Ultim’ora sul referendum giustizia
La corsa al referendum sulla giustizia è ancora lunga. Un nuovo quesito,
proposto da un comitato di 15 cittadini capace di raggiungere le 500mila firme
in poche settimane, è stato approvato dall’Ufficio centrale per il referendum
della Cassazione. La differenza sostanziale rispetto al quesito dei parlamentari
sta nell’indicazione dei sette articoli della Costituzione che cambierebbero con
la vittoria del sì. Una precisazione non da poco che, secondo la Corte di
Cassazione, aumenterebbe la partecipazione consapevole tra i cittadini in vista
del voto.
L’intervento a posteriori dei giudici ha configurato una casistica inedita, che
apre ora a diversi scenari, compreso il cambio di data. Nel frattempo il governo
ha convocato con urgenza un Consiglio dei ministri che tra poche ore dovrebbe
fornire qualche dettaglio in più sul futuro del referendum.
Quando una settimana fa il TAR Lazio ha respinto il ricorso presentato da un
comitato di 15 cittadini per un cambio di data del referendum, la partita
intorno a quest’ultima sembrava avviatasi verso la sua battuta finale,
allo scontro sempre più risicato tra il fronte del sì e quello del no. Usciti
dalla porta, i cittadini sono rientrati presto dalla finestra: la Cassazione ha
dichiarato legittimo il quesito da loro presentato poco prima di Natale, che si
affianca così a quello già approvato dai parlamentari.
Secondo i giudici, infatti, la precedente ordinanza che approvava il referendum
dei parlamentari non ha esaurito la facoltà di altri soggetti di formulare altri
quesiti sul tema. L’intervento cittadino “corregge” quello politico, adempiendo
agli obblighi della legge n. 352 del 1970 e specificando dunque gli articoli
interessati da un’eventuale vittoria del sì, cosa che il quesito dei
parlamentari non faceva.
Adesso la palla passa nuovamente a Palazzo Chigi. La modifica del testo
referendario a campagna già avviata rappresenta un unicum per l’Italia, che apre
ora a diversi scenari e interpretazioni. Gli stessi giuristi si dividono su ciò
che accadrà: secondo Stefano Ceccanti, docente di diritto ed ex parlamentare, la
data del referendum non dovrebbe cambiare poiché già indetta per decreto, mentre
verrebbe soltanto aggiornato il quesito.
Per il professore emerito Michele Ainis, invece, appare probabile il cambio di
data: «nel quesito proposto dal governo certamente non erano indicati gli
articoli della Costituzione allo scopo di rendere più semplice la comprensione
del quesito stesso. Ma se a questo punto la Cassazione, tornando sui suoi passi
dopo aver approvato il precedente quesito ha stabilito che occorre
rimodularlo, non c’è dubbio che slitti la data delle votazioni, perché quella
data è incorporata nel decreto. Penso che possa e che debba slittare. Se questo
non avverrà sarà possibile sollevare, da parte del comitato per le 500mila
firme, un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta».
Se il Consiglio dei Ministri convocato con urgenza per mezzogiorno dovesse
optare per una nuova data, la prima utile risulterebbe quella del 29-30 marzo,
una settimana dopo la previsione attuale. L’alternativa, tenendo conto delle
festività, sarebbe il 12-13 aprile. Il campo delle ipotesi dovrebbe ad ogni modo
essere sgomberato nelle prossime ore, sbrogliando la matassa giuridica venutasi
a creare.
L'Indipendente