L’Europa dei due pesi e due misure: sanzioni a Cuba ma nessuna misura contro Israele
Strasburgo si allinea a Washington e punta il dito contro l’Avana, mentre
l’isola è colpita da una crisi durissima
Di Giuseppe Cirillo
Con 283 voti favorevoli, 199 contrari e 85 astensioni, il Parlamento Europeo ha
approvato una risoluzione che chiede un aumento della pressione politica ed
economica nei confronti di Cuba, raccomandando anche interventi sanzionatori. Si
tratta di una risoluzione che, nei fatti, riprende molte delle accuse già
avanzate dal governo degli Stati Uniti contro quello cubano guidato dal
presidente Miguel Díaz-Canel.
Il documento approvato con il sostegno del Partito Popolare Europeo, dei
Conservatori e Riformisti e del gruppo liberale Renew Europe – tra i partiti
italiani si sono espressi a favore Fratelli d’Italia e Forza Italia, mentre la
Lega si è astenuta – ha descritto l’isola caraibica come un Paese sempre più
vicino al collasso economico e sociale.
La decisione dell’Eurocamera è arrivata in un momento particolarmente drammatico
per Cuba, alle prese con una delle peggiori crisi economiche della sua storia
recente. Carenze di carburante, blackout sempre più frequenti, difficoltà
nell’approvvigionamento di beni essenziali e una crescente emigrazione hanno
aggravato le condizioni di vita della popolazione.
Secondo il Parlamento Europeo, la responsabilità principale della crisi sarebbe
da attribuire al sistema politico ed economico cubano. Le difficoltà che
impattano pesantemente sulla popolazione, sempre più allo stremo, secondo la
decisione dell’Eurocamera non sarebbero da imputare al contesto internazionale,
che ha contribuito all’isolamento economico dell’isola e all’imposizione di
sanzioni, ma esclusivamente alle politiche adottate dal governo dell’Avana.
Una valutazione che continua a far discutere. Da oltre sessantacinque anni Cuba
è sottoposta all’embargo economico imposto dagli Stati Uniti. Sebbene alcuni
beni di consumo siano riusciti a raggiungere l’isola, spesso attraverso il
mercato nero e, più frequentemente, a beneficio dell’élite politica dell’Avana,
la misura ha comunque limitato pesantemente l’accesso del Paese ai mercati
internazionali, ai finanziamenti e a numerose tecnologie strategiche. Una
situazione che ha contribuito sia alle difficoltà economiche dell’isola sia al
crescente malcontento della popolazione nei confronti di una classe dirigente
che continua ad avere accesso a privilegi e beni difficilmente raggiungibili
dalla maggioranza dei cittadini.
Ad ogni modo, pur non essendo l’unica causa delle difficoltà del Paese,
l’embargo ha avuto un impatto più che significativo sullo sviluppo economico
cubano e continua a essere indicato da numerose organizzazioni internazionali
come uno dei fattori che contribuiscono alla crisi dell’isola. Non a caso, ogni
anno l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approva a larghissima maggioranza
una risoluzione che chiede la fine delle sanzioni statunitensi contro Cuba.
Negli anni passati gli stessi Paesi europei hanno generalmente sostenuto questa
posizione. Questa volta, però, la scelta è stata diversa e molti si sono chiesti
il perché. Per il Parlamento Europeo, solo un profondo cambiamento politico ed
economico potrebbe consentire a Cuba di uscire dalla povertà, dall’isolamento
internazionale e dalla crisi attuale. Una posizione che attribuisce quasi
esclusivamente al governo cubano la responsabilità delle difficoltà che il Paese
sta attraversando.
Ma proprio questa interpretazione sembra essere finita al centro delle critiche.
Secondo i critici della risoluzione, la tendenza generale sembra essere quella
di voler sottovalutare il ruolo avuto da decenni di embargo e di pressione
economica internazionale. Una situazione aggravata negli ultimi anni dagli
effetti della pandemia di Covid-19 e dal successivo aumento delle tensioni
geopolitiche nella regione. È proprio in questo scenario che Washington ha
deciso di aumentare la pressione economica e diplomatica sull’Avana, anche in
risposta alla crescente presenza di Russia e Cina nei Caraibi e in America
Latina, aree che gli Stati Uniti continuano a considerare strategiche per la
propria influenza.
A questo punto una domanda appare inevitabile: la risoluzione approvata dal
Parlamento Europeo nasce davvero dalla volontà di migliorare le condizioni di
vita del popolo cubano o risponde a interessi geopolitici di qualcun altro?
Inoltre, considerando che il Parlamento Europeo non ha ancora adottato lo stesso
provvedimento nei confronti di Israele, accusato di genocidio a Gaza, di crimini
in Cisgiordania e dell’apertura di diversi fronti militari in altre aree come
Libano, Siria, Iran e Yemen, che fanno pensare più a una logica espansionistica
che a una difesa militare contro organizzazioni considerate ostili, viene
spontaneo chiedersi: l’Unione Europea sta applicando criteri diversi a seconda
dei casi? Esistono forse doppi standard o vi sono interessi politici e
strategici che sfuggono all’opinione pubblica?
Redazione Italia