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Firenze. Da un laboratorio politico, l’atlante delle svendite del patrimonio pubblico
Da Firenze parte una delle prime denunce sistematiche contro la speculazione e la privatizzazione delle città italiane. La città si è fatta alienata, affermano le autrici e curatrici del libro, Ilaria Agostini e Francesca Conti (Firenze alienata. Svendita dello … Leggi tutto L'articolo Firenze. Da un laboratorio politico, l’atlante delle svendite del patrimonio pubblico sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Racconti sull’esistenza umana
Racconti per un giorno è una raccolta di racconti di Max Strata edito nel 2025 da Edizioni Creativa. Di nuovo l’autore, ricercatore, saggista e attivista ambientale si cimenta in un’opera letteraria, dopo Verso Occidente uscito per i tipi di Dissensi nel 2024. Come ogni buona raccolta il libro riunisce racconti presumibilmente scritti nel corso degli anni e che rispecchiano i temi cari all’autore: la crisi ecologica, il senso della vita, la giustizia, l’amore fino alle sue estreme conseguenze. Molte le domande esplicite e implicite poste all’autore che ci sono parse molto in relazione con la crisi che stiamo vivendo, una crisi di prospettive, di chiusura del futuro ma anche di ricerca di nuove soluzioni e di diverse comprensioni. Se in alcune storie sembra prevalere un certo pessimismo di fondo sulle vicende umane, in altre la capacità narrativa ci porta dentro la descrizione di paesaggi naturali e umani di rara bellezza. Sicuramente Max ci porta nei numerosi luoghi che ha visitato e che popolano e danno un senso al nostro piccolo ma meraviglioso pianeta del quale sarebbe meglio occuparsi di più. Olivier Turquet
Recensione: “Viottoli”. Guerra e pace: una lettura in cammino
La riflessione intorno ai rapporti fra sinistra e mondo cattolico, visti dal lato della guerra e della pace, attraverso la lettura della carta stampata e del web, è un’impresa molto impegnativa. Qui voglio annotare solo alcuni spunti, atti a sviluppare ulteriori e più articolate considerazioni. Cerco di proporre un ragionamento a partire da una piccola rivista semestrale, piuttosto sui generis nel panorama del mondo credente, non solo cattolico, e di quello laico. Si tratta di Viottoli, periodico semestrale della omonima Associazione, nata più di vent’anni fa a Pinerolo su impulso di una Comunità di Base (CdB) e di due Maestri elementari, Carla Galetto e Beppe Pavan (www.cdbpinerolo.it). Alla guerra, alle sue cause e conseguenze, la redazione e i collaboratori guardano con preoccupazione e soprattutto, con messa in campo di azioni politiche. Prima di entrare nel merito provo a fare una breve introduzione. Durante il papato di Francesco, le spoglie della sinistra italiana, il multiforme Partito Democratico (PD) e tutto quel che si aggira intorno alle idee progressiste (di campo largo), molto vagamente ispirate al marxismo e al socialismo riformista del dopo-Ottantanove, hanno utilizzato continuamente le parole pronunciate dal soglio vaticano, sul tema della giustizia sociale, e della pace nello specifico. Spesso, per completa mancanza di parole proprie sullo stato attuale della società, sulla violenza istituzionale, sul drammatico panorama bellico. E se mancano le parole, la capacità di metterle in Discorso, è perché manca una visione e con essa ogni forma credibile di analisi e di prospettiva. Siamo un paese cattolico a tinte contrastanti, che è stato governato dal dopoguerra dalla Democrazia Cristiana, compagine scioltasi nel 1994, dopo varie ibridazioni con il socialismo, spezzoni del PCI, partiti ultraconservatori, nel corso degli anni Ottanta. Con le altrettanto variegate divisioni interne fra integralisti, pragmatici, nel differente calibro culturale e religioso di personalità facenti parte delle ali destra e sinistra del partito. Lo ha raccontato diffusamente uno dei protagonisti, Gianni Baget-Bozzo, prete capace di districarsi fra le stanze vaticane e quelle dei ministeri. (Gianni Baget-Bozzo, Il Partito cristiano al potere. La DC di De Gasperi e di Dossetti 1945/1954, Vallecchi, FI 1974; in controcanto, Giorgio Galli, Storia della Democrazia Cristiana, Laterza, RM/BA 1978). Un cattolicesimo piuttosto singolare visto dal basso, dal lato popolare. Un esempio era ed è il Meridione credente, preso nella confusa mescolanza di magismo e fedeltà parrocchiale. Ancora oggi in alcune chiese di Palermo si pratica l’esorcismo, dopo circa settant’anni dagli studi antropologici di Ernesto De Martino (da rileggere almeno: Sud e magia, ripubblicato da Einaudi nel 2024). Come accadde con sanguinosa evidenza in Spagna, durante la Guerra Civile (sui cui abbondano testi storici, romanzi, film): aspettative oracolari, miracoli, presunte santificazioni, appartennero anche a varie divisioni antifasciste, repubblicane, soprattutto nel Sud del Paese. Cattolicesimo magico, fanatismo clericale, odio viscerale per una chiesa troppo spesso schierata con los terratenientes, los poderosos, con i mafiosi nostrani e i campieri, si mescolarono nelle due penisole. L’appartenenza delle classi contadine e operaie alle organizzazioni sindacali di sinistra senza per questo mancare alla fede nel credo cattolico, è presente anche nel Veneto dei cosiddetti metalmezzadri, contadini e operai, o dei repetini capaci di mille mestieri occasionali, reietti isolati nelle periferie delle zone industriali (Alessandro Casellato, Gilda Zazzara, Renzo e i suoi compagni. Una microstoria sindacale in Veneto, Donzelli, RM 2022, pp. 26; Piero Brunello, Storia d’Italia. Le Regioni Il Veneto, Einaudi TO, 1984 p 877). Quanto all’atteggiamento verso guerra e patriottismo l’analisi si complica ulteriormente, nel tentativo di afferrare soggettività collettive e individuali complesse. Tornando indietro alla Grande Guerra è nota la passione bellica e nazionalista di una parte cospicua del movimento operaio, e per contro, il caso di preti soldati senza fucile, di disertori anarchici, di oppositori tenaci al discorso patrio. E anche per questo aspetto storico-politico la bibliografia è enorme e vi andrebbe dedicata una sezione a sé. Fatta questa breve premessa, vengo alla rivista. La storia delle CdB, sempre viste con sguardo censorio dal Vaticano, la si ricorda per l’emblematico caso di Enzo Bianchi, straordinario Priore a Bose, allontanato dalla sua comunità con un’ingiunzione vaticana. Gli incontri ecumenici di preghiera organizzati dalla CdB pinerolese hanno dato vita al collettivo di autocoscienza maschileplurale. Nella sede valdese Agape, discutono uomini, cristiani, valdesi, atei, persone LGBT+, ebrei, ortodossi, sufi e islamici, nell’ascolto reciproco e nel sostegno a chi vuole riscattarsi dalla pratica della violenza domestica. Soprattutto intensa è l’amicizia con la chiesa valdese (molto presente nelle valli pinerolesi), la comune organizzazione di incontri pubblici e la tessitura di rapporti internazionali. Di questo lavorio rende conto il foglio on line Uomini in cammino. Il rapporto fra religione e violenza come tratto machista-patriarcale è sempre a tema in Viottoli, soprattutto da quando si sono fatti più impetuosi i venti di guerra ed è cresciuta un’idea di una pace aliena da forme romantiche, intesa come capacità di relazione e di cura reciproca fra soggetti, e con la Madre Terra. Analizzo, a titolo di esempio, l’ultimo numero uscito a fine 2025. In copertina sotto il titolo appare la frase alzati e cammina (Atti, 3,6), esortazione e impulso all’azione per cristiani e non, come dimostra la decina di foto scattate durante le manifestazioni contro la guerra in Palestina. Impegno all’azione sollecitato anche nel numero precedente in cui compare – in copertina – il testo di una poesia “[…] Pace sono i covoni che dardeggiano sui campi dell’estate […] pace sono le mani strette degli uomini e il pane caldo sulla tavola del mondo […] Pace. Niente altro. Pace”, tratta da una raccolta del poeta greco Ghiannis Ritsos. L’editoriale a cura del gruppo Donne contro la guerra di cui fa parte Carla Galetto, introduce la Carta dell’impegno per un mondo disarmato-tessere la pace, custodire il futuro, articolato in otto punti. La violenza bellica non è un destino, l’idea del progresso guadagnato a colpi di sfruttamento su tutti i viventi, induce a ragionare sul capitalismo, sulla sicurezza come assurda difesa dei confini tracciati nelle mappe da chi è titolare del Discorso Dominante. Uno sguardo femminista, praticato da sempre dalla rivista, estraneo alle sue diverse polemiche, fasi e spaccature, nella rivendicazione della cura materna verso tutti i figli, a cui anche il maschile deve avere accesso e della cui potenza compassionevole deve farsi carico. I lavori di Maria Zambrano, Simone Weil, Hannah Arendt dettano la differenza fra la pietas greco-romana, virtù maschile piegata all’eroismo, e il com-patire, come forma empatica. Nel passato la rivista ha commentato anche la lettera ai cappellani militari di Lorenzo Milani, a parer mio assai più importante della più famosa rivolta alla professoressa. Un Milani sobrio, pur nel deciso monito al ruolo bellicista svolto dai sacerdoti nei battaglioni, lontano dal sarcasmo e dalle ambigue prese di posizione presenti in altri scritti (Adolfo Scotto di Luzio, L’equivoco Don Milani, Einaudi TO, 2023; a fronte delle azzardate osservazioni di una esperta in tutto, Vanessa Roghi, Una lettera sovversiva. Da Don Milani e De Mauro, il potere delle parole, Laterza RM/BA,2023).  Le letture bibliche svolte nei gruppi ecumenici di Agape non rifiutano nessuna interpretazione, anche quando dissidente, quando non francamente ereticale. Ogni osservazione mette a fuoco l’originale contemporaneità del messaggio cristiano, assai poco incline al cattolicesimo della Chiesa ufficiale, come si ricorda nella sezione Teologia politica e cultura. Il dialogo interreligioso può liberare i credenti dai dogmi, dalle censure, la Chiesa deve riuscire a mettere a frutto le “cosiddette sette ereticali”, restituendo loro dignità e dando così nuova luce a un percorso storico che il Vaticano fatica a riconoscere. Una straordinaria, dolorosa testimonianza è raccontata da Paolo Zambaldi che ha lasciato il sacerdozio dopo dieci anni di riflessione sull’intolleranza della Chiesa di Roma. Una confessione aperta in cui denuncia gli aspetti reazionari, anche nel vicariato di Papa Francesco: la chiusura verso le donne che interrompono una gravidanza indesiderata, “le assurdità mariane” segnate dalla misoginia, la mancanza di ascolto verso le sofferenze dei malati che chiedono di poter mettere fine alla propria vita, la scarsa attenzione verso forme di spiritualità coltivate come vita interiore, come consapevolezza di fare parte di un mondo più ampio, di una coscienza senza confini politici, religiosi, etnici. La rivista ha ospitato spesso analoghe riflessioni critiche e letture evangeliche di numerose teologhe contemporanee, così come di Vito Mancuso, anche lui uscito dal servizio sacerdotale, a cui si devono toccanti lavori sul dolore, sulla sofferenza inflitta ai più fragili, a cui Dio sembra sordo (Il dolore innocente. Handicap, la natura e Dio Garzanti MI, 2023). Mentre il ministro Matteo Piantedosi promette ancora una stretta sui migranti, una ulteriore manovra repressiva interna contro le piazze e contro gli spazi di aggregazione, il tema della migrazione forzata da guerre e disastri ambientali, in questo numero è affidata a due interviste. La nigeriana Aissa continua a coltivare il sogno del ritorno, in un’Africa pacificata; il senegalese Dioncouda, passato dall’inferno libico all’approdo a Lampedusa, presenta un progetto di agricoltura sostenibile sulle colline torinesi, i cui profitti sono inviati in Africa. Le segnalazioni bibliografiche, che di consueto vengono suggerite a fondo rivista da Beppe Pavan, riguardano due saggi su Gesù nel rapporto con il marxismo: Gilberto Squizzato, Il sovversivo di Nazareth. La conversione dell’operaio che non voleva essere il Messia, Gabrielli Editori, San Pietro in Cariano (VE), 2025; Lorenzo Tibaldo, Gesù e Marx. Una società giusta, Le Piccole Pagine, Calendasco (PC) 2025.    Chiudo con un elogio alla Maestritudine, all’educazione alla pace come disobbedienza e dissenso, postura professionale e politica che sempre Carla e Beppe hanno praticato a scuola. Un esempio della responsabilità che abbiamo come adulti e come insegnanti nella gestione del conflitto, nella pratica dell’ascolto dell’altro da sé, nel contrasto alla sterile tolleranza, alla ipocrita inclusività di cui oggi sono affollati i testi ministeriali e gli scritti di non pochi pedagogisti. Mosche cocchiere nella lettura gramsciana, sepolcri imbiancati in quella evangelica, sempre al servizio di chi ha il potere di decidere la guerra, forniscono l’apparato retorico mediante il quale creare un consenso acefalo, proprio nelle aule scolastiche. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Recensione: V. Colmegna, G. Zagrebelsky, La Costituzione dei poveri
IL DEPAUPERAMENTO DEI SISTEMI EDUCATIVI È FUNZIONALE ALL’IDEOLOGIA MILITARISTA. E PIÙ LA SCUOLA DEPERISCE, PIÙ DEPERISCE LA DEMOCRAZIA. Ha ragione da vendere il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky nel ritenere il primo scandalo la guerra, giudicando disertori e renitenti gli eroi che, in virtù delle loro scelte, pagano con la perdita della libertà e, pur sottoposti al pubblico ludibrio, non abiurano alla costruzione della pace. Queste osservazioni sono contenute in un libro frutto del dialogo tra l’uomo di legge, Gustavo Zagrebelsky appunto, e il sacerdote Virgilio Colmegna da decenni impegnato socialmente a fianco degli ultimi. Un dialogo tra credenti e laici attorno al concetto di giustizia, alla difesa della Carta costituzionale, alla lettura del Vangelo da cui trarre un messaggio ben diverso da quello che anima neoconservatori, Maga e fautori della guerra. A pochi giorni dal seminario organizzato dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università con Scuola e società, sulla Diserzione come forma di Resistenza alla Pace, cerchiamo di sviluppare qualche ragionamento attorno alla guerra, al senso di giustizia, alle responsabilità anche individuali dinanzi alla dilagante cultura di guerra che imperversa nella società. E per guerra non intendiamo il conflitto sociale, fondamentale motore mosso dal desiderio di equità e giustizia. Dopo l’intervento militare USA e la prigionia del Presidente Maduro in molti hanno chiesto cosa resti del diritto internazionale e soprattutto se sia lecito oggi sperare in un insieme di regole rispettate da dominanti e dominati, governanti e governati, a fronte del genocidio del popolo palestinese e del rifiuto sistematico da parte USA di trattati e convenzioni internazionali. Gli ultimi anni e le modalità con le quali sono state condotte le guerre non sono la plastica dimostrazione del fallimento del diritto internazionale e il rifiuto di regole condivise e confini invalicabili? Mentre l’Occidente accusa la Resistenza palestinese di terrorismo, tutte le regole scritte, o tacitamente accettate, vengono violate e dismesse dai dominanti per affermare il potere del più forte e la criminalizzazione del soccombente e di quanti non si piegano alla normalità della barbarie. La Carta costituzionale italiana non è servita a fermare la guerra, il ripudio dei conflitti è stato facilmente aggirato fin dal 1999, quando un governo di centro sinistra intervenne nella guerra nei Balcani e allora le cosiddette ragioni umanitarie erano la motivazione etica addotta per giustificare l’interventismo. Capimmo da subito che lo sgretolamento della ex Jugoslavia e il fuoco nazionalista nell’area balcanica erano frutto di una lunga pianificazione, tutto fu palese guardando i nuovi corridoi energetici, il ritorno degli eroi di guerra che avevano combattuto a fianco dei neonazisti, la riscrittura (revisionistica) della storia, la rapida nascita di distretti industriali collegati a importanti multinazionali USA e UE, l’adesione di qualche Paese alla NATO, il dispiegamento di basi militari e la nascita a tavolino di nuove entità nazionali che ci riportarono indietro nel tempo ossia quando i Paesi colonialisti decidevano i confini e gli assetti territoriali. Il tempo in cui dominavano le ideologie razziste, fasciste, colonialiste non è morto e sepolto, prova ne sia il bagaglio culturale dei dominanti, la riscoperta di teorie vecchie costruite, al loro tempo, per conquistare il Mondo (ad esempio la dottrina Monroe di cui si parla a proposito del continente americano) e piegarlo ai propri interessi. E proviamo a riportare queste argomentazioni in campo educativo e scolastico, non prima di cogliere la critica feroce alla nozione di merito proveniente da Zagrebesky e Colmegna e ancora una volta il punto di partenza, e di arrivo, è rappresentato dagli scritti di don Milani, il prete che si oppose ai cappellani militari e animò un feroce dibattito nel mondo cattolico sui temi della guerra e della obbedienza. La cultura del merito, di origine anglosassone, è stata ben utilizzata in Italia come arma ideologica contro l’egualitarismo e un corpo legislativo garantista verso gli ultimi e i dominati, se vogliamo è servita anche a disinnescare le parti avanzate della Carta costituzionale, modificando le relazioni sindacali e perfino il ruolo degli insegnanti attraverso la nascita della scuola azienda con i suoi rapporti gerarchici, la competizione, la marcata distinzione tra licei e scuole tecniche. Il merito implica guadagno e potere, l’esatto contrario di una trasmissione orizzontale e democratica dei saperi. E, come in una azienda, ove i principi e le pratiche del profitto e della gerarchia sono fattori dirimenti per governare l’impresa, anche nella scuola del Merito si cerca la cieca obbedienza degli studenti e il rispetto, da parte dei docenti, di rigidi protocolli. Siamo lontani anni luce dalla idea di Scuola legata alla libertà di pensiero, alla costruzione della cittadinanza attiva e partecipe, al sapere diffuso e gratuito, alla trasmissione di alcuni valori fondanti come la solidarietà, il rispetto delle diversità, il rifiuto della guerra e delle discriminazioni. E nella scuola del merito, ove è obbligatorio esporre la Bandiera con tanto di rito propiziatorio ben conservando gli originali colori del Tricolore, la presenza della propaganda militarista è sempre ben accetta, chiedendo al militare di ergersi a docenti di innumerevoli materie, come se dietro alla divisa si celasse una forma onnicomprensiva di conoscenza. In una società basata sulla cieca obbedienza ogni fattore di crescita della personalità diventa arduo e anche a scuola, come nelle relazioni umane e sociali, arriva l’impoverimento delle idee, dei linguaggi, con la affermazione di un pensiero unico, omologato ai dominanti che oggi sostengono la guerra e i processi di militarizzazione. La suola e l’università sono i primi passaggi obbligati per ogni processo involutivo della democrazia, per i processi di omologazione e poi formare ed educare le giovani generazioni, ad esempio alla normalità della guerra, alla cieca obbedienza, alla ineluttabilità del riarmo, acquista grande valenza per la creazione di una cittadinanza passiva e omologata ai dominanti. A pensarci bene il ripristino del voto in condotta va in questa direzione, in carcere la buona condotta è la condizione per ottenere degli sconti di pena o condizioni detentive meno pesanti, a scuola come potremmo definire il ripristino della valutazione dei comportamenti? Il voto di condotta insufficiente è l’anticamera della bocciatura, è bene sapere che questa forma punitiva è stata adottata per gli studenti e le studentesse che avevano occupato le loro scuole dove poi si sono verificati atti di vandalismo per altro non riconducibili ai promotori delle proteste. Le ispezioni ministeriali nelle scuole si prefiggono un obiettivo molto chiaro: impedire che studenti e studentesse sviluppino uno sguardo critico verso il mondo, si aprano alla conoscenza dello stesso interessandosi ai drammi contemporanei e prendendo posizione come, ad esempio, è avvenuto con il sostegno del Popolo palestinese vittima di genocidio. Se l’educazione diventa sinonimo di emancipazione i dominanti iniziano a preoccuparsi, il desiderio di trasformare la scuola in caserma poi si manifesta con ogni forma e strumento possibile, anche attraverso la delegittimazione del ruolo e delle funzioni dei docenti, impedendo l’apertura delle scuole, delle palestre e dei laboratori ben oltre l’orario scolastico e motivando questa decisione con le solite carenze di fondi e i problemi di sicurezza dell’utenza (il rapporto tra giovani e scuola cambierebbe visibilmente se percepissero la scuola stessa in maniera diversa). Il prestigio della scuola, il prestigio sociale degli insegnanti è un disvalore nell’era della scuola azienda, per questo padre Virginio Colmegna esplicita il suo punto di vita con parole semplici e dirette, prendendo le distanze dalla cosiddetta democrazia del gregge basata sulla gerarchizzazione del corpo sociale e sulla cieca obbedienza ma anche, implicitamente, da una scuola chiusa e per questo alienata “LA SCUOLA DOVREBBE ESSERE UN LUOGO IN CUI COLTIVARE PACE E ACCOGLIENZA, DOVE IMPARARE A DIFFIDARE DEI LINGUAGGI NAZIONALISTI, RAZZISTI E SESSISTI CHE ALIMENTANO OGNI RETORICA DI GUERRA”. V. Colmegna, G. Zagrebelsky, La costituzione dei poveri, Castelvecchi, Roma 2025. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La proposta di Rutger Bregman per fare la differenza
Sono andato a letto ieri sera con ancora nelle orecchie le grida di Minneapolis, le grida strazianti di chi ha perso una vicina di casa, un’amica, la propria compagna. Mi hanno ricordato le grida che si sentono subito dopo lo sparo in Piazza Alimonda, un momento di rottura tra un prima e un dopo, da cui non si torna indietro. E visto che possiamo andare solo avanti, tanto vale provare ad arrivare da qualche parte. Nel grande caos che sono stati questi primi giorni del 2026, mi sono trovato sullo schermo una copia digitale dell’ultimo libro di Rutger Bregman, “Moral ambition”. Bregman, storico olandese, è salito alle cronache per un suo intervento ad un panel alla conferenza di Davos del 2019, in cui ha esplicitamente puntato il dito sull’elefante nella stanza, la totale scomparsa di una reale tassazione sui patrimoni dei miliardari.1 Guadagnatosi così una buona posizione da cui parlare a più persone possibile, ha già scritto due libri editi in Italia da Feltrinelli, che spero si sbrighi a tradurre anche il terzo, perché credo sia un libro di cui abbiamo bisogno. Bregman mostra subito di aver capito una lezione importante su come costruire un impianto divulgativo capace di coinvolgere ed attivare chi legge: raccontare storie per porre interrogativi, mostrare esempi concreti e aiutare a calarsi volta per volta nella realtà delle situazioni affrontate. Seleziona bene i suoi esempi, li mostra nel loro tempo e nelle loro contraddizioni, e lo fa con un obiettivo ben preciso: quello di spingere chi legge ad attivarsi, e a farlo in maniera ambiziosa. Serpeverde alla riscossa Quando penso alla parola ambizione non posso fare a meno di tornare per un attimo al mondo di Harry Potter, e ai Serpeverde, che appunto la incarnano, tutti antagonisti. Sarà questo uno degli elementi che rende problematico a sinistra il nostro rapporto con questa parola? Ambizione di arrivare, quindi la certezza di sapere dove arrivare, che nel grande mondo dialettico del movimento è a volte considerata una cosa in fin dei conti sconveniente. Un po’ di destra, quasi. Per capirci, l’ultima volta che ho avuto l’impressione di leggere un testo di sinistra realmente ambizioso avevo in mano “Inventare il futuro” di Srniceck e Williams, ed era il 2018. Per tutto il libro Bregman continua a cercare di risvegliare in chi legge questa volontà, questo rivolgersi verso un orizzonte ideale di vittoria, inquadrandolo dentro le possibilità reali di azione concreta che ogni vita umana porta in sé, ma sempre cercando di fare la differenza. “Vincere è un dovere morale, quando lotti contro l’ingiustizia”, scrive. Il libro è molto chiaro nel cercare di portare chi legge fuori dalla propria zona di comfort, criticando radicalmente l’idea di “ricerca della felicità” per come la società in cui viviamo vorrebbe vendercela. Se sentiamo un forte disagio nella nostra vita quotidiana, se costantemente subiamo l’assalto di pensieri ed energie negative, forse oltre ai percorsi di psicanalisi e a meditare con costanza dovremmo anche provare ad intervenire sul mondo attorno a noi per cambiarlo in meglio. Forse dovremmo uscire dal paradigma individualista del nostro tempo, analizzare alla radice i problemi che abbiamo davanti e organizzarci per affrontarli insieme. Allo stesso tempo è proprio dall’individuo che Rutger parte, e forse questo approccio può in prima lettura far storcere il naso ad una parte del pubblico, ma credo sia molto funzionale visto il tipo di società in cui viviamo. Non serve essere Ayn Rand per riconoscere le infinite ed incredibili possibilità dei singoli esseri umani, se poi queste possibilità vengono messe al servizio di una causa collettiva. Io stesso mi sono trovato a volte sorpreso leggendo alcuni ragionamenti gli esempi portati, per poi osservare come l’analisi impietosa dei successi, delle sconfitte e delle contraddizioni di ogni epoca riesca a superare qualsiasi accusa di parzialità o di ingenuità. Devo dirvi che alla fine mi è quasi venuto il dubbio che in un certo senso si tratti di una vera e propria trappola tesa a chi legge, il tentativo di usare un libro che sembra quasi vendersi come un manuale di self-growth per contagiare con il virus dell’ambizione morale più persone possibile. Non sarà questa la volta di troppo per citare il buon Bowie: we can be heroes, se lo vogliamo, ma la situazione attuale richiede che più persone possibile si impegnino per molto più che un giorno solo. Questo tempo disgraziato ha un enorme bisogno di noi e dobbiamo tornare a riconoscere il valore di una vita spesa a cercare di far qualcosa che possa essere non solo buono, giusto e bello, ma anche, per una volta, grande. Quando un numero sufficiente di persone fossero riuscite a trovare la determinazione necessaria a questo primo passo, si potrebbe allora parlare dei problemi successivi. E come diceva Gandhi… Quali sono le illusioni in cui i movimenti ed i gruppi politici cadono? Quali sono gli indicatori che possono aiutare chi vuole avere un impatto positivo sulla società a capire verso quale direzione lavorare? Cosa ci insegna la Storia sulla maniera in cui i nostri comportamenti vengono giudicati dai posteri? Su questa ultima domanda Bregman si spende a lungo, prendendo come riferimento la schiavitù negli Stati Uniti e la lunga storia di conflitto dal basso che ha consentito prima la sua abolizione e infine la fine della segregazione. E se da una parte lo fa perché si tratta, almeno in teoria, di un processo storico concluso, su cui abbiamo un gran numero di fonti e di materiali storiografici di ogni tipo, io credo che abbia scelto questo esempio perché per vari aspetti è estremamente calzante rispetto ad uno dei grandi temi del nostro tempo, la transizione alimentare. Cosa ha consentito ad un piccolo gruppo di idealisti di imporre il proprio punto di vista su di una questione che sembrava indiscutibile, il diritto di mettere le catene ai polsi di un essere umano considerato inferiore e di usarlo come schiavo? Come si scardina un sistema economico ed ideologico che guarda a degli esseri umani come a poco più che animali? E come si scardina un sistema alimentare che guarda agli animali non umani come poco più che cose? I paragoni si sprecano e Bregman da bravo narratore spesso evita di esplicitarli, ma è tutto chiaramente esposto e sono convinto che, seppur a volte possa sembrare provocatorio, questo libro sarebbe un’aggiunta importantissima alla biblioteca di qualunque gruppo antispecista. 1 https://www.youtube.com/watch?v=r5LtFnmPruU Leonardo Animali
Disertore. Una storia d’amore e di guerra di Sarah A. Topol
Non è un mantra ma il nome di un progetto russo che si occupa di fornire assistenza ai disertori, alle persone renitenti alla leva, aiutandole nella quotidianità e provando a farle uscire dal Paese. 48.000 sono state le persone consigliate … Leggi tutto L'articolo Disertore. Una storia d’amore e di guerra di Sarah A. Topol sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
«Firenze alienata». Festeggia con noi l’uscita del nuovo libro delle edizioni perUnaltracittà
È uscito il nuovo libro delle edizioni perUnaltracittà: Firenze alienata. Vendita del patrimonio pubblico e finanza immobiliare, di Ilaria Agostini e Francesca Conti. Il libro sarà presto pubblicato online e reso fruibile gratuitamente, ma per ora è solo … Leggi tutto L'articolo «Firenze alienata». Festeggia con noi l’uscita del nuovo libro delle edizioni perUnaltracittà sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Recensione: “La controriforma permanente. La scuola italiana tra mercato e guerra”
«Il Ministero di Valditara da un lato è un fedele continuatore della pluridecennale controriforma, dall’altro prova a trasformare il MIM nel vero centro ideologico della destra al potere». Così Luca Cangemi, nell’introduzione de: La controriforma permanente. La scuola italiana tra mercato e guerra (MarxVentuno). Il volume rimette al centro le riflessioni sul mondo dell’istruzione (particolarmente presente nelle mobilitazioni per la pace e contro il genocidio in Palestina), proponendo sette interventi, di altrettanti docenti, che spaziano dalle riflessioni pedagogiche a quelle di genere, dall’autonomia differenziata alla militarizzazione dei processi e degli spazi educativi. Cangemi, che è pure il curatore del volume, ragiona su: La controriforma di lunga durata della scuola e i venti di guerra. L’autore, con un’analisi puntuale e articolata, riassume il percorso della scuola italiana, a partire dalla cosiddetta “autonomia scolastica”, mettendo innanzitutto in luce il fatto che sull’istruzione i governi che si sono succeduti (da Berlusconi a Prodi) hanno garantito una sostanziale continuità politica, puntando sull’addestramento di studentesse e studenti e non sullo sviluppo del pensiero critico, tagliando le risorse, mantenendo un numero abnorme di lavoratori precari (quasi un quarto rispetto al numero totale di dipendenti), non investendo sull’edilizia scolastica, imponendo una svolta pseudo-manageriale e, conseguentemente, gerarchizzando la struttura. Emergono, in questa ricostruzione personaggi conosciuti (da Berlinguer a De Mauro, da Moratti a Gelmini), ma anche ministri come Patrizio Bianchi, meno noto al grande pubblico, che, anche grazie ai fondi del PNRR (che, peraltro, come era ampiamente prevedibile, non ha ridotto i divari territoriali), ha tentato di «trasformare una scuola ritenuta responsabile della scarsa crescita economica del Paese», subordinandola alle esigenze del mercato. Non a caso si parla di offerta formativa e della necessità di soddisfare gli utenti, come fossero semplici clienti. Non mancano, ovviamente, i riferimenti all’impianto organicamente neoliberale della “buona scuola” di Renzi. Caratterizzata, quest’ultima, dalla «gerarchizzazione autoritaria (con il ruolo del dirigente e dello staff); dal rapporto con il sistema delle imprese (attraverso l’alternanza scuola-lavoro); dalla centralità dell’INVALSI», un sistema binario di valutazione, che esclude, utilizzando esclusivamente la logica del vero-falso, il ragionamento divergente. Valditara, infine, ha confermato il ruolo fondamentale svolto dalla digitalizzazione, con l’obiettivo di completare, si pensi agli istituti tecnici del cosiddetto 4 + 2 (una nuova articolazione della secondaria di secondo grado), la subordinazione del sistema dell’istruzione a quello delle imprese in ogni sua parte: programmi, didattica, reclutamento del personale. Il tutto all’interno di un quadro generale, le Nuove Indicazioni Nazionali, che esprime: «un’architettura esplicitamente permeata dall’ideologia di un “campo occidentale” contrapposto al resto del mondo, a cui il nostro Paese sembra giurare fedeltà eterna». In sostanza, «La lunga controriforma ha sfibrato la scuola, ha reso l’incertezza e la precarietà tratti essenziali e permanenti, sta progressivamente assottigliando la dimensione culturale dell’insegnamento, ha ristretto drammaticamente gli spazi di democrazia all’interno della scuola». Un’analisi tanto cruda, quanto realistica, ma non si (ri)parte da zero, come dimostra la mobilitazione di questi ultimi mesi, è possibile, e necessaria, una nuova stagione di lotte. Antonio Mazzeo (Lezioni di guerra: il militarismo nella scuola italiana) si è soffermato sulla militarizzazione dell’istruzione, che sempre più, in Italia, ha assunto come punto di riferimento il modello israeliano. Diversi protocolli di intesa permettono, infatti, agli esponenti dei vari corpi militari di presentarsi nelle scuole di ogni ordine e grado nella qualità di esperti sui problemi più disparati. Al centro la promozione della cosiddetta cultura della difesa per «facilitare i cittadini a comprendere i temi di interesse strategico, acquisire sistemi e equipaggiamenti militari, valorizzare le capacità dell’industria nazionale e sostenere la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica». Viene così sottratto tempo prezioso alla didattica e, soprattutto, si utilizzano linguaggi e strumenti pedagogici che non appartengono al mondo della scuola. Ancora, «non c’è giornata in cui intere scolaresche non effettuino gite in caserme […] Gli studenti assistono a cerimonie e parate militari». Così come, in tanti casi, la ex alternanza scuola-lavoro si svolge all’interno delle basi militari. Si tratta di interventi avviati dalla fine degli anni Novanta, con l’obiettivo «estendere a tutte le fasce sociali l’incondizionato consenso per le forze armate, le missioni di guerra internazionali, il sempre più asfissiante intervento dei reparti in attività di controllo dell’ordine pubblico». Un progetto che ha tra gli altri obiettivi quello della cosiddetta guerra cognitiva, «una guerra contro i cittadini considerati come territori contesi da conquistare […] ipotetici nemici nel momento in cui non aderiscono al progetto bellico». «Paradossalmente – conclude Mazzeo – di guerre a scuola è sempre più difficile parlare soprattutto se si rifiuta la narrazione mainstream che esalta le logiche binarie buoni-cattivi, belli-brutti, aggrediti ed aggressori. Ignobili esemplificazioni che cancellano volutamente storia e paradigmi della complessità per stigmatizzare il “nemico” e annientare ogni possibilità di comprensione delle ragioni dell’altro. Riproducendo le guerre e i genocidi all’infinito». La controriforma permanente. La scuola italiana tra mercato e guerra A cura di: Luca Cangemi Testi di: Luca Cangemi, Ferdinando Dubla, Lucia Capuana, Rossella Latempa, Marina Boscaino, Antonio Mazzeo, Francesco Cori, Pina La Villa. Nino De Cristofaro, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Catania -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Opache divine invasioni: a proposito di Seamless – di Giuliano Spagnul
Pubblichiamo la recensione scritta da Giuliano Spagnul a Seamless. Arte, visualità, cultura elettronica in epoca post-pandemica (Edizioni Nero, 2025), un volume curato da Francesco Spampinato che raccoglie gli interventi tenuti nel corso di quattro workshop all'Università di Bologna tra il 2022 e 2023 * * * * * Se ogni uomo, oggi, sembrerebbe non possedere [...]
Al bivio tra violenza e non violenza
Antonio Minaldi è un autore assai prolifico, scrive con fluidità e riesce a catturare i suoi lettori. Inoltre, nei suoi scritti troviamo una grande passione etica e politica sicuramente da apprezzare. Nel caso di questo libro “Gandhi ad Auschwitz. Elogio della nonviolenza e le sue problematiche”, Antonio ripercorre la sua vicenda umana e in particolare la sua partecipazione agli eventi politici a partire da 1968 fino ai ai nostri giorni. È abbastanza normale che qualcuno, protagonista di importanti vicende storiche, senta la voglia di raccontarle e di trasmettere la sua esperienza in modo che gli altri, soprattutto i giovani, ne possano ricavare qualcosa di buono. Dicevo il libro costituisce un elogio del pacifismo ed ovviamente non sarò certo io a non condividere tale atteggiamento, però nello stesso tempo Antonio riconosce che ci sono una serie di problematiche inerenti ad esso. Illustrerò prima brevemente il contenuto del libro e poi farò una serie di considerazioni, che si fondano su quanto è anche  stato scritto da Antonio e che riguarda la relazione tra pacifismo e contesto storico. Il pacifismo di Antonio è il frutto di una sorta di ripensamento. Racconta che quando ha cominciato a fare politica era convinto che, per cambiare il sistema sociale nel quale viviamo, fosse opportuno un atto rivoluzionario, il quale in un modo o in un altro inevitabilmente implicasse una qualche forma di violenza. Oggi dichiara di aver abbandonato questo presupposto condiviso da molti, ma bisogna dire non da tutti coloro che si collocano nei cosiddetti movimenti di sinistra. Si potrebbe affermare che il mondo di sinistra è estremamente sfumato e presenta tendenze contraddittorie. Per esempio, soddisfatto dalla forza raggiunta dal Partito Socialdemocratico tedesco, Engels giunse ad ipotizzare che sarebbe stato anche possibile arrivare ad un ribaltamento sociale attraverso una vittoria elettorale, proponendo quindi una prospettiva riformista. Inoltre, inizialmente, i socialdemocratici tedeschi si opposero alla Prima guerra mondiale per poi capitolare tristemente, mentre Karl Liebnecht e Rosa Luxembourg pagarono con la vita il loro antimilitarismo.  Purtroppo la storia ci ha insegnato che le vittorie elettorali non sono sufficienti a sostenere un cambiamento radicale della società, perché le forze sconfitte possono facilmente tornare alla ribalta. Basti pensare alle vicende cilene e al tragico colpo di Stato contro il governo Allende. Qualcosa di simile sta accadendo proprio sotto i nostri occhi con l’attacco statunitense al Venezuela, scatenato dal signor Trump che sta addirittura violando la legge degli Usa, perché  sta intraprendendo azioni militari senza aver consultato il Congresso. Ma torniamo al libro di Minaldi e a Gandhi. In primo luogo Minaldi mette in discussione un’opinione abbastanza comune, secondo la quale la nonviolenza vince, quando ormai la vittoria è scontata, come nel caso dell’India o nel caso di Martin Luther King da lui citati. In realtà si potrebbe dire che in India non vinse la nonviolenza: Gandhi stesso fu ucciso e i conflitti tra le diverse componenti etniche sono stati sanguinosi e non si sono ricomposti. Per Antonio la nonviolenza costituisce un principio etico quasi inerente alla nostra stessa natura di esseri umani, ossia esseri sociali e cooperativi, i quali proprio per questa caratteristica sviluppano comportamenti solidaristici nei confronti dei loro simili. Minaldi sostiene che a partire dall’Olocene  (11.700 anni fa) con la cosiddetta Rivoluzione agricola l’uomo avrebbe imposto il suo dominio sulla natura, e in questo modo si sarebbe affermata quello che lui chiama il dominio dell’uomo sulla natura e sugli altri. A suo parere questo costituisce il filo rosso che attraversa tutta la storia umana. Si potrebbe osservare che, già nel momento in cui l’uomo era cacciatore e raccoglitore, già esercitava una sorta di potere sulla natura, in quanto si appropriava dei suoi frutti per riprodursi. Ma qual è la differenza tra la violenza presente nella società capitalistica e la violenza precapitalistica? L’economista Robert Gordon sostiene che dal 1300 al 1700 non c’è stata nessuna crescita economica, mentre a partire dalla Rivoluzione industriale fino al 1950 la crescita è stata straordinaria con conseguenze dirompenti sugli esseri umani e sulla natura, che sono divenuti oggetto di una violenza industriale. La quale ha partorito tutti quei micidiali apparati bellici che oggi purtroppo vediamo in opera. Una volta stabilito che la nonviolenza è un principio etico, Minaldi mette in evidenza la difficoltà di rispettarlo, sottolineando che in certi casi questo rispetto potrebbe trasformarsi anche in un’auto sacrificio. Per esempio, Gandhi avrebbe potuto idealmente immolarsi per impedire lo sterminio portato avanti dai nazisti. A suo parere tale gesto non sarebbe stato un gesto inutile in quanto avrebbe riaffermato un valore ineludibile e avrebbe costituito un esempio per tutti coloro che volessero ispirarsi ai principi della nonviolenza. Tuttavia, Minaldi riconosce che, se il sacrificio può essere un gesto individuale è assai difficile che esso si trasformi in un gesto collettivo in base al quale una certa comunità subisce passivamente una violenza su di essa esercitata. In questo caso è inevitabile pensare ai palestinesi, al 7 ottobre di Hamas e alla feroce reazione dello Stato d’Israele. Da queste constatazioni il nostro autore ricava quanto cito testualmente: la nonviolenza si trova sempre in bilico tra l’esigenza di riaffermare la primazia dei valori e la nuda realtà delle cose imposta dal realismo della pratica politica. Proprio per questa ambiguità egli trova del tutto accettabile, anche da parte di un non violento, il fatto che si verifichino situazioni estreme nelle quali unicamente a scopo difensivo è legittimo rispondere ad un’aggressione indebita con la violenza. Ciò è quanto prevede il diritto penale a proposito della legittima difesa: vi sono situazioni in cui per difendersi non c’è altro mezzo che il ricorso alla violenza. A mio parere questa posizione è del tutto condivisibile. Infatti, credo che la nonviolenza, là dove è praticabile e può essere efficace, deve essere impiegata, là dove queste condizioni, invece, non si danno e dove non c’è via di scampo, si deve ricorrere alla violenza. In questo senso violenza e non violenza sono atteggiamenti da contestualizzare.  D’altra parte è difficile affermare che sia stata soltanto l’opera di Gandhi a portare alla indipendenza dell’India. Ci sono stati sicuramente molti altri fattori, come per esempio, la debolezza dell’esercito britannico che in gran parte era costituito da indiani, i quali erano stati mandati a combattere nella prima e nella seconda guerra mondiale con tantissime perdite. Inoltre, c’erano anche altri leader politici, in particolare musulmani, che invece portavano avanti la battaglia per l’indipendenza con modelli e progetti diversi.  Paradossalmente dopo la morte di Gandhi, avvenuta per un omicidio, l’India fu teatro di gravi violenze che si concretarono nell’assassinio di importanti leader politici, e che riguardarono anche i conflitti tra le diverse entità etniche presenti nel subcontinente indiano; in particolare il conflitto mai del tutto risolto tra la componente musulmana e quella hindu. Per esprimere meglio la mia idea di contestualizzazione della nonviolenza e della violenza, voglio fare il parallelo tra la importante figura di Gandhi, ispirata da Lev Tolstoj, e un’altra significativa figura di leader politico situata però in tutt’altro contesto storico. Anche lui, profondamente cristiano, si trovò di fronte alla scelta assai difficile tra la violenza e la nonviolenza. Mi riferisco al sacerdote, sociologo, uomo politico colombiano Camillo Torres Restrepo, il quale riteneva che il nucleo del Vangelo fosse la creazione del Regno di Dio in terra. Per l’opposizione della gerarchia ecclesiastica abbandonò il sacerdozio nel 1965, nello stesso anno fondò il settimanale Frente Unido, che aveva lo stesso nome della sua organizzazione politica. Resosi conto che le forze oligarchiche e reazionarie della Colombia non gli avrebbero permesso nessuna azione politica, Torres optò per la lotta armata e si unì ai guerriglieri dell’Esercito di Liberazione Nazionale, gruppo che si ispirava alla Rivoluzione cubana del 1959. Dopo solo un mese di militanza,  fu ucciso il 15 febbraio 1966 dall’esercito nel suo primo giorno di battaglia. Come si vede non è facile scegliere tra violenza e nonviolenza e soprattutto è arduo prevedere le conseguenze della scelta fatta.  Al breve saggio di Minaldi seguono alcune considerazioni di Olivier Turquet, per il quale il primo passo verso la nonviolenza consiste nello scoprire la violenza che si nasconde dentro di noi. Antonio Minaldi, Gandhi ad Aushwitz, elogio della Nonviolenza (e sue problematiche), Multimage 2025 Alessandra Ciattini Redazione Italia