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Un programma per l’Europa? C’è già
L’Europa, insieme alla sua figliastra, l’Unione Europea, si sta dissolvendo
perché non ha più una visione del suo ruolo e del suo futuro, né una ragione per
tenere insieme i suoi sparsi membri. Molti accorrono al suo capezzale per
cercare di ridargliene una.
C’è chi propone che recuperi “competitività” (per non sparire) investendo soldi
che non ha in informatica, armi e tecnologia: ricetta vecchia come il cucù che
ha fatto la fortuna del suo principale propagandista, ma non della sua
destinataria (l’Europa, appunto). C’è invece chi, nelle vesti di critico,
propone di rilanciare l’Europa inventando un nuovo welfare: non quello in via di
dissoluzione, che non ha futuro, ma un welfare diverso, innovativo, efficiente,
meno assistenziale, che potrebbe farle recuperare i suoi valori positivi (quelli
negativi, come colonialismo, razzismo, militarismo, sovranismo, nazismo, meglio
dimenticarli) non più sostenibili alla vecchia maniera. Né l’una né l’altra
ricetta, né quelle intermedie, sembrano avere però molto appeal, ma tant’è…
In realtà l’Europa una “visione” e una ragione di esistere ce le ha da tempo, ma
le hanno offuscate entrambe i suoi governanti, concordi solo nella corsa per
spennare i rispettivi Paesi finanziando l’industria delle armi per sostenere la
guerra alla Russia e quella ai migranti. Quella visione nascosta circola però da
tempo tra le schiere disperse ma sempre più numerose delle persone che si
mobilitano per la pace (e contro tutte le guerre), per la Palestina (e contro il
genocidio perpetrato da Israele), per salvaguardare il proprio territorio
(contro la speculazione edilizia e le grandi opere devastanti ), per salvare
vite e accogliere profughi e migranti (contro respingimenti, torture e
“remigrazione”), per la costruzione di comunità fondate su rapporti di cura e
mutuo appoggio (reciprocità, contro l’individualismo, la competizione, il
consumismo, lo sfruttamento e lo spreco di talenti umani e risorse della Terra).
E per tanto altro.
E’ una visione che abbina indissolubilmente la salvaguardia degli equilibri
ecologici della Terra e il perseguimento di giustizia ed eguaglianza tra gli
esseri umani, la pace con il pianeta e quella tra i popoli e che ha in sé una
dimensione sia spirituale e culturale, che fisica e materiale e si compendia in
due nomi: Alex Langer e Papa Francesco. Ma quella visione non avrebbe potuto
sopravvivere all’oblio e all’indifferenza dei potenti della Terra se non fosse
stata condivisa (spesso inconsapevolmente, perché chiamata spesso con altri
nomi) da migliaia e migliaia di persone. Si tratta, in una formula, della
“conversione ecologica”: l’unico approccio che potrebbe restituire all’Europa il
ruolo che si era autoassegnata alcuni decenni fa, per poi trasformarlo in pura
finzione; ma anche un ruolo attuale, nel portare a mediazione le guerre in
corso, se non fosse essa stessa parte in causa, apertamente schierata a sostegno
degli uni contro gli altri.
La conversione ecologica non è un progetto e meno che mai un sistema da
instaurare, un punto di arrivo definito; è un processo in fieri che per tradursi
in programmi ha bisogno del concorso attivo – questo sì, consapevole – di tutti
coloro a cui deve essere affidata la sua realizzazione: a partire, oggi, dalla
“convergenza” sotto il suo ombrello delle tante visioni, sigle, organizzazioni,
progetti che si stanno accorgendo di avere in comune molto di più di quello che
le separa. Ma soprattutto è una visione condivisa che può permettere a tutti di
farsi parte del confronto diretto con l’inconcludenza (nel migliore delle
ipotesi), l’irresponsabilità, l’inerzia, l’ipocrisia e il cinismo (nel peggiore
e più realistico dei casi) dell’establishment europeo e con la sua attuale
dedizione alla guerra.
Non c’è traccia, nelle proposte che hanno accesso al dibattito politico pubblico
sul futuro dell’Europa, di qualcosa che assomigli anche solo da lontano alla
conversione ecologica. Non c’è nemmeno traccia, se non con qualche accenno
burocratico e formale, di una preoccupazione per lo stato dell’”ambiente”, per
la morte della “natura”, per il futuro catastrofico della Terra. Eppure ha
appena fatto, e presto rifarà, un caldo da matti, con tante conseguenze ormai
note: tanto da far capire a (quasi) tutti che il nostro pianeta ha ormai
imboccato una deriva senza più molte vie di uscita. Ma in quei consessi
ufficiali lo stato della Terra resta “il convitato di pietra.
Mai che venga in mente a qualcuno dei geopolitici impegnati nel gioco dei tre
cantoni (in cui il problema è come farne occupare uno all’Europa), che lo
sconvolgimento climatico e ambientale che sta investendo il nostro continente e
il mondo non potrà non cambiarne le regole (se ci sono). L’acqua prenderà a
scarseggiare davvero (con tanti saluti al raffreddamento degli impianti nucleari
e dei data-center in programma). Scarseggeranno anche i raccolti, con milioni di
nuovi morti per fame e aumenti vertiginosi dei prezzi del cibo. Si alzeranno i
livelli dei mari, con miliardi da investire per cercare di proteggere alcune
delle principali città del mondo. Si moltiplicheranno i dissesti idrogeologici e
gli incendi, con le popolazioni locali che dovranno cercare di supplire con la
loro iniziativa all’inerzia dei rispettivi governi. Crescerà a dismisura la
pressione di profughi e migranti in fuga da terre rese inabitabili dal calore,
dall’arsura, dalle alluvioni o dalle guerre. E così via.
Fare la guerra per moltiplicare i disastri a cui la popolazione sarà già esposta
per via dei cambiamenti climatici e delle loro conseguenze suonerà sempre più
assurdo. Non sarebbe dunque ora di cominciare a includere queste prospettive
nello scenario del gioco tra le grandi potenze? E le misure per affrontarle tra
le “carte” da giocare per risollevare le sorti del continente e del mondo?
Guido Viale
guerre
dossier guerra e capitale • Intervista sulla guerra a Maurizio Lazzarato
guerre
dossier guerra e capitale • Stati Uniti e Israele stanno distruggendo la Corte
Penale Internazionale
#villasangiovanni FESTA DELLA LUCE 2026 #noponte #nowar Oggi mercoledì 24 giugno
alle ore 17,30 in Piazza Valsesia – Villa San Giovanni (Reggio Calabria), Talk
Dalle Grandi Opere alle #Guerre, con Ruggero Marra (Assessore Comune Villa S.
Giovanni), Antonio Mazzeo (attivista NoWar) e Peppe Marra (Movimento #NoPonte).
Modera Elisa Barresi (LaC News).
#war Basi Usa in Italia: continua il coinvolgimento nelle #guerre #sigonella
#sicily
Al di là dei proclami propagandistici di #Trump su un eventuale disinvestimento
Usa nelle basi militari sul territorio italiano e le altrettanto
propagandistiche affermazioni patriottiche di Meloni, rimangono strategiche le
basi Usa sul territorio italiano per le attività militare statunitensi nello
scacchiere dell'Asia occidentale ma anche
dell'Africa.https://www.ondarossa.info/newsredazione/2026/06/basi-usa-italia-continua-coinvolgimento
Acqua e guerre. Prima parte
Già nel dicembre 2023 la disponibilità di acqua era crollata da 87 a 3 litri a
testa. Gli 8 impianti di trattamento delle acque reflue sono stati messi fuori
uso, con un impatto enorme sulla falda costiera, sempre più infiltrata
dall’acqua marina. Oltre il 97% dell’acqua pompata dalla falda non soddisfa gli
standard dell’OMS. I tre dissalatori principali sono stati danneggiati e
comunque senza carburante non funzionano. La fornitura idrica “strategica”
(sempre insufficiente) è stata usata per costringere le persone a spostarsi qua
e là per la Striscia.
Stiamo parlando di Gaza, ovviamente. Ma non è dal 7 ottobre che l’acqua viene
usata come strumento di apartheid, colonialismo d’insediamento e in fin dei
conti genocidio strisciante in tutta la Palestina. Dal 1948, per obbligare la
popolazione palestinese ad andarsene, i sionisti distruggono sistematicamente –
e a volte avvelenano – le fonti idriche e i pozzi dei palestinesi, fatto
confermato dal direttore israeliano del museo dell’acqua nel documentario Route
181. Negli anni Novanta, con gli accordi di Oslo e i successivi protocolli di
Parigi, la gestione di tutta l’acqua del territorio (Israele e Palestina
occupata) è stata affidata alla Mekorot, l’azienda pubblica israeliana per i
servizi idrici. Gli israeliani convogliano buona parte dell’acqua di superficie
e di falda dei territori occupati e del sud del Libano nel lago di Galilea, da
dove la distribuiscono su tutto il territorio nazionale israeliano. Secondo i
dati forniti di recente dalle organizzazioni B’tselem (israeliana) e Who
profits, in media a ogni israeliano vanno 350 litri al giorno, a ogni
palestinese 60. La quantità raccomandata dall’Oms è 100 litri. Inoltre, i
palestinesi pagano l’acqua 10 volte più degli israeliani: 2,8 shekel al metro
cubo contro 0,3 cent. Dal 2020 Mekorot è nella “lista nera” in cui l’ONU
inserisce le imprese che hanno legami con le colonie illegali e sfruttano le
risorse palestinesi, violando la Quarta Convenzione di Ginevra.
Le colonie illegali hanno persino le piscine, i palestinesi non hanno nemmeno il
diritto di riempire un secchio con l’acqua piovana o dal pozzo. Nella Valle del
Giordano e nelle aree agricole in genere i coloni danneggiano o sequestrano
sistematicamente sorgenti, cisterne, serbatoi, pozzi, condutture palestinesi.
Sequestrano l’acqua e sfruttano le terre e le risorse palestinesi anche a fini
turistici, per esempio sulle coste del Mar Morto, a cui i nativi non possono
neppure avvicinarsi. Molti insediamenti sionisti scaricano le acque luride e
industriali sulle terre palestinesi creando gravi inquinamenti. E non è tutto:
per manifestare il loro disprezzo, gli israeliani spruzzano sui palestinesi e
sulle loro case un liquido puzzolente il cui odore nauseabondo persiste per
molti giorni, prodotto appositamente dalla ditta israeliana Odortec.
L’acqua come arma di guerra
La situazione israelo-palestinese è emblematica, ma purtroppo non unica: al
contrario sta facendo scuola. Prima di tutto per le condizioni peculiari di
buona parte del Medio Oriente. Scrive Lorenzo Tecleme sul Manifesto del 10 marzo
di quest’anno (Colpito un impianto di desalinizzazione: la guerra al “pilastro”
del Medio Oriente): “Quasi tutti i Paesi mediorientali dipendono da
desalinizzatori per dissetare la popolazione e rifornire l’agricoltura e
l’industria. Il 40% delle capacità mondiali di desalinizzazione sono concentrate
in Asia occidentale, dove sono attivi 5.000 impianti, di cui almeno 450 nelle
regioni del Golfo. Il Bahrein produce così quasi il 100% della sua acqua, il
Kuwait quasi il 90%, Israele l’80%. L’Iran ha 65 impianti attivi, il 70% delle
falde acquifere è in stato di sovrasfruttamento. Inoltre l’acqua è inquinata dai
forti sversamenti del petrolio”. Aggiunge Paolo Bonora su Comune-info.net il 22
aprile (Il tallone d’Achille del Medio oriente): “Nei Paesi del Golfo milioni di
abitanti vivono in terre aride, desertiche, e debbono la propria sopravvivenza
ai dissalatori. Una vulnerabilità insidiosa. I dissalatori, in gran parte
integrati alle centrali elettriche di frequente minacciate e in alcuni casi
lesionate, sono installazioni enormi, vistose, distribuite lungo le coste. Anche
se formalmente protetti come infrastrutture civili, di fatto sono esposti a
violazioni come mostrano gli episodi di danneggiamento. Se il petrolio è l’arma
economica, l’acqua è il tallone d’Achille del Medio Oriente (…) Infrastrutture
imponenti in cui realizzazione, funzionamento, manutenzione assorbono quantità
di danaro ingentissime che poggiano sulle ricchezze del petrolio. E sono perno
di un contratto sociale in cui gli Stati forniscono acqua ed energia a prezzi
(per ora) irrisori in cambio del consenso. L’acqua è dunque un bene politico su
cui si regge il patto tra monarchie, investitori e cittadini”.
Impianti vitali che non è difficile prendere di mira, come sta dimostrando la
guerra Israele-Usa-Iran, con attacchi reciproci che includono i Paesi del Golfo
che forniscono basi militari agli statunitensi. In giugno, gli Usa hanno
distrutto molte infrastrutture idriche di Teheran. E non solo. Nel marzo 2026,
in quattro giorni sono state bombardate otto infrastrutture idriche nella valle
della Bekaa, da cui dipendevano almeno 7mila persone. Siamo ormai a milioni di
sfollati senza acqua e beni essenziali. In Libano, come a Gaza, le forze
israeliane stanno usando la sete come arma, strategia che costituisce un crimine
di guerra ed è vietata dalle Convenzioni di Ginevra.
Crimine ormai sdoganato, però. Israele è in buona compagnia. In Sudan, a fine
maggio, le milizie di Pronto Intervento hanno preso di mira i serbatoi
dell’acqua a El-Tina, al confine con il Ciad, dove migliaia di sfollati si sono
rifugiati, scappando dalla guerra nelle loro città, in Darfur. Gli attacchi dei
droni hanno lasciato la popolazione senza acqua.
A fine gennaio a Kobane, sotto assedio da più di una settimana, è stata tagliata
l’acqua e l’elettricità. Un atto criminale che dà la misura delle intenzioni
genocidarie delle milizie filo turche. Scrive Hevidar Herani, giornalista curda:
“La città è senza elettricità e acqua dopo l’ennesimo taglio alla diga Tishreen,
infrastruttura strategica che fornisce energia e approvvigionamento idrico a
gran parte del nord est della Siria”.
E non c’è solo il Medio Oriente. Nella guerra Russia-Ucraina la distruzione di
dighe e impianti di trattamento delle acque è stata presente in ogni fase del
conflitto e praticata da entrambe le parti.
Il Pacific Institute, un gruppo di ricerca sull’acqua basato a Oakland, ha
mappato tutti i conflitti della storia che hanno avuto a che fare con l’acqua,
creando il sito Water Conflict Chronology, che mostra come l’acqua sia stata
strumentalizzata lungo tutta la storia dell’umanità, a partire da 4.500 anni fa:
il primo conflitto documentato ha avuto luogo nella zona dell’attuale Iraq, dove
l’acqua venne utilizzata per combattere i Sumeri da Urlama, re dell’antica città
stato di Lagash, che fece deviare dei corsi d’acqua per lasciare a secco la
città di Unma. In questi 4000 anni i conflitti registrati sono stati 1297.
Secondo la Banca Mondiale negli ultimi anni sono stati 507 i conflitti armati
per l’acqua. Secondo altre fonti, erano 220 fra il 2000 e il 2009, sono saliti a
620 tra il 2010 e il 2019, e dal 2020 a oggi sono stati registrati 201
conflitti, relativi soprattutto all’accesso all’acqua. Le Nazioni Unite hanno
censito tra il 2010 e il 2018 263 eventi bellici e prevedono che entro il 2030
addirittura il 47% della popolazione mondiale vivrà in zone a elevato stress
idrico, quindi è prevedibile che le guerre si moltiplicheranno.
Alessandra Cangemi, Comitato milanese acquapubblica
Redazione Italia
Furundulla 324 – Demo Crazia
…la nostra DEMO ha dimostrato che questo tipo di CRAZIA non funziona, non regge
il mercato. Torniamo alla sana e collaudata ARISTO-CRAZIA di Benigno Moi
Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come
spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse) ——————————- more
———————– Quorum Il baro Basta TG!! Prima vennero… “Il male
Sortirne insieme è politica. Sortirne insieme per la pace
Per la pace nel mondo bisogna cambiare le impostazioni dell’idiozia artificiale
(IA). Finora gli USA stanno giocando un gioco malefico e distruttivo a somma
zero, cioè vince uno solo dei due contendenti (+1-1=0) ai danni dell’altro.
In analoghe situazioni sperimentali con due idiozie artificiali contrapposte si
rischia con alta probabilità la guerra nucleare (MAD, distruzione reciproca
garantita).
Per la pace bisogna cambiare gioco e impostare l’idiozia artificiale sul gioco a
somma 1 in un’ottica win win, così si vince insieme. Sortirne insieme è
politica, come diceva don Milani. Sortirne insieme per la pace.
Per fare la pace senza la distruzione del mondo o del nemico bisogna che ci sia
un guadagno per entrambe le parti.
Se non vuole essere ricordato come il peggiore presidente della storia degli
USA, Donald Trump deve cambiare gioco, accettando che esistono diverse potenze
che possono convivere, altrimenti sarà un disastro infernale per l’umanità.
Lungi da me il solo pensiero che sia già previsto dominare il mondo sulle
macerie di un camposanto, ovvero di un deserto globale. Sarebbe un calcolo
sbagliato e maledetto. Si può convivere in armonia. Questo è il miglior affare
possibile.
Ray Man