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Amnesty: “No ai disegni di legge che adottano la definizione di antisemitismo dell’Ihra”
In una conferenza stampa tenutasi questa mattina al Senato, alla quale hanno preso parte anche Francesca Biancani dell’Università di Bologna, Daniel Calò di Tikkun – Diaspora ebraica decoloniale e il senatore Peppe De Cristofaro, Amnesty International Italia ha rinnovato la sua profonda preoccupazione per quei disegni di legge attualmente in esame che, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la lotta contro l’antisemitismo, rinviano integralmente alla definizione operativa dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (International Holocaust Remembrance Alliance – Ihra). L’organizzazione per i diritti umani contesta l’adozione della definizione dell’Ihra in ambito legislativo, ritenendo che vietare alcuni comportamenti indicati nei cosiddetti “esempi contemporanei di antisemitismo” possa limitare la libertà di espressione: una libertà tutelata dal diritto internazionale e anche dall’articolo 21 della Costituzione italiana, che tutela la libera manifestazione del proprio pensiero Numerosi esperti di antisemitismo, studiosi dell’ebraismo e dell’Olocausto, insieme a specialisti in materia di libertà di espressione e di contrasto al razzismo, hanno contestato la definizione dell’Ihra perché rischia di limitare le critiche legittime allo Stato di Israele e di indebolire, invece di rafforzare, la lotta contro l’antisemitismo. In diversi Stati, soprattutto negli Stati Uniti e in Europa, questa definizione viene usata per qualificare come antisemite posizioni politiche critiche nei confronti di Israele, ostacolando in questo modo proteste pacifiche, forme di attivismo, ricerche delle stesse organizzazioni per i diritti umani e, in generale, il dibattito pubblico sulle politiche israeliane. Nessuno Stato dell’Unione Europea ha finora adottato in uno strumento legislativo la definizione integrale dell’Ihra, anche perché, secondo quanto dichiarato dalla stessa Alleanza, la definizione adottata nel 2016 non doveva essere “giuridicamente vincolante”. L’Italia, dunque, contrariamente a quanto affermato da alcuni dei proponenti del ddl, non si collocherebbe sulla scia di altri Stati dell’Unione Europea, ma farebbe da apripista, realizzando così un pericoloso precedente. In alcuni Stati europei, pur non essendo incorporata o richiamata a livello legislativo, la definizione dell’Ihra viene già usata come standard regolatorio per l’azione pubblica di contrasto all’antisemitismo. Ad esempio, in Germania risoluzioni parlamentari sull’antisemitismo sono state utilizzate per negare finanziamenti pubblici a organizzazioni e progetti considerati incompatibili con la definizione dell’Ihra e per chiedere al governo di prevenire attività del movimento Boicottaggio, disinvestimento, sanzioni (Bds) e di iniziative affini. Altrove, come nel Regno Unito e negli Usa, numerose università hanno cancellato iniziative contro l’apartheid israeliano nei confronti della popolazione palestinese e dibattiti sul boicottaggio di Israele per il timore di violare la definizione dell’Ihra. Sempre negli Usa, la definizione dell’Ihra è stata invocata in procedimenti giudiziari contro istituti accademici per rafforzare accuse di antisemitismo rivolte a studenti filopalestinesi. Anche in Italia la definizione dell’Ihra costituisce la base della Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo e orienta il lavoro del generale Pasquale Angelosanto, il Coordinatore nazionale incaricato di contrastarlo dal gennaio 2024. La stessa definizione viene utilizzata per classificare gli episodi di antisemitismo raccolti dall’Osservatorio del Centro di documentazione ebraica contemporanea (Cdec). In questo contesto, sono state classificate come antisemite, ad esempio, le attività dei gruppi Bds che invocano il boicottaggio di beni israeliani, nonostante tali campagne non si fondino sull’odio razziale, ma contestino l’occupazione militare, l’apartheid e gli insediamenti illegali israeliani nella Cisgiordania occupata. Più recentemente il Cdec ha inquadrato come espressioni di antisemitismo ampie forme di mobilitazione della società civile contro il genocidio della popolazione palestinese nella Striscia di Gaza, includendovi le proteste contro le azioni del governo israeliano e il paragone tra esperienze storiche di vittimizzazione, come quella degli ebrei durante la Shoah e quella dei palestinesi durante il genocidio in corso. Queste interpretazioni, già presenti nella citata Strategia, rendono le statistiche sull’antisemitismo inaccurate, poiché non consentono di distinguere tra atti di discriminazione nei confronti delle persone di religione ebraica e comportamenti legittimi erroneamente classificati come antisemiti. Ciò produce una rappresentazione distorta del fenomeno e ostacola l’adozione di misure realmente efficaci per contrastare l’antisemitismo. Migliaia di persone appartenenti al mondo accademico e scientifico hanno messo in guardia dal pericolo che tale definizione rappresenta per la libertà accademica e di insegnamento. I disegni di legge in esame rischiano di mettere a tacere, anche attraverso il diritto penale, voci critiche e saperi fondamentali in numerosi ambiti di studio e negli spazi universitari. Analoghi rischi di censura e criminalizzazione riguardano organizzazioni della società civile e persone attiviste impegnate nella difesa dei diritti umani. “L’incorporazione della definizione di antisemitismo dell’Ihra nella legislazione nazionale rischia di soffocare il dibattito pubblico, la libertà accademica e l’azione della società civile, dando priorità alle relazioni politiche con lo Stato d’Israele rispetto alla giustizia e limitando la capacità di chiamare le autorità israeliane a rispondere di crimini di diritto internazionale da esse commessi”, ha dichiarato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. Amnesty International ha esortato pertanto le forze politiche a non approvare i disegni di legge che adottano la definizione di antisemitismo dell’Ihra. Tali iniziative generano una grave incertezza giuridica e finiscono per criminalizzare come antisemite critiche legittime alle violazioni del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario commesse dal governo israeliano, compromettendo lo stesso obiettivo che dichiarano di perseguire.   Amnesty International
January 29, 2026
Pressenza
Aree interne: anche i vescovi critici sul piano del governo
Il Piano strategico nazionale delle aree interne 2021-2027 (PSNAI), approvato dal Ministro per le politiche di coesione è attraversato, come è stato diffusamente rilevato, da un certo pessimismo. Si ha quasi l’impressione che di fronte alle criticità di queste aree si sia sul punto di “gettare definitivamente la spugna”, soprattutto quando si legge che “queste Aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza, ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita”, oppure che “nessun Comune ha di fronte un destino ineluttabile in relazione alle coordinate geografiche in cui si trova, ma sono molti i Comuni che rischiano un percorso di marginalizzazione irreversibile per le dinamiche demografiche che li caratterizzano”: https://politichecoesione.governo.it/media/ihnf1qaq/1_contributo-cnel-demografia-delle-aree-interne-e-condizioni-per-uninversione-di-tendenza.pdf. L’allegato al piano messo a punto dal demografo dell’Università Cattolica Alessandro Rosina, all’Obiettivo 4, denominato “Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile” è, per alcuni versi, ancora più esplicito: “Un numero non trascurabile di Aree interne si trova già con una struttura demografica compromessa (popolazione di piccole dimensioni, in forte declino, con accentuato squilibrio nel rapporto tra vecchie e nuove generazioni), oltre che con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività. Queste Aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza, ma non possono nemmeno essere abbandonate a se stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita”: https://politichecoesione.governo.it/media/ihnf1qaq/1_contributo-cnel-demografia-delle-aree-interne-e-condizioni-per-uninversione-di-tendenza.pdf. Pur prendendo atto, senza alcun romanticismo, dell’oggettivo declino in atto in queste comunità e delle difficoltà nel cercare di tirarle fuori dalla marginalizzazione, il destino segnato che viene loro assegnato risulta per lo meno sbrigativo, se non altro perché parliamo di 1.060 Comuni con circa 2 milioni di abitanti per una superficie territoriale di circa 51 mila kmq, che rappresentano il 13,4% di tutti i Comuni italiani, il 3,3% della popolazione nazionale e il 17% di tutta la superficie nazionale. Realtà ove a fianco di indiscutibili criticità quotidiane, non mancano adattamenti, esperimenti e resistenze che meritano di essere considerati. Per questo, oltre 150 soggetti, tra cui docenti universitari, sindaci, urbanisti e operatori culturali, a giugno  hanno sottoscritto un appello pubblico contro la logica dell’“irreversibilità”, che a loro avviso significa “un accompagnamento alla buona morte, un’eutanasia”. I firmatari chiedono una revisione del piano, invitano i Consigli comunali a pronunciarsi in merito e offrono collaborazione per costruire strategie concrete di rilancio: https://uncem.it/piano-aree-interne-e-lo-spopolamento-irreversibile-da-accompagnare-uncem-si-investa-nel-modo-giusto-con-la-nuova-programmazione-europea-28-34/. Ora a far sentire la propria voce anche 139 tra cardinali, arcivescovi, vescovi e abati, che hanno sottoscritto una  “Lettera aperta al Governo e al Parlamento” e che sarà consegnata all’Intergruppo parlamentare “Sviluppo Sud, Isole e Aree fragili”, quale contributo affinché non ci si rassegni a sancire la morte di una parte significativa del Paese. Nella lettera si chiede che venga esplorata con realismo e senso del bene comune ogni ipotesi d’invertire l’attuale narrazione delle aree interne, si sollecitino le forze politiche e i soggetti coinvolti a incoraggiare e sostenere, responsabilmente e con maggiore ottimismo politico e sociale, le buone prassi e le risorse sul campo, valorizzando un sistema di competenze convergenti, utilizzate non più per marcare differenze, ma per accorciare le distanze tra le diverse realtà nel Paese e si chiede di avviare un percorso plurale e condiviso in cui gli attori contribuiscano a costruire partecipazione e confronto così da generare un ripopolamento delle idee ancor prima di quello demografico. Occorre “ribaltare la definizione delle aree interne, si legge nella lettera, passando da un’esclusiva visione quantitativa dello spazio e del tempo – in cui è ancora il concetto di lontananza centro-periferia a creare subalternità – a una narrazione che lasci emergere una visione qualitativa delle storie, della cultura e della vita di certi luoghi: si favoriscano esperienze di rigenerazione coerenti con le originalità locali e in grado di rilanciare l’identità rispetto alla frammentazione sociale; s’incoraggi il controesodo con incentivi economici e riduzione delle imposte, soluzioni di smart working e co working, innovazione agricola, turismo sostenibile, valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici, piani specifici di trasporto, recupero dei borghi abbandonati, co-housing, estensione della banda larga, servizi sanitari di comunità, telemedicina.” Qui la lettera: https://www.chiesacattolica.it/aree-interne-lettera-aperta-al-governo-e-al-parlamento/. Giovanni Caprio
August 29, 2025
Pressenza