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La frana di Niscemi è lo specchio del Paese
Il versante argilloso della collina su cui è costruita Niscemi scivola lentamente a valle. È il 12 ottobre del 1997. Intere famiglie sono costrette a lasciare le loro case, perdendo tutto. Da allora tutti i programmi di prevenzione e consolidamento della zona, che pure furono programmati, sono rimasti sulla carta. Il primo progetto avviato dalla Regione e dal Dipartimento della Protezione civile stanziava un investimento di 14,5 milioni di euro, ma furono eseguiti solo alcuni terrazzamenti, poi «per gravi ritardi dell’azienda appaltatrice» tutto fu abbandonato. Nel 2014, dopo che da quasi un decennio l’area era stata dichiarata a «rischio idrogeologico molto elevato», un’altra frana spinse la Regione a stanziare altri 9 milioni di euro Anche qui, dopo una serie di contenziosi, il progetto fu ritirato. Tra il 2020 e il 2024 altri 8 milioni di euro vennero messi a disposizione per interventi di drenaggio. Denaro che rimase sempre un’ipotesi, così come lo rimase l’ultimo atto ufficiale della regione Sicilia dell’agosto 2025 su Niscemi: un progetto di consolidamento della frana avvenuta trent’anni prima! > E poi sono arrivati i fondi del PNRR, che prevedevano circa 1,64 miliardi di > euro per il contrasto al dissesto idrogeologico. Il 40% delle risorse veniva > destinato al Mezzogiorno. Si è deciso però che si potevano dirottare altrove e > parte di questi fondi sono stati stralciati per una rimodulazione del Piano. Alla regione Sicilia erano destinati circa 99 milioni di euro per 46 progetti contro il dissesto, ma sono molti i casi di mancato utilizzo di tali fondi su zone ad alto rischio, come Niscemi, nonostante le esigenze territoriali. Esiste una stima di quanto serve per risolvere il problema del dissesto idrogeologico nel nostro Paese? Finora gli Enti locali hanno registrato sulla piattaforma RENDIS (Repertorio Nazionale degli interventi per la Difesa del Suolo) gestita dall’ISPRA la richiesta di 7.811 interventi per un totale di 26,58 miliardi di euro. Cifra enorme, ma non deve stupirci sapendo che il 15% della popolazione italiana vive in zone a medio e alto rischio idrogeologico. > Così come non deve stupirci che il 25 gennaio 2026 più di quattro chilometri > della collina su cui giace Niscemi sia franata creando uno strapiombo che ha > inghiottito edifici, strade e auto, costringendo oltre 1.500 persone ad > abbandonare le proprie case. Intanto la conta dei danni nella regione è impressionante. Case, strade, ponti, attività commerciali, è crollato tutto. È crollata anche la ferrovia nell’hinterland messinese, con questo binario sospeso nel vuoto che bloccherà per chissà quanto tempo i servizi per i pendolari. Su un territorio così fragile e compromesso il 20 gennaio si è abbattuto il ciclone Harry, una tempesta che ha colpito non solo la Sicilia, ma anche la Sardegna e la Calabria, provocando danni ovunque. Il cambiamento climatico (un ciclone alle nostre latitudini è indicativo!) aggrava criticità esistenti, rendendo maggiormente distruttivi eventi sempre più frequenti. Proprio di fronte a queste trasformazioni bisognava agire in fretta per realizzare una rete di convogliamento delle acque e il consolidamento della frana. Nulla è stato fatto! «Quello che è successo è il risultato di decenni di assenza di prevenzione sul territorio, in un contesto in cui i cambiamenti climatici amplificano l’energia dei fenomeni meteomarini, rendendoli sempre più distruttivi» – scrive nel comunicato l’Assemblea No Ponte e continua: «In questo quadro drammatico, la prima cosa che il governo dovrebbe fare è dirottare le risorse che dovrebbero essere sperperate per l’inutile e dannoso ponte di Salvini alla realizzazione di tutte le opere necessarie a far rialzare la Sicilia e [le sue e, ndr] i suoi abitanti». > Sono più di 13 miliardi di euro le risorse per la costruzione del ponte e chi > in questi giorni è stato colpito dalla furia di quello che si ostinano a > chiamare “maltempo” è naturale che chieda l’utilizzo immediato di quei fondi. > Per ricostruire, ma ripensando al modo per farlo. La situazione di Niscemi è da anni oggetto delle lotte del Comitato No Muos, che ha evidenziato la militarizzazione del territorio, con la costruzione di una delle più grandi basi militari statunitensi in Italia, all’interno della quale è stato installato un sistema di telecomunicazioni militari degli Stati Uniti. Contro questa installazione, collocata nella Sughereta di Niscemi, area naturale protetta, si sono battute le realtà territoriali denunciando l’incompatibilità radicale tra la fragilità geologica e idrogeologica del territorio, il valore ambientale dell’area e la presenza di un’infrastruttura militare di quelle dimensioni, basandosi su studi, perizie, osservazioni tecniche e documentazione pubblica. Che si fosse a conoscenza della fragilità del territorio lo dimostra anche l’annuncio fatto tempo fa dalla Marina militare statunitense dell’esecuzione di lavori di messa in sicurezza della base, interessata da possibili smottamenti. Intanto continua a piovere a Niscemi. Un immobile di tre piani rimasto in bilico sul ciglio della frana è crollato. La città si sgretola e il ministro Musumeci ha firmato il decreto di costituzione di una Commissione di studio con il compito di approfondire le cause e l’evoluzione del movimento franoso, la velocità del relativo movimento e le condizioni di rischio. Ricomincia l’iter dal quale siamo partiti. Vedremo ancora studi, progetti, programmi di prevenzione e consolidamento della zona che resteranno sulla carta, mentre il territorio ferito provocherà altre tragedie. Si pensa davvero a prevenire queste catastrofi oppure si resta in attesa pensando ai soccorsi? Come dice il ministro Salvini difendendo la sua opera: «col ponte probabilmente in caso di eventi disastrosi anche i soccorritori riuscirebbero a intervenire più velocemente». La copertina è di Gianfrancodp (Wikicommon) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo La frana di Niscemi è lo specchio del Paese proviene da DINAMOpress.
February 3, 2026
DINAMOpress
Frana di Niscemi: serve un cambio di paradigma immediato
Frana di Niscemi: un evento prevedibile in un territorio fragile, aggravato dal cambiamento climatico e da una governance ambientale inadeguata. L’evento franoso verificatosi a Niscemi non può essere interpretato come un fenomeno isolato né come una mera calamità naturale. Si tratta della manifestazione sistemica di una fragilità territoriale strutturale, tipica di ampie porzioni della Sicilia, caratterizzate da substrati argillosi a bassa coesione, elevata plasticità e marcata suscettibilità ai movimenti gravitativi in condizioni di saturazione idrica. Le cartografie ISPRA sul dissesto idrogeologico e i dati del geoportale regionale classificavano già l’area come a elevata pericolosità geomorfologica. L’innesco immediato è stato rappresentato dalle precipitazioni estreme associate al ciclone Harris, che hanno superato le soglie critiche di stabilità dei versanti. Tuttavia, questo episodio si inserisce pienamente nel quadro del cambiamento climatico in atto nel bacino mediterraneo: i modelli climatici regionali (RCM) indicano un aumento statisticamente significativo della frequenza e dell’intensità degli eventi piovosi concentrati, alternati a periodi prolungati di siccità che riducono la coesione dei suoli e ne amplificano la vulnerabilità. In termini scientifici, dunque, l’evento era prevedibile. Ancora più grave è il fatto che Niscemi era già stata colpita da una frana nel 1997, con danni rilevanti. Da allora si sono succeduti studi preliminari, dichiarazioni di intenti e promesse di intervento, senza che si arrivasse a un programma strutturale di mitigazione del rischio. Questo rappresenta un classico caso di fallimento della prevenzione: l’assenza di decisioni operative si è tradotta in un accumulo di rischio. Nel frattempo, la Sicilia affronta simultaneamente: * incendi boschivi ricorrenti e perdita di biodiversità * crisi idrica cronica, con perdite di rete superiori al 50% in molte aree * inquinamento industriale e degrado della qualità dell’aria * gestione inadeguata del ciclo dei rifiuti * erosione costiera attiva su circa il 77% del litorale regionale * urbanizzazione disordinata e consumo di suolo * crisi dell’agricoltura legata a stress idrico e impoverimento dei suoli Secondo la classificazione UNCCD (Convenzione delle Nazioni Unite contro la Desertificazione, ndR), oltre il 70% del territorio siciliano presenta indicatori compatibili con processi di desertificazione. Le proiezioni climatiche suggeriscono che entro il 2030 circa un terzo dell’isola potrebbe assumere caratteristiche assimilabili a ecosistemi aridi, con degradazione del suolo, perdita di sostanza organica, salinizzazione e stress idrico cronico. A questo quadro si aggiunge un ulteriore elemento strutturale: negli ultimi anni consistenti risorse destinate alla messa in sicurezza del territorio non sono state spese o sono rimaste bloccate nei meccanismi burocratici regionali, mentre contemporaneamente 2,1 miliardi di euro del Fondo Sviluppo e Coesione sono stati dirottati verso il Ponte sullo Stretto (1,3 miliardi) e impianti di incenerimento (circa 800 milioni). Questa scelta appare scientificamente incoerente in un contesto ad alta vulnerabilità climatica e geomorfologica. Dal punto di vista dell’analisi costi–benefici ambientali, l’allocazione delle risorse pubbliche risulta in contrasto con le raccomandazioni della letteratura internazionale sulla gestione adattativa dei territori mediterranei, che privilegia: * mitigazione del rischio idrogeologico (consolidamento dei versanti, drenaggi profondi, opere di regimazione idraulica) * infrastrutture verdi e Nature-Based Solutions (riforestazione, rinaturalizzazione dei corsi d’acqua, ripristino della copertura vegetale) * modelli di economia circolare in alternativa all’incenerimento * pianificazione territoriale integrata con vincoli geomorfologici e scenari climatici futuri. Un ulteriore fattore critico è rappresentato dalla sistematica sottovalutazione degli impatti cumulativi nelle procedure autorizzative. Valutazioni Ambientali (VIA e VAS) vengono spesso condotte in modo frammentario, senza una reale integrazione dei dati su dissesto idrogeologico, consumo di suolo e cambiamento climatico. Autorizzazioni edilizie e infrastrutturali continuano a essere rilasciate in aree fragili senza un’analisi profonda delle conseguenze a medio e lungo termine, alimentando un modello di sviluppo che incrementa l’esposizione al rischio. L’approccio dominante, fondato su grandi opere e difese rigide, produce un feedback maladattativo: aumenta la spesa pubblica senza rimuovere le cause strutturali del degrado territoriale. Nel frattempo, mentre la Sicilia affoga nel fango, il dibattito politico resta concentrato su un Ponte che non risolve le criticità infrastrutturali interne dell’Isola e su impianti di incenerimento che cristallizzano un modello arretrato di gestione dei rifiuti. La frana di Niscemi non è solo un disastro ambientale: è l’esito diretto di scelte politiche miopi, di fondi non spesi per la prevenzione, di autorizzazioni concesse senza un approccio sistemico e di un grave ritardo nell’adattamento climatico. Serve un cambio di paradigma immediato. Il governo regionale e il Parlamento siciliano devono pretendere, insieme al governo nazionale, la riallocazione dei 5,3 miliardi del Fondo Sviluppo e Coesione verso la messa in sicurezza del territorio, la gestione sostenibile delle risorse idriche, la prevenzione del dissesto idrogeologico e l’adattamento al cambiamento climatico. Continuare a finanziare grandi opere simboliche mentre i comuni franano significa accettare consapevolmente nuovi disastri annunciati. La vera infrastruttura strategica della Sicilia oggi non è un ponte sullo Stretto: è la cura del territorio. Ed è una responsabilità politica precisa, che ha nomi, ruoli e decisioni ben riconoscibili.   Redazione Sicilia
January 30, 2026
Pressenza
Due Italie: stesso fango
di Mario Sommella (*). A seguire link utili. CI SONO DUE ITALIE, MA IL FANGO È LO STESSO PER TUTTI Quando il mare entra in casa, le colpe “geografiche” sono solo un alibi: le responsabilità vere stanno nelle scelte pubbliche In questi giorni, davanti alle immagini del ciclone mediterraneo Harry (18–21 gennaio 2026), ho provato una rabbia doppia. La prima è
January 29, 2026
La Bottega del Barbieri
Frana a Niscemi: non è una fatalità, è il modello che crolla!
In questi giorni una grave frana ha colpito Niscemi, in provincia di Caltanissetta, producendo oltre mille sfollati e rendendo inagibili interi quartieri: un burrone profondo 50 metri con una linea di frana posizionata a 150 metri dal bordo e la quasi certezza che le case entro 50-70 metri crolleranno. Il […] L'articolo Frana a Niscemi: non è una fatalità, è il modello che crolla! su Contropiano.
January 28, 2026
Contropiano