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Democrazia in tempo di guerra: l’Italia ai tempi della censura, della responsabilità e del riarmo
“Occorre silenziare i dissenzienti, far tacere il pensiero critico, annullare il dissenso ancor prima che venga espresso, impedire che il dibattito politico venga connotato dalla conoscenza storica, che rende più difficile la costruzione della menzogna” Con queste parole il Professor Angelo d’Orsi fa una fotografia della democrazia nel nostro Paese, con la propaganda di guerra e la militarizzazione in ogni ambito della società, con la scuola e l’università che diventano sempre più terreno dove fare propaganda militare per inculcare nei giovani e futuri cittadini la figura del “soldato”, in divisa o in borghese, che esegue senza obiettare gli ordini dell’Autorità. Il tutto in contrasto con gli articoli 11 (“L’Italia ripudia la guerra”) e 21 (“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero”) della nostra Costituzione. Le decisioni politiche orientate al riarmo e alla guerra hanno ricadute negative non solo sulle condizioni economiche dei cittadini, con il carovita, i salari fermi, i tagli ai servizi sociali, ma anche sulla nostra democrazia con la concentrazione del potere nelle mani di un’esigua minoranza senza contrappesi e organi di controllo, con la riduzione dei diritti e degli spazi politici e sociali. Per invertire la tendenza prima che si arrivi al punto di non ritorno è necessario mobilitarsi partendo dalla presa di coscienza della condizione in cui viviamo. Per questo ci troviamo al Salone Di Vittorio della Camera del Lavoro di Milano (C.so di Porta Vittoria 43) venerdì 13 marzo alle ore 20:30 dove interverranno di presenza Angelo d’Orsi ed Elena Basile e da remoto Alessandro Di Battista e Moni Ovadia. Per info e contatti: coordinamentoperlapacemilano@gmail.com https://linktr.ee/coordinamentopacemilano Evento Facebook: https://www.facebook.com/share/1D27k4rCBt/ Cristina Mirra
February 28, 2026
Pressenza
Dalla fantasia alla realtà, e viceversa: la rotta ‘scombussolata’ del potere dominante nella modernità
Il sociologo Lelio Demichelis presenterà il proprio libro intitolato Tecno-archía, o la Nave dei folli. La banalità digitale del male all’incontro, organizzato dalla Rete delle Alternative, in svolgimento a Casale Monferrato la sera di giovedì 5 marzo prossimo. Casualmente, o forse no, pubblicato dalla casa editrice denominata Derive Approdi, il testo si ispira alla Nave dei Folli dipinta da Hieronymus Bosch nel 1494. Sicuramente il soggetto del quadro era ricorrente della tradizione popolare del XV secolo. Nel medioevo la nave dei folli veniva rappresentata alle sfilate carnevalesche per ridicolizzzare i potenti e nella letteratura è stata rappresentata in una parodia dell’Odissea, il poema, composto da Jacob van Oestvoren nel 1413, narrando le tragicomiche avventure di una compagnia di libertini imbarcati su un vascello alla deriva. Casualmente, o forse no, due anni prima che il pittore la dipingesse, nel 1492, era cominciata una nuova epoca, poiché la ‘scoperta dell’America’ aveva inaugurato la modernità cambiando la Weltanschaung (visione del mondo), da allora in poi diventato ‘globale’. Casualmente… questa ‘rivoluzione’ di ogni prospettiva, dalla sfera cognitiva a tutte le dimensioni ed estensioni della realtà, era conseguita alla folle impresa condotta da un navigatore visionario, casualmente italiano e ligure. Curiosamente…  il personaggio iconico protagonista delle tragicomiche avventure nei tempi moderni italiani, il ragionier Ugo Fantozzi, è una figura emblematica ideata e interpretata dal genovese Paolo Villaggio e la Nave dei Folli è stata riproposta come tema del Carnevale di Genova del 2023. L’analisi dendrocronologica condotta nel 2001 ha accertato che La Nave dei Folli è stata dipinta sullo stesso pannello ligneo insieme ad altre due opere, l‘Allegoria dei piaceri e la Morte di un avaro, che formavano un trittico e, accanto al Venditore ambulante, compongono un ciclo di rappresentazioni con cui il pittore fiammingo ha illustrato i paradossi del presente nella propria epoca. E nello stesso anno in cui Hieronymus Bosch la raffigurava, la nave dei folli veniva descritta nella commedia satirica composta dal tedesco Sebastian Brant, intitolata Das Narrenschiff (La Nave dei Folli), a cui il filosofo francese Michel Foucault fece riferimento nella propria tesi di dottorato, e sua ‘opera prima’, stampata nel 1961 con il titolo Folie et Déraison. Histoire de la folie à l’âge classique, un libro che in Italia è stato tradotto ed edito nel 1976 e risposto nel 2025 (Storia della follia nell’età classica). Casualmente, o forse no, nel 2025 è stato pubblicato Tecno-archía il cui autore, il sociologo Lelio Demichelis, a sua volta si è ispirato all’iconologia della nave dei folli e, inoltre, fa esplicito riferimento a un altro caposaldo della filosofia politica post-moderma e dellastoria contemporanea: il libro pubblicato nel 1963 e intitolato La banalità del male (Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil) in cui, approfondendo la descrizione dei fatti di cui aveva riferito con i propri reportage pubblicati sul settimanale The New Yorker come corrispondente da un processo a un nazista incriminato, e condannato a morte, Hannah Arendt affronta la questione allora cruciale e oggi tanto attuale delle responsabilità morali di un’intera generazione per le atrocità compiute sotto gli occhi di tutti. > Tecno-archía è il nome che Lelio Demichelis dà alla modernità e alla sua > razionalità strumentale/ calcolante-industriale (in verità irrazionale, con > crisi sociale e climatica insieme). > > La tecno-archía domina il mondo da tre secoli ed è arrivata oggi a produrre > algoritmi, IA e uomini sempre più dipendenti dalle macchine, oltre > all’ecocidio. > > Sembra la Nave dei folli del pittore Hieronymus Bosch, senza vele e timone e > carica di un’umanità impazzita. A differenza di quella Nave, però, ha una > rotta ben definita e vele spiegate: si chiamano profitto, digitalizzazione e > sfruttamento illimitato di uomini e biosfera. > > Lelio Demichelis propone una critica radicale an-archica e demo-cratica al > potere totalitario dominante, al sistema tecnico e alla nuova classe delle > macchine. > > Un libro decisamente controcorrente. > > Tecno-archía, o la Nave dei folli. La banalità digitale del male – 2025 La Rete delle Alternative accoglierà Lelio Demichelis a Casale Monferrato (sala Giumelli – piazza C. Battisti, 1) alle 21:00 di giovedì 5 marzo prossimo: “Dialogando con Alberto Deambrogio, Lelio Demichelis presenterà un testo che non è nichilista. Al contrario, è un appello accorato alla riscoperta della politica e dell’etica. Ci inviterà a tornare ad essere soggetti invece che utenti, a rivendicare il diritto all’errore, all’inefficienza, al silenzio. La sua è una resistenza umanistica che passa per la riappropriazione del linguaggio e del pensiero critico. In un’epoca dominata dall’algoritmo, Demichelis ci condurrà attraverso un’analisi lucida e coraggiosa del nostro presente, paragonando l’umanità contemporanea alla celebre Nave dei folli di Bosch: un’imbarcazione alla deriva, in balia di una razionalità tecnologica che sembra aver smarrito il senso dell’umano. Il sottotitolo, richiamando esplicitamente Hannah Arendt, solleva interrogativi urgenti sulla banalità digitale e su come la delega totale alle macchine stia riconfigurando il potere e la democrazia. La banalità digitale si manifesta nell’accettazione passiva degli algoritmi, nella delega alla nostra capacità critica a sistemi di calcolo e nella trasformazione della vita in un flusso ininterrotto di dati. Il male oggi non è un evento tragico e riconoscibile, ma un processo silenzioso di svuotamento dell’umano, una burocratizzazione dell’esistente mediata dagli schermi”. L’incontro è anticipato dall’intervista pubblicata il 9 gennaio scorso su ALTERNATIV@ CONTRO LA GABBIA FATTA DI NUMERI, CALCOLO, CALCOLABILITÀ DEL SISTEMA CAPITALISTICO NEOLIBERALE – TRE DOMANDE A LELIO DEMICHELIS Alberto Deambrogio: Spesso si parla di algoritmi come strumenti tecnici di controllo, ma lei introduce il termine tecno-archia per suggerire un vero e proprio regime ontologico. In che modo questa “archia” (questo comando) differisce dalle forme di totalitarismo del Novecento, e perché oggi l’obbedienza al sistema sembra passare attraverso la ricerca individuale di performance e autorealizzazione? Lelio Demichelis: Differisce nel senso che è la Tecno-archía (totalitaria per sua essenza) ad avere permesso la nascita poi dei totalitarismi politici del ‘900. Ma totalitaria era anche la società tecnologica avanzata, come la definiva Marcuse negli anni ’60. Quindi gli algoritmi non sono solo strumenti tecnici di controllo, ma una delle forme tecniche ontologiche per il governo eteronomo della vita degli uomini in una società tecnica, dove l’uomo sta smettendo pure di pensare, lasciandolo fare alla IA. Ma tutto ha la sua radice nella modernità, nella rivoluzione scientifica e poi industriale e la Tecno-archía è iper-totalitaria e produce e sussume in sé anche totalitarismi apparentemente settoriali – come quello oggi digitale, ieri quello industriale e consumistico. Tecno-archía che si esprime nella ontologia della razionalità strumentale/calcolante-industriale, intendendo per ontologia il senso omologato e uniforme del come dover vivere, del cosa dover pensare e fare,di tutti e di ciascuno. È il potere archico non tanto di singoli uomini (come la monarchia o l’oligarchia), ma di un sistema di pensiero, del fatto sociale totale-totalitario della iper-modernità digitale, che ha chiuso tutti noi in una gabbia fatta di numeri, di calcolo e di calcolabilità, di pianificazione archica, di standardizzazione anche se tutto è offerto come sempre nuovo e diverso. E crediamo che questo sia razionale confondendo l’esatto matematico con il giusto morale – mentre è una razionalità irrazionale, una Nave dei folli– dove sfruttamento si affianca ad auto-sfruttamento, libertà a repressione, crisi climatica e sociale a edonismo e irresponsabilità. A.D.: Se la tecnica non è più un mezzo ma il fine ultimo che tutto sussume, che spazio rimane per il “politico” inteso come capacità di immaginare alternative? La tecno-archia ha definitivamente neutralizzato la dialettica tra capitale e lavoro, trasformandoci tutti in semplici “funzionari” di un apparato che non prevede più il dissenso? L.D.: Apparentemente nessuno spazio, se il politico è stato tradotto/tradito in tecnico ed economico. Per ritrovare il politico dovremmo uscire dalla Tecno-archía – e questa uscita è per me il nuovo spazio politico e del politico da costruire. La democrazia, nella Grecia antica, nasce quando il demos prende consapevolezza del proprio potere (crazia e non archía) e depone l’oligarchia. Oggi vige ovunque il medesimo regime ontologico/teleologico (l’archía) di accrescimento illimitato e di volontà di onnipotenza. E quindi, deporre la Tecno-archía sembra essere l’unica e ultima possibilità rimasta, difficile ma necessaria. Purtroppo, in questo non ci aiuta il marxismo che non solo ha accettato il potere archico del capitalismo/neoliberalismo, ma da sempre rifiuta di comprendere il potere archico in sé e per sé della tecnica moderna e industriale – tecnica che mai libera l’uomo (rifiutando, essendo un potere archico, uomini liberi e autonomi, li vuole funzionali e produttivi sempre di più) –;ovvero è l’organizzazione tecnica della fabbrica e non la proprietà dei mezzi di produzione la causa dell’oppressione sociale, come scriveva Simone Weil e oggi tutta la società è diventata una fabbrica; e il taylorismo è l’ontologia tecno-archica che si fa prassi, oggi digitale e che ha scomposto la fabbrica, la classe operaia e lo stesso individuo (facendolo divisum) – e da ultimo la conoscenza, nel taylorismo cognitivo della IA – perché tutto possa essere così meglio sussunto/integrato nell’archía. Ovvero: le sinistre continuano a non voler capire che tra uomo, libertà, democrazia e biosfera da un lato e Tecno-archía dall’altro ogni compromesso (come tra capitale e lavoro) è controproducente. A.D.: Nel suo libro emerge l’idea di un’umanità che si adatta plasticamente alle esigenze della macchina. In questa mutazione antropologica, è ancora possibile rintracciare un “residuo umano” che sfugga alla logica dell’efficienza, o la nostra stessa psiche è diventata un’estensione del software globale? L.D.: Questo adattarci alle macchine – alla Tecno-archía – è ben riassunto dal motto dell’Esposizione Universale di Chicago del 1933: La scienza scopre, l’industria (cioè la tecnica) applica, l’uomo si adegua. E da allora – in realtà dalla rivoluzione scientifica e poi industriale – ci siamo adeguati alla catena di montaggio, alla bomba atomica, alla flessibilità del lavoro e ora ci adattiamo all’intelligenza artificiale e alla crisi climatica, come se fossero dei dati di fatto e non dispositivi eternomi della Tecno-archía. Siamo cioè in un gigantesco deficit di democrazia (ovvio, essendo sussunti in un sistema archico), in un massimo di alienazione (se devo adeguarmi, non sono libero) e in un colossale sbilanciamento di potere. E sì, crediamo di poter decidere su quasi tutto, ma mai possiamo su scienza, tecnica e capitale (e la democrazia economica e industriale del ‘900 sono state parentesi presto richiuse, grazie al digitale e al neoliberalismo), cioè mai sui poteri che più impattano, ma archicamente, su di noi. E allora, non basta (ma è comunque doveroso) conservare spazi e tempi che sfuggano alla valorizzazione/mercificazione/efficientizzazione capitalistica-neoliberale e soprattutto all’integrazione tecnica; ma su tutto occorre attivare un nuovo conflitto/antagonismo che sia in primo luogo ontologico contro il potere archico – e se è vero che la critica alla modernità non è cosa nuova, radicalmente nuovo è considerarla un potere archico, come appunto faccio nel mio libro. Ma solo riconoscendola come potere archico si potrà forse generare un pensiero (ma per pensare bisogna leggere libri e non farli riassumere dall’Assistente IA) destituente anti-archico e insieme re-istituente demo-cratico e sempre an-archico. Cioè senza principi/fondamenti assoluti e totalitari (senza arché). Maddalena Brunasti
February 26, 2026
Pressenza
Banche e finanza: legalità senza giustizia
Dal podcast Unchained alle azioni collettive: come cittadini e movimenti sociali monitorano la finanza per difendere diritti e territori. Il podcast di Valori.it, “JP MORGAN: La banca che ha sostenuto Jeffrey Epstein e la banalità del male”, ultima puntata di Unchained – Storie di ordinario capitalismo selvaggio, parte da un cortocircuito potente: mentre a Francesca Albanese, relatrice speciale ONU, viene di fatto impedito di aprire un conto corrente a causa delle sanzioni statunitensi con effetti extraterritoriali sull’intero sistema bancario globale, Jeffrey Epstein¹ – già condannato nel 2008 per sfruttamento della prostituzione minorile – continuava a beneficiare di relazioni privilegiate con una delle più grandi banche del mondo, JPMorgan Chase. Il racconto di Lorenzo Tecleme non indulge nel sensazionalismo. Al contrario, smonta la narrazione complottista e mostra qualcosa di più inquietante: non una cospirazione segreta, ma una rete di relazioni economiche alla luce del sole. Secondo ricostruzioni giornalistiche – tra cui un’inchiesta del New York Times – dirigenti della banca avrebbero consentito a Epstein operazioni anomale, linee di credito e movimentazioni che avrebbero dovuto attivare controlli antiriciclaggio. Dopo lo scandalo, il manager coinvolto ha lasciato l’istituto, ma la struttura che ha reso possibile quel rapporto è rimasta intatta. NON È UN’ECCEZIONE. È UN MECCANISMO La questione centrale non è il mostro individuale, ma il sistema finanziario che consente a certi attori di operare indisturbati finché producono profitto economico. Il podcast allarga poi lo sguardo: le banche non sono entità oscure che agiscono nell’ombra. Le banche operano legalmente in settori come combustibili fossili e industria bellica, e quando le regole sono controllate da chi ne beneficia, smettono di tutelare diritti, ambiente e democrazia. Ed è proprio qui che si manifesta la frattura tra legalità e giustizia: quando le regole sono scritte da chi ne beneficia, leggi e istituzioni smettono di essere uno strumento di equità e diventano un meccanismo di repressione e protezione degli interessi economici di multinazionali e gruppi finanziari, il cui obiettivo è il profitto, non la tutela dei territori e dei diritti umani. La legalità da sola non garantisce trasparenza: quando le regole restano opache e le decisioni non sono controllabili, si aprono spazi in cui corruzione e abusi possono prosperare, aumentando il rischio democratico. Non è una questione nuova. Nel 1972, nel suo storico discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Salvador Allende denunciava il potere delle multinazionali – chiamandole “sociedades transnacionales” – capaci di interferire nella sovranità degli Stati e di condizionare processi democratici. A oltre cinquant’anni di distanza, il nodo resta: > chi decide davvero le regole dell’economia globale? Chi stabilisce cosa sia > legale in uno Stato? E chi controlla i controllori? In questo quadro si inserisce un’altra domanda scomoda: quali interessi economici sostengono oggi derive autoritarie e nazionaliste? Il Transnational Institute (TNI), nel rapporto “Follow the money: The business interests behind the far right” (3 febbraio 2026)², analizza le connessioni tra settori emergenti della finanza alternativa (private equity, hedge fund), comparti sotto pressione come i combustibili fossili e frazioni di capitale domestico che utilizzano governi autoritari per ridefinire equilibri e regole. Non esiste un unico blocco monolitico: esistono convergenze di interessi materiali. Comprenderle è condizione per un antifascismo economico, che non sia solo morale. Questo significa anche nominare ciò che spesso resta implicito: il lobbying. Gruppi di pressione sulle istituzioni europee che operano stabilmente per orientare direttive, regolamenti e politiche pubbliche. Vale per le lobby dei combustibili fossili, per il settore finanziario e per reti come ELNET³, attiva nel rafforzare relazioni politiche tra Unione Europea e Israele. Le istituzioni non sono mai neutre: sono attraversate da interessi economici. Ma non tutte le pressioni sono equivalenti. Esiste una differenza sostanziale tra il lobbying esercitato da grandi gruppi economici per massimizzare profitti e la pressione politica esercitata da movimenti sociali che rivendicano diritti umani, beni comuni e cancellazione del debito. Le istituzioni sono sempre terreno di conflitto: la questione è quali interessi riescano a imporsi. Anche l’industria militare è sostenuta da investimenti bancari: fondi e ETF possono finanziare aziende produttrici di armi impiegate in conflitti. La mancanza di trasparenza non è inevitabile, ma una scelta di governance. Un esempio concreto è quello della General Dynamics, l’unico produttore statunitense dei corpi bomba della serie Mark 80, inclusa la MK‑84 (“Hammer”). Un’inchiesta di Al Jazeera (“The Rest of the Story”, febbraio 2026) ha documentato l’uso di queste munizioni termiche e termobariche nel conflitto a Gaza, ricostruendone la catena di fornitura e le implicazioni umanitarie. Il loro impiego in aree densamente popolate solleva gravi questioni di diritto internazionale. «Come facevano i nazisti nei campi di concentramento: le bombe disintegrano l’intera materia organica». Per quasi 3.000 persone, tra donne e bambini, non ci sono corpi da seppellire né funerali da celebrare. MOVIMENTI PER IL DISARMO E LA GIUSTIZIA ECONOMICA Non a caso movimenti come BDS Italia chiedono un embargo militare, mentre reti civili italiane — Sbilanciamoci!, Fondazione PerugiAssisi, Rete Italiana Pace e Disarmo, Coordinamento No Nato, No Rearm Europe e Operazione Colomba della Papa Giovanni XXIII — organizzano formazione, proteste e campagne per il disarmo e la riduzione delle spese militari, tra cui la campagna “Ferma il riarmo”. In Italia, ReCommon agisce come osservatorio critico dei flussi di denaro pubblico e privato: monitora investimenti di grandi gruppi bancari in progetti fossili, denuncia legami tra finanza, grandi imprese energetiche e governi, pratica azionariato critico nelle assemblee societarie e fa pressione affinché garanzie pubbliche non sostengano progetti climaticamente distruttivi. Vari movimenti europei —  Finance Watch, Tax Justice Network, Attac, CADTM Italia, Eurodad — sono lobby di cittadine e reti transnazionali⁵ che producono studi, proposte legislative, organizzano monitoraggi e campagne per promuovere disarmo, giustizia economica e tutela dei diritti. Anche reti religiose – come Caritas Internationalis con la campagna “Cambiare la rotta: Trasforma il debito in speranza” in vista del Giubileo 2025 – e diverse Chiese riformate hanno chiesto la remissione del debito come imperativo morale. Movimenti del Sud globale denunciano da decenni un sistema finanziario che estrae ricchezza (materie prime e sfruttamento lavorativo) dai Paesi poveri, chiedendo la cancellazione del debito pubblico ritenuto insostenibile. Tutto questo non è un elenco accessorio: è il contesto in cui il caso Epstein acquista senso politico. Se la finanza può isolare una funzionaria ONU attraverso sanzioni extraterritoriali e al tempo stesso sostenere, per anni, un cliente già condannato per pedofilia perché economicamente redditizio, allora la questione non è morale ma strutturale e democratica. DEMOCRAZIA E TRASPARENZA NELL’ECONOMIA GLOBALE Quando il potere economico condiziona la scrittura delle leggi, quando le lobby operano in assenza di trasparenza e senza reali meccanismi di controllo pubblico, la legalità oggi sostiene un sistema sempre meno vincolato alla giustizia e alla tutela dei diritti umani. La crisi non è episodica: è strutturale. Si manifesta nelle leggi cucite ad personam, nella difficoltà di tutelare l’ambiente e i territori, nell’aumento della repressione e criminalizzazione del dissenso, nella progressiva erosione della sovranità democratica delle comunità. È una forma di corruzione istituzionale che svuota dall’interno il principio stesso di responsabilità pubblica e incrina il patto tra istituzioni e cittadini che versano le tasse. Il podcast di Valori.it dimostra che non servono teorie su cupole segrete né riti satanici per spiegare l’impunità delle élite economiche. Analizzare i flussi finanziari è un atto di consapevolezza democratica. Significa chiedersi dove finiscono i nostri risparmi, quali interessi sostengono e quali mondi rendono possibili. Significa anche capire come la legalità possa divergere dalla tutela dei diritti umani, dell’ambiente e dei territori. Unchained rende visibile la routine economico-amministrativa che chiamiamo capitalismo, mostrando che la banalità del male non è un’eccezione. È un sistema che può essere interrotto e trasformato solo diventando consapevoli, contrastando l’influenza delle lobby economiche. Agendo come cittadini, consumatori e correntisti responsabili, capaci di tutelare diritti e territori da decisioni guidate e esclusivamente dal profitto. La trasparenza è fondamento della democrazia.   NOTE A PIÈ DI PAGINA 1. Jeffrey Epstein: nel 2008 si dichiarò colpevole in Florida per reati legati allo sfruttamento sessuale di minori, beneficiando di un controverso patteggiamento. Il suo rapporto con JPMorgan Chase è stato oggetto di cause civili e inchieste giornalistiche. Documenti giudiziari e articoli del The New York Times (“JPMorgan Kept Jeffrey Epstein as a Client Despite Internal Warnings”, 2019–2023), insieme alla copertura di Reuters e Financial Times, hanno evidenziato che la banca lo mantenne come cliente per anni nonostante segnalazioni interne, sollevando interrogativi sull’efficacia dei controlli di conformità, inclusi gli obblighi antiriciclaggio (AML) e le procedure di know-your-customer (KYC). 2. Transnational Institute (TNI), “Follow the money: The business interests behind the far right” (3 febbraio 2026); TNI, “Corporate Power, A David and Goliath struggle for the 21st century” (2019).  Si veda anche l’iniziativa “Stop Corporate Impunity”, che promuove strumenti giuridici vincolanti per ritenere le imprese responsabili di violazioni dei diritti umani. Spesso citata come Global Campaign to Reclaim People’s Sovereignty, Dismantle Corporate Power and Stop Impunity è una rete globale che comprende oltre 250 organizzazioni, movimenti sociali, sindacati e comunità colpite dalle attività delle multinazionali: https://www.stopcorporateimpunity.org/ 3. European Leadership Network (ELNET), organizzazione attiva nel rafforzamento delle relazioni politiche tra Unione Europea e Israele, spesso descritta come uno dei principali gruppi di pressione pro-Israele, considerato braccio europeo dell’APAC (American Israel Public Affairs Committee). Per un approfondimento sulle dinamiche di pressione politica e mediatica, si veda la recente intervista video tra Alessandro Di Battista e Rula Jebreal (YouTube Live, febbraio 2026), in cui vengono discusse le relazioni tra lobbying internazionale, finanziamenti politici e quella che Jebreal definisce “israelizzazione” delle società occidentali, intesa come progressiva erosione dei diritti civili in nome della sicurezza. 4. Per informazioni sulle campagne BDS “Embargo militare” e “Banche Complici” scrivere via mail a: bdsitalia.embargomilitare@gmail.com . Articolo: Stop al commercio di armi e alla cooperazione militare con Israele: https://bdsitalia.org/index.php/campagne/embargo-militare; Petizione “Interrompiamo il transito di armi dai porti italiani”, campagna 2026: https://c.org/5qvKZbSvkb 5. Reti attive su regolazione finanziaria e debito: – Sbilanciamoci! (coalizione di oltre 50 organizzazioni italiane) – Finance Watch (contro-lobby cittadina presso l’UE) – Tax Justice Network (lotta a evasione fiscale e segretezza bancaria) – Attac (promozione della Tobin Tax e contrasto ai paradisi fiscali) – CADTM Italia (annullamento dei debiti illegittimi) – Eurodad (rete europea su debito e sviluppo)   Il mio precedente articolo: > Il problema siamo noi   Valentina Fabbri Valenzuela
February 22, 2026
Pressenza
Chi rifonderà la democrazia?
Nel paese il cui elettorato ha mandato al potere, con un programma dichiaratamente razzista, un personaggio come Trump – peraltro reduce da un colpo di Stato fallito contro le regole del sistema elettorale – si è manifestata la reazione generale di un’intera città contro la caccia all’uomo scatenata dalla milizia di Stato addetta alla cattura dei migranti (l’Ice).  Secondo il manifesto, tra i pochi che ne hanno parlato, il conflitto è acutissimo: “Ci sono intere famiglie che non escono più di casa, e i vicini fanno la spesa per loro, portano fuori la spazzatura, lavano i panni per chi non ha una lavatrice e deve usare quelle a gettoni. Questa organizzazione capillare esiste in tutta la città. Comprende anche gruppi di osservatori che, sfidando il freddo estremo di Minneapolis, presidiano le zone a maggiore concentrazione di immigrati, armati di fischietti e megafoni per lanciare l’allarme: «La migra, la migra»… Tutti si sentono in dovere di fare qualcosa e, esattamente come sotto un’occupazione, bisogna sabotare le manovre degli occupanti usando le armi a disposizione… La distinzione tra attivismo organizzato e società civile è saltata. A partecipare alla resistenza è l’intera città. Non solo attraverso le grandi manifestazioni, ma con una costellazione di azioni quotidiane, diffuse, difficili da reprimere”. Un “mutuo appoggio” come questo può assumere le forme più diverse, ma lo spirito che spinge una parte della popolazione ad aiutarsi a vicenda per salvare i propri concittadini da un assalto squadristico non è diverso da quello che altrove o in altre circostanze la induce a far fronte alle devastazioni di una guerra o a una catastrofe prodotta dalla crisi climatica. Certo, queste azioni collettive non bastano se non portano quello spirito di fratellanza e sorellanza che le anima a solidificarsi in organismi permanenti (quelli che chiamiamo “comunità”) e questi a mettere insieme le forze per condizionare l’azione dei governi, a tutti i livelli. Ma le radici di una nuova democrazia sostanziale oggi vanno cercate innanzitutto nella resistenza quotidiana contro ogni devastazione: tanto quelle prodotte dalle guerre contro i nemici sia “esterni” che “interni”, quanto quelle provocate dalla crisi climatica e ambientale. Ma c’è un nesso stretto tra queste “disgrazie”. La crisi climatica si manifesta da tempo in una molteplicità di eventi catastrofici – uragani, incendi, alluvioni, siccità e altro ancora – che forniscono a un campione sempre più ampio di abitanti del pianeta un anticipo di ciò che dovranno affrontare quasi quotidianamente i nostri figli e nipoti. Ma ai livelli governativi se ne parla sempre meno; la scena ufficiale è stata occupata dalle guerre, dall’invasione russa dell’Ucraina, dalla strage del 7 ottobre, dallo sterminio degli abitanti di Gaza. Non che prima di guerre non ce ne fossero: ma non occupavano la scena al punto di impedire a un numero crescente di cittadini, e soprattutto di vittime del clima, una progressiva consapevolezza della gravità della crisi ambientale; né alla componente dell’establishment mondiale più esposta agli umori dell’opinione pubblica, una ipocrita assunzione di responsabilità, ampiamente esibita nella serie infinita quanto inconcludente delle conferenze sul clima.  Ma le guerre non si svolgono solo nei teatri dei combattimenti e delle stragi. Impregnano di sé tutto: dallo “spirito pubblico”, alimentato da media sempre più bellicosi, all’economia, dalla cultura alla ricerca scientifica, dalla cronaca all’istruzione. Il risultato è comunque una corsa generale agli armamenti; quelli “vecchi” e costosi: bombe, razzi, cannoni, carri armati, aerei e navi, per far sì che l’economia torni a “tirare” (con il ripristino della leva per farli funzionare); e quelli “nuovi” o “smart” che le forme attuali della guerra hanno portato alla ribalta: droni, sensori, satelliti, reti informatiche e intelligenza artificiale; e poi hackeraggio e false flag per disorientare l’opinione pubblica, ma anche milizie private e iniziative terroristiche, sia anonime che rivendicate.  Ma contro quale nemico è diretto quel riarmo? Quelle armi, soprattutto quelle “nuove”, sono tutte “dual use”; possono essere usate in una guerra o in una campagna di sterminio, ma sono anche strumenti di sorveglianza, di controllo o di liquidazione di un “nemico interno”. Innanzitutto, i migranti, quelli già inseriti e quelli in arrivo; ma sempre più anche quelli in partenza da paesi lontani. Poi la popolazione giudicata ostile, o superflua, o “ingombrante” (Gaza insegna). Poi, ovviamente, i dissidenti, di qualsiasi tipo. Infine, le rivolte di popolazioni colpite da un disastro ambientale contro i governi locali o nazionali che non hanno fatto nulla per prevenirle né per favorire il ripristino di condizioni di vivibilità, come a Valencia. E’ una estensione del ricorso alla forza delle armi che si avvale – e non potrebbe funzionare altrimenti – del clima di belligeranza e di odio creato dal primato attribuito alla guerra. Lo spirito pubblico che aleggia sull’operato di tutti i Governi non è che una versione specifica di un clima perverso che li accomuna tutti. L’assalto alle libertà, alle condizioni di vita, all’integrità e all’esistenza stessa del “nemico interno” non attenua comunque la promozione e l’intensificazione delle guerre contro quello “esterno”; né l’attenzione e le risorse sconfinate dedicate a queste riducono – caso mai accelerano – le devastazioni che il procedere della crisi climatica e ambientale porta con sé. Visti dalla posizione delle vittime, la reazione contro questi assalti contigui non offre possibilità di scelta: bisogna affrontarli tutti e tre, in modo che le relative resistenze si rafforzino tra loro. Senza deleghe ai governi, alle istituzioni o alle “forze politiche” nazionali, sovranazionali o locali impegnate per lo più non a combatterli, ma a promuoverli, a sostenerli o a consentirli. Dunque, bisogna contare sulle proprie forze. Ma quali? Oggi a disposizione ci sono quasi solo quelle del “mutuo appoggio”: bisogna ricominciare di lì. Guido Viale
January 24, 2026
Pressenza
Lo scudo europeo per la democrazia: la fiaba del cittadino da proteggere e le fabbriche del falso
Lo Scudo europeo per la democrazia viene presentato come un argine a disinformazione e interferenze straniere, ma finirà per istituzionalizzare la censura preventiva nello spazio informativo. Diventano suscettibili di limitazioni contenuti “altrimenti legali” ma “rischiosi”, una categoria tanto elastica da inglobare qualunque contenuto politicamente scomodo. La “difesa della democrazia” comporta la stigmatizzazione del conflitto delle idee come devianza e la costruzione di una filiera di segnalazione, fact-checking e neutralizzazione finalizzata a “tutelare l’integrità dello spazio informativo” e che coinvolge piattaforme online, ONG e istituzioni pubbliche sotto un’opaca regia del potere esecutivo. È un dispositivo che, se attuato, minerà alla radice i diritti fondamentali della libertà di espressione e della libera circolazione delle idee, pietre angolari di una democrazia sostanziale. (Seconda parte) Ecco il link alla prima parte. LA FIABA DEL CITTADINO DA PROTEGGERE E LE FABBRICHE DEL FALSO La logica che sottende allo Scudo – e alla sua accettazione sociale – si fonda sulla tesi del cittadino che deve essere protetto da se stesso, incapace di pensare, discernere e partecipare in modo responsabile al discorso pubblico. Carlo Magnani[i] riassume questa visione richiamando una metafora perfetta: i cittadini come tanti Cappuccetto Rosso nella foresta digitale, pronti a essere sbranati “dal Lupo Cattivo delle fake news o degli algoritmi prefabbricati”, fragili e suggestionabili dai manipolatori dell’informazione, escludendo – beninteso – i media mainstream, la tv e i quotidiani; la Commissione, affiancata da piattaforme e fact-checker, è il benevolo cacciatore che salva Cappuccetto. È una fiaba che ha molta presa perché figlia di un clima culturale di lunga durata, segnato dalla grammatica del TINA (“There Is No Alternative”), secondo cui la complessità va governata dall’alto, il cittadino è un soggetto incompetente, ciò che devia dalla linea tecnico-istituzionale è negazionismo. Il risultato è l’idea, politicamente comodissima, di una “democrazia protetta” per mezzo di filtri informativi presentati come misure di salute pubblica[ii]. Ma è una fiaba che rovescia la realtà. La disinformazione e la menzogna non nascono con i social media né sono un incidente di Internet, ma, come ci ricorda Marco D’Eramo[iii], sono dispositivi antichi quanto la politica. I primi disinformatori o misinformatori non sono, storicamente, i cittadini, ma i poteri che cercano di governarli. Ciò che è cambiato nel corso dei secoli sono gli strumenti, perché, come scrive Vladimiro Giacché in “La fabbrica del falso”[iv], “la menzogna è il grande protagonista del discorso pubblico contemporaneo”. Tanto per ragionare di “interferenze straniere”, come si può non ricordare di quando Colin Powell al Consiglio di sicurezza dell’ONU nel 2003 dichiarò: “Every statement I make today is backed up by solid sources…”, brandendo “solide prove” sulle presunte armi di distruzione di massa irachene, che si rivelarono, dopo una guerra che durò otto anni e che causò mezzo milione di morti civili, inesistenti. A ingannare l’opinione pubblica statunitense e occidentale perché sostenesse la necessità di un atto di aggressione non furono troll stranieri, ma un alto rappresentante della principale democrazia occidentale. Il caso Powell è solo un esempio di una lunghissima sequela di narrazioni ufficiali presentate dall’Occidente democratico per giustificare politiche coercitive[v], militari o economiche, dai costi umani altissimi[vi] ai danni del resto del mondo. Che “la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era in parte falsa” ce lo ha appena confermato il primo ministro del Canada, Mark Carney, al World Economic Forum (Davos, 20 gennaio 2026). Resta solo da intendersi sull’“in parte”. In definitiva, la vera posta in gioco per l’establishment al potere non è altro che la tenuta delle mistificazioni istituzionali, finché conviene, perciò contro-narrazioni credibili e capaci di renderle visibili e contestabili non devono emergere. Dunque lo Scudo, che pretende di proteggere il cittadino filtrando il discorso pubblico, altro non è che lo strumento per proteggere il potere da ciò che lo contraddice, neutralizzando il discorso democratico. Anche la retorica della scienza messa in campo dal potere politico è funzionale allo stesso scopo. Certamente la verità è un obiettivo di lungo termine per l’impresa scientifica: la si approssima quando la comunità scientifica resta fedele a principi di apertura, disinteresse e revisione continua delle conoscenze acquisite. Di contro, la scienza non è un deposito di verità, indiscutibili prêt-à-porter da usare come clava, ma è un metodo di lavoro e, dunque, come ogni pratica umana, è fallibile, esposta a incentivi, pressioni e catture. Per questo la retorica della verità scientifica come fondamento neutrale delle politiche pubbliche è una truffa ai danni dei cittadini e dell’ambiente, oltreché della democrazia. Come osserva Elisa Lello[vii], da una parte l’epistemologia non può essere separata dall’economia e dalla politica, dall’altra gli interessi privati non si limitano più a reagire alla scienza, ma sono diventati abilissimi nel perseguire i propri obiettivi facendo leva sulla scienza stessa. Tre esempi recentissimi – tutti tratti dal campo dell’agricoltura – illustrano i meccanismi di un uso distorto della scienza e le insidie sottese a logiche reputazionali che coinvolgono riviste e scienziati: 1) La vicenda Xylella, di cui Francesco Sylos Labini si era occupato in questo blog (13/01/2016, 25/09/2016). Un rapporto del WWF del novembre 2025, di cui raccomando fortemente la lettura, descrive la gestione dell’“emergenza” in Puglia come caratterizzata da forte interventismo, con misure di “abbattimento massivo” di ulivi, compresi esemplari secolari e monumentali, sproporzionate e prive di solide basi scientifiche. Il rapporto richiama come fosse noto già dal 2015, anche all’Autorità europea per la sicurezza alimentare (European Food Safety Authority – EFSA, 2015), che il batterio Xylella fastidiosa fosse “endemico e non più eradicabile”, così come era noto fin dal 2013 che il disseccamento rapido avesse cause multifattoriali e riconducibili a diversi patogeni[viii], tanto è vero che un decennio di monitoraggi rivela che solo una piccolissima frazione degli ulivi con sintomi di disseccamento risulta positiva alla Xylella (Ciervo e Scortichini, 2024). Ciononostante, in virtù della regola comunitaria dei 50 m (che impone l’abbattimento di tutti gli ulivi nel raggio di 50 m da una pianta positiva al test, anche se asintomatici) il numero di abbattimenti è cresciuto sensibilmente negli ultimi anni – a dispetto della scienza, verrebbe da dire. Si tratta di fatti che mettono bene in chiaro il senso (o il non-senso) di strategie concentrate su monitoraggio e abbattimenti estensivi. Il WWF evidenzia come tali misure abbiano favorito un modello agricolo intensivo a scapito di un’“agricoltura custode” del paesaggio storico e della biodiversità, orientata alla convivenza con il patogeno, anziché all’eradicazione, attraverso alternative agro-ecologiche. Rispetto a questo esito disastroso per gli ulivi e le comunità locali, è doveroso ricordare il discorso scientista a sostegno di tali strategie: articoli di fuoco (Un paese che odia la scienza, Paolo Mieli, Corriere della Sera, 11 gennaio 2016; numerosi interventi su Il Foglio, uno per tutti: La storia del complotto anti ulivi smontata anche dall’Europa; contributi su riviste di divulgazione scientifica), sorretti da una postura estremamente dogmatica dell’Accademia dei Licei, che in un rapporto del giugno 2016 scriveva: “l’agente causale della [malattia] è Xylella fastidiosa, una conclusione non più discutibile”; ribadendo nel giugno 2017: “Questi nuovi studi forniscono un’ulteriore irrefutabile evidenza della correlazione tra malattia degli olivi e Xylella” denunciando nel 2018: “il negazionismo della Xylella come origine della malattia degli ulivi pugliesi” fino a sostenere (12 aprile 2019): “si agisca prontamente, ai fini delle misure di contenimento, eventualmente anche in deroga a misure di carattere ambientale, paesaggistico e storico”. 2) Glifosato, l’erbicida più usato al mondo commercializzato da Monsanto e poi Bayer col marchio Roundup. A inizio dicembre 2025 la rivista Regulatory Toxicology and Pharmacology ha pubblicato la retraction notice dell’articolo “Safety evaluation and risk assessment of the herbicide Roundup and its active ingredient, glyphosate, for humans” (2000), motivandola con problemi di authorship, misrepresentation del contributo dello sponsor, auto-referenzialità delle conclusioni sugli aspetti di cancerogenità, conflitti d’interesse. Si tratta di un articolo che ha avuto un’enorme influenza a livello regolatorio, per la valutazione della sicurezza del glifosato[ix]. La stampa di questi giorni[x] ha collegato la vicenda alle rivelazioni sui Monsanto Papers (2017)[xi] e al tema del ghostwriting. Eppure, quando a valle di quelle rivelazioni, associazioni e ricercatori sollevarono dubbi sulla nocività del glifosato e sulla neutralità della letteratura e delle valutazioni regolatorie, furono liquidati come produttori di “fake news” o “allarmismi infondati”: basti ricordare titoli come “Fake news: il caso-glifosato” della Fondazione Umberto Veronesi o articoli che contrapponevano le “bufale” di associazioni e movimenti alle “evidenze scientifiche” di agenzie come l’EFSA[xii]. 3) Dossieraggio dei ricercatori critici su pesticidi e OGM. L’inchiesta Bonus Eventus files (Le Monde/Lighthouse Reports) ha rivelato nel 2024 l’esistenza della piattaforma privata statunitense  “Bonus Eventus”, creata dall’ex direttore della comunicazione di Monsanto Jay Byrne, che ha accumulato e condiviso, su scala internazionale, informazioni personali e talvolta denigratorie su scienziati, giornalisti e attivisti critici verso pesticidi e OGM, mettendo a disposizione dell’industria “munizioni” reputazionali per screditare e intimidire. In tutti e tre i casi si tratta di vera e propria guerra sul terreno epistemico, resa razionale dal fatto che gli snodi tecnici che legittimano le scelte (per esempio EFSA) e quelli che le decidono e attuano (Commissione/DG SANTE, Stati membri, autorità locali) dipendono da un ecosistema di credibilità, dossier e campagne (dis)informative in cui l’industria investe sistematicamente. Sul piano del dibattito pubblico, in nome della scienza si chiude lo spazio della discussione e la verità viene usata per trasformare scelte controverse in necessità tecniche. Ad oggi[xiii] nessuna presa di posizione sul rapporto del WWF, e sulle prove scientifiche in esso citate, risulta pervenuta da parte delle citate testate e istituzioni schierate a difesa della scienza nel caso Xylella. Di consuetudine, una volta legittimate le misure straordinarie, si sceglie o l’oblio o, nel migliore dei casi, la formula delle scuse: abbiamo agito secondo le migliori prove allora disponibili. Si tratta, però, di una formula autoassolutoria fuorviante. In numerose circostanze, infatti, i limiti, le incertezze e la portata parziale, se non proprio insufficiente, delle prove scientifiche, così come i conflitti d’interesse che ne influenzano la produzione e l’interpretazione, sono noti, ma vengono sistematicamente rimossi dal discorso pubblico, presentando come conoscenze consolidate ipotesi (o forse dovremmo dire wishful thinking) o, al più, risultati preliminari[xiv]. Non si tratta dunque di una semplice sottovalutazione, quando va bene riconosciuta ex post, della fallibilità della scienza, ma piuttosto di una selezione sistematica dell’informazione scientifica da diffondere, funzionale alla costruzione di narrazioni a supporto di decisioni irreversibili. Assistiamo così da tempo a un tradimento del principio di precauzione, in perfetta coerenza con il manifesto tecno-ottimista degli oligarchi tecno-finanziari di cui sopra: “Our enemy is the Precautionary Principle […] The Precautionary Principle continues to inflict enormous unnecessary suffering on our world today. It is deeply immoral, and we must jettison it with extreme prejudice.” Se la polis greca sapeva che la politica appartiene alla doxa, ovvero all’opinione e alla narrazione, e non certo all’epistéme, oggi l’epistéme è troppo spesso catturata dalla politica (a sua volta integrata in una gerarchia di potere più ampia, in cui interessi pubblici e privati risultano strettamente intrecciati) e ridotta a sigillo scientifico da apporre alla versione dei fatti che si vuole imporre come verità. Viene cioè trasformata da strumento per comprendere il mondo a strumento per governarlo: “una pretesa totalitaria”, come la definisce Giuseppe Longo[xv], che presuppone, per funzionare, una forma di fiducia superstiziosa dei cittadini nella scienza. Il tutto si manifesta nel dibattito pubblico attraverso un fenomeno culturale che nell’ultimo decennio ha fatto fortuna: un identitarismo scientista, alimentato da una divulgazione bullizzante, amplificata dai media, che riduce contestazioni fondate a ignoranza, patologia, complottismo, perché il suo unico obiettivo è certificare la verità del potere costituito. Anziché vagheggiare di danni prodotti dal nemico immaginario dell’antiscienza, fenomeno tutt’al più marginale ma categoria molto sfruttata nel discorso pubblico, perché utile a marchiare proprio tutti, compresi gli scienziati, quando non si conformano, sarebbe ora di cominciare a chiedersi e a studiare con molta serietà quanti danni faccia lo scientismo. E sarebbe altrettanto auspicabile ragionare sulle conseguenze della visione oggi prevalente, anche per effetto dei dispositivi di finanziamento e di valutazione della ricerca, della scienza come “tecno-fix”[xvi]: la promessa di un palliativo ai problemi del mondo, spinta a produrre soluzioni prima ancora di produrre conoscenza e portata a trascurare l’indagine sulle cause dei problemi che è chiamata a risolvere e la ricerca di nuove prospettive. È dentro questo orizzonte che trovano più facilmente spazio e consenso le proposte di governance dell’informazione previste nello Scudo, come l’apposizione di un sigillo di verità e il pre-bunking, che nulla hanno di scientifico (e di democratico) se l’obiettivo è la costruzione e la circolazione della conoscenza e non il controllo del discorso pubblico. Ringraziamenti. Ringrazio di cuore Juan Carlos De Martin e Maurizio Tirassa per l’attenta lettura della prima versione di questo lavoro e per i preziosi consigli e spunti che mi hanno offerto, nonché Fabrizio Barpi per la segnalazione di alcuni utili riferimenti. Desidero inoltre ringraziare l’Associazione Italiana per la promozione della Scienza Aperta (AISA) per le occasioni di confronto e discussione sul rapporto tra scienza, conoscenza e democrazia. Assunzione di responsabilità. Le opinioni espresse sono di mia esclusiva responsabilità, così come eventuali imprecisioni, e non riflettono necessariamente le posizioni delle istituzioni o delle organizzazioni cui afferisco. [i] Magnani, C. (2021), Finché ci sono fake news c’è speranza, Carocci. Per una discussione critica del volume di Magnani e del contesto del dibattito su “post-verità” e “fake news”, cfr. Leandro Cossu, “Finché ci sono fake news c’è speranza!”, La Fionda, 3 aprile 2021. [ii] von der Leyen (Copenhagen Democracy Summit/Congress, 14 May 2024) ricorre a un lessico medico in tema di lotta alla disinformazione: parla di “societal immunity” e sostiene che “pre-bunking is more successful than de-bunking […] In short, prevention is preferable to cure. Think of information manipulation as a virus.”, assimilando il pre-bunking alla profilassi vaccinale (“it is better to vaccinate, so that our body is inoculated”). Per la cornice concettuale (Inoculation Theory) e la definizione di pre-bunking, cfr. supra, Nota 9. Trascrizione (PDF, EPP, 2024): https://admin.epp.eu/files/uploads/2024/05/Ursula-von-der-Leyen-Democracy-Summit-Copenhagen-Denmark-14-May-2024.pdf. Video (YouTube, EPP, 2024): https://www.youtube.com/watch?v=nd8TqAur-wE. Stralcio del Video con sottotitoli in italiano (Youtube, Radio Radio TV, 2024): https://www.youtube.com/watch?v=eJuRt2tfbaQ. [iii] D’Eramo, M., Breve la felice vita delle fake news, in MicroMega, 27 marzo 2021. [iv] Giacché, V., (2016) La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea, 3a ed. Imprimatur. https://www.academia.edu/24820969/La_fabbrica_del_falso_Strategie_della_menzogna_nella_politica_contemporanea_Reggio_Emilia_Imprimatur_3a_edizione_2016_pp_432_euro_18. [v] https://globalinequality.org/imperial-power/ [vi] Rodríguez, F., Rendón, S., & Weisbrot, M. (2025). Effects of international sanctions on age-specific mortality: a cross-national panel data analysis. The Lancet Global Health, 13(8), e1358-e1366. https://doi.org/10.1016/S2214-109X(25)00189-5. [vii] Lello, E. (2024), Prefazione a L’industria del complottismo. Social network, menzogne di Stato e distruzione del vivente. Matthieu Amiech, Malamente. [viii] Sul punto si vedano: Deliberazione della giunta regionale pugliese del 29 ottobre 2013, n. 2023, in cui si cita testualmente “Vista la nota del 15/10/2013 n. 16/2013, con la quale le Istituzioni scientifiche: CRN – Istituto di Virologia vegetale di Bari, Università degli Studi di Bari- Dipartimento di Scienze del Suolo della Pianta e degli Alimenti e Selge – Rete di Laboratori Pubblici di Ricerca, hanno comunicato l’esito dei risultati delle analisi di laboratorio evidenziando il ritrovamento di diversi agenti patogeni associati al fenomeno di disseccamento dell’olivo […]”; G. P. Martelli (2013): Il disseccamento rapido dell’ulivo in “Notiziario di informazione a cura dell’Accademia dei Georgofili” https://www.georgofili.info/contenuti/disseccamento-rapido-dellolivo/1510; Ciervo, M. (2015). Xylella fastidiosa: nelle pieghe della rappresentazione dell’emergenza. Scienze e Ricerche, 17, 75-95 (https://www.boscodiogigia.it/wp-content/uploads/2019/02/ALLEGATO-3-CIERVO-Scienze-Ricerche.pdf); L. C. Renna (2016), Il Caso ‘Xylella’ e l’arretramento giuridico dell’Europa nella tutela del paesaggio; Il rapporto Xylella fastidiosa e Olivo (maggio 2016), curato anche da ricercatori dell’ISPRA; Ciervo, Margherita, and Marco Scortichini. “A decade of monitoring surveys for Xylella fastidiosa subsp. pauca in olive groves in Apulia (Italy) reveals a low incidence of the bacterium in the demarcated areas.” Journal of Phytopathology 172.1 (2024): e13272. [ix] Si vedano per esempio: Revised Glyphosate Issue Paper: Evaluation of Carcinogenic Potential, EPA’s Office of Pesticide Programs (USA) December 12, 2017. La revisione cita, relativamente alla cancerogenità, soltanto due studi, uno dei quali è quello oggetto della ritrattazione; Conclusion on the peer review of the pesticide risk assessment of the active substance glyphosate, EFSA Journal 2015;13(11):4302, e la annessa fonte: Germany (2013). Renewal assessment report (RAR) on the active substance glyphosate prepared by the rapporteur Member State Germany in the framework of Regulation (EU) No 1141/2010, December 2013. [x] https://www.theguardian.com/us-news/2025/dec/05/monsanto-roundup-safety-study-retracted; https://ilmanifesto.it/ritirato-lo-studio-che-scagionava-il-glifosato-lo-aveva-scritto-monsanto-che-lo-produce; https://www.lemonde.fr/en/environment/article/2025/12/03/influential-study-on-glyphosate-safety-retracted-25-years-after-publication_6748114_114.html. [xi] Le Monde, dossier-inchiesta “Les Monsanto Papers” (2017 – 2018), a partire da Foucart & Horel, “« Monsanto papers » : la guerre du géant des pesticides contre la science”, 1/06/2017 e articoli seguenti. https://www.europeanpressprize.com/article/monsanto-papers/. [xii] Si vedano per esempio: La Repubblica, articoli 2017–2018 sull’“allarmismo glifosato”; Bufale.net (2018), “Falsi allarmismi ed evidenze scientifiche sul glifosato”. [xiii] Ricerca effettuata tramite motore Google il 5 gennaio 2026, interrogando combinazioni di parole chiave relative al rapporto WWF sulla Xylella e alle principali testate e istituzioni citate nel testo. [xiv] Per un’analisi approfondita di dinamiche analoghe nell’ambito biomedico, in un caso ancora d’attualità, si veda Critica della ragione pandemica. COVID-19: ripensare la fenomenologia di un evento epocale, a cura di F. Cappelluti, P. Cesaretti, F. Laviano, Meltemi, 2025, in particolare il contributo di Peter Doshi, “Vaccini a mRNA per COVID-19: un altro fenomeno ‘too big to fail’?”, che ricostruisce in modo documentato il rapporto tra disegno delle sperimentazioni e produzione dei dati clinici, procedure regolatorie e costruzione delle decisioni pubbliche, mostrando come esso possa essere esposto a pratiche di selective reporting e a scarti comunicativi tra linguaggio scientifico, regolatorio e politico, e richiamando casi di farmaci autorizzati sulla base di prove parziali, talora fallaci. [xv] Longo, G. (2016) Ogni limite ha un senso, Il Foglio, 28 agosto 2016 (con introduzione di Giovanni Maddalena). https://www.ilfoglio.it/scienza/2016/08/28/news/ogni-limite-ha-un-senso-103239/; https://disf.org/files/ogni-limite-senso-longo-foglio.pdf. [xvi] Longo, G. (2021) La pandemia e il «proiettile magico» della tecnologia, il manifesto, 14 novembre 2021. https://ilmanifesto.it/la-pandemia-e-il-proiettile-magico-della-tecnologia. Cfr. anche: Id. (2014) Science, problem solving and bibliometrics. Invited Lecture, Academia Europaea Conference on “Use and Abuse of Bibliometrics”, Stockholm, May 2013. Proceedings, Wim Blockmans et al. (eds), Portland Press, 2014. Id. (2016) Complessità, scienza e democrazia, ROARS.
January 23, 2026
ROARS
Dalla disuguaglianza economica alla disuguaglianza politica
Pubblicato in occasione dell’apertura dei lavori del World Economic Forum di Davos, il rapporto di OXFAM mostra che in un mondo lacerato da conflitti, crisi climatica e tensioni geopolitiche e in Italia, il Paese delle fortune invertite, la disuguaglianza corre più veloce che mai e insidia la democrazia. Intitolato “Nel baratro della disuguaglianza. Come uscirne e prendersi cura della democrazia”, il report evidenzia che la concentrazione di ricchezza aumenta, conseguenza di scelte politiche che da anni alimentano le rendite di posizione, mentre le opportunità si restringono, i divari economici si acuiscono e le fratture sociali si fanno sempre più profonde. Nel 2025 la ricchezza dei miliardari è cresciuta del 16% in termini reali, a un ritmo tre volte superiore alla media degli ultimi cinque anni. Complessivamente, i patrimoni miliardari hanno toccato il livello record di 18˙300 miliardi di dollari, segnando un aumento dell’81% rispetto al 2020. Si tratta di un ammontare esorbitante, equivalente a 8 volte il PIL dell’Italia e a 26 volte le risorse necessarie per riportare alla soglia di 3 dollari al giorno chiunque viva sotto tale livello di povertà estrema. Alla crescita portentosa della concentrazione di ricchezza fa da contraltare un tasso di riduzione della povertà globale, sostanzialmente invariato negli ultimi 6 anni. La povertà estrema è nuovamente in aumento in Africa e quasi la metà della popolazione mondiale vive in povertà: 1 abitante su 4 del pianeta soffre di insicurezza alimentare. OXFAM denuncia il circolo vizioso tra la concentrazione estrema di ricchezza e la concentrazione strabordante di potere politico, che gli individui più ricchi esercitano efficacemente, indirizzando a proprio vantaggio scelte di politica pubblica di cui, invece, anziché pochi privilegiati, dovrebbe beneficiare l’intera collettività: > Elevate disuguaglianze rappresentano di fatto il fallimento della democrazia: > corrodono il tessuto morale della società e lacerano il patto civico, il senso > di appartenenza, la capacità di riconoscersi parte di un destino comune. > Minacciano la coesione, disintegrando i legami sociali, la corresponsabilità > morale e la fiducia reciproca, quella fiducia che rappresenta un bene > relazionale che si costruisce solo quando le vite hanno una qualche forma di > prossimità e i destini non divergono in direzioni opposte. La disuguaglianza > rompe tale prossimità, fa evaporare lo spazio morale in cui ciascuno riconosce > all’altro la dignità di un pari, di un concittadino, riducendo la società a un > insieme di isole separate, indifferenti e incomunicabili”, a un insieme di > “io” che smettono di dare valore al destino degli “altri”. Se dalla dimensione > individuale si passa a quella collettiva e se si adotta una prospettiva > territoriale, ci si trova di fronte a un arcipelago diviso in luoghi (“isole”) > che contano e luoghi che non contano. A questi ultimi, il cui numero è in > espansione, corrispondono aree trascurate, prive di potere e prospettive, in > cui il disagio delle persone si trasforma in un sentimento condiviso di > esclusione e la perdita di opportunità e di riconoscimento si traduce più > facilmente in voto anti-sistema, di rottura contro centri e classi dirigenti > percepiti come lontani e indifferenti. Luoghi il cui smarrimento e malcontento > sono intercettati con maggiore facilità da forze politiche populiste o > estremiste, con proposte di cambiamento tanto illusorie quanto in grado di > attecchire e determinare, in caso di successo elettorale, una preoccupante > involuzione democratica. In uno scenario globale di aggravamento delle disuguaglianze e progressiva erosione democratica, l’Italia non fa purtroppo eccezione, confermandosi il Paese delle fortune invertite. Il 10% più ricco delle famiglie possiede oltre 8 volte la ricchezza della metà più povera, contro poco più di 6 volte nel 2010. Oggi il top 5% detiene il 49,4% della ricchezza nazionale, quasi il 17% in più di quanto possiede il 90% più povero. Nel 2025 i miliardari italiani hanno aumentato il loro patrimonio di 54,6 miliardi di euro (al ritmo di 150 milioni al giorno), raggiungendo 307,5 miliardi detenuti da 79 individui (erano 71 nel 2024). Dal 2010 al 2025 la ricchezza nazionale è cresciuta di oltre 2˙000 miliardi, ma il 91% di questo incremento è andato al 5% più ricco, mentre la metà più povera ha ottenuto appena il 2,7%. La dinamica rischia di consolidare il carattere ereditocratico della nostra società, alla luce del valore dei patrimoni che si stima “passeranno di mano” nel prossimo decennio (almeno 2˙500 miliardi di euro), in un contesto caratterizzato per di più da un prelievo molto blando sulla ricchezza trasferita. L’azione di governo è sempre più tesa a riconoscere meriti e premialità a gruppi sociali e territori in condizioni di relativo vantaggio, disinteressata a ricucire i divari economico-sociali, disattenta al benessere dei cittadini in condizioni di maggiore vulnerabilità e pericolosamente incline a torsioni illiberali che minano i principi democratici. È del tutto assente, invece, la lotta alla povertà, sottolinea Mikhail Maslennikov, Policy advisor su giustizia economica di OXFAM: > Incurante dell’elevata fragilità economica di ampi strati della popolazione, > il nostro Governo continua a perseguire un iniquo approccio categoriale nel > contrasto alla povertà. Da due anni il diritto di ricevere un supporto da > parte dello Stato a fronte di una condizione di bisogno non è più assicurato a > tutti i poveri in quanto tali ma è subordinato all’appartenenza a categorie > eccezionalmente svantaggiate, le uniche ritenute meritevoli di tutela. > L’abbandono dell’impostazione universalistica del reddito di cittadinanza ha > ridotto il numero dei beneficiari dei trasferimenti pubblici, la cui platea è > oggi anche più lontana dall’universo dei nuclei in povertà assoluta. Sul > fronte del disagio abitativo l’azione del Governo, nonostante annunci più > volte reiterati, si rivela del tutto inadeguata rispetto al bisogno, con > risorse di gran lunga inferiori a quelle che sarebbero necessarie per un reale > rilancio di politiche organiche sull’abitare.   Nel baratro della disuguaglianza. Come uscirne e prendersi cura della democrazia Giovanni Caprio
January 20, 2026
Pressenza
Democrazia partecipativa o democrazia diretta?
È ormai da diversi anni che, nell’ambito della sinistra, si fa un gran parlare della cosiddetta “democrazia partecipativa”, mentre è calato il silenzio sulla democrazia diretta, un tempo auspicata (e spesso praticata) dal movimento operaio e contadino, oggi ormai confinata all’interno delle organizzazioni libertarie. Così è, e non va affatto bene. Con il termine “democrazia partecipativa” si intende infatti, in generale, un insieme di organismi consultivi che vengono affiancati agli organismi tipici delle democrazie borghesi: questi ultimi decidono, mentre i primi si limitano a discutere. Di norma gli organismi consultivi della “democrazia partecipativa” sono costituiti da cittadini scelti dalla pubblica amministrazione attraverso il sorteggio (non sempre: talvolta sono gli amministratori stessi a scegliere tra sedicenti “portatori di interesse”). La democrazia diretta invece, per chi non lo sapesse, attribuisce ogni potere decisionale alle assemblee. Qualora la decisione riguardi un numero di persone tale da non poter essere riunito in un’unica assemblea, si organizzano più assemblee e queste, dopo aver discusso e deliberato circa il problema da risolvere, nominano dei delegati con vincolo di mandato, revocabili in qualsiasi momento, che si accordano fra loro, salvo ratifica da parte delle assemblee che li hanno nominati. Alla democrazia diretta appartengono (ma non tutti sono d’accordo su questa affermazione) anche i referendum, attraverso i quali, effettivamente, i cittadini decidono direttamente, senza la mediazione di rappresentanti (e nemmeno di delegati), sui problemi che li riguardano. La vera differenza dunque tra “democrazia partecipativa” e democrazia diretta è nel potere decisionale: nella cosiddetta “democrazia partecipativa” si partecipa alle decisioni, in quella diretta si decide effettivamente. Quanto al metodo del sorteggio, spesso utilizzato nella “democrazia partecipativa”, personalmente, non amo questo tipo di selezione, ma non si può negare che si tratti di un metodo ugualitario. Del resto è stato spesso usato, fin dall’antichità, da molte democrazie. Nulla vieta dunque di utilizzarlo. La cosa fondamentale però è che chi viene sorteggiato abbia effettivamente il potere di decidere (e di decidere su questioni importanti!) senza essere indirizzato da manipolatori di professione (funzionari, “facilitatori” ed “esperti” vari) nominati dalle amministrazioni: se l’assemblea costituita dai sorteggiati ritiene opportuno ascoltare il parere di esperti deve essere quest’ultima a sceglierli e convocarli! Qualcuno obietterà che ciò a cui mi sto riferendo non è la “democrazia partecipativa” ma una distorsione di essa. Può darsi, ma allora perché non chiamarla democrazia diretta? Inoltre, in quasi tutti casi in cui l’ho vista in azione erano presenti manipolatori di professione e, comunque, anche in loro assenza, l’assemblea non aveva alcun reale potere decisionale. Ed è questo, a mio parere, l’aspetto più grave, perché quando i cittadini che vi partecipano, passato un primo periodo di infatuazione, si accorgono che le decisioni vengono prese altrove e che stanno sostanzialmente perdendo del tempo, si disamorano della democrazia. E spesso si convincono che forse è meglio lasciare alle autorità costituite l’onere di decidere al loro posto. In conclusione: stiamo attenti a non aprire la strada alla “servitù volontaria”! Luciano Nicolini (da Cenerentola n. 277, novembre 2024, pagina 5) Redazione Italia
January 19, 2026
Pressenza
Colombia, le piazze di tutto il Paese si riempiono in risposta all’appello del presidente Petro
> La risposta dei cittadini alle azioni compiute e alle minacce, per nulla > velate, del presidente statunitense è divenuta palpabile in decine di piazze > pubbliche in tutta la Colombia, dove si è gridato forte e chiaro “sovranità e > democrazia”. Il presidente Gustavo Petro è riuscito ancora una volta a ottenere il sostegno dei cittadini con manifestazioni di massa in numerose località del Paese. Il popolo è sceso in piazza per sostenere l’indipendenza e la sovranità della Colombia di fronte alle intimidazioni del “padrone” della Casa Bianca. Piazze piene di colombiani, di nascita o di adozione, che hanno dato ampio sfogo alle loro azioni per difendere la pace, la sovranità e la democrazia. Con la bandiera tricolore e striscioni pieni di slogan di dignità e anticolonialismo, per denunciare le minacce e difendere la sovranità territoriale colombiana e l’indipendenza latinoamericana. Prima del discorso del presidente, la gente ha scandito degli slogan esortando a difendere la pace e il territorio da qualsiasi ricatto esterno. Successivamente, Petro ha difeso la Colombia e la sua azione politica durante questi oltre tre anni di governo, con particolare enfasi sulla sua lotta contro la droga e dimostrando che né lui né il Paese sono narcotrafficanti. Nonostante l’appello dell’ultimo minuto del presidente degli Stati Uniti, non si può abbassare la guardia. Il governo colombiano e i cittadini devono rimanere vigili e continuare a denunciare tutto ciò che mette in pericolo la pace, la sovranità e la democrazia. Per il governante, la Colombia è un paese diversificato, pacifico e democratico, la cui difesa fondamentale è nelle mani del popolo colombiano che non vuole più violenze causate dal radicato settarismo politico che tutela solo i propri interessi e non il bene nazionale. Per l’ennesima volta, Petro è riuscito a riempire le piazze in difesa del Paese e della sua politica. E le piazze si sono riempite di parole che lo confermano: “E no, non ci va di essere una colonia nordamericana. E sì, ci va di essere una Colombia libera e sovrana”. Senza dimenticare Gaza e le altre ingiustizie che affliggono il mondo. PAZLESTINA! Foto: Iñaki Chaves – Pateras al Sur. TRADUZIONE DALLO SPAGNOLO DI STELLA MARIS DANTE J. Ignacio ´Iñaki` Chaves G.
January 17, 2026
Pressenza
Iran, la libertà sotto attacco: l’ANPI Napoli collinare al fianco del popolo iraniano
Sezione ANPI Napoli collinare “Aedo Violante” La sezione ANPI Napoli collinare “Aedo Violante” condanna con fermezza la feroce repressione messa in atto dal regime iraniano contro il proprio popolo. Da anni l’Iran è oppresso da una dittatura che nega diritti, libertà civili e dignità umana, colpendo in modo particolare le donne. Oggi quella repressione ha assunto i tratti di una vera e propria strage: centinaia, forse migliaia di morti, migliaia di arresti, violenze sistematiche contro manifestanti, studenti, lavoratori, donne e giovani che chiedono libertà, giustizia e futuro. L’ANPI collinare “Aedo Violante” si schiera idealmente e politicamente al fianco del popolo iraniano che sta lottando con coraggio contro l’oppressione, pagando un prezzo altissimo. Siamo al fianco delle donne iraniane, protagoniste di questa rivolta, che reclamano la fine di una condizione di schiavitù e rivendicano il diritto all’autodeterminazione, alla libertà e alla vita. “Donna, vita, libertà” è uno slogan che parla a tutte e tutti. L’ANPI collinare “Aedo Violante” aderisce e invita a partecipare alla manifestazione indetta da associazioni e organizzazioni democratiche per la libertà e la democrazia in Iran, che si terrà a Roma, venerdì 16 gennaio. Così come aderisce e parteciperà, con tante sue iscritte e tanti suoi iscritti, alla manifestazione di domenica 18 mattina a Napoli, alle ore 11.00 in piazza dei Martiri, dove, su impulso di “Antinoo Arcigay Napoli”, si realizzerà una “catena umana per l’Iran”. Al tempo stesso ribadisce che questa rivolta appartiene al popolo iraniano: nessun intervento esterno, nessuna potenza straniera deve tentare di strumentalizzare o “mettere il cappello” su una sacrosanta lotta di liberazione, perseguendo interessi propri. Napoli conosce il valore della libertà conquistata dal basso: nel 1943 seppe liberarsi da sola dall’oppressione nazifascista. Per questo oggi non può restare in silenzio davanti alla repressione e alla violenza. La libertà non si reprime: si difende. Redazione Napoli
January 14, 2026
Pressenza
Svizzera: il Cantone di Zurigo apre le porte alla sorveglianza biometrica di massa
Il Consiglio Cantonale di Zurigo prende una decisione controversa: per la prima volta in Svizzera, un parlamento cantonale decide che lo Stato può utilizzare il riconoscimento facciale biometrico per sorvegliare la popolazione. Il governo cantonale zurighese dovrebbe ottenere la prerogativa di poter avviare autonomamente progetti pilota. Con una decisione del 24 novembre 2025, il Cantone di Zurigo apre un nuovo capitolo della sorveglianza di massa che compromette la libertà e la democrazia in Svizzera. Chi utilizza le tecnologie digitali in questo modo contro l’integrità delle persone mina la loro fiducia nella comunità e nella democrazia. Questo tipo di sorveglianza indiscriminata e capillare è in netto contrasto con i principi fondamentali di una società democratica. Essa viola non solo il diritto alla privacy tutelato dalla Costituzione, ma anche i diritti umani garantiti a livello internazionale. Se le persone possono essere identificate o osservate in qualsiasi momento negli spazi pubblici, si verifica una grave violazione del loro diritto all’autodeterminazione informativa. La possibilità di un riconoscimento continuo ha inoltre un effetto deterrente («chilling effect»). Il diritto di esercitare diritti fondamentali come la libertà di riunione, la libertà di espressione e la libertà di movimento ne risulta notevolmente compromesso. Con questa decisione, la grande maggioranza del Consiglio Cantonale di Zurigo ha ignorato i diritti delle persone nel Cantone e ha dato al Consiglio di Stato carta bianca per inaugurare una nuova era di sorveglianza di massa invasiva. In prima lettura della revisione totale della legge sull’informazione e la protezione dei dati (IDG), il Parlamento non solo ha respinto il divieto del riconoscimento facciale, ma al contrario ha deciso di consentire esperimenti pilota di sorveglianza biometrica di massa senza un’ulteriore base giuridica. Ci auguriamo che gli elettori reagiscano a questa violazione della fiducia già al referendum di domenica prossima, votando «sì» all’iniziativa popolare «Per un diritto fondamentale all’integrità digitale» o almeno «sì» alla controproposta. In ogni caso, ci aspettiamo che il Consiglio cantonale e, successivamente, la popolazione correggano la decisione attuale. Da anni la Società Digitale si impegna a livello nazionale e internazionale per vietare il riconoscimento facciale biometrico negli spazi pubblici. In Svizzera, un’ampia coalizione sostiene che in una società libera e democratica questa tecnologia non dovrebbe venire utilizzata. L’80% degli attivisti politici di tutti i partiti è favorevole al divieto del riconoscimento facciale biometrico, come dimostra un sondaggio del 2023. Negli ultimi anni, numerosi parlamenti cantonali e comunali si sono espressi a favore del divieto della sorveglianza biometrica di massa negli spazi pubblici. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dal tedesco di Anna Sette. Revisione di Thomas Schmid. Untergrund-Blättle
January 6, 2026
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