I “fatti di Torino” e l’abisso tra lo spazio pubblico e la rappresentazione istituzionale
“I fatti di Torino”, così li chiamano con la dichiarata intenzione di porre un
tema di scottante attualità nell’agenda setting delle istituzioni che si stanno
affannando a cercare soluzioni ai problemi dell’Italia, come ad esempio la
violenza esecrabile di alcuni manifestanti. Ma, al netto di tutto quello che
emerge dai social e dalla stampa che non si piega ai ricatti, è chiaro che
stiamo assistendo a un valzer di interpretazioni politiche strumentali, una
campagna elettorale permanente, brandita poi insensatamente proprio da chi è al
Governo di questo Paese.
Si tratta di una strategia ben architettata, ma decisamente malriuscita, che
intende svuotare lo spazio pubblico infestando lo spazio mediatico di notizie e
narrazioni distorte sulla presunta pericolosità insita nella partecipazione
della società civile a manifestazioni e cortei. E questa strategia appare ancor
più grossolana perché s’infrange proprio contro i fatti. Quelli che vedono uno
spazio pubblico sistematicamente e democraticamente riempito dalle
manifestazioni veramente politiche (22 settembre, 3 ottobre, 28 e 29 novembre
2025… decine di migliaia di persone hanno manifestato pacificamente a Torino il
31 gennaio 2026…) di una società civile frustrata da scelte politiche che,
semplicemente, non condivide.
Siamo in piena deriva autoritaria, questo a noi è piuttosto chiaro. La
Democrazia che respinge il dèmos è ridotta a sordo esercizio del Kratos.
L’individuo è lasciato solo nella crisi e, allorquando vada alla ricerca di una
necessaria solidarietà, trova di fronte a sé spazi pubblici sempre più serrati,
securizzati. Ogni slancio collettivo viene parallelamente demonizzato, deriso
all’interno di discutibili siparietti da Talk show. La politica ha assunto la
forma di una sordida rappresentazione istituzionale, perlopiù sotto forma di
passerella. Ogni altrove sociale viene tacciato come luogo indesiderabile,
violento.
Occorre, tuttavia, avere una visione d’insieme per poter riuscire a leggere la
fase e incastrare tutti i tasselli di un processo istituzionale che vira
decisamente verso la conclamata deriva autoritaria sotto l’urgenza dello stato
d’eccezione.
Far credere che ci sia un’emergenza nazionale inerente alla sicurezza dei
cittadini e delle cittadine è uno degli obiettivi principali di questo Governo
ed è anche, in generale, l’universo simbolico intorno al quale, da sempre, la
destra ha creato consenso intorno a quelli che sono i suoi cavalli di battaglia,
vale a dire l’ordine, la difesa, la disciplina o il disciplinamento, la
sicurezza nazionale.
E, come in altre circostanze, “i fatti di Torino” mostrano che l’architettura
della propaganda, mascherata da presenza istituzionale, plaude alle iniziative
repressive proprio mentre criminalizza la piazza, la manifestazione del dissenso
e la partecipazione democratica e popolare dal basso negli spazi pubblici, che
restano perlopiù invisibili e inascoltati anche per molti giornali.
Di pari passo viaggia la criminalizzazione del disagio giovanile che si
manifesta negli spazi pubblici, la stigmatizzazione del maranza, diventato
problema di sicurezza piuttosto che fenomeno sociale nato nelle periferie delle
metropoli a causa della mancata integrazione. E anche per questo si ha la
soluzione a portata di mano, in linea con la classica logica del patrimonio
retorico di destra: il ritorno della naja con il suo corredo di pratiche
addestrative che dovrebbero condurre a instillare nei giovani lealtà,
disciplina, rispetto degli ordini dei superiori, spirito di servizio e difesa
della Patria. Eccovi fornito l’universo simbolico funzionale al ritorno della
leva obbligatoria, prossima iniziativa di questo Governo in linea, del resto,
con la maggior parte dei Paesi europei.
Ma non è solo la piazza, in quanto spazio pubblico, a farne le spese, ad essere
demonizzata e criminalizzata è anche la scuola, quel poco che resta ancora di
scuola pubblica, anch’essa oggetto di cronaca nera che diventa materia di
emergenza istituzionale. E, allora, la combinazione di criminalizzazione
giovanile e pericolosità pubblica impone la stretta repressiva, il controllo
fuori dagli istituti scolastici, un ulteriore tassello verso la militarizzazione
dei luoghi della formazione.
La scuola, tempio del sapere critico e autonomo dei soggetti, diventa un terreno
di scontro ideologico davvero peculiare, presa di mira non soltanto dal
Ministero dell’Istruzione e del merito, che dovrebbe sostenerla nel suo
pluralismo democratico, invece di sanzionare, censurare, ispezionare, ma anche
dalle associazioni partitiche giovanili, come Azione studentesca, che emanano
direttamente dal Governo, il quale, da parte sua, invece di stigmatizzare
un’operazione francamente imbarazzante che puzza di schedatura, utilizza e
diffonde come vessillo di conclamata verità fattuale i report del questionario.
Non è la prima volta che assistiamo ad una cosa del genere. È chiaro che Azione
studentesca non è che una propaggine non istituzionale che serve al Governo per
fare il lavoro sporco ed entrare nella società civile di lato. La confusione tra
istituzionale non istituzionale, tra militare e paramilitare è un elemento del
controllo autoritario e serve per intimidire, per instaurare un clima di
sospetto che imponga l’allineamento. Con questo clima l’istruzione diventa
psicotica, muta in Psicoistruzione. Gli/le insegnanti sono nella maggior parte
dei casi ridotti/e a meri/e funzionari/e, esecutori/esecutrici materiali di
prove prodotte altrove, standardizzate e livellanti, proprio nel mentre si
richiede di personalizzare e individualizzare.
Insomma, la frattura che si è aperta tra la partecipazione democratica negli
spazi pubblici, costantemente e strutturalmente ignorata, e la rappresentazione
istituzionale di un Governo all’opera per dare più sicurezza e ordine a questo
Paese non è che la cornice ideologica in cui si farà strada, a breve, lo scudo
penale per le forze armate, un ulteriore atto istituzionale che sancisce la
sospensione dell’attività politica e l’inizio dello stato di polizia, «di uno
stato di eccezione permanente che allarga il perimetro di coloro che, in ragione
della loro funzione, godono di uno status di immunità», come sostiene non un
pensatore antagonista come Giorgio Agamben e nemmeno due professori che in
funzione del loro non velato antifascismo potrebbero essere facilmente schedati
come docenti di sinistra, ma lo dice Franco Gabrielli, ex capo della polizia,
assolutamente contrario sia allo scudo penale sia al fermo preventivo. Chissà se
il prossimo passo di Azione studentesca sarà quello di avviare un questionario
tra le forze armate per stanare eventuali commilitoni e generali in odore di
sinistra!
Michele Lucivero, Andrea Petracca
Michele Lucivero