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IRAN: IL PJAK LANCIA L’APPELLO AD “AUTOGOVERNO E AUTODIFESA” NEL KURDISTAN ORIENTALE. “FALSA LA NOTIZIA SU UN’OFFENSIVA DI TERRA CURDA A FIANCO DEGLI USA”
Nell’ambito dell’aggressione israelo-statunitense che da sabato 28 febbraio ha portato guerra e bombardamenti in tutto l’Iran, nelle ultime ore diverse agenzie di stampa, tutte legate alla destra trumpiana Usa o alla destra israeliana, hanno riportato la notizia di una presunta offensiva via terra, contro l’esercito iraniano, di “migliaia di combattenti curdi” che sarebbero stati “armati dalla CIA” allo scopo. Anche alcune testate italiane hanno ripreso la notizia. Il Corriere della Sera l’ha addirittura scelta come notizia di apertura della sua edizione cartacea uscita stamattina, 5 marzo 2026, nelle edicole. Tutte le organizzazioni politiche del Rojhelat (Kurdistan iraniano) – alcune delle quali da fine febbraio hanno formato una coalizione – hanno smentito la notizia. “Lavoriamo all’interno di una coalizione formata da forze del Rojhelat. Qualsiasi movimento sarà annunciato da questa coalizione e nessuna forza può scavalcarla”, riferisce per esempio una fonte del Partito per la Libertà del Kurdistan (PAK), legato ai partiti conservatori e nazionalisti curdi della regione del Kurdistan in Iraq, da sempre vicini politicamente agli Usa. Non solo, anche il ministro della Guerra di Trumo, Pete Hegseth, e la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, hanno negato di aver armato gruppi armati curdi e organizzato offensive via terra. “Finora nessuno dei partiti curdi iraniani ha accettato di essere il proxy di terra per l’attacco israelo-statunitense”, commenta su Radio Onda d’Urto Mattia Berera dell’Accadema della modernità democratica. “Non è detto che questo non avverrà in futuro dal momento che tra loro ci sono diversi alleati storici degli Stati Uniti, ma ad oggi questa è una notizia falsa”, specifica Berera. Quel che è vero, invece, è che il Partito per la vita libera in Kurdistan, il Pjak (che fa parte del movimento di liberazione e confederalista curdo ispirato alle idee di Abdullah Öcalan) ha diffuso un appello alla popolazione del Kurdistan iraniano. Il Pjak – che riveste un ruolo trainante all’interno della Coalizione di recente formazione – invita gli abitanti delle aree a maggioranza curda dell’Iran a “istituire l’autogoverno e l’autodifesa”. L’appello invita i giovani a prendere le armi e la popolazione a formare comitati di autodifesa per proteggersi dagli attacchi, anche da quelli israelo-statunitensi, che in Rojhelat hanno fatto centinaia di vittime. L’appello chiama poi all’istituzione di comitati di autogoverno locali e invita i soldati del regime presenti sul territorio a disertare e unirsi alla popolazione. “Questo appello va nella direzione del volersi costituire come una terza via contro i piani di Israele e Stati Uniti di ristrutturazione del Medio oriente, e anche contro la Repubblica Islamica, che da sempre attacca, arresta, uccide i curdi in Iran, in particolare i militanti del Pjak”, spiega Mattia Berera nell’intervista. “Si tratta di non soccombere alle guerre imposte sulla testa del proprio popolo e rafforzare le proprie autodifese sociali in tutti i sensi: dai servizi, all’autodifesa locale, alla gestione delle proprie comunità”, aggiunge. L’approccio del Pjak, i cui dirigenti hanno più volte ribadito di essere a favore di una sollevazione contro il regime di Teheran che parta dalla società curda e iraniana, ma di essere contrari all’intervento militare delle potenze egemoniche dall’esterno, si rifà alla lettura dell’attuale fase imperialista e di escalation bellica nel capitalismo del movimento di liberazione curdo e al paradigma elaborato da Abdullah Öcalan, in particolare rispetto al ruolo che un movimento socialista, internazionalista e anti-capitalista dovrebbe avere rispetto a questo scenario. “È importante cogliere il fatto che questa non è più la Guerra fredda. Nessuno stato al mondo oggi rappresenta, come l’Unione Sovietica in passato, l’afflato e il desiderio di miliardi di persone per la libertà e l’uguaglianza. Oggi ogni scontro tra stati è in realtà solo una contrattazione all’interno di un sistema unico per chi deve pesare di più e chi di meno”, afferma l’esponente dell’Accademia della modernità democratica ai nostri microfoni. Quello che sta facendo il Pjak è di “non scegliere l’uno o l’altro stato ma scegliere se stessi come popolo, come struttura e come società“. Secondo Mattia Berera, quella tra lo “schierarsi con la Repubblica Islamica o con gli Stati Uniti e Israele non è, in realtà, una vera scelta: se si sta in questa polarizzazione si sta da un’unica parte, quella della ristrutturazione capitalista e imperialista”. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Mattia Berera, esponente dell’Accademia della modernità democratica, struttura internazionale nata su impulso del movimento curdo e si occupa di diffondere la proposta politica e il paradigma del movimento curdo nel mondo. Ascolta o scarica.  
March 5, 2026
Radio Onda d`Urto
IRAN: LA COALIZIONE DEI PARTITI CURDI TRA LA REPRESSIONE DI TEHERAN E L’AGGRESSIONE ISRAELO-STATUINTENSE
A fine febbraio 2026 i principali partiti e movimenti politici del Kurdistan iraniano (Rojhelat) hanno annunciato la fondazione della “Coalizione dei partiti politici del Kurdistan iraniano”, nota anche come “Kurdistan Alliance”. L’intesa è il risultato di un lungo percorso di confronto tra organizzazioni politiche curde iraniane con storie e orientamenti ideologici differenti, iniziato ai tempi del movimento di massa “Jin, Jyian, Azadi” (nel 2022) con l’obiettivo di consolidare le forze dell’opposizione curda in Iran e rafforzarne la collaborazione davanti alla repressione del regime degli Ayatollah da un lato, all’aggressione e alla guerra portata da potenze esterne come Israele e Stati Uniti dall’altro. L’accordo, infatti, è stato siglato alla vigilia dell’inizio della nuova aggressione israelo-statunitense contro l’Iran – i cui bombardamenti stanno interessando in maniera importante anche le province del Kurdistan iraniane – da cinque organizzazioni: il Partito della Vita Libera in Kurdistan (PJAK, che si ispira al paradigma del confederalismo democratico e alle idee di Abdullah Öcalan); il Partito della Libertà del Kurdistan (PAK); il Partito Democratico del Kurdistan – Iran (PDKI); l’organizzazione Xebat e una delle fazioni dell’organizzazione comunista Komala. Il testo con cui queste organizzazioni hanno annunciato la nascita della coalizione è la bozza, ancora molto generica, di un documento programmatico in quindici punti che parla di autogoverno, autodeterminazione, diritto all’autodifesa, sostegno alla lotta delle donne e costruzione di istituzioni democratiche sugli altopiani del Kurdistan iraniano. Secondo la dichiarazione d’intenti congiunta, questi obiettivi devono essere raggiunti tramite una lotta congiunta con le altre nazioni e movimenti di opposizione che porti alla costruzione, in Iran, di un sistema politico “democratico, decentralizzato e laico che garantisca i diritti di tutte le componenti nazionali, religiose ed etniche”. “Non si tratta di separatismo quanto, piuttosto, del progetto di costruzione dell’autonomia democratica all’interno di uno stato iraniano decentralizzato”, spiega Tiziano Saccucci ai microfoni di Radio Onda d’Urto. “Parliamo, fondamentalmente, delle richieste che fa il movimento confederalista. E da questo possiamo capire il peso che ha il Pjak all’interno di questa coalizione”, aggiunge Saccucci. L’alleanza tra organizzazioni curde, tuttavia, non significa alleanza con chi oggi attacca l’Iran bombardando le città, i villaggi e la popolazione civile, cioè Stati Uniti e Israele. “Chi tenta di bollare questa coalizione, o in generale i partiti curdi, come forza collaborazionista nei confronti dell’aggressione sta facendo un errore che, devo dire, spesso non viene fatto in buona fede”, commenta ai nostri microfoni l’esponente dell’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia. “I dirigenti del Pjak, per esempio, hanno più volte parlato di sostegno totale del partito a un movimento di massa che nasca all’interno dell’Iran e dalla società iraniana, ma hanno ripetuto all’infinito che sono contrari a qualsiasi mira imperialistica esterna“, aggiunge. “Dopodiché – conclude Saccucci – è chiaro che la guerra è destinata a coinvolgere anche i movimenti curdi presenti in Iran, che hanno la responsabilità di dover studiare una strategia per il periodo della guerra, per il post e per tutto ciò che una guerra comporta. Non possono restarne fuori, ma non la stanno appoggiando“. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Tiziano Saccucci, dell’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia e autore dell’articolo “Nasce l’alleanza dei partiti curdo-iraniani, tra repressione e attacco Israele-USA”, pubblicato su Dinamo Press. Ascolta o scarica.
March 4, 2026
Radio Onda d`Urto
Nasce l’alleanza dei partiti curdo-iraniani, tra repressione e attacco Israele-USA
Nel cuore delle montagne del Rojhelat, l’Est del Kurdistan, tra le vette e i villaggi inerpicati sulla catena dello Zagros, la politica curda si muove su un filo sottile, sospesa tra aspirazioni di autonomia e realtà di guerra. La nascita della Coalizione dei partiti politici del Kurdistan iraniano, nota anche come «Kurdistan Alliance», rappresenta l’ultimo tentativo di consolidare le forze dell’opposizione curda in Iran. LA COALIZIONE DI FINE FEBBRAIO L’annuncio è arrivato in una mattina di fine febbraio, da un luogo non divulgato nel Kurdistan iracheno, come a sottolineare la delicatezza della mossa. Una scelta che non è passata inosservata: il Governo Regionale del Kurdistan (KRG) ha subito preso le distanze, ribadendo di non permettere che il suo territorio diventi minaccia per Paesi vicini. Un messaggio chiaro, riferito indirettamente a Teheran e un segnale della complessità dei rapporti tra il Kurdistan del Sud e i movimenti curdi dell’Iran. Nel settembre 2023, un accordo di sicurezza tra Erbil, Baghdad e Teheran, firmato sotto la minaccia di un’invasione, aveva costretto quasi tutti i partiti curdi iraniani con base nella regione del Kurdistan al disarmo e alla ricollocazione nell’entroterra. > La coalizione riunisce cinque partiti: il Partito della Libertà del Kurdistan > (PAK), il Partito della Vita Libera in Kurdistan (PJAK), il Partito > Democratico del Kurdistan – Iran (PDKI), l’organizzazione Xebat e una delle > fazioni dell’organizzazione comunista Komala. Il documento che li unisce > richiama principi ambiziosi: autodeterminazione curda, diritti politici e > civili e un Iran democratico, decentralizzato e laico. Ma la sostanza > operativa è tutta da verificare. La coalizione è nata da un organismo preesistente noto come Centro per il Dialogo e la Cooperazione, un forum in cui sette partiti curdi iraniani si incontravano da circa otto-nove mesi. Tale organismo funzionava essenzialmente come uno spazio consultivo: i partiti si riunivano, occasionalmente rilasciavano dichiarazioni congiunte, ma non aveva alcun potere decisionale. Le azioni più forti intraprese fino a oggi consistevano nella proclamazione di alcuni scioperi nelle aree curde. Un risultato positivo, considerando che le organizzazioni in questione hanno alle spalle una lunga storia di conflitti interni. La nuova coalizione rappresenta un tentativo di elevare questo assetto a qualcosa di politicamente più vincolante. Due dei sette partiti originari hanno rifiutato l’adesione: la fazione di Komala guidata da Abdullah Mohtadi, residente negli Stati Uniti ma con un vice-leader operativo a Sulaymaniyah, e il Komala Communist Party of Kurdistan, che contestano la vaghezza delle proposte e l’assenza di un piano concreto di implementazione. LIMITI NUMERICI E PROGRAMMATICI Il testo che accompagna la nascita della coalizione parte da un assunto: il movimento politico curdo ha avuto negli ultimi cento anni diverse occasioni per ottenere la propria libertà, ha lottato per essa, eppure non è riuscito ad ottenerla. Da qui, un’assunzione di responsabilità: «Sebbene la ragione principale di questo fallimento sia stata di natura geopolitica, regionale e internazionale, non possiamo ignorare l’assenza di un discorso condiviso e di una strategia di lotta congiunta tra le forze politiche curde dell’Est del Kurdistan». In larga parte, il comunicato è una vera e propria road map programmatica in quindici punti, in cui i firmatari disegnano l’orizzonte politico dei movimenti curdi per il futuro Iran. I primi due punti riguardano il riconoscimento comune del diritto all’autodeterminazione e l’impegno per la costruzione di istituzioni democratiche negli altipiani curdi, raggiungibile tramite una «lotta congiunta con le altre nazioni sottomesse dell’Iran, con l’obiettivo di rovesciare la Repubblica Islamica e stabilire un sistema politico democratico, decentralizzato e laico che garantisca i diritti di tutte le componenti nazionali, religiose ed etniche». > Al quarto punto emerge uno dei temi più cari al movimento basato sul paradigma > del confederalismo democratico, rappresentato nella coalizione dal PJAK: > «Sosteniamo la lotta delle donne in Kurdistan per la parità di genere e la > loro partecipazione in tutti gli ambiti politici, sociali e amministrativi». Il quinto punto stabilisce che i processi decisionali dovranno avvenire attraverso dialogo e consenso e specifica che: «Riteniamo che ricorrere a qualsiasi forma di violenza, in particolare armata, per risolvere disaccordi sia condannato e proibito». Ciò che potrebbe sembrare ovvio, nella politica curda spesso non lo è: i partiti della coalizione, nel corso di mezzo secolo di lotta armata, hanno più volte fatto ricorso alla violenza tra loro, sfociata in vere e proprie guerre civili, spesso alimentate e strumentalizzate dalle potenze regionali. Il punto sei specifica che ogni forma di resistenza è legittima, inclusa l’autodifesa, per garantire la continuità, l’armonia e l’unità nella sfera civile, politica, culturale e dell’attivismo. L’uso del termine «autodifesa», privilegiato dal movimento confederalista, come altri particolari del documento, lascia trapelare l’influenza del PJAK nella stesura. Abdullah Öcalan, in un messaggio ha invitato il partito a non abbandonare a priori la via della lotta politica «se emerge un terreno basato sull’integrazione democratica», confermando la legittimità della resistenza armata se necessario: «Se la negazione, il genocidio e l’inimicizia continuano, devono proteggersi». > La strada è sicuramente in salita anche per quanto riguarda le alleanze > interne. Il settimo punto del programma dichiara il supporto alla «lotta di > tutti i popoli alla ricerca della libertà in Iran contro la Repubblica > Islamica, lo smantellamento di essa e l’istituzione di un sistema democratico > basato sulla decentralizzazione», estendendo chiaramente gli orizzonti oltre > le regioni curde e cercando di tessere alleanze con le altre componenti del > paese sulla base della «cooperazione reciproca, del riconoscimento del diritto > all’autodeterminazione per la nazione curda e del rifiuto di ogni forma di > dittatura». La prima reazione al comunicato è arrivata da Reza Pahlavi, figlio del deposto scià e aspirante successore, che ha bollato la coalizione come separatista e collaborazionista, affermando che «possiamo aspettarci che l’esercito iraniano adempia al suo dovere nazionale e patriottico, si schieri al fianco del popolo e difenda l’Iran sia dalla Repubblica Islamica che dai separatisti». Ancora una volta, per i movimenti politici curdi, si preannuncia una lotta su più fronti. Alcuni degli articoli chiave del documento sono volutamente vaghi. L’articolo 8, dedicato al coordinamento politico e diplomatico, non chiarisce chi rappresenta la coalizione o come avverranno i rapporti con l’esterno, ad esempio con il KDP di Erbil o il PUK di Sulaymaniyah, né come interagire con altre forze di opposizione iraniane. L’articolo 9 propone un comando congiunto delle forze armate curde, ma il testo parla solo di «lavorare verso la formazione» di questa struttura. Per il momento, ogni partito conserva il controllo sulle proprie armi. Gli articoli da 10 a 14 delineano quello che equivale a un periodo transitorio fino al vero e proprio quadro costituzionale per un Kurdistan post-rivoluzionario: formazione di una struttura di autogoverno nel rispetto della volontà popolare, i cui dettagli non vengono delineati, ma la cui responsabilità sarà quella di «favorire la partecipazione della popolazione civile in vari ambiti e fornire servizi». L’impegno a indire elezioni entro un anno dopo la caduta del regime e a rispettarne l’esito qualunque siano i risultati è ambizioso, forse troppo. Le questioni più complesse: chi controlla il territorio, chi amministra i servizi, quali quadri compongono l’autorità provvisoria, come vengono assegnati i seggi, vengono tutte rinviate. È in questi dettagli che possono facilmente emergere disaccordi tra questi partiti, date le profonde differenze ideologiche e organizzative. IL COLLASSO DEL REGIME Nonostante il duro colpo inflitto alla Repubblica Islamica, il crollo del regime non è scontato, ancor meno lo spazio di manovra in cui i partiti curdi possano applicare la propria roadmap. Il precedente c’è: è chiaramente la rivoluzione del Rojava, e i movimenti curdi del Rojhelat arrivano oggi con un bagaglio di conoscenze, pratiche ed errori che i cugini in Siria non avevano. La fondazione stessa della coalizione può essere vista come un insegnamento dai passati errori. Ma la battaglia, di fatto, non è ancora cominciata, e le contraddizioni non mancano. > Mentre PAK, KDPI, Xabat e Komala possono influire sul piano del coordinamento > politico e della diplomazia, PJAK porta in dote ciò che nessun altro partito > ha: una capacità militare operativa, logistica e di presenza sul campo. Va > detto che sebbene l’accordo del 2023 abbia seriamente minato le capacità > militari degli altri partiti, con la crescente pressione esercitata sull’Iran > dagli Stati Uniti, il KRG potrebbe allentare la presa e permettere un graduale > riarmo. Tuttavia, solo il PJAK possiede strutture militari, basi operative e guerriglieri distribuiti in Rojhelat e Bashur, con esperienza pluridecennale di resistenza armata. Molti combattenti del PJAK hanno partecipato alla rivoluzione del Rojava come volontari e alcuni comandanti erano tra le file della guerriglia del PKK prima ancora della fondazione del PJAK. Senza di loro, la coalizione resta simbolica. Con loro, il peso delle decisioni strategiche ricade su un singolo partito, esposto a rischi enormi. Oltre al piano operativo, c’è una questione di rappresentanza, non meno importante. Quattro dei leader presenti alla conferenza stampa di presentazione della coalizione: Mustafa Hijri del KDPI da Nagadeh, Hussein Yazdanpanah del PAK da Bukan, Baba Sheikh Hosseini di Xebat da Baneh, e Reza Kaabi di Komala da Saqqez, provengono da un cluster limitato di città Sorani e Sunnite. Solo PJAK, con Peyman Viyan da Mako, unica donna presente, e dirigenti provenienti da zone Sciite e Kurmanji, estende la propria influenza al di fuori di questo nucleo. Anche ammettendo una piena rappresentanza della regione Sorani-Sunnita, quattro dei cinque partiti si contendono principalmente la rappresentanza di 3-4 milioni di persone, su una popolazione curda totale stimata tra 10 e 12 milioni. PJAK può contare su una presenza più diffusa, anche considerando le organizzazioni della società civile a a lui ideologicamente vicine come KJAR e KODAR, ma è evidente che ognuno di questi partiti dovrà impegnarsi in uno sforzo politico significativo se vuole aspirare a rappresentare realmente il vasto mosaico sociale, culturale e religioso che abita il Kurdistan dell’est, per non parlare dei milioni di curdi residenti nella regione del Khorasan o a Teheran. La recente escalation militare ha trasformato anche la Regione del Kurdistan in Iraq in un vero e proprio campo di battaglia. Erbil è stata colpita da droni, sirene di allarme e blackout elettrici per due notti consecutive. Le sedi di PAK, KDPI e Komala sono state prese di mira con missili e droni, come a Sulaymaniyah, Pirdê e Sûrdaş. Gli attacchi non hanno causato vittime, ma mostrano la capacità iraniana di colpire rapidamente e lanciare un messaggio ai movimenti curdi. > In questo contesto, anche se l’indebolimento della Repubblica Islamica > potrebbe sembrare una grande opportunità, la coalizione si trova in una > posizione delicata: ogni azione militare rischia di provocare una repressione > feroce. Se gli Stati Uniti dovessero nuovamente ritirarsi e negoziare con > Teheran e se nessun movimento nazionale emergesse in Iran, il Kurdistan si > troverebbe ancora una volta isolato, a combattere da solo contro un regime > ancora potente e determinato. Il PJAK, in quanto forza militare più organizzata, è dunque al centro di un dilemma politico e militare: ha la capacità di difendersi, ma non può scatenare una guerra aperta senza il rischio di ritorsioni devastanti. I suoi leader hanno più volte dichiarato di essere pronti a difendere una rivoluzione nata dalla società iraniana, ma di rigettare l’intervento esterno e le mire imperialiste di potenze regionali o internazionali. Ogni azione militare e politica implica un calcolo preciso, ogni scelta strategica diventa una responsabilità pesante e rischiosa, che implica bilanciare aspirazioni di libertà e autodeterminazione con la dura realtà della guerra. I prossimi giorni e gli eventi sul terreno determineranno se la coalizione sarà un simbolo di unità politica o una forza reale sul campo. Nel frattempo, le montagne del Rojhelat osservano silenziose, pronte a testare la resistenza dei loro guerriglieri. La copertina è di Kurdishstruggle (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Nasce l’alleanza dei partiti curdo-iraniani, tra repressione e attacco Israele-USA proviene da DINAMOpress.
March 4, 2026
DINAMOpress
Berlinale 2/ Kurtuluş di Emin Alper
Dopo le polemiche seguite alle dichiarazioni di Wim Wenders, presidente di giuria, per cui il cinema “dovrebbe tenersi fuori dalla politica” (e che hanno provocato il forfait di Arundathy Roy e di alcuni altri ospiti che hanno rinunciato alla loro presenza), la 76° edizione della Berlinale si è spontaneamente trasformata in un confronto tra due gruppi: quello degli ospiti che, nelle conferenze stampa o nelle sessioni di Q&A, menzionano apertamente il genocidio di Gaza e quello di coloro che, invece, si astengono dal farlo. Tra i primi – in buona compagnia e sempre sostenuti da fragorosi applausi del pubblico (chiaramente meno timido degli organizzatori e dei responsabili e meno servile ai diktat culturali del governo tedesco, generoso finanziatore del festival ma anche disinvolto fornitore di armi e tecnologia a Israele) spicca Emin Alper, una delle voci più interessanti del nuovo cinema turco. > Il regista ha legato esplicitamente il proprio film, che esplora i crimini che > una società, una comunità, un gruppo può commettere contro un altro, > all’orribile genocidio dei palestinesi commesso dall’esercito e dallo Stato di > Israele nella striscia di Gaza. Abbiamo già qui un primo elemento di riflessione: si tratta di un film ambientato nel Kurdistan turco, in quella Turchia profonda che sopravvive accanto e all’interno di un paese in larga parte modernizzato e che Alper ama esplorare con sguardo autoptico, forense, quello partecipe dello storico militante più che quello freddo e distaccato dell’entomologo. Un film, dunque, sugli arcaismi della società turca, ma che intende con decisione parlare di un orizzonte più ampio, universale, attento all’umano in quanto tale. Da qui il collegamento tra un conflitto di gruppo caratteristico delle dinamiche sociali del Kurdistan remoto e rurale e le terribili dinamiche comunitaristiche che covano e possono riemergere in ogni gruppo umano, al di là delle specifiche caratteristiche, credenze e linguaggi. Peraltro, assistendo nel film al lento ma inesorabile amplificarsi del conflitto mortale tra i clan dei Bezari e quello degli Hazerani (del tutto immaginari) si coglie immediatamente un’aria di parentela con storie e leggende del Kanun e della gjakmarrja albanesi, con le faide del meridione d’Italia o del Tha’r arabo-berbero, fino alle dinamiche dei clan gaelici e scozzesi, pur nella amplissima diversità di questi fenomeni sociali. Seguendo questa strada, il cinema di Alper diviene in quest’opera – la più cupa tra i suoi lavori – quasi antropologico, esplorando l’arcaico latente nell’abisso che ognuno di noi, potenzialmente, alberga in sé e che può costantemente riemergere sotto la minaccia di un pericolo vitale, vero o immaginato che sia, poco importa. Un cinema antropologico, dicevo, e tuttavia mai riduttivamente etnografico: la sceneggiatura e il formalismo restano prevalenti in questo film che, a partire dalla scelta di attori professionisti con consolidatissime esperienze (Caner Cindoruk nel ruolo di protagonista maschile, insieme a Berkay Ateş, Feyyaz Duman, Naz Göktan e Özlem Taş, per un’ottima e convincente recitazione corale), non intende mai semplicemente ritrarre una presunta realtà per come è. Intende piuttosto costruirla di sana pianta, a partire dall’invisibile eppure materialissima esperienza che ognuno di noi sa, in modo più o meno oscuro, essere possibile e di cui avverte la minacciosa e inquietante presenza. Per farlo, Alper utilizza tutti gli strumenti a sua disposizione, a partire da una location spettrale e labirintica, in cui l’illuminazione elettrica, invece che dissolvere, amplifica le ombre, interiori ed esteriori, tra cui si muovono con crescente incertezza i vari personaggi. Un’atmosfera spettrale cala progressivamente, come una cappa, sulla angusta realtà geografica dei due villaggi, distanti poche centinaia di metri eppure estranei l’uno all’altro come mondi alieni e incompatibili. > La stessa cappa scende sulla psiche dei personaggi, progressivamente annebiati > dall’illusione di una minaccia, prigionieri dei meccanismi di esaltazione > collettiva e distruttiva che essi, al tempo stesso, subiscono e alimentano. È ben vero che la minaccia ha un fondamento reale, materiale, che lo spettatore “razionale” osserva e comprende da fuori anche se, privi di ogni familiarità con la storia turca degli ultimi decenni, afferriamo con difficoltà tutti i dettagli, nella scarsità di elementi didascalici offerti dalla sceneggiatura. Proviamo allora a inquadrare meglio il conflitto tra i due clan nel suo contesto storico: al culmine del conflitto che ha caratterizzato la questione kurda, le comunità rurali e montane vennerò in larga misura smantellate, da un lato dall’intervento militare, dall’altro dalla violenta dinamica dei fatti: alcuni presero la via delle montagne e si unirono alle forze del PKK, altri gruppi abbandonarono provvisoriamente i propri villaggi nell’attesa di tempi migliori, altre comunità ancora restarono a presidiare il territorio come “guardiani”, collaborando con l’esercito nella lotta contro il “terrorismo”. Terminata la fase acuta del conflitto, molte delle famiglie e dei clan che erano partiti tornarono nei propri villaggi, reclamando le terre di cui erano legittimi proprietari. Naturalmente, nel frattempo, queste terre non erano restate incolte, ma erano state occupate e coltivate da coloro che erano rimasti a “guardia” dei villaggi: il ritorno e il conflitto su queste proprietà, provvisoriamente abbandonate, è la ricetta, materiale e per questo universalmente leggibile, per l’esplosione del conflitto narrato nel film. Ma la realtà materiale non è tutto e, anzi, non è forse neanche la cosa principale nel microcosmo di Emin Alper. Da questa base materiale emerge una dimensione più profondamente psicologica, spirituale, interiore ed emotiva, non sempre e non completamente comprensibile con gli strumenti della razionalità. Su questo terreno, ad esempio, non si combatte ad armi pari con la spiritualità diffusa nella piccola comunità, guidata inizialmente senza alcuna resistenza dal moderato sceicco Ferit. Ma questo strato più arcaico è lungi dall’essere immobile, pacificato. Al contrario, è proprio da qui che emergono le tensioni e le ombre che aprono ai peggiori misfatti commessi dalla comunità, che si muove ormai come un unico corpo e un’unica mente, quando il profeta incontra il suo popolo e la sua monomaniaca fissazione per la sicurezza, la purezza, la verità che non vede – ma soprattutto non tollera – più alcun ostacolo. > Gli ingegni si fanno di pietra, i personaggi cominciano a muoversi come automi > nella non più discernibile zona grigia tra la veglia e il sonno: de te fabula > narratur, nell’era di Trump, Netanyahu, Erdogan – e la lista sarebbe troppo > lunga da completare. Eppure il punto di vista esterno, con la sua razionalità, non viene mai completamente perso di vista, e mai scompare dall’orizzonte di riflessione. In questo film di Alper, come nel suo precedente e altrettanto intelligente Kurak Günler (Burning Days, a Cannes nel 2022), vi sono sempre dei personaggi che riescono a restare ancorati alla realtà, che non vengono risucchiati dal vortice dell’esaltazione religiosa, dell’illuminazione profetica, o del delirio comunitario. Per fortuna. E tuttavia, se restano irrimediabilmente esterni – potremmo chiederci – quale esito e quale politica sono veramente possibili per la collettività, per la moltitudine, per i molti che rifiutano il nome dell’Uno? Esiste una “salvezza” alternativa a quella della superstizione e dell’odio, a quella del fascismo che cova potenzialmente in ognuno di noi? La riflessione cinematografica di Alper non sembra al momento intravedere, o comunque suggerire, alcuna risposta. Ma forse tutto non è ancora detto. Pur indagando l’Anatolia profonda, questo film può suggerirci indirettamente che non tutte le comunità sono sempre e comunque in preda alla superstizione, alla chiusura autoreferenziale. In una bella recensione di questo film su “Variety”, Catherine Bray indica l’involuzione autoritaria e fanatica dell’ICE e la sua disastrosa e assassina operazione negli US come un paradigmatico esempio delle derive autoritarie nel mondo odierno, simili a quelle esplorate e denunciate in Kurtuluş. Ma possiamo anche rovesciare questo punto di vista, cambiare la prospettiva e dire, con Foucault, che laddove c’è potere, ivi e sempre c’è anche resistenza. Non è proprio la comunità civile di Minneapolis che si è autorganizzata nella resistenza dal basso, pagando a caro prezzo la sua spontanea manifestazione di civiltà, ma anche mostrando che un’altra “salvezza” è ancora possibile? Oltre le ombre cupe del fascismo contemporaneo, forse in un prossimo futuro anche il cinema di Alper vorrà guardare nella direzione di un diverso modo di essere in comune, per cogliere quei segnali di umanità che non mancano mai, in nessuna società e tantomeno in quella turca. In copertina un fotogramma dal film SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Berlinale 2/ <em>Kurtuluş</em> di Emin Alper proviene da DINAMOpress.
February 22, 2026
DINAMOpress
“LIBERARE ÖCALAN, DIFENDERE IL ROJAVA”: SABATO 14 FEBBRAIO 2026 MANIFESTAZIONI A ROMA, MILANO E CAGLIARI
Il 15 febbraio 2026 ricorrerà il ventisettesimo anniversario del rapimento del leader e cofondatore del Partito dei Lavoratori del Kurdistan Abdullah Öcalan nel 1999, a Nairobi, in Kenya. Da quel giorno Öcalan è detenuto sull’isola-carcere di Imrali, nel mar di Marmara, in Turchia. Il leader del Movimento di liberazione curdo si trovava in Kenya perché diretto in Sud Africa, dove Nelson Mandela gli aveva offerto asilo politico dopo che diversi paesi europei – Italia compresa – glielo avevano negato. Da mesi, infatti, aveva lasciato la Siria – minacciata dalla Turchia di invasione se non l’avesse cacciato dal proprio territorio – per intraprendere un viaggio in Europa in cerca di appoggio diplomatico per una soluzione politica della questione curda. La cattura di Öcalan, e la sua consegna allo stato turco, furono orchestrate dai servizi segreti di diverse potenze capitaliste e imperialiste globali. Per questo il Movimento di liberazione curdo parla di “complotto internazionale”. Ogni anno, il 15 febbraio – il “giorno nero” – le comunità curde, che vedono in Öcalan la propria avanguardia politica, scendono in piazza in Kurdistan, in Europa e nel mondo insieme alle persone solidali con la loro causa. Quest’anno, 2026, l’anniversario del rapimento di Öcalan cade in un momento storico nel quale l’esperienza rivoluzionaria di autogoverno della Siria del nord-est (Rojava) secondo il modello del confederalismo democratico (ideato proprio dal leader del movimento curdo) affronta una minaccia esistenziale – l’ennesima – a causa della pesante offensiva mossa dal cosiddetto governo di transizione siriano dai primi giorni del mese di gennaio. Per questo in Italia, sabato 14 febbraio 2026 sono previste tre manifestazioni di piazza: a Roma (Piazza Indipendenza, ore 14.30), a Milano (Largo Cairoli, ore 14.30) e a Cagliari (Piazza Garibaldi, ore 17). La parola d’ordine, quest’anno, è “Liberare Öcalan, difendere il Rojava”. Su Radio Onda d’Urto è intervenuto, per presentare i cortei, Tiziano Saccucci dell’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia. Ascolta o scarica.   *La rete locale della campgana “Rise up 4 Rojava” ha organizzato una partenza collettiva per raggiungere il corteo di Milano da Brescia: appuntamento alle ore 13 alla Stazione Fs. Riportiamo di seguito il comunicato di Uiki Onlus, Rete Kurdistan, Centro socio-culturale Ararat di Roma e Associazione confederalismo democratico Kurdistan di Milano: Kobane è sotto assedio. Undici anni fa era l’ISIS a stringere d’assedio la città simbolo della resistenza curda, oggi sono le forze del nuovo governo siriano, affiancate da milizie filoturche, a chiudere ogni via di fuga. Cambiano gli attori, ma non la logica: cancellare l’esperimento politico curdo e ridurlo a una parentesi da archiviare con la forza. Il ritiro forzato delle Forze della Siria Democratica (SDF) da Raqqa, Tabqa e Deir ez-Zor ha ridotto drasticamente il territorio amministrato dall’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria (DAANES). Kobane è oggi senza elettricità, acqua, riscaldamento, carburante e collegamenti internet, mentre migliaia di civili provenienti dai villaggi circostanti hanno trovato rifugio in città, aggravando una situazione già al collasso. Bambini, anziani e famiglie dormono all’aperto o in tende improvvisate, mentre le strutture sanitarie operano senza corrente. Le SDF continuano a difendere la popolazione civile e a garantire la custodia dei prigionieri ISIS, ma il collasso di prigioni e campi rischia di favorire fughe di massa e la riorganizzazione di cellule jihadiste, minacciando la stabilità regionale e la sicurezza internazionale. Alla base della DAANES c’è il Confederalismo Democratico, il progetto politico sviluppato da Abdullah Öcalan, leader storico del movimento curdo. La sua visione rifiuta lo Stato-nazione come strumento di oppressione e propone autonomie locali, consigli popolari, parità di genere, economia cooperativa e autodifesa comunitaria. Questo modello ha ispirato la costruzione di un progetto di Siria plurale, dove curdi, arabi, cristiani, ezidi e altre minoranze hanno coabitato, sperimentando forme di democrazia diretta e convivenza tra identità diverse. È qui che l’ISIS è stato sconfitto, al prezzo di migliaia di vite, dimostrando che un Medio Oriente libero e democratico è possibile. La rivoluzione del Rojava e l’esperimento dell’autogoverno sono oggi messi in pericolo non solo dalle offensive militari, ma anche dall’inerzia della comunità internazionale, che osserva mentre città come Kobane vengono isolate e private dei servizi essenziali. In questo contesto, la liberazione di Abdullah Öcalan rimane centrale. Dal 1999, Öcalan è detenuto in isolamento sull’isola-prigione di Imrali: la sua detenzione non rappresenta solo una violazione dei diritti umani, ma costituisce un ostacolo alla pace e alla risoluzione della questione curda in ognuno dei paesi in cui il Kurdistan è diviso. Öcalan ha più volte proposto soluzioni politiche e negoziati per il riconoscimento dei diritti dei curdi all’interno dei paesi in cui questi vivono, e la sua liberazione è un passo fondamentale per sostenere l’autogoverno del Rojava e le prospettive di stabilità regionale. Inoltre il leader curdo ha mostrato la sua volontà di concludere il conflitto ancora una volta il 27 febbraio scorso, aprendo la via ad un nuovo processo di pace con lo scioglimento del PKK. Quel processo, è ora più fragile che mai. Come nel passato, la resistenza continua. A Kobane, la popolazione civile si mobilita per difendere la città, con donne e uomini, curdi ed ezidi, armeni e siriaci che sostengono la difesa dei quartieri. Quello che è in gioco non è soltanto un territorio, ma un intero modello politico: la possibilità concreta di costruire una Siria democratica, plurale e inclusiva, che sfidi il fondamentalismo e il centralismo autoritario. Il 14 febbraio 2026 ci ritroveremo in corteo a Roma e Milano per chiedere la liberazione di Abdullah Öcalan e di tutti i prigionieri politici in Turchia, per difendere la rivoluzione curda e il futuro delle comunità del Nord-Est della Siria. Tacere oggi significherebbe voltare le spalle a chi ha combattuto l’ISIS e tradire chi dimostra, da oltre dieci anni, che un Medio Oriente libero e democratico è possibile. La resistenza continua, e noi saremo al loro fianco. ROMA – 14 Febbraio ore 14:30 – Piazza indipendenza MILANO – 14 Febbraio ore 14:30 – Largo Cairoli Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia Retekurdistan Italia Comitato Il tempo è Arrivato – Libertà per Öcalan Centro Socio-Culturale Ararat Associazione Confederalismo Democratico Kurdistan
February 11, 2026
Radio Onda d`Urto
“LA RESISTENZA HA FERMATO, PER ORA, I PIANI DELLE POTENZE CAPITALISTE CONTRO L’AUTOGOVERNO IN ROJAVA”, INTERVISTA AD HAVIN GUNESER
Radio Onda d’Urto ha intervistato Havin Guneser, tra le fondatrici dell’assemblea dell’Academy of Social Science e già portavoce della campagna “Freedom for Abdullah Öcalan – Peace in Kurdistan”. Con Havin Guneser abbiamo commentato quanto accaduto nelle ultime settimane, nel mese di gennaio 2026, in Siria del nord-est, Rojava, e in tutto il Kurdistan. Nell’intervista l’intellettuale e militante curda inquadra l’offensiva delle milizie del cosiddetto governo di transizione siriano contro l’Amministrazione autonoma della Siria del nord-est all’interno di quella che il movimento di liberazione curdo definisce come la Terza guerra mondiale. Con questa prospettiva, spiega Guneser nell’intervista, è possibile comprendere come le potenze imperialiste – globali e regionali – si siano allineate per sostenere Al-Jolani/Al-Sharaa, pronto a garantire i loro interessi, e attaccare l’autogoverno del Rojava, che propone invece una soluzione politica per il Medio oriente fondata sull’autodeterminazione dei popoli. Insieme ad Havin Guneser, inoltre, abbiamo commentato il ruolo dei media mainstream, da settimane impegnati in una propaganda feroce contro l’Amministrazione autonoma del Rojava e le Forze democratiche siriane. Infine, abbiamo ricordato il ruolo del leader e co-fondatore del movimento di liberazione curdo Abdullah Öcalan. Tra pochi giorni, infatti, ricorre il ventisettesimo anniversario del suo rapimento e incarcerazione sull’isola turca di Imrali. Qui l’intervista di Radio Onda d’Urto ad Havin Guneser doppiata in italiano. Ascolta o scarica. Here is the original English version of Radio Onda d’Urto’s interview with Havin Guneser. Listen or download.   Di seguito, invece, riportiamo la trascrizione dell’intervista di Radio Onda d’Urto ad Havin Guneser: Havin Guneser, per prima cosa ti chiediamo come possiamo definire e commentare quanto accaduto nelle ultime settimane in Siria del nord-est, Rojava, e poi in tutto il Kurdistan. Qual è la tua valutazione riguardo alla situazione attuale e all’accordo di cessate il fuoco? Risposta: Naturalmente, ci sono molti livelli di lettura di ciò che è accaduto nell’ultimo mese in Rojava e nella regione. Credo che ne avessimo parlato nell’ultima intervista che abbiamo fatto qui su Radio Onda d’Urto. Come abbiamo sottolineato, e come ha sottolineato Abdullah Öcalan, negli ultimi vent’anni circa ci siamo trovati nel mezzo di una Terza guerra mondiale. Negli ultimi due anni questa Terza guerra mondiale è diventata sempre più visibile, con l’epicentro che coincide con la geografia curda, che comprende Iran, Iraq, Siria e Turchia. Di conseguenza, tutto ciò che sta accadendo sta influenzando molto i curdi, il popolo curdo. Credo che le potenze globali e regionali, in Medio Oriente, abbiano compiuto molti sforzi per tenere i curdi dalla loro parte o per attaccarli, massacrandoli e così via, in modo da poter determinare quale sarà il nuovo assetto politico e territoriale del Medio Oriente nei prossimi 100 anni. Per questo motivo è stato molto, molto importante per i curdi sviluppare una propria visione di ciò che sta accadendo nella regione. Ci sono molti attori, dagli Stati Uniti all’Inghilterra, a Israele, così come l’Iran, alcuni paesi arabi come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, e soprattutto la Turchia, che determinano come saranno le cose in Medio Oriente. E sappiamo che il conflitto principale in atto riguarda i corridoi energetici, i combustibili fossili e, in generale, il controllo sulle risorse del Medio Oriente, nonché l’apertura di aree geografiche che non sono state ancora aperte davvero al sistema capitalista, al sistema mondiale in generale, per il loro sfruttamento. Come i territori dell’ex Unione Sovietica o l’Iran e la Siria o luoghi simili. Questo è un livello. Il secondo livello, ovviamente, è la questione curda stessa. Negli ultimi 100 anni, o poco più, i curdi sono stati divisi tra questi Stati coloniali, che sono stati creati, in realtà, da potenze come l’Inghilterra e la Francia, e questo quadro politico è stato mantenuto dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e da altri. Quindi tutto ciò che esula da questo quadro è stato dichiarato illegittimo, come nel caso del Movimento di liberazione curdo. È stato dichiarato illegittimo perché ha un proprio quadro filosofico e ideologico su come risolvere i conflitti in Medio Oriente. Penso che stiamo assistendo al dispiegarsi di tutte queste contraddizioni. Stiamo assistendo al modo in cui stanno cercando di dividere e governare nuovamente il Medio Oriente per i prossimi 100 anni. E così tutti vogliono attirare i curdi dalla propria parte e, se i curdi non lo fanno, se non agiscono o non si alleano con queste forze regionali o globali, allora li attende un massacro o un genocidio. Penso che questo sia ciò che abbiamo visto nell’ultimo mese. Sappiamo che negli ultimi 14 anni, dalla rivoluzione in Rojava, c’è stato un enorme sforzo da parte delle forze globali per convincere il Rojava a cambiare la sua prospettiva su come vivere, su quale tipo di sistema politico adottare, a eliminare l’autogoverno, l’autodifesa e la libertà delle donne nella regione. Quindi c’è stata un’enorme lotta politica. Naturalmente, prima di questo, come sapete, c’era stata una grande lotta esistenziale contro Daesh. Quindi, nell’ultimo mese, abbiamo assistito a una forte pressione sui curdi affinché diventassero alleati nella lotta contro Hashd al-Shaabi, contro l’Iran, sempre di più, e diventassero un alleato di questo tipo in Medio Oriente. Ma questo è stato rifiutato sia dal Movimento di liberazione curdo in generale, sia dall’autogoverno del Rojava. E così abbiamo visto che l’area è stata nuovamente lasciata in balia di Al-Qaeda, dell’Isis, della Turchia, tutte forze che in realtà vogliono conquistare più territorio e più controllo per sé stesse. Naturalmente, stiamo vedendo che, come sapete, la legittimità è concessa solo dalle potenze globali. Lo sapevamo già, ovviamente, ma ora è estremamente importante che tutti lo vedano e ne traggano insegnamento. È chiaro che c’era un accordo tra Hts, l’ex Isis e tutti questi diversi gruppi jihadisti, che hanno accettato la conquista israeliana delle alture del Golan e anche, come sapete, della regione di Suwayda, quindi il sud della Siria. In sostanza, abbiamo visto che attraverso incontri a Parigi, Erbil e altrove, la capitolazione è stata imposta all’autogoverno della Siria sud-orientale e anche al Rojava, nel nord-est. Quindi c’è stata una grande resistenza a questi piani e abbiamo visto la resistenza e la lotta della popolazione locale insieme agli amici del Rojava in tutto il mondo. Tutto questo piano è stato fermato per un soffio. Non è ancora finita, si tratta di un processo. Prima di tutto, ciò che è stato accettato è stato di fermare i massacri che stavano per continuare, perché il Movimento di liberazione curdo, Abdullah Öcalan e l’autogoverno del Rojava hanno capito che coloro che hanno deciso questa offensiva volevano iniziare una guerra tra curdi, turchi, curdi, arabi, persiani. Ancora di più. Quindi, quello che si sta cercando di fare è, da un certo punto di vista, molto complicato, ma in un altro senso anche piuttosto chiaro, perché tutto è collegato. Da un lato, quello che stanno cercando di fare è dire ai curdi che il paradigma di Abdullah Öcalan non funziona: le tribù arabe hanno voltato le spalle a questo progetto, quindi la fratellanza tra i popoli non funziona, dicono. Vogliono affermare che in Medio Oriente ciò che funziona sono gli stati nazionali basati su un’unica etnia, quindi i curdi dovrebbero puntare a questo e dimenticare il confederalismo democratico e la nazione democratica. Quindi c’è stato un enorme attacco sia ad Abdullah Öcalan che al paradigma che egli propone. Ma d’altra parte, ovviamente, stiamo vedendo che questo è l’unico progetto, l’unico paradigma che può funzionare nella regione. Tutti gli altri comportano un bagno di sangue e un modo per l’imperialismo, o come vogliamo chiamarlo, le potenze globali, se preferite, per ridisegnare il sistema. Quindi tutti vogliono “avere un proprio curdo”. Anche la Turchia. Ovviamente ci sono ancora dei colloqui in corso in Turchia, ma anche lo Stato turco non è omogeneo. Ci sono diversi piani sul tavolo. Da un lato ci sono i colloqui, dall’altro ci sono Hezbollah o le guardie dei villaggi che sono ancora molto attive e che cercano anche di svolgere un ruolo negativo in questo processo. E se il Movimento di liberazione curdo si indebolisce, queste forze diventeranno più decisive e cercheranno di portare più curdi dalla loro parte per combattere qualche guerra per conto loro. Anche all’interno di Daesh ci sono alcuni curdi, anche se non sono molti. Anche l’Iran sta cercando di coinvolgere i curdi, lo stesso fa l’Iraq e naturalmente anche la Siria. Anche gli Stati Uniti, Israele e l’Inghilterra cercano di formare una propria “contingenza curda”, perché sanno che i curdi hanno subìto un torto e che c’è una certa emotività al riguardo. Quindi tutti questi attori pensano che potrebbe essere utile avere una popolazione che combatta contro turchi, gli arabi o gli iraniani, in modo da cambiare il panorama politico del Medio Oriente. Quello che Abdullah Öcalan e il Movimento di liberazione curdo in generale stanno cercando di fare è stringere una sorta di accordo basato sul riconoscimento legale dei curdi e impedire che questi ultimi vengano utilizzati dalle diverse forze – come Israele, Inghilterra, America o qualsiasi altra forza, comprese l’Iran, l’Isis o la Turchia – per ottenere benefici per loro e i loro interessi. Così potrebbe essere possibile ricostruire il ruolo dei curdi nella regione, affinché possa svilupparsi un processo costruttivo e positivo basato sulla libertà delle donne, sulla nazione democratica e sull’autogoverno. Questo potrebbe consentire anche di porre fine al massacro tra i popoli, perché una volta iniziato è impossibile fermarlo. Lo sforzo per la liberazione curda è evidente. Quindi, gli accordi stipulati in Siria dovrebbero essere visti da questa prospettiva. Non è sicuramente l’accordo più vantaggioso che sia mai stato stipulato, ma visti gli attacchi ad Aleppo, l’accordo tra le potenze regionali e mondiali, in particolare Stati Uniti, Regno Unito e, naturalmente, Francia e Israele per spazzare via l’amministrazione autonoma curda e invadere l’ultimo avamposto iraniano in Iraq, controllato dalle forze Hashd al-Shaabi, per poi entrare in Iran… Voglio dire, tutti nel mondo dovrebbero poter vedere il coraggio del movimento di liberazione curdo, sia in Rojava che in ogni altro luogo, nel cercare di trovare una soluzione ragionevole e logica davanti a ciò che sta accadendo nella regione e nel tentativo di impedire al fascismo di mettere le radici in Medio Oriente. Come ho detto, l’accordo in Siria è ben lungi dall’essere perfetto, ma è un punto di partenza, perché per la prima volta i curdi sono stati accettati come entità legali in Rojava, in Siria. Questo non significa che domani non ci saranno più combattimenti, perché non sappiamo cosa ci riserverà il futuro. Kobane è ancora sotto assedio, quindi il pericolo non è affatto scongiurato, ma l’approccio dei curdi è quello di continuare con questo tipo di colloqui e negoziati e di riuscire a trovare soluzioni ai problemi della regione attraverso la democrazia, mantenendo al contempo la loro autodifesa e il loro autogoverno, mantenendo i curdi in una posizione chiave in cui possano usare la loro determinazione per lo sviluppo della fratellanza tra i popoli, la libertà delle donne e la nazione democratica nella regione. Da questo punto di vista questo mese è stato molto, molto importante. Sapevamo che in questo mese Stati Uniti, Israele, Regno Unito e Francia avevano davvero fretta di concludere tutto molto rapidamente. Ma penso che la resistenza e la lotta, prima di tutto in Rojava, ma poi in tutto il mondo, siano state davvero fondamentali e decisive per impedire che questo piano avesse successo. Penso che possiamo dire che questo mese è stato compiuto un passo incredibile e cruciale. Possiamo giungere a questa conclusione con grande sicurezza. Gli attacchi del governo siriano contro l’Amministrazione autonoma della Siria del nord-est sono stati accompagnati da una massiccia campagna mediatica e di propaganda contro l’Amministrazione autonoma e le Sdf in particolare. In questo attacco mediatico abbiamo visto attivi soprattutto media come Al Jazeera, Middle East eye, ovviamente i media turchi e gli esponenti del governo turco, ma anche diversi media occidentali. Perché? Risposta: Sì, come abbiamo sottolineato non esiste un governo siriano. Come ho già detto, erano terroristi, erano illegittimi. Sono stati loro a compiere l’attentato alle Torri Gemelle. E poi, Jolani aveva una taglia di non so quanti milioni di dollari sulla sua testa. Quindi, quello che stiamo vedendo è la corruzione delle élite del sistema mondiale. Non si tratta solo di Epstein. La corruzione cui stiamo assistendo ha permeato ogni angolo delle procedure statali. Stiamo scoprendo che molte persone sono collegate a questi file di Epstein. Ma a parte questo, voglio dire, potete immaginare qualcuno che è collegato all’attentato alle Torri Gemelle? Ci sono anche molte teorie cospirative, ne sono consapevole. Ma in effetti poi questi sono stati messi a capo della Siria. Non stiamo parlando di un sistema di valori. Quello cui assistiamo è che le élite delle potenze globali decidono chi è vantaggioso per loro. E in base a ciò, il terrorista di ieri può diventare legittimo. E coloro che sono legittimi, con l’autogoverno e tutto il resto, possono diventare illegittimi molto rapidamente. E lo abbiamo visto in Rojava. Il motivo per cui Al Jazeera, persino Der Spiegel – ovviamente sappiamo che Der Spiegel non ha mai riportato in modo molto obiettivo o indipendente nemmeno in passato – riportano le notizie in un certo modo è che è in atto un tentativo di convincere la gente che questi ora sono i buoni e gli altri, poiché non sono in linea con i nostri interessi e profitti, ora sono i cattivi. Questo è un tentativo di manipolare i fatti, rendere le cose più accettabili e mostrare che questi non sono più i cattivi di una volta, ma si sono trasformati. Quindi penso che dovremmo vederla in questo senso. Quello che stanno cercando di dimostrare a tutti è che non è possibile vivere come fanno i curdi, basandosi sulla libertà delle donne e così via… Che questo non è possibile. Voglio dire, abbiamo persino visto che, quando hanno gettato quella coraggiosa militante dall’edificio distrutto, invece di parlare di quanto sia barbaro – non voglio nemmeno usare la parola barbaro perché sappiamo che nella storia i barbari erano le persone buone, non quelle cattive… Ma, sapete, sono così crudeli e violenti e assetati di sangue che hanno gettato questa militante dall’edificio distrutto ad Aleppo – ebbene, invece di parlare di questo, hanno parlato di quanto la combattente fosse giovane. Insomma, si tratta solo di distorsione dei fatti e di rendere accettabile all’opinione pubblica l’idea che almeno possiamo lasciar perdere, che non dovremmo soffermarci troppo su quanto sta accadendo. In realtà stanno cercando di creare… Sapete, come dei tifosi, come fosse una partita di calcio o qualcosa del genere… Non si tratta di valori umani, ma solo di profitti, benefici, ed è tutta una questione di “campismo”. Voglio dire, anche alcuni esponenti della sinistra ortodossa stanno entrando in questo gioco. Per alcuni ormai non si tratta più di quali valori, ma di quale potere si sostiene, con quale potenza egemonica si è allineati. Per questo è molto importante avere mezzi di comunicazione alternativi, ed è anche importante esercitare pressione sui media mainstream con proteste, e-mail, lettere, per far capire che è inaccettabile che si comportino in questo modo. Per di più, alcuni di loro lo fanno utilizzando il denaro delle tasse, il denaro del popolo. Dobbiamo vedere e smantellare questo tipo di sforzi mediatici volti a legittimare gli orribili massacri e genocidi che stanno avvenendo. Tra pochi giorni sarà il 15 febbraio, cioè il ventisettesimo anniversario del rapimento di Abdullah Öcalan. Qual è stato il ruolo di Öcalan in queste settimane? Risposta: Sì, dal 15 febbraio 1999 stiamo entrando nel 27° anno dal rapimento di Abdullah Öcalan. All’epoca, la Turchia, l’esercito turco e lo Stato diedero alla Siria un ultimatum: consegnare Ocalan o subire un attacco. Stiamo ora guardando la situazione della Siria dopo tanti anni e vediamo che, come Abdullah Ocalan stesso ha ripetuto più volte, volevano avviare un intervento molto più profondo in Medio Oriente con il suo rapimento e riuscire a ottenere i curdi, a usare i curdi per poterlo fare, soprattutto se fossero riusciti a farlo uccidere durante il viaggio verso la Turchia o se in qualche modo si fosse tolto la vita o lo Stato turco lo avesse ucciso in prigione. In quel caso ci sarebbe stata una guerra enorme e tutti gli sviluppi in Medio Oriente fino ad oggi sarebbero diventati molto più rapidi. Invece, Abdullah Öcalan ha lavorato molto duramente sulla strategia durante tutta la sua detenzione, e anche prima, ovviamente, mentre era in Siria, per vedere quale tipo di soluzione per il Medio Oriente non favorisse l’imperialismo, le potenze mondiali globali, ma cercasse invece di trovare una soluzione con le comunità locali e le potenze della regione. Per questo ora Ocalan ha effettivamente tracciato un parallelo con ciò che è successo ad Aleppo. L’ha definito un secondo 15 febbraio, perché si tratta di un complotto simile a quello del 1999. Questo perché, come forse i vostri ascoltatori sanno, proprio mentre stavano per firmare un accordo il 4 gennaio, il ministro siriano Shibani, che è vicino allo Stato turco, è intervenuto e ha dichiarato che non potevano firmare. Dopo quello, ovviamente, ci sono stati gli attacchi ad Aleppo e ovunque, con le tribù arabe che hanno cambiato schieramento e tutto il resto, molto rapidamente. Siamo arrivati così sull’orlo di un enorme genocidio, di una resistenza e lotta in Siria. Ma abbiamo anche assistito a un’altra grande rivolta, come quella del 15 febbraio 1999, quando il popolo curdo si è sollevato in tutte le regioni del Kurdistan e in tutto il mondo. Quindi, proprio come in quei giorni, ci sono state nuove rivolte in Iran. E come forse sapete, più di 7.000 persone sono state uccise in tutto l’Iran, e la maggior parte di loro sono curdi. Quindi stiamo assistendo alla realizzazione di piani che stanno prendendo piede. Sapete, speravano forse di poter agire molto rapidamente e, di conseguenza, con le rivolte in Iran, tutto avrebbe combaciato e l’intera faccenda si sarebbe trasformata in un enorme bagno di sangue. Quindi, da quanto possiamo capire, quello che ha fatto Abdullah Öcalan dalla sua cella è stato mettersi in mezzo e dire che era inaccettabile, che non era nell’interesse di nessuno. Non era nell’interesse dei curdi, né degli arabi, né dei turchi. Quindi ha preso una posizione ferma e ha detto allo Stato turco che se le cose stavano così, allora non ci può essere pace. Non è possibile. Ha dichiarato che lui sarebbe in grado di trovare una mediazione tra le diverse forze e che tutti gli attori dovrebbero sedersi allo stesso tavolo, discuterne insieme in modo che non ci siano zone d’ombra e tutti siano trasparenti. Ora capiamo, anche se in ritardo, perché forse all’epoca era un argomento delicato, che in realtà non era così. Questa informazione non era stata divulgata. Ma oggi sappiamo che ci sono stati diversi incontri e diverse proposte da parte di Öcalan e che a questi incontri hanno partecipato rappresentanti degli Stati Uniti, di Damasco e del governo di transizione siriano. Diverse forze, tra cui anche i partiti KDP, ENKS, Talabani e Barzani, e la Turchia. Quindi erano presenti anche molti altri gruppi e a un certo punto Ocalan è riuscito a fermare tutto questo. Da quanto riferito Ocalan ha detto che questo non è l’accordo desiderato, né quello definitivo, ma è quello ragionevole, quello possibile, realistico, diciamo… Quello realistico sul campo. Penso che questo sia molto importante. Penso che i curdi abbiano dimostrato di non avere alcun problema a combattere, lottare, resistere, persino morire, ma anche a raggiungere accordi politici – anche se non di nostro gradimento – che costituiscano comunque un punto di partenza da cui continuare. Non è come 50 anni fa. Come stiamo dicendo, questa è la situazione di una Terza guerra mondiale, in cui qualunque sistema venga creato, rimarrà in vigore per un po’. E dobbiamo essere responsabili, non solo le forze del Medio Oriente, ma in tutto il mondo. Dobbiamo essere presenti come una forza organizzata ovunque, in Medio Oriente, nel mondo, per assicurarci che nella ristrutturazione del sistema mondiale non veniamo esclusi, repressi, oppressi e sfruttati. Dobbiamo essere presenti per assicurarci che, a nostro nome, non venga imposto un sistema capitalistico ancora peggiore. Al contrario, come dice Abdullah Ocalan nel suo paradigma: se siamo organizzati, saremo in grado di aprire uno spazio per la modernità democratica, il confederalismo democratico e la nazione democratica di cui stiamo parlando. La resistenza da sola non basta. È fondamentale anche avere una visione per il futuro, per il modo in cui vogliamo vivere. Ed è ancora più importante essere in grado di attuare una politica in tal senso. Credo che questo sia ciò che sta facendo Abdullah Öcalan. Sta attuando nella pratica la politica del confederalismo democratico e della modernità democratica oggi, nel Medio Oriente, tenendo conto del problema esistenziale dei curdi, ma anche di altri aspetti: la democrazia, la libertà delle donne e l’ecologia. Penso che abbia dato il meglio di sé nelle condizioni in cui si trova.
February 9, 2026
Radio Onda d`Urto
[2026-02-14] Defend Rojava @ Piazza Indipendenza
DEFEND ROJAVA Piazza Indipendenza - Piazza dell'Indipendenza, 00185 Roma RM (sabato, 14 febbraio 14:30) Il 14 febbraio saremo in corteo per sostenere la resistenza in Rojava e chiedere la liberazione di Abdullah Öcalan. In questi giorni è emerso con chiarezza: l’attacco all'AANES è un attacco alla "Rivoluzione delle donne" — che ha reso libera un’intera società. E' un attacco a tutte* noi. ❤‍🔥Per questo, invitiamo le donne* a stare insieme in testa al corteo, in maniera separata come avviene in Rojava, per esprimere la forza della nostra creatività: 🥁 Portate tamburi, 💐 adornate i capelli con nastri rossi, gialli e verdi, 📣 chiamate le vostre amiche a partecipare! Facciamo risuonare la voce delle nostre sorelle e le parole di Öcalan: "Il successo della donna è il successo della società e dell’individuo a tutti i livelli. Il ventunesimo secolo deve essere l’era del risveglio, l’era della donna liberata, emancipata. Questo è più importante della liberazione di classe o nazionale. L’era della civiltà democratica sarà quella dell’ascesa della donna"
February 9, 2026
Gancio de Roma
BRESCIA: 13 E 14 FEBBRAIO INIZIATIVE DI “RISE UP 4 ROJAVA”. CENA PER LA MEZZALUNA ROSSA CURDA E PARTENZA COLLETTIVA PER IL CORTEO NAZIONALE A MILANO (14/02)
La campagna “Rise up 4 Rojava – Brescia” ha organizzato due iniziative che si svolgeranno venerdì 13 e sabato 14 febbraio 2026: una cena al centro sociale Magazzino 47 per sostenere la Mezzaluna rossa curda, preceduta dalla proiezione di “Blooming in the desert” insieme alla regista Benedetta Argentieri, e la partenza collettiva per raggiungere – da Brescia – il corteo nazionale a Milano (sabato 14 febbraio) per la liberazione di Abullah Öcalan e per supportare la Resistenza della Siria del nord-est (Rojava). Di seguito il programma:  “VENERDÌ 13 E SABATO 14 FEBBRAIO 2026 RISE UP FOR ROJAVA! CON LA RESISTENZA, CONTRO LE GUERRE DEL CAPITALISMO Due giornate a supporto della resistenza del Rojava e in difesa del Confederalismo democratico VENERDÌ 13/02/26 C.S.A. Magazzino 47 – Via Industriale 10, Brescia ore 18.30 Proiezione di “Blooming in the desert” con la regista Benedetta Argentieri ore 20.00 Cena a sostegno della Mezzaluna Rossa Kurdistan (a cura della comunità curda di Brescia) MENÙ: Chorba + piatto unico (Bulgur, kebab/falafel, cacik, insalata, patatine) Sottoscrizione: 15 euro Prenotazioni: 03045670 (Radio Onda d’Urto) I fondi raccolti dalla cena andranno a sostenere gli interventi umanitari della Mezzaluna Rossa Curda in supporto alla popolazione di Kobane. SABATO 14/02/26 Piazza Cairoli – Milano ore 14.30 MANIFESTAZIONE NAZIONALE per la liberazione di Abdullah Öcalan e di tutti/e i/le prigionieri/e politici/che in Turchia, per difendere la rivoluzione curda e il futuro delle comunità del Nord-Est della Siria. Partenza in treno da Brescia Ritrovo ore 13.00 Stazione FS”
February 6, 2026
Radio Onda d`Urto