Tod Browning, “uno di noi”
Come leggiamo nei titoli di testa, Spurs (1923) suggerì al produttore Irving
Thalberg e a Tod Browning l’idea di Freaks (1932). Non c’è dubbio del resto che,
per quanto rivoltato come un calzino, il racconto di Tod Robbins (1888-1948)
ispirò effettivamente il film destinato a travolgere la carriera del regista,
consegnando la sua opera a un campionato anche più grande della storia del
cinema. Tradotto ora in Italia da Agenzia Alcatraz nella collana “La Biblioteca
di Lovecraft”, all’interno della raccolta dedicata a Robbins, Spurs
(letteralmente: speroni) uscì dapprima per uno dei tanti pulp magazine negli
anni ‘20 (Munsey’s Magazine), e fu poi ripubblicato in una antologia di short
story dell’autore. Di lì, la sua trasposizione cinematografica – costata in
diritti a MGM $ 8.000 del tempo – si rivelò alla fine, per le idee di
normalità del secolo scorso, una bomba con una miccia lunghissima ma non meno
fatale. Film maledetto, dopo un flop clamoroso, poi cult movie imprescindibile
nei cineclub degli anni ‘60-70, quando la controcultura americana rivendicò
orgogliosamente per se la qualifica di “freak”, trent’anni dopo la prima
americana la pellicola era ancora bandita nel Regno Unito, dove ottenne il visto
in censura soltanto nel 1963.
I mostri del vaudeville
Freaks – il termine inglese per indicare gli “scherzi di natura” e le attrazioni
da fiera rese popolari da Phineas Taylor Barnum – non è infatti un film horror,
un film di “mostri” come quelli che Universal immortalò con il cinema sonoro dei
primi anni ’30, mostri di estrazione letteraria come il Frankenstein di James
Whale o il Dracula dello stesso Browning, che aveva sbancato il botteghino
soltanto l’anno prima. Pensato come una risposta di MGM alla major concorrente,
Freaks è un revenge movie sapidamente impregnato nelle atmosfere del vaudeville,
un dramma sarcasticamente compassionevole che sembra prendere a pugni tutto ciò
che i contemporanei di Browning erano disposti a credere. Freaks è infatti un
film che mostra corpi negletti, senza trucco, ponendo la loro differenza
direttamente al centro della storia, con un cast di attori affetti da patologie
genetiche come l’acondroplasia, il nanismo, la microcefalia, la focomelia, che
dividono la scena con artisti da sideshow con gravi mutilazioni come Johnny Eck,
the “Half Boy”, cui mancava sia la parte inferiore dell’addome che le gambe, o
come Prince Randian, “The Living Torso”, in grado di accendersi una sigaretta
benché privo di tutti e quattro gli arti. Tra grida e svenimenti in sala, dopo
una proiezione di prova una spettatrice arrivò a denunciare la produzione perché
la visione del film le avrebbe a suo dire provocato un aborto spontaneo. A
confondere ulteriormente i confini tra organismi considerati devianti, con la
consueta ricaduta di morbosità, pruriti e altre inquisizioni, nella troupe non
mancava una copia di “gemelle siamesi”, costrette a condividere anche l’intimità
della loro vita affettiva con i rispettivi partner, né una donna barbuta
partoriente (“ė femmina, avrà la barba anche lei”) né, infine, una persona
intersessuale che raffigurava la propria identità di genere con un corpo
salomonicamente diviso, metà maschio, metà femmina (“tu le piaci… ma non piaci a
lui”).
Dai sideshow all’eugenetica
Come osserva Walter Catalano nella postfazione del libro «Manifestazioni del
sacro, divertimento di principi, oggetto di studio scientifico, i mostri
entrarono nel massificato e utilitaristico mondo moderno con la rivoluzione
industriale». I devianti e i freaks divennero «il primo divertimento di massa
prima dell’invenzione del cinema, il Circo Barnum e Bailey, dette ampio spazio
alle deformi “curiosità». In un’epoca che più tardi vede, non solo negli USA,
l’eugenetica elevata al rango di scienza progressista, non deve stupire se
durante la lavorazione di Freaks qualcuno si mise anche a raccogliere firme per
interdire agli attori di Browning la mensa comune degli studios (“per
risparmiare conati di vomito alle maestranze”). Freaks, vide la luce solo grazie
a una serie di circostanze irripetibili, e la prima fu che quando il film uscì
nelle sale il codice Hays, dal nome di William Harrison Hays, allora presidente
della Motion Picture Association of America, benché già formulato non era ancora
entrato in vigore. La censura di Hollywood non poté quindi abbattersi su
un’opera che metteva in discussione proprio quella “legge naturale” che il
codice invocava come fondamento della morale comune e che alla fine sembrava
giustificare anche la crudele vendetta dei freaks ai danni dei loro
tormentatori. Un finale in cui, in piena Depressione, non era arduo cogliere una
metafora neppure troppo velata del malcontento e della ribellione che sobbolliva
nella società americana.
Per chiarire il contesto, Browning stesso nasce come attore nel vaudeville e le
tematiche sollevate da Freaks non erano certo inedite né insolite se guardiamo
ai suoi precedenti cinematografici. L’idea del film gli venne mentre stava
girando Lo sconosciuto (The Unknown, 1927), una delle più celebri
interpretazioni di “Lon” Chaney nei panni di Alonzo, un misterioso malvivente
che, innamorato della bella Nanon (Joan Crawford), si esibisce in un circo come
lanciatore di coltelli, fingendosi privo di entrambe le braccia. Freaks può anzi
essere visto come l’ultimo anello di una trilogia iniziata due anni prima de Lo
sconosciuto, con Il trio infernale (The unholy three, 1925), dal romanzo omonimo
dello stesso Tod Robbins. Il trio del titolo è composto da tre fenomeni da
sideshow che lasciano i baracconi per dedicarsi alla più remunerativa arte del
crimine: Hercules (Victor McLaglen), il forzuto; il ventriloquo e trasformista
Professor Echo ( Lon Chaney) e Tweedledee (Harry Earles), il nano che inganna le
sue vittime fingendosi un bimbo. Earles, nei panni del tenero Hans, ricompare in
Freaks con la sorella Daisy (la saggia fidanzata Frieda), entrambi membri della
Dolly Family, la compagnia teatrale di famiglia, fondata con le sorelle Gracie e
Tiny, anch’esse affette da microsomia. Chi non potrà purtroppo essere della
partita è invece l’attore feticcio di Browning, l’immenso “Lon” Chaney, venuto
a mancare a causa di un tumore.
Il codice solidale
Il racconto di Robbins descrive una semplice linea narrativa in tre atti, con un
twist finale. Quando Jacques Courbé, 71 centimetri, entra in scena a cavallo di
St. Eustache, un grosso cane che usa come destriero, non si cura delle risate
del pubblico perché i suoi unici pensieri sono rivolti a Jeanne Marie, la bella
del circo, e alle sue grazie prosperose. Avendo ereditato una cospicua eredità,
si sente pronto per una proposta di matrimonio. Nel secondo atto, durante la
cena delle nozze, che i colleghi di Jacques trasformano in una gara di vanterie
tra freaks, la ragazza tradisce i suoi calcoli meschini e opportunistici,
confidando che lo sposo, come tutti i nani, non sarà destinato a una lunga
vita. Nel terzo atto, infine, Jeanne Marie, incontrando un anno dopo il suo ex
amante, gli confida che il matrimonio si è rivelato in realtà un inferno per
lei, e che Jacques non perde occasione per vendicarsi e per umiliarla, sotto la
costante minaccia del suo cane.
Per la sceneggiatura di Freaks, Thalberg, il leggendario produttore di Hollywood
che ispirò a Francis Scott Fitzgerald il protagonista di The Last Tycoon, mise
al lavoro per cinque mesi uno stuolo di writers e scenaristi: oltre a Willis
Goldbeck e Leon Gordon, che alla fine la firmarono, Elliott Clawson, Edgar Allan
Woolf, Al Boasberg, Charles MacArthur. Rispetto al racconto, il film trasforma
Cleopatra (Olga Baclanova), la bella acrobata di cui Hans si innamora, in una
creatura non soltanto meschina e calcolatrice ma crudele e priva di scrupoli,
decisa ad avvelenare il nano, perdutamente innamorato di lei. La differenza
sostanziale con la storia di Robbins si rivela però nella celebre scena del
banchetto di nozze: mentre nel racconto gli attori fanno a gara nel rivaleggiare
come tante primedonne, nel film inscenano invece una cerimonia che, nel codice
di solidarietà dei freaks, dovrebbe riconoscere Cleopatra come “una di noi” (one
of us). Il disgustato rifiuto di lei segna in pratica l’inizio della sua fine (e
di quella del suo complice, Hercules il forzuto). Una fine atroce, commutata nel
contrappasso di una vendetta implacabile, seppure poi attenuata e rimaneggiata
in seguito ai numerosi tagli della pellicola apportati dalla produzione, mano a
mano che MGM prese atto dello scandalo e dell’ostilità che la pellicola
suscitava tra il pubblico.
Un finale che, stando alla biografia di David J. Skal e Elias Savada (Dark
Carnival, The secret world of Tod Browning, Hollywood’s Master of Macabre,
University of Minnesota Press, 1995) non entusiasmò Browning, più incline a un
epilogo malinconico, ma che non dispiacque a Thalberg, che in fondo poteva egli
stesso considerarsi un “freak”, a cui i medici, a causa di una cardiopatia
congenita, avevano predetto una morte precoce entro i trent’anni. Morì a 36,
dopo una carriera folgorante alla Universal e alla MGM, con all’attivo grandi
successi come Grand Hotel, Una notte all’opera, L’ammutinamento del Bounty.
Contravvenendo al malevolo augurio che Jeanne Marie formula nel racconto, quasi
tutti i freaks di Browning si rivelarono invece più longevi, Harry Earles e
Johnny Eck the “Half Boy”, in particolare, vissero oltre 80 anni. Possiamo
quindi immaginarli mentre ascoltano l’omaggio che i Ramones gli rivolsero molti
anni dopo: “Gabba gabba, hey. We accept you, we accept you, one of us”
(Pinheads, 1977). A cui si accoda qui anche l’augurio che Harrison Harden,
batterista e leader dei Rigor Mortis, band nota per l’esegesi thrash metal di
Freaks, rivolge in una breve introduzione del volume: lunga vita ai Freaks.
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