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USA “Come resistiamo all’ICE”
Per riaccendere i riflettori sulla resistenza in Minnesota, dopo lo spegnimento dei fari sulla vicenda operato dall’informazione italiana, riprendiamo da “Officina Primo Maggio” l’intervista a Janette Zahia Corcelius (sindacalista  dei Democratic Socialists of America) e Rafael Gonzales (rapper, insegnante) attivisti del “Ice Out”,  il movimento spontaneo mobilitatosi a Minneapolis contro l’offensiva anti-immigrati a seguito dell’uccisione a sangue freddo di Renée Good e di Walter J. Pretty. Le manifestazioni di piazza nella città americana «hanno dimostrato che si può resistere alla politica reazionaria di Trump non, come auspica qualcuno anche in Italia, aspettando la rivincita nelle urne a novembre o affidandosi a qualche magistrato illuminato, bensì ricorrendo ai mezzi storicamente più efficaci a disposizione dei lavoratori e delle classi subalterne: scioperi e manifestazioni»[accì]   Come si è sviluppata la vostra lotta e che esperienze avevate alle spalle? Janette: Prima di arrivare in Minnesota l’ICE era stato anche altrove – Los Angeles, Chicago ecc. – ma si trattava di grandi città. Minneapolis e Saint Paul, le Twin Cities, invece, hanno rispettivamente 400 e 300mila abitanti, il Minnesota in tutto meno di sei milioni. Qui Trump ha inviato circa 3mila agenti, un’enormità. L’altro aspetto decisivo è che qui nel 2020 c’è stata l’uccisione di George Floyd per mano della polizia e da qui è partita la reazione che ha infiammato tutto il paese. Alcuni monumenti identificati come simboli di ingiustizia razziale sono stati abbattuti. diversi edifici pubblici dati alle fiamme. La separazione tra destra e sinistra si è accentuata. Nel 2022 la Minneapolis Federation of Teachers ha proclamato uno sciopero, il primo dagli anni ‘70, durato 18 giorni. E in passato il Minnesota ha avuto una tradizione importante di movimenti progressisti, come quello dei nativi, e mobilitazioni sindacali, come lo sciopero dei Teamsters del 1934. Insomma una storia di resistenza in cui si intrecciano soggetti e motivi variegati. Rafa: Aggiungo che abbiamo anche una storia di attacchi alle comunità dei migranti. Qui, ad esempio, vive un’ampia comunità di somali, che sono stati anche loro presi di mira e sono emersi anche elementi di islamofobia. Nel 2020, quando fu ucciso George Floyd, molti membri delle nostre comunità si sono attivati e abbiamo maturato delle competenze. Ma la storia inizia prima, perché in passato avevamo già avuto dei neri uccisi dalla polizia. Insomma siamo stati costretti a organizzarci, vigilare sulle comunità e tenerle al sicuro. In che modo vi siete organizzati e che tattica avete adottato? J.: La mobilitazione non è stata spontanea. C’è stata una preparazione, perché sapevamo che saremmo stati nel mirino. Come ricordava Rafa la rivolta per George Floyd è avvenuta durante il primo mandato di Trump, che è un personaggio vendicativo. Inoltre il governatore del Minnesota Tim Walz nel 2024 è stato uno stretto collaboratore di Kamala Harris e candidato alla vicepresidenza e questa per Trump era un’altra ragione di vendetta. Perciò già prima che l’ICE arrivasse decine di migliaia di persone si erano preparate ad agire. Sono state create delle chat di quartiere usando l’app di messaggistica Signal per coordinarsi, discutere e segnalare l’arrivo delle unità dell’ICE. Chat divise per scopo: alcune di sostegno, altre per attivare le squadre di risposta rapida. L’ICE, ad esempio, utilizza auto senza contrassegni, a volte prese a noleggio, una prassi assolutamente illegale. Uno dei compiti degli attivisti è identificarle e segnalarle prima che piombino sui loro obiettivi. R.: Nei quartieri la gente si è attivata. Come ha detto Janette 30mila persone hanno seguito dei corsi di formazione per imparare a respingere l’ICE. E sono state incredibilmente efficaci. Le chat e i gruppi organizzati quartiere per quartiere agiscono non solo a Minneapolis, ma in tutta l’area delle Twin Cities e anche oltre. Nelle due città ci sono meno di un milione di residenti, ma se consideriamo periferie e aree extraurbane arriviamo a 3 milioni e 700mila persone e i team di intervento rapido coprono tutta l’area. A causa della gentrificazione molte comunità marginalizzate sono state espulse dal centro delle città e spinte nelle periferie. Qui l’ICE è stato particolarmente aggressivo e le squadre sono state molto efficaci. La gente appena arriva l’ICE esce fuori dalle macchine, usa i fischietti per attirare l’attenzione di chi sta nelle case e nei negozi lì attorno e farli accorrere e riprende col telefono. L’ICE ha la meglio quando le vittime sono da sole o in piccoli gruppi. L’azione dei rapid support team serve a ridurre i rischi. Insomma qui abbiamo creato una rete di comunicazione molto ramificata e capillare, al cui interno sono maturate delle competenze ed è un sistema replicabile in altre città dove l’ICE farà le stesse cose che ha fatto qui. Che ruolo hanno avuto il sindacato e i Democratici? J.: Oltre alle comunità, che hanno addestrato squadre di intervento rapido e osservatori legali, anche i sindacati hanno incoraggiato gli iscritti ad attivarsi, in particolare per impedire all’ICE di entrare nei posti di lavoro e nelle scuole. A dir la verità ha anche cercato di fare in modo che gli agenti di polizia ostacolassero o non collaborassero con l’ICE, ma la polizia non ha mosso un dito. Sono razzisti e non faranno mai nulla per proteggerci. Poi c’è la questione casa. Il Minnesota ha approvato una legge antisfratti, ma il governatore Tim Walz non la sta applicando, perciò siamo intervenuti anche su questo tema. Raccogliamo fondi per aiutare chi non riesce a pagare l’affitto e proprio in queste ore abbiamo lanciato uno sciopero degli affitti chiedendo una moratoria sugli sfratti e aiuti a chi non ce la fa. Anch’io smetterò di pagare l’affitto in segno di solidarietà con chi non ci riesce. R: Questa iniziativa del sindacato è un’ottima cosa, perché ci sono molte famiglie in cui c’era una sola persona che portava a casa i soldi per pagare l’affitto di casa ed è stata arrestata ed espulsa dall’ICE o dalla Guardia di Frontiera, altri hanno perso il lavoro o lavoravano in aziende gestite da immigrati, che sono stati costretti a vendere le proprie attività, per cui hanno subito contraccolpi dall’arrivo dell’ICE. I raid contro gli immigrati hanno avuto un impatto drastico sul reddito di molte famiglie, che oggi non sono più in grado di pagare l’affitto. Ma ritrovarsi per strada significa essere ancor più vulnerabili, perché la casa è anche una protezione dalle violenze degli agenti federali. Su questo, come diceva Janette, la autorità non stanno facendo molto. Parli del governo del Minnesota? R.: Sì, ma anche del sindaco. Mi stai dicendo che il sindaco di Minneapolis ha mandato a quel paese l’ICE davanti alle telecamere, ma non è andato oltre? R.: Sì, certo. A differenza del consiglio comunale, che si è mosso, il sindaco Jacob Frey ha mandato affanculo l’ICE, ha fatto conferenze stampa e dichiarazioni pubbliche in favor di telecamera, ma poi non ci ha dato un aiuto concreto. Hanno fatto molto più di lui i gestori di tanti coffee shop e negozi che, essendo di fatto dei community hub aperti 12 ore al giorno, sono diventati un punto di riferimento per le squadre di attivisti, organizzano raccolte di cibo e altre cose utili a chi sta ore e ore in strada a vigilare e sono a disposizione per tutto l’orario di apertura al pubblico. In questi mesi l’afflusso di donazioni è stato enorme, anche se ora i numeri, man mano che la copertura mediatica si riduce, diminuiscono. J: Volevo aggiungere ancora una cosa sullo sciopero generale del 23 gennaio, perché, come saprai, si è aperto un dibattito sul tema se sia stato o meno un vero sciopero generale. Forse bisogna dire a chi legge che negli USA fare sciopero per ragioni politiche, come è stato il caso del 22 gennaio, è illegale e si rischiano sanzioni severe fino all’arresto. Giusto? J.: Sì, puoi scioperare solo per ragioni legate al tuo contratto di lavoro e poi ci sono procedure lunghissime che qui nel Minnesota possono durare anche 60 giorni. Qui però puoi andare via dal posto di lavoro in qualsiasi momento per ragioni di salute. Noi abbiamo incoraggiato i lavoratori a fermarsi – lo slogan era “no work, no school, no shopping” – utilizzando metodi praticabili senza esporre nessuno a conseguenze legali. Alla fine anche in molte aziende dove il sindacato non è presente i dipendenti sono andati dai loro datori di lavoro e hanno detto che quel giorno non sarebbero andati a lavorare. Il 23 nel Minnesota un lavoratore su quattro non ha lavorato, perciò credo che sia stato un vero sciopero generale. Dopo l’assassinio di Alex Pretty, che era un operatore sanitario iscritto all’AFGE, un sindacato del pubblico impiego, i lavoratori hanno chiesto di andare avanti e intere assemblee hanno appoggiato questa proposta, ma i gruppi dirigenti del sindacato hanno deciso diversamente. Un atteggiamento che per un verso è stato criticato, per un altro riflette un quadro di oggettiva debolezza del sindacato. Nel Minnesota il tasso di sindacalizzazione è superiore a quello federale, ma non supera il 15%. In Italia l’informazione ci ha detto che dopo l’esecuzione di Renée Good e Alex Pretty l’ICE si sta ritirando a poco a poco. È davvero così? E più in generale cosa vi aspettate dal futuro qui e a livello federale e che lezioni avete ricavato da quanto è successo? R.: Su quanti agenti dell’ICE e del Border Patrol ci siano ancora in città ci sono varie ipotesi. Sappiamo che doveva partire un primo contingente di circa 700 agenti e che altri dovrebbero seguirli, ma non possiamo dire con certezza se tutti quelli che dovevano andarsene abbiano effettivamente abbandonato la città. In realtà ci sono ancora molte operazioni in corso. Le squadre dell’ICE sono ancora molto attive, in particolare nelle periferie, così come vengono segnalate molte attività e transito di mezzi dell’ICE e humvee militari nell’edificio che li ospita, dove probabilmente pianificano nuovi raid e si preparano a eseguirli. Quel che è certo è che così come mentono quando ci raccontano che a Gaza l’esercito israeliano ha smesso di sparare, possono mentire quando parlano dell’ICE a Minneapolis. Di sicuro ICE, Border Patrol e governo hanno cambiato tattica. Bovino era un personaggio che attirava le telecamere col suo stupido taglio di capelli, il suo look nazi, i lanci di lacrimogeni contro la gente. E faceva fare pessima figura al governo federale. Il suo sostituto Tom Homan è più esperto e soprattutto non cerca l’attenzione dei media. Dirà ai suoi uomini di essere più rapidi, di completare i raid in 7-8 minuti, in modo professionale e indolore, ma andrà comunque avanti. D’altra parte arrivano segnalazioni di agenti che tentano di infiltrarsi, si presentano in strada coi fischietti al collo e fanno intelligence, raccolgono informazioni. Per questo è fondamentale continuare a fare pressione. Le comunità in questo momento sono più vulnerabili, perché l’attenzione è scesa e se sei solo, come dicevo, il rischio di essere preso aumenta. Poi conosciamo Trump. Può ritirare l’ICE adesso e tra un minuto dire: “Hey, vi mandiamo altri 3mila agenti”. Più in generale come vedi il futuro? R.: Ci sono anche altre città su cui l’azione dell’ICE ha e avrà un impatto significativo. Del resto il problema non è iniziato con Trump. Il presidente che ha espulso più immigrati di chiunque è stato Obama, ma i media all’epoca non hanno dato tanto peso alla faccenda. Oggi il grosso dell’attenzione mediatica deriva dal fatto che c’è una crisi politica nazionale senza precedenti. In passato quando dei neri venivano uccisi dalla polizia non c’è stata la stessa attenzione. Due cose ancora prima di concludere: i raid dell’ICE con l’immigrazione non c’entrano nulla. Qui la posta in gioco è l’esercizio del potere in una società che protegge gli interessi delle aziende ma non quelli della gente comune. Perciò noi continueremo a lottare, per mandare via l’ICE e non solo, ma è chiaro che se vanno via da qui per andare a fare le stesse cose in altre città il problema non è risolto, cioè il problema va affrontato come una questione nazionale. Secondo: andremo avanti senza cadere nella trappola del governo. Trump vorrebbe che qui succedesse quello che è successo nel 2020, cioè che bruciamo gli edifici federali. Noi restiamo sul terreno della protesta pacifica, perché non vogliamo farci attirare su quel terreno. J.: Voglio aggiungere un’ultima cosa. Chiedevi se abbiamo tratto qualche lezione da quello che è successo. A mio avviso la lezione principale è che la sinistra deve creare un fronte unito per combattere il fascismo. Noi qui lo abbiamo fatto e pensiamo di poter essere di esempio per altri, anche se temo che altre città non siano altrettanto organizzate, perché viviamo in un paese in cui si è molto individualisti e isolati. In un fronte unitario, naturalmente, si possono applicare tattiche diverse, che non tutti condividono e nondimeno credo vadano rispettate. La cosa più importante, però, è cominciare a prenderci cura dei nostri vicini e dei nostri colleghi di lavoro. Qui lavoriamo con semplici mamme, molte politicamente liberal, senza alcuna esperienza di attivismo alle spalle. Ma è quello che serve per combattere il fascismo: creare un movimento di massa. E darsi obiettivi realistici. Sennò il rischio è cadere nella stessa trappola di Black Lives Matter, che chiedeva di abolire la polizia, ha fallito e ora abbiamo una società più militarizzata di prima. Io sono socialista. Credo che si debba lottare contro l’ICE, usare l’arma dello sciopero generale, ma credo anche che dobbiamo chiedere la pubblicazione degli Epstein files, non per colpire Trump, ma per mostrare come funziona il capitalismo. Non voglio “tornare alla normalità”, voglio una società nuova.   ARTICOLO PUBBLICATO ANCHE SU PUNTOCRITICO Redazione Italia
February 21, 2026
Pressenza
ICE OUT! La resistenza continua
A un mese esatto dall’uccisione di Renee Good da parte di un agente dell’ICE la pagina Facebook The Other 98% racconta come la resistenza e la pressione dei cittadini di Minneapolis stiano funzionando: l’ICE viene respinta dai vicini che osservano, documentano e difendono le loro comunità. I tribunali hanno da tempo riconosciuto che registrare le forze dell’ordine è un diritto garantito dal Primo Emendamento.  E’ il tipo di resistenza concreta, diretta e basata sulla comunità che costringe il potere a uscire allo scoperto, dove un tempo operava nell’oscurità e un esempio vivo e tangibile di persone comuni che escono dalla passività e rifiutano la violenza di Stato. E la protesta si estende anche in ambiti insospettabili, come le contee conservatrici a guida repubblicana che si stanno ribellando al piano di Trump di trasformare i magazzini di tutta la nazione in centri di detenzione per immigrati. L’ICE si sta infatti  preparando a ristrutturare più di venti nuovi giganteschi centri di detenzione, con l’obiettivo di aggiungere 80.000 posti letto supplementari. Alcuni siti potrebbero ospitare fino a 10.000 persone ciascuno, da aggiungersi alle oltre 70.000 persone già imprigionate in condizioni terribili. Ecco alcuni esempi di inattesa ribellione: nella contea di Hanover, in Virginia, i residenti hanno affollato le riunioni per opporsi alla vendita di un magazzino all’ICE. Il Consiglio di Supervisione, dominato dal Partito Repubblicano, si è opposto all’accordo. Il proprietario se n’è andato. A Roxbury Township, nel New Jersey (controllato dai repubblicani), i funzionari hanno respinto all’unanimità una proposta di cedere un magazzino all’ICE. Il sindaco repubblicano di Oklahoma City si è opposto a un piano simile e anche le comunità di Kansas City e Salt Lake City stanno resistendo. È un ampio rifiuto morale e i sondaggi lo confermano. Un recente sondaggio del Pew Research ha rilevato che il 64% degli americani si oppone alla detenzione di un gran numero di immigrati mentre vengono decisi i loro casi. Anche il 59% degli elettori bianchi si oppone. La maggioranza è contraria anche all’espulsione di residenti di lunga data senza precedenti penali e alla chiusura dei canali per richiedere l’asilo.     Anna Polo
February 7, 2026
Pressenza
Trump rimuove dal Minnesota il comandante della Polizia di Frontiera Greg Bovino
Donald Trump ha rimosso il comandante della Polizia di Frontiera Greg Bovino dal Minnesota dopo che sabato mattina gli agenti di frontiera avevano picchiato e ucciso a colpi di pistola Alex Pretti, un infermiere di 37 anni che lavorava in terapia intensiva. Secondo Bovino Pretti intendeva “massacrare le forze dell’ordine”, ma il video girato da un testimone oculare contraddice questa affermazione. Pretti è stato aggredito dagli agenti mentre cercava di aiutare una donna da loro spintonata violentemente. Greg Bovino ha guidato la repressione paramilitare dell’ICE di Trump a Minneapolis, Chicago e in altre città. Secondo la rivista Atlantic tornerà al suo precedente incarico a El Centro, in California e potrebbe presto andare in pensione. Lunedì sera i manifestanti si sono riuniti con fischietti e pentole fuori da un hotel del Minnesota dove si riteneva che Bovino alloggiasse. “Essere licenziato non è giustizia. Non è abbastanza. Il loro uomo deve essere processato per quello che ha fatto a Minneapolis e allo Stato del Minnesota” ha dichiarato un manifestante. L’uccisione di Alex Pretti ha scatenato l’indignazione di Democratici e Repubblicani in tutto il Paese e ha costretto la Casa Bianca a rivedere le sue operazioni in Minnesota. Lunedì, Trump ha annunciato che il responsabile della sicurezza delle frontiere Tom Homan si sarebbe recato in Minnesota. Homan è un sostenitore di lunga data della linea dura sull’immigrazione ed è stato l’artefice della politica di separazione delle famiglie del primo mandato di Trump. A settembre, i Democratici alla Camera hanno avviato un’indagine su Homan, dopo che è emerso che nel 2024 era stato registrato mentre accettava una borsa Cava contenente 50.000 dollari in contanti da una coppia di agenti dell’FBI che si fingevano dirigenti d’azienda. Lunedì, il presidente Trump ha telefonato al governatore del Minnesota Tim Walz e al sindaco di Minneapolis Jacob Frey. Trump ha detto che lui e Walz “sembravano sulla stessa lunghezza d’onda”. Dal canto suo, Tim Walz si è così espresso parlando alla Minnesota Public Radio: “Prima di tutto, ho chiesto che noi potessimo condurre un’indagine equa e indipendente sull’omicidio di Renee Good e Alex Pretti  e lui ha risposto: ‘Ci penseremo. Esamineremo la questione’. E io ho detto: ‘Dobbiamo solo ridurre questi numeri’. Abbiamo iniziato con questo. E lui ha promesso: ‘Senta, manderò Tom Homan. Faremo le cose in modo diverso.’“ Lunedì, Trump ha anche tenuto una riunione di due ore alla Casa Bianca con la Segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem, che aveva definito Alex Pretti un ”terrorista interno” poco dopo la sua uccisione. Centoquaranta rappresentanti democratici chiedono che Noem sia messa sotto accusa. La Corte d’Appello dell’Ottavo Circuito si è schierata con l’amministrazione Trump e ha bloccato un’ordinanza di un tribunale di grado inferiore che avrebbe impedito agli agenti di arrestare, detenere, spruzzare spray al peperoncino o attaccare i manifestanti a Minneapolis senza un valido motivo. In un altro caso legale, lunedì il Procuratore Generale del Minnesota Keith Ellison era in tribunale per cercare di fermare l’Operazione Metro Surge contro gli immigrati. Il giudice non ha emesso ancora una decisione. Tutto questo avviene mentre in Minnesota continuano le proteste contro la caccia agli immigrati da parte dell’amministrazione Trump. Lunedì gli studenti dell’Università del Minnesota hanno abbandonato le lezioni. “Sono davvero arrabbiato. Sono arrabbiato e sempre triste. Sono uno studente universitario. Non riesco a concentrarmi sulle lezioni. Ho molti amici che hanno davvero paura di uscire in questo momento, indipendentemente dal loro status di cittadinanza. La gente è spaventata e ne ha tutto il diritto. Ha subito tanta brutalità e violenza nelle ultime due settimane. Ci sono agenti dell’ICE che alloggiano a poche strade di distanza, qui a Cedar-Riverside, nel quartiere vicino al nostro campus ” ha denunciato uno studente. Democracy Now!
January 27, 2026
Pressenza
Quando la violenza diventa politica
In questi giorni abbiamo capito una cosa: nella vita di una democrazia, un fatto di cronaca smette di essere solo cronaca. Diventa specchio. Diventa avvertimento. A Minneapolis, sabato un infermiere di 37 anni di nome Alex Jeffrey Pretti è morto per mano di agenti federali. Come da manuale anche questa volta la versione ufficiale parla di legittima difesa: un uomo armato che si avvicina minaccioso. Ma i video, le testimonianze, raccontano un’altra storia. Alex non aveva un’arma. Usava una mano per reggere il telefono e l’altra per fare scudo a una donna colpita dallo spray urticante. Stava curando, stava proteggendo, proprio come faceva ogni giorno in ospedale. Poi, un corpo a terra, immobilizzato. Colpi di pistola sparati dall’alto. Alex non è il primo. Pochi giorni fa era toccato a Renée Good, madre di tre figli. Anche lei uccisa da un agente dell’Immigration and Customs Enforcement. Anche lei in circostanze che gridano giustizia. Le strade si sono riempite. “Abolish ICE”, urlano i manifestanti. Dobbiamo a questo punto cogliere l’intera portata di quello che sta accadendo. Perché non si tratta solo di Minneapolis. E non si tratta solo degli Stati Uniti. L’ombra di Stephen Miller Dietro questi morti c’è una dottrina. Ha un nome e un volto: Stephen Miller, consigliere di lungo corso di Donald Trump, architetto di una visione politica che ha trasformato la violenza da eccezione a strumento. Miller non ha mai nascosto la sua filosofia: esistono nemici interni. Vanno identificati, isolati, neutralizzati. I diritti? Subordinati alla sicurezza. La legalità? Un ostacolo quando serve. La forza? Legittima, necessaria, persino desiderabile. Non è retorica. È progetto politico. E può funzionare, perché si presenta come difesa dell’ordine, protezione del popolo, ristabilimento di confini. Eppure, quando Alex Pretti è stato ucciso, non stava minacciando nessuno. Stava documentando. Stava aiutando. Stava esercitando quel diritto alla protesta che, sulla carta, dovrebbe essere sacro in democrazia. Una città sotto assedio Minneapolis non è stata scelta a caso. È la città di George Floyd, il simbolo della resistenza agli abusi di polizia. Inviarci agenti federali in forze, oltrepassando le autorità locali democratiche, significa inviare un messaggio: non avete più il controllo. Non siete più sovrani. Siamo noi a decidere chi deve essere fermato, dove, come. Il governatore Tim Walz e il sindaco Jacob Frey hanno parlato di “occupazione”. Hanno chiesto il ritiro delle forze federali. La risposta è arrivata dura: loro, i leader locali, sono gli “istigatori”. Gli agenti sono “patrioti”. In questa inversione lessicale si nasconde il cuore del problema: chi difende i diritti diventa nemico. Chi esercita la forza diventa eroe. Il modello che attraversa l’oceano Ed è qui che la storia statunitense diventa anche nostra. Perché quello che sta accadendo oltreoceano non rimane confinato oltreoceano. Trump e la sua visione autoritaria stanno diventando, sempre più esplicitamente, un modello per la destra europea e italiana. Non è un’influenza nascosta. È dichiarata, rivendicata, celebrata. Leader e partiti di destra guardano alla Casa Bianca come a un laboratorio di idee da importare, adattare, normalizzare. Il linguaggio si è già trasformato: “invasione” per parlare di migranti, “patrioti” per chi usa la forza, “traditori” per chi difende i diritti umani. In Italia, vediamo lo stesso copione dispiegarsi, strisciante ma inesorabile. La delegittimazione sistematica della magistratura, dipinta come potere ostile al governo “del popolo”. Le proposte di riforma che minano l’indipendenza dei giudici servono a renderli controllabili. L’uso strumentale della sicurezza per giustificare misure sempre più aggressive contro il dissenso, contro chi manifesta, contro chi osa opporsi. E poi c’è la narrazione dei “nemici interni”. Non sono più solo gli immigrati irregolari, sono le ONG che salvano vite in mare, sono i giovani che scioperano per il clima, sono i giornalisti che indagano. La “Dottrina Miller” non è solo un metodo di governo; è un messaggio distruttivo lanciato alle nuove generazioni: il potere non ha bisogno di ascoltare, ha solo bisogno di colpire. Alex Pretti era un infermiere. Curava le persone. È morto perché si trovava dalla parte sbagliata di una linea che qualcuno ha tracciato senza chiedere il permesso a nessuno. Renée Good era una madre, era una poetessa. È morta perché qualcuno ha deciso che la sua vita valeva meno della dimostrazione di forza. Non erano criminali. Non erano terroristi. Erano cittadini. Come noi. Dove stiamo andando? Forse dovremmo fermarci un momento. Guardare Minneapolis e poi guardare le nostre piazze, le nostre città, i nostri parlamenti. E chiederci: quanto siamo lontani? Quanto manca prima che anche da noi un manifestante venga ucciso e la risposta sia “era un agitatore”? Quanto manca prima che un giudice venga rimosso per aver osato dire no al potere? Perché c’è una scelta da fare. Tra chi pensa che alcuni esseri umani contino meno di altri e chi crede ancora che ogni vita abbia lo stesso valore. La morte di Alex Pretti non è un fatto isolato. È un sintomo. Un segnale. Un modello che sta attraversando l’oceano, trovando casa anche qui, nelle nostre democrazie affaticate. Un invito a svegliarci. Prima che sia troppo tardi. Prima che anche noi, un giorno, guardando il telegiornale, scrolliamo le spalle davanti a una morte evitabile pensando: “Forse se la sarà cercata”. Quel giorno, se arriverà, saremo già persi. Ma oggi possiamo ancora scegliere. Oggi possiamo ancora dire no. Comune-info
January 26, 2026
Pressenza
Gaza, Trump e la necessità di uscire dal buio – di Gennaro Avallone
Un silenzio gelido, e mortale, è sceso sulla striscia di Gaza e i suoi abitanti. Giungono notizie di inondazioni, notti freddissime, bambini morti di ipotermia. E di altri morti, non meno di 400 dall'inizio del cosiddetto cessate il fuoco a metà ottobre provocati dalle forze di occupazione israeliane, e non meno di 95.000 persone [...]
January 21, 2026
Effimera
Minneapolis, il ghiaccio sconfigge l’ICE
La pagina Facebook The Other 98%  racconta come a Minneapolis il gelido inverno sia diventato un prezioso e sorprendente alleato per la popolazione locale decisa a resistere con ogni mezzo, anche il più creativo, alla brutalità degli agenti federali dell’immigrazione. A Minneapolis la resa dei conti tra l’ICE e la resistenza locale ha preso una piega inaspettata; non si tratta solo di politica, ma anche di temperatura. Mentre gli agenti federali si schierano in forze, i manifestanti stanno trasformando il ghiaccio e le condizioni invernali in un vantaggio tattico. Le strade intorno agli edifici federali sono scivolose a causa della gelida umidità. La neve, il fango e le lastre di ghiaccio create intenzionalmente hanno reso difficile il movimento dei veicoli blindati e ancora più difficile per il personale dell’ICE muoversi a piedi. I video che circolano online mostrano gli agenti che fanno fatica a mantenere l’equilibrio e scivolano sui marciapiedi ghiacciati, mentre i residenti, ben coperti, rimangono saldi senza cadere. I funzionari federali hanno persino accusato gli attivisti di avere versato acqua per creare condizioni pericolose, definendo tali atti un crimine federale, a riprova del fatto che l’inverno di Minneapolis è una parte integrante della resistenza. Le proteste sono state enormi e prolungate, attirando migliaia di persone a temperature sotto zero per condannare le tattiche federali e chiedere che venga fatta giustizia per la morte di Renee Good. Le manifestazioni a Powderhorn Park e le marce lungo Lake Street hanno riunito folle con cartelli, slogan e cori di solidarietà in un clima che dovrebbe indurre la maggior parte delle agenzie a pensarci due volte prima di inviare agenti sul campo. Al di là dello spettacolo degli agenti in tenuta mimetica che scivolano sulle lastre di ghiaccio, questo momento rivela qualcosa di più profondo sullo scontro: un conflitto tra un apparato federale altamente militarizzato e una comunità radicata nell’esperienza vissuta. Molti manifestanti sono arrivati equipaggiati con abbigliamento isolante, stivali con ramponi e il tipo di conoscenza dell’inverno che deriva da anni di freddo nel Minnesota, piuttosto che dai manuali di addestramento federali. Questa differenza – la resilienza invernale vissuta contro l’applicazione burocratica della legge – si sta manifestando in tempo reale nelle strade della città. Sta anche provocando una reazione legale e politica. Un giudice federale del Minnesota ha vietato agli agenti dell’ICE e del Dipartimento della Sicurezza Interna di arrestare manifestanti pacifici o di utilizzare tattiche di controllo della folla come i gas lacrimogeni, a meno che non vi sia un fondato motivo, una decisione dovuta alla pressione dei gruppi per le libertà civili, che contestano quella che definiscono una condotta incostituzionale. Nel frattempo, lo Stato del Minnesota e le città di Minneapolis e St. Paul hanno collettivamente citato in giudizio il governo federale, sostenendo che la massiccia ondata di repressione, che ha già portato a migliaia di arresti, viola i diritti costituzionali e chiedendone la fine. Allo stesso tempo, la risposta federale non si è ammorbidita. All’inizio della settimana un agente dell’ICE ha sparato a un venezuelano, ferendolo a una gamba durante un controllo stradale e scatenando ancora una volta l’indignazione generale. Quello che sta succedendo a Minneapolis ci ricorda che il potere non è solo legge o forza, ma anche territorio, memoria e appartenenza a un luogo. L’ICE è arrivata con autorità e armi. I manifestanti sono arrivati con stivali invernali e in una città costruita per resistere al freddo questo squilibrio è importante. Anna Polo
January 17, 2026
Pressenza
USA: L’ICE SPARA ANCORA A MINNEAPOLIS, NUOVA NOTTE DI PROTESTE E SCONTRI
Un agente dell’agenzia statunitense ICE ha sparato ad un uomo di origine venezuelana ferendolo a una gamba. Non rischia la vita ma è stato comunque portato in ospedale. È successo nel pomeriggio di mercoledì a Minneapolis, nello stato del Minnesota, dove il 7 gennaio sempre gli agenti dell’ICE hanno ucciso Renee Nicole Good. Immediate le proteste di piazza che sono proseguite durante la notte, tra scontri con la polizia e il governatore del Minnesota Tim Walz che ricordava ai manifestanti il “diritto assoluto di filmare pacificamente gli agenti dell’ICE”. Lo stesso governatore ha chiesto al governo federale di Trump di farla finita con l’occupazione del Minnesota da parte dell’ICE. Dal suo canto il presidente Trump ha annunciato che dal primo febbraio sospenderà tutti i finanziamenti federali a stati e città santuari, accusandoli di proteggere criminali e favorire frodi. La misura riguarda undici stati e decine di città, tra cui New York, Chicago e Seattle, prevalentemente controllati dai Democratici, con leggi che limitano la cooperazione con le autorità federali sull’immigrazione. Ci siamo collegati con lo stato di Washington dove con Elisabetta Valenti, del Seattle Central College, abbiamo fatto il punto sulle minacce di taglio di fondi alle città santuario e sull’attuale frattura tra l’amministrazione Trump e le istituzioni locali. Ascolta o scarica
January 15, 2026
Radio Onda d`Urto