria bellica»: nuova mobilitazione nella Valle del Sacco proviene da DINAMOpress.
April 15, 2026
DINAMOpress
L’esercito più morale del mondo
di Mario Sommella Quando la propaganda diventa minaccia: Netanyahu, la Spagna, i coloni, il Libano e il cappio della Knesset. Radiografia di uno Stato che si crede intoccabile C’è una frase che, se pronunciata da qualunque altro leader del pianeta, verrebbe immediatamente bollata come intimidazione mafiosa. «La Spagna pagherà un prezzo». L’ha detta Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele, rivolgendosi
La conferenza di Santa Marta e il legame tra combustibili fossili, armi e guerre
Oggi la spesa militare globale supera i 2.630 miliardi di dollari l’anno. Una cifra senza precedenti che sottrae risorse a politiche sociali, servizi, salute, istruzione, ricerca e alla riconversione ecologica delle attività produttive e della filiera energetica. I sussidi dell’UE continuano a sostenere i combustibili fossili e a marzo 2025 la Commissione Europea ha dirottato i fondi del New Green Deal verso il piano di riarmo europeo. Oltre il 60% delle guerre è legato al controllo delle riserve di petrolio, gas e carbone. Le filiere dei combustibili fossili si intrecciano strettamente con quelle dei conflitti armati: commercianti di materie prime, raffinerie, assicuratori e compagnie di navigazione traggono profitto dalle guerre e contribuiscono ad alimentarle, operando in un contesto caratterizzato da gravi lacune nella governance globale e dall’assenza di efficaci meccanismi multilaterali di controllo. Le guerre e il comparto delle armi sono tra le attività più inquinanti. Ogni 100 miliardi di dollari nella spesa militare generano circa 32 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. L’obiettivo dei Paesi NATO di portare le spese militari almeno al 3,5% del PIL comporterà un +132 milioni tCO₂e, più delle emissioni annuali del Cile. Siamo di fronte a un’oligarchia profondamente legata agli interessi dei combustibili fossili e dell’industria bellica, che agisce fuori delle regole condivise del diritto internazionale, disprezza i diritti umani, viola la sovranità di popoli e nazioni e gioca con le sorti del mondo, riducendolo a oggetto di conquista per i propri interessi. Le guerre in Ucraina, in Asia Occidentale, il genocidio in Palestina e il blocco imposto a Cuba mostrano quanto la dipendenza dai combustibili fossili sia intrecciata con instabilità, conflitti, colonialismo e competizione per le risorse. La geopolitica aggressiva di USA e Israele ha innescato e intensificato una crisi energetica globale, generando aumenti dei prezzi di petrolio e gas che si ripercuotono su tutte le economie, facendo lievitare i costi di cibo, trasporti e servizi essenziali. Questi impatti ricadono in modo più pesante su lavoratrici e lavoratori, comunità più povere ed escluse e sui Paesi del Sud del mondo. Chi ha contribuito meno alle emissioni globali si trova ad affrontare l’aumento del costo della vita, i disastri climatici, l’insicurezza sociale ed energetica. Allo stesso tempo, la crisi viene utilizzata per giustificare passi indietro nelle politiche di contrasto e mitigazione del collasso climatico, tra cui l’espansione del carbone e del gas e i ritardi negli impegni di eliminazione graduale, aggravando così la crisi e i danni che questa genera a cascata. In questo contesto si svolgerà la Prima Conferenza per l’uscita dall’economia fossile che si terrà a Santa Marta, in Colombia, dal 24 al 29 aprile 2026, convocata dal governo colombiano e da quello dei Paesi Bassi. Non un semplice vertice, ma un percorso che mira a cambiare paradigma, spostando il focus dall’efficienza energetica all’eco-sufficienza, rafforzando la cooperazione internazionale e affrontando le crisi interconnesse alla loro origine comune: l’attuale modello economico, insostenibile socialmente e ambientalmente. Un passaggio cruciale per la stabilità globale, perché la riconversione non è una questione ambientale o di politica climatica, ma l’unica strada per garantire pace, casa, lavoro, salute, partecipazione e una vita degna per tutte e tutti. Pensare globalmente e agire localmente non basta più! Dobbiamo agire globalmente per cambiare davvero i rapporti di forza, per uscire dall’economia dei combustibili fossili, per bloccare la deriva militarista, autoritaria, imperialista, colonialista e patriarcale e rimettere al centro il diritto a una vita dignitosa per tutte le entità viventi che abitano il pianeta. Unisciti anche tu e agiamo insieme! Per sottoscrivere la campagna www.fossilfueltreaty.org/endorsements Per sapere di più della Conferenza di Santa Marta transitionawayconference.com Per unirti alla campagna italiana www.geascuola.org/la-campagna-in-Italia Per approfondire le argomentazioni del percorso www.geascuola.org/GENERALBRIEFING-ITA Per scaricare i materiali di comunicazione www.geascuola.org/Perche-e-utile-firmare.zip Elisa Sermarini, Presidente di Gea – Scuola di Giustizia Ecologica e Ambientale   Redazione Italia
April 10, 2026
Pressenza
Furundulla 315 – Donaldo Briscola…
…è tutta colpa dei genitori! di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse) Genesi di nome (e di un “uomo”, anzi di due. O più…)                                 wikipedia.org-Donald
I popoli e le guerre
DA DECENNI LE COMUNITÀ INDIGENE, NERE E CONTADINE DELL’AMERICA LATINA SI AUTO-ORGANIZZANO DAL BASSO, TRASFORMANDO IL LORO MONDO E LE LORO RELAZIONI SOCIALI SENZA PENSARE DI IMPADRONIRSI DELLO STATO. È DA LORO CHE POSSIAMO IMPARARE MOLTO IN QUESTA LUNGA TORMENTA GLOBALE CHE CI HA TRAVOLTO. L’ILLUSIONE CHE PRENDENDO IN MANO LO STATO SI POSSANO PRODURRE CAMBIAMENTI IN PROFONDITÀ È DIFFICILE DA METTERE IN DISCUSSIONE. EPPURE, DOBBIAMO PRENDERE ATTO, SCRIVE RAÚL ZIBECHI, CHE «NON ESISTONO E NON POSSONO ESISTERE STATI RIVOLUZIONARI, PERCHÉ SONO APPARATI CREATI PER IL CONTROLLO E L’OPPRESSIONE DELLE POPOLAZIONI, CON LE LORO FORZE ARMATE E DI POLIZIA, IL LORO APPARATO DI GIUSTIZIA E I LORO MECCANISMI DI “EDUCAZIONE” DELLA POPOLAZIONE…» Numerose comunità afrodiscendenti da decenni custodiscono in modo straordinario gli ecosistemi tropicali di diversi angoli dell’America latina: la vita quotidiana e le lotte sono portate avanti senza aver preso alcun potere. Foto di Ronald Gonzáles pubblicata su Desinformemonos -------------------------------------------------------------------------------- Nella tradizione dei movimenti rivoluzionari, si distingueva tra guerre tra Stati e guerre contro classi e popoli oppressi. Questa era la posizione di coloro che si rifiutarono di sostenere lo sforzo bellico richiesto dalla borghesia durante la Prima Guerra Mondiale (1914-1918) tra le Potenze Centrali (Impero austro-ungarico, tedesco e ottomano) e gli Alleati (Francia, Russia, Italia, Regno Unito, Stati Uniti e altre nazioni occidentali). Lenin e Trotsky rimasero soli con una manciata di internazionalisti (si diceva che potessero stare tutti in due taxi), mentre la maggior parte del movimento socialista, riunita nella Seconda Internazionale, deviò dalla rotta appoggiando i crediti di guerra. Di fronte a questo tradimento – poiché questa corrente aveva assicurato a tutti che non avrebbe mai sostenuto la guerra – il movimento si frammentò e si indebolì considerevolmente. Solo l’attivismo degli operai e dei contadini russi, e in seguito quello di altri paesi, riuscì a raddrizzare la situazione. Per raggiungere questo obiettivo, tuttavia, più di 20 milioni di persone dovettero morire, stipate in trincee infette sotto il comando di ufficiali spietati e crudeli. La ribellione degli operai costretti alla guerra fu fondamentale sia per il trionfo della Rivoluzione russa sia per il vasto movimento che si diffuse in tutto il continente europeo, chiedendo una pace immediata. I bolscevichi furono al centro del rifiuto della guerra, facendosi portavoce del movimento operaio e contadino. Una volta al potere, firmarono il Trattato di Brest-Litovsk, impopolare perché la Russia perse territorio, ma necessario per porre fine al massacro e mantenere le promesse di coloro che si erano presentati al Palazzo d’Inverno con gli slogan “Pace, terra e pane”. Nella seconda guerra mondiale, scoppiata nel 1939, non si seguirono gli stessi schemi, poiché fin dai tempi della Rivoluzione russa la Terza Internazionale promuoveva la “difesa della patria sovietica” contro l’aggressione nazista, o contro qualsiasi nemico esterno o interno. Difendere l’URSS era sinonimo di difendere uno Stato che aveva assassinato milioni di contadini e centinaia di migliaia di operai comunisti. Secondo gli standard odierni, dovremmo definirlo uno Stato genocida. Questo profondo cambiamento ha avuto conseguenze durature per i movimenti rivoluzionari, che perdurano ancora oggi. Una di queste è la difficoltà di distinguere tra popoli e governi o Stati. Difendere il popolo è un principio fondamentale per chiunque si consideri di sinistra, ma oggi queste categorie sono intrappolate in una sorta di confusione che offusca ogni distinzione. Abbiamo sempre difeso il popolo vietnamita, attaccato dall’imperialismo yankee, con lo stesso fervore con cui sosteniamo il popolo cubano o ucraino, attaccati dalle rispettive potenze imperialiste. Da questo momento in poi, la sinistra e il pensiero critico ufficiale hanno affinato le proprie argomentazioni, affermando che gli Stati Uniti non sono uguali alla Russia o alla Cina, sostenendo che questi non sono imperialisti o, quantomeno, non altrettanto ostili quanto gli yankee. Possiamo affermare che le “rivoluzioni trionfanti” hanno smussato gli spigoli più aspri del pensiero critico fino a renderlo irriconoscibile a causa del suo zelo statalista. Ondate di mobilitazione popolare si sono abbattute contro stati e governi progressisti, come dimostrano le impressionanti rivolte in Cile, Ecuador e Colombia dal 2019. L’energia collettiva del popolo viene neutralizzata da governi e partiti che lavorano per rafforzare i propri stati-nazione. Il danno causato dalla svolta sovietica verso la difesa dello stato è così profondo e duraturo che lo spirito ribelle popolare non riesce più a immaginare un orizzonte al di là delle istituzioni che lo opprimono. A questo punto, le rivoluzioni che seguirono la Rivoluzione russa non riuscirono a modificare il loro atteggiamento nei confronti dello Stato e, quando hanno vinto, hanno ripetuto più o meno le stesse argomentazioni dei bolscevichi. Qualcuno potrà obiettare, se non sarà necessario difendere governi e stati che si dicono rivoluzionari. Capisco che si tratta di un dibattito necessario ma quasi marginale nella realtà attuale. La mia opinione è che non esistono e non possono esistere stati rivoluzionari, perché sono apparati creati per il controllo e l’oppressione delle popolazioni, con le loro forze armate e di polizia, il loro apparato di giustizia e i loro meccanismi di “educazione” della popolazione. Essere un rivoluzionario, come già accennava il capitán Marcos, significa essere un professionista nell’impadronirsi del potere statale. “Un rivoluzionario intende fondamentalmente trasformare le cose dall’alto, non dal basso, al contrario del ribelle sociale”. Difficile da accettare. Ma non è forse la logica della ribellione sociale proprio ciò che le comunità indigene, nere e contadine di questo continente hanno praticato, organizzandosi dal basso, trasformando il loro mondo senza pensare di impadronirsi dello stato? Come sempre, non c’è niente come imparare dai popoli, seguendo i loro passi e lasciando che la vita collettiva faccia il suo lavoro trasformando il dolore in speranza. -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo I popoli e le guerre proviene da Comune-info.
April 4, 2026
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