La bufala delle Olimpiadi di pace
Ormai dovremmo averlo capito: la narrazione dei Giochi Olimpici come oasi di
pace è, storicamente e logicamente, una bufala. Non solo non sono nate per
eliminare le guerre, ma non sono mai state realmente momenti di tregua e non lo
sono neanche ora. Eppure, continuiamo a osannare le Olimpiadi come un rito sacro
e intoccabile, simbolo di fratellanza universale e lo sport come cura di tutti i
mali.
La raffigurazione dell’atleta olimpico della Grecia antica con elmo e scudo
sembra la rappresentazione plastica del legame tra guerra e gara.
Gli elementi coincidono in modo inquietante. La dinamica binaria: Io vinco, tu
perdi, o noi vinciamo e voi perdete (nei giochi a squadra); la gara tra nazioni:
si gareggia sotto bandiere diverse, proprio come sui campi di battaglia; le
regole: anche la guerra le ha, esiste il diritto bellico, la protezione dei
civili (in teoria…); il premio: in guerra chi vince si prende un bel bottino e
chi trionfa non si porta forse a casa medaglie e un sacco di soldi? Mi ritorna
in mente una frase di Orwell: “Lo sport è la guerra senza gli spari.”
Questo discorso scatena discussioni infinite sull’importanza dello sport. Però
fermiamoci un attimo a riflettere sul significato del vincere: distanziare
l’altro, essere migliore, arrivare primo o primi. E anche l’osannato fair play
e le regole stesse ‘hanno la funzione di rendere indiscutibile la superiorità
del vincitore’, dice Caillois in I Giochi e gli uomini. Se trasportassimo
questi obiettivi in ambito scolastico, avremmo distrutto ogni tentativo di
educare all’inclusione, alla cooperazione e alla solidarietà. Pare ovvio. E
infatti come si fa a parlare di “sentirsi parte di una stessa umanità” se
l’obiettivo è prevaricare l’altro in una classifica? Qui entra anche il grande
inganno della meritocrazia. Ci hanno convinti che il podio sia il termometro del
valore umano: se sei lì sopra, “te lo sei meritato”, se sei fuori, sei
invisibile. È una logica spietata. Chi vince è il “migliore”.
Il gioco è fondamentale, intendiamoci, ma non tutti i giochi sono uguali.
Esistono anche i giochi cooperativi, che però paiono i figli di un dio minore,
sconosciuti ai più, dimenticati in qualche cassetto o rispolverati qui e là.
Come scrive Bartezzaghi, “Agonismo e cooperazione sono entrambi incontri
sociali, ma mentre negli incontri cooperativi il rapporto è di congiunzione, in
quelli agonistici è di disgiunzione” (Bartezzaghi S., Chi vince non sa cosa si
perde). Questi tipi di giochi agonistici e competitivi, insomma, creano una
frattura.
E allora perché osannare l’allenamento a vincere? Il gioco è una forma di
educazione per un popolo, rispecchia i meccanismi mediante i quali le società
elaborano i propri modi di organizzare il mondo. Con questi tipi di giochi cosa
stiamo insegnando, cosa stiamo tramandando?
A me pare evidente che la competizione non ci faccia bene. Eppure parlare dello
sport e dei Giochi Olimpici è un dogma intoccabile, lo accettiamo come una sorta
di “guerra buona”, la chiamiamo “competizione sana”, ma può mai essere ‘sana’
una competizione se ci allena a ‘superare’ l’altro e a decretare chi è
‘migliore’? Definisci sano…
Annabella Coiro