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L’industria della colonizzazione lunare
Nella celebre Trilogia di Marte – autentico capolavoro della fantascienza “realistica” – lo scrittore Kim Stanley Robinson immagina la colonizzazione del pianeta rosso non come una conquista eroica, ma come un processo politico e industriale: prima arrivano gli scienziati, poi gli ingegneri, poi le infrastrutture, poi le corporation, poi i conflitti su […] L'articolo L’industria della colonizzazione lunare su Contropiano.
July 25, 2026
Contropiano
Epstein Files: la rete israeliana che controlla i minerali congolesi
Non è un mistero che Jeffrey Epstein, il finanziere pedofilo morto suicida in una cella di Manhattan nel 2019, fosse molto più di un semplice miliardario con un’isola privata e un giro di prostituzione minorile. Da tempo, su InsideOver, abbiamo raccontato i suoi profondi legami con l’intelligence israeliana, con l’ex premier Ehud […] L'articolo Epstein Files: la rete israeliana che controlla i minerali congolesi su Contropiano.
June 30, 2026
Contropiano
La nuova legge organica delle miniere della Repubblica Bolivariana del Venezuela
È stata pubblicata, dopo la sua approvazione in via definitiva, lo scorso 16 aprile, la nuova Legge organica delle miniere (Ley Orgánica de Minas) della Repubblica bolivariana del Venezuela. Come nel caso della precedente Legge organica sugli idrocarburi (gennaio 2026), di cui è stato ampiamente dato conto sulle pagine di Pressenza, anche questa legge è frutto del contesto nel quale lo scenario bolivariano è venuto a trovarsi, all’indomani del 3 gennaio, dell’aggressione armata subita da parte degli Stati Uniti, della perdurante minaccia di aggressione militare nel Mar dei Caraibi e del sequestro, sempre per mano statunitense, del presidente legittimo in carica, Nicolas Maduro, e della prima dama, la giurista e deputata Cilia Flores. Un’aggressione che, se è fallita nel suo tentativo di imporre un violento cambio di governo in Venezuela, è tuttavia riuscita a stendersi come minaccia permanente, dispiegata e condizionante, imponendo quindi al PSUV e al gruppo dirigente bolivariano mediazioni e compromessi al fine di garantire la continuità dello Stato e la sopravvivenza del processo bolivariano e delle sue conquiste.   Come la precedente sul petrolio, anche la legge sulle miniere e sulle risorse minerarie rappresenta uno strumento giuridico e politico fondamentale, strategico. Il Venezuela bolivariano, infatti, possiede non solo le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo (oltre 300 miliardi di barili) ma anche vastissimi giacimenti minerari, in gran parte non ancora pienamente sviluppati, una sorprendente e vastissima ricchezza, che comprende ingenti riserve di oro, ferro, bauxite, coltan e gas. Dagli idrocarburi alle risorse minerarie, si può dire, il Venezuela è un Paese di una ricchezza straordinaria, senza dubbio tra i più ricchi di risorse al mondo, e proprio questa ricchezza, unita al carattere trasformativo e di giustizia del processo bolivariano, è una delle chiavi di lettura degli eventi del 3 gennaio e oltre.  Solo in riferimento agli idrocarburi, il Venezuela possiede le maggiori riserve accertate di petrolio al mondo (concentrate principalmente nella Cintura dell’Orinoco, un’area di oltre 55 mila chilometri quadrati), pesante, e quindi, generalmente, non semplice da estrarre e raffinare, e occupa il nono posto a livello mondiale quanto a riserve di gas naturale con circa 5.500 miliardi di metri cubi di giacimenti di gas. Straordinario poi è il panorama delle risorse minerarie: il Venezuela possiede le maggiori riserve di oro dell’America Latina, con vasti giacimenti soprattutto nel sud-est del Paese. Solo per fare qualche raffronto, in relazione alle stime su 24 miniere di oro identificate, il Venezuela potrebbe possedere quasi 75 milioni di once d’oro, equivalenti a oltre 2.300 tonnellate: le riserve auree ufficiali degli Stati Uniti ammontano a 8.133 tonnellate, in Germania a 3.350 tonnellate, in Russia e in Cina a più di 2.300, per cui il Venezuela verrebbe a collocarsi addirittura al quinto posto a livello mondiale per riserve di oro. Il Venezuela possiede inoltre circa 6 miliardi di tonnellate di bauxite di alta qualità, con giacimenti importanti di coltan e bauxite e il bacino di Los Pijiguaos che rappresenta l’unica miniera di bauxite operativa in Venezuela, al di sopra di uno dei più importanti giacimenti di minerali industriali del Paese: si stima che la regione contenga fino a 6 miliardi di tonnellate di risorse stimate del minerale. Le riserve di minerale di ferro conosciute superano i 4 miliardi di tonnellate, e molto significativa anche la presenza di altri minerali, tra cui carbone, nichel, diamanti. Ovviamente, questo panorama non è solo caratterizzato da luci ma anche segnato da ombre. Il divario tra il potenziale geologico e la produzione effettiva resta infatti significativo, tanto è vero che, secondo dati ufficiali, il Venezuela rappresenta meno dell’1% della produzione mondiale di oro: la ricchezza mineraria, infatti, non è di per sé stessa ricchezza tout court, se non supportata da investimenti e apparati di estrazione e lavorazione all’avanguardia, con filiere produttive e industriali consistenti e alta intensità di investimenti tecnologici.  Per fare fronte a queste sfide e nel contesto della pressione legata all’aggressione statunitense, cui il Paese è sottoposto, anche nella forma di una vera e propria, brutale, guerra economica (dal 2014 il Venezuela è soggetto a una politica di aggressione economica, finanziaria e commerciale attraverso un complesso e vastissimo sistema di criminali misure coercitive unilaterali, imposte arbitrariamente dagli Stati Uniti e dai loro alleati, che ammontano, al giugno 2026, a un totale di ben 1088 misure coercitive, che fanno del Venezuela, oggi, il terzo paese con il maggior numero di “sanzioni” imposte) è stata varata la riforma complessiva della Legge Organica delle Miniere, che supera le norme precedenti (del 1999 e del 2015) e si muove lungo tre pilastri: la sovranità mineraria, con lo Stato che mantiene la proprietà di tutti i giacimenti e il diritto di prelazione tramite la Banca Centrale per l’acquisto dell’oro estratto; l’apertura al mercato, con un sistema di concessioni e condizioni della durata massima di 30 anni, prorogabile per ulteriori due periodi di 10 anni; un nuovo meccanismo di tassazione, con royalty fino al 13% del valore lordo della produzione e un’ulteriore imposta del 6% sulle attività primarie delle società coinvolte.  In base all’art. 3 della legge, infatti, “Solo la Repubblica Bolivariana del Venezuela detiene il diritto di proprietà sui giacimenti minerari, di qualsiasi tipo, presenti sul territorio nazionale, qualunque sia la loro natura, nonché l’amministrazione e la disposizione del diritto esclusivo di gestione delle risorse minerarie e, pertanto, questi costituiscono beni inalienabili e imprescrittibili del dominio pubblico”. Il novero di soggetti che possono realizzare attività nel settore minerario è specificato all’art. 5, in base al quale “le attività minerarie […] possono essere svolte da: Società di proprietà esclusiva dello Stato o da sue controllate; Società in cui lo Stato o un ente pubblico detiene più del cinquanta percento (50%) del capitale sociale, acquisendo così il controllo; Società in cui lo Stato o un ente pubblico detiene una partecipazione di minoranza nel capitale sociale, debitamente autorizzate dallo Stato; Società private, debitamente autorizzate dallo Stato, conformemente alle disposizioni della presente legge e dei regolamenti attuativi; e ancora, Brigate minerarie, costituite da gruppi di minatori artigianali, regolarmente registrati e autorizzati; e Singoli individui impegnati nell’attività mineraria a carattere artigianale”.  Tra le dichiarazioni che hanno fatto seguito all’approvazione della legge, assai significativa quella della Presidente incaricata della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Delcy Rodríguez, che, attraverso il suo canale Telegram, si è riferita alla legge come a “uno strumento che rafforza la certezza del diritto e promuove gli investimenti, stimolando la crescita economica. Abbiamo inoltre istituito la Sovrintendenza all’Attività Mineraria per un maggiore coordinamento e una maggiore efficacia nei processi di investimento, produzione e commercializzazione, verso una industria mineraria produttiva e rispettosa dell’ambiente, al servizio dello sviluppo del Paese”.   Riferimenti: Is Venezuela a Critical Minerals Target?, 05.01.2026: https://www.csis.org/analysis/venezuela-critical-minerals-target  Presidenta (E) elevó palabras de agradecimiento a quienes hicieron posible promulgación de la Ley Orgánica de Minas, 17.04.2026: http://www.psuv.org.ve/temas/noticias/presidenta-e-elevo-palabras-agradecimiento-a-quienes-hicieron-posible-promulgacion-ley-organica-minas Venezuela bolivariano, petrolio, e propaganda di guerra, 04.02.26: https://www.pressenza.com/it/2026/02/venezuela-bolivariano-petrolio-e-propaganda-di-guerra Gianmarco Pisa
June 19, 2026
Pressenza
Vivere, lavorare e morire nella miniera boliviana di Potosí
“Suma Quamana” in lingua aymara significa Buen Vivir, l’esatto contrario di quello che accade nelle miniere intorno alla città boliviana di Potosí, una volta ricca e opulenta e oggi in decadenza. Eppure, nella montagna che gli spagnoli non a torto avevano denominato Cerro Rico, oramai scavata, scrostata, saccheggiata e resa oscena da 500 anni di sfruttamento, ancora oggi si vive, si lavora e si muore. Forse per questo gli indios la chiamano “La montagna che mangia gli uomini”. Da 500 anni questa montagna riempie le casse delle potenze europee di argento, rame e zinco e ai minatori lascia poche briciole. Secondo le leggende che circolano in città con tutto l’argento estratto negli ultimi 5 secoli si potrebbe costruire un ponte immaginario che unisce la Bolivia con la penisola iberica. Secondo le stesse dicerie, ma anche secondo calcoli compiuti da storici e da antropologi, in questo luogo di concentrazione di immense ricchezze e di incalcolabile perdita umana sarebbero morte dalla fine del 1500, quando fu scoperta, almeno 8 milioni di persone. O meglio, 8 milioni di indios e africani, considerati non persone e sacrificati sull’altare della ricchezza e dello sviluppo europeo. In città, diverse agenzie offrono ai turisti la visita della miniera, ma in realtà ti portano in settori ormai esausti e semichiusi. Il modo migliore, o forse peggiore, per capire un po’ più profondamente questa realtà è cercare di conoscere un minatore delle tante cooperative che li impiegano. Perché molte sono donne, come lo era la leader minatrice e politica degli anni 70 Domitilla Chungara, famosa per aver guidato un lungo sciopero che fece cadere il dittatore René Barrientos, responsabile tra gli altri dell’assassinio del Che in Bolivia. Alla festa del 1° maggio, dove sono radunati tantissimi minatori, conosco Karen (nome di fantasia per proteggerla), una donna di 44 anni mamma di quattro figli che lavora nella cooperativa mineraria Unificada del Cerro nella parte più alta della montagna, all’interno della mina (Interior Mina si dice qui); è un compito che in teoria sarebbe proibito alle donne con figli, che di solito si occupano del lavoro di selezione al di fuori della miniera. Lo fa per necessità poiché, come mi racconta è “padre y madres” di 4 figli piccoli, da quando suo marito se ne è andato a cercare fortuna e una nuova famigli a La Paz. ll lunedì successivo mi invita a seguirla nel rischioso lavoro della miniera: negli ultimi mesi, a partire da gennaio del 2026, nella miniera sono morte 35 persone, tra cui tre minorenni. Morti di asfissia, di silicosi, frane, esplosioni nelle centinaia di gallerie del Cerro e inalazioni di gas nocivi. Sono morti come mi raccontano i minatori della cooperativa, perché si lavora ancora come una volta con scalpello e martello, senza maschere di sicurezza che impediscono la visibilità e anche la respirazione a 4.300 metri di altezza. Si lavora con compressori a diesel che sparano ossigeno nella miniera, ma che a volte si bloccano lasciando spazio ai gas velenosi. Lunedi 4 maggio alle 7 del mattino ho appuntamento con Karen. Prima tappa al “mercado de los mineros”, dove in genere i minatori acquistano materiali come casco, pila, martelli, stivali di gomma e pantaloni impermeabili, anche se per risparmiare spesso ne fanno a meno. La speranza di vita di questi uomini e purtroppo anche donne non arriva ai 50 anni di età. Un minatore di 40 anni ne dimostra almeno 60. Forse sarà perché nelle 8-10 ore passate nel buio della miniera si respira oltre ai gas delle esplosioni frammenti di silicio sospesi nell’aria che si conficcano dritti negli alvei polmonari. Dopo il mercato prendiamo un taxi che ci porta a metà strada del cerro. L’immagine è quella di un paesaggio lunare in cui la bisogna camminare almeno 40 minuti per raggiungere la cima della montagna, quaranta minuti in cui fatico a respirare e sento il cuore che batte velocemente. Karen con il suo materiale cammina normalmente e si diverte a vedermi arrancare a una quota di 4.400 metri. All’interno dell’entrata principale scorgo una statua che i boliviani chiamano” El Tio”, attorniata da foglie di coca, biscotti, alcol e tabacco. Karen mi spiega che si tratta di una divinità aymara, una specie di essere mitologico che governa gli inferi e che offre protezione, ma anche rovina e morte a coloro che non gli portano offerte e non lo considerano. Seguo Karen nella discesa profonda verso il centro della montagna e arrivati alla sua postazione la osservo iniziare il pesantissimo lavoro con martello e scalpello. Mi racconta che nell’ultima gravidanza ha lavorato fino all’ottavo mese e oltre, quindi il piccolo che ora ha tre anni la miniera la conosce molto bene. Il lavoro è pesantissimo, fa anche molto caldo e bisogna stare piegati in una posizione scomodissima. Vorrei essere ricco e regalarle una quantità di denaro con cui poter vivere senza più dover venire in miniera. Nonostante la fatica e la rassegnazione alla possibilità di incidenti Karen mi dice che c’è anche un certo orgoglio nell’essere una minatrice, perché comunque in Bolivia nonostante tutte le difficoltà e i problemi si tratta di una classe di lavoratori riconosciuta e stimata dalla società in generale. Mentre continua a lavorare mi racconta di un collega che due mesi fa le è svenuto vicino dopo essersi intossicato di gas nocivi e si è salvato per un pelo. A marzo invece sono morti 32 minatori a causa dell’aumento del prezzo dell’argento; nel 2022 valeva circa 20 dollari all’oncia, ora ne vale quasi 90. Così i soci della cooperativa hanno smesso di lavorare direttamente, contrattando giovani inesperti per fare il lavoro pericoloso al loro posto. Quando intervisto Karlos Pimentel Ribeira della Federcoomin, la federazione che riunisce le cooperative del Cerro e provo a chiedergli di questa esternalizzazione dei lavoratori, ovviamente nega e ribatte che l’alto numero di morti dipende dal fatto che la montagna è esausta e diventa ogni giorno più pericolosa. “Ogni volta che entro qui non so se rivedrò i miei figli, ma per ora non ho nessun’altra alternativa per vivere” mi dice Karen. Negli ultimi quattro mesi sono morti 50 minatori, di cui 4 minorenni e una donna di 23 anni. Secondo la dottoressa Giovanna Zamorano dall’aumento del valore dell’argento sono aumentati i decessi e si è abbassata l’età dei morti. La maggior parte di loro erano persone di 20 – 25 anni. I colonizzatori spagnoli avevano prima gettato nella miniera gli indios Inca e Aymara, poi visto che molti di loro si suicidavano per sfuggire a una vita insopportabile e inconciliabile con la loro filosofia della Pacha Mama e del Buen vivir, ci avevano provato con gli schiavi africani, che vivevano e lavoravano fino a 25 – 30 anni per poi morire di freddo e di stenti. Gli schiavi si ribellarono al rigore della colonia e a una vita insensata e feroce, fuggendo a migliaia nella zona sub tropicale dello Yungas, dove ancora oggi vivono coltivando coca, manioca e cereali in comunità di tipo quilombola. Purtroppo, 500 anni dopo, nell’era dell’Antropocene e del capitalismo, non c’è neppure bisogno di ricorrere al regime colonialista della schiavitù e del lavoro forzato. Basta una fluttuazione dei prezzi dell’argento nelle borse mondiali per sacrificare altre vite al profitto feroce del neoliberismo predatore. Manfredo Pavoni Gay
June 11, 2026
Pressenza
[entropia massima] Emergenza zero
Puntata 10 di EM, seconda del ciclo Emergenza Zero, parliamo di miniere e contaminazione da metalli pesanti nei processi estrattivi in Perù, con Stefano Sbrulli, autore del cortometraggio "Donde los niños no sueñan" girato a Cerro de Pasco e pubblicato su OpenDDB e Daniele Baldi geologo della Sigea, Società Italiana di Geologia Ambientale.
December 22, 2025
Radio Onda Rossa
L’India sconosciuta, incontro a Castronno (Varese)
Lunedì 10 novembre 2025, ore 21 Materia Spazio Libero, Via Confalonieri 5, Castronno (Varese) Un viaggio a due voci dentro un’India che nessuna agenzia di viaggio oserà mai proporvi e che anche per molti indiani resta abbastanza off limits. E’ la regione del Jharkhand che ci verrà raccontata attraverso le esperienze della giovane dottoranda Morgana Capasso e della giornalista Daniela Bezzi, che di questo ‘cuore nero dell’India’ si è a lungo occupata. Che cosa renda questa regione così poco battuta e ancor meno ‘attrattiva’ in termini turistici è presto detto: il 41% delle risorse minerarie dell’intero subcontinente indiano (in particolare ferro e carbone) giace nel sottosuolo di queste foreste antichissime, che per l’appunto danno il nome alla regione. Jharkhand significa infatti ‘terra di foreste’, abitate da tempo immemorabile da popolazioni adivasi (ovvero indigene), custodi di tradizioni, devozioni, saperi ancestrali di mirabile saggezza e bellezza. Basti pensare alle decorazioni murarie che in due periodi particolari dell’anno si rinnovano sulle facciate delle umili case di paglia e fango dei villaggi: un campionario di motivi e simboli, in evidente comunione con la natura circostante, che trasfigurano il paesaggio in uno straordinario teatro d’arte. Ma anche per questi villaggi la modernità avanza a grandi passi e soprattutto impattante è l’avanzata dell’estrattivismo che sempre più rapidamente sta mangiando intere fette di territorio con immense miniere a cielo aperto. Una forma di colonialismo interno, come infatti lo definiscono i movimenti ambientalisti indiani da anni attivi sul terreno, che nel concreto si traduce in continui espropri di terre, migrazioni forzate e durissima repressione per chi osa opporsi. E un modello economico che considera la terra esclusivamente come una risorsa da depredare, fa notare Morgana Capasso, che precisamente su questa dimensione del problema ha impostato il suo dottorato di ricerca, dopo la tesi magistrale non a caso intitolata Jal, Jangal, Jamin (ovvero acqua, foreste e terra), considerati gli elementi principali per la numerosa popolazione adivasi.   “Un modello che deve molto al sistema fondiario britannico, fondato sull’idea di massimizzazione del profitto e di messa a valore dei terreni. Concetti totalmente estranei alle comunità locali, e alla loro ben diversa concezione del rapporto con la natura, che si basa su criteri di cura, reciprocità e continuo dialogo con l’ambiente” aggiunge Morgana.     Redazione Varese
November 7, 2025
Pressenza
Repubblica Democratica del Congo, una questione dimenticata: un incontro coinvolgente a Cardano al Campo (Varese)
Al termine della Congo Week, promossa dall’organizzazione Friends of the Congo – FOTC ogni anno in tutto il mondo, anche in provincia di Varese è stata tenuta una serata divulgativa per informare e sensibilizzare in merito alla difficile situazione della Repubblica Democratica del Congo. Nella serata di domenica 26 ottobre, presso il Circolo Quarto Stato di Cardano al Campo, la giornalista indipendente Chiara Pedrocchi ha intervistato Evelyne Sukali, attivista e mediatrice culturale congolese, la dottoressa Rachele Ossola, ricercatrice e chimico ambientale di Source International e Salvatore Attanasio, padre dell’ambasciatore Luca Attanasio. Il circolo era pieno di gente, tra cui molti attivisti del “Collettivo da Varese a Gaza”; il racconto dei tre ospiti è stato molto forte e ha portato delle testimonianze su una realtà complessa. Chiara Pedrocchi ha fatto una breve introduzione e dato informazioni di contesto per inquadrare la questione. Il Congo, in Africa centrale, è un Paese con una superficie grande come un terzo dell’Europa e con una popolazione di circa 81 milioni di abitanti con un’età media molto bassa, intorno ai 16 anni. La capitale Kinshasa ha circa 17 milioni di abitanti. Dal 1960 è una Repubblica democratica sulla carta, ma in realtà viene gestita ancora come una colonia, a causa dei tanti interessi economici che Europa, Stati Uniti e Cina hanno in quella terra. In tutto il Congo le miniere sotterranee e a cielo aperto sono ricchissime di materie prime come il rame, l’oro, l’uranio e il cobalto, il minerale utilizzato per la produzione di numerosi dispositivi elettronici e delle batterie al litio per alimentare le automobili e le biciclette elettriche che servono per la transizione energetica dei Paesi ricchi del mondo. Nella sola Kolwezi la totalità degli abitanti lavora, sfruttata e in condizioni durissime, per l’estrazione del cobalto. Il primo intervento è stato quello di Evelyne Sukali, una giovane donna congolese, divulgatrice e mediatrice culturale. Partita dal suo villaggio in Congo, è arrivata in Italia nel 2011 insieme a un gruppo di persone in cerca di un’opportunità di lavoro nel commercio. Il suo contatto Instagram, per chi volesse seguirla, è  https://www.instagram.com/evelynesukali87/ Il suo viaggio per arrivare a Lampedusa è durato 18 mesi ed è stato difficilissimo. Il racconto molto crudo di ciò che ha visto e vissuto ha lasciato il pubblico in un silenzio commosso. Ha parlato di strade inesistenti, mezzi di trasporto di fortuna e pericolosi come chiatte usate per il traposto del legname per attraversare un fiume, di serpenti e coccodrilli, di fame e di sete nel deserto, di forze allo stremo, di uomini armati, di guerra, di uomini e donne uccisi e brutalizzati. Tutto questo è stato affrontato con l’incertezza di quello che sarebbe successo dopo, con la paura di non farcela, con la caparbietà dello spirito di sopravvivenza. Infine, dopo il viaggio anche attraverso la Libia di Gheddafi, si sono imbarcati verso l’Italia dopo lo scoppio delle primavere arabe. Il viaggio in mare è durato due giorni e dopo aver perso i sensi, al risveglio in un ospedale di Lampedusa, circondata da uomini bianchi, la prima cosa che ha chiesto Evelyne è stata: “Sono viva?” Importante il messaggio lasciato dalla donna a chi ascoltava: all’inizio, quando le domandavano della sua storia, reagiva con rabbia perché la gente non comprendeva realmente ciò che aveva vissuto. Poi, anche grazie a un percorso di supporto psicologico, ha capito di dover incanalare la sua rabbia per fare informazione e così è diventata divulgatrice e intermediatrice culturale. Il secondo intervento è stato quello di Rachele Ossola, appena rientrata da un viaggio in Congo con l’associazione Source International, una Ong che lavora in tutto il mondo con le comunità che si trovano ad affrontare problemi di inquinamento ambientale e di salute, causati principalmente dalle industrie estrattive. Insieme ad altre associazioni presenti sul territorio, Source International si occupa di analizzare campioni di acqua, di terra e di aria, fornendo assistenza scientifica a supporto delle comunità locali, che possono così cercare di tutelare le proprie risorse e la propria salute. Rachele Ossola ha raccontato del suo recente viaggio a Kolwezi, detta la capitale del cobalto, perché fornisce la materia prima per circa il 70% del fabbisogno mondiale. Ha descritto cumuli di terra rossa, materiale di scarto delle miniere che vengono depositati nei pressi e creano un paesaggio particolare, che ricorda il Gran Canyon al contrario. In queste zone operano le grandi industrie estrattive e piccoli artigiani che cercano di recuperare dal materiale di scarto altro materiale da vendere. L’aria circostante è carica di particolato atmosferico che causa problemi respiratori e infiammatori. Il team di ricerca ha fatto diversi rilievi e ha portato in Italia i campioni per le analisi; saranno pronti tra un paio di mesi, ma già dai primi rilievi è stato evidenziato come i filtri utilizzati per la campionatura dell’aria fossero neri, pertanto molto carichi di particolato atmosferico. La campionatura dell’acqua dei pozzi a uso domestico, poi, aveva un ph intorno al 3.5, quindi molto acido; l’Organizzazione Mondiale della Sanità stabilisce che il giusto ph dell’acqua potabile dovrebbe essere compreso tra il 6.8 e l’8.5. Donne e bambini sono coloro che stanno più a contatto con l’acqua e ne pagano maggiormente le conseguenze. L’ultimo intervento è stato quello di Salvatore Attanasio, padre dell’ambasciatore italiano in Congo Luca Attanasio, ucciso in un agguato il 22 febbraio 2021, che ha portato la sua testimonianza in merito al lavoro svolto dal figlio in Congo e alle circostanze della sua morte, al momento non ancora del tutto chiarite. Nominato ambasciatore italiano in Congo nel 2017, Luca Attanasio aveva in precedenza lavorato in Marocco e Nigeria per sette anni; arrivato in Congo, si rese subito conto della situazione disastrosa delle comunità locali. Insieme alla moglie Zakia Seddiki Attanasio nel 2017 fondò l’associazione Mama Sofia a supporto dell’educazione e della formazione dei bambini e giovani in difficoltà e collaborò con il Premio Nobel per la Pace 2018, il Dott. Mukwege (ginecologo), che aveva fondato nel 1998 a Bukavu il Panzi Hospital per la cura delle donne vittime di atroci stupri. Attanasio era sempre in prima linea per aiutare sia gli italiani che vivevano in Congo che le comunità locali. Poi, il 22 febbraio 2021, a 25 Km da Goma, in un viaggio per una missione umanitaria su invito delle Nazioni Unite, fu ucciso insieme al carabiniere Vittorio Iacovacci e all’autista congolese Mustapha Milambo. Le indagini portarono all’arresto di sei congolesi, di cui cinque stanno scontando la pena dell’ergastolo, ma secondo il padre non vennero condotte in modo chiaro e trasparente. Il processo in Congo si svolse in un tribunale di fortuna, mentre in Italia non è ancora terminato. La famiglia non è stata supportata dalle istituzioni, tanto che il governo italiano non si è neanche costituito parte civile, il che avrebbe agevolato la ricerca della verità. A seguito della morte di Luca Attanasio, è nata l’associazione Amici di Luca Attanasio per far conoscere la sua figura e sensibilizzare i giovani sui temi della pace, dell’uguaglianza e della legalità. Il racconto del padre di Luca è stato molto commovente e dimostra come il dolore per la perdita di un figlio possa trasformarsi in una testimonianza di pace e di ricerca di giustizia e verità. Al termine della serata restano le domande: che fine ha fatto il Diritto Internazionale e cosa possiamo fare noi per rendere più giusto questo mondo? Le risposte sono sempre le medesime: informarsi, divulgare, sensibilizzare. Dove le istituzioni sono assenti, chi non vuole essere complice del lassismo e delle ingiustizie può unirsi, collaborare e prendere coscienza. Foto di Michele Testoni Monica Perri
October 27, 2025
Pressenza
Le materie prime del pianeta: I Paesi che comandano e i popoli che aspettano
> “Una mappa senza bandiere, ma con proprietari” IL MONDO SI SCRIVE CON LE MATERIE PRIME Il potere non sta nei discorsi, ma nel sottosuolo. Non nelle bandiere, ma nei giacimenti. Ogni modello economico, ogni potenza militare, ogni sogno di sviluppo dipende oggi da minerali, cereali, metalli ed energia. Senza litio non ci sono batterie. Senza grano non c’è pane. Senza uranio non ci sono centrali nucleari. Dietro ogni città illuminata e ogni cellulare acceso, c’è un sistema di estrazione che impoverisce molti per arricchire pochi. Il XXI secolo non sarà digitale se non sarà materiale. E tutto comincia in una miniera, un fiume o un campo. 20 MATERIE PRIME, UNA DISPUTA GLOBALE Il pianeta funziona grazie a più di 100 materie prime essenziali. Ma ce ne sono 20 che lo sostengono: litio, rame, ferro, oro, argento, alluminio, petrolio, gas naturale, carbone, terre rare, coltan, nichel, manganese, uranio, acqua dolce, fosfato, grafite e cereali chiave come grano, mais e soia. A queste si aggiungono silicio e idrogeno verde. Tutte fondamentali per energia, trasporto, difesa, alimenti, fertilizzanti o infrastrutture. E tutte concentrate in pochi territori. Le dispute geopolitiche di oggi non si spiegano più solo con le ideologie. Si spiegano con questa lista. E questa lista non è neutra. È una mappa di potere. Chi controlla queste risorse, controlla il XXI secolo. Non si tratta di diplomazia, ma di dominio. Non di cooperazione, ma di appropriazione. Le guerre non si combattono più con le bandiere, ma con contratti, sanzioni e trattati che mascherano il saccheggio come investimento. L’Africa non è povera: è ricca di litio, coltan e oro. L’America Latina non è instabile: è ambita per il suo rame, acqua e alimenti. E il Medio Oriente non è mai stato solo petrolio: ora è anche gas e rotte strategiche. Il mondo non gira per valori. Gira per materie prime. 10 PAESI CHE DETENGONO OLTRE IL 90 PER CENTO DELLE MATERIE PRIME Cina, Russia, Stati Uniti, Brasile, Australia, Canada, India, Sudafrica, Venezuela e Arabia Saudita concentrano oltre il 90% della produzione o del controllo di queste materie chiave. * Cina: Terre rare (90%), litio raffinato (70%), batterie elettriche (80%), grafite (75%), rame raffinato (60%), magneti di terre rare (80%) * Russia: Gas naturale (17%), petrolio (12%), grano (20%), uranio (8%), nichel (9%), alluminio (6%), fertilizzanti (15%). * Stati Uniti: Contratti futures agricoli ed energetici (90% controllo globale), produzione interna marginale ma controllo dei prezzi di petrolio, gas, oro, mais, grano e rame. * Brasile: Niobio (63%), ferro (8%), bauxite (13%), soia esportata in America Latina (50%) * Australia: Litio (46%), ferro (38%), carbone metallurgico (30%), oro (20%) * Canada: Uranio (7%), oro (4%), litio (3%), potassa (10%), investimenti minerari globali (20% tramite borsa di Toronto) * India: Ferro (8%), bauxite (5%), carbone termico (9%), grano (3° produttore mondiale) * Sudafrica: Manganese (39%), platino (70%), cromo (45%), oro (10%) * Arabia Saudita: Petrolio (17%) riserve provate globali (2° dopo Venezuela), gas liquefatto (10%) * Venezuela: Petrolio (18,2% delle riserve provate), ferro (3%), oro (5%), bauxite (15% potenziale regionale) Chi domina queste risorse, detta le regole del commercio mondiale. AFRICA, IL CONTINENTE CHE DÀ TUTTO E RICEVE NIENTE L’Africa possiede più del 30% dei minerali strategici del pianeta. Ma continua a esportare senza valore aggiunto e sotto controllo straniero. * Niger: 5% dell’uranio mondiale, sfruttato per lo più dalla società francese Orano. Nel 2023, oltre l’80% delle esportazioni verso l’Europa, mentre la popolazione subiva blackout. * Repubblica Democratica del Congo: leader mondiale in cobalto e coltan, sfruttato da Glencore (Svizzera) e China Molybdenum. Il 72% del cobalto esportato nel 2022 è stato raffinato in Cina. * Botswana: oltre il 20% dei diamanti mondiali, controllati da De Beers (Regno Unito). * Angola: esporta petrolio per oltre 25 miliardi di USD l’anno, operato quasi interamente da TotalEnergies (Francia), Chevron (USA) e Sinopec (Cina). * Sudafrica e Gabon: 40% del manganese mondiale, ma meno del 5% trasformato localmente. Nel 2023, l’Africa ha esportato oltre 150 miliardi di USD in materie prime. Ma il 75% di quella ricchezza è stato fatturato fuori dal continente. La mappa delle risorse non coincide con la mappa dello sviluppo. AMERICA LATINA, LA BANCA SENZA CASSAFORTE L’America Latina concentra litio, rame, ferro, bauxite, petrolio, oro e cereali. Ma non controlla né i prezzi né le catene produttive. * Cile: principale esportatore mondiale di rame (5,6 Mt) e secondo di litio (40.000 t LCE), ma senza partecipazione nella produzione globale di batterie. * Argentina: seconde maggiori riserve di litio, esportazioni 2023 oltre 900 milioni USD. Il 95% estratto da Livent (USA), Allkem (Australia) e Ganfeng (Cina). * Brasile: leader in ferro (400 Mt/anno), niobio (90% del mercato), bauxite e soia (152 Mt), ma Vale e Bunge dominano il business. * Venezuela: ferro (Cerro Bolívar), petrolio, bauxite e oro, ma sanzioni e corruzione frenano la sovranità produttiva. * Perù: secondo in argento, terzo in rame e oro, con miniere controllate da Freeport, Newmont e Glencore. L’America Latina produce per il mondo. Ma il mondo decide quanto paga. CANADA E AUSTRALIA, IL RETROBOTTEGA DELL’ESTRATTIVISMO * Canada: meno del 3% del litio mondiale, ma controllo di giacimenti in USA, Argentina, Namibia e Cile. Maggior finanziatore mondiale di junior mining. Aziende come Allkem, Lithium Americas e Nemaska operano da Toronto. Produzione interna: 500 t di litio/anno, ma oltre 10.000 t controllate in operazioni estere. Esportazioni 2023: 21 miliardi USD in minerali, solo il 35% trasformato localmente. * Australia: maggior produttore globale di litio (86.000 t LCE nel 2023) e secondo esportatore di ferro (900 Mt). Pilbara Minerals e Mineral Resources tra i giganti. Ma il 75% del litio venduto in Cina senza valore aggiunto. Entrambi fanno estrazione con bandiera altrui. Sono le banche di materie prime dell’Occidente. CINA, IL POTERE CHE TRASFORMA CIÒ CHE NON HA La Cina importa materie prime ed esporta egemonia tecnologica. Raffina il 70% del litio globale, il 60% del rame e quasi tutta la grafite. Controlla il 90% delle terre rare e produce l’80% dei magneti per auto elettriche e turbine eoliche. È presente in oltre 120 progetti minerari in Africa, Asia e Sudamerica. Investimenti 2023: 10,2 miliardi USD in acquisizione di asset minerari all’estero. Il suo potere non è avere miniere, ma avere fonderie. STATI UNITI, IL POTERE CHE FISSA I PREZZI COMEX e NYMEX fissano i prezzi globali di oro, rame, argento, gas e petrolio. CBOT domina il commercio di grano, mais e soia. Le maggiori aziende di trading agricolo (Cargill, ADM, Bunge) e di metalli (Goldman Sachs, Glencore, Trafigura) operano da Wall Street o Chicago. Controllano i futures, impongono il dollaro e hanno l’ultima parola in ogni disputa finanziaria. Gli USA non scavano: fissano i prezzi e muovono i conflitti. RUSSIA, ENERGIA, ALIMENTI E SOPRAVVIVENZA 17% del gas mondiale, 12% del petrolio, 20% del grano, 8% dell’uranio, 9% del nichel. Produzione: 70 Mt di cereali strategici. Nornickel: tra le prime compagnie mondiali di nichel. Rosatom è leader nell’export di tecnologia nucleare. La Russia usa l’energia come leva geopolitica. QUANTO RESTA DI QUESTE MATERIE? * Litio: 30 anni di riserve globali * Rame ad alta legge: 40 anni * Coltan: 20 anni * Uranio accessibile: 50 anni * Ferro: 60 anni * Nichel: 70 anni * Manganese: 30 anni * Terre rare: 25 anni * Oro puro: 20 anni * Acqua dolce: 70% già impegnata I POPOLI ASPETTANO ANCORA * Jujuy (Argentina): le comunità indigene resistono all’espansione del litio senza consultazione. * Calama (Cile): i lavoratori del rame chiedono reinvestimento. * Niger: i bambini studiano al buio mentre il loro uranio illumina Parigi. * Bolivia: il litio come promessa, ma senza industrializzazione. * RDC: miniere di cobalto in crescita e sfruttamento minorile. EPILOGO Il modello deve cambiare. Servono sovranità industriale, aziende nazionali forti, alleanze regionali e giustizia ambientale. Bisogna smettere di chiedere permesso per usare ciò che è nostro. Bisogna ridisegnare la mappa, e questa volta con giustizia. Perché non si tratta solo di minerali. Si tratta di popoli. E questa volta, nessuno deve restare fuori dal contratto. Mauricio Herrera Kahn
August 11, 2025
Pressenza
L’oro bianco che divora la vita
> La corsa al litio, chiave per la transizione energetica, sta devastando > ecosistemi unici e violando i diritti delle popolazioni indigene in Cile, > Argentina e Bolivia. Per estrarre una tonnellata di litio sono necessari due > milioni di litri d’acqua, in aree in cui questa risorsa è sia sacra che > scarsa. Il litio viene venduto come energia pulita, ma il vero costo viene > pagato dalle comunità indigene e dalla biodiversità. È tempo di chiedere una > transizione giusta, in cui il futuro non sia costruito su nuove ingiustizie. Nel cuore del cosiddetto “triangolo del litio”, formato da Argentina, Bolivia e Cile, si trova oltre il 60% delle riserve mondiali di questa risorsa, fondamentale per le batterie delle auto elettriche, dei telefoni cellulari e dei sistemi di accumulo dell’energia rinnovabile. Il litio è stato definito l’oro bianco del XXI secolo, una promessa energetica che, lungi dall’essere pulita e giusta, sta portando a una nuova forma di estrattivismo predatorio. Per produrre una sola tonnellata di litio sono necessari due milioni di litri d’acqua. Si tratta di una cifra spropositata in regioni dove l’acqua è già scarsa e dove le alte paludi andine, le saline e i fragili ecosistemi dipendono da un equilibrio idrico estremamente sensibile. Ma ben più drammatico è il prezzo umano: ancora una volta, i popoli indigeni sono le vittime invisibili del progresso altrui. In Cile, le comunità degli Atacameño hanno alzato la voce contro la devastazione delle loro saline ancestrali e la riduzione delle loro fonti di acqua dolce, fondamentali per la vita, l’agricoltura e la loro visione del mondo. In Argentina, i popoli Kolla, Atacama e Likan Antai, tra gli altri, denunciano che i loro territori vengono occupati o venduti senza una consultazione preventiva, libera e informata, violando i diritti sanciti da convenzioni internazionali come la Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL). Sotto la pressione delle multinazionali e il discorso della transizione energetica verde, i governi vendono il litio come un futuro rinnovabile. Ma dietro questa facciata, si perpetua il modello coloniale di saccheggio, dove il profitto va lontano e il danno rimane in patria. Le promesse di sviluppo locale si dissolvono in contratti opachi, territori inquinati e corsi d‘acqua secchi. È ironico che una cosiddetta energia “pulita” nasca da una ferita aperta nella terra. La biodiversità delle saline – fenicotteri andini, microrganismi unici, specie endemiche – sta scomparendo. Il silenzio del deserto è rotto da macchinari, strade e trivellazioni, mentre le voci di coloro che si sono presi cura di questi ecosistemi per secoli vengono ignorate o soppresse. A cosa serve una batteria pulita se è costruita sull’ingiustizia? Chi definisce che cosa è progresso? E quante volte ancora i popoli indigeni dovranno pagare il prezzo per il futuro di altri? La transizione energetica non può essere costruita su nuove ingiustizie. Sostituire i combustibili fossili con batterie al litio non è un progresso se si limita a spostarne la vittima: dal pianeta al deserto, dal clima all’acqua, dal petrolio ai popoli indigeni. Le multinazionali, in combutta con i governi nazionali e provinciali, sono sbarcate nel nord dell’Argentina, del Cile e della Bolivia con la promessa di lavoro e sviluppo. Ma in molti casi i posti di lavoro sono precari, i salari irrisori mentre i contratti firmati ignorano completamente le comunità locali. I veri custodi del territorio non partecipano alle decisioni che lo riguardano. La Convenzione 169 dell’OIL, ratificata da questi Paesi, richiede la consultazione preventiva, libera e informata delle popolazioni indigene prima che vengano avviati progetti sulle loro terre. Ma questo obbligo legale viene sistematicamente ignorato. La giustizia, quando interviene, di solito arriva tardi e con timore. PROPOSTE E PERCORSI ALTERNATIVI 1. Consultazione e consenso vincolante: qualsiasi progetto estrattivo deve essere consultato in modo reale e rispettoso con le comunità indigene, garantendo che la loro decisione sia vincolante. Non si tratta di “ informare” le comunità, ma di rispettare la loro autodeterminazione. 2. Controllo comunitario delle risorse: le comunità dovrebbero possedere e gestire le risorse nei loro territori. Invece di essere emarginate, dovrebbero essere al centro del modello produttivo, con benefici diretti e sostenibili. 3. Tecnologie alternative: è urgente investire in batterie senza litio basate sul sodio, sul grafene o su altre alternative meno distruttive. Alcune esistono già, ma le pressioni del mercato ne frenano lo sviluppo. 4. Miniere urbane: il recupero dei metalli dai dispositivi elettronici usati – il cosiddetto “urban mining” – può ridurre significativamente la necessità di sfruttare nuovi territori. 5. Responsabilità internazionale delle imprese: le imprese che estraggono litio nel Sud Globale devono essere soggette a rigorosi norme internazionali in materia di diritti umani e ambiente, sotto il controllo di organismi indipendenti. 6. Corridoi bioculturali protetti: escludere le aree sacre, gli ecosistemi fragili e i territori indigeni da qualsiasi sfruttamento. Trasformarli in corridoi di conservazione con il sostegno internazionale. Nelle comunità Kolla, Atacama, Diaguita e Likan Antai, le nonne insegnano ai bambini a parlare con l’acqua, a prendersi cura della terra come se fosse parte del corpo. Si tratta di popoli che non hanno “risorse”, ma relazioni sacre con il loro ambiente. Vedere il litio come una “risorsa” da estrarre e vendere è una visione estranea, imposta e violenta. Come è già successo per il petrolio, il coltan e l’oro, la corsa al litio rischia di lasciare una scia di distruzione e di oblio. Ma siamo ancora in tempo per evitare che la storia si ripeta. Questo “oro bianco”, che abbaglia le grandi potenze e le multinazionali, non deve continuare a macchiare le mani di chi non è mai stato ascoltato. Non ci può essere transizione ecologica senza giustizia climatica, sociale e culturale. E questa giustizia inizia con l’ascolto, il rispetto e la protezione di coloro che da millenni vivono in armonia con la Terra. Traduzione dallo spagnolo di Stella Maris Dante. Revisione di Thomas Schmid. Pedro Pozas Terrados
June 26, 2025
Pressenza