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CUBA: ONU APPROVA IL DIBATTITO CONTRO IL BLOQUEO. L’ITALIA SI ASTIENE. “UN VOTO VERGOGNOSO, I CUBANI CI HANNO AIUTATI DURANTE IL COVID”
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato l’apertura di un dibattito urgente richiesto da Cuba contro l’embargo Usa in vigore da oltre 60 anni. È la prima volta che Cuba ricorre a questo meccanismo straordinario previsto dall’Onu e diverso dalla votazione annuale di ottobre. La votazione autorizza un dibattito sulla «Necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Usa contro Cuba». Solo 9 i paesi contrari: Usa, Israele, Argentina, Costa Rica, Marocco, Repubblica Ceca, Macedonia del Nord, Paraguay e Ucraina. 136 paesi hanno votato invece a favore, mentre sono stati 30 gli astenuti. Tra questi ultimi il governo italiano. “Dal 1994 l’Italia aveva sempre votato contro il bloqueo. All’epoca si astenne il governo Berlusconi. Questa volta si astiene l’Italietta della Meloni e di Tajani. Un voto vergognoso se pensiamo a quello che hanno fatto i medici italiani in Italia, non solo durante il Covid ma tuttora in Calabria. Questo è il ringraziamento del governo italiano a chi, nel momento del bisogno, ci ha teso una mano”. Con queste parole Marco Papacci, presidente dell’Associazione di amicizia Italia-Cuba ha commentato, su Radio Onda d’Urto, l’astensione italiana al voto. “Il governo di Giorgia Meloni e Antonio Tajani ancora una volta dimostra di essere tra quelli più allineati con la presidenza fascista di Donald Trump, mentre la stragrande maggioranza dei paesi del Pianeta, compresa la maggioranza dei paesi dell’Ue hanno votato a favore di Cuba”, afferma Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista. “Il governo italiano ha tradito Cuba, il paese che più ci ha aiutati durante la pandemia mandando medici e personale sanitario in Italia per darci una mano durante la pandemia. Il ringraziamento del nostro governo è non schierarsi per la fine del blocco”, denuncia il segretario di Rifondazione ai nostri microfoni. Nel frattempo le autorità cubane hanno annunciato di aver ripristinato oltre il 30% della fornitura di energia elettrica all’Avana, dopo l’ennesimo blackout nazionale, in un contesto di crisi energetica legata all’infame embargo petrolifero Usa, inasprito da gennaio 2026. Si tratta del terzo blackout negli ultimi sei mesi e dell’ottavo dalla fine del 2024. La trasmissione di Radio Onda d’Urto con gli interventi di Marco Papacci, presidente dell’Associazione di amicizia Italia-Cuba, e Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista. Ascolta o scarica.
July 8, 2026
Radio Onda d`Urto
Quando la cultura sfidò il silenzio: Fidel Castro, il potere e gli intellettuali a Cuba (1961)
La Rivoluzione cubana ottenne la vittoria infrangendo molti paradigmi ideologici e politici (era impossibile trionfare combattendo contro l’esercito; nessun governo socialista poteva sopravvivere a 145 chilometri dagli Stati Uniti; solo i partiti comunisti sarebbero stati in grado di guidare un processo di liberazione socialista nazionale; i proletari dovevano essere i soggetti e i protagonisti fondamentali di questi processi). Fidel Castro e i suoi compagni superarono le barriere del pessimismo e del dogmatismo insiti in quei preconcetti . Lanciarono il loro assalto al potere attraverso la lotta armata e, una volta rovesciata la tirannia di Fulgencio Batista, erano certi che costruire un consenso fosse essenziale per raggiungere l’egemonia. Gli ostacoli erano immensi: gli attacchi della controrivoluzione interna e dell’imperialismo statunitense, urgenti necessità materiali, errori in vari ambiti della vita nazionale e, di fronte alla necessità di sopravvivenza, la ricerca di alleati esterni. Nel frattempo, si adoperarono per creare una nuova cultura. Il primo passo in questa direzione fu la Campagna di Alfabetizzazione. Il Ministero dell’Istruzione supervisionò questo compito e, attraverso la sua Direzione della Cultura, sviluppò anche festival di musica, balletto e teatro, mostre d’arte, distribuzione gratuita di libri, concorsi letterari e così via. Il 16 gennaio 1961 fu creato il Consiglio Nazionale della Cultura. In quel periodo, il paese si stava preparando a un’invasione mercenaria orchestrata dal governo degli Stati Uniti. In questo contesto, due giovani registi, Orlando Jiménez e Sabá Cabrera, hanno girato il cortometraggio “PM”, presentato in anteprima nella prima metà di maggio in un programma televisivo. Quando i registi hanno chiesto il permesso di proiettarlo nelle sale cinematografiche, la richiesta è stata respinta, con la motivazione che il film rifletteva solo un aspetto della vita notturna cittadina (persone che ballano, ascoltano musica, bevono), omettendo gli sforzi dei cittadini per difendersi dalle aggressioni esterne. Un gruppo di intellettuali ha quindi compreso che tale provvedimento limitava la libertà creativa e ha comunicato alle autorità la propria decisione di non partecipare al Congresso degli Scrittori e degli Artisti che si stava organizzando. Nel giugno del 1961, L’Avana era in fermento. Solo due mesi prima, le milizie avevano respinto l’invasione della Baia dei Porci e il Primo Ministro Fidel Castro aveva proclamato ufficialmente il carattere socialista della Rivoluzione. Tra la tensione di un’offensiva militare e il fervore di una radicale trasformazione sociale, si combatteva un’altra battaglia cruciale, seppur invisibile, per l’anima e la mente della nazione. In questo contesto, il Presidente Osvaldo Dorticós lanciò un’esortazione: “Nessuno taccia “. Questo appello convocò gli artisti cubani a un incontro con la leadership politica del paese presso la Biblioteca Nazionale José Martí il 16, il 23 e il 30 giugno. L’obiettivo? Definire, per la prima volta, le regole di ingaggio tra potere politico e libertà creativa nella nascente società socialista. L’universo intellettuale che vi si riuniva era un mosaico affascinante ed eterogeneo. Da un lato, c’erano figure affermate dell’avanguardia tradizionale, scrittori e artisti che portavano il peso del patrimonio culturale cubano, come il romanziere Alejo Carpentier, il poeta Nicolás Guillén e il drammaturgo Virgilio Piñera. Dall’altro, c’erano giovani creatori animati da un fervido desiderio di innovazione, come il giornalista Guillermo Cabrera Infante e alcuni registi. Coesistevano due visioni dell'”intellettuale”. Per il popolo, l’intellettuale era il custode delle opere dello spirito, della letteratura e della scienza. Tuttavia, dagli ambienti più dogmatici della sinistra, questi creatori erano visti con sospetto: erano considerati uno strato intermedio di origine piccolo-borghese, segnato da un “peccato originale” di individualismo, soprattutto perché molti di loro non avevano partecipato direttamente alla lotta clandestina o guerrigliera. Questi incontri fornirono il contesto ideale affinché questa classe intellettuale cercasse la propria legittimità e definisse il proprio spazio di fronte al nuovo apparato egemonico dello Stato. I principali dibattiti hanno rivelato discussioni che andavano ben oltre il destino del cortometraggio censurato. La controversia principale verteva sulla responsabilità dell’artista nei confronti del pubblico. L’arte dovrebbe essere uno strumento diretto di educazione e propaganda, oppure dovrebbe preservare la propria autonomia estetica? Il 30 giugno 1961, dopo aver ascoltato dubbi, lamentele e proposte degli artisti per due venerdì consecutivi, Fidel Castro pronunciò il discorso di chiusura, noto come ” Parole agli intellettuali “. Consapevole che la Rivoluzione necessitava del prestigio internazionale e del potere simbolico dei suoi artisti, cercò di placare i timori del settore creativo dettando quello che sarebbe diventato il principio guida della politica culturale cubana: “Quali sono i diritti degli scrittori e degli artisti, rivoluzionari o non rivoluzionari? All’interno della Rivoluzione: tutti; contro la Rivoluzione: nessun diritto.” Con questa celebre formula, Castro stabilì un quadro politico ampio ma selettivo. La Rivoluzione non avrebbe richiesto che tutti i creatori fossero marxisti-leninisti, né avrebbe imposto uno stile artistico ufficiale come il realismo sovietico. Sarebbero stati accettati creatori “onesti” che, pur non essendo rivoluzionari attivi, rispettassero e non si opponessero al processo politico. Nessuno avrebbe dovuto presumere di essere infallibile o affermare che chiunque non la pensasse esattamente allo stesso modo avesse torto. Lo spirito di critica doveva essere produttivo e costruttivo. Quell’estate, quando gli intellettuali cubani ruppero il silenzio, non si limitarono a discutere di estetica, cinema o letteratura; stavano plasmando i contorni ideologici della Cuba del futuro . La storia culturale ci mostra che arte e potere politico intrattengono una relazione complessa, spesso tragica, ma sempre decisiva per l’identità di un popolo. Rievocare quei dibattiti in tutta la loro complessità è un esercizio essenziale per comprendere la cultura. E ci permette di apprezzare le idee di quel leader che stava per compiere 35 anni e che oggi avrebbe celebrato il suo centenario. Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
July 2, 2026
Pressenza
Cuba, una narrazione fondamentale contro la campagna mediatica di Washington
Sessantasette anni fa, il 1° gennaio 1959, un popolo stanco dell’oppressione, delle dittature e delle interferenze straniere raggiunse ciò che sembrava impossibile: la vittoria definitiva. Quella mattina, Cuba cessò di essere una colonia, cessò di essere un cortile di casa, cessò di essere una merce di scambio. Cuba divenne una nazione libera, sovrana e indipendente. Non fu un dono. Fu il frutto di decenni di lotta, di sangue Mambí (1), di sacrifici anonimi, di uomini e donne che credettero che un altro mondo fosse possibile. Da allora, l’impero più potente della storia ha tentato in ogni modo di cancellare quella vittoria: blocco, aggressione, terrorismo, menzogne, sovversione, guerra dell’informazione. Eppure, Cuba è rimasta in piedi. Oggi, mentre altri luoghi celebrano 250 anni di espansionismo, guerre, saccheggi e minacce, noi ricordiamo ciò che conta davvero: che il 1° gennaio 1959 i cubani si sono sollevati e hanno detto “basta “. E quel “basta” è irreversibile. Ricorderemo quel giorno, perché quella data è la più importante della storia moderna, perché la dignità non è negoziabile e perché nessun impero potrà mai sconfiggere un popolo che ha saputo conquistare la propria libertà con le armi in pugno e il cuore nella propria patria. Perché Cuba ha le sue ragioni. E quelle ragioni sono nate il 1° gennaio 1959. Il 1959 è l’anno zero della Cuba sovrana. Prima del 1959, Cuba era una colonia mascherata. Dopo, una nazione sovrana. 67 anni di rivoluzione, resistenza e dignità di fronte all’impero più potente della storia. C’è stato un prima e un dopo il 1° gennaio 1959. Prima, Cuba era una colonia clandestina, un bordello per il turismo americano, uno zuccherificio al servizio di Wall Street, una caserma militare straniera. In seguito, Cuba divenne una patria . Una terra di leggi proprie, di scuole per tutti, di ospedali gratuiti, di cultura senza censure, di sport di cui andare fieri, di cibo, energia e sovranità politica. In 67 anni, la Rivoluzione ha resistito a più di 600 tentativi di assassinio contro i suoi leader, a un’invasione mercenaria a Playa Girón, a decenni del più brutale blocco economico della storia e a un’implacabile guerra mediatica. Ed eccoci qui. Quale impero può vantarsi di essere sopravvissuto a tanto e di essere ancora in piedi? Nessuno. Perché gli imperi si fondano sullo sfruttamento; la Rivoluzione si fonda sulla giustizia. Ecco la differenza.   (1) Il termine Mambí (al plurale mambises) si riferisce ai membri delle forze di guerriglia indipendentiste che combatterono contro il dominio coloniale spagnolo. Il movimento si sviluppò principalmente a Cuba durante la Guerra dei Dieci Anni (1868-1878) e la Guerra d’Indipendenza (1895-1898), oltre che nella Repubblica Dominicana durante la Guerra della Restaurazione (1863-1865). Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
July 2, 2026
Pressenza
25 giugno 1996, Daisaku Ikeda incontra Fidel Castro a La Havana
“I ponti verso una pace indistruttibile per l’umanità possono essere costruiti solo coltivando le persone e creando forti legami tra di loro, i loro cuori e le loro menti. E questo processo è, per sua stessa natura, uno sforzo graduale che parte dal basso.”  Daisaku Ikeda   In tutto il mondo, numerose personalità di spicco condividono la lotta di Cuba per un mondo migliore. Oggi desideriamo porre l’accento sullo storico incontro che ci fu il 25 giugno 1996 tra Fidel Castro (1953-2016), ex presidente cubano, e Daisaku Ikeda, Terzo Presidente della Soka Gakkai, nonché storico leader mondiale dell’organizzazione con sede in Giappone. Nel 1996, il Dott. Ikeda visitò l’isola e ebbe un profondo dialogo con Fidel Castro Ruz, un’esperienza che ha segnato profondamente questo grande sostenitore della pace universale. Fu un incontro storico e memorabile, oltre che estremamente proficuo per l’Isola caraibica: l’incontro tra un rivoluzionario ed intellettuale socialista marxista cubano e un maestro e filosofo buddhista esponente di una scuola laica giapponese. Nel 1996 le relazioni fra Cuba e gli Stati Uniti avevano quasi toccato il fondo, specialmente dopo il fatidico abbattimento in febbraio di due velivoli privati[1] da parte dei jet da combattimento cubani e l’inasprimento dell’embargo economico americano nei confronti di Cuba. Poco prima di quell’incontro, Ikeda si era recato negli Stati Uniti e, da parte americana, c’era una notevole opposizione ai suoi piani di visitare Cuba, ma Ikeda era determinato a partire, vedendo in questo anche un’opportunità per contribuire a un cambiamento nella tesa situazione. L’unica persona che si interessò alle intenzioni di Ikeda, e le sostenne, fu paradossalmente l’ex Segretario di Stato americano Henry Kissinger, che Ikeda incontrò durante il suo soggiorno negli Stati Uniti. Si notò che il presidente Castro, insolitamente, per l’incontro con Ikeda, indossava un abito elegante anziché la sua solita uniforme militare. I due ebbero una lunga conversazione, che toccò un’ampia gamma di argomenti, tra cui la promozione di individui capaci e le teorie politiche. Ikeda scrive di questo incontro con Castro: “L’allora presidente cubano, Fidel Castro, mi incontrò al Palazzo della Rivoluzione (il 25 giugno). Figura imponente, alta 190 centimetri (oltre sei piedi), indossava un abito e una cravatta in stile occidentale invece della sua solita uniforme militare. Commentai il suo abbigliamento civile, dicendo che gli si addiceva molto. Il presidente Castro spiegò con un sorriso di aver indossato un abito appositamente per accogliere un sostenitore della pace. Il nostro incontro ebbe luogo la sera del secondo giorno della mia visita. Accarezzandogli la cravatta, commentai scherzosamente che il Ministro della Cultura accanto a lui avrebbe potuto avere un gusto migliore in fatto di cravatte, provocando fragorose risate da parte di tutti i presenti. ‘Sì’, disse il presidente Castro ridendo: ‘Non so molto di cravatte.’ ‘Va bene’, risposi. ‘È più importante conoscere le persone.’ Il presidente Castro ed io parlammo per diverse ore. Ci scambiammo opinioni su una vasta gamma di argomenti, dalla politica e dalla leadership, all’importanza di successori. Ascoltò sinceramente le mie parole sincere e disse di apprezzare la mia amicizia. Fu un’interazione davvero ricca di profonda umanità.” La capacità di Ikeda di fungere da intermediario in tali situazioni era il risultato della fiducia che aveva faticosamente costruito con coloro con cui interagiva. I suoi sforzi per promuovere la pace, la cultura e l’istruzione erano spesso alla base di questi rapporti di fiducia. L’incontro tra Castro e Ikeda fu il risultato di molti anni di scambio culturale tra Cuba e il Giappone, avviato nel 1987 proprio dalla Soka Gakkai, quando l’Associazione Concertistica Min-On, fondata da Ikeda, invitò musicisti cubani a esibirsi in Giappone. Il successo di questi eventi aprì la strada a ulteriori produzioni musicali e di danza cubane in Giappone. In seguito, l’allora ambasciatore cubano in Giappone, Eduardo Delgado Bermudez, fu invitato a tenere una conferenza presso l’Università Soka di Tokyo e, nel 1995, una delegazione di giovani membri della Soka Gakkai visitò Cuba. L’anno successivo fu firmato un accordo di scambio tra l’Università Soka e l’Università di La Havana. Gli scambi tra il Museo Nazionale Cubano e il Museo d’Arte Fuji di Tokyo, fondato da Ikeda nel 1983 per promuovere lo scambio culturale, costituirono un ulteriore aspetto di questo scambio culturale, sottoforma di mostre di tesori d’arte giapponesi a Cuba e di tesori d’arte cubani in Giappone. Non è un caso infatti che la visita di Ikeda a Cuba si concretizzò grazie all’invito dell’allora Ministro della Cultura Armando Hart, in segno di apprezzamento per il suo impegno, negli anni ’80 e ’90, nello sviluppo di scambi culturali ed educativi tra Cuba e Giappone. In un discorso all’Università dell’Avana, Ikeda offrì la sua visione della natura e del valore di questo scambio: “I ponti verso una pace indistruttibile per l’umanità possono essere costruiti solo coltivando le persone e creando forti legami tra di loro, i loro cuori e le loro menti. E questo processo è, per sua stessa natura, uno sforzo graduale, che parte dal basso”. Per Ikeda, un altro vantaggio dello scambio culturale dal basso è che “contrasta i pregiudizi culturali e nazionali, creando la consapevolezza che nessuna cultura è superiore o inferiore a un’altra”. Ikeda si recò sull’isola caraibica con l’obiettivo esplicito di promuovere la pace e, per questo, venne accolto calorosamente. Durante la sua visita, gli furono conferiti l’Ordine Felix Varela di I grado della Repubblica di Cuba e una laurea honoris causa dall’Università di La Havana, incontrando a Cuba diverse personalità del mondo culturale e accademico del Paese. Fu così che iniziò una lunga collaborazione tra Ikeda e il vincitore del Premio Nazionale di Letteratura, il poeta cubano Cintio Vitier, scrivendo un libro in cui entrambi approfondirono lo studio della filosofia di Josè Martì, le sue visioni sulla necessità di difendere la Patria, l’amore e l’amicizia tra i popoli del mondo. Ben presto il volume, dal titolo José Martí, Cuban Apostle: A Dialogue, trovò innumerevoli lettori in Giappone, desiderosi di saperne di più su un’isola caraibica che, nonostante il blocco, stava costruendo il proprio percorso nella storia. Quest’opera rimane ancora oggi nel cuore dei lettori cubani più intimi e dei membri dell’amatissima comunità della Soka Gakkai della Repubblica di Cuba.    “Essendo stato accolto calorosamente dalla sua gente, ammirando il suo splendido mare e cielo, i suoi fiori e alberi, i suoi affascinanti tramonti e le sue notti stellate, ho potuto constatare che in tutta la nazione lo spirito di Martí pulsava con vigore”. (Daisaku Ikeda, 6 settembre 2008)   L’incontro del 25 giugno 1996 tra Ikeda e Castro rappresentò anche un punto di svolta nei rapporti stessi tra governo cubano e la Soka Gakkai. Nel 1992, Cuba aveva abolito formalmente il principio dell’ateismo di Stato che caratterizzava il testo della Costituzione Cubana del 1976, aprendo la strada alla possibilità per i credenti di aderire al Partito Comunista e introducendo le prime tutele contro la discriminazione religiosa. Nel 1996, a Cuba, solo sette famiglie possedevano il Gohonzon (oggetto di devozione), ma non tutte praticavano il buddhismo. Nel 1998 è stata creata una prima organizzazione, che si è poi evoluta nella Soka Gakkai Cuba, la quale oggi si trova ad affrontare la sfida di diffondere gli insegnamenti di Nichiren Daishonin, monaco giapponese del XIII secolo che ha lasciato la sua eredità nelle sue lettere dall’esilio, conosciute come Gosho. Riconosciuta legalmente sull’isola nel 2007, – dopo più di dieci anni dallo storico incontro – la Sgi-Cuba è stata la prima organizzazione buddhista a ricevere il riconoscimento ufficiale da parte del governo cubano. La cerimonia ebbe luogo nella capitale cubana, il 6 gennaio 2007, di fronte a oltre duecento esponenti del mondo della cultura e della politica. Isidro Gomez, rappresentante dell’ufficio governativo per gli affari religiosi, affermò che i membri cubani della Sgi hanno dimostrato con le loro azioni come il fine dell’organizzazione sia quello di contribuire positivamente allo sviluppo della società e mantenere così viva la fiamma degli ideali umanistici. Il dottor Armando Hart Dàvalos – ex ministro della cultura e oggi presidente dell’associazione culturale José Martí – ricordò come il movimento creato dalla Soka Gakkai Internazionale avesse creato una rete globale di amicizia intorno al mondo e continui a portare avanti la sua lotta a difesa dei diritti umani. Come organizzazione religiosa accreditata la Sgi-Cuba, da quel momento, ha avuto la possibilità di mantenere centri culturali, così come di espandere liberamente le sue attività su tutto il territorio nazionale. Oggi la Soka Gakkai International, organizzazione che si ispira al Buddhismo di Nichiren Daishonin, è presente a Cuba con più di mezzo milione di praticanti buddhisti in 13 delle 15 province cubane, diffondendo i suoi principi cardine: il messaggio di kosen rufu tra pace nel mondo e felicità umana. L’Avana ha la più alta concentrazione di praticanti del Buddhismo Nichiren aderenti alla Soka Gakkai nel Paese caraibico, seguita dalla provincia di Holguín al secondo posto e da Camagüey al terzo. “La pace mondiale e il progresso sociale sono priorità per i buddhisti di quel paese caraibico” – ha dichiarato Joannet Delgado, direttrice generale della Soka Gakkai Cuba all’Avana, in un’intervista esclusiva a Prensa Latina nel maggio 2013. Secondo gli stessi membri della Soka Gakkai, il governo cubano promuove un ambiente favorevole alla libertà religiosa[2] e mantiene buoni rapporti “molto cordiali e basati su una grande fiducia” con le diverse fedi e istituzioni, non incontrando ostacoli nello svolgimento della propria opera di creazione di valore. La prova di questi legami tra lo Stato e le istituzioni religiose risiede nello svolgimento sistematico di incontri con i leader e i funzionari del Partito Comunista di Cuba, nonché con il Ministero della Giustizia, in cui si affrontano interessi, obiettivi e bisogni. “Ogni volta che richiediamo assistenza per risolvere problemi o soddisfare esigenze, riceviamo una risposta tempestiva” – riferiva Delgado. Si mantengono i contatti con buddhisti di altri Paesi, che spesso si stupiscono della facilità con cui si riescono a svolgere le proprie attività. Affermava Delgado: “La libertà religiosa che vedono qui contrasta nettamente con la propaganda anti-cubana che ricevono all’estero, ed è per questo che questi approcci alla realtà cubana sono così positivi.” Il 27 novembre 2016, in seguito alla scomparsa dell’ex presidente cubano Fidel Castro avvenuta il 25 novembre 2016, il presidente della SGI Daisaku Ikeda ha espresso le sue condoglianze alla famiglia del leader cubano a nome dei membri della SGI a Cuba e nel mondo. Ricordando il loro incontro all’Avana nel 1996, Ikeda ha elogiato la dedizione del presidente Castro al popolo cubano e ha affermato che il leader cubano sarà ricordato nella storia contemporanea come una figura eroica che ha vissuto con indomita determinazione di fronte a innumerevoli prove e tribolazioni[3]. A La Havana, i buddhisti di Cuba recitarono daimoku in onore e ricordo a Fidel, uniti nella diffusione della pace contro la logica perversa delle guerre. A gennaio 2023, pochi mesi prima della sua morte, Daisaku Ikeda e la Soka Gakkai International vennero ringraziati dall’Università di Matanzas per tutta l’amicizia dimostrata a Cuba in questi anni di dura resistenza e di lotta contro il bloqueo. Il Presidente Ikeda, durante la sindemia da Covid-19, infuse la certezza che, con i propri vaccini, Cuba avrebbe superato la crisi sanitaria, e la verità è stata ancora una volta dalla parte di Cuba e dei suoi scienziati sanitari dediti al lavoro e alla salute pubblica. Per questo amore e per il sostegno sistematico alla nostra lotta, Ikeda venne insignito della Medaglia del 25° Anniversario della fondazione dell’Oficina del Programa Martíano (OPM) [4] ; mentre la Soka Gakkai International, da lui guidata, ricevette la targa commemorativa del 25° Anniversario della fondazione dell’Ufficio del Programma Martí, durante un momento molto emozionante della V Conferenza Internazionale per l’Equilibrio del Mondo. Il 28 novembre 2023, a La Havana, si tenne una cerimonia commemorativa in seguito alla morte di Daisaku Ikeda (1928–2023), presso l’Oficina del Programa Martíano, in cui venne ricordato come “amico di Cuba” ed educatore.   “So bene che la città di Matanzas, dove ha sede la vostra illustre Università, non è solo un luogo degno di essere ricordato nella storia di Cuba, ma anche la culla del “grande desiderio” di José Martí di donare la libertà alla sua amata patria, dopo la triste esperienza vissuta nella prima infanzia. Pertanto, colgo l’occasione per esprimere il mio augurio che l’Università di Matanzas “Camilo Cienfuegos” continui il suo costante progresso con lo stesso passo fermo che ha dimostrato fin dalla sua apertura nel 1972, e che diventi un nobile palazzo del sapere.” (Daisaku Ikeda, 21 marzo 2001)   [1] L’abbattimento dei due velivoli nel 1996 riguarda un tragico evento del 24 febbraio 1996. Quel giorno, due aerei civili guidati dal gruppo anticastrista di Miami “Brothers to the Rescue” (Hermanos al Rescate) furono abbattuti nello Stretto della Florida da caccia MiG cubani. Il bilancio fu di quattro attivisti morti. In un suo articolo pubblicato sul quotidiano l’Unità il 28 febbraio 1996, Gianni Minà spiegò come i velivoli degli esuli avrebbero ripetutamente violato lo spazio aereo dell’Avana per provocazioni politiche. Minà descrisse l’accaduto e la successiva reazione dell’amministrazione statunitense come una manovra condizionata dal ricatto elettorale dei gruppi anticastristi della Florida su Bill Clinton, cercando di smorzare la portata di una crisi che secondo lui rischiava di strumentalizzare l’incidente. La vicenda è tornata d’attualità quando – il 20 maggio 2026 – il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha formalizzato accuse contro l’ex presidente cubano Raúl Castro per la morte dei quattro attivisti (tre dei quali erano cittadini statunitensi). [2] A Cuba, la libertà religiosa è riconosciuta dalla Costituzione Cubana promulgata nell’aprile 2019. Il testo definisce il Paese come uno “Stato laico” e stabilisce formalmente la separazione tra le istituzioni religiose e lo Stato. La Costituzione del 2019 garantisce la libertà religiosa attraverso specifici articoli: * Articolo 8: Riconosce, rispetta e garantisce la libertà religiosa, assicurando che diverse credenze e fedi godano di uguale considerazione e che le istituzioni religiose siano separate dallo Stato. * Articolo 42: Stabilisce il principio di uguaglianza, proibendo qualsiasi tipo di discriminazione fondata sulle credenze religiose. [3] Adattato da un articolo apparso sul numero del 27 novembre 2016 del Seikyo Shimbun, Soka Gakkai, Giappone [4] un’istituzione nazionale dedicata alla promozione dello studio di José Martí (1853–1895), poeta, saggista e simbolo della liberazione cubana.     Fonti: https://www.daisakuikeda.org/sub/events/archives/2016/nov/27-fidel-castro-condolence-message.htmln https://www.daisakuikeda.org/main/peacebuild/peace/peace-07.html#sdendnote1sym https://www.giornalismoestoria.it/wp-content/uploads/2015/02/2008116122010achiaraciaramella.pdf https://www.ikedacenter.org/resources/seven-essential-attributes-daisaku-ikedas-peacebuilding-ethos https://www.theblackcoffee.eu/daisaku-ikeda/ https://www.sgi-italia.org/wp-content/uploads/2021/01/IBISG_PropostaDiPace_DaisakuIkeda_2005.pdf https://www.unionesarda.it/3-minuti-con/daisaku-ikeda-la-lezione-di-un-costruttore-di-pace-qt8898s0 https://www.totetu.org/assets/media/paper/j019_022.pdf https://www.zoomedia.it/personaggi/daisaku_ikeda/index.html https://www.worldtribune.org/2019/expanding-spiritual-bridge-new-century/ https://www.umcc.cu/2023/01/30/daisaku-ikeda-amigo-de-cuba-y-de-la-universidad-de-matanzas/ https://events.daisakuikeda.org/2023/1128-cuba-memorial/ https://www.cubainformazione.it/2007/dirittiumani/religione/buddismo.htm https://www.youtube.com/watch?v=pOpVD1RSrvE https://www.radiosantacruz.icrt.cu/la-impronta-de-fidel-castro-en-la-cultura-cubana-es-reflejada-en-museo-nacional-de-artes-decorativas/ https://dialogosdosul.operamundi.uol.com.br/soka-gakkai-e-a-liberdade-de-culto-em-cuba/ https://www.adelante.cu/index.php/es/noticias/de-camagueey/7021-paz-para-la-herida-de-hiroshima https://misiones.cubaminrex.cu/es/articulo/embajada-de-cuba-en-japon-patrocina-concurso-de-oratoria-en-espanol-de-la-universidad-de https://www.juventudrebelde.cu/cuba/2016-08-05/budistas-cubanos-por-la-paz-junto-a-fidel Lorenzo Poli
June 25, 2026
Pressenza
Il 28 maggio in piazza per l’autodeterminazione di Cuba e contro le aggressioni USA
Il 28 maggio è stata chiamata una mobilitazione nazionale per difendere Cuba dall’aggressione statunitense, con la Casa Bianca che vuole strozzare un popolo che ha fatto della propria bandiera il simbolo della solidarietà internazionale. Del resto, non c’è frase che esprima meglio il senso di cosa rappresenti Cuba nel mondo […] L'articolo Il 28 maggio in piazza per l’autodeterminazione di Cuba e contro le aggressioni USA su Contropiano.
May 25, 2026
Contropiano
Ecco le fonti pagate dagli Usa che propagano disinformazione anti-cubana
Gli Usa stanno preparando il cambio di regime con una campagna mediatica anti-governativa fondata su “fonti cubane” che i media occidentali riportano come fossero imparziali. Ogni anno, dal 1992, l’Onu vota a stragrande maggioranza la fine dell’embargo Usa contro Cuba. Il voto è puramente simbolico: anche se la maggioranza è sempre schiacciante (da 33 anni i voti contrari sono quasi sempre solo due: Usa e Israele; l’anno scorso si sono aggiunti i voti ruffiani di Argentina, Ungheria, Paraguay, Macedonia del Nord e Ucraina), l’Onu non può obbligare gli Usa a cambiare la sua politica estera. Quando la rivoluzione cubana del 1959 rovesciò il dittatore Fulgencio Batista, che era sostenuto dagli Stati Uniti perché gli faceva comodo, l’amministrazione Eisenhower usò l’embargo per “provocare fame e disperazione e rovesciare il governo” (così un memorandum interno del governo Usa). Alla guerra economica s’aggiunse il tentativo di invasione dell’isola nel 1961, centinaia di attentati a Fidel Castro e attacchi terroristici anche con uso di armi biologiche. Obama tolse alcune restrizioni, ma Trump le ripristinò. Col cubano-statunitense Marco Rubio, senatore repubblicano della Florida durante il Trump I e oggi Segretario di Stato, Cuba è di nuovo attenzionata; da qualche mese Trump minaccia l’intervento militare. Oggi l’Onu denuncia il rischio di una catastrofe umanitaria. L’embargo petrolifero sta facendo collassare ospedali, trasporti, distribuzione alimentare e sistemi idrici: è una grave violazione del diritto internazionale. E come già successo in altre occasioni (Hong Kong, Bielorussia, Ucraina, Iran), gli Usa stanno preparando il cambio di regime con una campagna mediatica anti-governativa fondata su “fonti cubane” che i media occidentali riportano come fossero imparziali: in realtà sono megafoni di Washington pagati da Usaid e Ned (un proxy della Cia) per alimentare il malcontento nella popolazione e prepararla all’invasione. MintPress ha elencato i media e gli organismi antigovernativi più rilevanti. 1) CubaNet, fondato a Miami nel 1994 da attivisti anticastristi. Ha ricevuto milioni di dollari da Usaid, Ned e Open Society Foundation. Viene citato come fonte obiettiva da Washington Post, Wall Street Journal, Fox News, Los Angeles Times e USA Today. 2) ADN Cuba, “un media indipendente impegnato per la libertà e la democrazia a Cuba”, ha ricevuto milioni di dollari da Usaid. Ha sede in Spagna. 3) Diario de Cuba, un altro organo digitale di info antigovernative con sede in Spagna e finanziamenti milionari Usaid. Questi siti di notizie pettinate hanno milioni di follower sui social. La conferma di quanto questi “media cubani” siano protesi di Washington venne l’anno scorso quando l’amministrazione Trump decise di sospendere i fondi all’Usaid perché Musk, capo del Dipartimento efficienza amministrativa (Doge), li considerava “un nido di marxisti radicali che odiano l’America”. All’istante, CubaNet e Diario de Cuba chiesero ai lettori un sostegno economico, pena la chiusura. La decisione di Musk fece emergere in questo modo un migliaio di media “indipendenti” (cioè finanziati da Washington) in tutto il mondo. 4) Movimento San Isidro, un collettivo di artisti e giornalisti che nel 2021 organizzò a Cuba un’ondata di proteste nazionali. Figura chiave del movimento era Esteban Rodríguez di ADN Cuba. E adesso indovinate chi elargiva milioni di dollari al movimento (spoiler: Usaid). 5) El Toque e El Estornudo sono invece finanziati dal Ned. Fare i pappagalli Cia conviene: lo stipendio dei giornalisti di El Toque è dieci volte quello dei cronisti statali cubani. 6) Radio e Tv Martí: fondata nel 1985 dall’amministrazione Reagan, ha sede a Miami. Finora ha ricevuto dai governi Usa 800 milioni di dollari. 7) Osservatorio Cubano dei Diritti Umani (Ocdh) e Cubalex, un gruppo di avvocati: sono stipendiati da Usaid (Ocdh) e Ned (Cubalex). New York Times, Cnn e Washington Post citano i loro documenti come imparziali. 8) App di messaggistica che diffondono info antigovernative e organizzano smart mobs: Zunzuneo (un progetto segreto Usaid) lasciò il posto a Piramideo, un’iniziativa di Radio e Tv Martí che prometteva ai cubani notizie senza censura. Immediate le proteste cubane quando Piramideo prese a diffondere false notizie (manifestazioni antigovernative mai avvenute). Piramideo fu chiuso dopo la rivelazione delle interferenze Usa a Cuba. Questo accadeva 20 anni fa: oggi lo stesso compito viene svolto alla luce del sole da bot di propaganda antigovernativa che proliferano indisturbati su Instagram e X. Fonte: il Fatto Quotidiano Da Associazione Nazionale d’Amicizia Italia-Cuba Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
May 22, 2026
Pressenza
Firmo por Cuba. Parte la campagna globale di raccolte firme per difendere il popolo cubano
È partita da alcuni giorni una nuova campagna di solidarietà e sostegno internazionalista a Cuba e alla sua sovranità, contro l’aggressione imperialista statunitense. Cuba is not alone – Firmo por Cuba è il nome della Campagna Globale promossa dall’International Workers Institute, dalla World Federation of Trade Unions – Regional Office […] L'articolo Firmo por Cuba. Parte la campagna globale di raccolte firme per difendere il popolo cubano su Contropiano.
May 20, 2026
Contropiano
L’incognita di Cuba
Da mesi prosegue lo strangolamento Usa di Cuba. Ospitiamo il parere di Maurizio Fantoni Minnella e restiamo aperti ad altre idee contributi sulla drammatica situazione dell’isola. Ehi Nixon, giù le mani da Cuba! Mario Monicelli, da Romanzo popolare Foto: La Jornada 1. In oltre un secolo di storia moderna e contemporanea la Sinistra ha creato e alimentato le sue mitologie,
La leggenda della “scomunica” di Papa Giovanni XXIII a Fidel Castro
Più volte, in questi anni, sul web, è stata rilanciata la leggenda secondo cui, il 3 gennaio 1962, Papa Giovanni XXIII – rifacendosi al decreto originale del Sant’Uffizio emesso da Papa Pio XII nel 1949 – avrebbe scomunicato l’allora trentaseienne e già a capo della Repubblica caraibica Fidel Castro, in linea con il decreto del 1949 che vietava ai cattolici di appoggiare la “dottrina del comunismo materialista e anticristiano”. Con la cosiddetta «scomunica ai comunisti» di Pio XII, ovvero il celebre decreto del Sant’Uffizio pubblicato il 1° luglio 1949 e de facto cancellato (formalmente mai revocato) col nuovo Codice di diritto canonico del 1983, devono ritenersi scomunicati gli iscritti al Partito Comunista e tutti coloro che appoggiano o sostengono gli ideali socialisti, comunisti e rivoluzionari. Il decreto considerava peccato grave leggere o propagare la stampa comunista e i fedeli “colpevoli” di simili comportamenti erano scomunicati, ovvero: non erano ammessi ai sacramenti, non potevano accedere all’eucarestia ed erano considerati addirittura apostati, vale a dire rei di avere abbandonato la fede cattolica. Al momento della sua emissione – in un’Italia che pativa ancora le pesanti conseguenze del conflitto mondiale – il decreto scatenò forti reazioni tra i comunisti italiani e anche a livello internazionale e destò forti perplessità sia perchè negli ambienti cattolici alcuni si erano avvicinati al PCI sia perché era stato emesso senza alcun preavviso o preparazione. Secondo quanto detto in questi anni, Papa Roncalli non solo non tolse la scomunica di Pio XII ai comunisti, ma anzi addirittura formalmente fece di tutto per inasprita. Sempre secondo quanto si riferisce, mentre il decreto del 1949 comminava la scomunica a coloro che si iscrivevano a partiti comunisti, filocomunisti o alleati con essi, quello del 25 marzo 1959 l’avrebbe estesa anche a coloro che semplicemente votavano per tali partiti. Si tratta di una bufala, una leggenda metropolitana nata proprio in seno ad alcuni ambienti più conservatori delle gerarchie ecclesiastiche vaticane, che consideravano il provvedimento già operativo sulla scorta del decreto emanato nel 1949 da Pio XII che, di fatto, vietava ai cattolici di iscriversi a partiti comunisti o dare loro appoggio in qualsiasi maniera, specialmente con il voto (1). Papa Pio XII si limitò a promulgare il documento emesso dal Santo Uffizio, ma non ci fu nessun inasprimento da parte di Giovanni XXIII. Il 3 gennaio 1962 si diffuse la voce di una scomunica direttamente da parte di Giovanni XXIII nei confronti di Castro, ma mai ci fu prova scritta di questo provvedimento. Anche spulciando il settimo volume dell’edizione critica dell’Istituto per le scienze religiose di Bologna, non si troverà alcun accenno: né quel giorno, né prima, né dopo. La famosa scomunica al Líder Máximo che rimbalza da anni nei media di tutto il mondo, più che mai citata in vista del viaggio apostolico di Benedetto XVI a Cuba avvenuto dal 26 al 28 marzo 2012, non c’è mai stata. Nel 2012, cinquanta anni dopo, l’allora segretario di Giovanni XXIII, Monsignor Loris Capovilla smentì la notizia della scomunica da parte del Santo Padre: «Questa parola, “scomunica”, non esiste nel vocabolario giovanneo. Perché continuino a tirarla fuori, non l’ho capito». Oltretutto questo atto, che tra l’altro colpirebbe chi si trova all’interno della comunità cristiana, sarebbe stato formalmente inutile in quanto Castro, con l’adesione alla ideologia comunista, aveva già violato i precetti stabiliti nel decreto del 1949. «Giovanni XXIII ha aperto una fessura nel muro di odi, divisioni e guerre», sospirava monsignor Capovilla il 28 marzo 2012 a Il Corriere della Sera. «Anche durante la crisi dei missili a Cuba, nell’ottobre 1962, la sua mediazione spirituale e la sua preghiera furono decisive». Eppure, in Vaticano, c’era chi sperava in una linea più dura, anche per ragioni tutte italiane. Per questo nacque la leggenda: «A parlare ai giornali di scomunica a Castro, richiamando il decreto del 1949, fu all’inizio del ’62 l’arcivescovo Dino Staffa, che più tardi fu creato cardinale da Paolo VI», spiegava il teologo Gianni Gennari, il «Rosso Malpelo» che su Avvenire teneva la rubrica Lupus in pagina: «Si voleva usare la cosa a fini interni, in Italia era in vista il primo centrosinistra. A questo serviva la voce della scomunica a Castro. E il Papa ne rimase molto dispiaciuto». L’obiettivo di Staffa era lanciare un monito nei confronti del centrosinistra che si stava formando, oltre ad essere un chiaro segnale ai fedeli cattolici di Cuba, esortandoli a revocare ogni consenso nei confronti della Rivoluzione cubana, ed un segnale a tutti quei cattolici che si stavano avvicinando al socialismo e al PCI (2). Un modus operandi totalmente contrapposto a quello di Papa Roncalli, il cui pontificato coincise con l’inizio del centro-sinistra in Italia (governi Dc-Psdi-Pri con appoggio socialista):un’apertura politica che non fu ostacolata dalla Chiesa, a differenza del passato. In un periodo di tensioni globali e di Guerra Fredda, l’atto di scomunica a Castro avrebbe sottolineato ancor di più il profondo contrasto tra la Chiesa cattolica e il comunismo, considerato incompatibile con i principi cristiani. Il pontificato di Roncalli si concentrò sull’opposto: superare la “guerra fredda” interna alla Chiesa, concentrandosi sul dialogo sociale piuttosto che sulla contrapposizione ideologica. Quando all’inizio del 1959 Fidel Castro prese il potere, in Vaticano arrivò la notizia che missionari e suore erano andati via da Cuba. Roncalli, Papa da un paio di mesi, ne parlò con il cardinale Domenico Tardini e dopo l’udienza mi a Capovilla: «non ho mai visto il Segretario di Stato così irritato». E come mai? Capovilla disse al Corriere: «Perché non si scappa. Non si scappa mai. E il Santo Padre era d’accordo con Tardini. Se ci mandano via, come poi è accaduto, allora dobbiamo andare. Ma la Santa Sede non prende mai l’iniziativa di rompere i rapporti diplomatici, non lo ha mai fatto». Ecco che quando il 17 settembre 1961 furono espulsi da Cuba 132 sacerdoti e il vescovo ausiliare dell’Avana, Eduardo Boza Masvidal, Papa Roncalli ne parlò all’udienza generale («Detto tutto ma in forma moderata», scrive nel diario) denunciando «prove e sofferenze» nella nazione nonché l’«esodo, in parte imposto, in parte subito come minor male» di sacerdoti e religiose: «Confidiamo ancora che il buon volere, la calma delle decisioni, la ricerca sincera di salvaguardare i valori della civiltà cristiana abbiano il sopravvento su affrettate deliberazioni». Non è certo il tono di chi si prepara a lanciare scomuniche o a elargire condanne. Vi è infatti da sottolineare che una eventuale scomunica contro Castro non sarebbe mai stata nello stile e nel modo di Giovanni XXIII. Roncalli era un uomo del suo tempo sul piano teologico ma molto aperto sul piano sociale: si parla di una forte attenzione alle istanze sociali, ai poveri e ai lavoratori, frutto della sua origine contadina e della sua visione pastorale aperta al dialogo. La sua sensibilità si concentrava sulla dignità umana e la giustizia sociale, spesso trascurate nel dibattito politico, differenziandosi dalle rigide chiusure anticomuniste del suo predecessore, Pio XII. Giovanni XXIII fu anche il papa che indisse il Concilio Vaticano II e contribuì a modernizzare la Chiesa, svecchiandola di vecchi privilegi, concentrandosi su uno sguardo molto più ecumenico. In campagna elettorale, il 20 marzo del 1963, Palmiro Togliatti tenne un discorso a Bergamo, dal titolo Il destino dell’uomo, da cui emerge l’intento di costruire un ponte con quel mondo cattolico che vive “una svolta riformatrice” sotto il Pontificato di Giovanni XXIII. Pochi giorni dopo, l’11 aprile, il Santo Padre promulga l’Enciclica Pacem in Terris nella quale si rivolge “a tutti gli uomini di buona volontà e li richiama a uno sforzo comune al fine di attuare il valore supremo della pace”. Giovanni XXIII distinse – da uomo del suo tempo convinto delle sue opinioni – tra l’errore (l’ideologia falsa) e l’errante (la persona), aprendo di fatto al dialogo con movimenti storici ispirati a ideologie diverse, inclusi socialisti e comunisti, purché finalizzati al bene comune. Non è un caso che quella Enciclica ricevette anche l’apprezzamento di Pietro Nenni, leader del Partito Socialista Italiano. Le parole di Togliatti a Bergamo ebbero grande risonanza, pro e contro, anche dentro la Chiesa stessa. Negli ambienti vaticani ci fu chi accusò il Papa di aver regalato, prima con l’udienza dell’autunno precedente al genero di Krusciov, e poi con la Pacem in terris rivolta “a tutti gli uomini di buona volontà”, qualche milione di voti ai comunisti. D’altronde bisogna ricordare che il mondo cristiano cattolico che solidarizzava con la sinistra era veramente ampio: dai teologi della liberazione ai preti operai, dai dirigenti di Lotta Continua di stampo cattolico alle correnti interne alle ACLI interessate ad un socialismo cristiano, per non parlare del Movimento Cristiani per il Socialismo (3) che vide al suo interno personalità di grande spessore culturale come la partigiana Lidia Menapace e il teologo Giulio Girardi, quest’ultimo addirittura autore di un meraviglioso libro intitolato Che Guevara visto da un cristiano. Il significato etico della sua scelta rivoluzionaria. Tutto questo per sottolineare come in pontificato di Papa Giovanni XXIII, pur non approvando la Rivoluzione cubana – che piaceva comunque a molti cattolici progressisti – non concepì minimamente la scomunica a Fidel Castro. La leggenda della scomunica ferì Roncalli e creò molti disguidi diplomatici ed aggiunse un’ulteriore dimensione ideologica e spirituale alle sfide politiche dell’epoca. Infatti la notizia della scomunica continuò a circolare e venne creduta anche dallo stesso Castro che, peraltro, aveva già abbandonato la fede cattolica. La bufala non giovò sicuramente in quegli anni immediatamente dopo la rivoluzione, dove i rapporti tra Cuba e Vaticano non erano certo idilliaci. Solo nel corso degli anni le relazioni si sono ammorbidite al punto che sia Giovanni Paolo II che Papa Francesco hanno incontrato Castro nelle loro visite a L’Avana.     (1) Il riferimento al voto non è mai stato formalmente indicato nel documento del Sant’Uffizio del 1949, ma venne stampato a chiare lettere sui manifesti con cui vennero tappezzate le chiese italiane: un modo per far accettare pubblicamente all’opinione pubblica cattolica il fatto di non avvicinarsi a simpatie socialiste nè con l’ideale nè con il voto. Il decreto non è mai stato revocato formalmente. Qualcuno lo ritiene implicitamente decaduto all’esito del Concilio Vaticano Secondo ma ciò si porrebbe in contrasto proprio con lo stesso Concilio laddove condanna le dottrine atee e materialiste. (2) C’è da dire che, per venire incontro alle esigenze di alcuni cattolici vicini o aderenti a esso, il Partito Comunista Italiano non richiedeva l’adesione all’ideologia del materialismo dialettico, ma solo una generica adesione al programma del partito. (3) Movimento Cristiani per il Socialismo un’organizzazione politica e culturale nata all’inizio degli anni Settanta originariamente in Cile come aggregazione di cristiani progressisti a sostegno della candidatura a presidente del socialista Salvador Allende. In Italia il primo convegno nazionale dei “Cristiani per il socialismo” si tenne a Bologna nel settembre del 1973, proprio nei giorni tragici della caduta e della fine di Salvador Allende. Il gruppo raccoglieva cristiani di sinistra ed esponenti dell’associazionismo cattolico che avevano vissuto con entusiasmo l’esperienza di apertura e rinnovamento della Chiesa cattolica seguita al Concilio Vaticano II e che vedevano con interesse l’idea di una “via cristiana al socialismo” e di un “socialismo dal volto umano”. Il movimento ebbe un’adesione significativa, ma vita breve e venne osteggiato dalla Chiesa cattolica. A poco a poco il movimento, per le sue posizioni molto progressiste (NO all’abrogazione del divorzio, NO all’abrogazione dell’aborto), divenne espressione esclusiva dei “cattolici del dissenso”. Negli anni successivi molti dei suoi esponenti svolsero attività politica, aderendo a diversi partiti della sinistra (PCI, PSI, DP, Il manifesto, Rifondazione Comunista).   Fonti: https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2014/04/30/news/giovanni-xxiii-e-togliatti-tra-fatti-e-ideologie-1.35771332/ > La leggenda della “scomunica” a Fidel Castro https://www.corriere.it/esteri/12_marzo_28/segretario-papa-giovanni-scomunica_62ee0478-7903-11e1-9401-15564ff52752.shtml > Pier Paolo Pasolini e Giovanni XXIII Lorenzo Poli
May 2, 2026
Pressenza
Indiscrezioni del Pentagono: in accelerazione i piani per un’operazione contro Cuba
La pianificazione militare per una possibile operazione guidata dal Pentagono contro Cuba sta subendo un’accelerazione. Secondo quanto riportato da USA Today, che cita fonti interne al Dipartimento di Guerra, l’amministrazione guidata da Donald Trump starebbe definendo i dettagli tecnici per un intervento armato, nell’eventualità che il tycoon decida di impartire […] L'articolo Indiscrezioni del Pentagono: in accelerazione i piani per un’operazione contro Cuba su Contropiano.
April 17, 2026
Contropiano