SULLA COSTRUZIONE DI UN CPR A CASTEL VOLTURNO. INTERVENTO DI SERGIO SERRAINO RESPONSABILE PROGETTI EMERGENCY IN CAMPANIAIn questi giorni la questione dei CPR è stata al centro del dibattito politico
campano perchè è stato pubblicato un bando per la costruzione di una di queste
strutture a Castel Volturno. Sergio Serraino responsabile dei progetti di
Emergency in Campania ci ha inviato una rilessione sul tema. Sergio nel 2002 ,
quando era attivista del Coordinamento per la pace di Trapani, è stato autore
di un libro dal titolo ” Storie da un lager. Un libro bianco sul Cpt
Serraino-Vulpitta di Trapani”.
Sergio Serraino lo abbiamo intervistato Ascolta o scarica
Il primo maggio 2025, Abel Okubor, cittadino nigeriano di 37 anni, è morto nel
Centro per i rimpatri (CPR) di Brindisi-Restinco. Il decesso è avvenuto in
circostanze ancora credo da chiarire, si è parlato di infarto, di overdose da
psicofarmaci. In questi giorni la questione dei CPR è stata al centro del
dibattito politico campano e nazionale perchè è stato pubblicato un bando per la
costruzione di una di queste strutture a Castel Volturno. Cone mio contributo
personalissomo al dibattito, e per cultura generale di chi non si è mai
interessato di questi centri, e anche per onestà intellettuale mia, faccio
notare che il primo dossier in Italia su uno di questi centri è stato scritto
nel 2002, con il titolo, che allora appariva scandaloso, “storie da un lager”.
Quello di Trapani è stato uno dei primi centri di detenzione amministrativa
attivati in Italia, salito subito agli onori della cronaca perchè nella notte
tra il 28 e il 29 dicembre del 1999, dopo l’ennesimo tentativo di fuga, venne
appiccato il fuoco ad alcuni materassi in una camerata e fu l’inferno. La cella
non venna aperta e nel rogo che ne scaturì morirono bruciati vivi tre giovani
tunisini, altri tre morirono in ospedale a causa delle ustioni riportate: Rabah,
Nashreddine, Jamel, Ramsi, Lofti e Nasim.
Per quella strage ci fu un processo per omicidio plurimo colposo contro il
Prefetto di allora, che venne assolto, e la cui strategia di difesa fu di
scaricare tutte le responsabilità sulla polizia, che all’interno di questi
centri ha il compito di sorvegliare e mantenere l’ordine. Ricordo bene al
processo la testimonianza e le lacrime di un dirigente della Questura che quella
tragica notte era di turno. Ovviamente i poliziotti ed i carabinieri erano
impreparati a gestire quel tipo di evento, perché di regola il loro mestiere non
è fare i carcerieri, questo lo scrivo nel caso in cui a leggermi ci sia qualche
operatore delle FF.OO. o di qualche sindacato di polizia, perché credo
dovrebbero essere in prima fila a protestare contro questi centri.
Quelle furono le prime di una lunga serie di morti tragiche avvenute all’interno
dei vari centri per i rimpatri forzati sparsi per l’Italia.
Di seguito un estratto dell’introduzione alla seconda edizione del dossier sopra
citato, pagina 39: «Ragazzi giovanissimi, come Kaled per esempio, che la prima
volta che li vedi sono allegri, sempre un po’ spacconi, ti dicono che loro al
paese non ci tornano, magari sposano un’italiana per avere il permesso di
soggiorno, poi li rivedi la volta dopo e ti accorgi di quanto la paura e la
“terapia” li abbiano già segnati profondamente e per sempre».
Credo che in queste poche parole sia racchiusa l’essenza di questi luoghi. Era
il 2003 quando venivano scritte e faccio notare che già allora denunciavamo la
sedazione di massa, la “terapia”.
Sembra che tutto accada solo adesso, che lo scandalo sia solo recente, ora che
al governo c’è la destra, invece sono 28 anni di violazioni ininterrotte della
dignità di migliaia di persone. 28 anni di morti sospette, suicidi,
autolesionismo, psicofarmaci e di violenza generalizzata, insita nella natura
stessa di questi centri. 28 anni di barbarie. Già allora li definivamo una
“vergogna di Stato”, ma come potete immaginare, avevamo poco seguito a livello
di c.d. società civile, a differenza di adesso per fortuna, “addirittura lager”
ci dicevano, neanche mio padre mi credeva, però forse la nostra ostinazione a
qualcosa è servita.
D’altronde allora, con la legge Turco-Napolitano che li ha istituiti nel 1998,
li avevano chiamati “centri di permanenza temporanea e assistenza”, trucco
semantico che a mio parere nascondeva imbarazzo politico se non cattiva
coscienza.
Dopo quella esperienza ho avuto modo di interessarmi ancora di questi centri
quando lavoravo con Medici senza frontiere per il dossier “Al di là del muro”, e
poi di entrarci nuovamente quando collaboravo con Save the Children.
Se in 28 anni nulla è cambiato, se quello che denunciavamo allora accade ancora
oggi, ciò non dipende da chi o come li gestisce, o da chi sta al governo, ma
dalla ragione per cui questi centri esistono: il rimpatrio forzato di donne e
uomini che, migrando, esercitano e rivendicano il proprio diritto di fuga, la
libertà di sottrarsi a condizioni di vita infelici, inaccettabili, pericolose.
La detenzione amministrativa è poi un mostro giuridico, una aberrazione ed un
unicum nell’ordinamento giuridico italiano, e questi centri sono figli della
stessa logica dei campi di concentramento. È bene ricordare che la maggior parte
delle persone internate nei campi dai nazisti lo erano in regime di “custodia
preventiva” (in tedesco Schutzhaft), una misura amministrativa di polizia,
esattamente come lo è il regime di detenzione nei centri per i rimpatri. Ed è
per tutti questi motivi che questi centri non si possono né migliorare, né
ripensare, come spesso sento dire da sinistra, ma si devono solamente ABOLIRE,
in Italia, in Albania, ovunque. Per questo bisogna dire no al CPR a Castel
Volturno e stiamo attenti a dare come motivazione il fatto che Castel Volturno è
un territorio già martoriato, perché allora, secondo questa logica, a Trento,
per esempio, andrebbe bene? Nessun altro CPR deve essere costruito nè a Castel
Volturno né altrove, e diciamo anche con forza che vanno chiusi tutti i lager di
Stato attualmente in funzione.
Sergio Serraino