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Influenza aviaria, vaccini e allevamenti intensivi: cosa credete di aver mangiato finora?
UN’ANALISI SCIENTIFICA TRA BIOTECNOLOGIE, NORME EUROPEE E MODELLI PRODUTTIVI Quella carne di pollo o di tacchino che trovate al supermercato a buon prezzo, magari in offerta speciale a pochi euro al chilo, nasconde una realtà che va ben oltre la bella confezione plastificata. Proviene da allevamenti intensivi dove migliaia di animali vivono stipati in pochissimo spazio, nutriti con mangimi OGM — perché in Europa l’uso di soia e mais transgenici è la norma per i mangimi industriali (EU feed protein balance), anche se la legge esenta la carne finale dall’obbligo di etichettatura — e sottoposti a protocolli sanitari intensivi. Lasciamola perdere, ma non per le ragioni “fantascientifiche” o per i complotti che si leggono sui social, facciamo chiarezza evitando il terrorismo mediatico e analizzando i dati scientifici reali, come abbiamo iniziato a fare nell’articolo precedente (clicca qui). 1. I TRATTAMENTI ABITUALI NEGLI ALLEVAMENTI INTENSIVI Nelle grandi filiere industriali, le condizioni ambientali di altissima densità rendono la diffusione di virus e batteri un rischio costante e catastrofico. Per questa ragione, la vita di un tacchino, di un pollo da carne (broiler) o di una gallina ovaiola è scandita da un protocollo sanitario serrato fin dai primissimi giorni di vita. Ecco quali sono i trattamenti e le vaccinazioni di routine a cui sono sottoposti gli animali per evitare epidemie di massa, tra i quali figurano veri e propri vaccini OGM (vivi ricombinanti a vettore virale): * Malattia di Newcastle (Pseudo-peste aviare): Una profilassi applicata a tappeto. Spesso si utilizzano vaccini vivi ricombinanti OGM che impiegano l’Herpesvirus del Tacchino (HVT) come vettore, ingegnerizzato inserendo nel suo genoma il DNA del gene F del virus della Newcastle. Viene somministrato direttamente in incubatoio (in ovo a 18-19 giorni di incubazione o al primo giorno di vita per via sottocutanea). * Malattia di Gumboro (IBD): Colpisce il sistema immunitario dei pulcini. Si previene precocemente con vaccini biotecnologici OGM (vettori HVT modificati in laboratorio per esprimere la proteina virale VP2 dell’IBD, come i prodotti Vaxxitek HVT+IBD, Vectormune HVT-IBD o Innovax-IBD). * Laringotracheite Infettiva (ILT): Un’altra grave infezione respiratoria gestita anch’essa attraverso vaccini vettoriali ricombinanti OGM, generalmente basati su piattaforme HVT o fowlpox (vaiolo aviario) ingegnerizzate. * Bronchite Infettiva (IB): Una patologia respiratoria altamente contagiosa nei capannoni affollati. In questo caso viene contrastata regolarmente tramite vaccini classici (vivi attenuati non ingegnerizzati), somministrati in forma di spray collettivo in incubatoio o nei primi giorni di allevamento. Trattamenti Antibiotici: sebbene l’Unione Europea abbia vietato l’uso di antibiotici come promotori della crescita dal 2006, negli allevamenti intensivi il ricorso agli antimicrobici rimane frequente per scopi terapeutici o metafilattici (trattamento dell’intero gruppo quando si ammala un numero limitato di capi), a causa della facilità con cui le infezioni batteriche si propagano nei grandi gruppi. 2. LA TECNOLOGIA DEI VACCINI CONTRO L’INFLUENZA AVIARIA Il caso dell’Influenza Aviaria: in alcuni allevamenti intensivi ad alto rischio nelle zone di Verona e Mantova è stato avviato un progetto pilota che prevede un ciclo in due dosi: una prima immunizzazione in incubatoio con un vaccino ricombinante OGM (HVT-H5) e un successivo richiamo (booster) con un vaccino inattivato a subunità proteica. Sono quindi due tipi di vaccini differenti: 1. Vaccino vettoriale virale ricombinante (HVT-H5): Utilizza come base l’Herpesvirus del Tacchino (HVT), modificato geneticamente per esprimere la proteina H5 dell’influenza aviaria. Si tratta di un vaccino vivo ricombinante a vettore virale, non a RNA. 2. Vaccino inattivato a subunità (H5): Contiene esclusivamente la proteina purificata dell’emoagglutinina H5, senza la presenza del virus influenzale intero e replicante. Di conseguenza, anche questo non ha alcuna relazione con la tecnologia a RNA. Chiariamo subito la questione principale: i vaccini contro l’influenza aviaria dei polli e dei tacchini sono vaccini genici a RNA? NO. Nel progetto pilota italiano non vengono utilizzati vaccini a RNA o mRNA. I prodotti impiegati appartengono alla tecnologia dei vettori virali ricombinanti o dei vaccini inattivati a subunità, e non prevedono l’inoculo di molecole di RNA destinate a essere tradotte dalle cellule dell’animale. Sebbene l’EMA (il Comitato per i Medicinali Veterinari dell’Agenzia Europea dei Medicinali) abbia avviato consultazioni e pubblicato linee guida sugli aspetti qualitativi dei vaccini a mRNA per uso veterinario, tali linee guida servono unicamente a definire i requisiti regolatori per future domande di autorizzazione; non equivalgono affatto a un’autorizzazione generale al loro utilizzo negli animali da reddito. Ad oggi comunque non esiste alcun vaccino a mRNA autorizzato per animali da reddito in Italia. Sono OGM? SÌ e NO (dipende dall’elemento considerato): SÌ per il vaccino in sé: il vaccino vettoriale (HVT-H5) contiene un Herpesvirus del Tacchino vivo che è stato modificato geneticamente in laboratorio per esprimere l’antigene dell’influenza. Di conseguenza, il principio attivo del vaccino rientra pienamente nella definizione biologica e legale di OGM. Va tuttavia chiarito che secondo la normativa sui mangimi e alimenti, il vaccino non è considerato un OGM alimentare, ma un medicinale biotecnologico (Reg. 726/2004). NO per l’animale e l’alimento: L’animale vaccinato non subisce alcuna alterazione stabile o integrazione del proprio patrimonio genetico, quindi il pollo o il tacchino non diventano OGM. Di riflesso, i prodotti alimentari derivati (carne e uova) non sono considerati alimenti OGM e non richiedono alcuna etichettatura specifica secondo i regolamenti europei e l’animale trattato con vaccino OGM non rientra nemmeno nella definizione di “prodotto ottenuto con OGM” secondo la DG SANCO (Nota 2003). 3. LA CLASSIFICAZIONE OGM E L’IMPATTO SUGLI ALIMENTI Secondo la definizione ufficiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), un Organismo Geneticamente Modificato (OGM) è un organismo (pianta, animale o microrganismo) il cui materiale genetico (DNA) è stato alterato attraverso la “biotecnologia moderna” o “ingegneria genetica”, consentendo il trasferimento di singoli geni selezionati anche tra specie non correlate. Applicando questi criteri ai vaccini avicoli, possiamo fare una distinzione netta: Il vaccino è un OGM: poiché il vaccino vettoriale HVT-H5 contiene un virus vivo modificato geneticamente per esprimere l’antigene H5, il vettore virale in sé rientra nella definizione di OGM. L’animale vaccinato NON diventa un OGM: La vaccinazione non modifica in alcun modo il genoma del pollo o del tacchino in modo stabile. Da questa distinzione deriva la regolamentazione sui prodotti alimentari (carne o uova) derivati da questi animali. Le linee guida internazionali (FAO, OMS, Codex Alimentarius) e le normative dell’Unione Europea definiscono come “alimenti OGM” (o derivati da biotecnologie moderne) solo quei prodotti che contengono, consistono o derivano direttamente da un organismo geneticamente modificato. Il caso di un animale trattato con un vaccino a vettore OGM ricade invece nella categoria dei prodotti ottenuti “con l’impiego di” OGM. Di conseguenza, l’alimento finale non viene classificato come OGM, poiché non contiene microrganismi modificati né il suo genoma è stato alterato. Esiste una marcata differenza legislativa tra gli alimenti prodotti da OGM e quelli prodotti con l’ausilio di OGM. I regolamenti europei di riferimento (Reg. CE 1829/2003 e Reg. CE 1830/2003) impongono l’obbligo tassativo di tracciabilità ed etichettatura per tutti i prodotti e i mangimi che contengono, consistono o sono prodotti a partire da OGM (con una tolleranza dello 0,9% per mangimi ed alimenti solo in caso di presenza accidentale o tecnicamente inevitabile). Tuttavia, lo stesso Regolamento 1829/2003 esenta da tale obbligo una fetta importante della filiera agroalimentare: Soia OGM nel mangime ──> Il MANGIME deve obbligatoriamente indicare “OGM” in etichetta Pollo nutrito con quel mangime ──> CARNE e UOVA NON devono essere etichettati OGM Allo stesso modo, se un animale viene sottoposto a profilassi vaccinali che includono vettori OGM (come il vaccino HVT-H5), i prodotti alimentari derivati non diventano legalmente “alimenti OGM” e non sono soggetti ad alcun obbligo di dichiarazione in etichetta. Poiché la normativa europea non impone di specificare se un animale sia stato alimentato con mangimi transgenici o trattato con farmaci biotecnologici, l’uso di diciture pubblicitarie come “Senza OGM” o “Non alimentato con OGM”rientra esclusivamente nei claim volontari. I produttori che scelgono di inserire tali claim devono poterne dimostrare la fondatezza lungo tutta la filiera produttiva, avvalendosi di disciplinari interni, sistemi rigidi di segregazione delle materie prime, procedure di autocontrollo e certificazioni di filiera rilasciate da enti terzi privati. Sono, ovviamente, i prodotti che preferiamo e utilizziamo, e che vorremmo avessero la massima diffusione e visibilità. 4. IL MODELLO INTENSIVO E I FAKE-ALLARMISMI DEL WEB Questo massiccio ricorso alla chimica e alle biotecnologie non deve essere usato per fare terrorismo psicologico o per diffondere la falsa notizia che “mangiamo carne trattata con vaccini genici”. Il vero problema è sistemico, ecologico e di biosicurezza. L’esigenza di ricorrere a piani vaccinali così serrati e complessi negli allevamenti avicoli è la diretta conseguenza di un modello industriale intensivo che, per l’elevatissima densità di capi e le condizioni ambientali di stabulazione, crea un terreno epidemiologico estremamente fragile. In contesti simili, la circolazione virale trova praterie biologiche che rendono la profilassi l’unica barriera rimasta per evitare abbattimenti di massa e disastri economici. Per uscire dal circolo vizioso delle emergenze sanitarie e della dipendenza da profilassi biotecnologiche di massa, non possiamo limitarci a correggere il tiro: dobbiamo cambiare prospettive. Il modello biologico non deve essere un lusso per pochi, ma l’unico orizzonte scientificamente sostenibile per la salute animale e umana. Tuttavia, occorre essere intellettualmente onesti: non è possibile produrre carne con standard biologici per i volumi di consumo attuali. Il modello intensivo esiste solo per soddisfare una domanda globale di proteine animali a basso costo e ad alta frequenza. Passare al biologico significa, inevitabilmente, ridurre drasticamente il consumo individuale di carne, trasformandola da bene di consumo quotidiano e seriale a alimento di alta qualità, consumato con consapevolezza e misura. Solo attraverso un ritorno a pratiche rispettose della biologia animale possiamo ricostruire una barriera protettiva di salute integrata, riducendo alla radice la necessità di interventi farmacologici e garantendo una reale robustezza biologica: * Riduzione della densità animale: gli allevamenti intensivi aumentano il rischio epidemiologico. Ridurre il numero di capi per metro quadrato è la prima e più potente misura di biosicurezza, poiché interrompe la catena di trasmissione rapida dei patogeni. * Accesso all’aperto e luce solare: Il contatto con l’ambiente esterno, l’aria pulita e la radiazione solare non sono “comfort” estetici, ma requisiti biologici che attivano le difese immunitarie intrinseche, rendendo gli animali meno suscettibili alle infezioni. * Rispetto dei ritmi naturali di crescita: La zootecnia industriale forza la crescita degli animali (specialmente dei polli broiler) in tempi brevissimi, portando l’organismo al collasso metabolico. Rispettare i tempi fisiologici significa allevare animali strutturalmente sani e capaci di una risposta immunitaria autonoma. * Sostegno alla biodiversità delle razze: L’industria punta su pochissimi ibridi standardizzati, geneticamente identici e quindi tutti ugualmente vulnerabili agli stessi virus. Recuperare le razze locali e la diversità genetica significa creare una “difesa biologica” naturale contro le pandemie animali. In questi giorni il web è letteralmente invaso da false affermazioni sui vaccini genici e OGM, create ad arte per incutere paura, strappare qualche like o soddisfare un ego tracimante ma drammaticamente poco informato. Questo sciacallaggio digitale è il peggior nemico del cambiamento: lanciare allarmi infondati non fa altro che screditare le critiche legittime contro il sistema industriale. Non si difende la salute pubblica, del consumatore e del benessere animale urlando bufale su tecnologie inesistenti (come i vaccini a RNA nei polli), ma: * Analizzando con dati scientifici trasparenti e rigorosi i profili regolatori e le tecnologie reali, senza filtri ideologici, mistificazioni o asimmetrie informative. * Promuovendo un modello dove l’animale non sia una macchina da produzione, ma un essere vivente integrato in un ecosistema. La risposta di lungo periodo non è un nuovo vaccino o un nuovo antibiotico, ma una scelta di civiltà: mangiare meno carne, ma che sia carne sana, biologica e rispettosa della vita. AsSIS
June 5, 2026
Pressenza
LEGAMBIENTE: LIVELLI DI OZONO SOPRA I LIMITI STAGIONALI, “INTERVENIRE SUL METANO PRODOTTO DA ALLEVAMENTI INTENSIVI E RISAIE”
E’ in anticipo di quasi un mese rispetto alle medie storiche il superamento dei limiti dell’ozono, a causa del caldo che sta investendo soprattutto il centro nord dell’Italia. La denuncia arriva da Legambiente Lombardia che ricorda come l’ozono sia un “gas tossico che si forma quando le sostanze inquinanti che stazionano nell’atmosfera sono esposte all’azione dell’intensa radiazione solare, generando il fenomeno dello smog fotochimico, da cui la Pianura Padana è l’area più colpita, stando alle rilevazioni dell’Agenzia Europea dell’Ambiente”. L’associazione ambientalista rileva che “nei giorni scorsi le centraline di gran parte della Pianura Padana hanno misurato superamenti della soglia obiettivo di lungo termine (OLT) di 120 mg/m3 (valore riferito alla massima media di 8 ore consecutive) dell’ozono. Per la normativa, questi superamenti non dovrebbero verificarsi più di 25 giorni/anno, ma in diverse località, specialmente lungo a pedemontana lombarda, i superamenti si sono già verificati quotidianamente da oltre una settimana, a stagione nemmeno iniziata”. Cosa si dovrebbe fare per ridurre la formazione dell’ozono? “Una azione per il contenimento dei gas precursori“, sottolinea Legambiente, ovvero “i famigerati NOx prodotti dai motori a combustione, le sostanze organiche volatili (VOC) prodotte dall’industria e dall’uso di solventi e il metano, da fonti agricole”. In particolare è il metano che vede nel Nord Italia “concentrazioni triple rispetto a quelle naturalmente presenti nell’atmosfera prima del grande sviluppo dell’industria e dell’utilizzo di combustibili fossili”. Legambiente sottolinea che “il metano è diventato il più importante tra i precursori della formazione di ozono, ed in Pianura Padana le sue emissioni derivano in larga misura da fonti agricole: allevamenti e coltivazione del riso in particolare, con le quattro regioni padane che pesano per circa il 50% del totale nazionale delle emissioni. Se gli allevamenti intensivi fanno la parte del leone, la coltivazione del riso fornisce un contributo molto rilevante nei mesi estivi, quando le acque delle risaie si scaldano, favorendo l’attività dei batteri metanogeni. Ovviamente non bisogna dimenticare che il metano è un inquinante globale: le emissioni locali possono determinare aumenti localizzati delle concentrazioni, e quindi dei processi atmosferici che generano ozono, ma ogni Paese deve fare la propria parte per la riduzione delle emissioni di metano”. Abbiamo parlato del report di Legambiente e di quello che accade in questi giorni in Pianura Padana con Damiano Di Simine, responsabile scientifico di Legambiente Lombardia. Ascolta o scarica
May 27, 2026
Radio Onda d`Urto
Addio a Carlin Petrini, fondatore di Slow Food e precursore del diritto all’alimentazione sana
“Chi semina utopia, raccoglie realtà” Carlin Petrini   Il 21 maggio 2026 ci ha lascialo, ad appena 76 anni, il grande Carlo – detto Carlin – Petrini. Gastronomo, sociologo, ecologista, appassionato scrittore e divulgatore dei temi legati all’ecologia sociale, alla decrescita, all’agricoltura biologica e all’alimentazione sana, Carlin Petrini è stato sicuramente uno dei più importanti punti di riferimenti culturali e filosofici dell’ecologismo italiano, del biologico, dell’agroecologia e delle scienze gastronomiche in Italia e nel mondo. Figlio di un’ortolana e di un ferroviere, Carlin Petrini ha studiato sociologia presso l’Università degli Studi di Trento ed è stato partecipe attivamente all’attività politica, venendo eletto consigliere comunale per la lista del Partito di Unità Proletaria a Bra. Dal 1977 si occupa di enogastronomia sui principali periodici e giornali italiani, partecipando attivamente alla nascita, con Stefano Bonilli, del Gambero Rosso, inizialmente inserto mensile del manifesto. In questo periodo, tramite l’Arci, collabora con il Club Tenco ed è lo scopritore, nel 1980, delle Gemelle Nete. Fondatore della “Libera e Benemerita Associazione degli Amici del Barolo”, che diventerà nel luglio 1986 Arcigola – mantenendo forti legami col Gambero Rosso e con la rivista La Gola – è stato l’ideatore di importanti manifestazioni come Cheese, il Salone del Gusto di Torino e la manifestazione biennale “Terra Madre”, giunta nel 2018 alla ottava edizione, che si svolge a Torino in contemporanea al Salone del Gusto. Arcigola diventerà in seguito Slow Food Italia, e Petrini sarà il fondatore del Movimento Internazionale Slow Food, un’organizzazione globale sinonimo di una nuova filosofia del cibo sano e locale. Il 9 dicembre 1989, a Parigi, il Manifesto Slow Food fu firmato da oltre venti delegazioni provenienti da tutto il mondo e Petrini fu eletto presidente, carica che ha ricoperto fino al 2022. Grazie alla sua visione lungimirante, Petrini ha svolto un ruolo decisivo nello sviluppo di Slow Food, ideando e promuovendo i suoi progetti, oggi di grande visibilità internazionale. Ha curato l’edizione della Guida ai Vini del Mondo ed è stato curatore della Guida ai Vini d’Italia. Ha collaborato tra le altre testate con l’Unità e La Stampa; dal 2007 è una firma di Repubblica. Carlo Petrini è stato uno dei più convinti sostenitori in Italia di un’agricoltura maggiormente “compatibile”, individuando in essa anche una modalità di maggiori rese, combattendo quindi lo strapotere dell’industria agro-chimico-alimentare e le varie sue varie operazioni di marketing volte e rigenerarsi (greenwashing). È stato in prima linea in una battaglia contro gli allevamenti intensivi, le monocolture intensive e soprattutto contro la brevettibilità dei semi e gli stessi OGM, trovandosi spesso in disaccordo con esponenti del mondo scientifico, favorevoli alla ricerca sugli Organismi Geneticamente Modificati e al loro utilizzo poichè spesso al libro paga delle stesse multinazionali dell’agrobusiness. Nel 2008 il quotidiano inglese Guardian lo posiziona tra le “50 persone che potrebbero salvare il pianeta” e nell’agosto dello stesso anno è nominato Ashoka fellow. Tra i suoi numerosi traguardi figura la creazione dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (Bra), la prima istituzione accademica al mondo a offrire un approccio interdisciplinare agli studi sul cibo, che farà da apripista a esperienze simili in altri atenei. Con l’ideazione dell’Università di Pollenzo, dopo aver assegnato al cibo valenza politica, Petrini gli ha attribuito un ruolo sempre più di rilievo all’interno del mondo accademico. Anche questo è stato un percorso visionario e pragmatico, culminato nel 2017 quando lo Stato italiano ha istituito la Classe di Laurea in Scienze Gastronomiche, aprendo la strada alla legittimazione accademica — e non solo — della figura del gastronomo: un professionista che studia il cibo attraverso i suoi processi culturali, storici, socio-economici e ambientali. Dalla sua fondazione, l’Ateneo di Pollenzo ha formato circa 4000 gastronome e gastronomi provenienti da 100 Stati. Petrini è stato l’ideatore di Terra Madre nel 2004, una rete internazionale di comunità del cibo che riunisce piccoli produttori agricoli, pescatori, artigiani, cuochi, giovani, accademici ed esperti. Terra Madre è da allora il cuore pulsante di Slow Food, consentendo al movimento di diffondersi in oltre 160 Paesi; rappresenta una globalizzazione positiva e dà voce a chi rifiuta di arrendersi a un approccio industriale all’agricoltura e all’omologazione delle culture alimentari. Inoltre, insieme a Mons. Domenico Pompili, attualmente Vescovo di Verona, nel 2017 ha fondato le Comunità Laudato Si’, una rete di circa 80 realtà territoriali che, raccogliendo persone di ogni fede, accomunate dall’amore per la nostra casa comune, operano in piena sintonia con il messaggio dell’omonima Enciclica di Papa Francesco. Un esempio concreto di conversione in grado di innescare la transizione ecologica partendo dal basso. I suoi libri sono e rimarranno sempre aria fresca per chi lotta per un mondo più giusto e per chi desidera vivere in armonia con la Terra e in difesa di essa contro l’avidità e l’opulenza consumistica dell’attuale modernità. Grazie di tutto Carlin! Sarai sempre un esempio! Che la Terra ti sia lieve…   > Biografia di Carlo Petrini Lorenzo Poli
May 22, 2026
Pressenza
Offlaga, Dario Selleri: “Nuovo impianto per rifiuti? Brescia è già la vera Terra dei Fuochi d’Italia”
Il 23 aprile 2025 è stato presentato il progetto d’insediamento di un impianto di compostaggio di rifiuti e fanghi industriali che occuperebbe una superficie di 420.000 mq ubicata nella Provincia di Brescia, sul suolo agricolo pregiato DOP, nel comune di Offlaga. Progetto che non solo risulta inutile, ma che nasconde la speculazione territoriale da parte dell’industria dei rifiuti. Più di 9 comuni della Bassa Bresciana oggi sono uniti nella lotta contro questo progetto che andrebbe a sovraccaricare ulteriormente, a livello ambientale, il territorio bresciano. Di questo ne abbiamo parlato con Dario Selleri, attivista della Rete 100%Bassa. Quando è stato presentato il progetto e come vi siete accorti? Il 23 aprile di quest’anno è stato presentato un progetto di impianto di trattamento/compostaggio di rifiuti e fanghi industriali dalla società GEOBET srl presso la Provincia di Brescia in qualità di Autorità Competente del procedimento in oggetto. Ci siamo accorti perché, come Rete 100%Bassa, teniamo monitorato il Sistema Informativo Lombardo per la Valutazione di Impatto Ambientale (SILVIA) , sito dove vengono pubblicati tutti i progetti sottoposti a Valutazione di Impatto Ambientale (VIA). Il progetto in oggetto è stato depositato in 200 file e coinvolgerebbe un’are di 42 ettari di territorio. Come attivisti ed esperti teniamo monitorato il SILVIA perché ad oggi è l’unico modo per sapere quali nuove “sorprese” ci attendono. La Lombardia importa già rifiuti da altre regioni per bruciarli o trattarli in loco e questo è solo un ulteriore fattore di rischio ambientale ed epidemiologico che va a sovraccaricare un territorio già compromesso come quello bresciano. Quale è il rischio epidemiologico già presente nella Provincia di Brescia? Partendo dalla storia è giusto ricordare il disastro ambientale, oltre che per la salute, dei veleni della Caffaro e l’inquinamento delle falde acquifere fino a 60 metri di profondità dell’Ex-cava Vallosa a Passirano, in Franciacorta, causato dai PCB sepolti della Caffaro stessa. Le zone delle province di Bergamo e Brescia, tra le più industrializzate e inquinate d’Italia, sono invase dalle monoculture intensive e dalla zootecnia intensive – nella Provincia di Brescia ci sono circa 1.366.000 suini contro circa 1.244.000 abitanti – ovvero insostenibili da ogni punto di vista e ciò ci espone sempre di più a rischio di spillover con focolai di legionella e aviaria. In Lombardia esistono 14 impianti di incenerimento rifiuti funzionanti che garantiscono l’autosufficienza dei rifiuti trattati, compresi quelli provenienti da fuori regione e bisogna sottolineare che 4 inceneritori sono presenti tra le province di Brescia e Bergamo: inceneritori di Filago, Dalmine, Tavernola e l’ex-ASM di Brescia. In tutto ciò, nel Comune di Montello (BG), si sta parlando di un ulteriore progetto di inceneritore che andrebbe ad aggravare ulteriormente la situazione. Non dimentichiamo che Brescia è una delle città con la peggior qualità dell’aria, mentre Offlaga e Manerbio risultano i paesi della Provincia di Brescia con la peggior qualità dell’aria dell’area a causa della presenza di svarianti inquinanti come PM10, PM2.5, ammoniaca e ozono oltre all’inquinamento odorigeno. La Bassa Bresciana è, inoltre, martoriata dall’ampliamento a dismisura della logistica e dalla questione cave, che diventano fondamentali quando non si sa dove rimpiazzare i rifiuti. La Provincia di Brescia è già la vera Terra dei Fuochi d’Italia. Il progetto di trattamento di rifiuti ad Offlaga è solamente un altro fattore di rischio ambientale che si aggiunge al nostro territorio già sovraccaricato. La Bassa Bresciana ha vissuto anche il Caso WTE negli ultimi quindici anni… Nel 2019 scoppia il caso WTE, l’azienda bresciana con sede a Quinzano d’Oglio, è finita al centro di un’inchiesta per uno sversamento di circa 150mila tonnellate di fanghi di depurazione tossici spacciati per fertilizzante smaltiti su circa 3mila ettari di terreni agricoli sul territorio bresciano (31 comuni), così come anche in altre province in Lombardia Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna. Le aziende agricole che hanno ricevuto i fanghi contaminati si trovano a Bagnolo Mella, Bedizzole, Botticino, Brescia, Calcinato, Calvisano, Dello, Fiesse, Gambara, Ghedi, Isorella, Leno, Lonato del Garda, Manerbio, Mazzano, Montirone, Nuvolera, Offlaga, Orzinuovi, Ospitaletto, Pavone Mella, Poncarale, Pontevico, Pralboino, Remedello, Rezzato, Roccafranca, San Paolo, Verolanuova e Visano. Fu un disastro ecologico. I fanghi di depurazione dovevano essere trattati, igienizzati e trasformati in fertilizzanti ma, alle acque reflue di impianti civili ed industriali, sarebbero stati aggiunti altri rifiuti pericolosi e sostanze chimiche inquinanti e poi il tutto veniva venduto ad agricoltori – alcuni compiacenti e altri no – che li utilizzavano nei loro terreni. Per chi ha condotto le indagini si trattava di «una consapevole strategia aziendale» per ridurre al minimo i costi e massimizzare il profitto. Nel 2021 vennero chiuse le indagini. Furono 23 gli indagati e 17 i rinviati a giudizio. Le prime segnalazioni dei cittadini risalgono al 2011, le indagini si svolsero tra il 2018 e il 2019, il sequestro dell’azienda avvenne due anni dopo e il processo nel 2024 non era ancora entrato nel vivo della questione. Solo nel febbraio 2025, il giudice Angela Corvi ha condannato Giuseppe Giustacchini, titolare dell’azienda, a un anno e quattro mesi (pena sospesa) e 77mila euro di multa per l’azienda con revoca dell’autorizzazione all’esercizio di impresa. Quindi, per motivi ambientali, non c’è bisogno che in Lombardia nascano nuovi impianti del genere… Nelle nostre zone è già presente Ecopol, un impianto di compostaggio di medio-piccole dimensione che tratta FORSU (Frazione Organica del Rifiuto Solido Urbano) ed è un’eccellenza nel bresciano e gestisce il conferimento di alcuni paesi della Bassa. Ciò non nega il fatto che la Bassa Bresciana sia una zona sotto attacco, da questo punto di vista. Anni addietro i comuni di Manerbio, Offlaga, Leno e Bagnolo Mella condussero una battaglia di tre anni contro il progetto di una mega-centrale elettrica a turbo gas. Finalmente dopo ricorsi al Tar, manifestazioni e schieramenti importanti, si è riusciti ad impedirlo. Tutti progetti che sarebbero un surplus rispetto a quello che servirebbe al territorio. Non solo non c’è bisogno che questo progetto della GEOBET Srl nasca per motivi ambientali, ma non risulta giustificato da nessuna esigenza di pubblica utilità. Se andiamo a leggere il Programma Regionale di Gestione dei Rifiuti, i periodici monitoraggi di Regione Lombardia e il Rapporto Annuale ISPRA 2023, si può notare che tutti evidenziano l’ampia autosufficienza di trattamento dei rifiuti organici regionali. Il monitoraggio del Programma Regionale di Gestione Rifiuti per l’anno 2017-2018 indica che i rifiuti trattati da 78 impianti risultano pari a 945.907 t/anno. Per meglio comprendere, consideriamo che il progetto dell’impianto prevede di accogliere oltre il 43% dei rifiuti attualmente trattati nell’intera regione e di cui fanno parte una percentuale considerevole extraregionale. Inoltre non si capisce perché dovrebbe partire un progetto di queste dimensioni, quando a Bedizzole da anni non riescono ad avviare un impianto di A2A – per fanghi industriali del settore siderurgico – di dimensione molto più piccole. Oltre ai presupposti, cosa non torna in questo progetto? Il progetto proposto non risulta essere la miglior soluzione alternativa possibile, e la sua ideazione non risulta condotta secondo le linee guida di riferimento SNPA 28/2020 punto 2.3.1. Ciononostante, abbiamo condotto valutazioni tecniche, condivise con gli enti, e sono emerse carenze progettuali ed elementi di palese incompatibilità ambientale. Nei contenuti obbligatori relativi allo SIA mancano sia un’analisi con misurazioni dello stato della qualità ambientale esistente, riferito alle diverse componenti ambientali impattate, sia una valutazione degli impatti diretti, indiretti e indotti e cumulativi riferiti al progetto. Si tratta di elementi fondamentali per valutare i reali effetti cumulativi delle diverse sorgenti antropiche presenti o incidenti con le proprie emissioni nell’area. Ma un’ulteriore elemento che fa comprendere l’insussistenza del primo requisito di incompatibilità ambientale di un progetto VIA (consistente nella reale necessità dell’opera a fronte di impatti altrimenti non giustificabili), risulta essere la reale capacità impiantistica di trattamento dei rifiuti organici presente in Regione Lombardia, che risulta ampiamente superiore e sovradimensionata rispetto alle quantità trattate anche nelle ipotesi di sviluppo futuro (Rapporto Annuale ISPRA 2023 pag 96). Il progetto dunque non solo viola la normativa in materia di VIA, ma risulta anche in contrasto con gli obiettivi fissati dal PRGR di Regione Lombardia. Infine, dalla visura camerale la società GEOBET risulta essere una SRL costituita a fine 2023 da tre soci, priva di una reale capacità tecnica-organizzativa e nel contempo, per il previsto utilizzo di fanghi industriali nel sistema di recupero e per le finalità inserite nella ragione sociale, non appare attività destinata ad integrarsi con il tessuto agricolo locale, pertanto comportando un rischio potenziale degli inquinanti contenuti nei rifiuti nel suolo e nelle falde e, da lì, alla filiera alimentare. Questo progetto potrebbe comportare ricadute economiche ed ambientali locali? Anche la Provincia di Brescia ha già fatto considerazioni sul progetto tramite un comunicato pubblicato il 29 agosto, in cui si riportano le dichiarazioni critiche dei consiglieri provinciali delegati, Paolo Fontana per la Sicurezza stradale, Tommaso Brognoli per l’Agricoltura e Marco Togni per l’Ambiente, i quali assicurano che da parte degli uffici compenti sarà posta la massima attenzione a tutte le valutazioni di competenza della Provincia. Brognoli ha dichiarato: “Dal punto di vista dell’attività agricola l’impianto andrebbe a consumare 42 ettari di suolo agricolo oggi destinato a produzioni di eccellenza riconosciute e tutelate ai vari livelli normativi (ad esempio Grana Padano DOP e produzioni di quarta gamma). Un danno irreparabile per il comparto agroalimentare bresciano, che rappresenta una delle eccellenze del Made in Italy”. Chi si sta mobilitando oggi in contrarietà al progetto? Come 100%Bassa abbiamo già organizzato due flashmob. L’ultimo, il 30 agosto, ha visto la mobilitazione di 200 manifestanti a cui hanno partecipato associazioni ambientaliste e civiche, cittadini e agricoltori con 30 trattori. Oltre al settore agricolo, che è molto preoccupato per la realizzazione di questo progetto, in sostengo alla causa si sono schierate anche molte amministrazioni comunali: il comune di Offlaga in primis, nella figura del sindaco Mazza, seguito da 11 altri comuni della Bassa Bresciana tra cui Capriano del Colle, Verolanuova e Verolavecchia. Le amministrazioni locali temono un peggioramento della qualità della vita a causa di inquinamento e aumento del traffico di mezzi pesanti. Come ha dichiarato il consigliere provinciale Paolo Fontana: “Il progetto comporterebbe un incremento significativo in merito al traffico pesante lungo la SS45 bis e lungo la SP668 nonché sulle arterie secondarie circostanti.” I sindaci manifestano il loro dissenso contro l’idea di trasformare la Bassa Bresciana in una “terra dei rifiuti”. Cosa ti senti di dire apertamente? Vi è un business tale sotto l’argomento rifiuti che ci deve preoccupare. Dobbiamo far capire che non si può andare avanti con la costruzione di questi impianti minando la vivibilità, già compromessa, del nostro territorio. Sappiamo benissimo che, con questi impianti, prima si parla di rifiuti organici e poi immancabilmente diventano lavatrici per pulire i “panni” industriali con conseguente contaminazione delle falde acquifere con inquinamento da metalli pesanti. E’ ora di dire basta perché la Bassa Bresciana ha bisogno di essere valorizzata e non di essere compromessa. Speriamo vivamente che la Conferenza dei Servizi, che si terrà il 30 settembre 2025, prenda in considerazione le nostre osservazioni.   Per ulteriori informazioni: https://www.bresciaoggi.it/territorio-bresciano/bassa/l-ira-dei-sindaci-e-degli-agricoltori-l-impianto-dei-rifiuti-a-offlaga-va-fermato-1.12776129 https://www.quibrescia.it/provincia/bassa-bresciana-2/2025/08/29/nuovo-impianto-di-compostaggio-a-offlaga-la-provincia-avvia-le-valutazioni/780642/ https://www.giornaledibrescia.it/cronaca/protesta-impianto-dei-rifiuti-a-offlaga-xqolkhu9 https://www.lamescolanza.com/2025/08/26/maxi-impianto-rifiuti-a-offlaga-il-no-deciso-di-agricoltori-e-politici/ https://www.bresciaoggi.it/territorio-bresciano/bassa/offlaga-no-all-impianto-rifiuti-nasce-il-fronte-dei-9-sindaci-1.12767665 https://www.radiondadurto.org/2025/08/28/bassa-bresciana-manifestazione-contro-impianto-di-trattamento-rifiuti-e-impattante-e-consuma-suolo-agricolo/ https://www.lavocedelpopolo.it/bassa-bresciana/ecco-le-ragioni-del-no-sull-impianto-organico? https://www.quibrescia.it/ambiente/2025/08/27/maxi-impianto-rifiuti-ad-offlaga-girelli-pd-la-provincia-tuteli-il-territorio/780354/? https://www.quibrescia.it/ambiente/2025/08/27/offlaga-no-al-mega-impianto-rifiuti-la-protesta-si-allarga-anche-alla-politica/780296/? https://www.bresciaoggi.it/territorio-bresciano/bassa/offlaga-trattori-in-corteo-contro-il-cimitero-di-rifiuti-organici-1.12772658? Redazione Sebino Franciacorta
September 29, 2025
Pressenza
Mantova blindata: nessuno tocchi gli allevamenti
Il prefetto di Mantova ha espresso il suo apprezzamento per le forze dell’ordine che durante Festivaletteratura lo scorso fine settimana hanno messo in piedi un “efficace dispositivo di controllo” in modo da consentire “ai numerosi visitatori (…) di vivere pienamente lo spirito della manifestazione”. Ma chi era a minacciare “l’ordine pubblico” durante un evento letterario? Le stesse attiviste che da anni denunciano inascoltate Festivaletteratura ed altre kermesse cittadine, per gli sponsor da cui ricevono fondi e a cui in cambio fanno pubblicità: le aziende degli allevamenti e dei macelli (come Levoni e Grana Padano) e quelle dei combustibili fossili (la multinazionale Eni). A questo come ad altri eventi precedenti centinaia di agenti in divisa e in borghese hanno pattugliato le vie di Mantova perché nessuna interrompesse una conferenza con uno striscione, distribuisse un volantino o tenesse un’azione simbolica in piazza con la vernice rosso tempera. Dal 2022 le attiviste del gruppo ecologista Fridays for Future sono schedate dalla polizia e ricevono pressioni dagli organizzatori del festival perché non esprimano dissenso nel centro storico (una clausola del loro contratto con Eni non ammette pubblicità negativa). L’anno scorso a Festivaletteratura due attiviste di No Food No Science, collettivo contro lo sfruttamento animale, sono state multate, denunciate ed espulse per anni dalla città con dei “fogli di via”, la misura con cui sbarazzarsi di persone “socialmente pericolose” (a discrezione del questore) che dal 1956 ha sostituito il confino fascista. Quest’anno a maggio attiviste dello stesso gruppo durante il festival Food & Science (organizzato tramite Confagricoltura e sponsorizzato dai grandi marchi dell’industria della carne, incluso Inalca di Cremonini, il più grande in Europa) hanno ricevuto altre denunce, fogli di via e multe che ammontano a svariate migliaia di euro per uno striscione affisso davanti al municipio (che dava ironicamente il foglio di via alla giunta comunale). Negli ultimi giorni, dal 3 al 7 settembre, per l’edizione di quest’anno di Festivaletteratura le attiviste sono state costantemente pedinate per le strade, seguite persino dentro una gelateria, come mostrano in un video sui social media. Domenica sera sedici persone sono state fermate per ore con il pretesto di controllare i documenti da agenti appostati appena fuori da due circoli Arci, Virgilio e Papacqua, dove si è tenuto il controfestival letterario Pagine Animali per parlare di giustizia climatica e multispecie. A fine giornata, dopo che due attiviste hanno inscenato una protesta alla libreria del festival con vernice rossa lavabile e un libro che rappresentava i loghi delle aziende criticate, sono state sollevate di peso perché se ne andassero. Eppure tutte sanno che gli allevamenti come i combustibili fossili hanno un peso devastante non solo sulle vite degli animali e dei migranti impiegati dalle aziende per accudirli in cattività e poi ucciderli, ma anche sull’accelerazione della crisi eco-climatica: come ha scritto l’artista Violinoviola in un post su Instagram, che era tra le vittime dei prolungati quanto ingiustificati controlli di polizia a Mantova davanti al circolo Arci Virgilio questa domenica, “l’industria zootecnica è la prima causa di emissioni di Co2 a livello globale, la principale causa delle zone morte degli oceani, la principale responsabile della deforestazione, dell’antibioticoresistenza, dell’impoverimento del suolo eccetera eccetera (l’elenco sarebbe ancora lungo). Senza contare che l’aria di Mantova è ammorbata da una puzza insostenibile di merda visto che è circondata da allevamenti intensivi di maiali e mucche”. La provincia mantovana è la prima in Italia per il numero degli animali rinchiusi in gabbie e capannoni, ma gli amministratori delegati delle aziende che sponsorizzano Festivaletteratura sono i primi a insistere sulla necessità di espandere sempre di più le infrastrutture di questi allevamenti per tenere il passo con il mercato cinese. È sempre più evidente che questo modello produttivo oppressivo e insostenibile ha i giorni contati, ma che gli industriali famelici che ne traggono i maggiori profitti lo manterranno il più a lungo possibile, finché non si troveranno costretti da una forte volontà politica a metterlo da parte. Le attiviste, insultate sui social come fannullone e privilegiate da una folla di commentatori, indignati che qualcuno interrompa il regolare corso degli eventi, sono tra le poche voci che si stagliano in un panorama di silenzio assordante contro aziende come Levoni, Grana Padano e Eni. La speranza ora è che siano scrittori e scrittrici ospiti di Festivaletteratura ad unirsi al coro di chi esprime questa contraddizione tra un evento che si proclama dalla parte dei diritti e dell’ambiente da una parte, dall’altra i suoi sponsor ecocidi e la polizia che perseguita i manifestanti: Eva Meijer, pensatrice olandese che si occupa di linguaggi e organizzazioni politiche degli animali non umani, si è già schierata con le attiviste, inaugurando venerdì 5 il controfestival di No Food No Science Pagine Animali. Il gruppo antispecista mantovano ha provato anche a interpellare altri ospiti eccellenti di Festivaletteratura, affiggendo manifesti con i loro nomi e volti nel centro di Mantova, abbinati ad immagini di allevamenti e pozzi petroliferi (gli sponsor del festival). Ma la repressione in Italia e in Europa si fa ogni giorno più dura per chi si oppone, chi lavora, chi migra, chi vuole proteggere l’ambiente e le altre specie con cui lo dividiamo: lo possono testimoniare le attiviste antispeciste della provincia di Vercelli, che erano presenti al circolo Arci Virgilio di Mantova venerdì 5 per intervenire al controfestival di No Food No Science Pagine Animali. Hanno raccontato di come a giugno durante un sit-in davanti ad un maxi allevamento di galline ovaiole in costruzione nel paese di Arborio, del gruppo Bruzzese, la polizia ha tolto loro cibo, acqua ed ombrelloni ed ha impedito alla popolazione che gliene portassero, per un giorno intero, sotto il sole cocente. Ventuno persone hanno ricevuto denunce e fogli di via. Diverse sono state in ospedale. Due che hanno resistito fino al giorno successivo le hanno portate via in manette. Sull’accaduto è in corso una interrogazione parlamentare, ma i lavori di costruzione del maxi allevamento continuano imperterriti. No Food No Science Redazione Italia
September 10, 2025
Pressenza
Arborio: blocco degli aiuti contro il presidio anti-allevamento
Attivistə antispecistə protestano contro l’apertura del maxi allevamento aviario di Arborio; per rispondere all’abuso delle forze dell’ordine,  che hanno impedito ogni aiuto alle manifestanti, viene indetto uno sciopero della fame. Ieri 28 giugno inizia un presidio pacifico ad Aborio (VC), davanti al cantiere dell’allevamento di Bruzzese. L’intento dichiarato dalle attiviste è quello di denunciare la costruzione del maxi-allevamento intensivo di 275.000 galline ovaiole che Bruzzese stava portando avanti nel silenzio, fino a quando poche settimane fa, la popolazione è stata informata a mezzo stampa che il cantiere in essere era proprio un allevamento. Le forze dell’ordine hanno sequestrato per 9 ore i documenti delle presenti, insieme a ombrelloni e acqua, lasciando le attiviste sotto il sole e senza viveri in una giornata di fine giugno con 35°C. Una condotta questa, che ha portato una delle attiviste presenti a essere condotta in ospedale in ambulanza. Per tutto il giorno le forze dell’ordine hanno minacciato lo sgombero, bloccando le persone passanti che giungevano per dare acqua e cibo in solidarietà. Oggi, 29 giugno, le forze dell’ordine ripetono l’abuso di ieri contro le ultime due attiviste presenti, continuando a presidiare l’intera strada che passa davanti al cantiere e bloccando ogni macchina circolante, minacciando il sequestro dei veicoli in caso di avvicinamento o collaborazione con le manifestanti. Questa condotta mette a serio rischio la salute delle persone in presidio, come già accaduto. Per rispondere a questo abuso, usato per sgomberare una manifestazione pacifica, le manifestanti indicono uno sciopero della fame. Nel frattempo, a supporto diversi gruppi si stanno organizzando per portare viveri e ombra alle persone rimaste sotto il sole in questa giornata di fine giugno, e testimoniare sull’operato delle forze dell’ordine dirette dalla questura di Vercelli. È vergognoso il dispiegamento di forze che si sta adoperando per impedire a delle attiviste di esporre l’operato di Bruzzese e per difendere il nome di un colosso dell’allevamento intensivo. Ribellione Animale   Redazione Italia
June 29, 2025
Pressenza
“Cose che accadono sulla terra”. Il film di Michele Cinque arriva nelle sale italiane
Michele Cinque racconta i nuovi cowboys italiani in lotta contro il cambiamento climatico. “Cose che accadono sulla terra”, prodotto e distribuito da Lazy Film in collaborazione con Trent Film, inizia il tour nelle sale cinematografiche, le arene e i festival di tutta Italia, a partire da giugno fino a dicembre. Il film, che ha vinto il prestigioso Festival dei Popoli e ora il premio della distribuzione della Regione Lazio, torna da un tour negli Stati Uniti dove è stato premiato all’58°Houston International Film Festival nella categoria Feature documentary e selezionato in concorso al Big Sky documentary festival in Montana. Michele Cinque, regista del pluripremiato Iuventa, co-sceneggiatore e produttore creativo del lungometraggio di Netflix, attualmente in lavorazione, ispirato alla storia dell’ONG tedesca Jugend Rettet, torna a dirigere un documentario per il cinema su un altro tema urgente: il rapporto tra uomo e natura ai tempi della crisi climatica. A 50 km dal Grande Raccordo Anulare, nel “selvaggio west italiano” dei Monti della Tolfa, una famiglia di cowboys ha una missione: continuare ad allevare il proprio bestiame e difenderlo dagli attacchi dei lupi, senza però compromettere l’equilibrio dell’ecosistema. Narrato al femminile e girato nell’arco di due anni, il film esplora il profondo legame tra madre e figlia. Brianna, una bambina di 6 anni, in un dialogo con la madre Francesca, si interroga sulla sua vita e sul suo futuro, rivelando col suo sguardo innocente e originale alcuni temi urgenti con cui lo spettatore è chiamato a fare i conti. Francesca e Giulio, che gestiscono oltre 1.000 ettari, si sono accorti che ormai anche il pascolo brado, una pratica tramandata dai cowboy italiani, i butteri, non è più sostenibile e che la sopravvivenza dei loro animali è strettamente legata alla salute del suolo. Secondo l’International Panel on Climate Change, attualmente il 30% dei suoli mondiali è degradato e si prevede un incremento fino al 90% nel 2050, con gravissime conseguenze sulla produzione alimentare globale. Di fronte alla desertificazione del proprio territorio e alla perdita di molti capi per la siccità, Francesca e Giulio decidono di intraprendere una rivoluzione verde applicando la teoria del pascolo rigenerativo.  Già molto diffusa in diverse aree siccitose in Australia, in Africa, Messico e Stati Uniti, questa tecnica di pascolo invece di utilizzare l’assistenza di fertilizzanti di sintesi e dell’agricoltura intensiva, ottimizza il rapporto tra suolo, piante e animali con mutui benefici per l’ecosistema. L’idea è semplice: imitare il comportamento dei grandi erbivori selvatici, che migrano costantemente per l’effetto delle stagioni e della predazione. Il movimento continuo dei pascoli accelera il ciclo di formazione dell’humus, favorendo la rigenerazione dei suoli e il sequestro del carbonio. Questa pratica, secondo la Royal Society, l’associazione scientifica britannica, è una soluzione a basso costo e a basso contenuto tecnologico che può contribuire alla mitigazione dei cambiamenti climatici, riducendo le emissioni di gas serra associate all’agricoltura convenzionale. Un report della FAO indica le filiere zootecniche come responsabili del 15% delle emissioni globali di gas serra di origine antropica. Ma mentre sono ormai palesi gli impatti ambientali degli allevamenti intensivi, il consumo di carne a livello globale continua a salire; sempre secondo la FAO dalla seconda metà del Novecento è aumentato di 5 volte e le proiezioni al 2050 indicano il trend in continua crescita. Se da un lato si investe su prodotti come la carne sintetica e alternative vegane, la pratica del pascolo rigenerativo ci invita a riflettere sulle modalità di allevamento dei bovini e sul loro impatto sul pianeta. La piccola rivoluzione di Francesca e Giulio, come quelle di migliaia di allevatori in tutto il mondo che si oppongono alle pratiche intensive, testimonia che se usati nel modo corretto gli erbivori possono diventare un alleato nella mitigazione degli effetti del cambiamento climatico. In una sorta di “richiamo della foresta” contemporaneo, “Cose che Accadono sulla Terra”, si confronta anche con un’altra tematica di estrema attualità: la presenza dei lupi. La Commissione Europea ha recentemente approvato la modifica di status da “strettamente protetti” a “protetti”, concedendo maggiore flessibilità agli Stati nella gestione della popolazione dei lupi, che è stimata in circa 20.000 esemplari in Europa, di cui 3.300 solo in Italia, 950 nelle regioni alpine e 2.400 nel resto della penisola. Nel film di Michele Cinque, il lupo è un antagonista per la famiglia di allevatori, ma nel corso della narrazione diventa, in un gioco di specchi, una metafora dell’uomo stesso. La presenza del lupo risveglia paure ancestrali, ma anche la nostra appartenenza al mondo animale e la nostra responsabilità nella sua salvaguardia. Date proiezioni: 23-24-25 giugno Torino, Cinema Massimo 24 giugno, San Donato, Orbetello – Festival Terramara, presso Azienda La Selva 30 giugno, 1-2 luglio Milano, Cinema Palestrina 1-3-4 luglio Bologna, Cinema Arlecchino, Jolly e Bristol 1-4 luglio Bergamo, Cinema Conca Verde 2 luglio Firenze, Arena apriti Cinema dell’estate Fiorentina in Piazza Pitti 4 luglio Ussita, Festival Cosa accade se abitiamo 7 luglio Fermo, Arena Capo d’arco 9-10-11 luglio Roma, Cinema Farnese Il tour prosegue fino a dicembre nei capoluoghi del Lazio e nel resto d’Italia. Su richiesta è disponibile il link per la visione riservata del film. Redazione Italia
June 23, 2025
Pressenza
PIANURA PADANA PIEGATA DA OZONO, TEMPERATURE ESTREME E NUBIFRAGI. MA REGIONE LOMBARDIA “SORVOLA” SULLE CAUSE
Cambiamento climatico e Pianura Padana. Dopo giorni di temperature fino a 10 gradi sopra la media, a partire dal weekend il Nord Italia – a macchia di leopardo – si è trovato sott’acqua. Disagi, allagamenti e forti grandinate; treni fermi tra Verona e Vicenza per il vento che ha compromesso la stabilità del parapetto di un cavalcavia. Frana invece sul monte Antelao, nel Cadore, sulla Statale di Alemagna, la cosiddetta “strada delle Olimpiadi” (quelle invernali 2026) che porta a Cortina D’Ampezzo. Nel Bresciano invece, a Chiari, danni al reparto Radiologia dell’ospedale, con esami riprogrammati per il ripristino. Proprio la Lombardia – e il Pirellone in particolare – sono nel mirino di Legambiente, che sottolinea come la proposta di legge sul clima, in discussione al Consiglio regionale, escluda elementi chiave causa dell’inquinamento del territorio. Metano e numeri eccessivi degli allevamenti intensivi sono i grandi assenti. “Ormai si parla di inquinamento climatico, se non vogliamo vanificare gli investimenti dobbiamo accelerare la transizione ecologica.” Damiano Di Simine, responsabile scientifico di Legambiente Lombardia. Ascolta o scarica.
June 16, 2025
Radio Onda d`Urto
Oltre gli allevamenti intensivi, per una riconversione agro-ecologica della zootecnia
Gli impatti degli allevamenti intensivi, soprattutto nelle zone in cui queste attività sono più concentrate, come la Pianura Padana, sono ormai ampiamente documentati: riguardano principalmente le emissioni di ammoniaca (NH3) e il conseguente inquinamento da polveri fini (PM 2,5), responsabili ogni anno di migliaia di morti premature in Italia. Le grandi quantità di azoto prodotto rappresentano inoltre un problema per l’inquinamento del suolo e dei corpi idrici, soprattutto nelle regioni ad alta densità zootecnica. L’enorme numero di animali allevati in modo intensivo nel nostro Paese (più di 700 milioni all’anno) richiede un grande uso di risorse, spesso sottratte al consumo diretto umano (due terzi dei cereali commercializzati nell’Unione Europea diventano mangime e circa il 70% dei terreni agricoli europei è destinato all’alimentazione animale). L’Italia è seconda solo alla Polonia in Europa per morti premature da esposizione a PM 2,5, con quasi 50 mila decessi prematuri nel 2021. Non solo, ma il nostro Paese è anche in procedura d’infrazione per il mancato rispetto della Direttiva europea sui nitrati. Greenpeace, ISDE, Lipu, WWF e Terra! hanno lanciato nello scorso febbraio un Manifesto pubblico “OLTRE GLI ALLEVAMENTI INTENSIVI. Per una riconversione agro-ecologica della zootecnia” alla base di una Proposta di Legge presentata da un gruppo di parlamentari della XIX Legislatura appartenenti a diversi partiti politici (AC 1760) per una riconversione del settore zootecnico che metta al centro, tanto delle politiche quanto dei meccanismi di sostegno, le aziende agricole di piccole dimensioni che adottano metodi agroecologici, e non più il sistema dei grandi allevamenti intensivi, così come avviene attualmente (a titolo di esempio, l’80% dei fondi europei per l’agricoltura italiana finisce nelle casse di un 20% di grandi aziende agricole). L’obiettivo è quello di creare le condizioni per un sistema produttivo che sia ripensato sulla piccola scala, con margini di guadagno più equi per i produttori e con politiche di sostegno ai prezzi che permettano a tutta la popolazione di accedere a cibi sani e di qualità, che rispondano ai valori positivi del “Made in Italy”. Inoltre, le associazioni Greenpeace, Lipu, Medici per l’ambiente-ISDE, Terra! e WWF Italia, hanno anche predisposto una mozione utile ad avvicinare i territori al processo di conversione agro-ecologica del settore zootecnico. La mozione è volta, da un lato, a promuovere un dibattito scientifico pubblico e dall’altro a favorire la discussione generale dell’iniziativa legislativa. Una mozione che una volta approvata dai Consigli Comunali impegna il Sindaco e la Giunta a: promuovere forme di sensibilizzazione della collettività e delle categorie economiche sui benefici derivanti da una transizione ecologica del sistema zootecnico; collaborare all’organizzazione di eventuali iniziative pubbliche promosse dalle associazioni proponenti la proposta di legge nel territorio comunale; farsi parte attiva presso il Parlamento, il Governo nazionale e regionale, affinché si giunga all’approvazione della proposta di legge; incentivare sul territorio le aziende agricole locali che adottano metodi di allevamento sostenibili e rispettosi del benessere animale; attivarsi affinché, per quanto di competenza dell’ente comunale, nella programmazione e pianificazione comunale si tenga conto dei principi che ispirano la proposta di legge depositata alla Camera dei deputati il 6 marzo 2024. Già tre Comuni, Spoltore, in provincia di Pescara, San Vito al Tagliamento, in provincia di Pordenone, e Castenedolo, in provincia di Brescia hanno approvato la mozione promossa da Greenpeace, ISDE, Lipu, Terra! e WWF per una transizione in chiave agro-ecologica del sistema degli allevamenti intensivi. “L’approvazione della mozione in tre Comuni di tre diverse regioni è un primo, significativo segnale di cambiamento che parte dai territori. È da qui che può prendere slancio una spinta concreta verso una legislazione nazionale capace di tutelare salute, biodiversità e la sostenibilità socio-economica del comparto agricolo, dichiarano le cinque associazioni promotrici. L’attuale modello zootecnico italiano – sempre più concentrato in grandi realtà intensive e industriali – sta penalizzando le piccole e medie aziende, mettendone a rischio la sopravvivenza. Con la nostra proposta di legge vogliamo offrire un’alternativa credibile: un percorso di transizione che permetta al settore di resistere nel tempo, tutelando ambiente, salute pubblica e giustizia sociale”. Pierluigi Bianchini, sindaco di Castenedolo, che ha già approvato la mozione, ha sottolineato la necessità di “un cambio di rotta nel modo di fare zootecnia, sostenendo la riconversione degli allevamenti intensivi in modelli più sostenibili e rispettosi di salute, ambiente e animali. Non possiamo rimanere indifferenti davanti a un tema che riguarda tutti”. Auspicando “che tanti altri Comuni scelgano di unirsi a questo percorso, per costruire insieme un sistema agricolo più giusto, allo stesso tempo vogliamo esprimere il nostro sostegno alle piccole realtà agricole locali, che ogni giorno lavorano con cura e rispetto per la terra, rappresentando un’alternativa concreta e preziosa”. Qui per approfondire e scaricare la mozione: https://www.associazioneterra.it/news/allevamenti-intensivi-i-primi-comuni-che-approvano-la-nostra-mozione-per-fermarli.   Giovanni Caprio
April 29, 2025
Pressenza