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La nave Humanity 1 bloccata per 60 giorni, mentre aumentano i morti in mare
Mentre centinaia di persone risultano ancora disperse nel Mediterraneo centrale, il 13 febbraio le autorità italiane hanno fermato per 60 giorni la nave di soccorso Humanity 1 a Trapani e imposto una multa di 10.000 euro, secondo quanto riferito oggi dall’organizzazione tedesca di ricerca e soccorso SOS Humanity. Secondo l’equipaggio, in precedenza avevano soccorso 33 persone in pericolo in mare e avvistato due cadaveri in acqua. Le autorità accusano l’equipaggio di non aver comunicato con il Centro di coordinamento dei soccorsi libico. L’ordine di fermo è arrivato poco dopo che il governo italiano ha presentato un disegno di legge che consentirebbe un “blocco navale”, una nuova misura contro le navi di soccorso delle ONG. “Il nostro equipaggio ha informato tutti i centri di coordinamento dei soccorsi competenti in conformità con il diritto marittimo internazionale”, ha sottolineato Viviana di Bartolo, coordinatrice delle operazioni di ricerca e soccorso di Humanity 1. “Abbiamo deliberatamente deciso di non comunicare con gli attori libici, poiché non possono essere considerati autorità di ricerca e soccorso legittime: sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani nei confronti delle persone in cerca di protezione”. Secondo SOS Humanity, questa è la terza detenzione di una nave di soccorso dell’alleanza “Justice Fleet” in tre mesi. L’alleanza di ONG critica il sostegno europeo agli attori libici in mare, che accusa di violenza contro le persone in cerca di protezione e contro gli equipaggi di soccorso. Nell’agosto 2025, la cosiddetta Guardia Costiera libica ha aperto il fuoco contro una nave di soccorso non governativa. “Questo ribalta pericolosamente la realtà. Mentre noi salviamo vite umane e veniamo puniti per questo, la cosiddetta Guardia Costiera libica viene sostenuta, le stesse forze che abusano e uccidono le persone in fuga”, ha affermato Marie Michel, esperta di politiche presso SOS Humanity. “Chiediamo il rilascio immediato della nostra nave di soccorso Humanity 1”. Secondo SOS Humanity, si tratta del secondo fermo della sua nave in tre mesi. In precedenza era stata fermata anche la nave di soccorso Sea-Watch 5. A due delle più grandi navi di soccorso delle ONG nel Mediterraneo viene quindi impedito di effettuare ulteriori salvataggi, ha aggiunto l’organizzazione. Nel frattempo, il governo italiano sta intensificando ulteriormente l’ostruzione delle operazioni umanitarie di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Con una nuova bozza di legge, il governo Meloni sta pianificando un “blocco navale” per le navi delle ONG:  queste potrebbero ricevere la proibizione di entrare nelle acque territoriali italiane per un periodo fino a sei mesi, se le autorità italiane valutano un “rischio per la sicurezza”. “Il nuovo fermo della nostra nave di soccorso Humanity 1 avviene nel contesto di un’ulteriore escalation dell’intralcio alle operazioni di ricerca e soccorso drammaticamente urgenti nel Mediterraneo”, afferma Marie Michel. “Con questo disegno di legge, che prevede un ‘blocco navale’, il governo italiano sta compiendo un passo drammatico nella sua politica contro le operazioni civili di ricerca e soccorso. Ciò aggrava ulteriormente la catastrofe umanitaria in mare e viola palesemente il diritto internazionale”. Dati dell’OIM mostrano che dall’inizio dell’anno ad oggi almeno 484 persone migranti sono state dichiarate morte o disperse in seguito a diversi naufragi nel Mediterraneo centrale causati da condizioni meteorologiche estreme, mentre si ritiene che centinaia di altri decessi non siano stati registrati.   Redazione Italia
February 14, 2026
Pressenza
La Tunisia non è un luogo sicuro!
Con la dichiarazione divulgata oggi, 10 febbraio 2026, 39 organizzazioni di ricerca e soccorso e per i diritti umani esortano con forza i membri del Parlamento europeo a respingere la proposta di un elenco a livello europeo dei cosiddetti paesi di origine sicuri. L’appello delle ONG, incentrato in particolare sulla Tunisia, è stato lanciato in relazione al voto odierno del Parlamento europeo. Le organizzazioni sottolineano che designare la Tunisia come paese di origine sicuro è in netto contrasto con la situazione dei diritti umani sul campo. Insieme ad altre organizzazioni, SOS Humanity – operativa nella ricerca e nel soccorso nel Mediterraneo centrale – chiede ai parlamentari europei di tenere conto della trasformazione antidemocratica dello Stato nordafricano partner dell’UE: la repressione della società civile, che comporta violenze contro migranti e rifugiati. “Siamo profondamente preoccupati dal fatto che l’UE stia tentando di estendere la sua politica di prevenzione dell’asilo in Europa al confine dell’UE nel Mediterraneo – afferma Marie Michel, esperta politica di SOS Humanity – Da anni assistiamo alla spietata strategia deterrente dell’UE di esternalizzare la gestione delle frontiere: respingimenti violenti dei rifugiati in fuga dalle coste nordafricane. Classificando Stati come la Tunisia come paesi di origine sicuri, le persone in movimento vengono private del loro diritto alla protezione anche se hanno avuto la fortuna di raggiungere le coste dell’Europa, apparentemente un luogo sicuro. Questo è cinico e costituisce una violazione del diritto di asilo”. Le organizzazioni per i diritti civili e umani in Tunisia sono altrettanto preoccupate per il deterioramento della situazione nel Paese, compresa la repressione dilagante contro gli oppositori politici, la limitazione dell’indipendenza giudiziaria e dei media e le gravi violazioni dei diritti umani nei confronti dei cittadini tunisini. “Riclassificare la Tunisia come ‘paese sicuro’ equivale a dare alle autorità un nuovo via libera per continuare la loro politica repressiva – afferma Romdhane Ben Amor, portavoce del Forum tunisino per i diritti economici e sociali (FTDES) – Questo non solo prende di mira migranti e rifugiati, ma facilita anche un controllo più stretto dello spazio pubblico attraverso la continua criminalizzazione e stigmatizzazione dell’attivismo politico, civile e sindacale. Con la polizia e la magistratura sotto stretto controllo, coloro che riescono a fuggire continuano a essere minacciati di espulsione e deportazione”. Il direttore generale dell’organizzazione tedesca per i diritti umani Pro Asyl, Karl Kopp, sottolinea che il concetto di “paesi di origine sicuri” legittima la violenza e la persecuzione in questi paesi: «Classificando i paesi come “paesi di origine sicuri”, il Parlamento europeo, in qualità di colegislatore, sta assegnando una sorta di marchio di approvazione in materia di diritti umani a governi autoritari che violano i diritti umani. La situazione in paesi come la Tunisia, l’Egitto e la Turchia viene ignorata e l’UE sta completamente screditando sé stessa sulle questioni relative ai diritti umani. Sta abbandonando le persone perseguitate in questi paesi». Richieste delle ONG all’UE  Nella loro dichiarazione, le organizzazioni di ricerca e soccorso e per i diritti umani sottolineano di aver assistito negli ultimi anni al costo umano degli accordi migratori tra l’UE e la Tunisia: più violazioni dei diritti umani dei rifugiati e dei migranti e più morti in mare. Di conseguenza, invitano il Parlamento europeo a rispettare il diritto dell’UE e gli obblighi internazionali e ad agire in solidarietà con le persone che devono cercare protezione, respingendo quindi la proposta di un elenco UE dei “paesi di origine sicuri”. © Laurin Schmid / SOS Humanity > In vista del voto del Parlamento europeo del 10 febbraio, noi, le > organizzazioni sottoscritte, esortiamo i membri del Parlamento europeo a > respingere la proposta di un elenco UE dei cosiddetti “Paesi di origine > sicuri”. Tale elenco è uno strumento per negare l’accesso alla protezione e > legittimare violenze e persecuzioni in questi paesi. Non si può rendere sicuro > un paese semplicemente inserendolo in un elenco, come dimostra l’esempio della > Tunisia. > > Alla luce della trasformazione antidemocratica dello Stato tunisino ad opera > del Presidente Kais Saïed; della repressione dilagante contro gli oppositori > politici in Tunisia; della soppressione della società civile, > dell’indipendenza della magistratura e dei media; nonché delle gravi > violazioni dei diritti umani contro migranti e rifugiati in Tunisia e contro > cittadini tunisini, noi, in qualità di organizzazioni di ricerca e soccorso e > di difesa dei diritti umani, ci opponiamo fermamente all’inclusione della > Tunisia in questo elenco. Chiediamo che la Tunisia non sia considerata un > luogo sicuro per le persone soccorse in mare, né un paese di origine sicuro. > > Designare la Tunisia come paese di origine sicuro compromette fondamentalmente > il diritto di asilo ed è in netto contrasto con la situazione dei diritti > umani sul campo. Ciò consente procedure di asilo accelerate e deportazioni > illegittime, privando i cittadini tunisini del loro diritto a un esame > individuale, equo ed effettivo delle loro richieste di asilo, mentre > conferisce alle autorità tunisine una rinnovata carta bianca per continuare le > loro violazioni sistematiche nei confronti dei migranti, della società civile > e dell’insieme dello spazio civico. > > Questa designazione rappresenta un’ulteriore espansione della cooperazione > dell’Unione Europea con la Tunisia in materia di controllo delle frontiere e > di ricerca e soccorso: mentre implicitamente tratta la Tunisia come un luogo > sicuro per le persone intercettate in mare e riportate a condizioni in cui i > loro diritti fondamentali non sono garantiti, l’UE ora mira anche a dichiarare > il paese sicuro per gli stessi cittadini tunisini. Redazione Italia
February 10, 2026
Pressenza
Processo penale sul naufragio di Cutro. Il 14 gennaio prima udienza a Crotone
EMERGENCY, Louise Michel, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, SOS Humanity e SOS MEDITERRANEE sono parti civili nel processo penale sul naufragio di Cutro, che ha inizio a Crotone il prossimo 14 gennaio. Amnesty International Italia sarà presente al processo come osservatore. Le ONG  chiedono il rispetto del diritto internazionale nel Mediterraneo e che le autorità responsabili rispondano della deliberata negligenza nelle operazioni di soccorso in mare. Una coalizione di organizzazioni di ricerca e soccorso in mare (SAR) che lo scorso anno si era costituita parte civile, sarà formalmente parte nel processo penale sul naufragio di Cutro, la cui prima udienza è fissata per il 14 gennaio a Crotone.   Da tempo le ONG mirano ad ottenere verità e giustizia per la catena di eventi, decisioni ed omissioni che hanno portato a uno dei più tragici naufragi della storia italiana: quello avvenuto al largo di Steccato di Cutro nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, quando un’imbarcazione è affondata provocando la morte di almeno 94 persone e un numero imprecisato di dispersi. Di tutte le persone che erano a bordo solo 80 sono sopravvissute.  Nel processo sono accusati di naufragio colposo e di omicidio colposo plurimo sei ufficiali della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza. “Come la tempestività è fondamentale nei soccorsi, così i ritardi nell’attivare interventi di salvataggio non sono un semplice incidente, ma una negligenza da sanzionare” – commentano le ONG. In questo caso specifico, le autorità italiane hanno prima dato priorità all’operazione di polizia e poi ignorato il loro dovere di soccorso; come noto, quella gestione  ha avuto conseguenze drammatiche. Le organizzazioni SAR attive nel Mediterraneo hanno ampiamente documentato come i ritardi nell’avvio di operazioni di soccorso abbiano portato a tante evitabili stragi. Pertanto, il giudizio non può fermarsi ai funzionari di grado inferiore e ogni decisione, anche quelle delle autorità superiori, deve essere presa in considerazione risalendo la catena di comando. “Il diritto internazionale, la tutela della vita e il dovere di soccorrere chi è in difficoltà in mare devono essere la priorità e vanno rispettati sempre. È inaccettabile che le persone continuino ad annegare nel Mediterraneo e non si deve più consentire che i responsabili, a tutti i livelli, di questo come di altri naufragi restino impuniti” – dichiarano ancora le ONG. EMERGENCY, Louise Michel, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, SOS Humanity e SOS MEDITERRANEE si sono costituite parte civile per chiedere giustizia e supportare le famiglie delle vittime nella loro richiesta di giustizia. Alla prima udienza che si terrà il prossimo 14 gennaio presso il Tribunale di Crotone sarà presente Valeria Taurino, direttrice generale di SOS MEDITERRANEE Italia, insieme a rappresentanti di tutte le ONG, che nel corso del processo saranno ascoltati insieme ai consulenti tecnici individuati nelle liste testi delle Organizzazioni. Sarà presente anche Amnesty International Italia in qualità di osservatore.   Redazione Italia
January 8, 2026
Pressenza
Dieci anni di operazioni di ricerca e soccorso di SOS Humanity in un contesto di crescente violenza
Nella sua rassegna annuale 2025 pubblicata oggi, SOS Humanity ripercorre un anno di crescente violenza nel Mediterraneo da parte di attori libici finanziati dall’UE. Tra le persone colpite figurano i rifugiati in pericolo in mare e gli equipaggi delle navi di soccorso. Le violazioni dei diritti umani alle frontiere esterne dell’UE sono aumentate,  anche nella zona marittima al largo della Tunisia, in gran parte non monitorata.  Nella sua rassegna annuale,  SOS Humanity ha presentato gli eventi e gli sviluppi più importanti per la ricerca e soccorso  ordine cronologico, in modo conciso e con le fonti:  dal fermo delle navi di soccorso alle cause legali vinte nei tribunali italiani,  fino alla valutazione delle ONG su dieci anni di difficile lavoro di ricerca e soccorso. Sebbene ormai non attiri quasi più alcuna attenzione pubblica, la drammatica situazione nel Mediterraneo centrale è ulteriormente peggiorata nel 2025: almeno 1.190 persone sono annegate, 12 navi di soccorso non governative sono state trattenute in Italia, con una conseguente perdita di 219 giorni per le operazioni di soccorso; altre centinaia di giorni sono stati persi dalla flotta civile a causa di navigazioni inutili verso i porti assegnati nel nord Italia, 25.764 persone in cerca di protezione sono state intercettate dalla cosiddetta Guardia Costiera libica e riportate con la forza in Libia. Allo stesso tempo, le organizzazioni di ricerca e soccorso hanno salvato 12.192 persone in pericolo in mare  (dati fino inizio settembre), più che nell’anno precedente. Di queste, SOS Humanity ha salvato 1.155 bambini, donne e uomini. A dieci anni dalla loro fondazione, SOS Humanity, Sea-Watch e Sea-Eye hanno presentato i propri dati in una conferenza stampa congiunta con l’alleanza United4Rescue nel mese di giugno scorso: in un decennio, la flotta civile nel Mediterraneo centrale ha salvato 175.000 persone in pericolo in mare, nonostante tutti i tentativi delle autorità di ostacolarla. Se il numero di morti e dispersi è leggermente diminuito rispetto all’anno precedente, il tasso di mortalità sulla rotta migratoria del Mediterraneo centrale è in realtà aumentato quest’anno. Nel 2025, la cosiddetta Guardia Costiera libica ha respinto con la forza un numero di rifugiati superiore a quello dell’anno precedente. La nuova rotta di fuga dalla Tunisia all’Italia continua ad affermarsi, con un numero elevato di incidenti in mare non segnalati e violazioni dei diritti umani. Il 2025 vede una nuova escalation di violenza contro le persone in movimento e le navi di soccorso da parte di attori libici e tunisini. In autunno, tredici organizzazioni hanno fondato l’alleanza “Justice Fleet” e hanno sospeso congiuntamente le comunicazioni operative con le autorità marittime libiche, in quanto non possono essere considerate attori legittimi nella ricerca e soccorso. Ciò ha portato al fermo di un numero maggiore di navi. SOS Humanity prende posizione contro ogni forma di criminalizzazione e repressione con una nuova nave di soccorso: la barca a vela Humanity 2 entrerà in cantiere a dicembre e sarà operativa come nave di soccorso e di monitoraggio a partire dall’estate 2026 sulla rotta migratoria sempre più frequentata e in gran parte ignorata, dalla Tunisia a Lampedusa. La rassegna annuale è disponibile sotto forma di cronologia dettagliata a questo link  sul sito web di SOS Humanity.  Redazione Italia
December 17, 2025
Pressenza
La nave di SOS Humanity è stata detenuta, mentre i criminali in mare ricevono sostegno
Ieri, per la prima volta, una nave di soccorso della nuova alleanza Justice Fleet è stata detenuta per aver rifiutato di comunicare con il Centro congiunto di coordinamento dei soccorsi libico. La Justice Fleet non riconosce come legittimi gli attori marittimi libici a causa delle loro comprovate violazioni dei diritti umani, che costituiscono crimini contro l’umanità. L’Italia ha imposto il fermo della Humanity 1 nonostante l’equipaggio esperto abbia effettuato i soccorsi nel pieno rispetto del diritto internazionale, mentre gli attori libici sostenuti dall’UE continuano a violare la legge impunemente. Contro l’ostruzione al suo lavoro di salvataggio in mare SOS Humanity intraprenderà un’azione legale. In seguito allo sbarco di 85 persone nel porto assegnato di Ortona (Italia) lunedì 1 dicembre, ed un fermo provvisorio di 8 giorni, il capitano della Humanity 1 ieri pomeriggio, ha ricevuto un ordine di fermo dalle autorità italiane: per 20 giorni, la nave di soccorso non potrà navigare e svolgere le sue operazioni di ricerca e soccorso, oltre a dover pagare una multa di 10.000 euro. “Mentre gli attori criminali libici continuano a ricevere il sostegno dell’Europa, la nave Humanity 1, di cui c’è urgente bisogno, viene trattenuta per non aver comunicato con le autorità libiche”, afferma Marie Michel, esperta politica di SOS Humanity. “Le entità libiche violano sistematicamente il diritto internazionale, mettendo a rischio e uccidendo persone in difficoltà in mare, violando i loro diritti, minacciando e persino sparando alle navi di soccorso. Proprio la settimana scorsa, la nave Louise Michel è stata minacciata con munizioni vere dalla cosiddetta Guardia Costiera libica. Coordinarsi con loro significherebbe mettere in pericolo le persone in cerca di protezione e l’equipaggio della nostra nave di soccorso. Se qualcuno deve essere ritenuto responsabile delle violazioni dei diritti, non sono gli operatori umanitari, ma le autorità italiane e l’Unione Europea per aver sostenuto milizie violente e aver aggravato la pericolosa mancanza di capacità di soccorso in mare.” Per evitare di legittimare attori marittimi con un storico ben documentato di violazioni dei diritti umani, SOS Humanity – come parte della nuova alleanza Justice Fleet – ha interrotto le comunicazioni con le autorità libiche durante la sua ultima missione. L’alleanza è stata fondata all’inizio di novembre 2025 da 13 organizzazioni di ricerca e soccorso e da altre organizzazioni umanitarie della società civile, in risposta a nove anni di brutalità e abusi, ampiamente documentati, commessi dalla cosiddetta Guardia Costiera libica. Diversi tribunali ed esperti legali hanno confermato che gli attori libici in mare non possono essere considerati autorità di ricerca e soccorso legittime. La missione independente di Fact-Finding delle Nazioni Unite ha riscontrato la complicità della cosiddetta Guardia Costiera libica in crimini contro l’umanità che ora sono stati sottoposti all’esame della Corte Penale Internazionale. Allison West, consulente legale senior presso l’European Centre for Constitutional and Human Rights, spiega: «Il fermo della Humanity 1 crea un precedente pericoloso: quando le autorità italiane o altre autorità europee ordinano alle navi delle ONG di coordinarsi con le unità libiche, in realtà chiedono loro di partecipare a un sistema illegale. Obbedire a tali ordini comporta il rischio di complicità; pertanto, il rifiuto non è disobbedienza, ma rispetto del diritto internazionale». Insieme alla Humanity 1, 36 navi di soccorso e 2 aerei civili hanno ricevuto ordini di fermo per un totale di 960 giorni dall’introduzione del decreto-legge Piantedosi nel febbraio 2023. Ciò limita fortemente le già scarse capacità operative nel Mediterraneo centrale. “Mentre la Humanity 1 rimarrà bloccata in porto per venti giorni, molte persone potrebbero rischiare di perdere la vita in mare senza ricevere assistenza”, afferma Loic Glavany, capitano a bordo della Humanity 1. “Quando qualcuno è in pericolo in mare, è dovere e obbligo legale di ogni marinaio effettuare operazioni di ricerca e soccorso. Tuttavia, alla nostra nave viene impedito di soccorrere le persone in difficoltà. Solo la scorsa settimana, sei persone hanno perso la vita in mare ma avrebbero potuto essere salvate. Trattenendo la Humanity 1 in porto per motivi politici, il governo italiano si assumerà la responsabilità di ulteriori vittime”. SOS Humanity chiede l’immediato rilascio della sua nave di soccorso e sta intraprendendo azioni legali contro la detenzione illegittima della Humanity 1 da parte del governo italiano. Redazione Italia
December 10, 2025
Pressenza
La nave Humanity 1 trattenuta nel porto di Ortona dopo aver soccorso 160 persone
Dopo lo sbarco di 85 persone lunedì 1° dicembre, tra cui vari minori non accompagnati, la nave di soccorso Humanity 1, gestita dall’organizzazione di ricerca e soccorso SOS Humanity, è stata temporaneamente trattenuta nel porto di Ortona, in Italia, martedì 2 dicembre 2025. In totale, la scorsa settimana l’equipaggio della Humanity 1 ha soccorso 160 persone in pericolo in mare in due operazioni. Il fermo provvisorio è stato ordinato dalle autorità italiane per indagare se la Humanity 1 abbia violato la legge Piantedosi per non aver comunicato con il Centro di coordinamento dei soccorsi libico. L’equipaggio della Humanity 1 ha operato in ogni momento in conformità con il diritto marittimo internazionale, informando le autorità di ricerca e soccorso competenti e seguendo il proprio obbligo di assistere le persone in pericolo. Come parte della più grande alleanza di organizzazioni di ricerca e soccorso esistente ad oggi, la Justice Fleet Alliance, SOS Humanity ha deliberatamente sospeso le comunicazioni operative con il Centro di coordinamento libico per il soccorso, poiché la cosiddetta Guardia Costiera libica non può essere considerata un attore legittimo nel campo della ricerca e del soccorso, come confermato quest’anno dal Tribunale di Catanzaro. “Questo fermo provvisorio della Humanity 1 è incompatibile con il diritto internazionale”, critica Marie Michel, esperta politica di SOS Humanity. “La cosiddetta Guardia Costiera libica, coordinata dal Centro di coordinamento libico, è responsabile di gravi violazioni dei diritti umani sia in mare che in Libia. Rifiutarsi di comunicare con gli attori responsabili di tali crimini è l’unico modo per difendere i principi del diritto marittimo e dei diritti umani. E mentre questi attori non vengono ritenuti responsabili, ma sono sostenuti dall’Unione Europea e dai suoi Stati membri, la nostra nave di soccorso viene trattenuta in porto e le si impedisce di operare soccorsi di emergenza. E’ evidente che il numero crescente di detenzioni di navi umanitarie riduce la capacità di soccorso e porta a un aumento delle morti in mare”. Questa è la terza volta che la Humanity 1 viene trattenuta in porto in base alla legge Piantedosi e la prima detenzione provvisoria basata sulla richiesta di coordinamento con le autorità libiche dal lancio dell’alleanza Justice Fleet. L’alleanza mira a difendere i diritti umani e il diritto internazionale, proteggere il lavoro umanitario in mare e creare pressione pubblica per un cambiamento politico. L’ordine di detenzione provvisoria è stato emesso dal Ministero dell’Interno italiano, dalla Guardia di Finanza e dal Ministero dei Trasporti. La Humanity 1 non può lasciare il porto fino a quando il Prefetto non avrà indagato sulle accuse. Il rapporto di soccorso, comprese le comunicazioni dettagliate con le autorità, è disponibile qui. L’ordine di fermo è disponibile qui: https://mediahub.ai/en/share/album/ec3d61f0-a70c-4989-9339-bf2b06590610   Redazione Italia
December 2, 2025
Pressenza
Maltempo, SOS Humanity chiede invano un porto più vicino per lo sbarco delle 85 persone soccorse
Dopo aver soccorso 85 persone in pericolo in mare mercoledì, la nave di ricerca e soccorso Humanity 1 è attualmente costretta a ripararsi nel Golfo di Taranto a causa del maltempo in peggioramento mentre era in rotta verso il lontano porto di Ortona, che era stato assegnato dalle autorità italiane come porto sicuro. Ortona dista più di 1.300 chilometri dal luogo del salvataggio e l’attuale ritardo prolungherà ulteriormente il tempo che i sopravvissuti dovranno trascorrere a bordo, nonostante le loro condizioni fisiche e mentali già compromesse. “Questa lunga traversata è inutile e pericolosa per la salute fisica e mentale delle persone che abbiamo a bordo”, afferma Stefania, responsabile della protezione a bordo. “Abbiamo diversi casi di scabbia, infezioni respiratorie, febbre alta, dolori muscolari, malattie parassitarie e alcuni stanno ricevendo un trattamento antibiotico. I sopravvissuti sono partiti dalla Libia, dove alcuni ci hanno già rivelato di aver subito torture”. “Nonostante SOS Humanity abbia ripetutamente chiesto l’assegnazione di un porto vicino per lo sbarco in sicurezza delle 85 persone che abbiamo soccorso tre giorni fa, il Centro di coordinamento marittimo di Roma (MRCC) continua a rifiutarlo“ afferma Sofia Bifulco, coordinatrice della comunicazione a bordo della Humanity 1. “Il diritto internazionale prescrive in modo inequivocabile che i sopravvissuti in pericolo in mare debbano essere sbarcati senza indugio, e davanti a noi ci sono porti a poche ore di navigazione. Anziché esporre persone vulnerabili alle intemperie e prolungare le loro sofferenze per quasi sette giorni di transito inutile, deve essere loro concesso il diritto di sbarcare il più rapidamente possibile”.   Redazione Italia
November 30, 2025
Pressenza
Sentenza definitiva della Corte d’Appello di Catanzaro: il fermo della nave di soccorso Humanity 1 era illegale e la Libia non è un Paese sicuro
SOS Humanity ha vinto la sua prima causa contro il governo italiano nel contesto di decine di fermi illegali e arbitrari di navi di ricerca e soccorso non governative. Una corte d’appello ha ribadito la storica sentenza del Tribunale di Crotone del giugno 2024, chiarendo che la cosiddetta Guardia Costiera libica, finanziata dall’UE, non può essere considerata un soggetto legittimo di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Inoltre, la sentenza ha confermato che SOS Humanity ha agito in conformità con il diritto internazionale nello svolgimento delle sue operazioni di ricerca e soccorso e che il fermo della sua nave di soccorso è stato illegale. SOS Humanity sta ora chiedendo un risarcimento al governo italiano. Nel giugno 2025, la Corte d’Appello di Catanzaro ha respinto un ricorso presentato dal governo italiano contro una sentenza del 2024 del Tribunale di Crotone, che aveva dichiarato illegittimo il fermo della nave di soccorso Humanity 1 nel marzo 2024 e stabilito che la cosiddetta Guardia Costiera libica non può essere considerata un soggetto legittimo di ricerca e soccorso (SAR).  Inoltre, ha confermato che la Libia non può essere considerata un luogo sicuro per i rifugiati e che SOS Humanity ha agito in conformità con il diritto marittimo internazionale in ogni momento. I ricorrenti – i Ministeri italiani dell’Interno, dei Trasporti e delle Finanze – hanno deciso di non impugnare questa sentenza, mentre SOS Humanity chiede un risarcimento per i danni finanziari causati dal sequestro illegale della sua nave di soccorso. Contesto: fermo della Humanity 1 nel 2024 e conseguente azione legale Nel marzo 2024, dopo aver soccorso 77 persone in pericolo in mare, la nave di soccorso Humanity 1 di SOS Humanity era stata fermata dal governo italiano con l’accusa di aver ignorato le istruzioni delle autorità libiche e di aver messo in pericolo vite umane. L’organizzazione di ricerca e soccorso (SAR) ha presentato con successo ricorso contro la decisione in un procedimento accelerato presso il Tribunale civile di Crotone, che ha dichiarato illegale il fermo della nave di soccorso Humanity 1 e ne ha ordinato l’immediato rilascio. Nel giugno 2024, il tribunale civile ha confermato e motivato la sua sentenza sottolineando che la cosiddetta Guardia Costiera libica non può essere considerata un attore SAR legittimo nel Mediterraneo. Ha inoltre chiarito che le istruzioni illegali della cosiddetta Guardia Costiera libica non devono essere seguite. Nel giugno 2025, il ricorso del governo italiano contro questa decisione è stato respinto dalla Corte d’Appello di Catanzaro, confermando la posizione di SOS Humanity circa l’illegittimità della cosiddetta Guardia Costiera libica e la pratica illegale di trattenere le navi di soccorso. Da anni la cosiddetta Guardia Costiera Libica è finanziata e equipaggiata dall’Unione Europea e dai suoi Stati membri per intercettare i migranti nel Mediterraneo centrale e riportarli in Libia, nonostante gli abusi ampiamente documentati contro migranti e rifugiati che, secondo le Nazioni Unite, costituiscono crimini contro l’umanità. Pertanto, secondo il diritto internazionale, la Libia non può essere considerata un luogo sicuro per le persone salvate dal pericolo in mare. La sentenza definitiva della Corte d’Appello di Catanzaro è disponibile qui.   Redazione Italia
November 4, 2025
Pressenza
3 Ottobre 2013 – 3 Ottobre 2025 si continua a morire in mare
04.10.2025. Nell’anniversario del drammatico naufragio al largo di Lampedusa 12 anni fa, continuano a morire persone in fuga attraverso il Mediterraneo: ieri SOS Humanity ha salvato 41 persone in pericolo in mare, ma i sopravvissuti riferiscono che 7 persone sono cadute in mare. Durante la notte, altre due persone sono decedute a bordo della Humanity 1. La maggior parte dei sopravvissuti sono profughi di guerra provenienti dal Sudan.  Dopo un difficile salvataggio venerdì pomeriggio a sud-est di Lampedusa e una notte drammatica con ora 2 salme a bordo, l’equipaggio della nave di soccorso Humanity 1 si dirige ora verso Porto Empedocle come porto di sbarco. Le autorità italiane avevano inizialmente assegnato loro Bari, più a nord in Italia, a 1.000 chilometri di distanza, per portare a terra i restanti 34 sopravvissuti. Considerate le cattive condizioni meteorologiche e la situazione medica critica a bordo, con persone deboli salvate dal mare, tra cui diversi minori, l’assegnazione di un porto lontano a nord in Italia non solo era una violazione del diritto marittimo, ma anche disumana. Nel pomeriggio del 3 ottobre 2025, l’equipaggio dell’organizzazione di ricerca e soccorso SOS Humanity aveva avvistato, nelle immediate vicinanze della nave di soccorso Humanity 1, un gommone grigio sovraffollato, non idoneo alla navigazione e incapace di manovrare. Si trovava nella zona di soccorso maltese a sud-est dell’isola italiana di Lampedusa. Le persone a bordo erano già in mare da almeno 4 giorni, senza mezzi di soccorso e senza provviste sufficienti. I sopravvissuti riferiscono che almeno 7 persone erano cadute in mare dal gommone e annegate. Quando Humanity 1 ha trovato l’imbarcazione, le condizioni meteorologiche erano pericolose, con onde alte fino a 3 metri e venti forti, rendendo particolarmente difficile per l’equipaggio condurre l’operazione di soccorso.  L’equipaggio di Humanity 1 ha portato a bordo un totale di 41 persone. Diverse persone erano incoscienti quando sono state portate a bordo, molte riuscivano a malapena a stare in piedi o a camminare, e tutte erano disidratate, ipotermiche ed estremamente esauste. Una madre e un bambino hanno riportato gravi ustioni causate dalla miscela di benzina e acqua salata presente nel gommone. La serata e la notte sono state caratterizzate da misure di emergenza. Una persona ha dovuto essere rianimata dopo il soccorso, ma è deceduta nel corso della notte. I tentativi di evacuazione di emergenza in elicottero sono falliti a causa delle condizioni meteorologiche. Un’altra persona è collassata a bordo e, nonostante le misure mediche di emergenza, non è stato possibile salvarla. Solo al terzo tentativo, nelle prime ore del mattino, la Guardia Costiera italiana è riuscita a evacuare 5 persone direttamente al largo di Lampedusa, tra cui la madre e il bambino. Ciò nonostante, le autorità italiane non hanno permesso ai 34 sopravvissuti rimasti a bordo della Humanity di sbarcare a Lampedusa, come previsto dal diritto marittimo internazionale. Solo dopo diverse richieste da parte dell’equipaggio della Humanity 1, il porto di Bari, molto lontano, è stato cambiato con quello di Porto Empedocle in Sicilia. Come ieri, dodici anni fa, al largo di Lampedusa si è verificato un immane naufragio in cui hanno perso la vita centinaia di persone che attraversavano il Mediterraneo in fuga. Le foto delle lunghe file di bare hanno suscitato grande indignazione all’epoca. I politici si sono recati a Lampedusa e l’UE ha promesso di porre rimedio alla situazione. Oggi, in media tre persone continuano a morire ogni giorno sulla rotta di fuga del Mediterraneo centrale ma non esiste un programma di soccorso in mare coordinato a livello europeo, nonostante la ricerca e il soccorso siano un obbligo degli Stati ai sensi del diritto internazionale. Al contrario, le organizzazioni civili come SOS Humanity sono gli unici attori nella maggior parte del Mediterraneo centrale che svolgono attività di ricerca e soccorso in conformità con il diritto internazionale e cercano di colmare il drammatico vuoto dei soccorsi al largo delle coste europee. Le foto del salvataggio e una dichiarazione video (in inglese e italiano, da scaricare per la riproduzione) a bordo della Humanity 1 sono disponibili per uso esclusivamente editoriale al seguente link: Sharing – Album – teamnext | Media Hub Flore Murard Press Officer for Italy M +49 (0) 17687731615/ + 39 3485268700 f.murard@sos-humanity.org Humanity 2: Gemeinsam Segel setzen für mehr Menschlichkeit Humanity 2: Setting sail for more humanity together Humanity 2: Salpare insieme per più umanità Redazione Italia
October 4, 2025
Pressenza
Humanity 2, una nuova barca a vela per la ricerca e soccorso nel Mediterraneo
Con la barca a vela Humanity 2, l’organizzazione di ricerca e soccorso SOS Humanity, attiva da dieci anni, sta portando una seconda nave di soccorso nel Mediterraneo centrale. La barca a vela, lunga circa 24 metri, è attualmente in fase di acquisto da parte di SOS Humanity e sarà poi convertita. A partire dalla metà del 2026, la Humanity 2 colmerà un gap letale al largo delle coste tunisine come nave di soccorso e di monitoraggio. “Le rotte migratorie nel Mediterraneo stanno diventando sempre più pericolose perché l’UE paga i Paesi terzi per intercettare i rifugiati. Invece di salvare vite umane, l’Europa si sta isolando a tutti i costi e rendendo il Mediterraneo ancora più letale”, afferma Till Rummenhohl, amministratore delegato di SOS Humanity. “Nella zona marittima al largo della Tunisia si è creato un vuoto di operazioni di soccorso che mette a rischio la vita delle persone ed è caratterizzato da violazioni sistematiche dei diritti umani da parte della Guardia Costiera tunisina. Le imbarcazioni scompaiono senza lasciare traccia perché la Tunisia impedisce la ricognizione aerea e il Centro di coordinamento dei soccorsi tunisino non coordina adeguatamente i soccorsi. Le persone fuggono su imbarcazioni metalliche altamente pericolose che affondano rapidamente. Questa drammatica realtà ci spinge ad agire. Con la barca a vela Humanity 2 salveremo vite umane e documenteremo le violazioni dei diritti umani al largo della Tunisia, dove l’Europa sta fallendo. La nostra barca a vela è perfettamente complementare alla Humanity 1, che opera al largo della Libia. In questo modo saremo in grado di soccorrere più persone in pericolo in mare e aumentare la pressione sui responsabili”. Il veliero è attualmente ancora ormeggiato in un porto sulla costa francese, ma sarà trasferito in Sicilia nel mese di novembre e dovrebbe essere sottoposto a lavori di conversione presso il cantiere navale a partire da dicembre. SOS Humanity sta ora raccogliendo donazioni per finanziare il progetto. “Soprattutto ora che il nuovo governo federale tedesco ha tagliato tutti i finanziamenti statali, abbiamo più che mai bisogno del sostegno della società civile”, sottolinea Till Rummenhohl. “Siamo fermamente convinti che la maggioranza dei cittadini europei non voglia semplicemente lasciare annegare chi cerca protezione nel Mediterraneo. La società civile ci ha permesso di salvare oltre 39.000 persone in dieci anni e continuerà a sostenere il nostro lavoro di soccorso”. Questa solidarietà e umanità in azione dovrebbero servire da esempio ai politici. Dal 2015, l’UE e i suoi Stati membri non sono riusciti a istituire un programma europeo di ricerca e soccorso per porre fine alle morti nel Mediterraneo. Al contrario, sono complici di violazioni dei diritti umani e ostacolano deliberatamente il lavoro delle organizzazioni di soccorso in mare. Ma non ci faremo intimidire; continueremo con una seconda nave!”. Redazione Italia
September 16, 2025
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