Influenza aviaria, vaccini e allevamenti intensivi: cosa credete di aver mangiato finora?
UN’ANALISI SCIENTIFICA TRA BIOTECNOLOGIE, NORME EUROPEE E MODELLI PRODUTTIVI
Quella carne di pollo o di tacchino che trovate al supermercato a buon prezzo,
magari in offerta speciale a pochi euro al chilo, nasconde una realtà che va ben
oltre la bella confezione plastificata.
Proviene da allevamenti intensivi dove migliaia di animali vivono stipati in
pochissimo spazio, nutriti con mangimi OGM — perché in Europa l’uso di soia e
mais transgenici è la norma per i mangimi industriali (EU feed protein balance),
anche se la legge esenta la carne finale dall’obbligo di etichettatura — e
sottoposti a protocolli sanitari intensivi.
Lasciamola perdere, ma non per le ragioni “fantascientifiche” o per i complotti
che si leggono sui social, facciamo chiarezza evitando il terrorismo mediatico e
analizzando i dati scientifici reali, come abbiamo iniziato a fare nell’articolo
precedente (clicca qui).
1. I TRATTAMENTI ABITUALI NEGLI ALLEVAMENTI INTENSIVI
Nelle grandi filiere industriali, le condizioni ambientali di altissima densità
rendono la diffusione di virus e batteri un rischio costante e catastrofico. Per
questa ragione, la vita di un tacchino, di un pollo da carne (broiler) o di una
gallina ovaiola è scandita da un protocollo sanitario serrato fin dai primissimi
giorni di vita.
Ecco quali sono i trattamenti e le vaccinazioni di routine a cui sono sottoposti
gli animali per evitare epidemie di massa, tra i quali figurano veri e propri
vaccini OGM (vivi ricombinanti a vettore virale):
* Malattia di Newcastle (Pseudo-peste aviare): Una profilassi applicata a
tappeto. Spesso si utilizzano vaccini vivi ricombinanti OGM che impiegano
l’Herpesvirus del Tacchino (HVT) come vettore, ingegnerizzato inserendo nel
suo genoma il DNA del gene F del virus della Newcastle. Viene somministrato
direttamente in incubatoio (in ovo a 18-19 giorni di incubazione o al primo
giorno di vita per via sottocutanea).
* Malattia di Gumboro (IBD): Colpisce il sistema immunitario dei pulcini. Si
previene precocemente con vaccini biotecnologici OGM (vettori HVT modificati
in laboratorio per esprimere la proteina virale VP2 dell’IBD, come i prodotti
Vaxxitek HVT+IBD, Vectormune HVT-IBD o Innovax-IBD).
* Laringotracheite Infettiva (ILT): Un’altra grave infezione respiratoria
gestita anch’essa attraverso vaccini vettoriali ricombinanti OGM,
generalmente basati su piattaforme HVT o fowlpox (vaiolo aviario)
ingegnerizzate.
* Bronchite Infettiva (IB): Una patologia respiratoria altamente contagiosa nei
capannoni affollati. In questo caso viene contrastata regolarmente tramite
vaccini classici (vivi attenuati non ingegnerizzati), somministrati in forma
di spray collettivo in incubatoio o nei primi giorni di allevamento.
Trattamenti Antibiotici: sebbene l’Unione Europea abbia vietato l’uso di
antibiotici come promotori della crescita dal 2006, negli allevamenti intensivi
il ricorso agli antimicrobici rimane frequente per scopi terapeutici o
metafilattici (trattamento dell’intero gruppo quando si ammala un numero
limitato di capi), a causa della facilità con cui le infezioni batteriche si
propagano nei grandi gruppi.
2. LA TECNOLOGIA DEI VACCINI CONTRO L’INFLUENZA AVIARIA
Il caso dell’Influenza Aviaria: in alcuni allevamenti intensivi ad alto rischio
nelle zone di Verona e Mantova è stato avviato un progetto pilota che prevede un
ciclo in due dosi: una prima immunizzazione in incubatoio con un vaccino
ricombinante OGM (HVT-H5) e un successivo richiamo (booster) con un vaccino
inattivato a subunità proteica.
Sono quindi due tipi di vaccini differenti:
1. Vaccino vettoriale virale ricombinante (HVT-H5): Utilizza come base
l’Herpesvirus del Tacchino (HVT), modificato geneticamente per esprimere la
proteina H5 dell’influenza aviaria. Si tratta di un vaccino vivo
ricombinante a vettore virale, non a RNA.
2. Vaccino inattivato a subunità (H5): Contiene esclusivamente la proteina
purificata dell’emoagglutinina H5, senza la presenza del virus influenzale
intero e replicante. Di conseguenza, anche questo non ha alcuna relazione
con la tecnologia a RNA.
Chiariamo subito la questione principale:
i vaccini contro l’influenza aviaria dei polli e dei tacchini sono vaccini
genici a RNA? NO. Nel progetto pilota italiano non vengono utilizzati vaccini a
RNA o mRNA. I prodotti impiegati appartengono alla tecnologia dei vettori virali
ricombinanti o dei vaccini inattivati a subunità, e non prevedono l’inoculo di
molecole di RNA destinate a essere tradotte dalle cellule dell’animale. Sebbene
l’EMA (il Comitato per i Medicinali Veterinari dell’Agenzia Europea dei
Medicinali) abbia avviato consultazioni e pubblicato linee guida sugli aspetti
qualitativi dei vaccini a mRNA per uso veterinario, tali linee guida servono
unicamente a definire i requisiti regolatori per future domande di
autorizzazione; non equivalgono affatto a un’autorizzazione generale al loro
utilizzo negli animali da reddito. Ad oggi comunque non esiste alcun vaccino a
mRNA autorizzato per animali da reddito in Italia.
Sono OGM? SÌ e NO (dipende dall’elemento considerato):
SÌ per il vaccino in sé: il vaccino vettoriale (HVT-H5) contiene un Herpesvirus
del Tacchino vivo che è stato modificato geneticamente in laboratorio per
esprimere l’antigene dell’influenza. Di conseguenza, il principio attivo del
vaccino rientra pienamente nella definizione biologica e legale di OGM. Va
tuttavia chiarito che secondo la normativa sui mangimi e alimenti, il vaccino
non è considerato un OGM alimentare, ma un medicinale biotecnologico (Reg.
726/2004).
NO per l’animale e l’alimento: L’animale vaccinato non subisce alcuna
alterazione stabile o integrazione del proprio patrimonio genetico, quindi
il pollo o il tacchino non diventano OGM. Di riflesso, i prodotti alimentari
derivati (carne e uova) non sono considerati alimenti OGM e non richiedono
alcuna etichettatura specifica secondo i regolamenti europei e l’animale
trattato con vaccino OGM non rientra nemmeno nella definizione di “prodotto
ottenuto con OGM” secondo la DG SANCO (Nota 2003).
3. LA CLASSIFICAZIONE OGM E L’IMPATTO SUGLI ALIMENTI
Secondo la definizione ufficiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità
(OMS), un Organismo Geneticamente Modificato (OGM) è un organismo (pianta,
animale o microrganismo) il cui materiale genetico (DNA) è stato alterato
attraverso la “biotecnologia moderna” o “ingegneria genetica”, consentendo il
trasferimento di singoli geni selezionati anche tra specie non correlate.
Applicando questi criteri ai vaccini avicoli, possiamo fare una distinzione
netta:
Il vaccino è un OGM: poiché il vaccino vettoriale HVT-H5 contiene un virus vivo
modificato geneticamente per esprimere l’antigene H5, il vettore virale in sé
rientra nella definizione di OGM.
L’animale vaccinato NON diventa un OGM: La vaccinazione non modifica in alcun
modo il genoma del pollo o del tacchino in modo stabile.
Da questa distinzione deriva la regolamentazione sui prodotti alimentari (carne
o uova) derivati da questi animali. Le linee guida internazionali (FAO, OMS,
Codex Alimentarius) e le normative dell’Unione Europea definiscono come
“alimenti OGM” (o derivati da biotecnologie moderne) solo quei prodotti che
contengono, consistono o derivano direttamente da un organismo geneticamente
modificato.
Il caso di un animale trattato con un vaccino a vettore OGM ricade invece nella
categoria dei prodotti ottenuti “con l’impiego di” OGM. Di conseguenza,
l’alimento finale non viene classificato come OGM, poiché non contiene
microrganismi modificati né il suo genoma è stato alterato.
Esiste una marcata differenza legislativa tra gli alimenti prodotti da OGM e
quelli prodotti con l’ausilio di OGM. I regolamenti europei di riferimento (Reg.
CE 1829/2003 e Reg. CE 1830/2003) impongono l’obbligo tassativo di tracciabilità
ed etichettatura per tutti i prodotti e i mangimi che contengono, consistono o
sono prodotti a partire da OGM (con una tolleranza dello 0,9% per mangimi ed
alimenti solo in caso di presenza accidentale o tecnicamente inevitabile).
Tuttavia, lo stesso Regolamento 1829/2003 esenta da tale obbligo una fetta
importante della filiera agroalimentare:
Soia OGM nel mangime ──> Il MANGIME deve obbligatoriamente indicare “OGM” in
etichetta
Pollo nutrito con quel mangime ──> CARNE e UOVA NON devono essere etichettati
OGM
Allo stesso modo, se un animale viene sottoposto a profilassi vaccinali che
includono vettori OGM (come il vaccino HVT-H5), i prodotti alimentari derivati
non diventano legalmente “alimenti OGM” e non sono soggetti ad alcun obbligo di
dichiarazione in etichetta.
Poiché la normativa europea non impone di specificare se un animale sia stato
alimentato con mangimi transgenici o trattato con farmaci biotecnologici, l’uso
di diciture pubblicitarie come “Senza OGM” o “Non alimentato con OGM”rientra
esclusivamente nei claim volontari. I produttori che scelgono di inserire tali
claim devono poterne dimostrare la fondatezza lungo tutta la filiera produttiva,
avvalendosi di disciplinari interni, sistemi rigidi di segregazione delle
materie prime, procedure di autocontrollo e certificazioni di filiera rilasciate
da enti terzi privati. Sono, ovviamente, i prodotti che preferiamo e
utilizziamo, e che vorremmo avessero la massima diffusione e visibilità.
4. IL MODELLO INTENSIVO E I FAKE-ALLARMISMI DEL WEB
Questo massiccio ricorso alla chimica e alle biotecnologie non deve essere usato
per fare terrorismo psicologico o per diffondere la falsa notizia che “mangiamo
carne trattata con vaccini genici”.
Il vero problema è sistemico, ecologico e di biosicurezza. L’esigenza di
ricorrere a piani vaccinali così serrati e complessi negli allevamenti avicoli è
la diretta conseguenza di un modello industriale intensivo che, per
l’elevatissima densità di capi e le condizioni ambientali di stabulazione, crea
un terreno epidemiologico estremamente fragile. In contesti simili, la
circolazione virale trova praterie biologiche che rendono la profilassi l’unica
barriera rimasta per evitare abbattimenti di massa e disastri economici.
Per uscire dal circolo vizioso delle emergenze sanitarie e della dipendenza da
profilassi biotecnologiche di massa, non possiamo limitarci a correggere il
tiro: dobbiamo cambiare prospettive. Il modello biologico non deve essere un
lusso per pochi, ma l’unico orizzonte scientificamente sostenibile per la salute
animale e umana. Tuttavia, occorre essere intellettualmente onesti: non è
possibile produrre carne con standard biologici per i volumi di consumo attuali.
Il modello intensivo esiste solo per soddisfare una domanda globale di proteine
animali a basso costo e ad alta frequenza.
Passare al biologico significa, inevitabilmente, ridurre drasticamente il
consumo individuale di carne, trasformandola da bene di consumo quotidiano e
seriale a alimento di alta qualità, consumato con consapevolezza e misura.
Solo attraverso un ritorno a pratiche rispettose della biologia animale possiamo
ricostruire una barriera protettiva di salute integrata, riducendo alla radice
la necessità di interventi farmacologici e garantendo una reale robustezza
biologica:
* Riduzione della densità animale: gli allevamenti intensivi aumentano il
rischio epidemiologico. Ridurre il numero di capi per metro quadrato è la
prima e più potente misura di biosicurezza, poiché interrompe la catena di
trasmissione rapida dei patogeni.
* Accesso all’aperto e luce solare: Il contatto con l’ambiente esterno, l’aria
pulita e la radiazione solare non sono “comfort” estetici, ma requisiti
biologici che attivano le difese immunitarie intrinseche, rendendo gli
animali meno suscettibili alle infezioni.
* Rispetto dei ritmi naturali di crescita: La zootecnia industriale forza la
crescita degli animali (specialmente dei polli broiler) in tempi brevissimi,
portando l’organismo al collasso metabolico. Rispettare i tempi fisiologici
significa allevare animali strutturalmente sani e capaci di una risposta
immunitaria autonoma.
* Sostegno alla biodiversità delle razze: L’industria punta su pochissimi
ibridi standardizzati, geneticamente identici e quindi tutti ugualmente
vulnerabili agli stessi virus. Recuperare le razze locali e la diversità
genetica significa creare una “difesa biologica” naturale contro le pandemie
animali.
In questi giorni il web è letteralmente invaso da false affermazioni sui vaccini
genici e OGM, create ad arte per incutere paura, strappare qualche like o
soddisfare un ego tracimante ma drammaticamente poco informato. Questo
sciacallaggio digitale è il peggior nemico del cambiamento: lanciare allarmi
infondati non fa altro che screditare le critiche legittime contro il sistema
industriale.
Non si difende la salute pubblica, del consumatore e del benessere animale
urlando bufale su tecnologie inesistenti (come i vaccini a RNA nei polli), ma:
* Analizzando con dati scientifici trasparenti e rigorosi i profili regolatori
e le tecnologie reali, senza filtri ideologici, mistificazioni o asimmetrie
informative.
* Promuovendo un modello dove l’animale non sia una macchina da produzione, ma
un essere vivente integrato in un ecosistema.
La risposta di lungo periodo non è un nuovo vaccino o un nuovo antibiotico, ma
una scelta di civiltà: mangiare meno carne, ma che sia carne sana, biologica e
rispettosa della vita.
AsSIS