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Antifascismo e transfemminismo non sono un brand
Ci troviamo a prendere parola dopo i fatti di sabato e dei giorni seguenti poiché riteniamo che si sia superato un limite invalicabile. Scegliamo di farlo come donne del Movimento per il Diritto all’Abitare, in quanto, in nome dell’antifascismo e del transfemminismo, si è cercato attivamente di compromettere anche la […] L'articolo Antifascismo e transfemminismo non sono un brand su Contropiano.
February 26, 2026
Contropiano
Valerio Verbano vive: dalla piazza di ieri alla lotta di oggi
Roma ha risposto con forza e partecipazione alla chiamata antifascista per ricordare Valerio Verbano in occasione del 46° anniversario della sua morte.  Sabato 21 febbraio migliaia di persone hanno attraversato le strade dei quartieri di Tufello e Montesacro. Non una celebrazione rituale, ma un corteo composto da giovani, studenti, lavoratori, realtà sociali, volti nuovi e compagni di tante stagioni di lotta. Una piazza densa, determinata, consapevole che ricordare Valerio Verbano significa parlare dell’oggi. La presenza dei genitori di Maja T., l’attivista antifascista condannata in Ungheria per aver contestato un raduno neonazista, ha dato al corteo un respiro europeo. Non è stato un elemento accessorio. È il segno che l’antifascismo non è un fatto locale, ma una questione che attraversa il continente, in una fase in cui in molti Paesi occidentali si restringono gli spazi di dissenso e si normalizzano pratiche repressive contro chi si oppone all’estrema destra e alle politiche di guerra. Valerio fu assassinato il 22 febbraio 1980 nella sua casa, davanti ai genitori, da un commando neofascista. Aveva diciannove anni. Pagò con la vita il suo lavoro di inchiesta sui gruppi dell’estrema destra romana e sui loro legami opachi con apparati dello Stato. La sua morte si colloca dentro una stagione segnata dalla strategia della tensione, quando la violenza nera non fu un fenomeno isolato, ma parte di un tentativo più ampio di colpire i movimenti sociali e di “normalizzare” un Paese attraversato da conflitti operai, studenteschi e popolari. Chi pensa che quella stagione sia soltanto materia per libri di storia non coglie il punto. Le forme cambiano, i contesti mutano, ma la dinamica profonda – guerra all’esterno, compressione della democrazia all’interno – si ripresenta. Oggi assistiamo a un riarmo accelerato, alla costruzione di un’economia di guerra, a un linguaggio politico che rende strutturale il conflitto militare come orizzonte permanente. Parallelamente si inaspriscono le norme contro il dissenso, si colpiscono le mobilitazioni sociali, si tenta di restringere il diritto di sciopero e di protesta. Non è un caso. Quando si prepara un Paese alla guerra, si prepara anche il terreno interno. La retorica dell’emergenza diventa il dispositivo attraverso cui si giustificano limitazioni delle libertà. La sicurezza viene contrapposta ai diritti. Il conflitto sociale viene descritto come minaccia. È un processo che attraversa l’Italia, ma anche l’Europa e gli Stati Uniti, dove le mobilitazioni contro il riarmo e contro le politiche autoritarie stanno crescendo proprio perché cresce la percezione di una deriva comune. In Italia questo quadro assume un significato particolare. Il governo è guidato da una forza politica che affonda le proprie radici nella tradizione del Movimento Sociale Italiano, che fu erede diretto del neofascismo del dopoguerra. Non è una polemica identitaria, è un dato storico. E in una fase di guerra diffusa e di restrizione degli spazi democratici, questo dato pesa. La memoria antifascista non può essere ridotta a retorica istituzionale mentre si accetta la normalizzazione di politiche securitarie e di riarmo. Il corteo di ieri ha avuto il merito di tenere insieme i fili: la storia di Valerio, la solidarietà internazionale, la critica alla guerra, la difesa delle libertà costituzionali. Non c’era nostalgia, ma consapevolezza. Non c’era soltanto rabbia, ma volontà di costruzione. Il 28 marzo sarà una tappa ulteriore di questo percorso. Una mobilitazione contro la guerra e contro la riduzione degli spazi di democrazia che si inserisce in un quadro più ampio di iniziative in diverse città europee, britanniche e statunitensi. Non una somma di proteste isolate, ma l’emergere di un fronte che riconosce il nesso profondo tra economia di guerra e autoritarismo interno. Tra militarizzazione delle politiche pubbliche e compressione dei diritti sociali. Ricordare Valerio Verbano, allora, significa assumere una posizione netta. Significa affermare che l’antifascismo oggi è opposizione alla guerra, è difesa della Costituzione, è lotta contro ogni tentativo di criminalizzare il conflitto sociale. Significa dire che la democrazia non si difende con le dichiarazioni di principio, ma praticandola nei territori, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle piazze. La storia di Valerio non appartiene solo alla sua famiglia o a una generazione. Appartiene a una città e a un Paese che hanno conosciuto cosa significa lasciare spazio alla violenza politica e alla tentazione autoritaria. Per questo ieri la piazza non guardava indietro con malinconia, ma avanti con determinazione. “Valerio vive” non è uno slogan. È una scelta. È la decisione di non accettare che guerra e restringimento delle libertà diventino l’orizzonte normale dell’Occidente. È la consapevolezza che memoria e conflitto democratico sono inseparabili. E che ogni volta che si scende in piazza per la pace, per i diritti, contro il fascismo vecchio e nuovo, quella storia continua. Giovanni Barbera
February 22, 2026
Pressenza
Valerio Verbano: le immagini dal corteo del 21 febbraio
Ancora una volta, per le vie della città è risuonato il coro «Valerio è vivo e lotta insieme a noi/Le nostre idee non moriranno mai». Parole scandite da migliaia di voci, di cui una grande maggioranza nate decenni dopo il terribile assassinio di Valerio, ucciso per mano fascista. Il corteo ha mostrato la vivacità della piazza romana, pronta a mobilitarsi per sostenere gli ideali di libertà, giustizia e rivalsa sociale espressi dall’esempio che è stato il giovane militante di autonomia operaia. Una vivacità che ritroveremo nelle lotte dei prossimi mesi, dalla contestazione al ddl Bongiorno fino allo sciopero transfemminista dell’8 marzo, passando dalla difesa degli spazi sociali e verso il “No” al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. LE IMMAGINI DI MARTA D’AVANZO * * * * LE IMMAGINI DI VERONICA FIGLIUZZI * * * * * * * * La copertina è di Marta D’Avanzo SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Valerio Verbano: le immagini dal corteo del 21 febbraio proviene da DINAMOpress.
February 22, 2026
DINAMOpress
«Quello è il divano su cui è morto Valerio»
«Valerio Verbano, non un nome su una via ma su tutte le vie e tutte le piazze»: recita così la targa apposta dai suoi compagni poco tempo dopo la sua morte. Sono trascorsi 46 anni dall’omicidio di Valerio Verbano, ma ogni 22 febbraio le strade di Monte Sacro e del Tufello continuano a essere invase da migliaia di antifasciste e antifascisti, che accorrono in massa per una delle commemorazioni più partecipate e sentite tra quelle dei caduti della sinistra radicale. Non volevano certo un figlio “eroe”, i genitori di Valerio, Sardo e Carla Verbano. Un figlio che solo tre giorni dopo l’omicidio avrebbe compiuto diciannove anni. Quel venerdì 22 febbraio 1980, mentre era legata e imbavagliata con il marito nella loro casa di via Monte Bianco 114, Carla Verbano sperò che a Valerio succedesse qualcosa che gli impedisse di ritornare a casa, magari un piccolo incidente con il motorino. Dopo qualche ora però Valerio ritornò e, dopo una breve ma violenta colluttazione – in cui riuscì anche a disarmare uno dei tre –, fu colpito da un proiettile alla schiena che gli perforò l’intestino, causando l’emorragia che in pochi minuti lo uccise. Subito dopo i suoi assassini fuggirono, lasciando nell’appartamento diversi oggetti: un passamontagna, una pistola calibro 38 con silenziatore, un guinzaglio e un paio di occhiali da sole. Anni dopo, quando si decise di chiudere le indagini sul suo caso, si stabilì inspiegabilmente di distruggere questi reperti. Ma, a 46 anni dalla sua morte, la memoria di Valerio Verbano continua a vivere nelle piazze, nelle scuole, nei cortei, nei murales del quartiere. E anche nel teatro militante, come quello di Alessandra Magrini, conosciuta come “Attrice Contro”. Con lei abbiamo parlato di Valerio, di teatro militante, di antifascismo. «Accomodati. Quello è il divano su cui è morto Valerio»: così la accolse in casa Carla Verbano quando Alessandra si recò a casa sua per conoscerla. Partiamo da te: chi sei, cosa fai? E perché “Attrice Contro”? Attrice Contro è un nome d’arte, ma preferisco pensarlo come il segno di un percorso d’arte militante, nel senso di una modalità d’espressione che cammina al fianco delle dinamiche sociali e delle lotte. Nulla che abbia inventato io: è qualcosa che esiste da sempre nel mondo dell’arte e io sto dentro quella tradizione. Porto spettacoli ovunque – fabbriche, sottopassaggi ferroviari, piazze, centri sociali, cortei – perché per me qualsiasi pezzo di cemento può diventare teatro. I miei lavori sono legati alle lotte: dall’Ilva di Taranto alle morti sul lavoro, da uno sui Cie (oggi Cpr) agli spettacoli sui partigiani, a un altro sulla Palestina. Poi anche cose più ibride, dove c’è ironia, perfino trash a volte, perché dentro le tragedie bisogna pure respirare, sennò non reggi. Quando e perché nasce lo spettacolo su Valerio Verbano? Lo spettacolo ha più di quindici anni… e come tutte le storie che racconto, non si è trattato di una scelta razionale. Sono spinte di pancia. Quella di Valerio è particolare perché, quando si parla di vecchi e nuovi partigiani, si parla di persone che hanno combattuto il fascismo, ma lui non si è limitato alla lotta di strada: ha guardato più in alto. Ha scelto di raccontare, di documentare attraverso un’attività indipendente di controinformazione quello che avveniva ai piani alti dei palazzi del potere, a partire dai legami coi fascisti “di strada”. Probabilmente è stato proprio questo il motivo per cui è stato assassinato. Raccontare la storia di Valerio mi ha portato poi a costruire un rapporto molto profondo con Carla, che fino all’età di 88 anni non ha fatto altro che lottare per scoprire la verità, per capire chi aveva voluto mettere a tacere tutta la contro-informazione realizzata da Valerio attraverso il dossier indipendente in cui aveva schedato non solo una miriade di neofascisti, ma personaggi politici, delle forze dell’ordine, dei servizi segreti. Quel dossier era finito anche nelle mani di Mario Amato, giudice assassinato da un commando dei Nar il 23 giugno 1980, a cento passi dalla casa di Valerio. Esattamente cento passi: li ho contati io di persona. Amato stava esaminando il dossier, sequestrato a Valerio durante un arresto un anno prima dell’omicidio: la Digos era andata a casa di Carla nel 1979 e aveva portato via tutto il materiale. Quando poi la famiglia lo richiese indietro al giudice istruttore, risultò molto più sottile, meno spesso di un quaderno, mentre quello sequestrato era di almeno duecento pagine, tra fotografie che Carla e i compagni di Valerio ricordano come nitidissime, ma che poi furono descritte come sfocate… Amato era l’unico magistrato che in quegli anni si occupava dei fascisti, dei Nar, dopo aver preso il posto del suo collega Vittorio Occorsio, che era già stato ammazzato [dal membro di Ordine Nuovo Pierluigi Concutelli, la mattina del 10 luglio 1976, con trentadue colpi di mitra, ndr]. Non ebbe neanche il tempo di lavorarci davvero: poche settimane dopo aver ricevuto quel materiale uccisero anche lui. Che rapporto si è costruito tra te e Carla nel tempo? Io la conoscevo già di vista, in piazza, alle iniziative su Valerio. Ma l’incontro vero è stato quando le ho chiesto di vederci per proporle lo spettacolo. Mi ha accolta in casa e mi ha detto subito quella frase sul divano. Era difficile dire a una donna a cui avevano strappato il figlio in quel modo: sai, voglio fare uno spettacolo. Perché la parola “spettacolo” fa pensare all’intrattenimento. Io invece lavoro in posti non convenzionali proprio per dire che l’arte non è intrattenimento: è un modo di trasmettere l’emozione e l’anima delle lotte, deve avere una funzione identica a quella che può avere una barricata. Una volta una teatrante abituata ai palcoscenici istituzionali mi ha definita «l’attrice delle barricate» pensando di offendermi. Non sai quanto sono orgogliosa di questa cosa! Carla, comunque, fu subito entusiasta e addirittura poi è venuta in scena con me, perché finché è stata viva chiudeva lo spettacolo. Ci siamo girate un po’ l’Italia insieme, almeno fino a che ha potuto, e l’ho accompagnata fino all’ultimo giorno: quando poi ci ha lasciati io ero lì in ospedale. È diventata più di una madre per me, più di un parente, non la dimenticherò mai. L’inchiesta sull’omicidio oggi è chiusa. Sì, ed è una grande amarezza. Carla aveva lasciato un compito alle compagne e ai compagni: continuare a lottare per scoprire la verità su Valerio. Ma l’inchiesta è stata chiusa definitivamente. Lo spettacolo come continua a vivere oggi? È uno spettacolo che cambia sempre. L’“attrice delle barricate” ha la caratteristica di essere totalmente libera, quindi posso prendere i testi, rifarli, modificare lo spettacolo, adattarlo ai tempi, inserire cose nuove. Non ho padroni e faccio come mi pare. Questo nuovo giro di date è stato anche per camminare insieme all’Apicoltura del Vecchio Colle, una realtà che produce miele, cura le api, fa laboratori con i bambini per spiegare l’importanza della biodiversità. Chi la porta avanti è stato ai domiciliari per reati legati alle lotte e gli è stato impedito per un periodo di occuparsi delle api, che poi sono morte. Anche per questo il teatro serve a dare luce e stare al fianco. Mi racconti qualcosa degli altri lavori che porti in giro? Madama Cie, rievocazioni estemporanee di una rivolta scoppiata: apparentemente ho rivisitato Lady Oscar ma dentro c’è un’inchiesta sui Cie, oggi Cpr, che ho realizzato anche grazie a persone che mi hanno aiutato a capire le condizioni dei migranti lì dentro. Poi Operaio – viaggio nell’inferno Ilva, che è uno spettacolo più vecchio ma sempre attuale, costruito proprio con gli operai di Taranto: mi hanno aiutato con le scenografie, uno mi ha regalato la tuta. È sugli omicidi in fabbrica, le morti bianche, e ogni volta si aggiorna perché purtroppo continuano, penso alla vicenda di Luana D’Orazio o alle morti nei cantieri che vediamo continuamente anche a Roma. Poi ci sono spettacoli sui partigiani, sulla Palestina, uno su Raffaella Carrà. Perché la mia caratteristica è anche tirare fuori ironia dentro la tragedia: se non ridiamo non possiamo fare la rivoluzione. Perché continuare a raccontare Valerio oggi e perché la sua memoria continua a parlare anche alle generazioni più giovani? Perché la storia di Valerio è ancora qui, come c’è ancora chi promuove idee di morte, di disuguaglianza, di violenza. L’antifascismo è una pratica quotidiana, non finisce mai. Ogni 22 febbraio lo dimostra: accanto alla memoria c’è sempre una lotta dell’oggi. Quest’anno, per esempio, c’è la vicenda di Maya, che era in Ungheria con Ilaria Salis e a cui hanno dato quasi un decennio di carcere per aver fronteggiato dei nazisti. Questo significa che ciò di cui parliamo non è passato, è presente. Poi sicuramente c’entrano anche le specificità della vicenda di Valerio, a partire dal lavoro di controinformazione che aveva fatto, ma soprattutto c’entra tutto quello che è stato costruito in questi anni: il quartiere, il lavoro dei compagni e delle compagne, i murales, gli studenti che fanno fumetti, il teatro, le iniziative. E la forza di Carla, per quarant’anni. Quello che ha fatto lei, nelle scuole, nelle battaglie legali, nei libri, è stato enorme. Quello di Valerio quindi non è un ricordo liturgico ma è una memoria che cammina insieme alle lotte di adesso. Finché questa cura esiste, finché qualcuno prende quella storia e la rimette in una piazza, in una scuola, su un palco improvvisato, dentro un corteo, Valerio non è e non sarà solo un nome su una lapide. Continua a stare nelle lotte, in mezzo a noi. La copertina ritrae una manifestazione degli anni 1970 con Valerio Verbano sullo sfondo, a sinistra SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo «Quello è il divano su cui è morto Valerio» proviene da DINAMOpress.
February 22, 2026
DINAMOpress
Valerio vive nelle lotte
Questo fine settimana le strade di Roma si riempiranno di nuovo per ricordare Valerio Verbano, militante comunista ucciso a casa sua a 18 anni nel 1980 da un gruppo di fascisti. Sabato 21 febbraio, alle 12.30 al csa Astra, si svolgerà un evento dedicato al caso di Maja T., attivista antifascista tedesc* sotto processo in Ungheria, recentemente condannat* in primo grado a una pena di 8 anni per aver contestato un raduno neo-nazista nella capitale magiara. La giornata proseguirà con il corteo in ricordo di Valerio Verbano, che partirà da via Monte Bianco alle 16.00. Il 22 febbraio del 1980 un commando neofascista irrompeva in casa di Valerio Verbano, sequestrando i genitori e attendendo il suo rientro da scuola, per poi ucciderlo a colpi di pistola. Studente del Liceo Archimede e militante dell’Autonomia Operaia, aveva costruito una corposa inchiesta militante sui gruppi neofascisti e i loro rapporti con lo Stato. Come collettivi studenteschi, reti transfemministe, centri sociali e sindacalismo conflittuale, esperienze di mutualismo e solidarietà, quarantasei anni dopo saremo nelle piazze e nelle strade per una mobilitazione antifascista nel nome di Valerio, riannodando ancora una volta i fili rossi che legano conflitti e movimenti di decenni diversi. Mentre il potere utilizza lo spettro dei cosiddeti “anni di piombo” per criminalizzare ogni forma di conflittualità sociale, e l’offensiva revisionista dell’estrema destra al governo è arrivata a far sparire dal linguaggio istituzionale le responsabilità del fascismo nella Shoah e del neofascismo nelle stragi di Stato, la storia di Valerio Verbano rappresenta un’anomalia. Un’anomalia per la sua capacità di parlare al presente e di essere oggi più che mai partigiana, lontana da ogni tentativo di pacificazione e riconciliazione, irriducibilmente di parte. Quando il fascismo bussa alle porte nella forma del suprematismo etnico-religioso che compie un genocidio a Gaza, o in quello del terrore dell’ICE di Donald Trump o delle distopie degli oligarchi tech come Musk e Trump, mentre Giorgia Meloni organizza la svolta autoritaria nel nostro paese, il nostro antifascismo non solo non è negoziabile, ma è la pratica con cui difendiamo le nostre strade e i nostri quartieri. > Il nostro antifascismo non può che essere parte della lotta contro il regime > di guerra – che impone la riconversione bellica e la crisi con un > autoritarismo sempre più forte che sta portando all’Orbanizzazione dell’Europa > – e contro le frontiere interne ed esterne, per la libertà di movimento e di > circolazione. Mentre seguiamo i processi per i fatti di Budapest, “ANTIFA” è stata già da tempo denominata come sigla di un’organizzazione terroristica dagli USA e dall’Ungheria. Per questo il corteo vedrà la partecipazione dei genitori di Maja T. e avrà al centro la campagna internazionale Free All Antifas, con cui chiediamo la liberazione di tuttз lз antifascistз in Europa. Il nostro antifascismo, infine, non può che essere transfemminista, nelle pratiche e nei discorsi necessari a contrastare ogni forma di disciplimento e controllo sui nostri corpi, sulle nostre voci, sulle nostre libertà. Per questa ragione metteremo al centro la mobilitazione di fine febbraio contro l’emendamento Bongiorno, verso un 8 marzo di lotta e di sciopero. La copertina è tratta dal manifesto di convocazione del corteo SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Valerio vive nelle lotte proviene da DINAMOpress.
February 20, 2026
DINAMOpress
Valerio Verbano. La verità è rivoluzionaria
“Un giovane autonomo ucciso dai fascisti negli anni di piombo“. Quante volte abbiamo letto questa frase per ricordare il compagno Valerio? Troppe volte e sempre abbiamo pensato, noi vecchi compagni e vecchie compagne che hanno vissuto quegli anni insieme a lui, che si sviliva la vera identità di Valerio. Valerio […] L'articolo Valerio Verbano. La verità è rivoluzionaria su Contropiano.
February 18, 2026
Contropiano