Tag - Abdullah Ocalan

“LIBERARE ÖCALAN, DIFENDERE IL ROJAVA”: SABATO 14 FEBBRAIO 2026 MANIFESTAZIONI A ROMA, MILANO E CAGLIARI
Il 15 febbraio 2026 ricorrerà il ventisettesimo anniversario del rapimento del leader e cofondatore del Partito dei Lavoratori del Kurdistan Abdullah Öcalan nel 1999, a Nairobi, in Kenya. Da quel giorno Öcalan è detenuto sull’isola-carcere di Imrali, nel mar di Marmara, in Turchia. Il leader del Movimento di liberazione curdo si trovava in Kenya perché diretto in Sud Africa, dove Nelson Mandela gli aveva offerto asilo politico dopo che diversi paesi europei – Italia compresa – glielo avevano negato. Da mesi, infatti, aveva lasciato la Siria – minacciata dalla Turchia di invasione se non l’avesse cacciato dal proprio territorio – per intraprendere un viaggio in Europa in cerca di appoggio diplomatico per una soluzione politica della questione curda. La cattura di Öcalan, e la sua consegna allo stato turco, furono orchestrate dai servizi segreti di diverse potenze capitaliste e imperialiste globali. Per questo il Movimento di liberazione curdo parla di “complotto internazionale”. Ogni anno, il 15 febbraio – il “giorno nero” – le comunità curde, che vedono in Öcalan la propria avanguardia politica, scendono in piazza in Kurdistan, in Europa e nel mondo insieme alle persone solidali con la loro causa. Quest’anno, 2026, l’anniversario del rapimento di Öcalan cade in un momento storico nel quale l’esperienza rivoluzionaria di autogoverno della Siria del nord-est (Rojava) secondo il modello del confederalismo democratico (ideato proprio dal leader del movimento curdo) affronta una minaccia esistenziale – l’ennesima – a causa della pesante offensiva mossa dal cosiddetto governo di transizione siriano dai primi giorni del mese di gennaio. Per questo in Italia, sabato 14 febbraio 2026 sono previste tre manifestazioni di piazza: a Roma (Piazza Indipendenza, ore 14.30), a Milano (Largo Cairoli, ore 14.30) e a Cagliari (Piazza Garibaldi, ore 17). La parola d’ordine, quest’anno, è “Liberare Öcalan, difendere il Rojava”. Su Radio Onda d’Urto è intervenuto, per presentare i cortei, Tiziano Saccucci dell’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia. Ascolta o scarica.   *La rete locale della campgana “Rise up 4 Rojava” ha organizzato una partenza collettiva per raggiungere il corteo di Milano da Brescia: appuntamento alle ore 13 alla Stazione Fs. Riportiamo di seguito il comunicato di Uiki Onlus, Rete Kurdistan, Centro socio-culturale Ararat di Roma e Associazione confederalismo democratico Kurdistan di Milano: Kobane è sotto assedio. Undici anni fa era l’ISIS a stringere d’assedio la città simbolo della resistenza curda, oggi sono le forze del nuovo governo siriano, affiancate da milizie filoturche, a chiudere ogni via di fuga. Cambiano gli attori, ma non la logica: cancellare l’esperimento politico curdo e ridurlo a una parentesi da archiviare con la forza. Il ritiro forzato delle Forze della Siria Democratica (SDF) da Raqqa, Tabqa e Deir ez-Zor ha ridotto drasticamente il territorio amministrato dall’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria (DAANES). Kobane è oggi senza elettricità, acqua, riscaldamento, carburante e collegamenti internet, mentre migliaia di civili provenienti dai villaggi circostanti hanno trovato rifugio in città, aggravando una situazione già al collasso. Bambini, anziani e famiglie dormono all’aperto o in tende improvvisate, mentre le strutture sanitarie operano senza corrente. Le SDF continuano a difendere la popolazione civile e a garantire la custodia dei prigionieri ISIS, ma il collasso di prigioni e campi rischia di favorire fughe di massa e la riorganizzazione di cellule jihadiste, minacciando la stabilità regionale e la sicurezza internazionale. Alla base della DAANES c’è il Confederalismo Democratico, il progetto politico sviluppato da Abdullah Öcalan, leader storico del movimento curdo. La sua visione rifiuta lo Stato-nazione come strumento di oppressione e propone autonomie locali, consigli popolari, parità di genere, economia cooperativa e autodifesa comunitaria. Questo modello ha ispirato la costruzione di un progetto di Siria plurale, dove curdi, arabi, cristiani, ezidi e altre minoranze hanno coabitato, sperimentando forme di democrazia diretta e convivenza tra identità diverse. È qui che l’ISIS è stato sconfitto, al prezzo di migliaia di vite, dimostrando che un Medio Oriente libero e democratico è possibile. La rivoluzione del Rojava e l’esperimento dell’autogoverno sono oggi messi in pericolo non solo dalle offensive militari, ma anche dall’inerzia della comunità internazionale, che osserva mentre città come Kobane vengono isolate e private dei servizi essenziali. In questo contesto, la liberazione di Abdullah Öcalan rimane centrale. Dal 1999, Öcalan è detenuto in isolamento sull’isola-prigione di Imrali: la sua detenzione non rappresenta solo una violazione dei diritti umani, ma costituisce un ostacolo alla pace e alla risoluzione della questione curda in ognuno dei paesi in cui il Kurdistan è diviso. Öcalan ha più volte proposto soluzioni politiche e negoziati per il riconoscimento dei diritti dei curdi all’interno dei paesi in cui questi vivono, e la sua liberazione è un passo fondamentale per sostenere l’autogoverno del Rojava e le prospettive di stabilità regionale. Inoltre il leader curdo ha mostrato la sua volontà di concludere il conflitto ancora una volta il 27 febbraio scorso, aprendo la via ad un nuovo processo di pace con lo scioglimento del PKK. Quel processo, è ora più fragile che mai. Come nel passato, la resistenza continua. A Kobane, la popolazione civile si mobilita per difendere la città, con donne e uomini, curdi ed ezidi, armeni e siriaci che sostengono la difesa dei quartieri. Quello che è in gioco non è soltanto un territorio, ma un intero modello politico: la possibilità concreta di costruire una Siria democratica, plurale e inclusiva, che sfidi il fondamentalismo e il centralismo autoritario. Il 14 febbraio 2026 ci ritroveremo in corteo a Roma e Milano per chiedere la liberazione di Abdullah Öcalan e di tutti i prigionieri politici in Turchia, per difendere la rivoluzione curda e il futuro delle comunità del Nord-Est della Siria. Tacere oggi significherebbe voltare le spalle a chi ha combattuto l’ISIS e tradire chi dimostra, da oltre dieci anni, che un Medio Oriente libero e democratico è possibile. La resistenza continua, e noi saremo al loro fianco. ROMA – 14 Febbraio ore 14:30 – Piazza indipendenza MILANO – 14 Febbraio ore 14:30 – Largo Cairoli Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia Retekurdistan Italia Comitato Il tempo è Arrivato – Libertà per Öcalan Centro Socio-Culturale Ararat Associazione Confederalismo Democratico Kurdistan
February 11, 2026
Radio Onda d`Urto
“LA RESISTENZA HA FERMATO, PER ORA, I PIANI DELLE POTENZE CAPITALISTE CONTRO L’AUTOGOVERNO IN ROJAVA”, INTERVISTA AD HAVIN GUNESER
Radio Onda d’Urto ha intervistato Havin Guneser, tra le fondatrici dell’assemblea dell’Academy of Social Science e già portavoce della campagna “Freedom for Abdullah Öcalan – Peace in Kurdistan”. Con Havin Guneser abbiamo commentato quanto accaduto nelle ultime settimane, nel mese di gennaio 2026, in Siria del nord-est, Rojava, e in tutto il Kurdistan. Nell’intervista l’intellettuale e militante curda inquadra l’offensiva delle milizie del cosiddetto governo di transizione siriano contro l’Amministrazione autonoma della Siria del nord-est all’interno di quella che il movimento di liberazione curdo definisce come la Terza guerra mondiale. Con questa prospettiva, spiega Guneser nell’intervista, è possibile comprendere come le potenze imperialiste – globali e regionali – si siano allineate per sostenere Al-Jolani/Al-Sharaa, pronto a garantire i loro interessi, e attaccare l’autogoverno del Rojava, che propone invece una soluzione politica per il Medio oriente fondata sull’autodeterminazione dei popoli. Insieme ad Havin Guneser, inoltre, abbiamo commentato il ruolo dei media mainstream, da settimane impegnati in una propaganda feroce contro l’Amministrazione autonoma del Rojava e le Forze democratiche siriane. Infine, abbiamo ricordato il ruolo del leader e co-fondatore del movimento di liberazione curdo Abdullah Öcalan. Tra pochi giorni, infatti, ricorre il ventisettesimo anniversario del suo rapimento e incarcerazione sull’isola turca di Imrali. Qui l’intervista di Radio Onda d’Urto ad Havin Guneser doppiata in italiano. Ascolta o scarica. Here is the original English version of Radio Onda d’Urto’s interview with Havin Guneser. Listen or download.   Di seguito, invece, riportiamo la trascrizione dell’intervista di Radio Onda d’Urto ad Havin Guneser: Havin Guneser, per prima cosa ti chiediamo come possiamo definire e commentare quanto accaduto nelle ultime settimane in Siria del nord-est, Rojava, e poi in tutto il Kurdistan. Qual è la tua valutazione riguardo alla situazione attuale e all’accordo di cessate il fuoco? Risposta: Naturalmente, ci sono molti livelli di lettura di ciò che è accaduto nell’ultimo mese in Rojava e nella regione. Credo che ne avessimo parlato nell’ultima intervista che abbiamo fatto qui su Radio Onda d’Urto. Come abbiamo sottolineato, e come ha sottolineato Abdullah Öcalan, negli ultimi vent’anni circa ci siamo trovati nel mezzo di una Terza guerra mondiale. Negli ultimi due anni questa Terza guerra mondiale è diventata sempre più visibile, con l’epicentro che coincide con la geografia curda, che comprende Iran, Iraq, Siria e Turchia. Di conseguenza, tutto ciò che sta accadendo sta influenzando molto i curdi, il popolo curdo. Credo che le potenze globali e regionali, in Medio Oriente, abbiano compiuto molti sforzi per tenere i curdi dalla loro parte o per attaccarli, massacrandoli e così via, in modo da poter determinare quale sarà il nuovo assetto politico e territoriale del Medio Oriente nei prossimi 100 anni. Per questo motivo è stato molto, molto importante per i curdi sviluppare una propria visione di ciò che sta accadendo nella regione. Ci sono molti attori, dagli Stati Uniti all’Inghilterra, a Israele, così come l’Iran, alcuni paesi arabi come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, e soprattutto la Turchia, che determinano come saranno le cose in Medio Oriente. E sappiamo che il conflitto principale in atto riguarda i corridoi energetici, i combustibili fossili e, in generale, il controllo sulle risorse del Medio Oriente, nonché l’apertura di aree geografiche che non sono state ancora aperte davvero al sistema capitalista, al sistema mondiale in generale, per il loro sfruttamento. Come i territori dell’ex Unione Sovietica o l’Iran e la Siria o luoghi simili. Questo è un livello. Il secondo livello, ovviamente, è la questione curda stessa. Negli ultimi 100 anni, o poco più, i curdi sono stati divisi tra questi Stati coloniali, che sono stati creati, in realtà, da potenze come l’Inghilterra e la Francia, e questo quadro politico è stato mantenuto dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e da altri. Quindi tutto ciò che esula da questo quadro è stato dichiarato illegittimo, come nel caso del Movimento di liberazione curdo. È stato dichiarato illegittimo perché ha un proprio quadro filosofico e ideologico su come risolvere i conflitti in Medio Oriente. Penso che stiamo assistendo al dispiegarsi di tutte queste contraddizioni. Stiamo assistendo al modo in cui stanno cercando di dividere e governare nuovamente il Medio Oriente per i prossimi 100 anni. E così tutti vogliono attirare i curdi dalla propria parte e, se i curdi non lo fanno, se non agiscono o non si alleano con queste forze regionali o globali, allora li attende un massacro o un genocidio. Penso che questo sia ciò che abbiamo visto nell’ultimo mese. Sappiamo che negli ultimi 14 anni, dalla rivoluzione in Rojava, c’è stato un enorme sforzo da parte delle forze globali per convincere il Rojava a cambiare la sua prospettiva su come vivere, su quale tipo di sistema politico adottare, a eliminare l’autogoverno, l’autodifesa e la libertà delle donne nella regione. Quindi c’è stata un’enorme lotta politica. Naturalmente, prima di questo, come sapete, c’era stata una grande lotta esistenziale contro Daesh. Quindi, nell’ultimo mese, abbiamo assistito a una forte pressione sui curdi affinché diventassero alleati nella lotta contro Hashd al-Shaabi, contro l’Iran, sempre di più, e diventassero un alleato di questo tipo in Medio Oriente. Ma questo è stato rifiutato sia dal Movimento di liberazione curdo in generale, sia dall’autogoverno del Rojava. E così abbiamo visto che l’area è stata nuovamente lasciata in balia di Al-Qaeda, dell’Isis, della Turchia, tutte forze che in realtà vogliono conquistare più territorio e più controllo per sé stesse. Naturalmente, stiamo vedendo che, come sapete, la legittimità è concessa solo dalle potenze globali. Lo sapevamo già, ovviamente, ma ora è estremamente importante che tutti lo vedano e ne traggano insegnamento. È chiaro che c’era un accordo tra Hts, l’ex Isis e tutti questi diversi gruppi jihadisti, che hanno accettato la conquista israeliana delle alture del Golan e anche, come sapete, della regione di Suwayda, quindi il sud della Siria. In sostanza, abbiamo visto che attraverso incontri a Parigi, Erbil e altrove, la capitolazione è stata imposta all’autogoverno della Siria sud-orientale e anche al Rojava, nel nord-est. Quindi c’è stata una grande resistenza a questi piani e abbiamo visto la resistenza e la lotta della popolazione locale insieme agli amici del Rojava in tutto il mondo. Tutto questo piano è stato fermato per un soffio. Non è ancora finita, si tratta di un processo. Prima di tutto, ciò che è stato accettato è stato di fermare i massacri che stavano per continuare, perché il Movimento di liberazione curdo, Abdullah Öcalan e l’autogoverno del Rojava hanno capito che coloro che hanno deciso questa offensiva volevano iniziare una guerra tra curdi, turchi, curdi, arabi, persiani. Ancora di più. Quindi, quello che si sta cercando di fare è, da un certo punto di vista, molto complicato, ma in un altro senso anche piuttosto chiaro, perché tutto è collegato. Da un lato, quello che stanno cercando di fare è dire ai curdi che il paradigma di Abdullah Öcalan non funziona: le tribù arabe hanno voltato le spalle a questo progetto, quindi la fratellanza tra i popoli non funziona, dicono. Vogliono affermare che in Medio Oriente ciò che funziona sono gli stati nazionali basati su un’unica etnia, quindi i curdi dovrebbero puntare a questo e dimenticare il confederalismo democratico e la nazione democratica. Quindi c’è stato un enorme attacco sia ad Abdullah Öcalan che al paradigma che egli propone. Ma d’altra parte, ovviamente, stiamo vedendo che questo è l’unico progetto, l’unico paradigma che può funzionare nella regione. Tutti gli altri comportano un bagno di sangue e un modo per l’imperialismo, o come vogliamo chiamarlo, le potenze globali, se preferite, per ridisegnare il sistema. Quindi tutti vogliono “avere un proprio curdo”. Anche la Turchia. Ovviamente ci sono ancora dei colloqui in corso in Turchia, ma anche lo Stato turco non è omogeneo. Ci sono diversi piani sul tavolo. Da un lato ci sono i colloqui, dall’altro ci sono Hezbollah o le guardie dei villaggi che sono ancora molto attive e che cercano anche di svolgere un ruolo negativo in questo processo. E se il Movimento di liberazione curdo si indebolisce, queste forze diventeranno più decisive e cercheranno di portare più curdi dalla loro parte per combattere qualche guerra per conto loro. Anche all’interno di Daesh ci sono alcuni curdi, anche se non sono molti. Anche l’Iran sta cercando di coinvolgere i curdi, lo stesso fa l’Iraq e naturalmente anche la Siria. Anche gli Stati Uniti, Israele e l’Inghilterra cercano di formare una propria “contingenza curda”, perché sanno che i curdi hanno subìto un torto e che c’è una certa emotività al riguardo. Quindi tutti questi attori pensano che potrebbe essere utile avere una popolazione che combatta contro turchi, gli arabi o gli iraniani, in modo da cambiare il panorama politico del Medio Oriente. Quello che Abdullah Öcalan e il Movimento di liberazione curdo in generale stanno cercando di fare è stringere una sorta di accordo basato sul riconoscimento legale dei curdi e impedire che questi ultimi vengano utilizzati dalle diverse forze – come Israele, Inghilterra, America o qualsiasi altra forza, comprese l’Iran, l’Isis o la Turchia – per ottenere benefici per loro e i loro interessi. Così potrebbe essere possibile ricostruire il ruolo dei curdi nella regione, affinché possa svilupparsi un processo costruttivo e positivo basato sulla libertà delle donne, sulla nazione democratica e sull’autogoverno. Questo potrebbe consentire anche di porre fine al massacro tra i popoli, perché una volta iniziato è impossibile fermarlo. Lo sforzo per la liberazione curda è evidente. Quindi, gli accordi stipulati in Siria dovrebbero essere visti da questa prospettiva. Non è sicuramente l’accordo più vantaggioso che sia mai stato stipulato, ma visti gli attacchi ad Aleppo, l’accordo tra le potenze regionali e mondiali, in particolare Stati Uniti, Regno Unito e, naturalmente, Francia e Israele per spazzare via l’amministrazione autonoma curda e invadere l’ultimo avamposto iraniano in Iraq, controllato dalle forze Hashd al-Shaabi, per poi entrare in Iran… Voglio dire, tutti nel mondo dovrebbero poter vedere il coraggio del movimento di liberazione curdo, sia in Rojava che in ogni altro luogo, nel cercare di trovare una soluzione ragionevole e logica davanti a ciò che sta accadendo nella regione e nel tentativo di impedire al fascismo di mettere le radici in Medio Oriente. Come ho detto, l’accordo in Siria è ben lungi dall’essere perfetto, ma è un punto di partenza, perché per la prima volta i curdi sono stati accettati come entità legali in Rojava, in Siria. Questo non significa che domani non ci saranno più combattimenti, perché non sappiamo cosa ci riserverà il futuro. Kobane è ancora sotto assedio, quindi il pericolo non è affatto scongiurato, ma l’approccio dei curdi è quello di continuare con questo tipo di colloqui e negoziati e di riuscire a trovare soluzioni ai problemi della regione attraverso la democrazia, mantenendo al contempo la loro autodifesa e il loro autogoverno, mantenendo i curdi in una posizione chiave in cui possano usare la loro determinazione per lo sviluppo della fratellanza tra i popoli, la libertà delle donne e la nazione democratica nella regione. Da questo punto di vista questo mese è stato molto, molto importante. Sapevamo che in questo mese Stati Uniti, Israele, Regno Unito e Francia avevano davvero fretta di concludere tutto molto rapidamente. Ma penso che la resistenza e la lotta, prima di tutto in Rojava, ma poi in tutto il mondo, siano state davvero fondamentali e decisive per impedire che questo piano avesse successo. Penso che possiamo dire che questo mese è stato compiuto un passo incredibile e cruciale. Possiamo giungere a questa conclusione con grande sicurezza. Gli attacchi del governo siriano contro l’Amministrazione autonoma della Siria del nord-est sono stati accompagnati da una massiccia campagna mediatica e di propaganda contro l’Amministrazione autonoma e le Sdf in particolare. In questo attacco mediatico abbiamo visto attivi soprattutto media come Al Jazeera, Middle East eye, ovviamente i media turchi e gli esponenti del governo turco, ma anche diversi media occidentali. Perché? Risposta: Sì, come abbiamo sottolineato non esiste un governo siriano. Come ho già detto, erano terroristi, erano illegittimi. Sono stati loro a compiere l’attentato alle Torri Gemelle. E poi, Jolani aveva una taglia di non so quanti milioni di dollari sulla sua testa. Quindi, quello che stiamo vedendo è la corruzione delle élite del sistema mondiale. Non si tratta solo di Epstein. La corruzione cui stiamo assistendo ha permeato ogni angolo delle procedure statali. Stiamo scoprendo che molte persone sono collegate a questi file di Epstein. Ma a parte questo, voglio dire, potete immaginare qualcuno che è collegato all’attentato alle Torri Gemelle? Ci sono anche molte teorie cospirative, ne sono consapevole. Ma in effetti poi questi sono stati messi a capo della Siria. Non stiamo parlando di un sistema di valori. Quello cui assistiamo è che le élite delle potenze globali decidono chi è vantaggioso per loro. E in base a ciò, il terrorista di ieri può diventare legittimo. E coloro che sono legittimi, con l’autogoverno e tutto il resto, possono diventare illegittimi molto rapidamente. E lo abbiamo visto in Rojava. Il motivo per cui Al Jazeera, persino Der Spiegel – ovviamente sappiamo che Der Spiegel non ha mai riportato in modo molto obiettivo o indipendente nemmeno in passato – riportano le notizie in un certo modo è che è in atto un tentativo di convincere la gente che questi ora sono i buoni e gli altri, poiché non sono in linea con i nostri interessi e profitti, ora sono i cattivi. Questo è un tentativo di manipolare i fatti, rendere le cose più accettabili e mostrare che questi non sono più i cattivi di una volta, ma si sono trasformati. Quindi penso che dovremmo vederla in questo senso. Quello che stanno cercando di dimostrare a tutti è che non è possibile vivere come fanno i curdi, basandosi sulla libertà delle donne e così via… Che questo non è possibile. Voglio dire, abbiamo persino visto che, quando hanno gettato quella coraggiosa militante dall’edificio distrutto, invece di parlare di quanto sia barbaro – non voglio nemmeno usare la parola barbaro perché sappiamo che nella storia i barbari erano le persone buone, non quelle cattive… Ma, sapete, sono così crudeli e violenti e assetati di sangue che hanno gettato questa militante dall’edificio distrutto ad Aleppo – ebbene, invece di parlare di questo, hanno parlato di quanto la combattente fosse giovane. Insomma, si tratta solo di distorsione dei fatti e di rendere accettabile all’opinione pubblica l’idea che almeno possiamo lasciar perdere, che non dovremmo soffermarci troppo su quanto sta accadendo. In realtà stanno cercando di creare… Sapete, come dei tifosi, come fosse una partita di calcio o qualcosa del genere… Non si tratta di valori umani, ma solo di profitti, benefici, ed è tutta una questione di “campismo”. Voglio dire, anche alcuni esponenti della sinistra ortodossa stanno entrando in questo gioco. Per alcuni ormai non si tratta più di quali valori, ma di quale potere si sostiene, con quale potenza egemonica si è allineati. Per questo è molto importante avere mezzi di comunicazione alternativi, ed è anche importante esercitare pressione sui media mainstream con proteste, e-mail, lettere, per far capire che è inaccettabile che si comportino in questo modo. Per di più, alcuni di loro lo fanno utilizzando il denaro delle tasse, il denaro del popolo. Dobbiamo vedere e smantellare questo tipo di sforzi mediatici volti a legittimare gli orribili massacri e genocidi che stanno avvenendo. Tra pochi giorni sarà il 15 febbraio, cioè il ventisettesimo anniversario del rapimento di Abdullah Öcalan. Qual è stato il ruolo di Öcalan in queste settimane? Risposta: Sì, dal 15 febbraio 1999 stiamo entrando nel 27° anno dal rapimento di Abdullah Öcalan. All’epoca, la Turchia, l’esercito turco e lo Stato diedero alla Siria un ultimatum: consegnare Ocalan o subire un attacco. Stiamo ora guardando la situazione della Siria dopo tanti anni e vediamo che, come Abdullah Ocalan stesso ha ripetuto più volte, volevano avviare un intervento molto più profondo in Medio Oriente con il suo rapimento e riuscire a ottenere i curdi, a usare i curdi per poterlo fare, soprattutto se fossero riusciti a farlo uccidere durante il viaggio verso la Turchia o se in qualche modo si fosse tolto la vita o lo Stato turco lo avesse ucciso in prigione. In quel caso ci sarebbe stata una guerra enorme e tutti gli sviluppi in Medio Oriente fino ad oggi sarebbero diventati molto più rapidi. Invece, Abdullah Öcalan ha lavorato molto duramente sulla strategia durante tutta la sua detenzione, e anche prima, ovviamente, mentre era in Siria, per vedere quale tipo di soluzione per il Medio Oriente non favorisse l’imperialismo, le potenze mondiali globali, ma cercasse invece di trovare una soluzione con le comunità locali e le potenze della regione. Per questo ora Ocalan ha effettivamente tracciato un parallelo con ciò che è successo ad Aleppo. L’ha definito un secondo 15 febbraio, perché si tratta di un complotto simile a quello del 1999. Questo perché, come forse i vostri ascoltatori sanno, proprio mentre stavano per firmare un accordo il 4 gennaio, il ministro siriano Shibani, che è vicino allo Stato turco, è intervenuto e ha dichiarato che non potevano firmare. Dopo quello, ovviamente, ci sono stati gli attacchi ad Aleppo e ovunque, con le tribù arabe che hanno cambiato schieramento e tutto il resto, molto rapidamente. Siamo arrivati così sull’orlo di un enorme genocidio, di una resistenza e lotta in Siria. Ma abbiamo anche assistito a un’altra grande rivolta, come quella del 15 febbraio 1999, quando il popolo curdo si è sollevato in tutte le regioni del Kurdistan e in tutto il mondo. Quindi, proprio come in quei giorni, ci sono state nuove rivolte in Iran. E come forse sapete, più di 7.000 persone sono state uccise in tutto l’Iran, e la maggior parte di loro sono curdi. Quindi stiamo assistendo alla realizzazione di piani che stanno prendendo piede. Sapete, speravano forse di poter agire molto rapidamente e, di conseguenza, con le rivolte in Iran, tutto avrebbe combaciato e l’intera faccenda si sarebbe trasformata in un enorme bagno di sangue. Quindi, da quanto possiamo capire, quello che ha fatto Abdullah Öcalan dalla sua cella è stato mettersi in mezzo e dire che era inaccettabile, che non era nell’interesse di nessuno. Non era nell’interesse dei curdi, né degli arabi, né dei turchi. Quindi ha preso una posizione ferma e ha detto allo Stato turco che se le cose stavano così, allora non ci può essere pace. Non è possibile. Ha dichiarato che lui sarebbe in grado di trovare una mediazione tra le diverse forze e che tutti gli attori dovrebbero sedersi allo stesso tavolo, discuterne insieme in modo che non ci siano zone d’ombra e tutti siano trasparenti. Ora capiamo, anche se in ritardo, perché forse all’epoca era un argomento delicato, che in realtà non era così. Questa informazione non era stata divulgata. Ma oggi sappiamo che ci sono stati diversi incontri e diverse proposte da parte di Öcalan e che a questi incontri hanno partecipato rappresentanti degli Stati Uniti, di Damasco e del governo di transizione siriano. Diverse forze, tra cui anche i partiti KDP, ENKS, Talabani e Barzani, e la Turchia. Quindi erano presenti anche molti altri gruppi e a un certo punto Ocalan è riuscito a fermare tutto questo. Da quanto riferito Ocalan ha detto che questo non è l’accordo desiderato, né quello definitivo, ma è quello ragionevole, quello possibile, realistico, diciamo… Quello realistico sul campo. Penso che questo sia molto importante. Penso che i curdi abbiano dimostrato di non avere alcun problema a combattere, lottare, resistere, persino morire, ma anche a raggiungere accordi politici – anche se non di nostro gradimento – che costituiscano comunque un punto di partenza da cui continuare. Non è come 50 anni fa. Come stiamo dicendo, questa è la situazione di una Terza guerra mondiale, in cui qualunque sistema venga creato, rimarrà in vigore per un po’. E dobbiamo essere responsabili, non solo le forze del Medio Oriente, ma in tutto il mondo. Dobbiamo essere presenti come una forza organizzata ovunque, in Medio Oriente, nel mondo, per assicurarci che nella ristrutturazione del sistema mondiale non veniamo esclusi, repressi, oppressi e sfruttati. Dobbiamo essere presenti per assicurarci che, a nostro nome, non venga imposto un sistema capitalistico ancora peggiore. Al contrario, come dice Abdullah Ocalan nel suo paradigma: se siamo organizzati, saremo in grado di aprire uno spazio per la modernità democratica, il confederalismo democratico e la nazione democratica di cui stiamo parlando. La resistenza da sola non basta. È fondamentale anche avere una visione per il futuro, per il modo in cui vogliamo vivere. Ed è ancora più importante essere in grado di attuare una politica in tal senso. Credo che questo sia ciò che sta facendo Abdullah Öcalan. Sta attuando nella pratica la politica del confederalismo democratico e della modernità democratica oggi, nel Medio Oriente, tenendo conto del problema esistenziale dei curdi, ma anche di altri aspetti: la democrazia, la libertà delle donne e l’ecologia. Penso che abbia dato il meglio di sé nelle condizioni in cui si trova.
February 9, 2026
Radio Onda d`Urto
BRESCIA: 13 E 14 FEBBRAIO INIZIATIVE DI “RISE UP 4 ROJAVA”. CENA PER LA MEZZALUNA ROSSA CURDA E PARTENZA COLLETTIVA PER IL CORTEO NAZIONALE A MILANO (14/02)
La campagna “Rise up 4 Rojava – Brescia” ha organizzato due iniziative che si svolgeranno venerdì 13 e sabato 14 febbraio 2026: una cena al centro sociale Magazzino 47 per sostenere la Mezzaluna rossa curda, preceduta dalla proiezione di “Blooming in the desert” insieme alla regista Benedetta Argentieri, e la partenza collettiva per raggiungere – da Brescia – il corteo nazionale a Milano (sabato 14 febbraio) per la liberazione di Abullah Öcalan e per supportare la Resistenza della Siria del nord-est (Rojava). Di seguito il programma:  “VENERDÌ 13 E SABATO 14 FEBBRAIO 2026 RISE UP FOR ROJAVA! CON LA RESISTENZA, CONTRO LE GUERRE DEL CAPITALISMO Due giornate a supporto della resistenza del Rojava e in difesa del Confederalismo democratico VENERDÌ 13/02/26 C.S.A. Magazzino 47 – Via Industriale 10, Brescia ore 18.30 Proiezione di “Blooming in the desert” con la regista Benedetta Argentieri ore 20.00 Cena a sostegno della Mezzaluna Rossa Kurdistan (a cura della comunità curda di Brescia) MENÙ: Chorba + piatto unico (Bulgur, kebab/falafel, cacik, insalata, patatine) Sottoscrizione: 15 euro Prenotazioni: 03045670 (Radio Onda d’Urto) I fondi raccolti dalla cena andranno a sostenere gli interventi umanitari della Mezzaluna Rossa Curda in supporto alla popolazione di Kobane. SABATO 14/02/26 Piazza Cairoli – Milano ore 14.30 MANIFESTAZIONE NAZIONALE per la liberazione di Abdullah Öcalan e di tutti/e i/le prigionieri/e politici/che in Turchia, per difendere la rivoluzione curda e il futuro delle comunità del Nord-Est della Siria. Partenza in treno da Brescia Ritrovo ore 13.00 Stazione FS”
February 6, 2026
Radio Onda d`Urto
Difendere il Rojava è difendere l’umanità
Solidarietà con il Rojava – Giornata di mobilitazione Nazionale – Corteo a Cagliari Il Rojava resiste. E questa resistenza parla anche di noi. Nel Nord e nell’Est della Siria, donne e uomini continuano a difendere, giorno dopo giorno, un’esperienza politica unica: un autogoverno costruito dal basso, fondato sulla libertà delle donne, sull’ecologia, sulla convivenza pacifica tra popoli e religioni diverse, sul rifiuto dell’autoritarismo e della guerra come destino inevitabile. Non è solo un territorio a essere sotto attacco. È una proposta politica concreta a essere colpita. Il popolo del Rojava resiste agli attacchi militari della Turchia, alle violenze delle milizie jihadiste come HTS, e alle conseguenze dirette e indirette delle politiche di USA e Israele, che continuano a trattare la regione come uno spazio di interesse strategico e non come una realtà fatta di persone, comunità e diritti. A tutto questo si aggiunge la responsabilità grave dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite, che con il loro silenzio, la loro inerzia e i loro doppi standard permettono che questa esperienza venga progressivamente soffocata. L’indifferenza internazionale è parte dell’aggressione. Il 14 febbraio non è una data qualsiasi. È il giorno di mobilitazione contro il complotto internazionale che ha portato alla cattura e alla detenzione di Abdullah Öcalan,che da 27 anni é sottoposto ad un regime di isolamento che viola apertamente i diritti umani. Le sue elaborazioni politiche hanno ispirato il progetto del Rojava: colpire lui, ieri, e colpire il Rojava, oggi, fa parte della stessa strategia. Difendere il Rojava significa difendere la possibilità reale di un’alternativa alla guerra permanente, al patriarcato, allo sfruttamento della natura, alla divisione tra popoli e religioni. Per questo scendiamo in piazza. sabato 14 febbraio Piazza Garibaldi. ore 17:00. Scendere in piazza è rompere il silenzio. È scegliere da che parte stare. È affermare che la solidarietà internazionale non è uno slogan, ma una responsabilità. Noi scegliamo di essere parte di questa resistenza. La resistenza é vita – Berxwedan jiyan e! Per info e contatti: retekurdistansardegna@hacari.org  Redazione Sardigna
February 3, 2026
Pressenza
Iniziativa a Firenze per chiedere la liberazione dei detenuti politici
Questa mattina in Palazzo Vecchio a Firenze, conferenza stampa indetta da Casa dei diritti dei Popoli , rete internazionalista toscana, per promuovere a breve un presidio che chieda la liberazione di tutti i prigionieri politici. Al tavolo insieme a CddP  anche le numerose associazioni del territorio che hanno aderito alla iniziativa, fra queste Assopace Palestina , la comunità Palestinese, la rete Saharawi,  Donne, Vita, Libertà Ass. Culturale Iraniana, Alessandro Orsetti  per  i Kurdi. La Campagna per la liberazione di Marwan Barghuti , il leader palestinese condannato a diversi ergastoli  e vessato nelle carceri israeliane è già iniziata a livello nazionale. Qui a Firenze  si propone di collegarla alla liberazione di Abdullah Ocalan leader kurdo anch’esso detenuto in isolamento dal governo turco di Erdogan  ma non solo,  anche in Iran e in Turchia  e in  molti altri paesi  le carceri sono  state riempite di prigionieri politici da regimi sempre più autoritari ed antidemocratici. Audio di presentazone di CDDP https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2025/12/audio-1.mp3       Redazione Toscana
December 10, 2025
Pressenza
XVII Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli: Terre promesse, Terre rubate, Popoli senza Pace
MARTEDÌ 11 NOVEMBRE INIZIA IL XVII FESTIVAL – CURDI, SAHARAWI E PALESTINESI, POPOLI PERSEGUITATI, CI INDICANO LA STRADA DELLA PACE. Vent’anni dopo Quest’anno compie 20 anni l’idea che ponemmo alla base del nostro Festival, ma nonostante gli sconvolgimenti a cui abbiamo assistito in tutto questo tempo, la nostra filosofia esistenziale non cambia ed è riconducibile ad una breve affermazione: guardando agli ultimi della terra, impareremo a riconoscere gli errori di cui è capace l’umanità e a sopravvivere ad essi. Proveremo a dirlo con altre parole. La speranza che le future generazioni potranno vivere in un mondo pacificato non è un’utopia, ma qualcosa che la realtà già ci mostra e che ci ostiniamo a non vedere. Per questo è necessario trovare spazi e tempi in cui si possa riflettere, insieme, sul mondo che ci circonda e sugli orizzonti verso cui procediamo e, se possibile, correggere la rotta finché si è in tempo. Questa, in sintesi, è la “missione” del nostro Festival: offrire strumenti di conoscenza, dialogo e cambiamento per apprendere a convivere pacificamente, salvare il pianeta e adottare le regole di uno sviluppo che sia umano e non solo economico e produttivo. “Terre promesse, Terre rubate, Popoli senza Pace” La XVII edizione del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli cade nell’anno 2025, caratterizzato da guerre e massacri programmati da molto tempo e dalla crisi profonda del Diritto Internazionale, del Multilateralismo, del sogno di Pace universale e dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, che fu costituita nel 1948 per dire basta all’orrore della guerra, alle armi nucleari, agli stermini di massa e ai genocidi. Come si può constatare, nel breve volgere di 3 anni è stata quasi cancellata la lezione del Novecento e del Secondo Conflitto Mondiale, facendo rivivere nuovi nazionalismi, suprematismi, colonialismi e “soluzioni definitive” che dovrebbero assicurare il trionfo di alcuni governi (armati) a spese di altri popoli meno attrezzati militarmente e politicamente. Tutto questo è avvenuto apparentemente in un baleno, ma a guardar bene ogni mossa è stata programmata con dovizia di particolari e lungimiranza da chi non ha mai smesso di fare la guerra per assicurarsi il potere globale. Riproporre a distanza di 80 anni un progetto egemonico può sembrare assurdo, ma non per questo meno foriero di pericoli imminenti e futuri. La comunità mondiale è ancora scossa dal rilancio del progetto di Grande America (Make American Great Again), stavolta a spese delle economie europee e cinese, per far fronte allo sfondamento senza precedenti del debito pubblico del gigante americano e alla crisi del dollaro, a cui tutto il mondo ha sempre guardato come ad una nuova base aurea. Per sostenere questa idea, gli USA minacciano di intervenire militarmente in alcuni degli scenari più critici del pianeta, immaginando persino un controllo interstellare, realizzato con migliaia di satelliti che ronzano attorno alla terra come stelle di un firmamento privato, ma tutti questi roboanti annunci hanno qualcosa di paradossale e sembrano sancire, implacabilmente, la fine del ruolo guida dell’Occidente capitalista. A tali strategie, ispirate dal collasso di un modello di sviluppo ormai non più sostenibile, si accompagnano dolorosi colpi di coda, come il genocidio degli israeliani nei confronti del popolo palestinese, eternamente accusato di terrorismo, i rigurgiti nazionalisti dei russi in Ucraina, sapientemente stimolati dalle manovre Nato, e i paradossi di violenza istituzionale, dall’Argentina all’Iran, dall’Afghanistan alla Turchia, dall’Africa centrale alla subsahariana, dal Corno d’Africa al Congo e persino alcuni nella inerte Comunità Europea. Oltre 40 conflitti presenti in tutto il mondo sono il risultato di trenta anni di dominio incontrastato dell’economia liberista che oggi si ripiega su sé stessa. In questo scenario disegnato dalla crisi dell’Occidente, il nostro Festival prova a rallentare l’onda delle emozioni e a spostare l’attenzione verso il basso, ascoltando le voci dei popoli perseguitati, quelli a cui vengono negati e sottratti da decenni la terra, le risorse materiali, l’identità, la cultura e la memoria per dare spazio al nuovo colonialismo e al furto di materie prime, accampando motivazioni storiche, religiose, filosofiche che, ad essere sinceri, appaiono quantomeno miserabili. La nostra tesi è che la sofferenza di queste comunità, spesso costrette con la forza al nomadismo e alla diaspora, mostra quanta capacità di tolleranza e disponibilità alla pacifica convivenza ci sia in esse e che solo osservando il loro calvario si possa capire quanto assurde siano le strategie di espansione di cui sono vittime. Nel loro comportamento, nelle loro resistenze c’è già scritto il futuro del pianeta che non ha più le risorse naturali sufficienti alla sopravvivenza di tutto il genere umano e avrebbe bisogno di una filosofia di sviluppo meno consumistica e più aperta alla convivenza di culture diverse, per evitare il ripetersi di queste aggressioni. Per questo abbiamo scelto di guardare alla storia passata e recente di tre popoli, i curdi, i saharawi e i palestinesi,  per ritrovare le ragioni che potrebbero frenare gli spiriti irrazionali del capitalismo e del colonialismo, dell’espansionismo imperialista e della guerra continua, per indicare una strada di crescita più adatta ai tempi che viviamo e che dovrebbero auspicabilmente preparare una Pace durevole. Un Festival di speranza in un anno di guerra Cercheremo quindi, nelle giornate del XVII Festival, di segnalare esperienze in grado di dare risposte credibili ai bisogni del pianeta e dell’ambiente e al fabbisogno di cooperazione tra i popoli che potrebbe sostituirsi alla corsa cieca alla competizione, dettata dai principi più aggressivi del mercato e del monetarismo. È ormai chiaro a tutti, come evidenziato nelle precedenti edizioni del nostro Festival, che non sarà facile riformare l’Organizzazione delle Nazioni Unite, sabotata da molti decenni dalla politica di globalizzazione degli Stati Uniti e dall’espansione della Nato, politica perseguita anche dopo che l’imperialismo russo aveva ceduto le armi e si era reso disponibile, per manifesta inferiorità, a fermare la corsa nucleare agli armamenti. E per questo sosteniamo convinti il disegno di Costituzione della Terra, promosso dal giurista italiano Luigi Ferrajoli, che postula la Pace, ipotizzando le garanzie che la Dichiarazione Universale del 1948 non ha saputo assicurare. Siamo consci che il processo di revisione dell’ordine mondiale sarà lungo perché contrastato dalle strategie dei blocchi di potere che usano armi poderose per far valere le loro ragioni. Una nuova guerra fredda è in corso e la nascita dei BRICS, l’organizzazione dei Paesi non Usa-centrici, offre spazi alternativi all’emergere di Paesi come Cina e Russia ed anche India e Brasile. Il nuovo equilibrio mondiale è in corso di definizione, ma nessuno può sapere quanto tempo e sangue serviranno per affermarlo. I curdi e la proposta di disarmo di Abdullah Ocalan Nel frattempo, abbiamo deciso di narrare, col nostro Cinema e i nostri eventi internazionali, quali strade impervie hanno scelto i curdi che, vivendo da sempre in diaspora, stanno sperimentando il Confederalismo democratico nel Rojava, nel nord della Siria, dove hanno mostrato di saper resistere da soli all’avanzata dell’integralismo islamico, salvando, con le armi in pugno, anche l’Europa da un imminente conflitto. E proprio ad Abdullah Ocalan, indiscusso leader curdo, recluso da 26 anni nella prigione turca dell’isola di Imre, abbiamo voluto dedicare il Festival di quest’anno, perché la sua dichiarazione di disarmo e scioglimento del PKK, il Partito dei Lavoratori Curdi, apre le porte ad una nuova era che potrebbe segnare la fine di una catena di violenze, persecuzioni e guerre nel vicino Oriente e avviare un delicato dialogo col mondo arabo, che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale non è mai stato tentato. E questo potrebbe essere il preludio a un nuovo periodo di pace. Partiremo dunque dall’esame dell’appello lanciato da Ocalan il 25 febbraio 2025 per cercare nel senso delle sue parole di pace la via d’uscita di molti conflitti che hanno insanguinato l’ultimo secolo. E lo faremo discutendone con gli studenti delle scuole medie superiori di Napoli, gli universitari de L’Orientale, i loro docenti e tutti coloro che in questi ultimi mesi sono scesi in piazza per rifiutare la guerra e difendere le conquiste del Diritto internazionale davanti agli orrori compiuti dal governo israeliano, fiancheggiato dalla Casa Bianca, e alla strage voluta dai gruppi filoislamici di Hamas. La proposta di Ocalan fa riferimento a un modello sociopolitico innovativo, il Confederalismo Democratico, che, consapevole dei limiti storici del socialismo, risponde alle più moderne sfide poste dal capitalismo occidentale, approda ai principi democratici europei: un approccio concretamente realizzato nel nord della Siria, in quella regione del Kurdistan che conosciamo con il nome di Rojava. E di questa rivoluzione silenziosa il nostro cinema darà alcuni esempi nelle giornate del 18 e 19 novembre. Nell’indicare la strada del domani, quindi, Ocalan offre a tutta la regione orientale una mediazione tra l’estremismo radicale arabo e il sionismo dilagante, proponendo innanzitutto il disarmo e poi rilanciando il modello democratico e partecipativo e l’organizzazione dal basso delle piccole comunità che le politiche europee hanno sempre sostenuto e mai realizzato. La fermezza del popolo del deserto, i saharawi Non poteva mancare, nella nostra analisi, l’esame del caso saharawi, un popolo che da decenni lotta contro il furto della propria terra e del proprio mare a opera del governo marocchino. Un popolo diviso, anche fisicamente, dal muro più lungo del mondo dopo la Muraglia cinese e da un campo minato che conta milioni di ordigni disseminati sotto la sabbia del Sahara. Anche per i saharawi, il popolo del Sahara occidentale, la filosofia di pace è il motore primo della richiesta del riconoscimento della loro terra e delle loro tradizioni. Un modo diverso di affrontare l’apartheid imposto e sostenuto da Paesi come la Spagna e il Marocco, ha fatto sì che anche le loro carceri e i loro sistemi istituzionali fossero orientati a un’umanità diversa da quella dei loro invasori. Ben lo sanno tutti i comitati italiani di sostegno che sono fioriti nelle nostre regioni e offrono periodicamente ospitalità ai bambini saharawi, agli studenti e alle famiglie. La loro sopravvivenza è segnata profondamente dalla civiltà e dalla cultura di popolo antico che ha resistito alle invasioni coloniali dell’Ottocento e Novecento senza farsi sconvolgere, che ha tentato la scelta della resistenza pacifica e ha saputo maturare una saggezza che merita il nostro rispetto e il riconoscimento di un’identità forte e maestra che attende giustizia dagli altri popoli della terra e dall’Onu, che annuncia da decenni un referendum di autodeterminazione che non arriverà mai. Palestina libera! Infine come dimenticare i palestinesi, lo scippo della loro terra, la Nakba, l’apartheid imposto dall’occupazione israeliana dal 1967, l’Intifada degli anni 80 e del Duemila, il genocidio di questi ultimi anni che ha trucidato quasi centomila persone in 24 mesi, lasciandole insepolte sotto le macerie di Gaza, umiliando vivi e morti con sadiche procedure diffuse mediaticamente, uccidendo migliaia di civili indifesi, bombardando ospedali, schernendo e torturando i prigionieri politici, occultando i cadaveri per impedire il riconoscimento delle crudeltà loro inferte e, ultima beffa, l’aggressione sistematica ai contadini della Cisgiordania. A loro va il riconoscimento di essere le vittime più recenti di nazionalismi resuscitati dalla follia suprematista e l’ammirazione per avere resistito a mani nude nell’affermare che quella “terra promessa” pretesa dagli israeliani è soltanto una terra rubata che non fu mai negata a nessuno, ma andava condivisa e non doveva essere espropriata in nome di un dio pagano che avrebbe chiesto centinaia di migliaia di sacrifici umani. Anche per i palestinesi vale quello che è stato detto per i curdi e i saharawi: la loro strenua resistenza ci indica che nessun popolo lascerà seppellire la propria cultura, la memoria della propria civiltà, ma resisterà a oltranza all’invasione, al massacro e alle deportazioni, persino al genocidio che è in corso mentre scriviamo. Epilogo A nostro avviso, è tempo di riconoscere in queste resistenze umane il seme del domani, il valore immortale della dignità espressa dai più deboli in decenni di lotte, per affermare davanti alla Storia la solidarietà e il diritto alla vita negato da chi impone il proprio potere con arroganza e forza. È questa la strada tracciata dal nome della XVII edizione “Terre promesse, terre rubate, Popoli senza Pace”, perché l’impegno di creare una nuova Cultura di Pace passa da qui, ovvero dal riconoscimento a tutti i costi dei Diritti dell’altro, amico o nemico che sia. P.S. Cogliamo l’occasione per dire grazie ad alcune persone che ci hanno aiutato nella preparazione delle giornate di eventi internazionali di questo XVII Festival che si profila più complesso delle precedenti edizioni. Grazie pertanto a Patrizio Esposito, fotografo e intellettuale napoletano, a Mario Martone jr, filmaker da sempre vicino alle lotte dei saharawi, ad Alfio Nicotra, già copresidente della ong Un Ponte per, a Gianni Tognoni, storico segretario del Tribunale Permanente dei Popoli e a Ylmaz Orkan, dirigente dell’Ufficio Informazioni del Kurdistan in Italia per averci aiutato pazientemente a costruire percorsi di memoria e di elaborazione politica a conforto della nostra tesi. E grazie all’instancabile relatrice speciale delle Nazioni Unite per la Palestina e i territori occupati Francesca Albanese, che non ci lesina mai un consiglio e un suggerimento cinematografico, nonostante le terribili tensioni a cui è sottoposta dall’attacco di smisurata violenza, di cui è obiettivo da anni, ad opera del movimento sionista internazionale e del governo degli Stati Uniti. Il XVII Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli comincerà l’11 novembre e si concluderà il 21 dello stesso mese e avrà come sedi principali lo Spazio Comunale Piazza Forcella in via della Vicaria Vecchia, 23, Napoli e l’Aula delle Mura Greche di palazzo Corigliano, sede dell’Università L’Orientale, in piazza San Domenico Maggiore, Napoli. Il programma della manifestazione sarà disponibile, a partire dal 5 novembre 2025, sul sito ufficiale della manifestazione www.cinenapolidiritti.it e sulle pagine social dello stesso Festival. Tutti gli eventi del Festival sono a ingresso libero e gratuito.   Redazione Napoli
November 3, 2025
Pressenza
Ezidi: un’etnia sopravvissuta a 74 massacri
Il popolo che dai tempi più remoti della storia umana vive nell’area dove è germogliata una delle civiltà più antiche del mondo è stato perseguitato per millenni, anche recentemente. La sua storia e la sua realtà attuale sono descritte nel libro che l’Associazione Verso il Kurdistan distribuisce per raccogliere contributi a un progetto di solidarietà e in vendita nell’ambito degli eventi organizzati ad Alessandria e dintorni. Il titolo – Rojava: la prima rivoluzione sociale del nuovo secolo viene dalla Siria – del programma organizzato dall’Associazione Verso il Kurdistan in collaborazione con la Rete Kurdistan Italia e CSV Asti-Alssandria dal pomeriggio a sera di sabato 6 settembre nello spazio Serra di La Risto / Cooperativa Ristorazione Sociale (Alessandria – via Milite Ignoto 1/A), illustra la cornice tematica dell’iniziativa che coinvolge i partecipanti con un concerto, uno spettacolo teatrale, una cena e un mercatino. Il sottotitolo – Storia e cultura di un popolo in lotta contro il suo genocidio – sintetizza i contenuti del libro, appena edito da Red Star Press con la prefazione di Giorgio Riolo, scritto da Carla Gagliardini, presidente dell’ANPI di Casale Monferrato e attivista dell’associazione alessandrina impegnata in progetti di cooperazione realizzati nel Kurdistan e, in paricolare, in una zona, il distretto di Shengal, abitata da una delle popolazioni di etnia ezide. L’area geografica è quella, detta anche Mesopotamia perché compresa tra due fiumi, il Tigri e l’Eufrate, in cui sorgeva Ninive, che con Babilionia è stata una capitale della civiltà prosperata dal IX al VII secolo a. C. in passato considerata la prima civiltà della storia e recentemente, in occasione della “presentazione dei più recenti risultati della ricerca archeologica italiana nel nord dell’Iraq, un territorio largamente inesplorato collocato nella regione centrale dell’antica Assiria”, definita “il primo impero globale della storia ” [Acqua per Ninive / IL BO LIVE – Università di Padova, 5 maggio 2022]. Ninive è citata negli annali del regno di Sennacherib (Prisma Taylor del 691 a. C. e Prisma di Chicago del 689 a. C.), che documentano come nel 701 a. C. condusse l’assedio di Gerusalemme e, così, la conquista degli assiri nel regno israelita, e nelle cronache babilonesi, che riferiscono dettagliatamente le vicende della sua “caduta” avvenuta nel 612 a. C.. Dei suoi abitanti parlano il Libro di Giona della Bibbia, ricordando che Dio li maledisse e poi salvò, e i Vangeli, annunciando che nel giorno del giudizio loro pronunceranno la sentenza che condanna per l’eternità la generazione contemporanea di Gesù e dei suoi discepoli *, e i loro discendenti, gli ezidi (o yezidi) in due millenni hanno subito 74 carneficine, l’ultima nel 2014 e a cui l’anno successivo è seguita la distruzione dei reperti e siti archeologici di Ninive. Carla Gagliardini ha focalizzato l’attenzione sugli ezidi che popolano il distretto di Shengal. Perché ? Carla Gagliardini : «Una caratteristica che colpisce di questo popolo è la sua volontà di autodeterminarsi. Non è ovviamente l’unico ad averla, ma fa sempre impressione osservare chi si ribella ai giganti, e mi riferisco ai poteri regionali, conoscendo la propria inferiorità militare e economica, rimanendo, nonostante ciò, ancorato all’idea che l’autodeterminazione di un popolo sia un diritto per cui valga la pena affrontare pericoli e sacrifici. Attualmente la popolazione ezida che abita nel distretto di Shengal sostiene l’Amministrazione Autonoma, una forma di autogoverno che si basa sulle idee del leader curdo Abdullah Ocalan, perché in questo progetto politico riscontra un’efficace risposta al genocidio subito nel 2014. « Il 3 agosto 2014 lo Stato Islamico (IS, o ISIS) ha attaccato e invaso i villaggi ezidi del distretto di Shengal, poi ucciso uomini, ragazzi e donne anziane e rapito le donne più giovani, per venderle sul mercato delle schiave, e i bambini, per trasformarli in soldati del Califfato. L’IS infatti considera gli ezidi i peggiori tra gli infedeli, ma questa loro reputazione di adoratori del diavolo è una falsità che ha attraversato i secoli nelle narrazioni religiose sia ebraiche e cristiane che mussulmane. E nel 2014 il loro genocidio è avvenuto anche perché lo ha reso possibile un accordo tra l’organizzazione jihadista, l’ISIS, e l’autorità che allora era tenuta a difendere il Shengal, ossia il Partito democratico del Kurdistan (KDP). Perciò la comunità ezida adesso ritiene che la propria protezione non sia garantita da forze esterne, quindi per la propria autodifesa si affida unicamente alle proprie unità di resistenza maschili, YBS, e femminili, YJS, e si stringe intorno all’Amministrazione Autonoma di Shengal. « La situazione però è molto complessa, perché il Shengal è un territorio del Medio Oriente che attrae l’attenzione di molti governi e attori politici. Il genocidio del 2014 è come uno spettro che continua a muoversi tra i sopravvissuti e le sopravvissute, una delle tante insidie che la popolazione ezida affronta cercando di organizzarsi per scongiurare la propria cancellazione, fosse anche solo in termini di ininfluenza, nella terra natìa. Tra sfollati ancora residenti in campi profughi lontani dal Shengal e decine di migliaia di giovani ezidi e ezide emigrate all’estero, il distretto rischia di non tornare ad essere popolato da questa comunità che lo abita da millenni. L’Amministrazione Autonoma infatti è stata istituita proprio per scongiurare che ciò avvenga». Nel libro di Carla Gagliardini dedicato agli ezidi la loro storia e realtà sono accuratamente descritte, anche illustrate con molte immagini e fotografie. Su cosa si basa lo studio? Carla Gagliardini : «La ricerca è frutto della consultazione di testi accademici e studi redatti da centri e istituti e di rapporti delle agenzie delle Nazioni Unite, di governi e di organizzazioni che si occupano dei diritti umani, inoltre della lettura di libri sulla questione irachena e di articoli pubblicati sulla stampa nazionale e internazionale all’epoca della commissione del genocidio e, soprattutto, degli incontri avuti in loco con molte persone, in particolare referenti delle varie realtà che costituiscono l’Amministrazione Autonoma di Shengal, che ho avvicinato in numerose occasioni perché faccio parte dell’Associazione Verso il Kurdistan, che collabora con loro per la realizzazione di interventi che spaziano dall’avvio di programmi di istruzione alla ricostruzione di strutture, come asili e presidi sanitari, che dopo la sua sconfitta in Iraq, nel 2017, ritirandosi dal territorio l’IS aveva distrutto. Attualmente stiamo cooperando alla costruzione dell’ospedale di Dulha, che assisterà circa 30.000 persone». I proventi raccolti dall’Associazione Verso il Kurdistan con la vendita del libro infatti saranno interamente devoluti a finanziare questo progetto (per l’acquisto rivolgersi a versoilkurdistan@gmail.com) * Bibbia / Libro di Giona: Dio ordinò a Giona: “Alzati e và a Ninive la grande città e in essa proclama che la loro malizia è salita fino a me”… Giona cominciò a percorrere la città, per un giorno di cammino e predicava: «Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta». I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno … il re di Ninive si alzò dal trono, si tolse il manto … fu proclamato in Ninive questo decreto, per ordine del re e dei suoi grandi: «…ognuno si converta dalla sua condotta malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani…». Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e si impietosì riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece – Vangeli / Luca  e Matteo: Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Ninive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché… ALTRI ARTICOLI SUL TEMA PUBBLICATI DA PRESSENZA * Bolzano: giornate di cinema kurdo – edizione 2023 * Confine Polonia-Bielorussia Assistere i rifugiati, mettere la Bielorussia e la Turchia sotto pressione / 15 NOVEMBRE 2021 * Genocidio contro la popolazione Yezidi, Iraq: i continui litigi politici impediscono possibili soluzioni / 4 AGOSTO 2021 * Santa Sofia a Istanbul: uso strumentale della religione / 15 LUGLIO 2020 * L’attacco contro i Kurdi smaschera l’ambigua politica di Ankara / 27 LUGLIO 2015  Maddalena Brunasti
September 5, 2025
Pressenza
“INSISTING ON FREEDOM”: DELEGAZIONE GIOVANILE INTERNAZIONALISTA IN TURCHIA HA CHIESTO DI INCONTRARE ABDULLAH ÖCALAN
Dal 23 al 28 luglio 2025, una delegazione di giovani internazionaliste e internazionalisti provenienti da diversi paesi europei si è recata in Turchia per chiedere di incontrare il leader e cofondatore del Partito dei Lavoratori del Kurdistan Abdullah Öcalan. Il gruppo, parte della campagna “Insisting on Freedom”, è giunto prima ad Ankara, dove ha avanzato formale richiesta alle autorità turche di poter far visita a Öcalan e agli altri detenuti sull’isola-carcere di Imrali, sulla quale il leader del movimento di liberazione curdo è imprigionato dal 1999.  La delegazione si è poi spostata a Istanbul, dove ha incontrato alcuni esponenti del Partito DEM, gli avvocati di Abdullah Öcalan ed esponenti del TJA, movimento delle donne libere. Gli incontri sono stati un’occasione per discutere le idee e il paradigma della modernità democratica di Öcalan, ma soprattutto del processo di pace in corso tra il movimento di liberazione curdo e lo stato turco; un dialogo in corso da tempo ma annunciato ufficialmente dallo stesso Öcalan con l’Appello per la pace e una società democratica del 27 febbraio 2025. In attesa della risposta del Ministero della Giustizia turco, la delegazione è rientrata in Europa. Prima, però, ha avuto l’opportunità di scrivere una lettera al leader del Pkk. Verrà spedita a Imrali.  Benny, della delegazione “Insisting on Freedom”, ha raccontato l’iniziativa ai microfoni di Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica.
August 7, 2025
Radio Onda d`Urto
VIDEO-MESSAGGIO DI ÖCALAN DA IMRALI: “METTERE IN PRATICA LE RISOLUZIONI DEL 12° CONGRESSO. CONTINUO A SOSTENERE IL PROCESSO”
Il leader e cofondatore del Partito dei Lavoratori del Kurdistan Abdullah Öcalan ha diffuso un video-messaggio storico dall’isola-carcere di Imrali, dov’è detenuto dallo stato turco dal 1999. È la prima volta, da quando fu catturato e arrestato 26 anni fa, che la voce di Öcalan varca le sbarre della prigione e che il militante rivoluzionario curdo compare in video. Nel video di 7 minuti nel quale compare insieme ad altri militanti del movimento di liberazione curdo, compresi gli altri detenuti sull’isola di Imrali, oltre che ad alcuni intellettuali detenuti dallo stato turco, Öcalan ribadisce – stavolta con la propria voce – l’appello ai militanti del Pkk affinché confermino lo scioglimento dell’organizzazione deciso dal 12° Congresso del Partito a inizio maggio e depongano le armi coordinandosi con una commissione parlamentare e gli osservatori internazionali. La nuova chiamata di Öcalan si inserisce nel processo di pace e dialogo in corso tra il movimento di liberazione curdo e la Repubblica di Turchia, inaugurato formalmente il 27 febbraio 2025 dall’Appello per la pace e la società democratica diffuso dallo stesso Abdullah Öcalan da Imrali – in quell’occasione tramite un testo scritto che venne letto pubblicamente da deputati e deputate del Partito Dem. Una prima cerimonia pubblica, durante la quale una ventina di militanti del Pkk scenderanno dalle montagne curde e deporranno simbolicamente le armi davanti agli osservatori internazionali e alla Commissione parlamentare turca, è prevista per venerdì 11 luglio 2025 a Sulaymaniyya, nel Kurdistan iracheno (nord-Iraq). Ai microfoni di Radio Onda d’Urto sono intervenuti, per commentare la notizia, il giornalista e nostro collaboratore Murat Cinar e Tiziano Saccucci, dell’Ufficio informazione del Kurdistan in Italia. Ascolta o scarica.   Di seguito il testo integrale della chiamata storica di Abdullah Öcalan: Cari compagni, mi sento eticamente in dovere di fornire, attraverso una lettera esaustiva – anche se ripetitiva – risposte esplicative e creative ai problemi, soluzioni, ai livelli raggiunti e alla situazione concreta del nostro Movimento di compagnerismo comunalista. 1. Continuo a difendere l’appello per “Pace e Società Democratica” del 27 febbraio 2025. 2. Convocando il 12° Congresso di scioglimento del PKK, avete fornito, con i giusti contenuti, una risposta positiva e completa al mio appello. Attribuisco un valore storico alla vostra risposta. 3. Il livello raggiunto è altamente prezioso e storicamente significativo. Gli sforzi dei compagni che hanno reso possibile questa comunicazione sono altrettanto preziosi e lodevoli. 4. Per la fine di questo processo, ho preparato un “Manifesto per la società democratica”, che deve essere valutato come una trasformazione storica. Questo Manifesto ha le caratteristiche necessarie per sostituire con successo il Manifesto di 50 anni fa della “Strada per la rivoluzione in Kurdistan”. Credo che quest’ultimo Manifesto porterà contenuti storici e sociali non solo per la società storica curda, ma anche per la società regionale e globale. Non ho dubbi sul fatto che incarnerà la tradizione storica dei manifesti. 5. Devo dire chiaramente che tutti questi sviluppi sono il risultato degli incontri che ho tenuto a Imrali. È stata prestata molta attenzione affinché questi incontri si svolgessero sulla base della libera volontà. 6. Il punto che abbiamo raggiunto richiede nuovi passi per l’attuazione. Il progresso dipende inevitabilmente dall’enfatizzazione e dalla comprensione della natura storica di questo livello e dall’adesione ai passaggi necessari. a. Il movimento del Pkk e la sua “Strategia di liberazione nazionale”, sorti come reazione alla negazione dell’esistenza dei curdi, e quindi finalizzati alla creazione di uno Stato separato, sono stati sciolti. L’esistenza dei curdi è stata riconosciuta; quindi, l’obiettivo di base è stato raggiunto. In questo senso ha fatto il suo tempo. Il resto è stato considerato una ripetizione eccessiva e una situazione di stallo. Questo costituirà la base per una critica e un’autocritica complessive. b. La politica non prevede il vuoto; pertanto, il vuoto deve essere riempito con il programma della “Società democratica”, la strategia della “Politica democratica” e la tattica di base del “Diritto olistico”. Quello a cui ci riferiamo è un processo determinante caratterizzato da un significato storico. c. Per portare avanti il processo è necessario e importante deporre volontariamente le armi e garantire le attività di una commissione legalmente autorizzata istituita dalla Grande Assemblea Nazionale Turca. Pur diffidando da approcci illogici della serie “prima tu, poi io”, questo passo necessario dovrebbe essere inesorabilmente compiuto. So che questi passi non saranno vani. Vedo la sincerità e ho fiducia. d. Pertanto, esistono degli sforzi per fare dei passi avanti attraverso l’adozione di misure più pratiche. Quelle che seguono sono le principali tesi che propongo: 1) Una prospettiva positiva universale consentirebbe al Movimento di continuare sulla propria via e di raggiungere il suo obiettivo di “pace e società democratica”. Le argomentazioni sopra citate ci portano alla seguente conclusione: il Pkk ha rinunciato al suo obiettivo dello stato-nazione; la rinuncia al suo obiettivo di base implica la rinuncia alla sua strategia militare e quindi porta alla sua dissoluzione. Questi punti storici attendono di essere portati a un ulteriore livello. 2) Dovreste tenere in considerazione il fatto che la vostra garanzia sulla deposizione delle armi davanti ai testimoni dell’opinione pubblica e degli ambienti correlati non sarebbe importante soltanto davanti alla Grande Assemblea Nazionale Turca e alla Commissione, ma rassicurerebbe anche l’opinione pubblica e onorerebbe le nostre promesse. L’istituzione di un meccanismo per deporre le armi porterà avanti il processo. Quello che è stato fatto è una transizione volontaria dalla fase della lotta armata a quella della politica democratica e del diritto. Non si tratta di una sconfitta, al contrario dev’ssere considerata come una conquista storica. I dettagli riguardo la deposizione delle armi saranno specificati e attuati rapidamente. 3) Il Partito Dem, che è sotto l’ombrello del Parlamento, farà la sua parte e collaborerà con gli altri partiti per garantire il successo del processo. 4) Per quanto riguarda la “situazione della mia libertà”, che avete posto come condizione indispensabile nei testi di risoluzione del vostro 12° Congresso, devo dire che non ho mai considerato la mia libertà come una questione personale. Filosoficamente, la libertà dell’individuo non può essere astratta dalla libertà della società. La libertà dell’individuo è una misura della libertà della società e la libertà della società è una misura della libertà dell’individuo. Verranno osservate le necessità del processo. Non credo nelle armi, ma nel potere della politica e della pace sociale e vi invito a mettere in pratica questo principio. Gli ultimi sviluppi nella regione hanno chiaramente dimostrato l’importanza e l’urgenza di questo passo storico. Devo dire che sono ansioso di ricevere tutti i tipi di critiche, suggerimenti e contributi che potete dare riguardo questo processo. Dichiaro, con ambizione e veemenza, che queste discussioni porteranno noi, forze della Modernità Democratica, a un nuovo programma teorico, a una nuova fase strategica e tattica a livello nazionale, regionale e globale, ed esprimo il mio ottimismo e la mia disponibilità per gli sforzi preparatori. Per quanto riguarda le fasi future, vi invito a mettere in pratica le risoluzioni del 12° Congresso, in linea con le opinioni e i suggerimenti di quest’ultima lettera, e a garantire un avanzamento positivo. Saluti permanenti da compagni I migliori auguri Abdullah Öcalan 19 giugno 2025
July 9, 2025
Radio Onda d`Urto
“VERSO LA PACE E UNA SOCIETÀ DEMOCRATICA IN TURCHIA. LIBERTÀ PER ABDULLAH ÖCALAN E TUTTI I DETENUTI POLITICI”. CONFERENZA STAMPA DELLA DELEGAZIONE ITALIANA RIENTRATA DA ISTANBUL
Tra il 10 e il 12 luglio 2025, nella regione di Sulaymaniyya, nel Kurdistan iracheno (nord-Iraq), una ventina di militanti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan scenderanno dalle basi della guerriglia sulle montagne curde e deporranno simbolicamente le armi davanti alla stampa e a osservatori internazionali. Lo riferiscono in questi giorni diverse agenzie di stampa, anche legate al movimento di liberazione curdo. L’iniziativa, che sarà preceduta da un nuovo appello da Imrali del leader e cofondatore del Pkk  Abdullah Öcalan, intende aumentare la pressione politica sullo stato turco affinché compia dei passi concreti nel processo di pace aperto – in teoria – con il movimento di liberazione curdo (annunciato ufficialmente il 27 febbraio 2025 con l'”Appello per la pace e una società democratica” da Öcalan e seguito dal XII Congresso del Pkk che ha annunciato lo scioglimento dell’attuale struttura organizzativa). Intanto però, denunciano dalle montagne del nord-Iraq, gli aerei e i droni da guerra di Ankara continuano a bombardare le posizioni della guerriglia. Stamattina a Roma, al Senato, si è tenuta la conferenza stampa della delegazione italiana rientrata nelle scorse ore da Istanbul, dove si era recata insieme ad altre delegazioni internazionali  per chiedere alle autorità turche di poter incontrare Abdullah Öcalan sull’isola-carcere di Imrali. Ankara ha negato l’autorizzazione. La conferenza è stato intitolata “Verso la pace e una società democratica in Turchia. Libertà per Ocalan e tutti i detenuti politici”. L’incontro si è potuto svolgere al Senato per l’iniziativa del senatore di Avs Giuseppe De Cristofaro L’audio integrale della conferenza stampa registrato dalla redazione di Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica.
July 4, 2025
Radio Onda d`Urto