Zeynep Murhag: «I quartieri curdi di Aleppo resisteranno fino alla fine»
L’intervista che segue si inserisce nel contesto del perdurare degli attacchi
contro i quartieri curdi di Aleppo, Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, la cui storia e
il cui ruolo nel contesto siriano sono stati ricostruiti in un nostro
precedente approfondimento. Gli attacchi in corso sono attribuibili alle milizie
del governo di transizione siriano, la cui struttura di potere si fonda in larga
parte su Hayat Tahrir al-Sham (HTS), formazione jihadista che, nonostante il
formale annuncio di scioglimento, continua di fatto a costituirne la spina
dorsale politico-militare attraverso apparati, uomini e gruppi armati ancora
pienamente operativi.
Gli sviluppi attuali si collocano nel quadro degli accordi siglati nei mesi
precedenti. Il 10 marzo 2025 è stato firmato un accordo tra la leadership del
governo di transizione e il comando delle Syrian Democratic Forces (SDF),
coalizione militare multietnica che include forze curde, arabe e
assiro-siriache. A questa intesa è seguito, il 1° aprile, un accordo specifico
su Aleppo, che prevedeva lo scambio di prigionieri, l’integrazione dei consigli
locali nell’amministrazione provinciale e il ritiro delle SDF dalla città, con
il trasferimento della sicurezza interna alle Asayish, forze civili
dell’Amministrazione Autonoma. L’attuazione di tali accordi è tuttavia rimasta
parziale e, dopo il ritiro delle SDF, Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah sono rimasti
esposti e progressivamente isolati, mentre si sono intensificati gli attacchi
armati contro la popolazione.
Come in numerose occasioni precedenti, i bombardamenti hanno colpito soprattutto
le infrastrutture civili. L’ospedale Sehîd Xalid Fecir, nel quartiere di Sheikh
Maqsoud, è stato duramente bombardato: oltre 70 feriti sono in condizioni
critiche e la situazione sanitaria è sempre più drammatica. Di fronte
all’aggravarsi dell’emergenza, Heyva Sor, la Mezzaluna Rossa Curda, ha lanciato
un appello urgente per l’apertura di un corridoio umanitario. Un convoglio di 15
veicoli è già in viaggio verso i quartieri colpiti, mentre cresce il rischio di
collasso del sistema sanitario locale. Parallelamente, da tutte le regioni
dell’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est (DAANES),
centinaia di persone si stanno organizzando per raggiungere Aleppo in carovane
di automobili. Dai cantoni di Cizîrê, Deir ez-Zor, Raqqa, Tabqa e Kobanê, la
popolazione esprime la volontà di resistere, mentre i consigli locali annunciano
intensi preparativi su tutto il territorio.
Nei quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, il Consiglio del Popolo ha assunto
una posizione chiara: la popolazione resterà nei propri quartieri, determinata a
proseguire la difesa contro i massacri perpetrati dalle milizie affiliate al
Governo di Transizione Siriano.
Di seguito riportiamo l’intervista realizzata per Dinamopress a Zeynep Murhag,
27 anni, attivista del Movimento delle Giovani Donne della Siria del Nord-Est,
che da Qamişlo testimonia il protrarsi degli attacchi contro i quartieri curdi
di Aleppo e la mobilitazione in corso in tutta la DAANES.
Mobilitazione della popolazione di Derik (Nord-Est Siria) a sostegno della
resistenza di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah
La decisione di dichiarare Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah zona militare ha
costretto migliaia di persone ad abbandonare le proprie abitazioni. Quali misure
concrete sono state adottate per proteggere la popolazione civile e consentirne
il ritorno?
In questo momento è in atto una resistenza: quella della popolazione di Aleppo
nei quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah. Una resistenza di grande rilievo
storico, poiché non è la prima volta che le forze affiliate al Governo di
Transizione Siriano colpiscono queste aree, né la prima volta che la popolazione
locale risponde opponendo una determinata e tenace capacità di resistenza.
Attualmente l’obiettivo del governo siriano appare quello di svuotare questi due
quartieri dalla loro popolazione, in particolare dalla componente curda. A
questo fine si susseguono attacchi ripetuti, che la popolazione di Sheikh
Maqsoud e Ashrafiyah ha finora costantemente contrastato.
Queste aree della città hanno già conosciuto in passato forme di resistenza
organizzata: già dieci anni fa si svilupparono pratiche di opposizione, grazie
alle quali gli abitanti riuscirono a conquistare spazi di autonomia. Un percorso
che non si è mai interrotto e che prosegue ancora oggi, mentre nelle ultime
settimane gli attacchi si sono intensificati in maniera costante. Quelli in
corso rappresentano i bombardamenti più violenti degli ultimi dieci anni contro
questi due quartieri.
La decisione assunta dal Governo di Transizione Siriano di dichiarare Sheikh
Maqsoud e Ashrafiyah zone militari è un messaggio di guerra rivolto alla
popolazione civile, e in particolare alla comunità curda che vi risiede. Risulta
altrettanto evidente come tale scelta si inserisca sotto l’influenza e la
responsabilità dello Stato turco e dei gruppi armati ad esso affiliati che, in
queste ore, stanno conducendo gli attacchi.
Da quanto emerge, nella giornata di oggi sono stati inviati autobus ed è stato
annunciato un cessate il fuoco unilaterale, accompagnato dall’ordine rivolto
alla popolazione di evacuare queste aree. Un passaggio che evidenzia come
l’obiettivo non sia la cessazione delle ostilità, bensì lo svuotamento dei
quartieri dai loro abitanti.
Proprio perché esiste una lunga storia di opposizione, contro la società locale
vengono oggi impiegate strategie di guerra fondate su intimidazioni, massacri e
una intensa offensiva psicologica diffusa attraverso i media, con l’obiettivo di
terrorizzare gli abitanti e costringerli all’esodo. Molte persone sono state
obbligate ad abbandonare le proprie case e, una volta fuggite, diverse di loro
sono state sequestrate da HTS, sottoposte a torture e maltrattamenti. Per questo
motivo, la narrazione proposta dai media e la realtà sul terreno appaiono
profondamente divergenti.
I gruppi di HTS che hanno attaccato Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah sono entrati
nelle abitazioni, senza offrire alcuna protezione alla popolazione, e si sono
resi responsabili di torture e uccisioni. Le vittime sono esclusivamente civili.
Dal 1° aprile le SDF hanno ufficialmente lasciato Aleppo e la sicurezza nei
quartieri è affidata alle Asayish. Di conseguenza, a resistere agli attacchi dei
gruppi jihadisti sono forze civili. Una società locale che si mostra compatta e
determinata a restare nei propri quartieri e che ha dichiarato pubblicamente la
propria disponibilità a difenderli.
Per queste ragioni, i Consigli dei due quartieri hanno diffuso una dichiarazione
con cui respingono ogni forma di pressione esercitata contro la popolazione e i
territori. Nel testo si sottolinea come, alla luce delle azioni condotte dal
governo di Damasco dal suo insediamento ai danni delle diverse componenti della
società siriana — e, in particolare, dei massacri che negli ultimi giorni hanno
colpito il nostro popolo — non vi sia alcuna fiducia nella sua capacità di
garantire la sicurezza.
Ne consegue la decisione di non arretrare nella difesa delle proprie zone e di
restare nei quartieri per proteggerli.
Questa dichiarazione conferma come HTS e le milizie islamiste non abbiano alcuna
intenzione di proteggere la popolazione civile né di garantire un’evacuazione
reale e sicura verso le regioni dell’Amministrazione Autonoma. A dimostrarlo
sono i numerosi rapimenti, le torture, gli omicidi e i massacri.
La popolazione è pienamente consapevole di questa realtà e sa che la propria
protezione dipende innanzitutto da sé stessa. Non ripone fiducia in altre forze:
per difendere il proprio futuro, la propria identità e la propria stessa
esistenza, ritiene necessario opporre una determinazione collettiva. Da qui la
forte volontà di restare nei quartieri e di non cedere alle strategie di guerra.
È chiaro, infine, che i bisogni reali della società e le misure concrete di
protezione non verranno garantiti né da HTS né dal governo di transizione
siriano, ma dalla popolazione stessa.
Quella in corso è una resistenza di grande rilievo, un messaggio chiaro che la
popolazione rivolge contro gli attacchi a Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah. È un
passaggio che si iscrive in una traiettoria storica: esprime la posizione, il
carattere e la determinazione di questa comunità. Per noi rappresenta una
profonda fonte di speranza e di motivazione, alla quale rivolgiamo piena
solidarietà.
L’accordo del 1° aprile 2025 prometteva integrazione amministrativa, servizi di
base e garanzie per la popolazione locale. Quali parti di quell’accordo, a suo
avviso, non sono state attuate e perché?
L’accordo su Aleppo del 1° aprile si inserisce in diretta continuità con
l’intesa del 10 marzo, sottoscritta dal leader di HTS Jolani – Ahmed al-Shara –
e dal comando delle SDF. Il testo del 1° aprile era concepito come un primo
passo, una sperimentazione concreta dell’attuazione di quell’accordo nel
contesto della città di Aleppo.
L’accordo, articolato in 14 punti, prevedeva tra le sue disposizioni lo scambio
di prigionieri e un percorso di integrazione amministrativa, che riconosceva ai
consigli locali dei quartieri la possibilità di organizzarsi autonomamente e di
essere integrati nell’amministrazione provinciale di Aleppo, sotto il
coordinamento di un comitato civile dedicato. L’intesa includeva inoltre la
garanzia dei servizi di base e misure di tutela per la popolazione locale,
riconoscendo in particolare l’accesso all’acqua come un elemento essenziale.
Il testo stabiliva inoltre il ritiro delle SDF da Aleppo e l’affidamento della
sicurezza alle Asayish, forza civile di sicurezza interna, a condizione che
fossero tutelate l’identità culturale della popolazione e i diritti della
minoranza curda nei quartieri interessati.
Se oggi si valutano le parti dell’intesa effettivamente attuate, emerge che
alcuni passaggi iniziali hanno avuto luogo: è stato realizzato uno scambio di
prigionieri che ha coinvolto circa 200 detenuti, le SDF hanno lasciato la città
e diversi posti di blocco sono stati smantellati o alleggeriti, con una
conseguente riduzione delle misure di sicurezza. Passaggi che hanno
rappresentato segnali positivi e alimentato aspettative e speranze all’interno
della società.
Tuttavia, molte delle misure adottate sono rimaste unilaterali. Dopo il ritiro
delle SDF, i quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah sono rimasti di fatto
isolati all’interno della città. Nel complesso, anziché una piena attuazione
dell’intesa, si assiste all’esatto contrario. Negli ultimi tre giorni in
particolare, ma già nei mesi precedenti, si sono infatti ripetuti attacchi
contro la popolazione di Aleppo, colpendo in modo mirato i quartieri a
maggioranza curda.
Ciò indica che è in corso un’offensiva pesante contro la popolazione di Sheikh
Maqsoud e Ashrafiyah e che, allo stato attuale, non esistono garanzie di
sicurezza né di sopravvivenza per la comunità curda che vi risiede. Quanto sta
accadendo oggi rappresenta l’opposto di quanto promesso nell’accordo della
primavera 2025, a quasi un anno dalla sua firma.
Tutto ciò dimostra come queste forze siano ostili all’idea di una Siria
democratica e decentralizzata, fondata sulla convivenza pacifica tra comunità
diverse, al di là delle appartenenze religiose o etniche. Gli attacchi in corso
ad Aleppo trasmettono inoltre un messaggio che non riguarda soltanto la
popolazione curda, ma coinvolge anche quella alawita, drusa e l’insieme delle
minoranze presenti nel Paese, comprese le comunità ebraiche, ezide e molte
altre.
La mancata applicazione dell’accordo e la prosecuzione degli attacchi contro la
popolazione civile confermano che le forze islamiste e le milizie armate
affiliate allo Stato turco, oggi responsabili delle violenze ad Aleppo e dei
massacri contro la popolazione curda, si pongono apertamente contro gli accordi
del 10 marzo e del 1° aprile aprile e, più in generale, contro la possibilità
stessa di una Siria democratica e pacifica.
Mobilitazione della popolazione di Derik (Nord-Est Siria) a sostegno della
resistenza di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah
Dopo questa escalation, quali scenari si delineano per il futuro di Sheikh
Maqsoud e Ashrafiyah?
Per quanto riguarda il futuro dei quartieri dopo questa escalation, ciò che
possiamo affermare come popolazione del Rojava — sulla base di ciò con cui siamo
cresciuti, di quanto abbiamo vissuto e osservato, e del carattere che ha segnato
gli ultimi cinquant’anni di resistenza del popolo curdo — è che, anche di fronte
agli attacchi contro la società e ai sacrifici che essa è chiamata a sostenere
pur di non abbandonare le proprie case, la resistenza continuerà, fino alla
fine.
Lo abbiamo già visto a Kobanê e lo abbiamo visto in passato anche a Sheikh
Maqsoud e Ashrafiyah, che fin dall’inizio della rivoluzione siriana e delle
primavere dei popoli in Medio Oriente hanno sempre resistito, e lo ha fatto con
successo.
Se dunque la resistenza della popolazione di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, così
come quella del Rojava, riuscirà — ed è questa la nostra visione e ciò in cui
crediamo — la nostra scelta sarà quella di insistere sul dialogo e sugli
accordi, non su una soluzione militare né su nuovi massacri. Questo non è
l’obiettivo di nessuno di noi.
Per questo puntiamo sul dialogo e sugli accordi, come strumenti capaci di aprire
passi in avanti verso una Siria dei popoli, una Siria democratica e pacifica,
una Siria che possa diventare un esempio per l’intero Medio Oriente e una fonte
di motivazione e di speranza per il mondo e per tutte le forze democratiche, in
questa fase storica che viviamo e che molti definiscono come una Terza guerra
mondiale, in cui ovunque le esperienze democratiche sono sotto attacco.
In questo quadro, la resistenza che oggi vediamo a Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah
può rappresentare una speranza per l’intera umanità, con un impatto pari — o
persino superiore — a quello che ebbe Kobanê dieci anni fa. Per questo nutriamo
una profonda fiducia.
L’autogoverno e l’organizzazione democratica della società costituiscono per noi
un principio fondamentale, una linea invalicabile. La popolazione non accetterà
un controllo imposto né la cancellazione della propria esistenza, ma continuerà
a rivendicare una Siria dai molti colori, capace di garantire l’esistenza e i
diritti di tutte le minoranze e identità.
Si tratta dunque di una lotta animata da una visione ampia e da una prospettiva
di lungo periodo sul futuro. Crediamo che vi sia davanti a noi un orizzonte
luminoso e che questi quartieri riusciranno nella loro resistenza, non in
solitudine. Ne è prova la solidarietà che stiamo ricevendo dalla comunità
internazionale e dall’intera popolazione curda: negli ultimi giorni, in tutte e
quattro le parti del Kurdistan, migliaia di persone sono scese in strada.
Anche in Iran sono in corso sollevazioni, in particolare nelle città a
maggioranza curda, dove la popolazione è in resistenza contro il regime ed
esprime una forte solidarietà con Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah. Manifestazioni si
sono svolte inoltre in numerose città del Kurdistan del Sud e del Nord. Nel
Kurdistan del Nord, oltre alle proteste di piazza, molte persone si sono spinte
fino ai confini per testimoniare concretamente il proprio sostegno alla
resistenza in corso.
Tutto questo dimostra che, per noi come popolo curdo, questa resistenza stia
ancora una volta rafforzando un senso di unità, nonostante la separazione
materiale imposta dai confini. Sta generando uno spirito profondo e una forza
collettiva di grande importanza.
La copertina è tratta da un video pubblicato sul canale Telegram di Rete
Kurdistan
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