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Eric Gobetti / Il senso di una parola
La tesi di Eric Gobetti si può enunciare in una riga: la parola “terrorismo” non descrive una realtà, la costruisce. Chi la usa decide chi sono i nemici, non chi sono i violenti. È una tesi antica nel dibattito politologico — da Walter Laqueur a Donatella della Porta, passando per la letteratura postcoloniale — ma che in Italia fatica a entrare nel discorso pubblico, dove “terrorismo” funziona ancora come anatema più che come categoria analitica. Il merito di questo agile volume UTET è di portare quella tesi su un terreno storiografico preciso: la storia d’Italia dall’Unità a oggi, con una continuità narrativa che pochi si sono azzardati a tentare. Il cuore argomentativo del libro è una ridefinizione del termine. Gobetti propone di trattare il terrorismo come metodo di lotta, non come attributo morale, e di riconoscere che gli Stati lo praticano almeno quanto i movimenti clandestini. Su questo il libro è sul terreno giusto, e il coraggio intellettuale dell’operazione non va sottovalutato: il terrorismo coloniale italiano in Libia e in Etiopia — le deportazioni di massa, i bombardamenti con gas asfissianti, le esecuzioni sommarie che accompagnarono l’occupazione — le violenze squadriste sistematicamente coperte dallo Stato liberale, le stragi della strategia della tensione, da piazza Fontana all’Italicus, orchestrate con la complicità di apparati, “deviati” come amano dire, dello Stato stesso, trovano qui una cornice unitaria e finalmente chiamata con il suo nome. Il “nostro terrorismo” del titolo è quello che l’Italia ha esercitato o tollerato senza mai nominarlo, rimuovendolo dalla memoria collettiva con la stessa efficacia con cui lo ha praticato. Dare un nome a questa rimozione è già un atto storiografico e politico di prima necessità, tanto più urgente in un paese che continua a fare i conti con quella storia in modo intermittente e spesso in malafede. Dove il volume sconta qualche limite è nell’equilibrio tra ambizione teorica e profondità storica. In 192 pagine si attraversa un secolo e mezzo: il rischio della sintesi è strutturale, non accidentale. Ma Gobetti è un divulgatore tra i più seri in circolazione, e la scelta di rinunciare all’apparatus accademico in favore della leggibilità risponde a una precisa strategia comunicativa, non a pigrizia intellettuale. La definizione proposta — terrorismo come violenza politica deliberata contro civili per produrre terrore — è volutamente operativa: serve a smontare l’ipocrisia di chi riserva il termine ai soli nemici. Il confronto con la letteratura comparativa internazionale, da Bruce Hoffman a Mark Juergensmeyer, avrebbe potuto rafforzare l’impianto, ma avrebbe anche tradito il registro del libro, che è quello dell’intervento civile più che del saggio specialistico. Le reazioni da destra — che accusano Gobetti di applicare il metro selettivamente — confermano involontariamente la sua tesi: l’accusa di parzialità viene quasi sempre da chi ha tutto l’interesse a mantenere il monopolio della parola “terrorismo” come strumento di delegittimazione dell’avversario. Vale la pena notare che le critiche più accese sono arrivate da ambienti abituati a usare quella parola come clava, non come strumento di analisi: testate che non hanno mai dedicato una riga al terrorismo coloniale, e non solo, dello stato italiano e che scoprono il rigore metodologico solo quando serve a difendere le proprie convenienze narrative. Che il libro disturbi certi ambienti è, in questo senso, un buon segno. Il nostro terrorismo si inserisce in una traiettoria precisa nella produzione di Gobetti: quella di uno storico che ha scelto deliberatamente il terreno della memoria pubblica controversa — le foibe, l’occupazione della Jugoslavia, i crimini del colonialismo fascista — sapendo che ogni libro avrebbe scatenato reazioni di rifiuto pregiudiziale da parte di chi preferisce fare finta di non sapere. È una scelta che ha un costo in termini di reputazione accademica ma che ha una sua dignità civile, rara in un paese dove la storiografia seria fatica a uscire dalle università. In questo senso il volume va letto anche come documento di un metodo: la storia come strumento per decostruire le parole con cui il potere si racconta. Il libro pone le domande giuste nel momento giusto. In un clima in cui “terrorista” si applica ai manifestanti pro-Palestina e non agli autori di bombardamenti sistematici su civili inermi a Gaza, ricordare che la parola ha una storia e un uso politico è un atto di igiene intellettuale che questo paese fatica sistematicamente a compiere. Pamphlet o saggio, la distinzione conta meno dell’effetto: rompere un silenzio che dura da troppo tempo.   L'articolo Eric Gobetti / Il senso di una parola proviene da Pulp Magazine.
July 2, 2026
Pulp Magazine
Strage di Lipa: donne, bambini, anziani
di Bruno Lai Crimini nazifascisti. 30 aprile 1944: Strage di Lipa. Lipa è un villaggio istriano. Dopo la fine della Prima guerra mondiale fa parte di una zona annessa all’Italia. Durante il ventennio criminale fascista gli viene assegnato il nome italiano di “Lippa di Elsane”, nell’ambito di un’italianizzazione dei toponimi istriani, intensificata dal fascismo negli anni ’20. Lipa o Lippa
GIORNO DEL RICORDO: GOBETTI, “IL DOMINIO MEDIATICO NAZIONALISTA SI È IMPOSTO COME NARRAZIONE DI STATO”
Da 22 anni il 10 febbraio è istituito come Giorno del Ricordo, data che coincide con l’anniversario della firma del trattato di Parigi fra l’Italia e le potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale (nel 1947) che prevedeva la cessione alla Jugoslavia di Zara, Fiume, quasi tutta l’Istria. Si tratta di una data molto vicina alla Giornata della Memoria, il 27 gennaio, e che riguarda invece le vittime dell’Olocausto nazista. Lo scopo ufficiale della legge è “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati del secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”. La legge continua invitando a organizzare iniziative per diffondere la memoria di quegli eventi. Fin da subito però è apparso chiaro il tentativo non di raccontare la storia o approfondirla, ma di distorcerla in senso nazionalista. Per esempio nascondendo i crimini di guerra fascisti e falsificando i numeri. Gli storici e le storiche che in Italia si oppongono a questa narrazione sono una manciata. Tra loro, Eric Gobetti che ai nostri microfoni spiega che “ormai si sia imposto un dominio mediatico tale su questa narrazione nazionalista, che non c’è nemmeno più tanto bisogno di agitarsi. Mi pare che quest’anno i toni siano un po’ meno elevati rispetto agli altri anni essenzialmente per questo. Il dominio è tale che qualche voce fuori dal coro non cambia praticamente le cose, considerata la pressione che comunque esiste sul mondo della scuola e in tutti gli spazi pubblici“. L’unica cosa che ancora dà fastidio “è quando gli storici provano a parlare nelle scuole, perché è uno spazio libero di di comunicazione diretta con le nuove generazioni”. Le falsità in quello che viene raccontato sono diverse, ma sono pochissimi gli storici “che hanno voglia di mettersi in gioco, perché significa contrastare una narrazione che diventa una narrazione ufficiale dello Stato, accompagnata da minacce, censure, prese di posizioni politiche, eccetera. E se vuoi farla, quella battaglia, per quanto credi che sia giusta o ribadire la verità storica, devi essere molto coraggioso, disposto a rischiare il posto di lavoro se sei un docente. Insomma, sono cose che pochissimi hanno voglia di fare, per cui effettivamente siamo 4 o 5 in Italia alla fine che ci mettiamo in gioco su questa cosa”. La narrazione ufficiale dello Stato, secondo Eric Gobetti, “è eversiva rispetto alla democrazia e bisogna fare qualunque sforzo per contrastarla”. Gobetti nella sua intervista a Radio Onda d’Urto spiega le ragioni: “se tu metti sullo stesso piano la vicenda delle foibe con la Shoah, […] sostanzialmente racconti che i partigiani sono come i nazisti. E siccome i partigiani sono quelli che hanno portato la democrazia in Italia e che hanno scritto la Costituzione, praticamente se tu dici che quelli che hanno fatto la democrazia e la Costituzione sono dei nazisti, in pratica stai dicendo che la democrazia e la Costituzione sono cose sbagliate e che bisogna cambiarle, che è esattamente quello che sta cercando di fare questo governo, peraltro”. Nell’intervista Eric Gobetti riassume alcuni degli aspetti centrali della versione falsificata della storia: “Il primo è che questi territori del confine, il famoso confine orientale, sarebbero stati territori puramente italiani improvvisamente invasi da degli stranieri, da questi slavi stranieri. Ovviamente l’immagine è totalmente falsa, stiamo parlando di territori misti dove la presenza italiana c’è sempre esistita insieme ad altre presenze linguistiche e culturali sovrapposte, mischiate tra di loro. Quindi una realtà mista, meticcia che viene poi cancellata da 40 anni di violenze”. “Le violenze non vengono portate lì da questa invasione slava, ma al contrario cominciano con l’invasione italiana, cioè quando l’Italia annette questi territori dopo la prima guerra mondiale, quando il fascismo conduce la sua campagna di italianizzazione forzata nei confronti delle minoranze nazionali”, continua Gobetti. “L’Italia che invade la Jugoslavia, non è il contrario“. Inoltre la cosiddetta violenza delle foibe non fu una violenza anti-italiana, ma “violenze che sono rivolte contro i fascisti e contro i rappresentanti dello stato fascista o contro i collaborazionisti dei nazisti nel 1945. Poi tra le vittime ci sono anche persone diverse, perché ci sono altri fenomeni, vendette private eccetera, ma essenzialmente la logica di quelle violenze è una reazione, una vendetta rispetto alle violenze precedenti che colpisce sostanzialmente quelli che venivano ritenuti responsabili di quelle violenze, quindi fascisti e collaborazionisti dei nazisti”. Infine, l’esodo “viene condotto in gran parte a distanza di anni dalla fine della guerra, in una situazione di pace e non di violenza. Le persone non vengono uccise mentre se ne vanno, vanno via con calma, con tranquillità. Per ragioni complesse, si sentono obbligati a farlo perché non è un trasloco, è in qualche modo una fuga, ma una fuga fatta con calma, con tranquillità, a distanza di anni dalla guerra.” Ascolta l’intera intervista a Eric Gobetti, uno dei pochi storici che si oppone alla narrazione ufficiale attorno al Giorno del Ricordo, autore tra l’altro del libro “E allora le foibe?”, ai microfoni di Radio Onda d’Urto. 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February 10, 2026
Radio Onda d`Urto