Tag - riforma costituzionale

L’autonomia differenziata va avanti, nonostante la sentenza della Corte Costituzionale
L’autonomia differenziata va avanti, nonostante la sentenza della Corte Costituzionale 192/2024[i] abbia indicato sette punti incostituzionali della cosiddetta “Legge Calderoli”[ii]. Il 18 febbraio 2026 sono state approvate in una riunione del Consiglio dei Ministri, cui hanno partecipato i Presidenti delle Regioni interessate[iii], le intese che riguardano 3 materie catalogate “Non LEP” cioè che non dovrebbero riguardare i Livelli Essenziali delle Prestazioni[iv]: “protezione civile”, “professioni” e “previdenza complementare e integrativa”, sulle quali le 4 Regioni del Nord (Veneto, Lombardia, Piemonte, Liguria) potranno esercitare potestà legislativa esclusiva. Ad esse si aggiunge una quarta materia (“tutela della salute -coordinamento della finanza pubblica”)[v]. La sentenza 192/2024 della Corte costituzionale [i] metteva in risalto la necessità di attribuire un ruolo centrale al Parlamento nella definizione e approvazione delle Intese. La procedura che il Ministro Calderoli sta seguendo, al contrario, emargina  il Parlamento, chiamato ad esprimere pareri e alla fine a votare a favore o contro la legge di ricezione, spogliato del potere di emendamento su materie legislative di propria competenza [vi]. Inoltre  la Corte Costituzionale nella citata sentenza aveva  ripetutamente specificato che ogni funzione devoluta dallo Stato alle Regioni avrebbe dovuto  avere una motivazione  specifica, Regione per Regione, mentre le 4 pre intese sono copie identiche delle stesse richieste di attribuzione, come se Veneto, Lombardia, Piemonte, Liguria fossero uguali per particolarità territoriali e  condizioni socio-economiche. Spicca, come esempio per cogliere la gravità dell’attacco ai diritti sociali, l’articolo 3 delle preintese sulla Sanità [vii],  che prevede che le Regioni potranno differenziare le tariffe dei rimborsi, creare fondi sanitari integrativi, assumere personale oltre quello stabilito nella ripartizione del Piano sanitario nazionale, spostare addirittura poste del bilancio, per capire che siamo al primo passaggio della “secessione dei ricchi”. I prossimi passi di attuazione dell’autonomia per le 4 Regioni saranno  alla  Conferenza unificata Stato Regioni Enti locali, che dovrà esprimere entro 60 gg un parere (non vincolante), quindi poi un passaggio alle due Camere, che formalizzeranno entro 90 gg una valutazione attraverso atti di indirizzo (anche essi non vincolanti), quindi il Presidente del Consiglio o il Ministro per gli Affari Regionali redigeranno un testo definitivo che verrà controfirmato dal Presidente di Regione, deliberato in CdM e trasmesso alle Camere per il voto definitivo, a maggioranza assoluta dei componenti, con una probabile conclusione dell’iter entro il 2026. L’Associazione Carteinregola, da sempre schierata e impegnata per contrastare l’autonomia regionale differenziata, si unisce ai Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti e al Tavolo NO AD nell’esprimere una netta critica  su queste procedure accelerate che sembrano ignorare   la sentenza 192/2024 della Corte costituzionale e nel chiedere,  alle Regioni che non sono state coinvolte in questa cruciale fase preliminare, di far sentire la propria voce e di rivendicare i propri diritti [viii]; alle forze parlamentari di fermare  l’iter delle preintese fino a quando non si siano definite procedure che rispettino e rispecchino il ruolo centrale delle Camere; alle organizzazioni politiche, di far sentire la loro voce di protesta e di prepararsi alle elezioni del 2027 con il preciso intento di cancellare l’articolo 116 terzo comma della Costituzione  e di elaborare una revisione complessiva del Titolo V, improvvidamente modificato nel 2001. Noi continueremo la nostra campagna di informazione alle cittadine e ai cittadini, insieme a tutte le forze sociali che si battono per la difesa della Costituzione e dei diritti dei cittadini (il testo è  tratto in parte dal Comunicato dei Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti e Tavolo NO AD  diffuso il 19 febbraio 2026) In calce le interviste a Marina Boscaino, portavoce Comitati no AD; Dall’autonomia differenziata alla riforma della magistratura, la politica sta scardinando la Costituzione – (20 febbraio 2026) e a Marco Esposito, giornalista e saggista Perché la maggioranza decide di cominciare il percorso delle riforme dalla giustizia – (19 febbraio 2026) Vai a Autonomia Regionale Differenziata, cronologia e materiali Vai al  libro di Carteinregola Autonomia differenziata Perchè NO– le 23 materie che possono cambiare i connotati al nostro Paese e ai diritti dei cittadini (> vai alla pagina con l’indice e il libro scaricabile gratuitamente del giugno 2024) Intervista Marco Esposito 27 febbraio 2026 Per osservazioni e precisazioni scrivere a laboratoriocarteinregola@gmail.com -------------------------------------------------------------------------------- NOTE [i] Vedi Sentenza Corte Costituzionale 86/2024 sulla Legge 26/06/2024, n. 86 (Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione). pubblicata il 3 dicembre 2024 (vai al testo della sentenza preceduto dal comunicato dei Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’uguaglianza dei diritti e l’unità della Repubblica Vai alla pagina.) [ii] LEGGE 26 giugno 2024, n. 86 Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione. (24G00104)  note: Entrata in vigore del provvedimento: 13/07/2024 (Ultimo aggiornamento all’atto pubblicato il 04/12/2024)  (GU n.150 del 28-06-2024) https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2024;86 [iii] Vedi sito istituzionale del Ministero degli Affari regionali: Autonomia, via libera in CdM agli schemi di intesa preliminare con le 4 Regioni. Esulta Calderoli: “Storica prima volta, ora avanti nel percorso.” https://www.affariregionali.it/it/il-ministro/comunicati/autonomia-via-libera-in-cdm-agli-schemi-di-intesa-preliminare-con-le-4-regioni-esulta-calderoli-storica-prima-volta-ora-avanti-nel-percorso/ Vedi sito istituzionale della Regione Piemonte 18 febbraio 2026 Autonomia differenziata: via libera del Consiglio dei ministri alle intese preliminari https://www.regione.piemonte.it/web/pinforma/notizie/autonomia-differenziata-via-libera-consiglio-dei-ministri-alle-intese-preliminari [iv] I Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) sono gli standard minimi di qualità e quantità dei servizi (ad esempio istruzione, sanità, assistenza, trasporti) che lo Stato italiano deve garantire in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Il loro scopo è assicurare diritti civili e sociali fondamentali indipendentemente dalla residenza, contrastando disuguaglianze e garantendo uguaglianza sostanziale [v] Vedi Autonomia differenziata: il Ministro Calderoli sottoscrive le pre intese con Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria 25 novembre 2025 https://www.carteinregola.it/autonomia-differenziata-il-ministro-calderoli-sottoscrive-le-pre-intese-con-veneto-lombardia-piemonte-e-liguria/ [vi] Il modello utilizzato è quello delle procedure dei Trattati internazionali o delle Intese con le confessioni religiose. Nel caso, però, delle Intese ex art. 116 terzo comma, non si tratta di istituzioni internazionali o religiose,  ma di  competenze del Parlamento [vii] Allegato 2. Tutela della salute – Coordinamento della finanza pubblica – Art. 3 (Disposizioni in materia di gestione delle risorse finanziarie in materia sanitaria) 1. La Regione Liguria può, previa intesa con i Ministri della salute e dell’economia e delle finanze, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, fermo restando il rispetto dei livelli essenziali di assistenza di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 12 gennaio 2017, pubblicato nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 65 del 18 marzo 2017: a. definire in autonomia la gestione del sistema tariffario di rimborso, di remunerazione e di compartecipazione per gli assistiti, in deroga alla normativa vigente in materia; le disposizioni oggetto di deroga potranno essere specificate nello schema di intesa; b. definire in autonomia la programmazione degli interventi sul patrimonio edilizio e tecnologico delle aziende del sistema sanitario regionale, in deroga alla normativa vigente in materia; le disposizioni oggetto di deroga potranno essere specificate nello schema di intesa; c. definire in autonomia l’individuazione di sistemi di governance delle aziende sanitarie e degli enti del servizio sanitario regionale, anche mediante l’istituzione e la gestione di fondi sanitari integrativi, previa iscrizione degli stessi nell’Anagrafe dei fondi sanitari, in deroga alla normativa vigente in materia; le disposizioni oggetto di deroga potranno essere specificate nello schema di intesa; d. fermo restando il limite complessivo della spesa sanitaria, allocare le risorse tra i diversi ambiti e finalità della medesima, in deroga ai vincoli di spesa specifici per le politiche di gestione della spesa sanitaria. [viii] A fine settembre 2024 4 Regioni hanno presentato ricorso alla Consulta rispetto alla legge 86/24  
February 27, 2026
carteinregola
Repressioni fantastiche e dove trovarle: perché votare “NO”
Il punto non è la separazione delle carriere. Non è nemmeno il Consiglio superiore della magistratura. Anzi, possiamo arrivare a dire che il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo non riguarda nemmeno la giustizia. Non più di tanto. La riforma – passata per le vie parlamentari a una velocità che non ha precedenti nella storia repubblicana – si presenta al dibattito pubblico italiano come un regolamento di conti, lo scontro finale di una guerra che durerebbe da un trentennio. Più o meno da Mani pulite, a torto a ragione ritenuto evento fondativo dell’era delle ingerenze dei giudici nella politica. Questo elemento c’è, e probabilmente è quello considerato più importante dai sostenitori del “Sì”, insieme alla banale evidenza del fatto che le riforma costituzionali si fanno sempre perché non costano niente. > Mettere mano alla sanità o alle pensioni ha infatti una ricaduta sul bilancio, > con tutti i problemi che ne conseguono. Cambiare la Carta no, vale pochi > spiccioli appena. E però non possiamo non leggere questa riforma nel contesto più generale dell’ingrossamento del codice penale che il governo Meloni porta avanti da quando si è insediato: più reati, più aggravanti, più galera, più facce feroci. Non più polizia però, bizzarramente. Assumere agenti, come sopra, ha un costo, quindi ogni tre che vanno in pensione se ne riprende forse uno. Ma il tema della sicurezza, si sa, è un fatto per lo più di percezione – i reati sono in calo da decenni – quindi la tesi è che basti urlare al cielo che si è pronti a procedere con la massima durezza contro la devianza e la marginalità (i tratti infantili di un sistema che si pretende perfetto) per veder crescere i sondaggi, anche se poi il peso della forza pubblica dispiegabile diminuisce di giorno in giorno. Qualche tempo fa il ministro Nordio ha rivendicato che il famoso decreto rave, a tre anni dalla sua entrata in vigore, non ha prodotto manco una condanna. Sarebbe effetto della deterrenza, secondo lui, ma pensare che dal 2022 in Italia non si facciano più feste “illegali” è un’evidente assurdità, quindi si può concludere che quel reato alla fine si è rivelato inutile. Un altro esempio: lo scudo penale per gli agenti di polizia – cioè la loro iscrizione in un registro diverso da quello dei comuni mortali – non avrebbe cambiato nulla della storia dell’omicidio di Abderrahim Mansouri a Rogoredo. L’assistente capo Carmelo Cinturrino sarebbe stato arrestato lo stesso. > Tutto questo per dire che il problema non è “il come”, ma “il perché”. Giorgia > Meloni ha evidentemente in testa una repubblica diversa da quella (pur molto > imperfetta) che abbiamo adesso e che dovrebbe basarsi sullo strapotere di un > esecutivo che non risponde a nessuno – non al parlamento, non ai giudici, non > agli oppositori, nemmeno alla realtà – se non al popolo che l’ha messo lì. Questo referendum ha un ché di plebiscitario: la maggioranza si è votata da sola un testo da sottoporre [alle e, ndr] agli abitanti della nazione per farselo confermare. Gli ultimi sondaggi, per quel che valgono, ci dicono che il piano potrebbe non funzionare (il Paese pare quantomeno diviso), ma tutto per mesi ha remato in quella direzione: anche la volontà di votare il prima possibile, onde evitare una campagna che avrebbe visto – come in effetti sta vedendo – la pressoché inevitabile rimonta dei contrari. Meno si discute e più si passeggia sereni sulla strada di un consenso costruito a colpi di propaganda. All’inizio, nel quesito referendario, nemmeno erano indicati gli articoli della Carta che cambierebbero (sono sette, non pochi) e lo scopo era sempre lo stesso: sorvolare sul dibattito, evitare le discussioni più complesse, giocare a dire che in fondo non sta succedendo niente. Soltanto una decisione della Cassazione in seguito a un ricorso ha fatto sì che chi andrà a votare potrà anche sapere su cosa lo starà facendo, per la cronaca. > Ma cosa significa separare le carriere dei magistrati requirenti da quelli > giudicanti? Significa sottomettere la giurisdizione al governo. Così è in > tutti i Paesi in cui vige la separazione (con correttivi e accorgimenti di > solito in linea con la storia politica locale), così sarà anche in Italia. Pure se, come dicono i legulei del Sì, questo non sta scritto da nessuna parte nel testo della riforma. Ma anche in Venezuela, per dirne uno qualunque, la magistratura è “autonoma e indipendente”, solo che poi Alberto Trentini lo libera la presidente Delcy Rodriguez, mica il giudice di Caracas. Questa sottoposizione si può fare in maniera semplice, con un tratto di penna. Basta togliere al pubblico ministero il ruolo di coordinamento della polizia giudiziaria. Il vicepremier Tajani ha di recente avuto modo di dire che bisognerebbe proprio farlo. Meloni, all’indomani degli arresti per gli scontri di Torino al corteo per Askatasuna, si era spinta un po’ più in là e aveva fatto lei il capo d’accusa: tentato omicidio. Alla faccia della terzietà del giudice: con quanta serenità d’animo la Gip avrà assunto le decisioni che ha assunto sui fermati, mentre aveva sul collo il fiato pesante di una premier che già aveva deciso qual era la cosa più giusta da fare? La parte della riforma sul Consiglio superiore della magistratura – l’organo di rilievo costituzionale di governo autonomo delle toghe – serve a puntellare questo desiderio di limitare il contropotere della giurisdizione. Sdoppiare il Csm – uno per i giudici e uno per i pm – vuol dire dimezzarne la forza: è aritmetica. Togliergli la competenza disciplinare (una sezione serve proprio a decidere le eventuali sanzioni per i magistrati che, per dolo o negligenza, si comportano in maniera sbagliata) e affidarla a un tribunale speciale – un’Alta corte la cui composizione risulta ancora misteriosa – è rompere l’autonomia di un potere dello Stato. Sorteggiare i consiglieri, infine, è un’umiliazione e basta: persino un tiro di dado vale di più delle idee di chi indossa la toga. > Ma il vero rischio, quello che dovrebbe spaventare sul serio, è che in questo > modo il pubblico ministero assurgerebbe al livello di accusatore senza altro > compito che perseguire i cattivi soggetti. Una falange di 2.000 super > poliziotti che solo quello devono fare: prima punire e poi sorvegliare. Per > paradosso, in una situazione così, un controllo politico finirebbe con > l’essere addirittura auspicabile. E così, pur nella consapevolezza che il sistema giudiziario abbia già da adesso dei tratti inquietanti, che di inchieste sbagliate, di teoremi, di persecuzioni, di processi politici ne esistono a bizzeffe, il futuro che si presenterebbe con una vittoria del Sì appare ancora più fosco. Votare No non è una scelta di conservazione dell’esistente, ma una difesa possibile dei diritti fondamentali. Un passo necessario, non una scelta di vita. Perché lo vediamo tutti i giorni quello che il governo fa e non ci sono motivi per ritenere che, in mezzo a una serie di provvedimenti da Stato di polizia, ce ne sia uno – la riforma costituzionale – che invece è un capolavoro di democrazia e liberalismo. Al contrario, è un passo in più verso l’oppressione totale. La copertina è di Duncan (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Repressioni fantastiche e dove trovarle:<br> perché votare “NO” proviene da DINAMOpress.
February 27, 2026
DINAMOpress
Con la riforma i giudici dipenderanno dalla politica? risponde Enrico Grosso
Necessario fermare l’invadenza della magistratura? risponde Enrico Grosso Presidente del Comitato Giusto dire No – (trascrizione dell’intervento in video pubblicato il 30 gennaio 2026 – in calce) ANNA MARIA BIANCHI MISSAGLIA: Professore Enrico Grosso, Presidente del Comitato Giusto Dire No, le chiediamo subito un commento sul famoso slogan che appare sui manifesti del comitato Giusto dire NO che sono stati affissi, in particolare nelle stazioni italiane: “Vorresti giudici che dipendono dalla politica?” Uno slogan che ha sollevato le contestazioni del fronte del SI,  addirittura con  iniziative legali, perché molti sostengono che la  riforma non tocca l’autonomia della magistratura, che resta  scritta a caratteri cubitali nella Costituzione, e che quindi quello slogan è una fake news dei Comitati del NO. Ma è veramente una fake news? PROF. ENRICO GROSSO: Provo a spiegarlo con le parole più semplici di cui sono capace. E’ ovvio che la Costituzione continuerà a proclamare in astratto “la magistratura è un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere“. Ma questo di per sè non è sufficiente a garantire che lo sia davvero. Perché, vedete, le Costituzioni sono meccanismi complessi, sono impasti di principi e regole. Vengono proclamati dei principi, poi a questi principi si affiancano delle regole che servono a renderli effettivi, perché i principi, finché sono lasciati soli, restano scritti sulla carta. Ai miei studenti faccio sempre questo esempio: durante la Rivoluzione francese, la prima cosa che scrissero gli autori della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 era che la libertà personale doveva essere inviolabile, che nessuno poteva essere arbitrariamente arrestato in mezzo alla strada. Dopodiché, durante il Terrore giacobino, la gente veniva appunto arrestata indiscriminatamente e ghigliottinata il giorno dopo. Mancava un corpo di regole che rendesse effettivo quel principio così solennemente proclamato, e così il potere, di quel principio, poteva farsi beffe allegramente. Che cosa ci insegna tutto ciò? Che i principi non basta proclamarli, bisogna poi garantirne l’effettività con un sistema di regole che li inverino e li difendano nel quotidiano. Allora che cosa ha fatto il Costituente nel 1947? Dopo aver proclamato il principio dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, cioè della separazione e dell’equilibrio dei poteri, ha introdotto una serie di regole che rendessero effettivo quel principio, che scongiurassero il rischio che esso restasse scritto solo sulla carta. La principale di queste regole è stata l’istituzione di un organo costituzionale, che si chiama Consiglio Superiore della Magistratura, al quale è stato affidato il delicatissimo compito di sottrarre alla politica, al potere politico, tutta una serie di decisioni concernenti lo status giuridico (e anche la vita personale) del magistrato che, se assunte da chi è titolare di potere politico, rischiano inevitabilmente di condizionare le decisioni giudiziarie che quel magistrato si troverà ad assumere. I magistrati devono essere liberi di assumere le loro decisioni, in applicazione del diritto, senza timore delle conseguenze che ne potranno derivare. Il giudice davvero “terzo e imparziale” è il giudice che non ha paura, non ha paura di subire un arbitrario trasferimento ad altra sede, di avere un ritardo ingiustificato nella sua progressione in carriera, di vedersi incolpato disciplinarmente senza ragione, e così via. Tutti i provvedimenti amministrativi e disciplinari concernenti i magistrati devono essere assunti senza alcun condizionamento, neppure solo potenziale, da parte della politica. Perché tale condizionamento rischia inevitabilmente di “ricondurre”, per usare un verbo che forse piace ai membri del nostro attuale governo, i magistrati, inducendoli magari a non assumere quelle decisioni scomode e sgradite. E allora che cosa fece il saggio Costituente nel 1947? Disse: tutte queste decisioni – le assunzioni, le assegnazioni, le promozioni, i trasferimenti, i provvedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati – devono essere assunte da un organo che garantisca piena indipendenza dalla politica. Questo organo si chiama Consiglio Superiore della Magistratura, che non a caso è composto in maggioranza di magistrati eletti dai loro colleghi – ed è importante che siano “eletti” – e da una parte minoritaria di professori universitari in materie giuridiche e avvocati, eletti dal Parlamento in seduta comune. Per inciso, l’idea dei Costituenti era che questi componenti “laici” (ossia individuati tra professori e avvocati e non tra magistrati) sarebbero stati scelti tra i migliori giuristi del Paese, i quali, in perfetta autonomia come dovrebbe garantire il loro status, insieme ai componenti eletti dai magistrati avrebbero garantito un vero “autogoverno” della magistratura. Il che non è avvenuto, da quando la politica ha cominciato a designare al CSM persone che assicurassero il massimo grado di fedeltà alle linee politiche dei partiti che li esprimevano. Che cosa fa la riforma? Smonta il CSM, lo smonta in tre mosse. Primo: lo divide in due, e tutte le volte che tu dividi un organo in due lo indebolisci, perché secondo il noto principio “divide et impera” due consigli tenderanno a confliggere l’uno con l’altro, a prendere decisioni magari in contrasto reciproco, a delegittimarsi a vicenda. In ogni caso i due CSM non rappresenteranno più il complesso della magistratura italiana, ma due corpi separati (che si vorrebbero pure antagonistici) e già solo per questa ragione risulteranno indeboliti. Secondo: si sorteggiano i membri che provengono dalla magistratura. Non è una banalità, perché il sorteggio, oltre a essere umiliante in sé in quanto sembra presupporre che chiunque possa indifferentemente esercitare quella funzione senza badare a competenza, attitudine, carisma, credibilità personale e così via, impedisce che si realizzi quel necessario nesso di responsabilità e fiducia che solo l’elezione produce. Se io eleggo alcuni miei colleghi a svolgere un compito così delicato, quelle persone, che sono state investite con un mandato elettivo, si sentiranno particolarmente responsabili nell’esercitare quel delicatissimo ruolo. Invece si vuole sorteggiarli per sminuirne il ruolo, per banalizzarlo, quasi a dire “tu conti poco, ti sorteggio perché tanto potevo scegliere te come chiunque altro“. In un contesto in cui, invece, i membri laici non sono affatto sorteggiati, ma accuratamente scelti, dalla politica, tra i più fedeli, tra coloro che assicurino che gli interessi politici di coloro che li hanno scelti siano puntualmente perseguiti e realizzati. Una componente organizzata, da un lato, che si fronteggerà con una componente deliberatamente disarticolata, dall’altro. Terzo: si sottrae al Consiglio Superiore la più delicata delle funzioni attualmente svolte dal CSM, e cioè la funzione disciplinare, quella che concerne il controllo deontologico sul corretto esercizio della funzione giurisdizionale, che può costituire la leva più potente per il condizionamento delle decisioni giudiziarie. E questa funzione a chi la si conferisce? La si conferisce a una fantomatica Alta Corte Disciplinare, che solo il nome sembra inventato apposta per intimorire i magistrati, la quale sarà a sua volta composta da magistrati e professori (o avvocati), naturalmente sorteggiati i primi, e invece accuratamente scelti i secondi, con i medesimi meccanismi sopra descritti. Tutto ciò che cosa produce? Produce un aumento del timore da parte dei giudici delle conseguenze che potranno derivare dall’assunzione di determinate decisioni. Essi cominceranno di nuovo a pensare, come avveniva prima che la Costituzione istituisse quel CSM elettivo e autorevole: “ma se io prendo decisioni scomode, che cosa mi succede?” Oggi questo non avviene perché il CSM funge da scudo, da barriera, e difende i magistrati contro i tentativi della politica di condizionarne le decisioni. Il risultato è molto semplice: la Riforma abbassa in concreto le garanzie di indipendenza, che pure continuano ad essere proclamate in astratto. ANNA MARIA BIANCHI MISSAGLIA: Le motivazioni del Sì, che sono anche  in contraddizione tra garantismo e deriva securitaria, parlano di “invadenza della magistratura nelle decisioni della politica“.  PROF. ENRICO GROSSO Questa è una storia veramente curiosa, perché qui dobbiamo metterci d’accordo. I fautori del sì sviluppano due argomenti che sono tra di loro in aperta contraddizione. Da un lato sento dire che i magistrati devono essere ricondotti a un sistema in cui un giudice davvero “terzo” valuti con maggiore imparzialità le richieste del pubblico ministero, così da evitare che vi siano eccessi nella privazione della libertà personale, o che i cittadini siano perseguiti penalmente anche quando non dovrebbero esserlo. Insomma, il sì servirebbe a limitare il potere eccessivo che oggi avrebbero i pubblici ministeri di pregiudicare i diritti dei cittadini innocenti. Si tratta di una narrazione garantistica e liberale, attraverso la quale si vorrebbe far passare il messaggio che la riforma serva a difendere gli individui dalle ingerenze arbitrarie da parte della magistratura sulla loro libertà. Circola però anche la narrazione opposta. Quella secondo cui oggi i magistrati si ribellerebbero alle politiche securitarie del governo, e dunque sarebbe per colpa dei magistrati se circolano nel paese così tanti criminali e così tanti immigrati irregolari, mentre il governo vorrebbe tanto difenderci dai criminali ma non riuscirebbe a farlo per colpa dei giudici che “si mettono di traverso”. Ora, si devono mettere d’accordo tra di loro: il sistema attuale è sbagliato perché è troppo repressivo o è sbagliato perché è troppo liberale e garantista? La verità è che sono erronee entrambe le narrazioni. Ciò che davvero disturba il potere, il potere politico, è una magistratura che si sottragga ai suoi condizionamenti, che assuma decisioni libere, applicando la legge e – soprattutto – la Costituzione senza guardare in faccia a nessuno, anche contro il volere di chi sta al governo, qualunque sia il colore politico di quel governo. Ma vogliamo ricordare quello che è successo nell’ultimo anno? Il Governo è riuscito a litigare con la Corte di Cassazione, con la Corte Costituzionale, con la Corte dei Conti, con la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con la Corte Europea dei diritti dell’uomo, financo con la Corte Penale Internazionale (vi ricordate il caso Almasri?). Allora, quando un governo comincia a litigare con tutte le massime corti giudiziarie, interne e sovranazionali, c’è qualcosa che non va. Ciò significa che in realtà è il potere politico ad essere sempre più insofferente nei confronti di qualsiasi forma di controllo. Ed è proprio questo lo spirito della riforma: abbassare di fatto l’indipendenza e l’autonomia della magistratura per sottrarre la politica ai controlli cui oggi è per fortuna sottoposta. Questa riforma è figlia dell’insofferenza nei confronti di qualsiasi attività di controllo e di tutela della legalità, che è l’attività tipica di ogni organo di garanzia nello Stato di diritto. Del resto, tutto ciò è stato ampiamente confermato dal Ministro Nordio nel suo libro recentemente pubblicato, quando ha scritto, in un passo che cito sempre, a pagina 122 – ormai mi ricordo pure la pagina – “non vedo perché l’opposizione dovrebbe contrastare questa riforma, in fondo anche l’opposizione quando tornerà al governo con questa riforma recupererà la sua libertà d’azione“. Ecco, è proprio questo che vogliono i sedicenti riformatori, ed è proprio questo che non voglio io. Cioè che la politica abbia una completa libertà d’azione dai controlli giudiziari. La politica non può pretendere, in uno stato costituzionale, di sottrarsi ai controlli giudiziari che qualificano lo Stato, appunto, come Stato costituzionale di diritto. ANNA MARIA BIANCHI MISSAGLIA  Questa riforma della magistratura non finisce qui, se sarà confermata dal  referendum ci saranno ulteriori  sviluppi, forse ancora peggiori.  Il ministro Tajani proprio recentemente ha dichiarato: “Dobbiamo andare avanti, non basta la separazione delle carriere, penso alla responsabilità dei magistrati, penso ad aprire un dibattito se è giusto o meno conservare la polizia giudiziaria sotto l’autorità dei magistrati, discutiamone...” PROF. ENRICO GROSSO : Forse quest’ultimo particolare, rivelato in un impeto di sincerità, dovrebbe far riflettere ancora di più tutti gli italiani sul possibile futuro che ci aspetta se questa riforma dovesse passare. Mi chiedo veramente se quella che hanno lanciato non cominci ad avere l’aspetto di una vera e propria crociata nei confronti del potere giudiziario, additato di tutte le colpe, e al quale si vorrebbe ora addirittura sottrarre la possibilità di disporre della polizia giudiziaria. Vorrei fare presente che oggi, per fortuna, la polizia è sotto il controllo della magistratura, cioè la polizia, nel momento in cui svolge attività di indagine e di controllo sulla commissione di reati, obbedisce agli ordini dei magistrati e non dei politici. Sapete qual è oggi, tra i tanti, il principale Paese in cui organi di polizia rispondono e obbediscono direttamente agli ordini del governo, e sono espressamente sottratti al controllo da parte della magistratura, tanto che quest’ultima non riesce più neppure a incriminare singoli agenti per i loro eccessi di violenza a danno dei cittadini? Sono gli Stati Uniti d’America: a Minneapolis il corpo dell’Immigration and Customs Enforcement, ormai famigerato in tutto il mondo civile, agisce fuori da qualsiasi controllo giudiziario preventivo, e si è messo a sparare per le strade ai cittadini americani inermi. Ovviamente io non sto dicendo che domani in Italia la polizia sparerà sui cittadini italiani inermi, ci mancherebbe! Ma quella è la possibile deriva di una polizia sottratta al controllo dell’autorità giudiziaria e direttamente rispondente ai governi: quando le autorità di polizia non sono più sotto il controllo dei magistrati, ma sono direttamente sotto il controllo del governo, il rischio è che il governo finisca per utilizzare la polizia per i suoi scopi, che oggi magari sono scopi perfettamente compatibili con le regole dello Stato di diritto e con l’amministrazione imparziale della giustizia, ma che non sappiamo se e fino a quando continueranno ad essere intesi nello stesso modo. Ricordiamoci che le leggi (e le costituzioni) sono scritte nei momenti di saggezza, per potersene servire nei momenti di follia. Le leggi (e le costituzioni) sono le corde che legano Ulisse all’albero maestro, per impedirgli di saltare in acqua e inseguire le sirene che lo perderanno. Teniamoci stretta, per favore, almeno la garanzia che l’attività di polizia sia controllata rigorosamente e quotidianamente dall’autorità giudiziaria. Questa è una delle grandi conquiste che il costituzionalismo ha saputo infine realizzare, e che la Costituzione italiana ha voluto prevedere proprio allo scopo di superare definitivamente una fase storica, nella quale credo nessuno di noi vorrebbe essere ricacciato. Quel periodo buio della storia d’Italia, quando la polizia era a disposizione, e a discrezione, del governo. Era il ventennio fascista. Spero che nessuno rimpianga quei tempi. 1 febbraio 2026 vai a I video – Riforma della magistratura: Risposte competenti a slogan ingannevoli con gli altri video della serie e il calendario vedi anche Riforma costituzionale della magistratura, cronologia e materiali Per osservazioni e precisazioni: laboraatoriocarteinregola@gmail.com
February 1, 2026
carteinregola