Da #Pistoia a #Milano è l'ora dei Parà e del mito #fascista di El Alamein
Il 23 ottobre cerimonia solenne allo stadio di Pistoia dei #Parà della Brigata
#Folgore per l’84° Anniversario della battaglia di El Alamein, in piena Seconda
Guerra Mondiale, quella scatenata da Hitler e Mussolini con tanto di campagne
imperiali in terra d'Africa.
Tag - fascista
Pistole e fucili
Il turbolento rapporto di amore e odio tra Meloni e Trump mi ricorda un vecchio
film. “Quando un fascista con la pistola incontra un fascista col fucile, il
primo è un uomo morto”.
L'articolo Pistole e fucili su Contropiano.
VERONA: IN 4MILA PER IL TUMULTO PRIDE. DENUNCIATE MOLTEPLICI AGGRESSIONI AI MARGINI DELLA MANIFESTAZIONE
Nella prima serata di sabato 27 giugno 2026 a Verona, alla fine di un corteo
“tumultuoso”, colorato e partecipato da 4mila persone, 4 persone hanno
denunciato di essere state aggredite tra il centro storico e il quartiere di
Borgo Trento, dove si era concluso il Pride.
A renderlo noto la stessa Rete Tumulto Pride che in un comunicato parla di
“intimidazioni e offese” a carattere fascista e omolesbobitransfobico.
Due attivisti della Rete Verona per la Palestina e dell’organizzazione del
Pride, hanno denunciato ai nostri microfoni di aver subito le aggressioni
semplicemente perché portavano con loro la bandiera della Palestina.
Gigi, 60 anni, attivista veronese di lunga data ma il cui volto non è
particolarmente noto, è stato avvicinato da un trentenne in piazzetta Municipio,
in pieno centro storico. L’uomo ha sottratto una bandiera della Palestina di 4
metri per 3, che Gigi stava riportando a casa dopo il corteo. Erano circa le ore
20. L’aggressore si è prontamente infilato in un piccolo vicolo poco frequentato
ed ha aspettato Gigi “in posizione da boxer, coi pugni alzati”. Nel frattempo è
stato raggiunto da tre sodali e a quel punto Gigi ha deciso di andarsene. Dopo
un confronto con compagne e compagni, ha sporto denuncia.
Anche Antonella, della Rete Tumulto Pride, è stata aggredita dopo il corteo per
ben tre volte in una decina di minuti. Era di ritorno dal corteo nei pressi del
ponte della Vittoria, altra zona centrale e molto frequentata. In compagnia di
figlio e figlia adolescenti, ha chiesto a quest’ultima di fotografarla con la
bandiera della Palestina. Immediatamente è stata insultata pesantemente da un
uomo, anch’esso accompagnato da due figli, uno dei quali ha cercato di farlo
desistere.
Accusato il colpo, dopo pochissimi minuti è stata fermata da una moto “che
viaggiava a velocità ridotta e sembrava circumnavigasse la zona. L’uomo a bordo
ha iniziato a inveire” ordinando di chiudere la bandiera della Palestina, per
poi tagliare la corda.
Terza aggressione è avvenuta immediatamente dopo da parte di una dozzina di
adulti che hanno iniziato “ad additarci ed insultarci”, racconta Antonella. Uno
di loro ha fatto cenno di “attraversare la strada, salvo poi essere trattenuto
da un altro del gruppo”, che ha poi proseguito.
“Ho pensato che non fosse casuale” ha detto Antonella e “ho avuto conferma, dopo
un confronto con Gigi, che le aggressioni fossero frutto di un clima di caccia
all’uomo” da parte di simpatizzanti dell’estrema destra che evidentemente erano
presenti numerosi nelle zone adiacenti alla piazza finale della manifestazione.
Il bilancio della giornata di festa e di lotta con Giovanni Zardini della Rete
Tumulto Pride. Ascolta o scarica
La testimonianza di Gigi, della Rete di Verona per la Palestina. Ascolta o
scarica
La testimonianza di Antonella, della Rete Tumulto Pride. Ascolta o scarica
Il Comunicato di lunedì 29 giugno inviato in redazione dalla Rete Tumulto Pride
in merito alle aggressioni.
INTIMIDAZIONI, OFFESE E INSULTI AL TUMULTO PRIDE 2026.
Se analizziamo questo Tumulto Pride 2026 dal punto di vista della continuità di
un progetto politico nato lo scorso anno, possiamo affermare che il percorso
compiuto dalle associazioni e dalle soggettività che lo hanno portato per le vie
di Verona sabato 27 giugno è stato importante oltre che entusiasmante.
Chi era in piazza con noi sabato ha percepito l’importanza del progetto.
L’energia che si respirava era potente e i contenuti, portati in piazza anche da
altre città, erano quelli alla base del manifesto politico del Tumulto Pride e
perciò profondamente sentiti e convincenti.
Ma dobbiamo anche segnalare alcuni episodi allarmanti che si sono verificati
durante e dopo il corteo terminato in Piazza Vittorio Veneto, che hanno
coinvolto partecipanti e volontariɜ della Rete Tumulto Pride, presɜ di mira da
insulti e intimidazioni fasciste ed omolesbobitransfobiche.
Un compagno che portava simboli della lotta del popolo palestinese, mentre
tornava a casa è stato oggetto di una aggressione verbale che per poco non è
diventata fisica. In un vicolo isolato in pieno centro città gli è stata
strappata di mano la bandiera della Palestina ed è stato insultato per il suo
impegno. L’episodio, che lo ha visto da solo di fronte a quattro aggressori,
sarebbe potuto finire molto peggio se non avesse avuto la prontezza di
andarsene.
Una donna appartenente alla Rete Tumulto, mentre attraversava il ponte della
Vittoria per tornare a casa, è stata aggredita verbalmente da alcuni passanti
alla presenza dellɜ figliɜ.
Unə fotografə ufficiale volontariə è statə oggetto di insulti
omolesbobitransfobici da parte di suoi connazionali che evidentemente non
accettavano che anche una persona migrante possa partecipare orgogliosamente a
un Pride.
Anche un’altra persona ci ha segnalato via messaggio di essere stata oggetto di
insulti tipo “frocio di merda” mentre stava tornando a casa dopo il corteo.
Abbiamo raccontato naturalmente solo i fatti di cui abbiamo avuto testimonianza
diretta.
Un’altra considerazione è relativa all’aver visto un enorme spiegamento di forze
dell’ordine, crediamo di poter dire mai cosi tante per un Pride a Verona.
Sappiamo bene come siamo stati accoltɜ da una parte della città, tuttɜ eravamo
consapevoli che in Piazza Vittorio Veneto un nutrito gruppi di fascisti si era
radunato in un bar noto per le frequentazioni di estrema destra. La Rete Tumulto
si è prodigata per liberare la piazza ben prima delle ore 21.00 concordate con
la Questura, e uno dei motivi era proprio la salvaguardia della nostra
sicurezza, l’impegno a non lasciare nessunə solə in balia di possibili
aggressioni. Lo svuotamento veloce della piazza ha funzionato bene anche grazie
al servizio di navette che avevamo organizzato.
In questi due giorni successivi al Pride gli attacchi sono proseguiti su stampa
e social, con pubblicazione di foto dove lɜ attivistɜ del Tumulto Pride che
vengono presɜ di mira individualmente nel testo sono ben riconoscibili, a
rischio quindi di diventare a loro volta vittime di aggressioni fasciste e
omolesbobitransfobiche.
Tutto ciò ci dice una sola cosa, che di Pride come il Tumulto c’è un grande
bisogno a Verona. Ci impegniamo per questo a proseguire il progetto anche nel
2027.
Esprimiamo vicinanza e solidarietà a tutte le persone che hanno subito violenza
durante e dopo il corteo, e vogliamo dire loro NON MOLLATE, NON SIETE SOL*
RETE TUMULTO PRIDE
La bussola identitaria di Valditara
Il ministro Valditara dice che la nuova bozza delle Indicazioni nazionali
ribadisce l’intento di rafforzare l’identità occidentale e la rivoluzione delle
STEM. Nelle uniche dichiarazioni pubbliche su storia, il ministro ripete la
formula di aprile: centralità dell’Occidente, dell’Europa, dell’Italia. Sembra
una presa in giro la precisazione per cui non ci […]
L'articolo La bussola identitaria di Valditara su Contropiano.
GenderX: «non è un episodio isolato, è una violenza ripetuta con schemi ben precisi»
La sede di GenderX si trova tra i quartieri Pigneto e Tor Pignattara, a Roma,
una zona in grande trasformazione e fermento. Da un lato spinge la
gentrificazione, già largamente avviata al Pigneto, che si espande a macchia
d’olio nelle zone limitrofe, dall’altro lato la nuova e vecchia povertà urbana
si mescolano tra le vie di questi quartieri, diventati casa per tante comunità
migranti, che rischiano di essere spinte sempre più ai margini della città. Qui
corre la nuova linea della metro C, facendo diventare queste zone semi-centrali,
perché facilmente raggiungibili. La fermata più vicina alla sede di GenderX è
piazza Malatesta, una colata di cemento, una rotonda per le auto, capolinea
degli autobus, e dove si incontrano tante comitive di persone giovani, nelle
panchine tra una fermata e l’altra. Qui dietro tre anni fa ha aperto la nuova
sede di questa associazione, a via Dulceri, diventando un luogo di incontro e
supporto per tutta la comunità trans di Roma e provincia. Infatti GenderX «offre
un servizio peer-to-peer svolto da persone trans e organizza gruppi di
empowerment effettuati da persone transgender per adolescent* e adult*
finalizzati a creare momenti di aggregazione e informazione». Attivismo e
divulgazione per un mondo più inclusivo, come leggiamo nel sito.
Abbiamo sentito Gioele il Presidente dell’associazione per farci raccontare gli
attacchi subiti in queste settimane e mesi alla loro sede. Purtroppo, questi non
sono attacchi isolati, negli ultimi anni si sono moltiplicati episodi di
violenza razzista e omolesbobitransfoica in tutta questa zona della città: a
luglio del 2024 c’è stata un’aggressione razzista nel parco San Galli di Tor
Pignattara, a capodanno del 2025 una coppia gay è stata aggredita violentemente
a pochi passi da via Dulceri, perché si teneva mano nella mano, nell’estate del
2025 sono state diverse le aggressioni a negozianti e passanti da parte di
giovani e giovanissimi nella zona pedonale del Pigneto, e a febbraio è comparsa
una scritta razzista dietro il Parco San Galli, dopo la festa antirazzista
dellla scuola primaria. E questi sono solo gli episodi che hanno raggiunto la
stampa, potremmo poi aggiungere di altre scritte fasciste, adesivi per segnare
il territorio, cori, e tante altre micro-aggressioni quotidiane nei mezzi
pubblici e nelle strade.
Ci vuoi raccontare che cosa è accaduto la settimana scorsa presso la vostra
sede?
Non era la prima volta che delle persone venivano a dare fastidio alla sede, e
venerdì sera verso le sette o otto di sera, quando dietro la porta a vetri opaca
abbiamo visto delle sagome di un gruppo di persone, abbiamo pensato «ah ci
risiamo». Quindi io ho spalancato la porta, e appena la porta è stata aperta
queste persone sono scappate via. Erano almeno otto persone, si sono divisi in
due gruppi e sono corsi uno da una parte e uno dall’altra. A quel punto, siamo
stati un po’ fuori dalla porta per monitorare la situazione e abbiamo sentito
che si facevano dei segnali con dei fischi e li vedevamo correre da una parte
all’altra della strada.
Più tardi nella serata ho accompagnato due persone alla metro in macchina perché
non si sentivano sicure a tornare da sole, e ripercorrendo la strada ho visto
delle persone che si dirigevano verso la sede, e mi sono fermato con la
macchina, e sono riuscito a fare il video che poi abbiamo messo online, dove ci
gridavano delle frasi violentissime. Quando hanno visto che stavo registrando
sono scappati.
E questo non era il primo episodio…
No, dopo questo ultimo episodio, ci è chiaro che c’è uno schema preciso. Sono
almeno quattro o cinque mesi che abbiamo avuto problemi. La prima volta, sono
venuti due ragazzini a chiedere di una persona che gli aveva dato delle
informazioni, poi sono venuti in quattro dicendo che volevano delle informazioni
per il “cambiamento sessuale”. Ho capito subito che mi stavano prendendo in giro
così gli ho chiesto quale pronome utilizzassero e loro sono scoppiati a ridere e
sono scappati. Inizialmente abbiamo pensato fosse semplicemente uno scherzo
stupido. Ma poi le aggressioni sono continuate, per settimane abbiamo ricevuto
botte alla porta vetri, e una volta l’hanno anche rotta. Fino alla scorsa
settimana quando si sono ripresentati in otto. Insomma c’è uno schema ripetuto,
vengono sempre alla stessa ora, utilizzano segni di riconoscimento come i
fischi, e azioni ripetute, come le botte alle porte.
Che cosa avete fatto in seguito a questa ultima aggressione?
Abbiamo fatto il comunicato e il post pubblico con i video per denunciare la
situazione. E poi siamo stati al commissariato, e abbiamo trovato il solito
poliziotto che ha sminuito la situazione. «Eh, ma sono ragazzi… che cosa volete
che facciamo? Mica vi possiamo piantonare la sede. Magari vi conviene mettere le
telecamere». Quindi non abbiamo ricevuto alcun supporto, la situazione è stata
sminuita. Non c’è alcuna volontà di supporto. Eppure questa non è una questione
che riguarda soltanto le persone trans, è una una violenza che può essere
scagliata contro tutto le comunità più fragili di questo quartiere. Sono persone
giovani, che si mettono insieme, che non si rendono conto, che non vengono messe
di fronte alle loro responsabilità, e poi fanno cose gravi e aggressive, magari
contro chi in quel momento non è in grado di difendersi: persone più piccole,
animali, persone sole. Come abbiamo scritto anche nel comunicato pubblico sono
le persone che a scuola bulizzano le persone trans, che gli rendono impossibile
continuare il percorso scolastico, che le inducono all’isolamento, o al
suicidio. E non è un episodio isolato, è una violenza ripetuta con schemi ben
precisi.
Per questo sabato 11 aprile avete convocato una piazza…
Esatto, l’11 aprile alle ore 18.00 saremo a piazza Malatesta, proprio perché
vogliamo dare una risposta al quartiere, questa è anche la nostra piazza, il
nostro territorio, speriamo nella partecipazione di tutti i gruppi, collettivi e
associazioni antifasciste, antirazziste, pro-pal, insieme alla comunità LGBTQIA*
di questo quadrante della città e di tutta Roma. Perché dobbiamo essere chiari:
questi sono attacchi fascisti, chi si comporta in questo modo agisce e ripete
schemi fascisti. Dobbiamo far vedere che ci siamo, la piazza è aperta, il
microfono pure, perché oggi è stata attaccata la comunità trans, ma questa è una
questiona che riguarda tutt*.
La copertina è tratta dalla pagina Facebook di GenderX
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L'articolo GenderX: «non è un episodio isolato, è una violenza ripetuta con
schemi ben precisi» proviene da DINAMOpress.
BASILICATA: “INCURSIONE NAZIFASCISTA A SCOPO INTIMIDATORIO” CONTRO LA SEDE DELL’USB DI POTENZA
Nelle prime ore di lunedì 9 marzo la sede del sindacato Usb di piazzale
Bratislava, nel capoluogo lucano, è stata imbrattata con svastiche naziste. È
stata anche strappata la bandiera della Palestina, che da settembre 2025 era
affissa fuori dalla sede.
Il sindacato di base, in una nota, si dice convinto che si tratti di “un
tentativo di intimidazione nei confronti di quel punto di riferimento di
carattere sindacale e sociale che Usb sta diventando. La sede di Potenza
rappresenta un trait d’union per le lotte per il territorio”.
L’Usb chiude lanciando l’appello “alla sorveglianza attiva da parte dei
militanti locali per evitare che tali provocazioni non possano trovare ulteriori
spazi”.
Ai nostri microfoni la denuncia di Rosalba Guglielmi, coordinatrice dell’Unione
Sindacale di Base per la Basilicata. Ascolta o scarica
Quando la Patria chiama. Sull’opuscolo distribuito nella Regione Lazio
Nel 2002 Francesco Storace, Presidente della Regione Lazio (2000-2005), inviò a
tutte le scuole primarie un cofanetto contenente una bandiera italiana, una
registrazione dell’Inno di Mameli, il simbolo delle Regione, un libretto di
storia. Il tutto accompagnato da una lettera ai Dirigenti Scolastici in cui li
si invitava a consegnare il pacco-regalo ai bambini di quinta perché “[…] si
vivifichi e ponga radici in loro, fin dalla primissima infanzia, il sentire di
quei valori immortali […]” – inoltre ricordava che tale simbologia, rispondeva –
“[…] agli alti richiami del Presidente della Repubblica (Carlo Azeglio Ciampi)
[…]”.
Nella scuola da me diretta rimandammo al mittente gli scatoloni ma, con una
lettera rivolta alle famiglie spiegammo le motivazioni del rifiuto, commentando
il vaniloquio fascistoide della nota inviata.
Del resto, Francesco Storace appartenne ad Alleanza Nazionale fino al 2007,
fondò successivamente la Casa delle Libertà, sottotitolo Berlusconi, al cui
governo partecipò come Ministro della Salute. Appartiene tuttora a gruppuscoli
della destra.
La deriva politica iniziata alla fine degli anni Ottanta, lo sfilacciarsi della
sinistra italiana, porta ai nostri giorni, giorni, di nuovo in divisa orbace,
con ben poca capacità reattiva da parte di quel che resta di opposizione. Il
dono che oggi arriva alle scuole primarie è l’album da colorare We GIL, acronimo
di Gioventù Italiana Littoria, ancora e sempre We, NOI (clicca qui per il
video).
Qualche annotazione sommaria forse aiuta i/le non romani/e a capire il senso
della segnalazione. La Casa GIL venne edificata a Trastevere, all’angolo fra via
Induno e largo degli Ascianghi, nel 1933, in stile razionalista. Nel 1997 una
parte diventa il cinema Induno. Occupato successivamente dal centro sociale ex
America (cinema a luci rosse del quartiere) subisce uno sgombero forzoso nel
2015, provvedimento poliziesco a cui ormai sembriamo abituati.
Dopo varie vicende giudiziarie fra proprietà mista pubblica/privata e occupanti,
dal 2018, restaurato l’intero edificio, il cinema diventa il Troisi, con un
contatto di gestione di 12 anni. Una parte resta centro sportivo, un’altra sede
di eventi culturali (i dettagli si possono ricavare dal sito del cinema). Il
bozzetto del GIL da colorare – che grafica orribile il libretto! – non a caso è
della facciata principale dell’edificio che affaccia su Largo degli Ascianghi,
luogo mitico per gli amanti del cinema, visto che l’ex dopolavoro del Monopolio
di Stato ospita la sala Nuovo Sacher del regista Nanni Moretti, su cui
campeggia, attualmente, un enorme Netanyau criminale pazzo. Non ricordo se le
scritte fasciste sulla facciata inneggianti alla guerra, e che il disegno segna
in neretto, furono rimosse durante il restauro e poi ripristinate come insegna
di valore storico dell’architettura del trentennio.
Come si può vedere nel video, per i Baby Balilla, ci sono altre immagini
edificanti: una M campeggia su una pagina appena abbozzata (cartina del Sud
America?!), un’altra mostra sei mezzi busti di personaggi dell’antichità. Su
questo ultimo aspetto va sottolineato che i manuali di storia, non solo delle
elementari, sono spesso una sequela di guerre, conquiste dell’Occidente per
esportare cultura e tecnologia ai barbari e, ovviamente, profili di condottieri,
principi, imperatori come fautori della storia del mondo, mondo semplificato,
ridotto al solo lato Est del planisfero.
Pino Arlacchi, tracciando un parallelo fra quanto prescrive L’arte della guerra
del cinese Sun Tzu (Mondadori, 2003), di ispirazione
taoista-confuciana-buddista, e quella di tradizione greco-romana, scrive: “Ai
giovani cinesi non sono mai stati proposti personaggi equivalenti ad Alessandro
Magno, Giulio Cesare, Napoleone come figure da ammirare e imitare. Ai generali
cinesi non vennero dedicati archi di trionfo, e non c’era culto dell’eroe
combattente. […] Le prescrizioni di Sun Tzu sono l’esatto opposto di quelle di
Clausewitz [… la cui teoria] è il culmine del modo occidentale di fare la
guerra: l’annientamento delle forze nemiche come scopo e principio fondamentale
dello scontro” (P. Arlacchi La Cina spiegata all’occidente, Fazi ed. 2025 pp
86/89).
I/le nostri/e giovani sono sottoposti/e al mitridatismo operato con la peggiore
propaganda, una lenta immunizzazione dai veleni dell’odio, la logica
amico-nemico come farmaco per il “male oscuro dell’Occidente” (P. Arlacchi La
Cina… cit, pag 89). Come disintossicante, come lato buono del pharmakon, si
continuano strade di educazione alla pace in molte scuole. Non sono progetti,
nel senso artificiale, posticcio, assunto oggi dal termine, ma lente
acquisizioni quotidiane della capacità di elaborare il conflitto, di accettare
le differenze.
Due segnalazioni – fra moltissime – per un insegnante ai/alle cui alunni/e sia
stato recapitato il famigerato album WeGIL, da Barbara Bertani, Maestra in
Reggio Emilia: Davide Calì, Serge Bloch, Il nemico. Una storia contro la guerra,
Terre di Mezzo, 2023, un piccolo racconto illustrato; Nicola Davies, Rebecca
Cobb, Il giorno che venne la guerra, Ed. Nord Sud 2018, album illustrato e
audiolibro. Dai sei anni in su, come sempre per la buona letteratura.
Reneta Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università
BRESCIA: 82 ANNI DOPO L’ECCIDIO DI PIAZZA ROVETTA, DOPPIO APPUNTAMENTO CON L’ANPI DEL CENTRO STORICO
In occasione del 82°anniversario dell’eccidio fascista di Piazza Rovetta, a
Brescia, l’ANPI – Sezione Caduti di piazza Rovetta organizza due iniziative,
sabato 15 e domenica 16 novembre.
Sabato 15 novembre incontro intitolato “Pace è libertà. Note di solidarietà con
il popolo palestinese per sostenere la solidarietà a Gaza”, al teatro di
Contrada San Giovanni 8, alle ore 16. In apertura le letture di Elena
Bettinetti, accompagnata dal musicista Angel Galzerano; segue lo spettacolo
musicale con il gruppo Corimè. L’ingresso è gratuito.
Domenica 16 invece “Manifestazione della Resistenza e deposizione di omaggi
floreali ai monumenti dei Caduti per la Libertà”. L’appuntamento è alle ore
10.30 in largo Formentone. Interverranno Giulia Venia, dell’ANPI Sezione Caduti
di piazza Rovetta, Lucio Pedroni, presidente ANPI per la provincia di Brescia e
Laura Castelletti, sindaca di Brescia. Oratore ufficiale Raffaello Corriero, già
della Global Sumud Flotilla. Segue l’esibizione musicale degli allievi del
Gruppo strumentale della banda cittadina di Brescia, la Isidoro Capitano.
Questa mattina, giovedì 13 novembre, conferenza stampa indetta ANPI con: Vanni
Botticini e Walter Longhi, dell’ANPI Sezione Caduti di piazza Rovetta ed Ermanno
Ricci, ultimo testimone dell’eccidio, che per l’occasione ha ricevuto la tessera
onoraria del Circolo. A chiudere, il presidente dell’ANPI provinciale di Brescia
Lucio Pedroni Ascolta o scarica
La fascista Maria Corina Machado, Nobel per le guarimbas
Dopo gli articoli di Gianmarco Pisa sull’ultimo Premio Nobel per la Pace (Un
Premio Nobel senza pace), l’articolo di Enzo Abbinanti sui commenti quantomeno
strani che lo hanno accolto nella sinistra istituzionale (“Nobel alla Machado: i
commenti “a sinistra”…”), l’interessante articolo di Marco Consolo e la lettera
del grande Premio Nobel per la Pace argentino Adolfo Pérez Esquivel proponiamo
un articolo che ripercorre la storia politica della Machado, tra casi
giudiziari, filo-atlantismo e un ruolo centrale nei tentativi di golpe fascisti
del 2002 contro Chavez, del 2019 di Juan Guaidò contro il presidente
costituzionale Maduro e del 2024 contro Maduro gridando falsamente ai brogli
elettorali.
Ho aspettato molti giorni a scrivere questo articolo. Un po’ per mantenere la
calma; un po’ per poter gestire la rabbia in questi tempi veramente difficili,
accompagnati da strenua impotenza. Ho preferito che si sedimentassero gli animi.
Ho preferito che le assurdità del mainstream continuassero a vagare e vedere, in
modo palese, come si concretizzavano sia nella carta stampata nazionale, sia nei
telegiornali, sia nei talkshow, sia nelle nostri menti di cittadini-utenti che
assorbono – spesso passivamente – le notizie che ci vengono propinate.
Ho preferito vedere fino a che punto si potesse raccontare, quasi
“allegramente”, un fattaccio di queste dimensioni e in che modo si potesse fa
digerire in massa l’erosione totale del significato stesso del Premio Nobel per
la Pace. Ho preferito guardare come i media nostrani – attraverso la fantomatica
pretesa di “neutralità” dei nostrani “professionisti dell’informazione” – siano
stati in grado di far digerire Maria Corina Machado nella categoria dei Premi
Nobel per la Pace al pari dei grandi Premi Nobel per la Pace di sempre: Linus
Carl Pauling, Martin Luther King, Sua Santità il XIV Dalai Lama, Desmond Tutu,
Nelson Mandela, Rigoberta Menchù Tum, Campagna Internazionale per l’Abolizione
delle Armi Nucleari (ICAN), Adolfo Pérez Esquivel, Mairead Corrigan, Madre
Teresa di Calcutta, Michail Sergeevič Gorbačëv, Yasser Arafat, Amnesty
International, Campagna Internazionale per il Bando delle mine antiuomo (ICBL),
Medici Senza Frontiere, International Physicians for the Prevention of Nuclear
War, Wangari Maathai, Muhammad Yunus, Malala Yousafzai e Nihon Hidankyō
(organizzazione giapponese rappresentante degli Hibakusha, i sopravvissuti ai
bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki e noti per la loro lotta
internazionale per l’abolizione delle armi nucleari).
Ed è stato proprio così. Sabato 11 ottobre, tutti i quotidiani mainstream
incensavano la sua vittoria senza minimamente raccontare la storia di questa
strana attivista. La stampa liberale-borghese nazionale, rappresentata dal
Corriere della Sera titolava: “A Machado il Nobel per la pace. Premiata
l’attivista anti-Maduro. La “signora di ferro” del Venezuela da anni si oppone
al regime”. La stampa borghese liberal-democratica, rappresenta da La Repubblica
scriveva “Nobel a Machado, l’anti-Maduro. La Casa Bianca: “Scelta politica””,
volendo far intendere assurdamente che l’assegnazione del Nobel a Machado fosse
un dispetto a Trump, una risposta “a sinistra” rispetto alla candidatura di
Trump al Nobel. La becera stampa vicina all’alt right italiana, rappresentata da
Libero, invece titolava: “Sinistra sempre dalla parte sbagliata. Nobel in testa
ai comunisti” – con tanto di elogio all’anticomunista Machado che ha dedicato il
suo Nobel proprio a Trump, quasi a sottolineare che è come se l’avesse vinto de
facto Trump.
I media occidentali l’hanno chiamata positivamente “Iron Lady venezuelana”,
equiparandola alla Iron Lady europea Margareth Thatcher; l’imprenditrice di
successo che in Venezuela ha rifiutato l’esilio”, “pasionaria di destra” o
addirittura “Libertadora”, declinazione femminile dell’epiteto Libertador
storicamente associato alla figura di Simon Bolivar, condottiero militare e
politico venezuelano che, insieme a José Martín, il principale artefice
dell’indipendenza latino-americana.
Mentre l’Occidente si beve passivamente la vittoria di questa sconosciuta ai
più, c’è chi conosceva bene la sua storia ed ha scritto molto delle sue gesta.
Puntuale è arrivata l’analisi di Geraldina Colotti, una delle massime esperte di
Venezuela in Italia. Oltre agli importanti siti di controinformazione come
L’Indipendente, L’Antidiplomatico, Contropiano, OttolinaTV, Altrenotizie.org,
Pressenza Italia e molte altre testate online, gli unici quotidiani cartacei che
l’11 ottobre hanno dato una notizia – quanto meno bilanciata – dando
informazioni sulla figura della Machado sono stati Il manifesto e il Il Fatto
Quotidiano.
E’ stato proprio Il Fatto a definire la Machado “Magazuela”, in riferimento alla
sua appartenenza all’estrema destra venezuelana vicina al movimento MAGA (“Make
America Great Again”) di Trump e al suo sostegno al anarcocapitalista Milei in
Argentina, alle sue simpatie per Bolsonaro in Brasile e al governo sionista
d’estrema destra di Benjamin Netanyahu in Israele artefice dell’attuale
genocidio contro la popolazione gazawi, oltre che responsabile delle razzie
continue in Cisgiordania.
La leader dell’opposizione venezuelana ha telefonato ieri al primo ministro
israeliano Benjamin Netanyahu, congratulandosi per “i successi di Israele” nella
settimana in cui è entrato in vigore il cessate il fuoco, dopo un’operazione
militare israeliana durata due anni che ha causato la morte di oltre 67.000
persone a Gaza.
Non solo, nel 2020 il partito della Machado, Vente, ha sottoscritto un patto di
gemellaggio con il Likud, partito d’estrema destra israeliano di cui è membro
Benjamin Netanyahu. Nel 2021 la Machado definì Netanyahu su Twitter “un genuino
alleato della libertà”, promettendogli lo spostamento della Ambasciata
venezuelana a Gerusalemme e l’ingresso commerciale nel paese con acquisto di
armi qualora lei o un suo candidato fossero diventati presidenti del Venezuela.
Nonostante queste dichiarazioni, la Machado sembra avere l’appoggio
incondizionato della maggioranza di governo italiana oltre che il sostegno dei
neoliberali del PD (dalla Picierno alla Boldrini), di Azione di Calenda, di
Italia Viva di Renzi e dello scrittore Roberto Saviano, i quali hanno espresso
elogio alla Machado insieme a tutto il coro della destra italiana. La chiosa
arriva dal Vaticano: “Spero che possa aiutare il Venezuela a ritrovare la via
della democrazia” – ha dichiarato il Cardinal Parolin, segretario di Stato
vaticano.
Infatti i motivi del Nobel sembrano eccelsi. Il premio va a una “coraggiosa e
impegnata paladina della pace” – ha annunciato l’Istituto Nobel durante la
cerimonia in Norvegia – “Una donna che mantiene accesa la fiamma della
democrazia in mezzo a un’oscurità crescente”. Nella sua motivazione, il comitato
norvegese ha sottolineato “il suo instancabile lavoro nel promuovere i diritti
democratici del popolo venezuelano e la sua lotta per raggiungere una
transizione giusta e pacifica dalla dittatura alla democrazia”. Ma davvero Maria
Corina Machado mantiene viva la fiamma della democrazia o è parte dell’oscurità
crescente? Davvero promuove i diritti democratici per il popolo venezuelano e
per una transizione giusta e pacifica alla democrazia?
Queste sono solo opinioni di chi forse non conosce la storia della Machado o fa
di tutto per ignorarla.
Infatti, questa signora dell’estrema destra venezuelana è stata fautrice di
innumerevoli piani golpisti e destabilizzanti contro il governo socialista
bolivariano sia con Chavez, quando Machado dirigeva l’ONG Sumate, finanziata
dagli USA; sia con Maduro, essendo ispiratrice delle guarimbas del 2014, episodi
di violenza politica scatenata dall’opposizione venezuelana e da movimenti
paramilitari d’estrema destra sia contro la popolazione sia contro i militanti
chavisti.
La sua figura emerse già durante il fallito colpo di Stato dell’aprile
2002 contro Hugo Chávez, quando partecipò attivamente alle proteste e fu tra le
firmatarie del Decreto di Pedro Carmona, con cui si tentò di instaurare un golpe
e sciogliere le istituzioni democratiche. Quel gesto venne sostenuto da settori
imprenditoriali e dagli Stati Uniti. Da allora, Machado è rimasta un punto di
riferimento della destra radicale venezuelana, filo-occidentale e apertamente
contraria a ogni forma di compromesso politico, assumendo posizioni
incompatibili con i princìpi di dialogo, sovranità e non-interferenza che un
riconoscimento dedicato alla pace dovrebbe invece rappresentare (la “filosofia
del dialogo” apertamente sostenuta dal governo bolivariano sia con Chavez sia
con Maduro).
Nel 2002, si avvicina alla politica fondando, insieme all’ingegnere Alejandro
Plaz, l’ONG Súmate un’organizzazione “civica” apartitica di monitoraggio
elettorale e la promozione della partecipazione democratica in Venezuela. Almeno
così venne ufficialmente presentata, ma ben presto divenne un potente strumento
politico dell’opposizione anti-chavista. L’associazione ottenne notorietà
internazionale nel 2004 quando organizzò la raccolta firme per il referendum
revocatorio contro Hugo Chávez. Emersero i legami finanziari con il National
Endowment for Democracy (NED), l’ente statunitense che da decenni finanzia
progetti di “promozione della democrazia” all’estero, spesso in contesti
geopoliticamente sensibili. Documenti pubblici del NED confermano
un finanziamento di circa 53.400 dollari a Súmate per «programmi di educazione
elettorale» e «partecipazione civica». Il governo di Chavez denunciò
l’operazione come un tentativo di ingerenza politica diretta, visto che alcuni
rapporti d’analisi suggerivano chiaramente che il NED, oltre a finanziare
Súmate, abbia sostenuto altre organizzazioni dell’opposizione venezuelana,
servizi d’informazione e campagne politiche indirette, contribuendo a una rete
di supporto esterno alla dissidenza.
Nel 2005, in piena invasione statunitense dell’Iraq (che causò un milione di
morti civili), Machado fu ricevuta da George W. Bush a cui chiese di intervenire
per abbattere il governo Chávez. Nello stesso anno Machado e Plaz furono
incriminati per “cospirazione” e “ricezione di fondi esteri illegali”, poiché la
Costituzione venezuelana vieta il finanziamento straniero a iniziative di
carattere politico. Il NED, da parte sua, difese l’operazione come un normale
sostegno alla società civile, mentre Washington accusò Caracas di
«criminalizzare l’attivismo democratico». Analisti indipendenti e inchieste
giornalistiche hanno mostrato come i progetti del NED in Venezuela abbiano
storicamente agito in sinergia con le strategie di destabilizzazione del
Dipartimento di Stato. Súmate, pur definendosi “neutrale”, ha operato in
costante opposizione al chavismo, promuovendo azioni che hanno avuto un chiaro
impatto politico. Di fatto, l’associazione ha rappresentato il trampolino di
lancio per l’ascesa politica di Machado e il suo consolidarsi come riferimento
dell’ala filo-USA, fascista e neoliberale dell’opposizione venezuelana.
Nel 2011 è stata eletta deputata nazionale, restando fino al 2014. Machado si
autodefinisce da sempre una “liberale centrista profondamente anticomunista”, e
ha sostenuto pubblicamente la destituzione di Maduro a tutti i costi, anche
attraverso “processi non democratici”.
Nel 2014 scrisse all’ex ambasciatore all’Onu Diego Arria, esponente del cartello
di opposizione Mesa de la Unidad Democratica (Mud), riferendosi a Maduro:
“Bisogna eliminare questa porcheria, cominciando dalla testa, approfittando del
clima mondiale con l’Ucraina e ora con la Thailandia. Prima si fa, meglio è”.
Ancora più espliciti i messaggi rivolti da Machado ai nazisti del gruppo
Juventud Activa Venezuela Unida (Javu), finanziati da Henrique Salas Romer,
economista, fondatore del partito Proyecto Venezuela ed ex governatore dello
stato Carabobo: “La lobby internazionale è nel suo miglior momento”, incitando
alle violenze di piazza.
Per tale motivo si è meritata negli anni l’epiteto di “Maria Violenza” oltre al
soprannome che le hanno affidato i suoi sostenitori: la dama de acero, “signora
d’acciaio”. Nel febbraio 2014 è tra i volti noti dell’opposizione venezuelana
nelle manifestazioni, chiamate La Salida, sfociate nella prima ondate di
guarimbas.
Nel marzo 2014 è stata rimossa dall’incarico di deputata, per la presunta
flagrante violazione degli articoli 149 e 191 della Costituzione del Venezuela
del 1999, dopo aver accettato l’incarico di “ambasciatore supplente” di Panama
presso l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA)
Il suo nome è infatti legato alle violenze paramilitari e golpiste
delle guarimbas del 2017, dove fascisti venezuelani misero a ferro e fuoco le
città del Venezuela in funzione anti-chavista colpendo i cittadini,
saccheggiando negozi, bruciando vivi i militanti chavisti e commettendo
femminicidi politici contro le femministe bolivariane.
All’inizio di aprile 2017, i leader dell’opposizione al presidente
costituzionale venezuelano Nicolás Maduro hanno iniziato a indire una serie di
proteste per chiedere la destituzione dei giudici della Corte Suprema, che
ritenevano avessero messo in atto un “autogolpe” o “colpo di Stato” annullando i
poteri dell’Assemblea Nazionale. Sebbene i giudici avessero corretto le
sentenze, l’opposizione ha continuato a organizzare una serie di marce senza
annunciarne la fine o in luoghi non autorizzati.
Queste marce sono quasi sempre culminate in episodi di violenza: attacchi alla
polizia e alla Guardia Nazionale Bolivariana; distruzione di enti pubblici e
privati e infrastrutture pubbliche; erezione di barricate; messa a fuoco dei
Centri diagnostici integrati gestiti dai medici cubani e scontri con civili che
non sostengono l’opposizione. Ciò ha causato un numero significativo di vittime.
La violenza dei guarimberos, organizzati dal leader di destra Leopoldo López del
partito Volontad Popular, causò la morte di 43 persone di ogni orientamento
politico.
I disordini politici hanno suscitato numerose speculazioni, sia a livello
nazionale che internazionale, sulle morti. Si è sostenuto che le vittime
decedute in varie circostanze siano state presumibilmente causate dalla
“repressione” del governo Maduro, mentre i casi in cui i gruppi di opposizione
sarebbero stati gli autori delle violenze sono stati messi a tacere.
Uno dei primi attacchi da parte di gruppi violenti di destra è stato l’attacco
alla sede della Direzione Esecutiva del Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ),
situata nel comune di Chacao, nello stato di Miranda. L’attacco avvenne l’8
aprile 2017, dopo che l’opposizione venezuelana aveva indetto una
manifestazione.
L’allora Ministro delle Comunicazioni venezuelano, Ernesto Villegas, dopo aver
relazionato sulla morte di cittadini e sulle violenze nei confronti della
Polizia Nazionale Bolivariana (PNB) e della Guardia Nazionale Bolivariana (GNB)
dichiarò: “Il governo invita i rappresentanti politici dell’opposizione
venezuelana a prendere le distanze da questi eventi, a non mostrare solidarietà
con coloro che hanno confuso la politica con la criminalità e a tornare ad
approcci pacifici e basati sul dialogo”. La condanna da parte della destra
venezuelana non avvenne mai.
Ci si chiede come possa razionalmente e logicamente un Premio Nobel avere a che
fare con episodi di violenza politica paramilitare, senza dimenticare che ha
invocato più volte l’intervento militare di Washington contro il Venezuela.
Nel 2018 la Machado arrivò addirittura a scrivere una lettera a Netanyahu e a
Macri (ex-presidente argentino filo-USA) chiedendo un intervento contro il
presidente Maduro: era l’epoca in cui dalla Colombia venivano infiltrati in
Venezuela paramilitari di ultradestra per compiere sabotaggi alle strutture
elettriche ed attentati a leader politici chavisti. Pochi mesi, durante
l’attacco militare di Israele all’Iran, tornò a chiedere “un intervento analogo
contro il Venezuela”. Chiedere l’invasione del proprio paese è un reato che
nelle democrazie occidentali viene punito col carcere, la Machado in questi
decenni è stata libera di farlo senza essere arrestata.
Non solo, nel 2019 Machado ha giocato un ruolo fondamentale nella creazione del
“governo parallelo”, avallato da istituzioni artificiali costruite ad hoc, che
avrebbe portato all’ “autoproclamazione” del golpista Juan Guaidó: il tutto
permesso grazie all’espulsione del Venezuela dagli organismi multilaterali in
seguito alla morte di Chavez.
Nel 2023 Machado si è candidata alle primarie dell’opposizione vincendo, tra i
suoi elettori, con il 93% dei consensi, ma poco dopo è stata esclusa dalla vita
politica poichè la Contraloría General de la República – l’organo supremo di
controllo contabile e amministrativo dello Stato venezuelano – l’ha dichiarata
ineleggibile per 15 anni, una misura che le ha impedito formalmente di
partecipare al voto, con l’accuse di finanziare attività contro lo Stato e
collusione con il golpe di Juan Guaidó del 2019.
La Corte Suprema del Venezuela, il 26 gennaio 2024, ha confermato l’interdizione
a ricoprire cariche pubbliche per 15 anni per la Machado, confermando
l’ineleggibilità anche del supplente della Machado, il due volte candidato alle
presidenziali Henrique Capriles. La Corte Suprema ha ridichiarato che la Machado
è stata interdetta “per essere stata coinvolta… nel complotto di corruzione
orchestrato” dall’ex leader dell’opposizione Juan Guaido (fautore del tentato
golpe del 2019) legato alla compagnia energetica transnazionale ExxonMobil (1).
Dopo la notizia della sua ineleggibilità, la coalizione di destra ha presentato
la filosofa e docente venezuelana Corina Yoris come sua successora, per poi
anch’ella essere sostituita in favore di Edmundo González Urrutia, già
Ambasciatore del Venezuela in Algeria tra il 1991 e il 1993, e in Argentina tra
il 1998 e il 2002, nonchè tra i principali “agenti della morte” in El Salvador
negli anni Ottanta – insieme all’ambasciatore Leopoldo Castillo, noto con il
soprannome di El Mata Curas (“Il prete assassino”) – che lavorò all’attuazione
del “Piano Condor”, il quale consisteva nell’eliminazione – anche fisica – degli
oppositori di sinistra in tutta la regione latinoamericana.
Nel luglio 2024, il Woodrow Wilson International Center for Scholars (o Wilson
Center) – uno degli United States Presidential Memorial, fondato a Washington DC
come parte dello Smithsonian Institution, riconosciuto come uno dei primi dieci
più importanti think tank al mondo – ha pubblicato un paper dal
titolo “Venezuela Desk – How to stop a coup”, ovvero “come fermare un colpo di
Stato in Venezuela”. Un titolo che potrebbe trarre in inganno, in quanto
potrebbe far pensare ad un documento che voglia prevenire un colpo di Stato, ma
in realtà si tratta del suo opposto: il dossier illustra i piani golpisti di
stampo fascista che gli Stati Uniti avevano preparato per le elezioni
presidenziali del 28 luglio 2024 contro il governo socialista di Nicolas Maduro.
E’ proprio quello che si è avverato: la destra venezuelana gridò ai brogli
elettorali, per poi scoprire che fu tutta una messa in scena dell’opposizione
scovata proprio grazie al sistema elettorale automatizzato con riconteggio
manuale che il Venezuela adotta fin dai tempi di Chavez e che il Centro Carter
ha definito tra i migliori al mondo.
Machado è legata alla piattaforma “Comando Con Venezuela” (ConVzla), che ha
coordinato la sua candidatura nel 2024 e le attività elettorali (anche
dall’estero) quando lei è stata inabilitata. Il governo venezuelano accusa tale
struttura di operare come una cabina politica di orientamento esterno, vista
come un mezzo per influenzare dall’estero il processo elettorale venezuelano.
Non è un caso che mentre l’opposizione gridava ai brogli elettorali, fosse
proprio ConVzla – a cui Machado faceva da megafono – a fornire i dati falsati
degli esiti elettorali, che in seguito sarebbero stati smascherati.
In Spagna, il partito Podemos ha dichiarato che assegnare il Nobel della Pace a
Machado equivale a premiare «golpisti e criminali di guerra». La portavoce Ione
Belarra ha dichiarato che il riconoscimento indebolisce il prestigio e la
credibilità dell’Istituto Nobel se viene destinato a chi ha una storia politica
che non esclude l’uso della destabilizzazione e della violenza.
Ormai da tempo che questo premio – con i suoi corrispondenti 930.000 euro –
viene consegnato a personaggi su cui gli USA investono per sovvertire governi e
che non hanno nulla a che vedere con la pace. La decisione del comitato
norvegese di darle il Nobel per la Pace è un chiaro gesto politico filo-Trump:
in un’epoca segnata da guerre geograficamente distanti, da pressioni
statunitensi in America Latina camuffate da lotta al narcotraffico e dalla
polarizzazione tra blocchi internazionali, Machado diventa il volto perfetto per
una nuova manovra ideologica che intreccia Stati Uniti, destra radicale
latino-americana, neoliberismo e nuove forme di ingerenza neocoloniale.
Oggi ci si chiede: il premio alla Machado sarà usato dagli USA, attualmente
presenti con 10.000 marines, una portaerei ed un sottomarino nucleare, di fronte
alle coste venezuelane, per giustificare un intervento armato da tempo voluto ma
a cui manca la scusa per giustificarlo di fronte all’opinione pubblica?
D’altronde la sua idea di pace coincide con la Pax Americana: privatizzazioni,
sottomissione e obbedienza agli interessi imperialisti USA. Premiarla significa
consacrare il Nobel come un marchio di “guerra umanitaria”.
Maria Corina si colloca dunque proprio tra i peggiori Premi Nobel per la Pace di
cui la storia è ormai sazia: Norman Borlaug (fautore della Green Revolution in
India, dell’industrializzazione e della chimicizzazione dell’agricoltura), Henry
A. Kissinger (Segretario di Stato USA nonchè noto guerrafondaio ed artefici di
numerosi conflitti contemporanei), Lech Wałęsa (agente della CIA che tramite
essa finanziò il sindacato Solidarnosc in funzione anti-sovietica), l’Unione
Europea (impegnata in decine di conflitti nel mondo attraverso i suoi singoli
eserciti nazionali), Fredrik Willem De Klerk (a capo del governo dell’apartheid
bianca in Sudafrica, nonchè per anni complice di quel regime), Barack Obama (il
primo “Premio Nobel preventivo”, noto continuatore di molti conflitti ed
iniziatore di molti altri come Yemen e Siria), il controverso colombiano Juan
Manuel Santos Calderón, oltre alla lunga lista di massacratori di palestinesi
come Menachem Begin, Shimon Peres e Yitzhak Rabin.
Penso a tutti quei grandi personaggi contemporanei che il premio Nobel lo
avrebbero meritato o che sono stati candidati al Nobel per la Pace, senza mai
riceverlo: l’indiana Shri Mataj Nirmala Devi (pacifista, attivista e satguru del
Sahaja Yoga), Vandana Shiva (fisica, economista e ecologista indiana da sempre
agitatrice mondiale nelle lotte new-global in difesa della Terra e dei diritti
umani dei contadini e delle popolazioni indigene), Daisaku Ikeda (maestro
buddhista e terzo presidente della Soka Gakkai International che per tutta la
sua vita è stato assertore della pace, del disarmo e della nonviolenza), Mario
Luis Rodriguez Cobos (filosofo argentino, padre del Nuovo Umanesimo
Universalista ed assertore della Nonviolenza Attiva), Gino Strada (il grande
medico chirurgo italiano e fondatore dell’ONG Emergency noto per le sue prese di
posizioni antimilitariste), Julian Assange (giornalista investigativo, fondatore
di Wikileaks, perseguitato per aver smascherato crimini di guerra occidentali in
Iraq e Afghanistan), le Brigate Mediche Internazionaliste Cubane (candidate al
Nobel per la Pace negli anni della Covid-19 per il loro lavoro di cooperazione
umanitaria in molti Paesi del mondo, offrendo la loro competenza nei casi di
crisi sanitaria) e infine il Mahatma Gandhi che non ha mai ricevuto il Premio
Nobel per la Pace, nonostante sia stato candidato cinque volte, inclusa l’ultima
volta poco prima del suo assassinio nel 1948.
(1) Come noto, il Procuratore Generale della Repubblica, Tarek William Saab, ha
emesso mandati di arresto contro Yon Goicochea, Juan Guaidó, Julio Borges,
Andrés Izarra, David Smolanski, Carlos Vecchio, Léster Toledo, Savoi Jandon
Wright, Leopoldo López e Rafael Ramírez , identificati come operatori
all’estero. https://www.cubainformazione.it/?p=86516
Intervista di Maria Corina Machado al Corriere della Sera dell’11 ottobre 2025
https://www.corriere.it/politica/25_ottobre_11/intervista-machado-vittoria-nobel-maduro-trump-90c7b169-a49f-40b9-994b-6ad6e0f19xlk.shtml
Ulteriori fonti:
https://ilmanifesto.it/caracas-la-corsa-di-machado-deputata-di-opposizione
https://rivistapaginauno.it/venezuela-la-destra-clerico-liberista-anti-maduro/
https://www.farodiroma.it/venezuela-maria-corina-machado-e-la-liberta-che-piace-ai-chicago-boys-di-g-colotti/
https://www.altrenotizie.org/spalla/10381-venezuela-il-mostro-del-golpismo.html
https://www.altrenotizie.org/primo-piano/10385-venezuela-il-manuale-di-un-golpe.html
https://www.blog-lavoroesalute.org/venezuela-cronaca-di-una-democrazia-popolare/
https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-ecco_da_dove_arrivano_le_fake_news_sul_venezuela/5694_19961/
https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_stampa_europea_al_servizio_della_golpista_machado/52331_56389/
https://www.pressenza.com/it/2025/03/usaid-ha-speso-piu-di-11-miliardi-di-dollari-per-destabilizzare-il-venezuela-bolivariano/
https://www.pressenza.com/it/2020/09/pubblicati-file-di-wikileakes-che-svelano-piani-usa-per-destabilizzare-il-venezuela/
https://www.pressenza.com/it/2024/07/tentativo-di-colpo-di-stato-in-venezuela-la-destra-eversiva-ricorre-alla-violenza/
https://www.pressenza.com/it/2024/08/la-conferma-anche-giudiziaria-della-vittoria-di-nicolas-maduro-alle-elezioni-presidenziali-in-venezuela/
https://www.pressenza.com/it/2024/02/venezuela-la-fascista-marina-machado-si-candida-alle-elezioni-presidenziali-2024-con-il-sostegno-di-usa-e-ue/
> Guarimbas, i tentativi di colpo di stato “soft” in Venezuela
> Il “Narco-Venezuela”: la grande bufala
Lorenzo Poli
Indegnità
Dice Meloni: “A Roma hanno imbrattato la statua dedicata a San Giovanni Paolo II
scrivendo ‘fascista di m…’ e disegnando una falce e martello. Un atto indegno
commesso da persone obnubilate dall’ideologia“ Invece un genocidio fatto anche
con armi e supporto diplomatico italiano è del tutto intriso di dignità… Quando
[…]
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