Arundhati Roy: “L’arte non può tacere su un genocidio”Arundhati Roy ha scelto così di rinunciare alla Berlinale 2026.
Arundhati Roy ha messo sotto accusa non solo dei governi, ma un’intera idea di
arte: quella che si proclama “neutrale”, innocente, estranea al mondo mentre il
mondo brucia.
Denunciando il genocidio del popolo palestinese da parte dello Stato di Israele,
reso possibile dal sostegno politico, militare ed economico di Stati Uniti e
Germania, Roy non si è limitata a indicare i responsabili istituzionali. Ha
chiamato in causa direttamente chi crea immagini, racconti, simboli: i cineasti,
gli artisti, gli intellettuali che scelgono il silenzio come rifugio morale.
Il bersaglio non è solo il potere, ma il linguaggio che lo protegge. Quel
linguaggio rassicurante con cui il presidente di giuria Wim Wenders ha invitato
la Berlinale a “restare fuori dalla politica”, presentando il cinema come un
“contrappeso”, un territorio altro, separato, opposto al campo del potere.
Parole che suonano moderate, persino nobili. Ma che, lette nel presente,
rivelano la loro funzione reale: non prudenza, bensì rimozione. Un dispositivo
per chiudere la discussione proprio mentre sotto i nostri occhi si consuma un
crimine contro l’umanità e proprio mentre agli artisti spetterebbe il compito di
fare tutto il possibile per fermarlo.
L’illusione della neutralità e il giudizio della storia
Durante la conferenza stampa, Wenders ha risposto a una domanda su Gaza
sostenendo che l’arte debba “fare il lavoro delle persone, non quello dei
politici”, e che per questo debba restare fuori dalla politica. Ma è esattamente
questa separazione a risuonare oggi come una forma di complicità silenziosa.
IN UN TEMPO IN CUI LA VIOLENZA SISTEMICA VIENE NORMALIZZATA E LA CENSURA MORALE
MASCHERATA DA EQUILIBRIO, L’INVOCAZIONE ALL’APOLITICITÀ NON È MAI NEUTRA.
L’idea dell’arte come “contrappeso della politica” può apparire onesta, persino
umanista, se intesa come difesa dell’autonomia creativa. Ma nella realtà
concreta — quella delle bombe su Gaza, dei corpi carbonizzati, dei bambini
sepolti sotto le macerie; quella dei governi che finanziano simultaneamente la
guerra e i festival culturali come la Berlinale — questa posizione si svuota di
innocenza. Dire che l’arte non dovrebbe parlare di politica equivale, nei fatti,
a dire che debba tacere davanti al potere.
La distanza che Wenders reclama non è un’assenza di posizione: è una presa di
posizione a favore dello status quo.
Roy coglie il punto essenziale: il silenzio dell’arte non è un rifiuto della
politica, ma la sua resa. L’arte, nella sua forma più viva, non “fa il lavoro
dei politici”; al contrario, ne smaschera le costruzioni, incrina le narrazioni
ufficiali, apre spazi di linguaggio e di percezione che la propaganda tenta di
sigillare. Quando un artista sceglie di non pronunciare la parola “genocidio”
per difendere l’autonomia del cinema, finisce per .trasformare l’autonomia in
isolamento, la bellezza in privilegio.
In quella postura di equidistanza si consuma una rimozione profonda del nesso
tra estetica e responsabilità. Wenders, come molti maestri del cinema europeo,
ha costruito un linguaggio capace di raccontare la solitudine, la fragilità, la
dignità dell’umano, ma è proprio questa umanità che oggi chiede di essere
riconosciuta nei volti senza nome, nei corpi devastati, nelle vite palestinesi
ridotte a danni collaterali.
Quando l’arte smette di rispondere al reale, non è più un contrappeso alla
politica: ne diventa l’eco. E se i più grandi cineasti del nostro tempo non
riescono a dirlo chiaramente, allora non sarà l’estetica a salvarli. Sarà la
storia a giudicarli.
Redazione Italia