«Quello è il divano su cui è morto Valerio»«Valerio Verbano, non un nome su una via ma su tutte le vie e tutte le piazze»:
recita così la targa apposta dai suoi compagni poco tempo dopo la sua morte.
Sono trascorsi 46 anni dall’omicidio di Valerio Verbano, ma ogni 22 febbraio le
strade di Monte Sacro e del Tufello continuano a essere invase da migliaia di
antifasciste e antifascisti, che accorrono in massa per una delle commemorazioni
più partecipate e sentite tra quelle dei caduti della sinistra radicale.
Non volevano certo un figlio “eroe”, i genitori di Valerio, Sardo e Carla
Verbano. Un figlio che solo tre giorni dopo l’omicidio avrebbe compiuto
diciannove anni. Quel venerdì 22 febbraio 1980, mentre era legata e imbavagliata
con il marito nella loro casa di via Monte Bianco 114, Carla Verbano sperò che a
Valerio succedesse qualcosa che gli impedisse di ritornare a casa, magari un
piccolo incidente con il motorino. Dopo qualche ora però Valerio ritornò e, dopo
una breve ma violenta colluttazione – in cui riuscì anche a disarmare uno dei
tre –, fu colpito da un proiettile alla schiena che gli perforò l’intestino,
causando l’emorragia che in pochi minuti lo uccise. Subito dopo i suoi assassini
fuggirono, lasciando nell’appartamento diversi oggetti: un passamontagna, una
pistola calibro 38 con silenziatore, un guinzaglio e un paio di occhiali da
sole.
Anni dopo, quando si decise di chiudere le indagini sul suo caso, si stabilì
inspiegabilmente di distruggere questi reperti. Ma, a 46 anni dalla sua morte,
la memoria di Valerio Verbano continua a vivere nelle piazze, nelle scuole, nei
cortei, nei murales del quartiere. E anche nel teatro militante, come quello di
Alessandra Magrini, conosciuta come “Attrice Contro”. Con lei abbiamo parlato di
Valerio, di teatro militante, di antifascismo. «Accomodati. Quello è il divano
su cui è morto Valerio»: così la accolse in casa Carla Verbano quando Alessandra
si recò a casa sua per conoscerla.
Partiamo da te: chi sei, cosa fai? E perché “Attrice Contro”?
Attrice Contro è un nome d’arte, ma preferisco pensarlo come il segno di un
percorso d’arte militante, nel senso di una modalità d’espressione che cammina
al fianco delle dinamiche sociali e delle lotte. Nulla che abbia inventato io: è
qualcosa che esiste da sempre nel mondo dell’arte e io sto dentro quella
tradizione. Porto spettacoli ovunque – fabbriche, sottopassaggi ferroviari,
piazze, centri sociali, cortei – perché per me qualsiasi pezzo di cemento può
diventare teatro. I miei lavori sono legati alle lotte: dall’Ilva di Taranto
alle morti sul lavoro, da uno sui Cie (oggi Cpr) agli spettacoli sui partigiani,
a un altro sulla Palestina. Poi anche cose più ibride, dove c’è ironia, perfino
trash a volte, perché dentro le tragedie bisogna pure respirare, sennò non
reggi.
Quando e perché nasce lo spettacolo su Valerio Verbano?
Lo spettacolo ha più di quindici anni… e come tutte le storie che racconto, non
si è trattato di una scelta razionale. Sono spinte di pancia. Quella di Valerio
è particolare perché, quando si parla di vecchi e nuovi partigiani, si parla di
persone che hanno combattuto il fascismo, ma lui non si è limitato alla lotta di
strada: ha guardato più in alto. Ha scelto di raccontare, di documentare
attraverso un’attività indipendente di controinformazione quello che avveniva ai
piani alti dei palazzi del potere, a partire dai legami coi fascisti “di
strada”.
Probabilmente è stato proprio questo il motivo per cui è stato assassinato.
Raccontare la storia di Valerio mi ha portato poi a costruire un rapporto molto
profondo con Carla, che fino all’età di 88 anni non ha fatto altro che lottare
per scoprire la verità, per capire chi aveva voluto mettere a tacere tutta la
contro-informazione realizzata da Valerio attraverso il dossier indipendente in
cui aveva schedato non solo una miriade di neofascisti, ma personaggi politici,
delle forze dell’ordine, dei servizi segreti. Quel dossier era finito anche
nelle mani di Mario Amato, giudice assassinato da un commando dei Nar il 23
giugno 1980, a cento passi dalla casa di Valerio. Esattamente cento passi: li ho
contati io di persona.
Amato stava esaminando il dossier, sequestrato a Valerio durante un arresto un
anno prima dell’omicidio: la Digos era andata a casa di Carla nel 1979 e aveva
portato via tutto il materiale. Quando poi la famiglia lo richiese indietro al
giudice istruttore, risultò molto più sottile, meno spesso di un quaderno,
mentre quello sequestrato era di almeno duecento pagine, tra fotografie che
Carla e i compagni di Valerio ricordano come nitidissime, ma che poi furono
descritte come sfocate… Amato era l’unico magistrato che in quegli anni si
occupava dei fascisti, dei Nar, dopo aver preso il posto del suo collega
Vittorio Occorsio, che era già stato ammazzato [dal membro di Ordine Nuovo
Pierluigi Concutelli, la mattina del 10 luglio 1976, con trentadue colpi di
mitra, ndr]. Non ebbe neanche il tempo di lavorarci davvero: poche settimane
dopo aver ricevuto quel materiale uccisero anche lui.
Che rapporto si è costruito tra te e Carla nel tempo?
Io la conoscevo già di vista, in piazza, alle iniziative su Valerio. Ma
l’incontro vero è stato quando le ho chiesto di vederci per proporle lo
spettacolo. Mi ha accolta in casa e mi ha detto subito quella frase sul divano.
Era difficile dire a una donna a cui avevano strappato il figlio in quel modo:
sai, voglio fare uno spettacolo. Perché la parola “spettacolo” fa pensare
all’intrattenimento. Io invece lavoro in posti non convenzionali proprio per
dire che l’arte non è intrattenimento: è un modo di trasmettere l’emozione e
l’anima delle lotte, deve avere una funzione identica a quella che può avere una
barricata. Una volta una teatrante abituata ai palcoscenici istituzionali mi ha
definita «l’attrice delle barricate» pensando di offendermi. Non sai quanto sono
orgogliosa di questa cosa! Carla, comunque, fu subito entusiasta e addirittura
poi è venuta in scena con me, perché finché è stata viva chiudeva lo spettacolo.
Ci siamo girate un po’ l’Italia insieme, almeno fino a che ha potuto, e l’ho
accompagnata fino all’ultimo giorno: quando poi ci ha lasciati io ero lì in
ospedale. È diventata più di una madre per me, più di un parente, non la
dimenticherò mai.
L’inchiesta sull’omicidio oggi è chiusa.
Sì, ed è una grande amarezza. Carla aveva lasciato un compito alle compagne e ai
compagni: continuare a lottare per scoprire la verità su Valerio. Ma l’inchiesta
è stata chiusa definitivamente.
Lo spettacolo come continua a vivere oggi?
È uno spettacolo che cambia sempre. L’“attrice delle barricate” ha la
caratteristica di essere totalmente libera, quindi posso prendere i testi,
rifarli, modificare lo spettacolo, adattarlo ai tempi, inserire cose nuove. Non
ho padroni e faccio come mi pare. Questo nuovo giro di date è stato anche per
camminare insieme all’Apicoltura del Vecchio Colle, una realtà che produce
miele, cura le api, fa laboratori con i bambini per spiegare l’importanza della
biodiversità. Chi la porta avanti è stato ai domiciliari per reati legati alle
lotte e gli è stato impedito per un periodo di occuparsi delle api, che poi sono
morte. Anche per questo il teatro serve a dare luce e stare al fianco.
Mi racconti qualcosa degli altri lavori che porti in giro?
Madama Cie, rievocazioni estemporanee di una rivolta scoppiata: apparentemente
ho rivisitato Lady Oscar ma dentro c’è un’inchiesta sui Cie, oggi Cpr, che ho
realizzato anche grazie a persone che mi hanno aiutato a capire le condizioni
dei migranti lì dentro. Poi Operaio – viaggio nell’inferno Ilva, che è uno
spettacolo più vecchio ma sempre attuale, costruito proprio con gli operai di
Taranto: mi hanno aiutato con le scenografie, uno mi ha regalato la tuta. È
sugli omicidi in fabbrica, le morti bianche, e ogni volta si aggiorna perché
purtroppo continuano, penso alla vicenda di Luana D’Orazio o alle morti nei
cantieri che vediamo continuamente anche a Roma. Poi ci sono spettacoli sui
partigiani, sulla Palestina, uno su Raffaella Carrà. Perché la mia
caratteristica è anche tirare fuori ironia dentro la tragedia: se non ridiamo
non possiamo fare la rivoluzione.
Perché continuare a raccontare Valerio oggi e perché la sua memoria continua a
parlare anche alle generazioni più giovani?
Perché la storia di Valerio è ancora qui, come c’è ancora chi promuove idee di
morte, di disuguaglianza, di violenza. L’antifascismo è una pratica quotidiana,
non finisce mai. Ogni 22 febbraio lo dimostra: accanto alla memoria c’è sempre
una lotta dell’oggi. Quest’anno, per esempio, c’è la vicenda di Maya, che era in
Ungheria con Ilaria Salis e a cui hanno dato quasi un decennio di carcere per
aver fronteggiato dei nazisti. Questo significa che ciò di cui parliamo non è
passato, è presente. Poi sicuramente c’entrano anche le specificità della
vicenda di Valerio, a partire dal lavoro di controinformazione che aveva fatto,
ma soprattutto c’entra tutto quello che è stato costruito in questi anni: il
quartiere, il lavoro dei compagni e delle compagne, i murales, gli studenti che
fanno fumetti, il teatro, le iniziative. E la forza di Carla, per quarant’anni.
Quello che ha fatto lei, nelle scuole, nelle battaglie legali, nei libri, è
stato enorme. Quello di Valerio quindi non è un ricordo liturgico ma è una
memoria che cammina insieme alle lotte di adesso. Finché questa cura esiste,
finché qualcuno prende quella storia e la rimette in una piazza, in una scuola,
su un palco improvvisato, dentro un corteo, Valerio non è e non sarà solo un
nome su una lapide. Continua a stare nelle lotte, in mezzo a noi.
La copertina ritrae una manifestazione degli anni 1970 con Valerio Verbano sullo
sfondo, a sinistra
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