Tag - ENI

Irruzione al Festival di Sanremo: attivisti contro il greenwashing degli sponsor
Nella serata di martedì 24 febbraio la passerella del teatro Ariston a Sanremo è stata interrotta da una protesta di una decina di attivisti di Extinction Rebellion, che hanno fatto irruzione sul blue carpet per denunciare le operazioni di greenwashing degli sponsor principali del Festival, in particolare ENI e Costa Crociere. Gli attivisti hanno scavalcato le transenne che li separavano dalla passerella — recentemente allestita nei colori di ENI — e hanno cercato di esporre cartelli con slogan come “‘Stella Stellina’, l’ecocidio si avvicina”, “Eni ‘sei tu’ che distruggi il pianeta” e “Bellissimo Sanremo ma ‘che fastidio’ questi sponsor”. La sicurezza del Festival è intervenuta immediatamente, strappando gli striscioni e trascinando via in malo modo i manifestanti, che sono stati poi portati via in stato di fermo. Fermate anche alcune persone che stavano documentando la scena con telefoni e videocamere. Una denuncia contro il greenwashing di ENI La protesta di Extinction Rebellion rientra in una più ampia contestazione contro le politiche di greenwashing di ENI, che secondo il movimento starebbe investendo massicciamente nella sponsorizzazione di eventi sportivi e culturali per migliorare la propria immagine pubblica, senza però assumere impegni concreti sulla riduzione dell’impatto ambientale. Secondo un report di Oil Change International del 2023, “nel 2022 le attività commerciali di Eni hanno causato più inquinamento netto da gas serra a livello mondiale dell’Italia stessa”. Un più recente studio dell’organizzazione A Sud evidenzia come l’azienda abbia messo in campo una strategia di marketing culturale di vasta portata, legando il proprio marchio a numerose iniziative, senza però fornire reali contributi alle cause sociali e ambientali che dichiara di sostenere. Nel mirino anche Costa Crociere Extinction Rebellion ha inoltre criticato Costa Crociere, altro main sponsor del Festival. Pur avendo presentato un piano di sostenibilità che prevede la neutralità climatica entro il 2050, la compagnia continua a promuovere l’uso del gas fossile (GNL) per le proprie navi come soluzione “sostenibile”, scelta che gli attivisti contestano duramente. Il messaggio del movimento “Così come sarebbe inaccettabile che le grandi aziende del tabacco sponsorizzassero il Festival, è inaccettabile permettere alle aziende maggiormente responsabili della crisi eco-climatica di ripulire la propria immagine pubblica”, dichiara Extinction Rebellion. Il movimento sottolinea inoltre il valore storico e culturale dell’evento: “Dal 1951 Sanremo è la colonna sonora della storia del nostro Paese, ma non c’è musica su un pianeta morto. Non possiamo permettere che un evento che celebra la musica e chi la crea sia finanziato proprio da chi minaccia il futuro del pianeta”. Gli attivisti per il clima concludono ribadendo la necessità di ascoltare la scienza, che da decenni lancia allarmi sulle conseguenze delle emissioni climalteranti, troppo spesso ignorate dai governi.   Erica Cardin
February 25, 2026
Pressenza
Meloni in Etiopia per il Piano Mattei, il neocolonialismo italiano degli anni duemila
Giorgia Meloni oggi e domani sarà in Etiopia per due eventi che rappresentano una sorta di messa a punto della strategia italiana in Africa che va sotto il nome di Piano Mattei. Oggi parteciperà al secondo vertice Italia-Africa, mentre domani prenderà parte alla riunione plenaria della Assemblea dei Capi di Stato e di governo dell’Unione Africana. Il Piano Mattei, pur non avendo progetti specifici sull’immigrazione, ha l’ambizione di realizzare in diversi Paesi africani investimenti che creino le condizioni affinché le persone restino nel luogo in cui sono nate. Ma per questo obiettivo occorrerebbero risorse di gran lunga superiori rispetto a quelle che l’Italia mette in campo. I fondi a disposizione, in un arco di tempo di quattro anni, assommano a 5,5 miliardi di euro, ma non si tratta di nuovo denaro perché proviene da capitoli di bilancio già esistenti, come il Fondo italiano per il Clima e il Fondo per la Cooperazione internazionale. In pratica è cambiata solo la destinazione. Diversi sono i settori di intervento, ma quello sul quale si concentra una particolare attenzione è l’energia. La presunta generosità del governo italiano è in realtà alquanto pelosa perché in molti casi è più che evidente l’interesse del colosso energetico italiano, quell’Eni dal cui fondatore il Piano prende il nome. Così la Costa d’Avorio, dove l’Eni ha avviato la produzione nel giacimento offshore di Baleine, promette di essere una buona fonte di petrolio e gas. Non è un caso che quella ivoriana rappresenti la prima nazionalità di migranti irregolari che arrivano in Italia. Ci sono poi il Congo e il Mozambico. Il governo italiano ha con la Repubblica del Congo un accordo triennale per importare gas liquefatto per un quantitativo pari a 4,5 miliardi di metri cubi e qui il Piano Mattei prevede interventi complementari al programma Hinda dell’Eni. Anche il Mozambico si presenta come una realtà molto promettente per la sua abbondanza di gas, dal momento che recenti scoperte ne fanno il terzo Paese africano per riserve di metano. Il Paese in cui Giulio Regeni è stato assassinato, l’Egitto, è a sua volta oggetto di particolari cure da parte del gruppo Eni, intento ad estrarvi metano dal giacimento offshore di Zohr. Ma lo Stato con il quale il governo Meloni, dietro l’accorta regia dell’AD di Eni Claudio Descalzi, ha i rapporti più solidi è l’Algeria che, dopo la chiusura delle importazioni dalla Russia, è diventato il principale fornitore di metano dell’Italia. Ma, guarda caso, l’Algeria è uno dei Paesi africani che ha i più stretti legami di cooperazione economica con la Russia. E una quota consistente degli investimenti algerini è indirizzata all’acquisto di armamenti e tecnologia militare russa. Pertanto, il denaro con cui il nostro Paese paga il gas algerino prende la direzione di Mosca alla quale continuiamo ad applicare sanzioni. Certo, l’intervento dell’Italia in Africa non ha nulla a che vedere con il colonialismo truce del regime fascista, che proprio in Etiopia si è reso responsabile di stragi orrende per le quali nessuno ha mai pagato. Ma non si dica che le poche risorse che il nostro Paese mette a disposizione non siano ben ripagate. L’istinto predatorio si è fatto più sofisticato, ma alla fine sono sempre le grandi compagnie del fossile, e non i governi, che conducono il gioco. Mario Pizzola
February 13, 2026
Pressenza
Il CCS è un vero imbroglio, lo si metta definitivamente nel cassetto
Cattura diretta di CO2 nell’aria, il più grande impianto al mondo rischia il fallimento Il Coordinamento ravennate “Per il Clima – Fuori dal Fossile” critica la strategia della cattura e stoccaggio della CO₂ alla luce delle difficoltà dell’impianto islandese “Mammoth” e delle nuove scelte di investimento in Europa. La tecnologia CCS continua a essere presentata come soluzione alla transizione energetica nonostante risultati deludenti e costi elevati. Nel comunicato si richiama anche il progetto di Ravenna e gli investimenti nel Regno Unito. ____________ Comunicato Stampa La Campagna Per il Clima – Fuori dal Fossile non ha mai creduto alla strategia della “cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica” ed ha sempre denunciato lo spreco di risorse, ben altrimenti utilizzabili. Da qualche tempo a questa parte, le nostre preoccupazioni e le nostre convinzioni stanno avendo la più amara e inequivocabile delle conferme. Il famoso impianto inaugurato nel 2024 in Islanda prometteva di catturare 36mila tonnellate di anidride carbonica l’anno. La pionieristica tecnologia, fino ad un paio di anni fa, veniva riconosciuta come una delle possibili soluzioni per estrarre l’anidride carbonica dall’ambiente, e di conseguenza combattere il cambiamento climatico. Il vantaggio di questa tecnologia, rispetto ai più noti sistemi di CCS come quello in sperimentazione a Ravenna (il quale – come ben si sa, ma raramente si dice – cattura solo l’anidride carbonica emessa da una piccola percentuale degli insediamenti industriali, e quindi una quota assolutamente irrisoria della CO2 totale) starebbe nella sua capacità di prelevare il gas climalterante direttamente dall’aria, e quindi contribuire a ridurne la quantità presente in atmosfera. Non sono neppure due anni da quando, in Islanda, è stato messo in funzione il più grande impianto al mondo di questo tipo, chiamato Mammoth, che a pieno regime avrebbe dovuto ripulire 36.000 tonnellate di anidride carbonica ogni anno. Un obiettivo di grandi ambizioni, ma che – chiariamolo subito – avrebbe una qualche utilità reale se applicato su larghissima scala, cioè solamente se riprodotto per migliaia di volte a livello mondiale, con occupazione sconfinata di spazi e spaventoso consumo di suolo. Il sistema aspira l’aria e la immette in un filtro, legando poi le molecole di CO2. Quando il filtro è saturo, il modulo dopo adeguato riscaldamento (ma si consideri che in Islanda hanno una gran quantità di energia geotermica, molto più di noi), la inietta nel sottosuolo, dove nel tempo, si mineralizza e si trasforma in roccia. Come dicevamo, il mega impianto islandese si avvale dell’alimentazione con energia geotermica, fonte rinnovabile di calore sotterraneo, abbondantissima in Islanda, tanto è vero che costituisce quasi il trenta per cento del mix elettrico nazionale. Da noi un impianto simile dovrebbe utilizzare in grandissima parte energie non rinnovabili. Anche nelle favorevoli condizioni islandesi, tuttavia, emerge che l’operazione si sta dimostrando fallimentare. L’impianto non riesce a catturare abbastanza carbonio neppure da compensare le proprie emissioni (circa 1.700 tonnellate di CO2 l’anno). Infatti, nel 2024 Mammoth avrebbe catturato la ridicola quantità di 92 tonnellate di CO2. Nel 2025 giunge notizia che l’azienda pare voglia lasciare a casa 500 dipendenti. Recentemente, poi, dagli U.S.A., che avevano annunciato un investimento da mezzo miliardo nella stessa tecnica, giunge la notizia della rinuncia ad un progetto di un grande impianto in Louisiana. Intanto, alcuni mesi orsono, prima ancora che succedesse tutto questo, nel Regno Unito si sono stretti accordi con ENI per il progetto Liverpool Bay CCS; cioè si mobilitano 21,7 miliardi di sterline (!!!) destinati ai primi due impianti CCS del Paese. > Secondo Ed Miliband, Segretario di Stato per la Sicurezza Energetica “Oggi > manteniamo la nostra promessa di lanciare un’industria dell’energia pulita > completamente nuova nel nostro paese – incentrata sulla cattura e lo > stoccaggio di CO 2 – con l’obiettivo di creare migliaia di posti di lavoro…”.- > Dal canto suo, l’ineffabile Ing. De Scalzi, L’Amministratore Delegato di Eni, > i cui poteri ormai possono competere con quelli dei personaggi più potenti del > mondo, dichiara che “Eni si è affermata come un operatore di primo piano in UK > per il ruolo chiave che svolge nelle attività di trasporto e stoccaggio di CO > 2 come leader del consorzio del progetto HyNet, che diventerà uno dei primi > cluster a basse emissioni di CO 2 al mondo. La CCS avrà un ruolo cruciale > nell’affrontare la sfida della decarbonizzazione, eliminando in modo sicuro le > emissioni di CO2”. Eni in pratica ritiene che la CCS svolgerà un ruolo cruciale nella transizione energetica, a dispetto delle evidenze. Ricordiamo, infatti, che la storia degli impianti di CCS, da quando sono stati pensati (i primi progetti pionieristici risalgono agli anni ’70 del secolo scorso), è tutta una storia di delusioni e di denaro buttato. E il disastro dell’impianto islandese non è che l’ultimo in ordine di tempo. Allora ci chiediamo:  le istituzioni e in generale la politica nostrana, sia nazionale che regionale e locale, si prendano almeno la briga di leggere i giornali e acculturarsi un po’ sui temi energetici ? Quindi, com’è possibile che nell’informazione corrente, gli impianti di CCS (come quello che ci tocca ospitare e che si vorrebbe in procinto di grande espansione) vengano ancora presentati come una proposta sensata per transizione ecologica ? Lanciamo un vero e proprio appello: lasciamo ENI nel cassetto e archiviamo l’inutile e dannoso CCS di Ravenna. Chiediamo risposte. Coordinamento ravennate “Per il Clima – Fuori dal Fossile”   More info: “La falsa soluzione di Ravenna”, il rapporto di Re:Common sul primo progetto di cattura e stoccaggio di CO2 (CCS) promosso da Eni e Snam in Emilia Romagna (ottobre 2024). Osservazioni alla VIA di CCS Pianura Padana – Rete di Trasporto CO2, Gasdotti Ferrara-Casalborsetti e Ravenna-Casalborsetti (settembre 2024). Redazione Romagna
February 13, 2026
Pressenza
Riparte domani “La Giusta Causa” contro ENI
Riprenderà domani presso la seconda sezione civile del Tribunale ordinario di Roma il processo civile intentato da Greenpeace Italia, ReCommon e 12 cittadine e cittadini italiani nei confronti di ENI e dei suoi azionisti Cassa Depositi e Prestiti (CDP) e Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), ritenuti responsabili di danni alla salute, all’incolumità e alle proprietà, nonché per aver messo, e aver continuato a mettere, in pericolo gli stessi beni per effetto delle conseguenze del cambiamento climatico a cui la società contribuisce da decenni come grande inquinatore. Il procedimento, denominato dalle due associazioni “La Giusta Causa”, ha avuto inizio il 9 maggio del 2023, quando Greenpeace Italia, ReCommon e 12 cittadine e cittadini hanno presentato un atto di citazione nei confronti di ENI e dei suoi azionisti. Era stato poi interrotto nel luglio del 2024, dato che i proponenti avevano fatto ricorso alla Corte di Cassazione per stabilire se in Italia fosse possibile o meno istruire cause climatiche. ENI, CDP e MEF avevano infatti eccepito “il difetto assoluto di giurisdizione del giudice ordinario adito”, di fatto contestando la possibilità di procedere con una causa climatica davanti a una corte ordinaria. Nel luglio del 2025, le sezioni unite della Suprema Corte hanno dato pienamente ragione a Greenpeace Italia, ReCommon e 12 cittadine e cittadini, confermando con un provvedimento di portata storica che nel nostro Paese si può chiedere giustizia climatica in tribunale. Le due organizzazioni e le cittadine e i cittadini coinvolti nella causa – provenienti da aree già colpite dagli impatti dei cambiamenti climatici, come l’erosione costiera dovuta all’innalzamento del livello  del mare, la siccità, le ondate di calore, la fusione dei ghiacciai e altri eventi estremi – avevano chiesto al Tribunale di Roma l’accertamento del danno e della violazione dei loro diritti umani alla vita, alla salute e a una vita familiare indisturbata. Gli attori che hanno intentato la causa domandano inoltre che ENI sia obbligata a rivedere la propria strategia industriale per ridurre le emissioni derivanti dalle sue attività di almeno il 45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2020, come indicato dalla comunità scientifica internazionale per mantenere l’aumento della temperatura media globale entro 1,5 gradi Centigradi secondo il dettato dell’Accordo di Parigi sul clima. È stata infine chiesta la condanna del Ministero dell’Economia e delle Finanze, azionista influente di ENI, affinché sia obbligata ad adottare una politica climatica che guidi la sua partecipazione nella società in linea con l’Accordo di Parigi. «Le tragedie dovute ai cambiamenti climatici sul territorio italiano sono oramai sotto gli occhi di tutti ogni settimana. Auspichiamo che il giudice Cartoni finalmente istruisca il dibattimento della Giusta Causa, cosicché ci potremo confrontare in aula sulle responsabilità climatiche di ENI, che continua a investire massicciamente nello sviluppo dei combustibili fossili, principale causa della crisi climatica che viviamo» ha dichiarato Antonio Tricarico di ReCommon. «Per decenni le aziende del gas e del petrolio come ENI hanno ignorato i crescenti allarmi della comunità scientifica sull’impatto climatico dei combustibili fossili. Ora spendono ingenti cifre in operazioni di greenwashing – inclusa la sponsorizzazione delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina che prenderanno il via a giorni – nel tentativo di ripulirsi l’immagine. La Giusta Causa serve anche a smascherare le gravi responsabilità di ENI e dell’intera industria fossile, che cercano di ostacolare la transizione energetica mentre le persone soffrono per i danni climatici. È giunto il momento di far rispettare la Costituzione Italiana, che protegge l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni», dichiara Simona Abbate di Greenpeace Italia. Re: Common
January 29, 2026
Pressenza
TOTAL-ENERGIES ALLA SBARRA PER LA COMPLICITA’ NEI CRIMINI DI GUERRA IN MOZAMBICO
Martedì 18 è stata ufficialmente esposta da parte di ECCHR ( European Centre for Costitutional and Human Rights) denuncia ai danni di TotalEnergies presso l’antiterrorismo francese, per accuse di complicità in crimini di guerra, torture e sparizioni forzate legate alle azioni di soldati governativi in Mozambico nel 2021 nell’ambito del cosidetto “Massacro dei container”. (metti link) Il colosso petrolifero è accusato di aver finanziato direttamente e supportato materialmente l’unità speciale di forze armate, nell’ambito di un accordo di sicurezza con lo stato, perchè quest’ultime protegessero le installazioni di estrazione di GNL installate da Total a Capo Delgado. La situazione a Capo Delgado è epicentro di un conflitto fra esercito e milizie di ispirazione jihadista affiliate allo Stato Islamico. Le mani di Total sono sporche del trasferimento forzato di migliaia di famiglie, oltre che della degradazione ambientale legata ai progetti estrattivi, che ha acuito le tensioni sociali, mentre la povertà è aumentata di più dell’80%. La denuncia riprende la dettagliata inchiesta della testata Politico ” All must be beheaded, revelations of atrocities at French energy giant’s African stronghold” pubblicata nel 2024. L’accusa arriva a poche settimane di distanza dalla dichiarazione di Total di voler far ripartire il progetto, considerato il più grande investimento privato mai realizzato in Africa, con un costo totale di 50 miliardi di dollari. La ripresa del progetto non avverrà prima del concordato con il governo di Maputo e sarà sostenuta dal prestito di 4,7 miliardi di dollari dall’Export-Impost Bank statunitense ed è prevista entro il 2029. La banca statunitense non è l’unico finanziatore pubblico al progetto, infatti altri due importanti partner commerciali sono le italiane SACE e Cassa Depositi e Prestiti. Nelle parole di Simone Ogno “la SACE italiana è stata la prima agenzia di credito all’esportazione a confermare il proprio sostegno finanziario a Mozambique LNG, e lo ha fatto senza una nuova valutazione degli impatti sociali e ambientali associati al progetto. Oggi l’US EXIM sta facendo lo stesso. In queste scelte possiamo vedere il rapporto stretto tra il governo della premier Giorgia Meloni e quello del presidente Donald Trump, in totale disprezzo per le violazioni dei diritti umani direttamente e indirettamente associate a Mozambique LNG”. Ne parliamo con Simone Ogno, campaigner di Recommon: Qui trovate il link al report di Recommon “Dieci anni perduti“.
November 19, 2025
Radio Blackout - Info
Dieci anni perduti. Rapporto sul sabotaggio dell’Accordo di Parigi
A pochi giorni dall’inizio della COP30 di Belém, in Brasile, ReCommon lancia oggi il rapporto “Dieci anni perduti – Come i protagonisti dell’estrattivismo fossile italiano hanno minato l’Accordo di Parigi”. Lo studio si concentra sulle attività dei protagonisti del comparto fossile e finanziario pubblico e privato oggetto delle campagne dell’associazione: ENI, Snam, SACE e Intesa Sanpaolo, di fatto tutti impegnati a sabotare l’Accordo di Parigi. Alla COP21 tenutasi nel 2015 nella capitale francese, vale la pena ricordarlo, i Paesi firmatari dell’accordo, compresa l’Italia, avevano promesso di «tenere le temperature ben al di sotto di 2 gradi rispetto ai livelli pre-industriali, e proseguire l’azione volta a limitare l’aumento di temperatura a 1,5 gradi rispetto ai livelli pre-industriali». Dalla COP21 di Parigi, in Italia si sono succeduti cinque governi ed ENI ha prodotto in totale circa 6,39 miliardi di barili equivalenti di petrolio e gas, dichiarando ogni anno la propria volontà di aumentare la produzione di combustibili fossili almeno fino al 2030. Così la più importante multinazionale italiana potrebbe sforare del 73% (2024) e dell’89% (2025) i parametri previsti dagli scenari di zero emissioni nette (NZE) dell’Agenzia Internazionale dell’Energia per raggiungere l’obiettivo di limitare l’aumento di temperatura entro 1,5 gradi. Nello stesso lasso di tempo, Snam e le altre grandi società di trasporto del gas hanno speso fino a 900mila euro in attività di lobbying a Bruxelles, riuscendo a ottenere quasi 50 incontri con i massimi funzionari politici della Commissione Europea per discutere i loro progetti di gasdotti da costruire o acquisire. La società di San Donato Milanese è divenuta in pochi anni il più grande operatore della rete di trasporto del gas in Europa per infrastrutture controllate, corrispondenti a oggi a una rete di oltre 40mila chilometri di gasdotti, terminal di rigassificazione per 28 miliardi di metri cubi di capacità annua gestita, depositi di stoccaggio per 16,9 miliardi di metri cubi. Piani di investimento incentrati su petrolio e gas che non sarebbero possibili senza la mediazione e il supporto delle istituzioni finanziarie, a partire da quelle pubbliche. Controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, SACE è l’agenzia di credito all’esportazione italiana. Il suo ruolo è quello di rilasciare garanzie – cioè un’assicurazione pubblica – sia alle aziende, i cui progetti all’estero possono essere assicurati, sia alle banche commerciali, per garantire i prestiti ai progetti esteri delle aziende. Negli ultimi 10 anni, SACE ha rilasciato garanzie per il settore dell’energia fossile pari a 22,18 miliardi di euro. È l’operatività di SACE a fare dell’Italia il primo finanziatore pubblico dell’industria fossile in Europa e il quarto a livello globale. C’è, infine, il più grande gruppo bancario privato italiano: Intesa Sanpaolo. Secondo gli ultimi dati disponibili, nel solo 2024 i finanziamenti a carbone, petrolio e gas da parte della banca di Corso Inghilterra sono aumentati del 18% rispetto all’anno precedente, raggiungendo la cifra di 11 miliardi di dollari, mentre gli investimenti sono saliti del 16% (10 miliardi a inizio 2025). ENI si conferma come la corporation fossile più finanziata da Intesa Sanpaolo; forte è anche la crescita del sostegno a Snam (+60% negli investimenti e +96% di finanziamenti nel 2024). «Quando si parla di crisi climatica c’è chi ha maggiori, incomparabili, responsabilità rispetto al singolo individuo: i gruppi industriali e finanziari, che sono parte strutturale di un sistema improntato sull’energia fossile. L’Italia non fa eccezione», commenta Simone Ogno di ReCommon. «Per troppo tempo questa crisi è stata raccontata come un fenomeno astratto, nascondendo così il fatto che ne stiamo già pagando letteralmente le conseguenze sul piano materiale. Crisi climatica significa infatti impatti sociali, economici e ambientali. È arrivato il momento che i responsabili siano in prima fila a pagare i costi di questa crisi», conclude Ogno.     Re: Common
November 6, 2025
Pressenza
Il neocolonialismo della pace – di Andrea Fumagalli
La firma dell'accordo di pace tra Israele e Hamas ha giustamente suscitato molte speranze perché si possa arrivare a un definitivo "cessate il fuoco". Tuttavia, dietro questo accordo si nascondano nuove forme di colonialismo e di depredazione/saccheggio a danno dei palestinesi e dei territori occupati. La guerra delle armi e delle macerie lascia così [...]
October 16, 2025
Effimera
Taranto blocco al porto contro Eni complice del genocidio.
La mobilitazione contro il genocidio sionista ha bloccato il porto di Taranto dove era approdata al molo gestito dall’Eni la nave Sea Salvia ,per caricare il greggio destinato all’esercito israeliano. Di fronte alla mobilitazione dei tarantini l’Eni ha comunicato che la nave non sarebbe stata rifornita e che la destinazione sarebbe stata Port Said in […]
September 30, 2025
Radio Blackout - Info
Inizia domani la causa temeraria di ENI contro le organizzazioni ecologiste
> Inizierà domani 23 settembre l’iter giudiziario relativo alla  causa per > diffamazione che il colosso petrolifero ENI ha intentato, nell’autunno 2024, > contro Greenpeace Italia, Greenpeace Paesi Bassi e ReCommon. Per le > organizzazioni questo procedimento promosso da ENI è una SLAPP (Strategic > Lawsuit Against Public Participation), una causa strategica mirata a > intimidire, silenziare e ostacolare chiunque osi criticare pubblicamente le > attività dell’azienda, in particolare le sue responsabilità nella crisi > climatica. Malgrado l’azienda sostenga che non siamo di fronte a una causa > temeraria, lo scorso aprile la coalizione anti SLAPP europea CASE ha > certificato questa azione civile come una SLAPP a tutti gli effetti. > > ENI ha citato in giudizio le tre organizzazioni perché, a suo dire, avrebbero > messo in piedi “una campagna d’odio” nei confronti dell’azienda. Le > organizzazioni stigmatizzano l’attacco giudiziario di ENI come un tentativo > per spostare l’attenzione dalla Giusta Causa da loro intentata contro > l’azienda nel maggio 2023, contenzioso che riprenderà a gennaio dopo il via > libera delle Sezioni Unite della corte di Cassazione che, lo scorso luglio, ha > accettato il ricorso dei Greenpeace Italia, ReCommon e 12 cittadine e > cittadini italiani, riconoscendo che in Italia spetta al giudice ordinario > decidere su queste cause, respingendo così tutte le eccezioni sollevate da ENI > sul presunto difetto di giurisdizione. > > L’azienda, recentemente insignita del “premio” SLAPP Addict of the Year 2025 , > sta cercando ancora una volta di utilizzare il suo enorme potere economico e > la sua influenza per zittire le voci critiche rispetto al suo operato. Non è > infatti la prima volta che l’azienda porta in tribunale rappresentanti della > società civile o del giornalismo, come racconta il report “ENI e le SLAPP” > diffuso oggi dalle organizzazioni ambientaliste. > > Questo genere di cause  non è però di certo ascrivibile solo a ENI, ma è > purtroppo molto diffuso tra le compagnie fossili globali. Di recente, infatti, > la statunitense Energy Transfer (ET), con un’altra azione giudiziaria > strumentale, è riuscita a far emettere un primo verdetto contro Greenpeace > negli USA e Greenpeace International, che potrebbero essere costrette a pagare > una multa di 660 milioni di dollari. > > “L’obiettivo di queste cause” – dichiarano le organizzazioni – “non è vincere > in tribunale, ma intimidire, logorare economicamente organizzazioni non > profit, giornalisti o attivisti costringendoli a spendere risorse preziose per > difendersi in lunghe battaglie legali. Ma non ci faremo intimidire, questo > tentativo disperato di ENI di distogliere l’attenzione dalle sue > responsabilità nella crisi climatica, e dalla Giusta Causa intentata da noi, > ReCommon e da 12 cittadini, non sarà efficace. Continueremo a denunciare con > determinazione l’operato di ENI, tutte le volte che lo riterremo illecito, in > particolare in materia climatica, perché la libertà di espressione e il > diritto a un ambiente salubre sono pilastri fondamentali della nostra > democrazia.” Re: Common
September 22, 2025
Pressenza
Cassa Depositi e Prestiti finanzia guerra e genocidio
Cassa Depositi e Prestiti, trasformata in società per azioni nel 2003, è oggi detenuta per l’82,77% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e per il 15,93% dalle fondazioni bancarie. Nonostante la privatizzazione più che ventennale, per Cdp dovrebbe valere ancora quanto scritto all’art. 10 del D.M. Ministero dell’Economia del 6 ottobre 2004, ovvero che “I finanziamenti della Cassa Depositi e Prestiti rivolti a Stato, Regioni, Enti Locali, enti pubblici e organismi di diritto pubblico, costituiscono servizio di interesse economico generale”. Tanto più considerando che su una raccolta complessiva di 356 miliardi di euro gestita da Cdp, ben 291 derivano dal risparmio postale affidatole da oltre 22 milioni di cittadini. Sappiamo che la trasformazione in società per azioni non è stata una semplice modifica giuridica, bensì uno stravolgimento storico delle funzioni di Cassa Depositi e Prestiti, che per oltre 150 anni aveva utilizzato il risparmio postale per finanziare a tassi agevolati gli investimenti degli enti pubblici, adempiendo di conseguenza ad una precisa funzione pubblica e sociale. Oggi Cassa Depositi e Prestiti è una sorta di “fondo sovrano” che agisce su tutto il settore economico e finanziario nazionale ed internazionale, avendo come unico scopo il ricavare profitti, agendo spesso in diretto antagonismo con l’interesse generale proclamato nel suo statuto. Come testimoniano gli investimenti sull’energia fossile, grazie ai quali il nostro Paese detiene un vergognoso quinto posto (dopo Canada, Corea del Sud, Giappone e Cina) nella classifica mondiale dei paesi che destinano molte più risorse a petrolio e gas rispetto a quelle destinate alle energie rinnovabili. D’altronde, non va dimenticato come nel settore energetico Cdp non agisca solo come ente finanziatore, bensì come attore in campo, detenendo il 31,35% di Snam, il 25,96% di Italgas, il 29,85% di Terna e soprattutto il 31,83% di Eni, una delle “big seven” multinazionali del petrolio e del gas. Ma lo stravolgimento delle funzioni di Cassa Depositi e Prestiti è oggi reso ancor più evidente dallo scenario di guerra e riarmo nel quale le grandi élites finanziarie e industriali e i governi stanno cercando di trascinarci. Il sito di Cassa Depositi e Prestiti trabocca di valori, di codici etici e di sostenibilità, come si conviene al politically correct di ogni moderna azienda. Ma come si conciliano con la partecipazione al 71% in Fincantieri, società in prima fila nella produzione di armamenti militari, il cui Amministratore Delegato Pier Roberto Folgiero ha appena dichiarato: “Con il piano di riarmo, l’Italia ha capito che è bene lucidare i gioielli di famiglia per presentarli al meglio sul mercato internazionale, non solo per scopi industriali ma anche geopolitici”? L’ultima vergogna di questo percorso -che rende Cdp direttamente complice del genocidio del popolo palestinese- è il recentissimo programma di investimenti avviato da Cassa Depositi e Prestiti verso start up israeliane di punta nei campi dell’Intelligenza Artificiale e dell’informatica quantistica, pensato come alleanza strategica e cooperazione tecnologica di lungo periodo fra i due paesi. Due domande sono a questo punto irrimandabili: dentro il Parlamento nessuno ha qualcosa da dire, a partire dalla Commissione di Vigilanza su Cassa Depositi e Prestiti? E fuori dal Parlamento, non è venuto il momento che movimenti, realtà sociali e sindacali mettano al centro delle lotte il contrasto alle scelte qui descritte e rivendichino la socializzazione e la trasformazione di Cassa Depositi e Prestiti? Tutto ciò che viene dirottato verso la guerra è sottratto a società, natura, beni comuni e diritti. Non possiamo permetterglielo. Marco Bersani (articolo pubblicato in “Nuova Finanza Pubblica” de “Il Manifesto” del 23 agosto 2025) Attac Italia
August 23, 2025
Pressenza