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Abusi nelle Chiese e silenzi: la catena non si spezza
15 link agli articoli usciti sulla «Rete L’abuso» nell’ultima settimana. A seguire la rubrica «Preferisco i giorni feriali» di Federica Tourn. Anche questa settimana la “bottega” segnala gli articoli usciti sulla «Rete L’Abuso»: è impressionante come quasi tutte le notizie vengano ignorate, minimizzate o travisate dalla assoluta maggioranza dei media italiani. Alcuni articoli riguardano la Spagna (e dunque il viaggio
NESSUN FILTRO ETICO BASTA
L’enciclica sull’IA e il vuoto della finanza responsabile Il 25 maggio 2026 Papa Leone XIV ha presentato Magnifica Humanitas, la sua prima enciclica, dedicata alla custodia della persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale. Oltre duecento pagine, cinque capitoli, un arco che va dalla diagnosi teologica alla prescrizione politica. Il documento afferma, al paragrafo 9, la tesi che regge l’intero testo: la tecnologia non è mai neutrale, perché assume le caratteristiche di chi la concepisce, la finanzia, la regola e la usa. In una sola frase Leone XIV smonta l’argomento preferito della Silicon Valley — la tecnologia come forza autonoma e imparziale — e la ricolloca nel perimetro della responsabilità umana. Tre mesi prima, a febbraio 2026, la banca vaticana — lo IOR, l’Istituto per le Opere di Religione — aveva annunciato il lancio di due nuovi indici azionari: il Morningstar IOR Eurozone Catholic Principles e il Morningstar IOR US Catholic Principles. Nella top 10 del paniere in dollari figurano Meta Platforms, Alphabet, Tesla, Amazon, Apple, Nvidia, JP Morgan, Broadcom e Micron. Nvidia — l’azienda i cui chip sono l’infrastruttura materiale di quasi tutto ciò che l’enciclica mette in guardia — certificata come investimento cattolicamente virtuoso. La contraddizione è reale e merita di essere osservata con attenzione. Ma fermarsi lì — alla contraddizione istituzionale della Chiesa — rischia di far perdere di vista qualcosa di più importante. Il problema non è il Vaticano. I criteri degli indici IOR escludono dall’universo investibile aborto, armi, energie fossili, gioco d’azzardo. Meta vende pubblicità, Amazon vende prodotti online, Nvidia produce chip: nessuna di queste attività rientra nelle categorie escluse. Ecco perché passano il filtro. Lo IOR non ha applicato i criteri in modo disonesto. Il problema è che quei criteri — come tutti i criteri dell’investimento socialmente responsabile — sono stati costruiti per rispondere a un problema che non è più il problema centrale. La finanza etica nasce storicamente per escludere i settori del vizio e della guerra. I Quaccheri del Settecento rifiutavano di finanziare la tratta degli schiavi. I movimenti degli anni Settanta costruivano i primi screening sul tabacco, sull’apartheid, sulle armi nucleari. L’ESG moderno ha affinato quegli strumenti aggiungendo criteri ambientali e di governance. Ma tutta questa architettura presuppone che il male economico sia localizzabile in un settore, in un prodotto, in una categoria merceologica. Presuppone che ci sia un “dentro” e un “fuori” abbastanza distinguibili da separare con un filtro. L’enciclica di Leone XIV dice che questa distinzione, nell’economia digitale, non esiste più. Chi controlla i modelli di AI rischia di imporre anche una propria “visione morale” del mondo, trasformando gli algoritmi in infrastrutture invisibili del potere. Il potere contemporaneo non si esercita più soltanto attraverso il controllo territoriale o militare, ma attraverso il controllo cognitivo. Chi governa gli algoritmi può influenzare percezioni, desideri, priorità, consumi, opinioni pubbliche e persino il concetto stesso di verità. Non si tratta di un settore produttivo che si può escludere. Si tratta di una logica che attraversa l’intera economia, che abita nei modelli di business delle piattaforme di comunicazione, nella gestione dei dati sanitari, nella mediazione algoritmica del lavoro, nella profilazione che orienta il credito e le assunzioni. Un filtro settoriale non tocca tutto questo. Non è concepito per farlo. La finanza etica e il suo soffitto strutturale Non è un’accusa allo IOR, né al paradigma ESG in quanto tale. Questi strumenti hanno prodotto pressioni reali su pratiche aziendali reali: politiche ambientali più stringenti, rendicontazione sulla catena di fornitura, riduzione dell’esposizione a certi rischi reputazionali. Ma operano sulla superficie — sui comportamenti dichiarati delle imprese — e non riescono a toccare la struttura profonda: il fatto che poche grandi entità private controllano infrastrutture, capacità di calcolo e dati, sfuggendo al controllo democratico. Il caso IOR lo rende visibile con una chiarezza che raramente si trova in un solo esempio. Se persino la più antica istituzione morale del mondo occidentale, dotata di indipendenza dagli azionisti e di una vocazione esplicitamente profetica, non riesce a costruire un portafoglio di investimenti coerente con la propria dottrina appena formulata — non per malafede, ma perché gli strumenti disponibili non sono all’altezza del problema — allora il difetto non è nella singola istituzione. È nel paradigma. Che cosa servirebbe, invece Magnifica Humanitas lo dice con una precisione che raramente si trova nei documenti istituzionali: non framework volontari, ma governance con capacità di enforcement. L’enciclica chiede regole internazionali, trasparenza e una governance pubblica più forte. Chiede anche che i dati siano gestiti come bene comune, poiché sono frutto della collettività. Queste non sono richieste nuove. Le fanno da anni i movimenti per i diritti digitali, le organizzazioni della società civile che lavorano sull’AI Act europeo, i ricercatori che studiano l’impatto sociale dell’automazione sul lavoro. L’enciclica le porta in un registro diverso — quello dell’autorità morale globale — ma il contenuto è convergente con battaglie che si combattono da molto prima in spazi molto meno solenni. Il merito del documento non è nell’originalità delle soluzioni. È nell’aver nominato con chiarezza, e ad alta voce, il nodo che la finanza etica non riesce a sciogliere: che il problema del potere nell’economia digitale non è riducibile a una lista di settori proibiti. Che richiede strumenti di governo del tutto diversi da quelli che i mercati finanziari mettono a disposizione. E che finché quei strumenti non esistono — o non vengono costruiti con la necessaria forza vincolante — chiunque voglia operare dentro il sistema globale, compreso il Vaticano, finirà per certificare come virtuose le stesse strutture che denuncia come problematiche. Il paradosso non è della Chiesa. È del tempo in cui viviamo. Fonti • Giuseppe Aceto, “Nvidia è un’azienda cattolica” Debug dei Desideri – Substack • Comunicato stampa IOR Istituto per le Opere di Religione • Enciclica Magnifica Humanitas Vatican.va • Approfondimenti e articoli correlati Agenda Digitale Il Sole 24 Ore – InfoData AgenSIR Francesco Russo
May 28, 2026
Pressenza
Magnifica Humanitas: un’enciclica sull’IA che merita lettura critica
Leone XIV mette l’intelligenza artificiale al centro della Dottrina sociale della Chiesa. Il documento contiene analisi politicamente rilevanti. Ma va letto sapendo da dove viene quella tradizione. Il 15 maggio 2026, nel centotrentacinquesimo anniversario della Rerum novarum, Leone XIV ha firmato la Magnifica Humanitas. La data non è casuale e il riferimento non è neutro. Leone XIII, nel 1891, aveva pubblicato il documento che avrebbe fondato la cosiddetta Dottrina sociale della Chiesa: un testo che la narrazione cattolica progressista ha trasformato nel tempo in una sorta di manifesto ante litteram dei diritti dei lavoratori, ma che nacque con tutt’altra funzione. Il movimento operaio organizzato — socialismo scientifico, anarchismo, sindacalismo rivoluzionario — stava conquistando forza e consenso di massa. La Chiesa rischiava di perdere le classi popolari. La Rerum novarum fu anzitutto una risposta difensiva: riconosceva qualcosa — la dignità del lavoro, il salario giusto — per bloccare qualcos’altro, cioè la lotta di classe e l’organizzazione autonoma del proletariato. Difendeva la proprietà privata come diritto naturale contro qualsiasi ipotesi di socializzazione, proponeva la collaborazione tra classi come alternativa allo sciopero, limitava l’intervento dello Stato in nome di un ordine che tutelava strutturalmente i proprietari — inclusa la Chiesa, tra i maggiori latifondisti d’Europa. Partire da qui non è un esercizio di anticlericalismo. È necessario per leggere la Magnifica Humanitas con gli occhi giusti: non come il compimento di un percorso sempre progressivo, ma come un documento che eredita contraddizioni storiche che nessuna buona volontà pontificia cancella per decreto. Detto questo, il testo merita una lettura seria, perché contiene — intrecciata con la teologia — un’analisi politica e istituzionale dell’intelligenza artificiale che pochi documenti laici hanno finora eguagliato per coerenza sistematica. L’ARCHITETTURA DEL DOCUMENTO Il testo si costruisce su due icone bibliche contrapposte. Da un lato Babele: opera grandiosa, concepita sull’orgoglio dell’autosufficienza, destinata alla dispersione. Dall’altro Gerusalemme ricostruita da Neemia: il governatore che ascolta, prega, affida a ciascuna famiglia un tratto di muro, coordina senza imporre, ricostruisce la città pezzo per pezzo attraverso la responsabilità condivisa. La scelta che abbiamo davanti, dice il Papa, non è tra il sì e il no alla tecnologia, ma tra questi due modi di costruire. “Babele” nel testo ha un volto preciso: la concentrazione del potere computazionale in pochi attori privati transnazionali, la logica dell’efficienza come criterio assoluto, il paradigma tecnocratico che riduce la persona a dato da ottimizzare. “Gerusalemme” ha anch’essa un volto preciso: sussidiarietà, trasparenza algoritmica, accountability, accesso universale ai benefici dell’innovazione, protezione dei lavoratori invisibili che alimentano i modelli. Il documento è leggibile come analisi politica indipendentemente dalla fede che lo ispira. I primi due capitoli ripercorrono la Dottrina sociale da Leone XIII a Francesco in modo funzionale, non celebrativo. Servono a collocare l’enciclica in una continuità che legittima l’intervento pontificio su materie che potrebbero sembrare estranee alla teologia. Il risultato è che, quando al capitolo terzo il Papa inizia a parlare di IA, lo fa avendo già alle spalle centotrentacinque anni di riflessione sul rapporto tra capitale, lavoro e dignità umana. Non parte da zero. Parte da lontano. COSA DICE DAVVERO SULL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE Il capitolo terzo è il cuore teorico e il più esposto al dibattito. Leone XIV afferma che i sistemi di IA non vivono un’esperienza, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, responsabilità. Il loro apprendimento è “adattamento statistico”, non crescita interiore. È una posizione radicata nella tradizione tomista — l’intelligenza senza coscienza non è intelletto in senso proprio — ma che apre questioni legittime quando i sistemi diventano abbastanza complessi da simulare con inquietante precisione proprio ciò che il documento descrive come assente. La questione filosofica rimane aperta e il testo non la risolve: si limita ad assumere una risposta come premessa. La conseguenza pratica che l’enciclica ne trae è però politicamente rilevante indipendentemente dalla premessa filosofica: siccome i sistemi di IA non hanno coscienza morale, la responsabilità ricade interamente sugli esseri umani che li progettano, addestrano, autorizzano, impiegano. La catena della responsabilità deve restare identificabile e verificabile. Affidare a un algoritmo il potere di selezionare chi merita e chi no, senza che nessuno si assuma più il peso della decisione, significa produrre ingiustizie ammantate di neutralità tecnica davanti alle quali è impossibile protestare. È una critica che qualsiasi regolatore potrebbe riconoscere come propria. C’è poi la categoria del “disarmare l’IA”, proposta con insistenza al numero 110: non rinunciare alla tecnologia, ma sottrarla alla logica della competizione armata — economica e cognitiva oltre che militare — renderla discutibile, contestabile, “abitabile”, restituirla alla pluralità delle culture umane invece di lasciarla diventare l’infrastruttura invisibile di una sola visione del mondo. Chi scrive il codice etico che governa i sistemi non sta compiendo un atto tecnico: sta compiendo un atto politico. Se quella scrittura resta monopolio di chi possiede dati e infrastrutture, diventa norma senza mai essere discussa. È un’osservazione che vale ben oltre il perimetro ecclesiastico in cui viene formulata. IL LAVORO CHE SCOMPARE E QUELLO CHE RIMANE INVISIBILE Il capitolo quarto è il più denso di implicazioni concrete. Il testo non nega che l’automazione possa liberare gli esseri umani da lavori gravosi, ripetitivi o pericolosi. Ma osserva con lucidità che i “nuovi modi di lavorare” non sono necessariamente migliori: spesso costringono i lavoratori ad adattarsi alla velocità delle macchine piuttosto che l’inverso, li sottopongono a sorveglianza automatizzata, li dequalificano relegandoli a funzioni rigide. Non è il futuro del lavoro che preoccupa il documento: è il presente. E poi c’è ciò che il testo chiama il “lavoro invisibile”: i milioni di persone impiegate nell’etichettatura dei dati, nella moderazione dei contenuti, nell’addestramento dei modelli. Spesso giovani, spesso donne, spesso in contesti di bassa tutela, per compensi minimi. A questo si aggiunge lo sfruttamento minerario per l’estrazione delle terre rare necessarie ai dispositivi su cui l’IA si regge: adolescenti e bambini che lavorano in condizioni pericolose perché il flusso del calcolo non si interrompa. Il documento collega esplicitamente questi due livelli — il lavoro cognitivo invisibile e quello fisico brutale — nella medesima catena di sfruttamento che sostiene l’economia digitale. Non basta invocare l’efficienza né celebrare i benefici dell’innovazione, se entrambi sono costruiti su questa catena deliberatamente tenuta nell’ombra. La mea culpa sulla schiavitù storica, contenuta nello stesso capitolo, è un gesto raro nel lessico istituzionale di qualsiasi organizzazione. Leone XIV chiede perdono a nome della Chiesa per il ritardo con cui la condanna formale arrivò — diciotto secoli di predicazione della dignità umana senza che quella predicazione producesse una condanna ufficiale e assoluta della schiavitù. Il gesto serve anche come argomento: la memoria delle complicità di ieri deve diventare vigilanza nel presente. Le nuove schiavitù digitali — la tratta facilitata dalle piattaforme, il lavoro forzato nelle filiere tecnologiche — non sono metafore. Sono catene di sfruttamento che richiedono la stessa fermezza che ha impiegato troppo tempo ad arrivare. LA GUERRA, L’IA E IL RIFIUTO DELLA DETERRENZA Il capitolo quinto è il più politicamente esposto. Il documento descrive una “normalizzazione della guerra” nel discorso contemporaneo: un cambio di paradigma in cui la guerra torna a essere presentata come strumento legittimo di politica internazionale mentre vengono erosi i criteri etici che ne avevano limitato l’uso. In questo quadro, l’IA bellica non è un problema tecnico: è il fattore che abbassa la soglia del ricorso alla forza, rende opache le responsabilità, comprime i tempi decisionali fino a rendere impossibile l’esercizio del giudizio morale. La posizione del Papa è senza ambiguità: non è lecito affidare a sistemi artificiali decisioni letali o irreversibili. Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile. L’IA non sottrae il conflitto alla sua intrinseca disumanità: può soltanto renderlo più rapido e impersonale, abituandoci all’idea che la violenza sia inevitabile e vada solo ottimizzata. La deterrenza nucleare viene definita “convinzione errata” che alimenta una corsa agli armamenti difficilmente controllabile. Il superamento della teoria della “guerra giusta” — già avviato in Fratelli tutti — viene ribadito con riferimento esplicito ai sistemi d’arma autonomi. Sono posizioni nette, che mettono il documento in tensione con le dottrine di sicurezza di molti governi e con gli equilibri geopolitici in cui operano anche le Chiese nazionali. Leone XIV ne è evidentemente consapevole. Non arretra. COSA RIMANE DOPO LA LETTURA Magnifica Humanitas non si lascia ridurre a una lista di condanne o di aperture. La sua forza non sta nella novità delle singole proposte regolamentari, ma nella sistematicità con cui i cinque principi della Dottrina sociale — bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, solidarietà, giustizia sociale — vengono applicati a ogni ambito: IA, lavoro, guerra, comunicazione, educazione, famiglia. Non c’è un’area lasciata al vago. Il limite più onesto che si può riconoscere al testo è la tensione tra l’universalità delle sue prescrizioni e la disomogeneità dei contesti in cui dovrebbero applicarsi. L’enciclica riconosce che non esiste un modello unico di cambiamento, ma enuncia principi che presuppongono sistemi istituzionali capaci di recepirli — sistemi che, in larga parte del mondo, semplicemente non esistono. Resta però una frase, al numero 109, che vale la pena portare con sé fuori dal testo. Parlare di sussidiarietà nell’era digitale, scrive il Papa, significa proteggere la capacità delle comunità di scegliere e correggere “senza relegare il loro intervento a una vigilanza, dopo che gli standard sono stati scritti altrove”. È una critica puntuale al modo in cui la governance algoritmica funziona oggi: le regole vengono scritte da chi ha i dati, le infrastrutture e il capitale computazionale; le comunità vengono consultate dopo, quando le scelte fondamentali sono già irreversibili. Quella frase non viene dalla teologia. Viene dall’osservazione di ciò che accade. E per questo vale, indipendentemente da tutto il resto — e indipendentemente da chi la pronuncia. Francesco Russo
May 26, 2026
Pressenza
Abusi e Chiesa: il tragico gioco di nascondere…
… le denunce e i processi sta continuando in Italia e altrove. Nuova puntata di «Preferisco i giorni feriali» curata da Federica Tourn. A seguire 7 link ripresi dalla «Rete L’abuso» (*). Oltre 140 nuove vittime del Sodalitium in soli dieci giorni Monsignor Jordi Bertomeu, commissario pontificio per il caso Solidatium, ha rivelato che durante i dieci giorni che ha
Vittime e clero: un mosaico mette d’accordo tutti
di Federica Tourn (*). A seguire un aggiornamento sulla condanna di don Rigolo. Incontro in Vaticano alla Pontificia Commissione della Tutela per i minori con il progetto “Renaissance” dell’artista suor Samuelle, vittima di Rupnik, e del regista Quentin Delcourt Il 6 maggio mi sono ritrovata in un posto in cui non pensavo avrei mai messo piede: la sede della «Pontificia
MARCO RUBIO A ROMA: DAL VATICANO A PALAZZO CHIGI, COSA C’E’ IN BALLO NELLA VISITA DEL SEGRETARIO DI STATO USA?
Nuovo attacco di Trump a Robert Francis Prevost, da un anno esatto – maggio 2025 – seduto sullo scranno più alto del Vaticano, alla vigilia della visita del segretario di Stato Usa, il falco neocon Marco Rubio, atteso OltreTevere. “Sta mettendo in pericolo molti cattolici: per lui va benissimo che l’Iran abbia un’arma nucleare”, è l’affondo del presidente Usa. “Se qualcuno vuole criticarmi lo faccia con la verità”, afferma l’attuale Leone XIV. Venerdì lo stesso Rubio sarà a Palazzo Chigi, per incontrare la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che oggi vede al riguardo in un pre-vertice i vicepremier Salvini e Tajani. “Da tempo gli Usa parlano di disimpegno in Europa: è una scelta che non condivido; l’Italia ha sempre mantenuto gli impegni in ambito Nato”, dice oggi la premier, chiedendo di mantenere – se non aumentare – l’assillante presenza militare Usa nel nostro Paese. Al momento sarebbero oltre 13mila i soldati di Washington in Italia, in 120 installazioni, che fanno dell’Italia ancora oggi uno dei Paesi con la concentrazione più alta di strutture militari Usa in tutta Europa. Le basi a stelle e strisce sono coperte, legalmente, da una serie di accordi bilaterali, siglati formalmente a partire dal 1951, secondo i quali formalmente le basi rientrano nella sovranità italiana, mentre agli Stati Uniti spetta il controllo operativo. Tutte le basi – alcune direttamente Usa, altre invece sotto l’ombrello Nato – godono comunque di extraterritorialità e non sono soggette all’ordinamento giuridico italiano; tutto ciò che accade al loro interno è coperto da segreto, così come il numero delle forze presenti e la natura degli armamenti, a partire dalle bombe nucleari, presenti ad Aviano e Ghedi, in provincia di Brescia. Della visita di Rubio a Roma, Radio Onda d’Urto ha parlato nel Focus di Mezzogiorno di mercoledì 6 maggio 2026, intervistando il giornalista e americanista Martino Mazzonis, Anna Camposampiero – responsabile Esteri della segreteria nazionale di Rifondazione Comunista, ospite mercoledì sera di un incontro in via Eritrea a Brescia su politiche autoritarie e cultura di guerra – e don Vitaliano Della Sala,  parroco di Mercogliano (Avellino), noto per le sue posizioni contro la guerra e di ascolto nei confronti dei movimenti sociali. Ascolta o scarica
Il Vaticano copre i preti pedofili con la prescrizione
di Federica Tourn. Con un aggiornamento, a proposito di Matteo Zuppi. A seguire link ripresi dalla «Rete L’abuso» Il Dicastero per la Dottrina della Fede salva il “mendicante d’amore” don Valentino Salvoldi, prete della diocesi di Bergamo, nonostante decine di testimonianze di abusi sessuali a suo carico Federica Tourn Come ha detto Leone XIV l’8 gennaio 2026 chiudendo il concistoro
Cappellani militari, il lato vergognoso della Chiesa
(… prosegue dall’articolo Il concetto di “guerra giusta” nella Chiesa Cattolica)   Sicuramente uno degli aspetti strutturali che la Chiesa deve rivedere con lucidità è la presenza dei cappellani militari, figura di un sacerdote cattolico che fornisce “assistenza spirituale al personale delle Forze Armate italiane e alle loro famiglie”. Così viene definito. In realtà si tratta di una piccola casta di clero privilegiata completamente a carico dello Stato, avente pari trattamento dei membri dell’apparato militare. Presenti al fianco dei militari già prima dell’unità d’Italia, il ruolo dei cappellani militari è stato via via sempre più formalizzato e strutturato. Il 6 marzo del 1925 nasce l’Ordinariato militare per l’Italia, al quale è stato assegnato il compito dell’assistenza spirituale nelle forze armate. I cappellani godevano di status ufficiale e di grado militare (tenente o capitano), integrandosi pienamente nella catena gerarchica dell’esercito. La figura del cappellano militare ha rappresentato, durante la Seconda Guerra Mondiale, un elemento complesso e controverso della vita dei soldati al fronte. Sebbene svolgessero un ruolo pragmatico attraverso funzioni religiose tradizionali volte a rispondere ai bisogni immediati dei soldati (conforto nelle lettere, celebrazione di matrimoni in trincea, sepolture improvvisate, celebrazione della messa, l’amministrazione dei sacramenti e l’accompagnamento dei morenti), erano chiamati anche ad incarnare un punto di riferimento morale, politico e ideologico in un contesto segnato dalla violenza e dall’orrore bellico. Secondo Franzinelli (1991), questa istituzionalizzazione della religione castrense rispondeva a una duplice esigenza: offrire conforto spirituale ai soldati e legittimare, attraverso il linguaggio religioso, la violenza della guerra. La funzione pastorale si intrecciava inevitabilmente con la propaganda di regime. Attraverso prediche, catechesi e pubblicazioni, i cappellani contribuivano a rafforzare l’immagine della guerra come “crociata” per la patria e la civiltà cristiana. In ciò, la Chiesa cattolica collaborò a legittimare la mobilitazione di massa e i cappellani militari diventarono, in gran parte, strumenti di legittimazione della violenza. Con l’armistizio dell’8 settembre 1943, una parte dei cappellani aderì alla Repubblica Sociale Italiana, continuando a svolgere assistenza alle truppe tedesche e repubblichine; altri, invece, di stampo antifascista scelsero fortunatamente la via della Resistenza. In virtù di una legge del 1961, non rivista neanche dopo la riforma del Concordato del 1984 da parte di Craxi, oggi i cappellani militari sono equiparati a ufficiali delle Forze Armate. Oggi assimilato a una diocesi, l’Ordinariato è guidato da un arcivescovo ordinario militare (ruolo ricoperto dall’aprile scorso dall’arcivescovo Gian Franco Saba), designato dal Papa e nominato con decreto del presidente della Repubblica, su proposta del presidente del Consiglio e dei ministri della Difesa e dell’Interno. L’Ordinario militare è coadiuvato da un vicario generale militare e da tre ispettori. Anche i cappellani militari vengono nominati con decreto del Presidente della Repubblica ma su proposta del ministro della Difesa, previa designazione dell’Ordinario Militare. L’istituzione ecclesiastica di cappellano militare e il conferimento della missione canonica sono, invece, di competenza propria dell’Ordinario Militare. Essendo anche lui arruolato il cappellano militare, nell’assumere servizio, presta giuramento con la formula e secondo le modalità previste per gli ufficiali delle Forze armate dello Stato. Di regola indossa solo l’abito ecclesiastico previsto, salvo situazioni speciali dove è necessario indossare la divisa militare. La gerarchia prevede anche per loro i gradi militari: l’ordinario militare è equivalente al grado di generale di corpo d’armata; il vicario generale militare al grado di generale di divisione; l’Ispettore al grado di generale di brigata. Poi ci sono il 3º cappellano capo, equivalente al grado di colonnello; il 2º cappellano capo equivalente al grado di tenente colonnello; il 1º cappellano capo equivalente al grado di maggiore; il cappellano capo, equivalente al grado di capitano; il cappellano addetto, equivalente al grado di tenente e, infine, il cappellano di complemento equivalente al grado di sottotenente. Dal 1998 è stato istituito anche il Seminario Maggiore dell’Ordinariato Militare per l’Italia, denominato “Scuola Allievi Cappellani Militari”: qui i giovani possono prepararsi per essere sacerdoti al servizio pieno dell’Ordinariato. Ai cappellani militari spetta, oltre ai gradi, anche un trattamento economico, che corrisponde integralmente a quello degli ufficiali della Forza armata presso la quale prestano servizio, secondo il grado di assimilazione. Lo stesso vale per gli altri: all’Ordinario militare, ad esempio, compete il trattamento economico previsto per il grado di generale di corpo d’armata. Stipendi che sono a carico delle casse dello Stato italiano e quindi della fiscalità generale. Oggi sono circa 177 i cappellani attivi all’Ordinariato militare che, sommati a quelli che li hanno preceduti e sono già in quiescenza, costano agli italiani 17 milioni di euro l’anno. Nel 2015 fra effettivi e “di complemento”, realtà abolita da anni per gli ufficiali, solo di stipendi i cappellani sono costati oltre 10 milioni di euro, un terzo in più di appena due anni prima (i dati sono presi dai bilanci dei Ministeri della Difesa e dell’Economia). Sapere che siamo noi italiani a pagare 10 milioni l’anno per soddisfare esigenze terrene di uomini posti al confine tra Chiesa ed Esercito, fa pensare molto. Un “Don Tenente” o un “Don Capitano di Corvetta”, ad esempio, guadagnano circa 4/5mila euro al mese. Sono 10mila, invece, quelli destinati al “Don Generale di Corpo d’Armata”. Secondo L’Espresso l’arcivescovo Santo Marcianò, Ordinario militare, il cosiddetto vescovo castrense, in virtù dell’equiparazione a generale di corpo d’armata può contare su 9.545 euro lordi al mese, che con la tredicesima diventano 124mila l’anno. Niente male per chi aveva scelto di percorrere da viandante dell’anima la via di Cristo. Il cappellano militare siede in prima classe ed ha persino l’auto con autista che lo trasporta. Con lucidità, don Tonino Bello, in un’intervista del 28 giugno 1992 a Panorama sui costi economici relativi all’integrazione organica dei sacerdoti nelle strutture militari, si dichiarava sensibile soprattutto ai costi relativi alla credibilità evangelica ecclesiale. Per lui era necessario mantenere un servizio “pastorale” distinto dal ruolo militare. “Accade già nelle carceri” osservava: “non si vede per quale motivo non potrebbe accadere anche nelle forze armate. Cappellani sì, militari no”. Pax Christi ha affrontato il problema a partire dal Convegno sui cappellani militari del novembre 1997 e, nel novembre 2013, nella rivista “Mosaico di pace” è stato pubblicato il dossier “Sacerdoti, padri e generali”. Il 7 novembre 2015, un seminario presso la Casa per la pace ha affrontato la questione proponendo al Convegno della Chiesa italiana, svoltosi a Firenze pochi giorni dopo, il superamento della figura del “prete soldato” o, meglio, del “prete ufficiale”. Nel 2019 sarà Papa Francesco a riportare il dibattito sulla figura dei cappellani militari, esortandoli ad un scelta di campo irreversibile per la pace e il disarmo, ma ciò non è bastato perchè nulla ne ha conseguito a livello istituzionale. A novembre 2025 i Radicali Italiani hanno presentato un esposto alla Corte dei Conti per chiedere di verificare la legittimità e l’economicità della spesa pubblica destinata ai cappellani militari. “Ogni anno lo Stato spende oltre dieci milioni di euro per finanziare un servizio religioso interno alle Forze Armate, con preti in uniforme e elevati stipendi a carico dei contribuenti” – ha dichiarato il segretario dei Radicali Filippo Blengino. Sottolineando le recenti modifiche ai limiti di età “in modo da consentire un ampliamento dell’organico e una permanenza più lunga nel servizio religioso militare”, per Blengino c’è il rischio “di aumentare ulteriormente la spesa pubblica e di rafforzare un privilegio confessionale incompatibile con la laicità della Repubblica”. “La fede è una scelta personale; la laicità è un dovere dello Stato. Chiediamo che la Corte dei Conti del Lazio accerti se questo uso di fondi pubblici sia conforme alla Costituzione e all’interesse generale dei cittadini”, conclude la nota del segretario del Radicali. A dicembre 2025 – su un altro fronte – è stata la Cei ad aprire una riflessione sul ruolo dei cappellani militari. L’argomento è stato affrontato dalla Conferenza Episcopale Italiana nella nota pastorale “Educare alla pace disarmata e disarmante”, approvata dall’assemblea generale che si è svolta ad Assisi. Dopo aver criticato la corsa al riarmo, parlato di obiezione di coscienza e servizio civile obbligatorio, i vescovi hanno anche dedicato un paragrafo della nota proprio alla “testimonianza ecclesiale di pace entro le Forze armate”. La Cei ha aperto una riflessione chiedendo che i cappellani siano meno legati all’esercito per parlare di più di pace: “Ci chiediamo però anche se non si debbano prospettare diverse forme di presenza in tali contesti, meno direttamente legate a un’appartenenza alla struttura militare“. In questo modo, si legge nella nota pastorale, le nuove figure “consentirebbero maggior libertà nell’annuncio di pace specie in contesti critici”. Come scriveva padre Alex Zanotelli nell’editoriale di marzo 2018 di Mosaico di Pace:  “Chi ha voluto questa Intesa? Forse la Conferenza Episcopale Italiana? O forse l’Ordinario militare, il vescovo responsabile dei cappellani militari? Chiunque abbia deciso, una cosa mi sembra chiara: questa decisione è in contrasto con il magistero di papa Francesco contro la guerra e in favore della nonviolenza attiva. Ma stride soprattutto con il Vangelo, perché l’Intesa integra i cappellani nelle Forze Armate d’Italia sempre più impegnate a fare guerra “ovunque i nostri interessi vitali siano minacciati”, come recita il Libro Bianco della Difesa della Ministra Pinotti. È questo che è avvenuto nelle guerre in Afghanistan, Iraq, Libia. E per fare questo, il bisogno di armarsi fino ai denti, arrivando a spendere lo scorso anno in Difesa 25 miliardi di euro, pari a 70 milioni di euro al giorno. Tutto questo contrasta con quanto ci ha insegnato Gesù. Per cui diventa una profonda contraddizione avere sacerdoti inseriti in tali strutture.” L’annuncio evangelico è conciliabile con l’appartenenza ad una struttura come quella militare, ancora più nella situazione attuale, in cui non esiste più un esercito di leva ma solo di professionisti?.  E ancora: Come conciliare Vangelo e stellette, coscienza e obbedienza a ordini militari e di guerra? Si può benedire una guerra? Si possono benedire le armi oggi come nel Medioevo, come ai tempi delle crociate e della Dottrina della Scoperta? Ma soprattutto, oggi si posso benedire le armi e le azioni militari? Perché una Diocesi Militare? E il comandamento non uccidere? L’amore per il nemico e il “porgere l’altra guancia”? Queste evidentemente, vanno bene fin quando fan parte del “folklore” popolare, della cultura di massa e della retorica, in parte, istituzionale all’interno della Chiesa; ma quando si tratta scendere nella realpolitik, questi temi non si affrontano. I cappellani militari sono uno dei retaggi obsoleti e vergognosi della Chiesa moderna. Ciò fa ritornare alla mente la famosa Lettera ai cappellani militari del 1965 di Don Lorenzo Milani, che nel 1968 finì sotto processo per aver scritto quella lettera aperta pubblicata su Rinascita: “Le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto. Abbiamo dunque idee molto diverse. Posso rispettare le vostre se le giustificherete alla luce del Vangelo e della Costituzione. Ma rispettate anche voi le idee degli altri. Soprattutto se son uomini che per le loro idee pagano di persona”. Da anni il movimento cattolico internazionale pacifista Pax Christi si batte per la smilitarizzazione dei cappellani militari, sottolineando l’insensatezza della nomina di Papa Giovanni XXIII a patrono dell’esercito italiano. L’enfasi sulla “militarità” come condizione necessaria per svolgere il ministero sacerdotale nelle Forze armate (S. Marcianò, Radio Vaticana, 29 aprile 2016) risulta inadeguata rispetto all’universale impegno per la pace, motivato dal Vangelo, unica fonte della testimonianza cristiana e dell’azione ecclesiale (per i credenti). In questo senso si evidenzia l’anacronismo ecclesiologico tra la struttura di “Chiesa castrense” e i nuovi compiti affidati a credenti per organizzare “il disarmo integrale”, come insegna proprio Giovanni XXIII nella sua Pacem in terris. Il Concilio Vaticano II  invitava i sacerdoti presenti tra i soldati a operare in ambito diocesano territoriale (Christus dominus 43). Sarà bene rileggere i testi del Concilio, la Pacem in terris, l’Evangelii gaudium così come l’Appello alla Chiesa italiana sottoscritto da Pax Christi International, dal Pontificio Consiglio Giustizia e Pace e da altre istituzioni e organizzazioni per promuovere la centralità della nonviolenza evangelica con il fine di smilitarizzare o abolire questo ordine obsoleto per riconvertirlo in azione di pace e fratellanza.   Fonti: https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/12/06/cappellani-militari-cei-riforma-gradi-stipendi-notizie/8218391/ > Cappellani sì, militari no https://www.lecodelsud.it/vorrei-sposare-un-cappellano-militare-non-posso-e-mio-fratello > CAPPELLANI MILITARI: TAGLI PER 4,5 MILIONI DI EURO > Papa Francesco riapre il dibattito sui cappellani militari con un discorso > potente, che li esorta a una scelta di campo irreversibile per la pace e il > disarmo https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2022-05/ucraina-missione-cappellani-militari.html > I Cappellani Militari e l’Ordinariato per l’Italia: Storia, Fede e Servizio > nella coscienza dei Soldati https://www.paxchristi.it/?p=11896 > I cappellani militari nella Seconda Guerra Mondiale: tra assistenza > spirituale, propaganda e resistenza   BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE * Chiesa, P. (2011). Dio e patria. I cappellani militari lombardi nella Seconda Guerra Mondiale. Milano: Unicopli. * Coulter, D. G. (1998). Church of Scotland Army Chaplains in the Second World War. Tesi di dottorato, University of Edinburgh. * Franzinelli, M. (1991). Il riarmo dello spirito. I cappellani militari nella seconda guerra mondiale. Brescia: Morcelliana. * Franzinelli, M. (1993). I cappellani militari italiani nella Resistenza all’estero. Roma: Commissione per lo studio della Resistenza dei militari italiani all’estero. * Franzinelli, M. (1995). La religione castrense tra ammortizzazione e legittimazione della violenza bellica. In: Italia contemporanea, n. 200, pp. 567-590. * Robinson, A. (2008). Chaplains at War: The Role of Clergymen During World War II. London: I.B. Tauris. * ResearchGate (2006). Totalitarianism: German Military Chaplains in World War II and the Dilemmas of Legitimacy. Disponibile su: researchgate.net. * Ordinariato Militare per l’Italia (1925-1945). Documenti e relazioni. * 1940-1945. I Cappellani militari della Seconda guerra mondiale. Cronografia degli incarichi – Mobilitati – Caduti – Dispersi – Decorati. Statistica completa. A cura di Don F. Marchisio. Scarica PDF   Lorenzo Poli
April 28, 2026
Pressenza
Il concetto di “guerra giusta” nella Chiesa Cattolica
Papa Francesco è stato un pontefice dall’importante impegno pacifista dichiarato senza mezzi termini.  Fu proprio lui a considerare «inammissibile» anche la «pena di morte» perché «attenta all’inviolabilità e alla dignità della persona» (1) -, sancendo con una parola definitiva che «nessuna guerra è giusta. L’unica cosa giusta è la pace»(2). Nel suo bellissimo libro «Contro la guerra. Il coraggio di costruire la pace» (Solferino), Francesco scriveva: «Tante guerre sono in atto in questo momento nel mondo, che causano immane dolore, vittime innocenti, specialmente bambini. Sono le tante guerre dimenticate. Queste guerre ci apparivano lontane. Fino a che, ora, quasi all’improvviso, la guerra è scoppiata vicino a noi…». In perfetta linea con le posizioni ecopacifiste prese nel 2016 nell’enciclica Laudato Sì e nel 2023 nell’esortazione apostolica Laudate Deum, questo è un libro importantissimo in cui Papa Francesco prende consapevolezza della Terza Guerra Mondiale “a pezzi” in giro per il mondo, puntando il dito – con schiettezza latinoamericana – contro il principale artefice delle guerre nel mondo, la NATO, e il suo allargamento ad Est dai patti di Varsavia ad oggi, che si concretizzano in una volontà di inglobare ad essa i famosi “Paesi cuscinetto” dei Paesi Baltici. Quella di Francesco fu una presa di posizione netta sia contro le politiche del democratico Joe Biden sia del tycoon repubblicano esponente dell’alt right Donald Trump. Durante il giorno della sua elezione, Papa Leone XIV ha subito parlato del suo intento di portare avanti una “pace disarmata e disarmante”. In questi giorni è stato emblematico lo scontro verbale tra Papa Leone XIV e Trump. Un Donald Trump senza freni si è scagliato contro Leone XIV, il primo papa nordamericano della storia. “Non sono un suo grande fan” – ha tuonato nella notte fra domenica e lunedì in un lungo post su Truth, affermando che è un “debole e pessimo nella politica estera. Preferisco di gran lunga suo fratello Louis che è totalmente Maga. Lui ha capito tutto”. La replica non si è fatta attendere: “Non mi fa paura” – ha detto Prevost ai giornalisti sbarcando in Algeria, nel suo viaggio in Africa – “non voglio aprire un dibattito”. Papa Leone XIV ha risposto a Trump dalla capitale del Camerun, Bamenda, affermando: «I signori della guerra fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire». Leone XIV parla dei «masters of war», come nella canzone di Bob Dylan, quelli che nel mondo «fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare». Ed aggiunge: «Il mondo è distrutto da una manciata di tiranni(«a handful of tyrants») ed è tenuto in piedi da una miriade di fratelli e sorelle solidali!».  Una risposta decisa che in tanti aspettavamo dopo un anno di pontificato e dopo l’interessante ed innovativa – sulle tracce del predecessore – esortazione apostolica ed “umanistica” dal titolo Dilexi te sull’ “amore verso i poveri”. Tutto questo però non basta per opporsi strutturalmente alla guerra, come non è bastato in passato. La Chiesa cattolica oggi non può parlare di “guerra” come se fosse un elemento estraneo alla sua storia passata ed attuale. Serve una svolta radicale della Chiesa che qualcuno potrebbe definire giustamente “divisiva”, ma soprattutto necessaria. L’amministrazione degli Stati Uniti (Trump e Vance) non si è inventata da sola la “guerra giusta”. Essa è stata nel passato il motore delle crociate (“Deus vult”, “Dio lo vuole”), delle tante guerre in nome della fede, delle colonizzazioni tout court “contro i barbari” ed è stata la giustificazione del missionaresimo cristiano e delle evangelizzazioni forzate. La “guerra giusta” affonda le sue radici storiche – come concetto non scritto, ma implicito – anche nella Dottrina della Scoperta, un principio giuridico e teologico del XV secolo, basato su bolle papali (come la Inter Caetera del 1493), che giustificava l’acquisizione di terre indigene non cristiane da parte delle potenze coloniali europee. Utilizzata per legittimare l’esplorazione, la conquista e la colonizzazione delle Americhe e di altre terre da parte di Spagna, Portogallo e successivamente altre potenze europee, sosteneva che la “scoperta” di terre non abitate da cristiani conferisse il diritto di sovranità e proprietà alle nazioni cristiane. Il Vaticano ha formalmente ripudiato questa dottrina nel marzo 2023, dichiarando che tali decreti non riflettono la fede cattolica, ma è risultato flebile il silenzio in merito a qualsiasi responsabilità politica per quelle bolle papali, vecchie di 500 anni, che autorizzavano le potenze coloniali a impadronirsi delle terre indigene (definite “terra nullius”). Le bolle, infatti, sono state emanate dai «rappresentanti di Dio sulla Terra» e non prendere atto di questo significa che la battaglia è vinta solo a metà. Ancor più negativamente, il fatto che il Vaticano abbia evitato ogni riferimento al collegamento tra Dottrina della Scoperta e i crimini di massa coloniali avallati contro i non-cristiani e le loro conseguenze, indica che il bersaglio è stato mancato. Il tema della “guerra giusta” in tempi moderni ha riguardato la Dottrina Sociale della Chiesa (3) nel suo servizio alla città dell’uomo e viene contemplato per la prima volta in forma scritta nel Catechismo della Chiesa Cattolica (che si può liberamente consultare online), riprendendo l’insegnamento tradizionale di Agostino e Tommaso d’Aquino. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC), ai paragrafi 2307-2317, tratta la guerra nell’ambito del quinto comandamento (“Non uccidere”), condannandone la distruzione ma riconoscendo la legittimità della difesa armata. Le condizioni rigide per la “guerra giusta” includono l’aggressione durevole e certa, l’inefficacia di altri mezzi, fondate condizioni di successo e la proporzionalità dei danni: « 2309. Si devono considerare con rigore le strette condizioni che giustificano una legittima difesa con la forza militare. Tale decisione, per lasua gravità, è sottomessa a rigorose condizioni di legittimità morale. […] Questi sono gli elementi tradizionali elencati nella dottrina detta della “ guerra giusta”. La valutazione di tali condizioni di legittimità morale spetta al giudizio prudente di coloro che hanno la responsabilità del bene comune. » Un occhio poco attento potrebbe leggere tra le righe che la legittimità morale della difesa armata sia legata a quella dell’oppresso contro l’oppressore, ma in realtà la difesa armata legittima la potrebbe usare solo chi detiene l’autorità per farlo, ovvero il potere costituito: « 2265. La legittima difesa, oltre che un diritto, può essere anche un grave dovere, per chi è responsabile della vita di altri. La difesa del bene comune esige che si ponga l’ingiusto aggressore in stato di non nuocere. A questo titolo, i legittimi detentori dell’autorità hanno il diritto di usare anche le armi per respingere gli aggressori della comunità civile affidata alla loro responsabilità. » Al punto 2310 si specifica che la difesa armata legittima, secondo il Catechismo della Chiesa ce l’ha chi concorre al “bene comune della nazione e al mantenimento della pace”, che in questo caso non è l’oppresso, ma il potere vigente: « 2310. I pubblici poteri, in questo caso, hanno il diritto e il dovere di imporre ai cittadini gli obblighi necessari alla difesa nazionale. Coloro che si dedicano al servizio della patria nella vita militare sono servitori della sicurezza e della libertà dei popoli. Se rettamente adempiono il loro dovere, concorrono veramente al bene comune della nazione e al mantenimento della pace.» Nel nome del “bene comune” si affida ai “legittimi detentori dell’autorità” la legittimità morale di esercitare ambiguamente la “difesa armata” contro un “nemico” che sostanzialmente è il potere costituito a decidere quale sia e contro il quale è “giusto” scagliarsi. Ecco spiegato e legittimato nella storia il sostegno della Chiesa Cattolica ad ogni classe dominante in altre parti del mondo, che fu la causa del mancato sostegno della Chiesa ai teologi della liberazione in America Latina contro le dittature dei gorilla del Piano Condor; del mancato sostegno di Giovanni Paolo II ad Oscar Romero contro gli squadroni della morte a El Salvador; dell’amicizia di Giovanni Paolo II con il dittatore fascista cileno Pinochet (assai criticata dalla teologa Adriana Zarri), della diffidenza della Chiesa verso i preti operai e della comunità cristiane di base, oltre il rifiuto categorico di Giovanni Paolo II di ricevere il guatemalteco “Vescovo dei poveri” Juan Josè Conedera che si impegnò contro il genocidio dei Maya Ixil ad opera del generale e dittatore guatemalteco di stampo cristiano José Efraín Ríos Montt. C’erano “guerre giuste” che, più che combattute, andavano silentemente sostenute. Ciò che risulta strano è che il concetto di “guerra giusta”, per quanto continuamente praticato, sia da anni rifiutato e considerato superato nella teoria dagli stessi Papi della Chiesa cattolica. Papa Giovanni XXIII nella Pacem in Terris scrisse: «riesce quasi impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia» (4), utilizzando un’espressione latina che la traduzione italiana sfuma: pensare alla guerra come soluzione dei conflitti, cioè, «alienum est a ratione», è “fuori dalla ragione”. Il Concilio Vaticano II ha condannato «ogni atto di guerra che indiscriminatamente mira alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, delitto contro Dio e contro la stessa umanità» (5). Condanna che si ripete negli insegnamenti dei Pontefici: dall’«inutile strage» di Benedetto XV, all’«avventura senza ritorno» (6) di San Giovanni Paolo II, al Discorso all’ONU di Paolo VI che sottolinea come la gestione dei conflitti non vada affidata alla guerra ma all’opera di organismi internazionali: «Basta ricordare che il sangue di milioni di uomini e innumerevoli e inaudite sofferenze, inutili stragi e formidabili rovine sanciscono il patto che vi unisce, con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei popoli e dell’intera umanità» (7). Queste parole si sposano perfettamente con il pensiero del grande teologo brasiliano Leonardo Boff, che subì un processo dottrinario in Vaticano per la sua adesione alla teologia della liberazione, che rigetta completamente il concetto di “guerra giusta” del Catechismo della Chiesa cattolica del 1997 ed afferma, riprendendo Bertrand Russell e Albert Einstein nel loro manifesto del 9 luglio 1955 contro i pericoli della guerra nucleare e per la pace: “La guerra non può essere umanizzata, deve essere abolita”. Per questo motivo oggi serve una risposta più strutturale da parte della Chiesa-istituzione contro le guerre soprattutto se si tratta di guerre agite dai potenti della terra contro i deboli del mondo. (segue prossimo approfondimento…)   Note: (1) Cfr. Nuova redazione del n. 2667 del Catechismo della Chiesa Cattolica, approvata da Papa Francesco, 11 maggio 2018 (2) Cfr. Politique et societé, Libro-intervista con il sociologo Dominique Wolton, Edizioni L’Observatoire, 2017 (3) Richiamando il Catechismo della Chiesa Cattolica, il Compendio di Dottrina Sociale della Chiesa ricorda quali fossero «gli elementi tradizionali» di tale dottrina: «che il danno causato dall’aggressore alla nazione sia durevole, grave e certo; che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci; che ci siano fondate condizioni di successo; che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare» (Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 500) (4) Giovanni XXIII, Lettera Enciclica Pacem in terries, 67 (5) Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Gaudium et Spes, 80 (6) Giovanni Paolo II, Udienza Generale 16 gennaio 1991 (7) Paolo VI, Discorso all’ONU, 4 ottobre 1965   Fonti intro articolo: > Papa Francesco, un esempio di umanesimo e coerenza contro la polarizzazione > delle guerre culturali > La rivoluzione di Francesco, una “Chiesa povera per i poveri” https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/04/13/trump-attacca-il-papa-debole-e-pessimo-sulla-politica-estera.-leone-risponde_8e91ffa4-c131-4e83-a9a8-f95a84cf16a5.html   Fonti su Dottrina della Scoperta: https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2023-03/dottrina-scoperta-doctrine-discovery-nota-sviluppo-umano.html https://www.osservatoreromano.va/it/news/2023-03/quo-075/la-dottrina-della-scoperta.html Cristiana Fiamingo, La Santa Sede e il ripudio della dottrina della scoperta tra riduzionismo e negazione di responsabilità https://air.unimi.it/retrieve/68364269-5323-4059-ab76-5b7e6a96201b/Vol.6No.1.2024_FiamingoV2.pdf Dicasteri per la cultura e l’educazione e per il servizio dello sviluppo umano integrale, La «dottrina della scoperta» non è cristiana https://ilregno.it/articles/Regno-documenti-9-2023-257-suphq7.pdf https://www.humandevelopment.va/it/news/2023/nota-congiunta-sulla-dottrina-della-scoperta.html   Fonti su “guerra giusta”: > La guerra per la Chiesa cattolica https://www.rassegnastampa-totustuus.it/cattolica/wp-content/uploads/2023/07/GUERRA-SANTA-GUERRA-GIUSTA-Roberto-De-Mattei.pdf Relazione al Convegno: “Sicurezza, legalità, sviluppo: a 100 anni da Vittorio Veneto”, Università “A. Moro”, dipartimento Scienze Politiche, Bari, 25 ottobre 2018 https://www.ordinariatomilitare.it/wp-content/uploads/sites/2/2019/07/Conferenza-universita-Bari.pdf > La guerra non può essere umanizzata, deve essere cancellata   Lorenzo Poli
April 27, 2026
Pressenza