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L’oro nero del Sulcis.
Data center a Nuraxi Figus: grandi cifre ma scarse certezze “quelle cose umidicce usate dagli hardware: gli esseri umani.” Riprendiamo da Sardegna Oltre l’intervista di Lisa Ferreli a Francesco Micozzi sul Data Center da realizzare in Sardegna, nell’ex miniera di Nuraxi Figus, Sulcis.   L’oro nero del Sulcis. Sul data center a Nuraxi Figus grandi cifre ma scarse certezze   Lisa
September 17, 2026
La Bottega del Barbieri
Nel “grande gioco” dell’Asia centrale, Kabul propone le sue ricchezze minerarie agli USA
Nel “grande gioco” di questo millennio l’Afghanistan dei talebani, forti della vittoria sulla maggiore potenza militare del mondo, ha la possibilità di agire con una certa autonomia su vari tavoli, come ha dimostrato la proposta diretta agli Stati Uniti con cui viene data la propria disponibilità ad accogliere le imprese […] L'articolo Nel “grande gioco” dell’Asia centrale, Kabul propone le sue ricchezze minerarie agli USA su Contropiano.
September 5, 2026
Contropiano
L’industria della colonizzazione lunare
Nella celebre Trilogia di Marte – autentico capolavoro della fantascienza “realistica” – lo scrittore Kim Stanley Robinson immagina la colonizzazione del pianeta rosso non come una conquista eroica, ma come un processo politico e industriale: prima arrivano gli scienziati, poi gli ingegneri, poi le infrastrutture, poi le corporation, poi i conflitti su […] L'articolo L’industria della colonizzazione lunare su Contropiano.
July 25, 2026
Contropiano
Epstein Files: la rete israeliana che controlla i minerali congolesi
Non è un mistero che Jeffrey Epstein, il finanziere pedofilo morto suicida in una cella di Manhattan nel 2019, fosse molto più di un semplice miliardario con un’isola privata e un giro di prostituzione minorile. Da tempo, su InsideOver, abbiamo raccontato i suoi profondi legami con l’intelligence israeliana, con l’ex premier Ehud […] L'articolo Epstein Files: la rete israeliana che controlla i minerali congolesi su Contropiano.
June 30, 2026
Contropiano
La nuova legge organica delle miniere della Repubblica Bolivariana del Venezuela
È stata pubblicata, dopo la sua approvazione in via definitiva, lo scorso 16 aprile, la nuova Legge organica delle miniere (Ley Orgánica de Minas) della Repubblica bolivariana del Venezuela. Come nel caso della precedente Legge organica sugli idrocarburi (gennaio 2026), di cui è stato ampiamente dato conto sulle pagine di Pressenza, anche questa legge è frutto del contesto nel quale lo scenario bolivariano è venuto a trovarsi, all’indomani del 3 gennaio, dell’aggressione armata subita da parte degli Stati Uniti, della perdurante minaccia di aggressione militare nel Mar dei Caraibi e del sequestro, sempre per mano statunitense, del presidente legittimo in carica, Nicolas Maduro, e della prima dama, la giurista e deputata Cilia Flores. Un’aggressione che, se è fallita nel suo tentativo di imporre un violento cambio di governo in Venezuela, è tuttavia riuscita a stendersi come minaccia permanente, dispiegata e condizionante, imponendo quindi al PSUV e al gruppo dirigente bolivariano mediazioni e compromessi al fine di garantire la continuità dello Stato e la sopravvivenza del processo bolivariano e delle sue conquiste.   Come la precedente sul petrolio, anche la legge sulle miniere e sulle risorse minerarie rappresenta uno strumento giuridico e politico fondamentale, strategico. Il Venezuela bolivariano, infatti, possiede non solo le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo (oltre 300 miliardi di barili) ma anche vastissimi giacimenti minerari, in gran parte non ancora pienamente sviluppati, una sorprendente e vastissima ricchezza, che comprende ingenti riserve di oro, ferro, bauxite, coltan e gas. Dagli idrocarburi alle risorse minerarie, si può dire, il Venezuela è un Paese di una ricchezza straordinaria, senza dubbio tra i più ricchi di risorse al mondo, e proprio questa ricchezza, unita al carattere trasformativo e di giustizia del processo bolivariano, è una delle chiavi di lettura degli eventi del 3 gennaio e oltre.  Solo in riferimento agli idrocarburi, il Venezuela possiede le maggiori riserve accertate di petrolio al mondo (concentrate principalmente nella Cintura dell’Orinoco, un’area di oltre 55 mila chilometri quadrati), pesante, e quindi, generalmente, non semplice da estrarre e raffinare, e occupa il nono posto a livello mondiale quanto a riserve di gas naturale con circa 5.500 miliardi di metri cubi di giacimenti di gas. Straordinario poi è il panorama delle risorse minerarie: il Venezuela possiede le maggiori riserve di oro dell’America Latina, con vasti giacimenti soprattutto nel sud-est del Paese. Solo per fare qualche raffronto, in relazione alle stime su 24 miniere di oro identificate, il Venezuela potrebbe possedere quasi 75 milioni di once d’oro, equivalenti a oltre 2.300 tonnellate: le riserve auree ufficiali degli Stati Uniti ammontano a 8.133 tonnellate, in Germania a 3.350 tonnellate, in Russia e in Cina a più di 2.300, per cui il Venezuela verrebbe a collocarsi addirittura al quinto posto a livello mondiale per riserve di oro. Il Venezuela possiede inoltre circa 6 miliardi di tonnellate di bauxite di alta qualità, con giacimenti importanti di coltan e bauxite e il bacino di Los Pijiguaos che rappresenta l’unica miniera di bauxite operativa in Venezuela, al di sopra di uno dei più importanti giacimenti di minerali industriali del Paese: si stima che la regione contenga fino a 6 miliardi di tonnellate di risorse stimate del minerale. Le riserve di minerale di ferro conosciute superano i 4 miliardi di tonnellate, e molto significativa anche la presenza di altri minerali, tra cui carbone, nichel, diamanti. Ovviamente, questo panorama non è solo caratterizzato da luci ma anche segnato da ombre. Il divario tra il potenziale geologico e la produzione effettiva resta infatti significativo, tanto è vero che, secondo dati ufficiali, il Venezuela rappresenta meno dell’1% della produzione mondiale di oro: la ricchezza mineraria, infatti, non è di per sé stessa ricchezza tout court, se non supportata da investimenti e apparati di estrazione e lavorazione all’avanguardia, con filiere produttive e industriali consistenti e alta intensità di investimenti tecnologici.  Per fare fronte a queste sfide e nel contesto della pressione legata all’aggressione statunitense, cui il Paese è sottoposto, anche nella forma di una vera e propria, brutale, guerra economica (dal 2014 il Venezuela è soggetto a una politica di aggressione economica, finanziaria e commerciale attraverso un complesso e vastissimo sistema di criminali misure coercitive unilaterali, imposte arbitrariamente dagli Stati Uniti e dai loro alleati, che ammontano, al giugno 2026, a un totale di ben 1088 misure coercitive, che fanno del Venezuela, oggi, il terzo paese con il maggior numero di “sanzioni” imposte) è stata varata la riforma complessiva della Legge Organica delle Miniere, che supera le norme precedenti (del 1999 e del 2015) e si muove lungo tre pilastri: la sovranità mineraria, con lo Stato che mantiene la proprietà di tutti i giacimenti e il diritto di prelazione tramite la Banca Centrale per l’acquisto dell’oro estratto; l’apertura al mercato, con un sistema di concessioni e condizioni della durata massima di 30 anni, prorogabile per ulteriori due periodi di 10 anni; un nuovo meccanismo di tassazione, con royalty fino al 13% del valore lordo della produzione e un’ulteriore imposta del 6% sulle attività primarie delle società coinvolte.  In base all’art. 3 della legge, infatti, “Solo la Repubblica Bolivariana del Venezuela detiene il diritto di proprietà sui giacimenti minerari, di qualsiasi tipo, presenti sul territorio nazionale, qualunque sia la loro natura, nonché l’amministrazione e la disposizione del diritto esclusivo di gestione delle risorse minerarie e, pertanto, questi costituiscono beni inalienabili e imprescrittibili del dominio pubblico”. Il novero di soggetti che possono realizzare attività nel settore minerario è specificato all’art. 5, in base al quale “le attività minerarie […] possono essere svolte da: Società di proprietà esclusiva dello Stato o da sue controllate; Società in cui lo Stato o un ente pubblico detiene più del cinquanta percento (50%) del capitale sociale, acquisendo così il controllo; Società in cui lo Stato o un ente pubblico detiene una partecipazione di minoranza nel capitale sociale, debitamente autorizzate dallo Stato; Società private, debitamente autorizzate dallo Stato, conformemente alle disposizioni della presente legge e dei regolamenti attuativi; e ancora, Brigate minerarie, costituite da gruppi di minatori artigianali, regolarmente registrati e autorizzati; e Singoli individui impegnati nell’attività mineraria a carattere artigianale”.  Tra le dichiarazioni che hanno fatto seguito all’approvazione della legge, assai significativa quella della Presidente incaricata della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Delcy Rodríguez, che, attraverso il suo canale Telegram, si è riferita alla legge come a “uno strumento che rafforza la certezza del diritto e promuove gli investimenti, stimolando la crescita economica. Abbiamo inoltre istituito la Sovrintendenza all’Attività Mineraria per un maggiore coordinamento e una maggiore efficacia nei processi di investimento, produzione e commercializzazione, verso una industria mineraria produttiva e rispettosa dell’ambiente, al servizio dello sviluppo del Paese”.   Riferimenti: Is Venezuela a Critical Minerals Target?, 05.01.2026: https://www.csis.org/analysis/venezuela-critical-minerals-target  Presidenta (E) elevó palabras de agradecimiento a quienes hicieron posible promulgación de la Ley Orgánica de Minas, 17.04.2026: http://www.psuv.org.ve/temas/noticias/presidenta-e-elevo-palabras-agradecimiento-a-quienes-hicieron-posible-promulgacion-ley-organica-minas Venezuela bolivariano, petrolio, e propaganda di guerra, 04.02.26: https://www.pressenza.com/it/2026/02/venezuela-bolivariano-petrolio-e-propaganda-di-guerra Gianmarco Pisa
June 19, 2026
Pressenza
Vivere, lavorare e morire nella miniera boliviana di Potosí
“Suma Quamana” in lingua aymara significa Buen Vivir, l’esatto contrario di quello che accade nelle miniere intorno alla città boliviana di Potosí, una volta ricca e opulenta e oggi in decadenza. Eppure, nella montagna che gli spagnoli non a torto avevano denominato Cerro Rico, oramai scavata, scrostata, saccheggiata e resa oscena da 500 anni di sfruttamento, ancora oggi si vive, si lavora e si muore. Forse per questo gli indios la chiamano “La montagna che mangia gli uomini”. Da 500 anni questa montagna riempie le casse delle potenze europee di argento, rame e zinco e ai minatori lascia poche briciole. Secondo le leggende che circolano in città con tutto l’argento estratto negli ultimi 5 secoli si potrebbe costruire un ponte immaginario che unisce la Bolivia con la penisola iberica. Secondo le stesse dicerie, ma anche secondo calcoli compiuti da storici e da antropologi, in questo luogo di concentrazione di immense ricchezze e di incalcolabile perdita umana sarebbero morte dalla fine del 1500, quando fu scoperta, almeno 8 milioni di persone. O meglio, 8 milioni di indios e africani, considerati non persone e sacrificati sull’altare della ricchezza e dello sviluppo europeo. In città, diverse agenzie offrono ai turisti la visita della miniera, ma in realtà ti portano in settori ormai esausti e semichiusi. Il modo migliore, o forse peggiore, per capire un po’ più profondamente questa realtà è cercare di conoscere un minatore delle tante cooperative che li impiegano. Perché molte sono donne, come lo era la leader minatrice e politica degli anni 70 Domitilla Chungara, famosa per aver guidato un lungo sciopero che fece cadere il dittatore René Barrientos, responsabile tra gli altri dell’assassinio del Che in Bolivia. Alla festa del 1° maggio, dove sono radunati tantissimi minatori, conosco Karen (nome di fantasia per proteggerla), una donna di 44 anni mamma di quattro figli che lavora nella cooperativa mineraria Unificada del Cerro nella parte più alta della montagna, all’interno della mina (Interior Mina si dice qui); è un compito che in teoria sarebbe proibito alle donne con figli, che di solito si occupano del lavoro di selezione al di fuori della miniera. Lo fa per necessità poiché, come mi racconta è “padre y madres” di 4 figli piccoli, da quando suo marito se ne è andato a cercare fortuna e una nuova famigli a La Paz. ll lunedì successivo mi invita a seguirla nel rischioso lavoro della miniera: negli ultimi mesi, a partire da gennaio del 2026, nella miniera sono morte 35 persone, tra cui tre minorenni. Morti di asfissia, di silicosi, frane, esplosioni nelle centinaia di gallerie del Cerro e inalazioni di gas nocivi. Sono morti come mi raccontano i minatori della cooperativa, perché si lavora ancora come una volta con scalpello e martello, senza maschere di sicurezza che impediscono la visibilità e anche la respirazione a 4.300 metri di altezza. Si lavora con compressori a diesel che sparano ossigeno nella miniera, ma che a volte si bloccano lasciando spazio ai gas velenosi. Lunedi 4 maggio alle 7 del mattino ho appuntamento con Karen. Prima tappa al “mercado de los mineros”, dove in genere i minatori acquistano materiali come casco, pila, martelli, stivali di gomma e pantaloni impermeabili, anche se per risparmiare spesso ne fanno a meno. La speranza di vita di questi uomini e purtroppo anche donne non arriva ai 50 anni di età. Un minatore di 40 anni ne dimostra almeno 60. Forse sarà perché nelle 8-10 ore passate nel buio della miniera si respira oltre ai gas delle esplosioni frammenti di silicio sospesi nell’aria che si conficcano dritti negli alvei polmonari. Dopo il mercato prendiamo un taxi che ci porta a metà strada del cerro. L’immagine è quella di un paesaggio lunare in cui la bisogna camminare almeno 40 minuti per raggiungere la cima della montagna, quaranta minuti in cui fatico a respirare e sento il cuore che batte velocemente. Karen con il suo materiale cammina normalmente e si diverte a vedermi arrancare a una quota di 4.400 metri. All’interno dell’entrata principale scorgo una statua che i boliviani chiamano” El Tio”, attorniata da foglie di coca, biscotti, alcol e tabacco. Karen mi spiega che si tratta di una divinità aymara, una specie di essere mitologico che governa gli inferi e che offre protezione, ma anche rovina e morte a coloro che non gli portano offerte e non lo considerano. Seguo Karen nella discesa profonda verso il centro della montagna e arrivati alla sua postazione la osservo iniziare il pesantissimo lavoro con martello e scalpello. Mi racconta che nell’ultima gravidanza ha lavorato fino all’ottavo mese e oltre, quindi il piccolo che ora ha tre anni la miniera la conosce molto bene. Il lavoro è pesantissimo, fa anche molto caldo e bisogna stare piegati in una posizione scomodissima. Vorrei essere ricco e regalarle una quantità di denaro con cui poter vivere senza più dover venire in miniera. Nonostante la fatica e la rassegnazione alla possibilità di incidenti Karen mi dice che c’è anche un certo orgoglio nell’essere una minatrice, perché comunque in Bolivia nonostante tutte le difficoltà e i problemi si tratta di una classe di lavoratori riconosciuta e stimata dalla società in generale. Mentre continua a lavorare mi racconta di un collega che due mesi fa le è svenuto vicino dopo essersi intossicato di gas nocivi e si è salvato per un pelo. A marzo invece sono morti 32 minatori a causa dell’aumento del prezzo dell’argento; nel 2022 valeva circa 20 dollari all’oncia, ora ne vale quasi 90. Così i soci della cooperativa hanno smesso di lavorare direttamente, contrattando giovani inesperti per fare il lavoro pericoloso al loro posto. Quando intervisto Karlos Pimentel Ribeira della Federcoomin, la federazione che riunisce le cooperative del Cerro e provo a chiedergli di questa esternalizzazione dei lavoratori, ovviamente nega e ribatte che l’alto numero di morti dipende dal fatto che la montagna è esausta e diventa ogni giorno più pericolosa. “Ogni volta che entro qui non so se rivedrò i miei figli, ma per ora non ho nessun’altra alternativa per vivere” mi dice Karen. Negli ultimi quattro mesi sono morti 50 minatori, di cui 4 minorenni e una donna di 23 anni. Secondo la dottoressa Giovanna Zamorano dall’aumento del valore dell’argento sono aumentati i decessi e si è abbassata l’età dei morti. La maggior parte di loro erano persone di 20 – 25 anni. I colonizzatori spagnoli avevano prima gettato nella miniera gli indios Inca e Aymara, poi visto che molti di loro si suicidavano per sfuggire a una vita insopportabile e inconciliabile con la loro filosofia della Pacha Mama e del Buen vivir, ci avevano provato con gli schiavi africani, che vivevano e lavoravano fino a 25 – 30 anni per poi morire di freddo e di stenti. Gli schiavi si ribellarono al rigore della colonia e a una vita insensata e feroce, fuggendo a migliaia nella zona sub tropicale dello Yungas, dove ancora oggi vivono coltivando coca, manioca e cereali in comunità di tipo quilombola. Purtroppo, 500 anni dopo, nell’era dell’Antropocene e del capitalismo, non c’è neppure bisogno di ricorrere al regime colonialista della schiavitù e del lavoro forzato. Basta una fluttuazione dei prezzi dell’argento nelle borse mondiali per sacrificare altre vite al profitto feroce del neoliberismo predatore. Manfredo Pavoni Gay
June 11, 2026
Pressenza
[entropia massima] Emergenza zero
Puntata 10 di EM, seconda del ciclo Emergenza Zero, parliamo di miniere e contaminazione da metalli pesanti nei processi estrattivi in Perù, con Stefano Sbrulli, autore del cortometraggio "Donde los niños no sueñan" girato a Cerro de Pasco e pubblicato su OpenDDB e Daniele Baldi geologo della Sigea, Società Italiana di Geologia Ambientale.
December 22, 2025
Radio Onda Rossa
L’India sconosciuta, incontro a Castronno (Varese)
Lunedì 10 novembre 2025, ore 21 Materia Spazio Libero, Via Confalonieri 5, Castronno (Varese) Un viaggio a due voci dentro un’India che nessuna agenzia di viaggio oserà mai proporvi e che anche per molti indiani resta abbastanza off limits. E’ la regione del Jharkhand che ci verrà raccontata attraverso le esperienze della giovane dottoranda Morgana Capasso e della giornalista Daniela Bezzi, che di questo ‘cuore nero dell’India’ si è a lungo occupata. Che cosa renda questa regione così poco battuta e ancor meno ‘attrattiva’ in termini turistici è presto detto: il 41% delle risorse minerarie dell’intero subcontinente indiano (in particolare ferro e carbone) giace nel sottosuolo di queste foreste antichissime, che per l’appunto danno il nome alla regione. Jharkhand significa infatti ‘terra di foreste’, abitate da tempo immemorabile da popolazioni adivasi (ovvero indigene), custodi di tradizioni, devozioni, saperi ancestrali di mirabile saggezza e bellezza. Basti pensare alle decorazioni murarie che in due periodi particolari dell’anno si rinnovano sulle facciate delle umili case di paglia e fango dei villaggi: un campionario di motivi e simboli, in evidente comunione con la natura circostante, che trasfigurano il paesaggio in uno straordinario teatro d’arte. Ma anche per questi villaggi la modernità avanza a grandi passi e soprattutto impattante è l’avanzata dell’estrattivismo che sempre più rapidamente sta mangiando intere fette di territorio con immense miniere a cielo aperto. Una forma di colonialismo interno, come infatti lo definiscono i movimenti ambientalisti indiani da anni attivi sul terreno, che nel concreto si traduce in continui espropri di terre, migrazioni forzate e durissima repressione per chi osa opporsi. E un modello economico che considera la terra esclusivamente come una risorsa da depredare, fa notare Morgana Capasso, che precisamente su questa dimensione del problema ha impostato il suo dottorato di ricerca, dopo la tesi magistrale non a caso intitolata Jal, Jangal, Jamin (ovvero acqua, foreste e terra), considerati gli elementi principali per la numerosa popolazione adivasi.   “Un modello che deve molto al sistema fondiario britannico, fondato sull’idea di massimizzazione del profitto e di messa a valore dei terreni. Concetti totalmente estranei alle comunità locali, e alla loro ben diversa concezione del rapporto con la natura, che si basa su criteri di cura, reciprocità e continuo dialogo con l’ambiente” aggiunge Morgana.     Redazione Varese
November 7, 2025
Pressenza