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Dalla disuguaglianza economica alla disuguaglianza politica
Pubblicato in occasione dell’apertura dei lavori del World Economic Forum di Davos, il rapporto di OXFAM mostra che in un mondo lacerato da conflitti, crisi climatica e tensioni geopolitiche e in Italia, il Paese delle fortune invertite, la disuguaglianza corre più veloce che mai e insidia la democrazia. Intitolato “Nel baratro della disuguaglianza. Come uscirne e prendersi cura della democrazia”, il report evidenzia che la concentrazione di ricchezza aumenta, conseguenza di scelte politiche che da anni alimentano le rendite di posizione, mentre le opportunità si restringono, i divari economici si acuiscono e le fratture sociali si fanno sempre più profonde. Nel 2025 la ricchezza dei miliardari è cresciuta del 16% in termini reali, a un ritmo tre volte superiore alla media degli ultimi cinque anni. Complessivamente, i patrimoni miliardari hanno toccato il livello record di 18˙300 miliardi di dollari, segnando un aumento dell’81% rispetto al 2020. Si tratta di un ammontare esorbitante, equivalente a 8 volte il PIL dell’Italia e a 26 volte le risorse necessarie per riportare alla soglia di 3 dollari al giorno chiunque viva sotto tale livello di povertà estrema. Alla crescita portentosa della concentrazione di ricchezza fa da contraltare un tasso di riduzione della povertà globale, sostanzialmente invariato negli ultimi 6 anni. La povertà estrema è nuovamente in aumento in Africa e quasi la metà della popolazione mondiale vive in povertà: 1 abitante su 4 del pianeta soffre di insicurezza alimentare. OXFAM denuncia il circolo vizioso tra la concentrazione estrema di ricchezza e la concentrazione strabordante di potere politico, che gli individui più ricchi esercitano efficacemente, indirizzando a proprio vantaggio scelte di politica pubblica di cui, invece, anziché pochi privilegiati, dovrebbe beneficiare l’intera collettività: > Elevate disuguaglianze rappresentano di fatto il fallimento della democrazia: > corrodono il tessuto morale della società e lacerano il patto civico, il senso > di appartenenza, la capacità di riconoscersi parte di un destino comune. > Minacciano la coesione, disintegrando i legami sociali, la corresponsabilità > morale e la fiducia reciproca, quella fiducia che rappresenta un bene > relazionale che si costruisce solo quando le vite hanno una qualche forma di > prossimità e i destini non divergono in direzioni opposte. La disuguaglianza > rompe tale prossimità, fa evaporare lo spazio morale in cui ciascuno riconosce > all’altro la dignità di un pari, di un concittadino, riducendo la società a un > insieme di isole separate, indifferenti e incomunicabili”, a un insieme di > “io” che smettono di dare valore al destino degli “altri”. Se dalla dimensione > individuale si passa a quella collettiva e se si adotta una prospettiva > territoriale, ci si trova di fronte a un arcipelago diviso in luoghi (“isole”) > che contano e luoghi che non contano. A questi ultimi, il cui numero è in > espansione, corrispondono aree trascurate, prive di potere e prospettive, in > cui il disagio delle persone si trasforma in un sentimento condiviso di > esclusione e la perdita di opportunità e di riconoscimento si traduce più > facilmente in voto anti-sistema, di rottura contro centri e classi dirigenti > percepiti come lontani e indifferenti. Luoghi il cui smarrimento e malcontento > sono intercettati con maggiore facilità da forze politiche populiste o > estremiste, con proposte di cambiamento tanto illusorie quanto in grado di > attecchire e determinare, in caso di successo elettorale, una preoccupante > involuzione democratica. In uno scenario globale di aggravamento delle disuguaglianze e progressiva erosione democratica, l’Italia non fa purtroppo eccezione, confermandosi il Paese delle fortune invertite. Il 10% più ricco delle famiglie possiede oltre 8 volte la ricchezza della metà più povera, contro poco più di 6 volte nel 2010. Oggi il top 5% detiene il 49,4% della ricchezza nazionale, quasi il 17% in più di quanto possiede il 90% più povero. Nel 2025 i miliardari italiani hanno aumentato il loro patrimonio di 54,6 miliardi di euro (al ritmo di 150 milioni al giorno), raggiungendo 307,5 miliardi detenuti da 79 individui (erano 71 nel 2024). Dal 2010 al 2025 la ricchezza nazionale è cresciuta di oltre 2˙000 miliardi, ma il 91% di questo incremento è andato al 5% più ricco, mentre la metà più povera ha ottenuto appena il 2,7%. La dinamica rischia di consolidare il carattere ereditocratico della nostra società, alla luce del valore dei patrimoni che si stima “passeranno di mano” nel prossimo decennio (almeno 2˙500 miliardi di euro), in un contesto caratterizzato per di più da un prelievo molto blando sulla ricchezza trasferita. L’azione di governo è sempre più tesa a riconoscere meriti e premialità a gruppi sociali e territori in condizioni di relativo vantaggio, disinteressata a ricucire i divari economico-sociali, disattenta al benessere dei cittadini in condizioni di maggiore vulnerabilità e pericolosamente incline a torsioni illiberali che minano i principi democratici. È del tutto assente, invece, la lotta alla povertà, sottolinea Mikhail Maslennikov, Policy advisor su giustizia economica di OXFAM: > Incurante dell’elevata fragilità economica di ampi strati della popolazione, > il nostro Governo continua a perseguire un iniquo approccio categoriale nel > contrasto alla povertà. Da due anni il diritto di ricevere un supporto da > parte dello Stato a fronte di una condizione di bisogno non è più assicurato a > tutti i poveri in quanto tali ma è subordinato all’appartenenza a categorie > eccezionalmente svantaggiate, le uniche ritenute meritevoli di tutela. > L’abbandono dell’impostazione universalistica del reddito di cittadinanza ha > ridotto il numero dei beneficiari dei trasferimenti pubblici, la cui platea è > oggi anche più lontana dall’universo dei nuclei in povertà assoluta. Sul > fronte del disagio abitativo l’azione del Governo, nonostante annunci più > volte reiterati, si rivela del tutto inadeguata rispetto al bisogno, con > risorse di gran lunga inferiori a quelle che sarebbero necessarie per un reale > rilancio di politiche organiche sull’abitare.   Nel baratro della disuguaglianza. Come uscirne e prendersi cura della democrazia Giovanni Caprio
Democrazia partecipativa o democrazia diretta?
È ormai da diversi anni che, nell’ambito della sinistra, si fa un gran parlare della cosiddetta “democrazia partecipativa”, mentre è calato il silenzio sulla democrazia diretta, un tempo auspicata (e spesso praticata) dal movimento operaio e contadino, oggi ormai confinata all’interno delle organizzazioni libertarie. Così è, e non va affatto bene. Con il termine “democrazia partecipativa” si intende infatti, in generale, un insieme di organismi consultivi che vengono affiancati agli organismi tipici delle democrazie borghesi: questi ultimi decidono, mentre i primi si limitano a discutere. Di norma gli organismi consultivi della “democrazia partecipativa” sono costituiti da cittadini scelti dalla pubblica amministrazione attraverso il sorteggio (non sempre: talvolta sono gli amministratori stessi a scegliere tra sedicenti “portatori di interesse”). La democrazia diretta invece, per chi non lo sapesse, attribuisce ogni potere decisionale alle assemblee. Qualora la decisione riguardi un numero di persone tale da non poter essere riunito in un’unica assemblea, si organizzano più assemblee e queste, dopo aver discusso e deliberato circa il problema da risolvere, nominano dei delegati con vincolo di mandato, revocabili in qualsiasi momento, che si accordano fra loro, salvo ratifica da parte delle assemblee che li hanno nominati. Alla democrazia diretta appartengono (ma non tutti sono d’accordo su questa affermazione) anche i referendum, attraverso i quali, effettivamente, i cittadini decidono direttamente, senza la mediazione di rappresentanti (e nemmeno di delegati), sui problemi che li riguardano. La vera differenza dunque tra “democrazia partecipativa” e democrazia diretta è nel potere decisionale: nella cosiddetta “democrazia partecipativa” si partecipa alle decisioni, in quella diretta si decide effettivamente. Quanto al metodo del sorteggio, spesso utilizzato nella “democrazia partecipativa”, personalmente, non amo questo tipo di selezione, ma non si può negare che si tratti di un metodo ugualitario. Del resto è stato spesso usato, fin dall’antichità, da molte democrazie. Nulla vieta dunque di utilizzarlo. La cosa fondamentale però è che chi viene sorteggiato abbia effettivamente il potere di decidere (e di decidere su questioni importanti!) senza essere indirizzato da manipolatori di professione (funzionari, “facilitatori” ed “esperti” vari) nominati dalle amministrazioni: se l’assemblea costituita dai sorteggiati ritiene opportuno ascoltare il parere di esperti deve essere quest’ultima a sceglierli e convocarli! Qualcuno obietterà che ciò a cui mi sto riferendo non è la “democrazia partecipativa” ma una distorsione di essa. Può darsi, ma allora perché non chiamarla democrazia diretta? Inoltre, in quasi tutti casi in cui l’ho vista in azione erano presenti manipolatori di professione e, comunque, anche in loro assenza, l’assemblea non aveva alcun reale potere decisionale. Ed è questo, a mio parere, l’aspetto più grave, perché quando i cittadini che vi partecipano, passato un primo periodo di infatuazione, si accorgono che le decisioni vengono prese altrove e che stanno sostanzialmente perdendo del tempo, si disamorano della democrazia. E spesso si convincono che forse è meglio lasciare alle autorità costituite l’onere di decidere al loro posto. In conclusione: stiamo attenti a non aprire la strada alla “servitù volontaria”! Luciano Nicolini (da Cenerentola n. 277, novembre 2024, pagina 5) Redazione Italia
Colombia, le piazze di tutto il Paese si riempiono in risposta all’appello del presidente Petro
> La risposta dei cittadini alle azioni compiute e alle minacce, per nulla > velate, del presidente statunitense è divenuta palpabile in decine di piazze > pubbliche in tutta la Colombia, dove si è gridato forte e chiaro “sovranità e > democrazia”. Il presidente Gustavo Petro è riuscito ancora una volta a ottenere il sostegno dei cittadini con manifestazioni di massa in numerose località del Paese. Il popolo è sceso in piazza per sostenere l’indipendenza e la sovranità della Colombia di fronte alle intimidazioni del “padrone” della Casa Bianca. Piazze piene di colombiani, di nascita o di adozione, che hanno dato ampio sfogo alle loro azioni per difendere la pace, la sovranità e la democrazia. Con la bandiera tricolore e striscioni pieni di slogan di dignità e anticolonialismo, per denunciare le minacce e difendere la sovranità territoriale colombiana e l’indipendenza latinoamericana. Prima del discorso del presidente, la gente ha scandito degli slogan esortando a difendere la pace e il territorio da qualsiasi ricatto esterno. Successivamente, Petro ha difeso la Colombia e la sua azione politica durante questi oltre tre anni di governo, con particolare enfasi sulla sua lotta contro la droga e dimostrando che né lui né il Paese sono narcotrafficanti. Nonostante l’appello dell’ultimo minuto del presidente degli Stati Uniti, non si può abbassare la guardia. Il governo colombiano e i cittadini devono rimanere vigili e continuare a denunciare tutto ciò che mette in pericolo la pace, la sovranità e la democrazia. Per il governante, la Colombia è un paese diversificato, pacifico e democratico, la cui difesa fondamentale è nelle mani del popolo colombiano che non vuole più violenze causate dal radicato settarismo politico che tutela solo i propri interessi e non il bene nazionale. Per l’ennesima volta, Petro è riuscito a riempire le piazze in difesa del Paese e della sua politica. E le piazze si sono riempite di parole che lo confermano: “E no, non ci va di essere una colonia nordamericana. E sì, ci va di essere una Colombia libera e sovrana”. Senza dimenticare Gaza e le altre ingiustizie che affliggono il mondo. PAZLESTINA! Foto: Iñaki Chaves – Pateras al Sur. TRADUZIONE DALLO SPAGNOLO DI STELLA MARIS DANTE J. Ignacio ´Iñaki` Chaves G.
Iran, la libertà sotto attacco: l’ANPI Napoli collinare al fianco del popolo iraniano
Sezione ANPI Napoli collinare “Aedo Violante” La sezione ANPI Napoli collinare “Aedo Violante” condanna con fermezza la feroce repressione messa in atto dal regime iraniano contro il proprio popolo. Da anni l’Iran è oppresso da una dittatura che nega diritti, libertà civili e dignità umana, colpendo in modo particolare le donne. Oggi quella repressione ha assunto i tratti di una vera e propria strage: centinaia, forse migliaia di morti, migliaia di arresti, violenze sistematiche contro manifestanti, studenti, lavoratori, donne e giovani che chiedono libertà, giustizia e futuro. L’ANPI collinare “Aedo Violante” si schiera idealmente e politicamente al fianco del popolo iraniano che sta lottando con coraggio contro l’oppressione, pagando un prezzo altissimo. Siamo al fianco delle donne iraniane, protagoniste di questa rivolta, che reclamano la fine di una condizione di schiavitù e rivendicano il diritto all’autodeterminazione, alla libertà e alla vita. “Donna, vita, libertà” è uno slogan che parla a tutte e tutti. L’ANPI collinare “Aedo Violante” aderisce e invita a partecipare alla manifestazione indetta da associazioni e organizzazioni democratiche per la libertà e la democrazia in Iran, che si terrà a Roma, venerdì 16 gennaio. Così come aderisce e parteciperà, con tante sue iscritte e tanti suoi iscritti, alla manifestazione di domenica 18 mattina a Napoli, alle ore 11.00 in piazza dei Martiri, dove, su impulso di “Antinoo Arcigay Napoli”, si realizzerà una “catena umana per l’Iran”. Al tempo stesso ribadisce che questa rivolta appartiene al popolo iraniano: nessun intervento esterno, nessuna potenza straniera deve tentare di strumentalizzare o “mettere il cappello” su una sacrosanta lotta di liberazione, perseguendo interessi propri. Napoli conosce il valore della libertà conquistata dal basso: nel 1943 seppe liberarsi da sola dall’oppressione nazifascista. Per questo oggi non può restare in silenzio davanti alla repressione e alla violenza. La libertà non si reprime: si difende. Redazione Napoli
Svizzera: il Cantone di Zurigo apre le porte alla sorveglianza biometrica di massa
Il Consiglio Cantonale di Zurigo prende una decisione controversa: per la prima volta in Svizzera, un parlamento cantonale decide che lo Stato può utilizzare il riconoscimento facciale biometrico per sorvegliare la popolazione. Il governo cantonale zurighese dovrebbe ottenere la prerogativa di poter avviare autonomamente progetti pilota. Con una decisione del 24 novembre 2025, il Cantone di Zurigo apre un nuovo capitolo della sorveglianza di massa che compromette la libertà e la democrazia in Svizzera. Chi utilizza le tecnologie digitali in questo modo contro l’integrità delle persone mina la loro fiducia nella comunità e nella democrazia. Questo tipo di sorveglianza indiscriminata e capillare è in netto contrasto con i principi fondamentali di una società democratica. Essa viola non solo il diritto alla privacy tutelato dalla Costituzione, ma anche i diritti umani garantiti a livello internazionale. Se le persone possono essere identificate o osservate in qualsiasi momento negli spazi pubblici, si verifica una grave violazione del loro diritto all’autodeterminazione informativa. La possibilità di un riconoscimento continuo ha inoltre un effetto deterrente («chilling effect»). Il diritto di esercitare diritti fondamentali come la libertà di riunione, la libertà di espressione e la libertà di movimento ne risulta notevolmente compromesso. Con questa decisione, la grande maggioranza del Consiglio Cantonale di Zurigo ha ignorato i diritti delle persone nel Cantone e ha dato al Consiglio di Stato carta bianca per inaugurare una nuova era di sorveglianza di massa invasiva. In prima lettura della revisione totale della legge sull’informazione e la protezione dei dati (IDG), il Parlamento non solo ha respinto il divieto del riconoscimento facciale, ma al contrario ha deciso di consentire esperimenti pilota di sorveglianza biometrica di massa senza un’ulteriore base giuridica. Ci auguriamo che gli elettori reagiscano a questa violazione della fiducia già al referendum di domenica prossima, votando «sì» all’iniziativa popolare «Per un diritto fondamentale all’integrità digitale» o almeno «sì» alla controproposta. In ogni caso, ci aspettiamo che il Consiglio cantonale e, successivamente, la popolazione correggano la decisione attuale. Da anni la Società Digitale si impegna a livello nazionale e internazionale per vietare il riconoscimento facciale biometrico negli spazi pubblici. In Svizzera, un’ampia coalizione sostiene che in una società libera e democratica questa tecnologia non dovrebbe venire utilizzata. L’80% degli attivisti politici di tutti i partiti è favorevole al divieto del riconoscimento facciale biometrico, come dimostra un sondaggio del 2023. Negli ultimi anni, numerosi parlamenti cantonali e comunali si sono espressi a favore del divieto della sorveglianza biometrica di massa negli spazi pubblici. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dal tedesco di Anna Sette. Revisione di Thomas Schmid. Untergrund-Blättle
La democrazia è dissenso
Non mi pare sia stato fatto un collegamento tra alcune recenti manifestazioni studentesche di protesta (Torino, 3 ottobre 2023 e Pisa 2 marzo 2024) e i fatti di Torino: l’aggressione a “La Stampa” (ingiustificabile) e la chiusura forzata del centro sociale Askatasuna che ha interrotto improvvidamente un processo positivo di democratizzazione del dissenso. Mi sembra evidente che in tutti e tre questi casi (come in altri precedenti: gli arresti dell’anarchico Tobia Imperato e quello della militante No Tav Dana Airola) sotto attacco è stato il diritto individuale e collettivo al dissenso con l’argomento largamente usato a destra e a sinistra che l’uso della forza e della violenza ingiustificata non è tollerabile. Un argomento usato contro le violenze presunte e reali dei manifestanti ma che impegna in primo luogo lo Stato e i suoi apparati[1]. Il buon democratico sa che è inaccettabile la violenza contro giovani disarmati che si è vista sia a Torino sia a Pisa, che non è giusto, non è logico, non è tollerabile l’accerchiamento di un ragazzino o la brutalità contro inermi studenti con i manganelli che si muovono, i caschi schermati che nascondono i volti di poliziotti chiamati a tutelare la sicurezza di tutti noi senza abusare del potere che gli viene conferito dallo Stato, che l’arma più efficace a cui può ricorrere la democrazia contro la rabbia giovanile e l’arma della parola. Come Norberto Bobbio afferma nel suo aureo libretto Il futuro della democrazia, se c’è un “criterio discriminante” tra la democrazia e il dispotismo, questo è “la maggiore o minore quantità di spazio riservato al dissenso”[2]. In uno stato democratico l’intervento giudiziario non può e non deve trasformarsi in  uno strumento per garantire l’ordine pubblico. La questione, infatti, non riguarda solo alcune frange isolate e estremiste ma investe direttamente il rapporto tra i conflitti sociali e la giurisdizione. In primo piano torna il grande tema della liceità e della legittimità del dissenso, che può essere manifestato sia attraverso la libera espressione delle opinioni personali sia riunendosi in associazioni legalmente riconosciute, sia promuovendo manifestazioni pubbliche più o meno di massa. Sta qui la differenza tra una democrazia costituzionale e una “democrazia giudiziaria”. Una libera democrazia è tale se fa vivere il dissenso. Quando il dissenso è lecito e legittimo secondo la teoria democratica? Come argomenta Norberto Bobbio in Il futuro della democrazia, il passaggio dallo stato di natura – che è uno stato polemico – allo stato civile – che è uno stato agonistico – non significa il passaggio da uno stato conflittuale a uno stato non conflittuale: la conflittualità non cessa, ciò che cambia è il modo in cui vengono risolti i conflitti. Il filosofo democratico non arriva a dire che la democrazia è “un sistema fondato non sul consenso ma sul dissenso”[3]. Tuttavia, sostiene, che “in un regime fondato sul consenso non imposto dall’alto, una qualche forma di dissenso è inevitabile, e che soltanto là dove il dissenso è libero di manifestarsi il consenso è reale, e che soltanto là dove il consenso è reale il sistema può dirsi a buon diritto democratico”[4]. Detto in breve, se nello stato polemico il dissenso può e deve essere controllato anche con la forza perché può manifestarsi in modo conflittuale e violento, nello stato agonistico – lo stato democratico è uno stato agonistico per definizione – il dissenso deve essere lasciato libero di esprimersi senza alcuna restrizione finché si esprime in modo conflittuale e nonviolento. Se poi ci si pone dal punto di vista della teoria della nonviolenza, lo stato nonviolento (e lo stato democratico è uno stato tendenzialmente nonviolento) si fonda sul dissenso e non sul consenso. La qualità di una buona democrazia si misura non dal grado del consenso ma da quello del dissenso. Il dissenso non è una manifestazione della vita democratica inevitabile e, come tale, consentita e da tollerare. Il dissenso è la via maestra per impedire il tralignamento della democrazia nell’autocrazia. L’aggiunta nonviolenta alla democrazia sta in una più ricca e variegata articolazione delle forme del dissenso individuale – il vegetarianesimo, il superamento del risentimento e della vendetta, la preghiera, la persuasione, il dialogo, l’esempio, il digiuno, la testimonianza, l’obiezione di coscienza, la non collaborazione – e del dissenso collettivo – la comunità nonviolenta, le marce, lo sciopero, il boicottaggio, il sabotaggio, la pubblicità delle iniziative, la disobbedienza civile. L’educazione al dissenso – l’educazione a dire consapevolmente di no – è “un elemento fondamentale dell’educazione civica, quando questa venga intesa non come una serie di obbedienze a ogni costo e a ogni autorità, ma come quella parte dell’educazione di sé e degli altri che ha lo scopo di preparare a partecipare nel modo meglio informato e più attivo alla complessa vita della comunità e al miglioramento continuo, senza violenza, delle sue strutture sociali e giuridiche”[5]. In una prospettiva nonviolenta la democrazia non è mai presupposta ma è sempre da verificare e, invece che il massimo consenso, lascia emergere il massimo dissenso[6].   [1] Nella parte filosofica riprendo l’articolo. Il valore del dissenso, che, per invito di Carmela Fortugno, ho scritto per il sito del CIDI-Torino, pubblicato il 30 marzo 2024 e introdotto con queste parole. “A distanza di un mese torniamo a occuparci delle proteste studentesche di Pisa e di Firenze con un testo scritto da Pietro Polito, direttore del Centro studi Piero Gobetti e filosofo della politica, il quale ci guida nell’analisi tra dissenso e democrazia a partire dal filosofo torinese Norberto Bobbio e ci propone l’educazione al dissenso nella prospettiva di Aldo Capitini”. Poi in “Volere la luna”, 4 aprile 2024, con il titolo Elogio del conflitto e del dissenso. [2] N. Bobbio, Il futuro della democrazia, Einaudi, Torino 1984, p. 53. [3] N. Bobbio, Il futuro della democrazia, cit., p. 53. [4] Ibidem. [5] A. Capitini, Le tecniche della nonviolenza (1967), edizioni dell’asino, Roma 2009, p. 136. [6] Sui rapporti tra consenso e dissenso vedi lo speciale Si, si, No, no, “Gutenberg” – “Avvenire”, 19 dicembre 2025, pp, 1-9. Pietro Polito
Ai confini della democrazia: la Repubblica Ceca tra voto popolare e controllo presidenziale
La situazione politica in Repubblica Ceca, dopo le recenti elezioni, si presenta come un paradosso che mette in discussione i fondamenti stessi della democrazia. La netta vittoria del partito ANO, guidato da Andrej Babiš, insieme ad altri due partiti alleati, ha superato il 50% dei seggi, consentendo così di formare un nuovo governo. Tuttavia, il presidente Pavel, ex generale della NATO, solleva dubbi e preoccupazioni e ostacola la formazione del nuovo governo. I timori del presidente si concentrano su due punti principali: il primo è il presunto conflitto di interessi di Babiš, legato alla sua posizione di proprietario di un’importante azienda agroalimentare.  Ma secondo numerosi giuristi, il conflitto di interessi non sussiste, poiché la legislazione ceca lo definisce solo in relazione a settori specifici, come quello dell’informazione. Il secondo, molto più importante, è la preoccupazione che il futuro governo non rispetti pienamente le alleanze di cui la Repubblica Ceca fa parte. Per questo Pavel chiede garanzie scritte su determinate politiche, come il mantenimento dell’alleanza con la NATO e un’aderenza alle direttive dell’Unione Europea, prima di dare a Babiš il mandato per formare il nuovo governo. È fondamentale chiarire che la democrazia si fonda sul principio che i cittadini, attraverso il voto, esprimono la propria volontà. Questa volontà è ciò che legittima la creazione della linea politica del governo. Imporre, a priori, criteri o condizioni che un nuovo governo deve rispettare, contraddice il principio stesso della democrazia. Non esiste una verità pre-elettorale che possa definire quali politiche siano giuste o sbagliate; è il voto popolare a determinare il mandato di un governo. Imporre limiti o richieste specifiche su come un governo dovrebbe agire, prima ancora che venga formato, rischia di minare i principi democratici e di avvicinarsi a una forma di controllo. Non si tratta di essere pro o contro Babiš. Si tratta di capire se crediamo ancora in un principio semplice: in una democrazia il potere risiede sempre nella volontà popolare. Senza alcun dubbio ci sono forti pressioni da parte di poteri sovranazionali. Infatti se Babiš e i suoi alleati riuscissero a formare il nuovo governo, ciò potrebbe avere ripercussioni significative per l’intera Europa, portando ad un avvicinamento della Repubblica Ceca a paesi come Ungheria e Slovacchia, che seguono una linea politica divergente rispetto a Bruxelles. In conclusione, ciò che sta avvenendo in Repubblica Ceca è un chiaro esempio di ciò che sta accadendo in tutta Europa: il paradosso per cui si ostacola la democrazia per salvarla! Qualcuno ha stabilito che: * È democratico finanziare una guerra infinita in Ucraina, ma è populista e filo-russo chiedere una pace negoziata. * È democratico vendere armi ad Israele, ma  è populista e antisemita chiedere sanzioni per i suoi crimini contro l’umanità. * È democratico che la politica è sottomessa agli interessi delle banche e delle grandi multinazionali, ma è estremismo chiedere una redistribuzione della ricchezza. E quando un partito politico vince le elezioni con un programma politico “sbagliato”, viene ostacolato perché giudicato non democratico. Lo stesso accade quando un personaggio influente esprime idee “non allineate”: viene censurato ed allontanato dalla vita pubblica. In sintesi, è democratico rispettare la volontà di una minoranza “illuminata” e non rispettare la volontà della maggioranza della popolazione. In questo paradossale cammino preso dall’Europa, il prossimo passo per salvare la democrazia e proteggere le popolazioni dal populismo e dalle scelte sbagliate, sarà imporre la democrazia con una dittatura. Gerardo Femina – Europa per la Pace Gerardo Femina
L’ANPI Collinare “Aedo Violante” condanna l’attentato contro Sigfrido Ranucci: la libertà di stampa non si tocca
L’ANPI Collinare “Aedo Violante” condanna con fermezza l’attentato dinamitardo avvenuto nella notte del 17 ottobre 2025, che ha distrutto le automobili del giornalista Sigfrido Ranucci e della figlia, mettendo seriamente a rischio l’incolumità delle persone. Si tratta di un gesto che colpisce non solo simbolicamente la persona e il suo lavoro, ma che tenta di intimidire chi, attraverso il giornalismo d’inchiesta, difende la trasparenza e il diritto all’informazione. Questo episodio richiama, con preoccupante gravità, gli attacchi che la democrazia e la libertà hanno subito nel corso della storia del nostro Paese: basti pensare al periodo dello stragismo e della strategia della tensione , segnato dall’intreccio tra neofascisti , piduisti , servizi segreti deviati e mafie . Il gesto che oggi ha preso di mira un giornalista impegnato nella ricerca della verità è un’eco perversa della violenza che un tempo voleva cancellare la democrazia e il diritto alla libertà di parola, garantiti dalla nostra Costituzione nata dalla Resistenza . Come promotrici e promotori di una sezione ANPI, ma prima ancora come cittadine e cittadini, ribadiamo con forza la nostra solidarietà a Sigfrido Ranucci. Atti come questi vogliono intimidire chi denuncia, chi indaga, chi smaschera poteri occulti. Non consentiamo che il silenzio o la paura prevalgano. Sentiamo, anzi, il dovere di impegnarci ancora di più, perché siamo tra i custodi della memoria. Non possiamo dimenticare che, durante la Resistenza, molti furono vittime di attentati, persecuzioni e violenze, perché osarono resistere all’oppressione. Proprio a Napoli , le Quattro Giornate (28 settembre – 1° ottobre 1943) rappresentano un esempio straordinario di ribellione popolare contro l’occupazione nazista e lo stragismo fascista: cittadini e cittadine napoletane, con coraggio e spirito collettivo, si organizzarono per riconquistare la libertà perduta. Sappiamo che dobbiamo farci carico della memoria antifascista come impegno attivo nel presente. Le Quattro Giornate ci insegnano che la libertà va conquistata, difesa e praticata ogni giorno . Oggi come ieri, ribadiamo che l’antifascismo non è un rituale, ma un dovere civico . La Resistenza, con le sue lotte ei suoi sacrifici, è un vento che deve continuare a soffiare nelle nostre coscienze: chi tenta di spegnere una voce non potrà mai vincere su chi tiene viva la memoria e la responsabilità collettiva. Nel nostro piccolo, abbiamo organizzato un ciclo di appuntamenti denominato “Memoria Attiva” , in collaborazione con la libreria IoCiSto , durante il quale presentiamo libri che rispondono a questi obiettivi. Il prossimo incontro si terrà martedì 21 ottobre alle ore 18.00 : parleremo di Resistenza e di Antonio Amoretti , eroe delle Quattro Giornate di Napoli, insieme al figlio Francesco , ad Annamaria Carloni già senatrice della Repubblica e alla giornalista Federica Flocco . Luna Pisa Presidente della Sezione ANPI Collinare “Aedo Violante” Redazione Napoli
Napoli, redattore di VAS escluso dai “Dialoghi Mediterranei”: «Un evento blindato, poco spazio al vero dialogo»
COMUNICATO STAMPA REDATTORE DELLA RIVISTA DI VAS ESCLUSO DALLA PARTECIPAZIONE AI ‘DIALOGHI MEDITERRANEI’ DI NAPOLI In occasione dell’evento “MED Dialoghi Mediterranei” – organizzato al Palazzo Reale di Napoli, dal 15 al 17 ottobre dal Ministero degli Affari Esteri e dall’ISPI – Ermete Ferraro, membro dell’Esecutivo di VAS e referente per l’Ecopacifismo, si era regolarmente ed in anticipo accreditato, per partecipare in presenza ai lavori del vertice, in qualità di redattore e collaboratore della rivista “Nuova Verde Ambiente”. Dopo varie conferme online e con le relative credenziali, si è presentato ai varchi di accesso per ricevere il badge, ma l’accesso non è gli è stato consentito, per non meglio precisate ‘verifiche’ da parte delle autorità della Polizia di Stato che lo presidiavano. Dopo lunga attesa sotto la pioggia e varie interlocuzioni, però, non gli è stato comunque consentito di accedere ai lavori di persona, adducendo motivazioni risibili quali “la mancanza di posti a sedere”. “Come attivista ecopacifista e nonviolento e come incaricato dalla redazione del periodico di VAS – ha dichiarato Ferraro – ritengo del tutto arbitraria ed ingiustificata questa decisione, che ha impedito a una persona già accreditata di partecipare agli incontri, ma soprattutto dimostra scarsa volontà di ‘dialogo’ con voci meno allineate da parte degli organizzatori, in barba al titolo dell’evento ed al diritto d’informazione. Una città blindata ed interdetta ai non autorizzati nella sua parte più centrale, inoltre, non è affatto un segno di efficienza organizzativa e gestionale, bensì un’ulteriore prova di quella militarizzazione della società e del territorio che, da ecopacifisti, continueremo a denunciare” CONTATTI ; Cella Ermete Ferraro. 349 3414190| ermeteferraro@gmail.com |vasnapoli@libero.it Redazione Napoli
Cannes 2025. Robert De Niro, Palma d’oro onoraria, a difesa della democrazia
Robert Anthony De Niro è nato a New York nel 1943, da famiglia di origine italiana e dell’Italia oggi ha la cittadinanza. E’ considerato uno dei migliori attori della storia del cinema. Perfezionista noto per la maniacale preparazione dei suoi ruoli, ha interpretato alcuni tra i più noti, travagliati e complessi personaggi. Ha inoltre ampliato la sua carriera auto-dirigendosi in un paio di occasioni e nel 2002 ha co-fondato il Tribeca festival. Ha vinto due Premi Oscar.  Nel 2003 gli è stato assegnato il Life Achievement Award dell’ American Film Institute per il suo contributo alla storia del cinema e nel 2020 lo Screen Actors Guild Award alla carriera.  De Niro è stato insignito al Festival di Cannes  2025 della Palma d’oro onoraria alla carriera, consegnatagli dall’amico e collega Leonardo di Caprio. Conosciuto da sempre come un attore impegnato sul fronte politico, il suo discorso era atteso a Cannes. La star ha parlato appassionatamente a favore della democrazia,  con un intervento a carattere universale,  nel quale non sono mancate frecciatine dirette a Donald Trump, da lui sempre combattuto anche prima delle ultime elezioni americane. In particolare l’attore ha sottolineato i tagli al bilancio e gli attacchi a settori importanti come quelli della cultura e della ricerca scientifica, evidenziando il progetto di imporre una tassa del 100% sui film prodotti al di fuori degli Stati Uniti.  Indignato l’attore  ha affermato che la creatività non ha prezzo ma, a quanto pare, c’è chi pensa che si possa  condizionare applicando dazi doganali. “È inaccettabile” ha detto De  Niro. “Non è solo un problema americano, ma globale. Dobbiamo agire subito, senza violenza, ma con passione e determinazione. Tutti coloro che amano la libertà devono organizzarsi e protestare. Ed è anche il momento di votare quando ci sono le elezioni”. Robert De Niro ha poi elogiato il potere democratico del cinema e ricordato che gli artisti nel suo Paese lottano con tutte le loro forze. “L’arte è inclusiva” ha spiegato. “Unisce le persone. L’arte è alla ricerca della libertà, l’arte è alla ricerca della diversità. […] Ecco perché siamo una minaccia per gli autocrati e i fascisti di questo mondo. Il  festival di Cannes è la mia casa, la mia comunità” ha aggiunto. […] Stasera e nei giorni a venire dimostreremo il nostro impegno rendendo omaggio alle arti in questo festival all’insegna della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità.”     Bruna Alasia