Tag - Siria del Nord-Est

Zeynep Murhag: «I quartieri curdi di Aleppo resisteranno fino alla fine»
L’intervista che segue si inserisce nel contesto del perdurare degli attacchi contro i quartieri curdi di Aleppo, Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, la cui storia e il cui ruolo nel contesto siriano sono stati ricostruiti in un nostro precedente approfondimento. Gli attacchi in corso sono attribuibili alle milizie del governo di transizione siriano, la cui struttura di potere si fonda in larga parte su Hayat Tahrir al-Sham (HTS), formazione jihadista che, nonostante il formale annuncio di scioglimento, continua di fatto a costituirne la spina dorsale politico-militare attraverso apparati, uomini e gruppi armati ancora pienamente operativi. Gli sviluppi attuali si collocano nel quadro degli accordi siglati nei mesi precedenti. Il 10 marzo 2025 è stato firmato un accordo tra la leadership del governo di transizione e il comando delle Syrian Democratic Forces (SDF), coalizione militare multietnica che include forze curde, arabe e assiro-siriache. A questa intesa è seguito, il 1° aprile, un accordo specifico su Aleppo, che prevedeva lo scambio di prigionieri, l’integrazione dei consigli locali nell’amministrazione provinciale e il ritiro delle SDF dalla città, con il trasferimento della sicurezza interna alle Asayish, forze civili dell’Amministrazione Autonoma. L’attuazione di tali accordi è tuttavia rimasta parziale e, dopo il ritiro delle SDF, Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah sono rimasti esposti e progressivamente isolati, mentre si sono intensificati gli attacchi armati contro la popolazione. Come in numerose occasioni precedenti, i bombardamenti hanno colpito soprattutto le infrastrutture civili. L’ospedale Sehîd Xalid Fecir, nel quartiere di Sheikh Maqsoud, è stato duramente bombardato: oltre 70 feriti sono in condizioni critiche e la situazione sanitaria è sempre più drammatica. Di fronte all’aggravarsi dell’emergenza, Heyva Sor, la Mezzaluna Rossa Curda, ha lanciato un appello urgente per l’apertura di un corridoio umanitario. Un convoglio di 15 veicoli è già in viaggio verso i quartieri colpiti, mentre cresce il rischio di collasso del sistema sanitario locale. Parallelamente, da tutte le regioni dell’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est (DAANES), centinaia di persone si stanno organizzando per raggiungere Aleppo in carovane di automobili. Dai cantoni di Cizîrê, Deir ez-Zor, Raqqa, Tabqa e Kobanê, la popolazione esprime la volontà di resistere, mentre i consigli locali annunciano intensi preparativi su tutto il territorio. Nei quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, il Consiglio del Popolo ha assunto una posizione chiara: la popolazione resterà nei propri quartieri, determinata a proseguire la difesa contro i massacri perpetrati dalle milizie affiliate al Governo di Transizione Siriano. Di seguito riportiamo l’intervista realizzata per Dinamopress a Zeynep Murhag, 27 anni, attivista del Movimento delle Giovani Donne della Siria del Nord-Est, che da Qamişlo testimonia il protrarsi degli attacchi contro i quartieri curdi di Aleppo e la mobilitazione in corso in tutta la DAANES. Mobilitazione della popolazione di Derik (Nord-Est Siria) a sostegno della resistenza di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah La decisione di dichiarare Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah zona militare ha costretto migliaia di persone ad abbandonare le proprie abitazioni. Quali misure concrete sono state adottate per proteggere la popolazione civile e consentirne il ritorno? In questo momento è in atto una resistenza: quella della popolazione di Aleppo nei quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah. Una resistenza di grande rilievo storico, poiché non è la prima volta che le forze affiliate al Governo di Transizione Siriano colpiscono queste aree, né la prima volta che la popolazione locale risponde opponendo una determinata e tenace capacità di resistenza. Attualmente l’obiettivo del governo siriano appare quello di svuotare questi due quartieri dalla loro popolazione, in particolare dalla componente curda. A questo fine si susseguono attacchi ripetuti, che la popolazione di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah ha finora costantemente contrastato. Queste aree della città hanno già conosciuto in passato forme di resistenza organizzata: già dieci anni fa si svilupparono pratiche di opposizione, grazie alle quali gli abitanti riuscirono a conquistare spazi di autonomia. Un percorso che non si è mai interrotto e che prosegue ancora oggi, mentre nelle ultime settimane gli attacchi si sono intensificati in maniera costante. Quelli in corso rappresentano i bombardamenti più violenti degli ultimi dieci anni contro questi due quartieri. La decisione assunta dal Governo di Transizione Siriano di dichiarare Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah zone militari è un messaggio di guerra rivolto alla popolazione civile, e in particolare alla comunità curda che vi risiede. Risulta altrettanto evidente come tale scelta si inserisca sotto l’influenza e la responsabilità dello Stato turco e dei gruppi armati ad esso affiliati che, in queste ore, stanno conducendo gli attacchi. Da quanto emerge, nella giornata di oggi sono stati inviati autobus ed è stato annunciato un cessate il fuoco unilaterale, accompagnato dall’ordine rivolto alla popolazione di evacuare queste aree. Un passaggio che evidenzia come l’obiettivo non sia la cessazione delle ostilità, bensì lo svuotamento dei quartieri dai loro abitanti. Proprio perché esiste una lunga storia di opposizione, contro la società locale vengono oggi impiegate strategie di guerra fondate su intimidazioni, massacri e una intensa offensiva psicologica diffusa attraverso i media, con l’obiettivo di terrorizzare gli abitanti e costringerli all’esodo. Molte persone sono state obbligate ad abbandonare le proprie case e, una volta fuggite, diverse di loro sono state sequestrate da HTS, sottoposte a torture e maltrattamenti. Per questo motivo, la narrazione proposta dai media e la realtà sul terreno appaiono profondamente divergenti. I gruppi di HTS che hanno attaccato Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah sono entrati nelle abitazioni, senza offrire alcuna protezione alla popolazione, e si sono resi responsabili di torture e uccisioni. Le vittime sono esclusivamente civili.  Dal 1° aprile le SDF hanno ufficialmente lasciato Aleppo e la sicurezza nei quartieri è affidata alle Asayish. Di conseguenza, a resistere agli attacchi dei gruppi jihadisti sono forze civili. Una società locale che si mostra compatta e determinata a restare nei propri quartieri e che ha dichiarato pubblicamente la propria disponibilità a difenderli. Per queste ragioni, i Consigli dei due quartieri hanno diffuso una dichiarazione con cui respingono ogni forma di pressione esercitata contro la popolazione e i territori. Nel testo si sottolinea come, alla luce delle azioni condotte dal governo di Damasco dal suo insediamento ai danni delle diverse componenti della società siriana — e, in particolare, dei massacri che negli ultimi giorni hanno colpito il nostro popolo — non vi sia alcuna fiducia nella sua capacità di garantire la sicurezza. Ne consegue la decisione di non arretrare nella difesa delle proprie zone e di restare nei quartieri per proteggerli. Questa dichiarazione conferma come HTS e le milizie islamiste non abbiano alcuna intenzione di proteggere la popolazione civile né di garantire un’evacuazione reale e sicura verso le regioni dell’Amministrazione Autonoma. A dimostrarlo sono i numerosi rapimenti, le torture, gli omicidi e i massacri. La popolazione è pienamente consapevole di questa realtà e sa che la propria protezione dipende innanzitutto da sé stessa. Non ripone fiducia in altre forze: per difendere il proprio futuro, la propria identità e la propria stessa esistenza, ritiene necessario opporre una determinazione collettiva. Da qui la forte volontà di restare nei quartieri e di non cedere alle strategie di guerra. È chiaro, infine, che i bisogni reali della società e le misure concrete di protezione non verranno garantiti né da HTS né dal governo di transizione siriano, ma dalla popolazione stessa. Quella in corso è una resistenza di grande rilievo, un messaggio chiaro che la popolazione rivolge contro gli attacchi a Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah. È un passaggio che si iscrive in una traiettoria storica: esprime la posizione, il carattere e la determinazione di questa comunità. Per noi rappresenta una profonda fonte di speranza e di motivazione, alla quale rivolgiamo piena solidarietà. L’accordo del  1° aprile 2025 prometteva integrazione amministrativa, servizi di base e garanzie per la popolazione locale. Quali parti di quell’accordo, a suo avviso, non sono state attuate e perché? L’accordo su Aleppo del 1° aprile si inserisce in diretta continuità con l’intesa del 10 marzo, sottoscritta dal leader di HTS Jolani – Ahmed al-Shara – e dal comando delle SDF. Il testo del 1° aprile era concepito come un primo passo, una sperimentazione concreta dell’attuazione di quell’accordo nel contesto della città di Aleppo. L’accordo, articolato in 14 punti, prevedeva tra le sue disposizioni lo scambio di prigionieri e un percorso di integrazione amministrativa, che riconosceva ai consigli locali dei quartieri la possibilità di organizzarsi autonomamente e di essere integrati nell’amministrazione provinciale di Aleppo, sotto il coordinamento di un comitato civile dedicato. L’intesa includeva inoltre la garanzia dei servizi di base e misure di tutela per la popolazione locale, riconoscendo in particolare l’accesso all’acqua come un elemento essenziale. Il testo stabiliva inoltre il ritiro delle SDF da Aleppo e l’affidamento della sicurezza alle Asayish, forza civile di sicurezza interna, a condizione che fossero tutelate l’identità culturale della popolazione e i diritti della minoranza curda nei quartieri interessati. Se oggi si valutano le parti dell’intesa effettivamente attuate, emerge che alcuni passaggi iniziali hanno avuto luogo: è stato realizzato uno scambio di prigionieri che ha coinvolto circa 200 detenuti, le SDF hanno lasciato la città e diversi posti di blocco sono stati smantellati o alleggeriti, con una conseguente riduzione delle misure di sicurezza. Passaggi che hanno rappresentato segnali positivi e alimentato aspettative e speranze all’interno della società. Tuttavia, molte delle misure adottate sono rimaste unilaterali. Dopo il ritiro delle SDF, i quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah sono rimasti di fatto isolati all’interno della città. Nel complesso, anziché una piena attuazione dell’intesa, si assiste all’esatto contrario. Negli ultimi tre giorni in particolare, ma già nei mesi precedenti, si sono infatti ripetuti attacchi contro la popolazione di Aleppo, colpendo in modo mirato i quartieri a maggioranza curda. Ciò indica che è in corso un’offensiva pesante contro la popolazione di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah e che, allo stato attuale, non esistono garanzie di sicurezza né di sopravvivenza per la comunità curda che vi risiede. Quanto sta accadendo oggi rappresenta l’opposto di quanto promesso nell’accordo della primavera 2025, a quasi un anno dalla sua firma. Tutto ciò dimostra come queste forze siano ostili all’idea di una Siria democratica e decentralizzata, fondata sulla convivenza pacifica tra comunità diverse, al di là delle appartenenze religiose o etniche. Gli attacchi in corso ad Aleppo trasmettono inoltre un messaggio che non riguarda soltanto la popolazione curda, ma coinvolge anche quella alawita, drusa e l’insieme delle minoranze presenti nel Paese, comprese le comunità ebraiche, ezide e molte altre. La mancata applicazione dell’accordo e la prosecuzione degli attacchi contro la popolazione civile confermano che le forze islamiste e le milizie armate affiliate allo Stato turco, oggi responsabili delle violenze ad Aleppo e dei massacri contro la popolazione curda, si pongono apertamente contro gli accordi del 10 marzo e del 1° aprile aprile e, più in generale, contro la possibilità stessa di una Siria democratica e pacifica. Mobilitazione della popolazione di Derik (Nord-Est Siria) a sostegno della resistenza di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah Dopo questa escalation, quali scenari si delineano per il futuro di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah? Per quanto riguarda il futuro dei quartieri dopo questa escalation, ciò che possiamo affermare come popolazione del Rojava — sulla base di ciò con cui siamo cresciuti, di quanto abbiamo vissuto e osservato, e del carattere che ha segnato gli ultimi cinquant’anni di resistenza del popolo curdo — è che, anche di fronte agli attacchi contro la società e ai sacrifici che essa è chiamata a sostenere pur di non abbandonare le proprie case, la resistenza continuerà, fino alla fine. Lo abbiamo già visto a Kobanê e lo abbiamo visto in passato anche a Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, che fin dall’inizio della rivoluzione siriana e delle primavere dei popoli in Medio Oriente hanno sempre resistito, e lo ha fatto con successo. Se dunque la resistenza della popolazione di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, così come quella del Rojava, riuscirà — ed è questa la nostra visione e ciò in cui crediamo — la nostra scelta sarà quella di insistere sul dialogo e sugli accordi, non su una soluzione militare né su nuovi massacri. Questo non è l’obiettivo di nessuno di noi. Per questo puntiamo sul dialogo e sugli accordi, come strumenti capaci di aprire passi in avanti verso una Siria dei popoli, una Siria democratica e pacifica, una Siria che possa diventare un esempio per l’intero Medio Oriente e una fonte di motivazione e di speranza per il mondo e per tutte le forze democratiche, in questa fase storica che viviamo e che molti definiscono come una Terza guerra mondiale, in cui ovunque le esperienze democratiche sono sotto attacco. In questo quadro, la resistenza che oggi vediamo a Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah può rappresentare una speranza per l’intera umanità, con un impatto pari — o persino superiore — a quello che ebbe Kobanê dieci anni fa. Per questo nutriamo una profonda fiducia. L’autogoverno e l’organizzazione democratica della società costituiscono per noi un principio fondamentale, una linea invalicabile. La popolazione non accetterà un controllo imposto né la cancellazione della propria esistenza, ma continuerà a rivendicare una Siria dai molti colori, capace di garantire l’esistenza e i diritti di tutte le minoranze e identità. Si tratta dunque di una lotta animata da una visione ampia e da una prospettiva di lungo periodo sul futuro. Crediamo che vi sia davanti a noi un orizzonte luminoso e che questi quartieri riusciranno nella loro resistenza, non in solitudine. Ne è prova la solidarietà che stiamo ricevendo dalla comunità internazionale e dall’intera popolazione curda: negli ultimi giorni, in tutte e quattro le parti del Kurdistan, migliaia di persone sono scese in strada. Anche in Iran sono in corso sollevazioni, in particolare nelle città a maggioranza curda, dove la popolazione è in resistenza contro il regime ed esprime una forte solidarietà con Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah. Manifestazioni si sono svolte inoltre in numerose città del Kurdistan del Sud e del Nord. Nel Kurdistan del Nord, oltre alle proteste di piazza, molte persone si sono spinte fino ai confini per testimoniare concretamente il proprio sostegno alla resistenza in corso. Tutto questo dimostra che, per noi come popolo curdo, questa resistenza stia ancora una volta rafforzando un senso di unità, nonostante la separazione materiale imposta dai confini. Sta generando uno spirito profondo e una forza collettiva di grande importanza. La copertina è tratta da un video pubblicato sul canale Telegram di Rete Kurdistan SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Zeynep Murhag: «I quartieri curdi di Aleppo resisteranno fino alla fine» proviene da DINAMOpress.
Aleppo, il ritorno della guerra nei quartieri curdi
All’alba del 7 gennaio, le strade del nord di Aleppo iniziano a svuotarsi. Famiglie curde lasciano Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh portando con sé l’essenziale, mentre altre restano. Fino a pochi giorni fa erano quartieri pienamente abitati, con scuole, negozi e una vita quotidiana intensa; oggi sono attraversati da attacchi e evacuazioni. Ancora una volta, questi quartieri tornano a essere zone di guerra. Nel primo pomeriggio, l’esercito arabo siriano ha dichiarato entrambe le aree «zona militare chiusa», imponendo un ultimatum affinché i civili lasciassero immediatamente i quartieri e designando tutti i posti di fatto controllati dalle forze curde – le Syrian Democratic Forces (SDF) e l’apparato di sicurezza Asayish – come obiettivi militari legittimi. Centinaia di colpi d’artiglieria e raid hanno risuonato tra le strade strette di questi distretti urbani, costringendo oltre 40.000 persone a cercare rifugio altrove mentre scuole, uffici e l’aeroporto di Aleppo restano chiusi. > Le famiglie in fuga parlano di esplosioni continue, di mortai che colpiscono > le case, di persone anziane e bambine e bambini trascinate fuori dai letti > nella notte. Nonostante i bombardamenti, gli assalti e l’assedio, le Asayişh continuano a presidiare i quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh, respingendo ogni tentativo di infiltrazione armata. L’artiglieria e i missili lanciati dalle fazioni affiliate al governo di Damasco hanno colpito aree residenziali, edifici civili e, in alcuni casi, anche i convogli con cui si stava evacuando la popolazione. Filmati circolati nelle ultime ore mostrano l’uso di droni contro edifici abitati, l’avanzata di mezzi corazzati ai margini dei quartieri e, allo stesso tempo, civili che scelgono di restare, nonostante il rischio, per non abbandonare le proprie case. Le Asayish attribuiscono gli attacchi a fazioni armate filo-turche, già in passato accusate di gravi violazioni contro la popolazione civile. In particolare, queste formazioni sono state chiamate in causa per uccisioni, saccheggi e violenze contro civili drusi nella provincia di Suwayda e contro civili appartenenti alla minoranza alawita nelle regioni costiere della Siria, soprattutto nelle aree di Latakia e Tartus, in episodi che hanno alimentato forti tensioni settarie e denunce di impunità. Le autorità governative giustificano l’offensiva come una risposta a presunti attacchi con mortai e razzi imputati alle forze di difesa curde nelle settimane precedenti, che avrebbero colpito posti di blocco e aree sotto controllo governativo in altre zone di Aleppo. Le leadership curde respingono le accuse e denunciano invece l’avvio di una operazione punitiva contro quartieri civili, parlando di una guerra di annientamento contro popolazioni già fragili dopo anni di isolamento e violenze. In una dichiarazione diffusa il 7 gennaio 2026, il Comando Generale delle SDF afferma che Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh sono sottoposti a un assedio prolungato e ribadisce che non rappresentano in alcun modo una minaccia militare per Aleppo. Le accuse di attività armate curde vengono definite “false e costruite ad arte”, mentre viene ricordato che le SDF non hanno alcuna presenza militare nella città, da cui si sarebbero ritirate apertamente nell’ambito dell’accordo locale siglato il 1° aprile 2025 con le autorità di Damasco. La dichiarazione si chiude con un appello agli attori regionali e internazionali affinché intervengano per fermare l’assedio, segnalando che la prosecuzione dell’offensiva contro i civili rischia di produrre conseguenze che vanno ben oltre Aleppo, riaprendo una fase di instabilità e di conflitto su scala nazionale. Non è la prima volta che questi quartieri attraversano la tempesta. Per capire perché oggi Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh tornino a essere inghiottiti dalla guerra, bisogna risalire di oltre un decennio e guardare al percorso che li ha plasmati. Entrambi i quartieri rappresentano un’anomalia geopolitica incastonata nella seconda città della Siria: una enclave curda urbana sopravvissuta a guerra, assedi e compromessi. Si estendono nella parte nord e nord-orientale di Aleppo – Sheikh Maqsoud, più ampio e arroccato su un’altura che domina la città, e Ashrafiyeh, più compatto, immediatamente a ovest. Insieme costituiscono un’area a maggioranza curda che, pur completamente circondata da quartieri sotto il controllo di Damasco, ha conservato nel tempo istituzioni locali e un apparato di sicurezza legato all’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria (DAANES). Questa singolarità affonda le sue radici nella storia urbana di Aleppo. Nel secondo Novecento la città cresce rapidamente, assorbendo vaste ondate di migrazione interna. In questo processo, Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh diventano progressivamente un punto di approdo per famiglie curde provenienti dalle campagne del nord e del nord-est del Paese. Negli anni più recenti, a questa popolazione si aggiungono migliaia di sfollati interni, in particolare dopo le operazioni militari turche e il collasso di altre aree a maggioranza curda, come Afrin.  Con l’inizio della guerra civile, a partire dal 2012, Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh entrano in una fase di isolamento forzato. Mentre Aleppo si frammenta tra aree controllate dal regime, gruppi ribelli e formazioni jihadiste, i due quartieri passano sotto l’influenza delle forze curde (YPG) e delle strutture di sicurezza locali, gli Asayish. > Negli anni più duri del conflitto urbano, in particolare tra il 2013 e il > 2016, diventano bersaglio di assedi e bombardamenti da parte dei gruppi > islamisti che controllano l’est della città. È in questo contesto che prende > forma una pratica di autogoverno di quartiere: amministrazione locale, > autodifesa armata e gestione autonoma dei servizi essenziali come risposta > diretta alla guerra. Quando, alla fine del 2016, Aleppo torna sotto il controllo delle forze governative siriane e dei loro alleati, Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh non vengono pienamente reintegrati nell’assetto politico del regime. Restano, piuttosto, un’isola all’interno di una città riconquistata: oggi l’amministrazione locale continua a essere legata alle strutture della DAANES, mentre la sicurezza rimane affidata alle Asayish. La convivenza con Damasco è tesa, ma regolata da un fragile equilibrio fatto di accordi, posti di blocco condivisi, corridoi di accesso e negoziati intermittenti. Negli anni successivi, questi quartieri diventano uno degli esempi più evidenti di giurisdizione ibrida nel nord della Siria. I cambiamenti che maturano tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 si collocano dentro un tornante politico ben preciso che va dall’uscita di scena di Bashar al-Assad l’8 dicembre 2024, dopo l’avanzata delle forze ribelli guidate da Hayat Tahrir al-Sham (HTS), all’avvio di una nuova fase di transizione a Damasco. In parallelo, nel nord del Paese, la priorità dichiarata del nuovo centro di potere diventa quella di ricomporre il mosaico delle aree rimaste autonome, cioè non pienamente integrate nelle istituzioni statali: un obiettivo che passa anche dal nodo curdo e dalla questione SDF, in quanto principale attore politico-militare curdo, chiamato ora a ridefinire il proprio ruolo dentro il nuovo assetto dello Stato siriano. È in questo contesto che si intensifica la spinta verso una fase negoziale. Da un lato Damasco rivendica il rientro sotto l’autorità centrale di confini, aeroporti, risorse e apparati di sicurezza; dall’altro le leadership curde cercano di mettere in sicurezza i propri diritti e margini di autogoverno dentro la nuova architettura dello Stato. Il punto di svolta è l’accordo del 10 marzo 2025 tra governo di transizione e SDF, presentato come un’intesa per integrare istituzioni civili e militari del nord-est nello Stato siriano e aprire una traiettoria di unificazione, con comitati incaricati dell’attuazione entro fine 2025.  > Questa cornice aiuta a capire perché, pochi mesi dopo, Sheikh Maqsoud e > Ashrafiyeh vengano letti come un “laboratorio” politico fondamentale: sono uno > dei luoghi in cui quell’accordo – e la sua promessa di integrazione negoziata > – tenta di tradursi in pratica sul terreno.  Il già citato accordo locale del 1° aprile su Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh prevede il rientro formale dei due quartieri sotto l’autorità dello Stato siriano, accompagnato da una riorganizzazione della sicurezza e da una progressiva smilitarizzazione dello spazio urbano. In base all’accordo, le SDF si sono ritirate completamente dalle strade e dagli spazi pubblici dei quartieri, trasferendo la gestione dell’ordine pubblico al Ministero dell’Interno siriano, in coordinamento con gli Asayish. L’amministrazione, i servizi civili e le istituzioni educative sarebbero rimasti in funzione in attesa di una piena integrazione. In cambio, alle comunità locali venivano promesse garanzie sulla rappresentanza, sulla libertà di movimento e sulla tutela dell’identità culturale e linguistica. Fin dall’inizio, tuttavia, l’attuazione dell’accordo procede in modo diseguale. Alcuni punti vengono avviati – la rimozione parziale dei posti di blocco, il ridimensionamento visibile delle forze armate curde, l’apertura di canali amministrativi con la città – ma altri restano sospesi o affidati a comitati congiunti mai pienamente operativi. La questione della sicurezza, in particolare, si rivela il nodo più fragile: la sovrapposizione di competenze, la diffidenza reciproca e l’assenza di meccanismi di garanzia rendono l’equilibrio instabile. Oltre al nodo della sicurezza, anche altri pilastri dell’accordo restano in larga parte inattuati: dall’integrazione amministrativa alla rappresentanza politica, dalle garanzie culturali alla normalizzazione dei servizi. Secondo le autorità locali curde, molte delle promesse avanzate da Damasco sono rimaste vaghe, applicate solo formalmente o rinviate, alimentando la percezione di un ritorno sotto l’autorità centrale privo di reali contropartite. Il fragile compromesso costruito su Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh si incrina anche alla luce del mutato atteggiamento degli Stati Uniti. Se negli anni precedenti la presenza americana – legata al sostegno delle forze curde impegnate nella lotta contro l’ISIS – aveva rappresentato, almeno indirettamente, un fattore di deterrenza e una garanzia politica per le leadership curde, già dal 2019 Washington ha ritirato ogni forma di copertura a ovest dell’Eufrate, limitando la propria presenza e influenza ad alcune aree del Nord-Est. Tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 questo ombrello si è ridotto ulteriormente. La linea statunitense è quella di un disimpegno netto dai dossier urbani più sensibili, Aleppo compresa, lasciando alle autorità curde il peso di negoziare da sole con Damasco e riducendo di fatto ogni margine di protezione politica esterna. In questo vuoto di garanzie, l’accordo su Aleppo perde rapidamente solidità. Per il governo di Damasco, l’assenza di una mediazione americana attiva riduce i costi politici e strategici di una linea più assertiva; per le autorità curde, diventa evidente che le intese raggiunte non sono sostenute da un meccanismo di garanzia internazionale capace di farle rispettare. Le promesse di integrazione e autonomia restano così appese a un equilibrio precario, esposto alle pressioni militari e alla sfiducia reciproca. > Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh finiscono per incarnare proprio questo punto di > rottura: quartieri troppo simbolici per essere lasciati in una zona grigia, ma > troppo isolati per essere difesi senza un sostegno esterno esplicito. Quando > l’accordo locale inizia a vacillare, la gestione della crisi torna rapidamente > sul terreno militare. È su questo equilibrio fragile – un’autonomia di fatto, circondata e negoziata, mai davvero risolta – che si innesta l’escalation di questi giorni. I combattimenti e i bombardamenti attorno a Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh si sono progressivamente intensificati, accompagnati da evacuazioni di massa e da una crescente militarizzazione dei quartieri. I tentativi di tregua appaiono ancora una volta precari, esposti a un equilibrio che continua a cedere, e il destino di questi quartieri torna a interrogare non solo Aleppo, ma l’intero processo di ricomposizione della Siria. Immagine di copertina concessa da UIKI ONLUS – Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Aleppo, il ritorno della guerra nei quartieri curdi proviene da DINAMOpress.
La Conferenza per l’unità curda nella nuova Siria
A Qamishlo, nel cuore vivo del Rojava, là dove la guerra continua a incidere cicatrici profonde, il popolo curdo è tornato a tracciare la rotta del proprio futuro. Il 26 aprile 2025, donne e uomini provenienti dalle diverse anime della Siria del Nord-Est, dalla diaspora e dai territori martoriati del Medio Oriente, si sono ritrovati per dare forma a un passaggio che potrebbe segnare un nuovo inizio. La Conferenza per l’unità curda (The Rojava Kurdish Unity and Common Stance Conference) non è stata semplicemente un’assemblea politica, ma la manifestazione concreta di una volontà collettiva che non ha mai smesso di cercare spazi di espressione. Un tentativo consapevole e determinato di rispondere a una lunga stagione di disgregazione con una proposta di convergenza e di visione condivisa. L’incontro ha rappresentato anche uno dei primi e più significativi appuntamenti politici successivi al crollo del regime siriano avvenuto l’8 dicembre 2024: un evento spartiacque, che ha aperto scenari inediti ma anche nuove responsabilità per tutte le componenti sociali e politiche del paese. In un territorio devastato da decenni di repressione e sfollamenti forzati, hanno preso la parola movimenti sociali, attiviste e attivisti indipendenti, organizzazioni del movimento delle donne e formazioni politiche, uniti dalla consapevolezza che, in questo momento cruciale di transizione, il popolo curdo deve farsi trovare pronto, con una voce unitaria e una prospettiva politica autonoma. Un incontro, dunque, che affonda le sue radici nell’esperienza rivoluzionaria del Rojava e nel corpo vivo di una collettività che si fa voce, reclamando il diritto all’esistenza e alla partecipazione nella nuova geografia politica della Siria. I lavori sono stati inaugurati da un intervento del comandante generale delle Forze Democratiche Siriane, Mazloum Abdi, che ha richiamato l’attenzione sull’appello per la pace lanciato da Abdullah Öcalan il 27 febbraio scorso, definendolo un passaggio cruciale per rafforzare la coesione interna. Abdi ha ribadito l’impegno delle SDF a sostenere ogni iniziativa orientata alla costruzione di una piattaforma condivisa, ispirata ai principi di convivenza democratica, giustizia e autodeterminazione. In un contesto segnato da divisioni storiche e da persistenti incertezze, ha invitato le forze politiche e sociali curde a superare le logiche di frammentazione e a convergere verso una visione comune. In questo contesto, trovano spazio anche voci indipendenti, come quella di Bakthiar, medico originario di Kobane e presente alla conferenza. Lo abbiamo intervistato nei giorni successivi all’evento e ci ha descritto con chiarezza la necessità di un nuovo paradigma istituzionale, capace di rispecchiare la complessità sociale e culturale della Siria: «La decentralizzazione è la soluzione migliore per il futuro della Siria, considerando la sua struttura sociale, fatta di nazionalità, confessioni, religioni ed etnie. Tutti ne sono consapevoli, ma sembra che questo obiettivo richieda ancora del tempo per essere realizzato». Il crollo del regime baathista ha rappresentato una frattura irreversibile nella storia siriana, aprendo uno spazio politico che per decenni era stato soffocato dalla repressione delle differenze. In questo scenario, il popolo curdo ha colto la possibilità di affermare la propria soggettività storica, come anche di contribuire a un nuovo ordine democratico per il paese. La conferenza ha rilanciato con forza una visione della Siria fondata sul riconoscimento costituzionale della pluralità: un assetto in cui l’identità curda sia pienamente riconosciuta come elemento strutturale di una convivenza equa e duratura. Continua Bakthiar: «I Curdi hanno da sempre avuto una presenza in Siria, in particolare sul piano politico. Nel corso dell’ultimo secolo di vita politica siriana, più di un presidente è stato di origine curda. Solo durante l’epoca baathista tutte le componenti furono escluse dalla vita politica e in modo particolare i Curdi. Le sfide che il movimento curdo si trova ad affrontare non si limitano al contesto siriano, ma coinvolgono anche le potenze regionali, i Paesi confinanti, i loro interessi, la fobia per una presunta spartizione del territorio e le preoccupazioni legate alla sicurezza nazionale. I Curdi, come ogni altra forza attiva in Siria, non perdono di vista l’evoluzione del quadro politico. Esiste un ampio ventaglio di partiti e movimenti e il dissenso tra posizioni diverse è del tutto naturale. Tuttavia, alla luce degli eventi che hanno scosso la Siria e del crollo del regime, per il movimento curdo è emersa con chiarezza la necessità di modulare le proprie strategie e di riconoscere il valore dell’unità, tanto nella composizione interna quanto nell’elaborazione politica. Questa evoluzione è il risultato dell’impegno portato avanti dalle diverse componenti curde e dei loro sforzi per incidere in modo concreto sulla leadership attiva nel contesto siriano». Tra i contributi alla conferenza, sono emersi appelli convergenti sull’importanza dell’unità e del dialogo. Massoud Barzani, leader del Partito Democratico del Kurdistan in Iraq, ha ribadito il sostegno a soluzioni pacifiche e diplomatiche, esortando le forze curde a fare dell’unità un obiettivo politico concreto. Un messaggio è giunto anche dal Consiglio Esecutivo dell’Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK), che ha indicato nell’unità nazionale lo strumento più efficace per contrastare pressioni esterne e divisioni interne, spesso sfruttate dalle potenze occupanti. A sua volta, il Partito dell’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK) ha sottolineato il valore strategico della convergenza tra forze politiche curde, pur nella diversità delle posizioni, come base imprescindibile per costruire un percorso condiviso e credibile. Una prospettiva, questa, che trova riscontro anche nelle parole di Bakhtiar: «Gli sforzi di Masoud Barzani e il processo di pace in Turchia con Abdullah Öcalan hanno avuto un ruolo positivo nel successo di questo percorso. La presenza di delegazioni e messaggi da parte dei partiti curdi ne rappresenta, naturalmente, la prova più evidente». Riflettendo sugli esiti dell’incontro, Bakthiar ha sottolineato l’importanza del nuovo corso intrapreso: «Uno dei risultati più importanti della recente conferenza è stata la formazione di una delegazione curda congiunta, comprendente tutte le forze politiche e le personalità indipendenti, incaricata di negoziare con il governo centrale di Damasco. Si tratta di un’evoluzione estremamente significativa e positiva, destinata ad avere un impatto favorevole sul futuro della regione». A conclusione della conferenza, il documento finale approvato a Qamishlo traccia una proposta politica articolata, che combina rivendicazioni storiche con una visione inclusiva per il futuro della Siria e restituisce l’immagine nitida di un progetto politico fondato sul pluralismo e sull’esigenza di una profonda trasformazione sociale. La partecipazione ampia e visibile delle organizzazioni del movimento delle donne ha ribadito come la questione della parità di genere attraversi ogni livello del dibattito curdo, definendo una pratica politica in cui l’autodeterminazione si intreccia a una riformulazione radicale dei rapporti di potere. In Rojava, la liberazione delle donne non rappresenta un segmento separato, ma il centro propulsivo di un immaginario condiviso. Su questo sfondo si misurano oggi tensioni interne e minacce esterne. La frammentazione politica resta una vulnerabilità aperta, mentre all’esterno i segnali di ostilità si moltiplicano. La Turchia ha ribadito la propria decisa opposizione a qualsiasi forma di riconoscimento politico o istituzionale dell’identità curda nel contesto siriano. Coerente con questa linea, il leader del Partito del Movimento Nazionalista (MHP), Devlet Bahçeli, ha rivolto dure critiche alla conferenza di Qamishlo, accusandola di rappresentare una minaccia all’integrità territoriale della Siria. Nel frattempo il governo siriano difende strenuamente la propria architettura centralista. Non si è fatta attendere, infatti, la reazione di Damasco che, già il 27 aprile, ha accusato le SDF di aver violato l’accordo nazionale siglato il 10 marzo con la presidenza transitoria, riaccendendo le tensioni sul futuro assetto istituzionale del Paese. Nel mirino del governo, il sostegno riaffermato durante la conferenza a un modello di governance decentralizzato e pluralista promosso dall’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est, che la presidenza siriana ha definito una minaccia all’unità nazionale e un tentativo unilaterale di imporre nuovi equilibri nel Nord-Est del Paese. In questo equilibrio fragile, l’unità delle forze curde si configura come uno strumento essenziale per affermare legittimità politica, consolidare una rappresentanza autonoma e opporsi all’isolamento e alla cancellazione. La sfida, oggi, consiste nel rafforzare una voce politica autonoma, radicata nell’esperienza rivoluzionaria e capace di aprire orizzonti di democrazia condivisa e farsi spazio in un processo di transizione incerto, ma ancora aperto a scenari di trasformazione reale. Tutte le immagini presenti nell’articolo mostrano la Conferenza per l’unità curda del 26 aprile e sono state fornite da Rojava Information Center SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress abbiamo attivato una nuova raccolta fondi diretta. Vi chiediamo di donare tramite paypal direttamente sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo La Conferenza per l’unità curda nella nuova Siria proviene da DINAMOpress.