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ROJAVA: DAVIDE GRASSO, “IL MOVIMENTO CONFEDERALE IN SIRIA PAGA LA SUA AMMIREVOLE COERENZA”
“Il movimento confederale paga la sua ammirevole coerenza: pensiamo a quanti soldi, oltre che posti di rilievo nel nuovo governo, sono stati offerti in questi mesi ai rappresentanti delle Sdf e della Daanes in cambio dell’abbandono della propria causa ideologica, per porre fine alle tensioni in Siria e permettere ai capitali internazionali di arrivare, cominciare la depredazione delle risorse e lo sfruttamento selvaggio della forza lavoro siriana secondo i crismi del FMI, cui Al-Sharaa ha aderito dopo che per anni la Siria non ne aveva fatto parte. Ora, invece, stanno rischiando moltissimo e si stanno preparando a proteggere le comunità in caso di un eventuale attacco. È un movimento che non fa dichiarazioni roboanti ma, se si guarda ai fatti, mantiene ferme le sue convinzioni e in questo è un esempio“. Sono le parole con cui Davide Grasso, ricercatore al Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino, ha commentato quanto sta accadendo in Siria del nord-est e Rojava in queste ore ai microfoni di Radio Onda d’Urto. Nell’intervista abbiamo parlato dell’attacco totale delle milizie salafite di Damasco contro la rivoluzione del confederalismo democratico, anche a partire dall’articolo da lui pubblicato su Dinamo Press dal titolo La rivoluzione confederale in Siria vive un momento decisivo. Con lui abbiamo commentato le enormi conquiste politiche e sociali ottenute dalla rivoluzione confederale nei territori dell’Amministrazione autonoma, ma anche le contraddizioni e i limiti che caratterizzano “ogni rivoluzione che ha luogo nel mondo reale”. Nell’intervista, Davide Grasso spiega anche perché, a suo avviso, “non ha senso stupirsi che l”Occidente’ abbia ‘abbandonato’ i ‘curdi’ suoi ‘alleati'” ma, al contrario, avrebbe senso stupirsi del fatto “che per un decennio un movimento socialista e democratico sia stato supportato, sia pur solo militarmente, perché contro un nemico come Daesh gli islamisti ostili ad Assad non avevano e non hanno avuto capacità o voglia di combattere”. Infine, abbiamo affrontato il tema di una delle fake-news sulle quali la propaganda turco-jihadista – e in generale dei nemici della rivoluzione del Rojava – insiste particolarmente: la presunta alleanza tra l’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord-est e lo stato di Israele. “Essa non è mai stata provata perché non è mai esistita, ma conferma ancora una volta la povertà e la pateticità del discorso politico contemporaneo, in Medio oriente non meno che in Europa”, commenta Davide Grasso. Al contrario, aggiunge Grasso, “è davvero rimarchevole che la Daanes, nonostante l’assedio diplomatico sempre più soffocante da parte di Damasco (e di Turchia e Giordania) non abbia mai ceduto alle lusinghe israeliane, accettando l’isolamento globale piuttosto che tradire i valori che ispirano le sue avanguardie (i primi martiri del Pkk caddero al fianco dei Palestinesi in Libano nel 1982)”. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Davide Grasso, ricercatore al Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino. Ascolta o scarica.
DEFEND ROJAVA: A ROMA ASSEMBLEA PUBBLICA AL CENTRO SOCIO-CULTURALE ARARAT PER ORGANIZZARE LA SOLIDARIETÀ
Ufficio informazione del Kurdistan in Italia e Rete Kurdistan Italia hanno lanciato per oggi, mercoledì 21 gennaio 2026, alle ore 18 al Centro socio-culturale Ararat di Roma, un’assemblea pubblica dietro lo slogan “Defend Rojava” per organizzare la solidarietà internazionalista alla resistenza dei popoli dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord e dell’est dal 6 gennaio sotto l’attacco totale delle milizie salafite al potere a Damasco. Su Radio Onda d’Urto è intervenuto Tiziano Saccucci, dell’Ufficio informazione del Kurdistan in Italia, per presentare l’assemblea e spiegare perché la partecipazione è urgente. Ascolta o scarica. Di seguito l’appello di Rete Kurdistan Italia e Uiki: Contro le guerre per procura in Medio Oriente, contro le operazioni di distorsione o censura delle notizie, per un vera informazione, per la rivoluzione dei popoli. Il genocidio in Palestina così come gli attacchi ai quartieri curdi di Aleppo o ai territori dell’Amministrazione Autonoma rientrano nella volontà di riscrivere dall’alto gli equilibri e la realtà del Medio Oriente per fini economici e di potere. In Iran dove il popolo scende da settimane in piazza sfidando la repressione che cerca di soffocare le loro lotte anche queste vengono strumentalizzate per mascherare accordi tra il regime di Damasco e le altre potenze internazionali interessate a inserire la Siria in una nuova fase. Mentre si agisce con la violenza brutale della guerra, mentre si fomentano guerre tra i popoli, vengono mescolate le notizie per fare sembrare più legittima l’oppressione e il genocidio oscurando la rivoluzione dei popoli. Serve più che mai fare chiarezza sui processi che si stanno sviluppando in Medio oriente e tessere legami di solidarietà con le popolazioni che resistono sotto le bombe e la repressione. Per tutti questi motivi vi invitiamo a riunirci in una assemblea pubblica mercoledì 21 Gennaio,ore 18, presso il Centro socioculturale Ararat per aggiornamenti sulla situazione attuale tramite collegamento live e a seguire discussione sui prossimi passi da costruire insieme. UIKI Onlus Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia
La rivoluzione confederale in Siria vive un momento decisivo
Il 18 gennaio il governo siriano ha lanciato una grande offensiva contro l’Amministrazione democratica del nord-est (Daa) coadiuvata dalla forte propaganda pro-governativa dei canali vicini alla Turchia e al Qatar, come Al-Jazeera e Middle East Eye, e dalla censura mediatica nei Paesi Nato. La resistenza delle Forze siriane democratiche (Fsd) è stata frammentata a causa di una serie di defezioni nei governatorati di Raqqa e Deir el Zor, che hanno riguardato tanto strutture tribali (‘ashira) quanto partiti politici finora legati al progetto confederale, come la sezione del Partito per il futuro della Siria a Raqqa. Le due aree sono finite quasi interamente sotto controllo governativo, nonostante alcune imboscate ai danni dell’esercito. Nonostante il governo abbia diffuso un documento presentato come accordo di cessate il fuoco – che di fatto prevedeva la resa delle Forze democratiche siriane – Mazlum Abdi, comandante delle Fsd, ha respinto l’intesa. > Durante un incontro avvenuto il 19 gennaio, Abdi ha chiarito di non accettare > un accordo che configurasse la capitolazione politica e militare > dell’amministrazione autonoma: «Vivremo con dignità o moriremo con onore», ha > dichiarato Abdi a conclusione dell’incontro. Nelle ore precedenti, violenti combattimenti avevano avuto luogo a Tishrin, lungo l’Eufrate in direzione di Raqqa; sull’autostrada M4, ai cui bordi è stazionato l’esercito turco, che ha effettuato alcuni bombardamenti; a Shaddadi e Raqqa, dove combattenti delle Fsd sono arroccati a protezione delle prigioni dove sono rinchiusi i prigionieri di Daesh arrestati in questi anni. Diversi video ritraggono infatti le fazioni del governo liberare prigionieri che la Daa afferma essere affiliati a questa organizzazione. Le aree ancora sotto il controllo delle forze confederali sembrano essere il governatorato di Hasakah, dove si trova anche la grande città di Qamishlo, e Kobane con le campagne circostanti.  Tutte le comuni popolari stanno distribuendo armi e organizzando la resistenza nei quartieri della città ancora libere dall’esercito statale. Sul piano politico l’Amministrazione è in una fase difficile. Video di prigionieri linciati o fucilati in modo sommario circolano su X e Telegram, o di donne delle Ypj nelle mani degli uomini del governo. Occorre ricordare che si tratta degli stessi uomini che hanno mutilato in video il corpo della combattente Barin Kobane ad Afrin o hanno brutalizzato e ucciso Hevrin Khalaf durante l’invasione turca di Serekaniye. Non è un caso che molti appelli alla resistenza vengano proprio dalle Ypj, oltre che dalle Forze di difesa essenziale (Hpc), che dipendono dai comitati per l’autodifesa di ciascuna comune. Fin dall’inizio dei negoziati con il governo, lo scorso marzo, il movimento delle donne aveva chiarito che nessun accordo sarebbe stato accettato che non includesse la loro approvazione, e che le Ypj avrebbero cercato il martirio piuttosto di sciogliersi. D’altro lato Al-Shaara e i suoi uomini hanno affermato di non ritenere concepibile una presenza femminile nelle forze armate siriane e in altri rami della vita pubblica.  LE STRUTTURE TRIBALI E LA RIVOLUZIONE Gran parte del successo dell’avanzata governativa è dovuto alla protesta contro la Daa messa in campo da diverse strutture e fazioni tribali, non soltanto a Raqqa e Deir el-Zor, ma anche ad Hasakah. Lungi dall’essere fenomeni riducibili a un piatto divario tra arabi e curdi (che pure, dopo decenni di discriminazione dei secondi, continua ad esistere), questo repentino cambio di bandiera costituisce una mossa politica attuata lucidamente e organizzata da tempo. Poche settimane fa ho avuto modo di intervistare i capi di alcune delle strutture tribali più influenti a Raqqa e Hasakah, come gli Afadil, gli Al-Sahkana e gli Shammar (questi ultimi una ‘qabila’ o confederazione tribale). Organizzazioni sociali potentissime, che talvolta raccolgono milioni di persone in diversi paesi (Giordania, Iraq, Arabia Saudita), queste strutture sono anche l’involucro concreto attraverso cui si esprime l’organizzazione gerarchica dell’economia locale. Il capo – ma sarebbe più corretto dire il re – degli Shammar, Maana Al-Hamidi Al-Jarba, ha contribuito nel 2014 all’alleanza strategica con le Ypg per combattere Daesh, e il 18 gennaio ha tradito con un voltafaccia spettacolare. > Le altre due tribù, di Raqqa, hanno avuto rapporti di coesistenza con il > Baa’th, poi con Daesh, quindi con la Daa, per poi ora accettare l’ennesimo > cambio di regime su aree che lo stato siriano ha sempre visto come riserva del > grano, del cotone e di energia fossile nell’ambito di una logica di > colonialismo interno. Contrariamente alle aree del Rojava a maggioranza curda (una piccola fetta della Daa, che era a maggioranza araba) in questi territori l’ideologia confederalista ha avuto una penetrazione limitata e molto recente. Associazioni di studenti, giovani e donne l’hanno promossa nei centri urbani, ma la governance del territorio si è strutturata proprio sul patto di coesistenza – sempre fragile – tra il partito rivoluzionario e le tribù. Queste ultime hanno apprezzato la liberazione dal regime e da Daesh, meno le tattiche dell’aviazione aerea statunitense di supporto alle Fsd nel 2017, con la distruzione di gran parte della città ordinata all’epoca da Donald Trump. Non hanno mai, inoltre, condiviso l’idea di trasformazione anti-patriarcale e comunalista promossa dal Pyd. I capi di queste strutture sono la grande borghesia agraria e del commercio che muove patrimoni di molti milioni di dollari. Le iniziative economiche comunistiche portate avanti sui territori demaniali dal movimento sono sempre stati visti con disprezzo, come le organizzazioni femminili autonome, le riforme del diritto di famiglia per aumentare la forza di contrattazione femminile, o le istituzioni giudiziarie femminili come la Casa delle donne. Quando nel 2022 la “scienza delle donne” o Jineolojî è diventata materia scolastica, a Deir el-Zor diversi capi tribali avevano incitato alla sommossa. La Daa non è mai stata un territorio pacificato o privo di conflitti, come non lo è nessun territorio rivoluzionario. L’approccio del movimento confederale è sempre stato quello del mutamento graduale, del dialogo e del pragmatismo, ma esso è sempre rimasto fermo nelle sue idee, allargando trasformazioni socio-economiche e di genere che non potevano trovare l’appoggio dei vertici di queste strutture. Questo non perché sono “arabe”, ma perché si tratta di realtà costruite attorno al privilegio, anche tra i curdi. Non sono mai mancate tribù e fazioni politiche curde, dentro la Daa, ostili al movimento confederale. Purtroppo tutto questo non è mai stato raccontato, sia per il disinteresse dell’ineffabile mondo della stampa (araba o occidentale che sia) sia per la superficialità dell’attivismo politico, che ha preferito fin dall’inizio ridurre la rivoluzione a mito o insistere, assurdamente, proprio sulla narrazione etnicizzante del conflitto (“i curdi” come popolo bello e buono). Le migliaia di comuni e le centinaia di cooperative costruite su quei territori sono sempre stati apprezzati da una parte della società siriana, ma non da un’altra; e queste parti sono trasversali alle comunità linguistiche o religiose, poiché non v’è lingua o fede che determinino meccanicamente l’adesione a una prospettiva politica. I “CURDI” E “L’OCCIDENTE” Tanto meno ha senso stupirsi che “l’occidente” abbia “abbandonato” i “curdi” suoi “alleati”. Lo stupore di tanti per il sostegno statunitense agli islamisti lascia perplessi: l’islamismo è stato sostenuto per decenni dai governi statunitensi nella regione in funzione anti-socialista. Soltanto la caduta dell’Urss ha permesso una politica maggiormente altalenante, e di costruire operazioni militari, invasioni e massacri che hanno fruttato miliardi di dollari alla macchina militare statunitense sfruttando la volatilità e l’inconsistenza ideologica di queste forze. Quel che è paradossale è semmai che per un decennio un movimento socialista e democratico sia stato supportato, sia pur solo militarmente, perché contro un nemico come Daesh gli islamisti ostili ad Assad non avevano e non hanno avuto capacità o voglia di combattere. > l movimento confederale non ha avuto altra opzione, come ogni rivoluzione che > ha luogo nel mondo reale (e come tutte le altre fazioni siriane e regionali), > di cercare alleanze dentro e fuori la Siria. Entrambe le superpotenze coinvolte nella guerra, Usa e Russia, hanno supportato in modo ambiguo e interessato le forze armate confederali (da tempo in maggioranza arabe, soprattutto durante l’offensiva su Raqqa del 2017) in diversi tempi e contesti, senza mai riconoscere o legittimare le istituzioni civili della Daa e tanto meno i suoi progetti sociali. Non si vede, d’altra parte, perché avrebbero dovuto farlo. Come chiarì il mio amico Bager, caduto martire a Manbij nel 2016, queste alleanze sono sempre state tattiche per le Fsd e non c’è mai stata alcuna “fiducia” o “illusione” circa i governi di questi e di altri Paesi con cui si è costruito per forza di cose un rapporto. Il movimento ha usufruito di supporto militare dove questo è stato possibile, ma le relazioni internazionali si sono allineate ben presto contro i suoi interessi e la sua stessa esistenza. Nel corso degli anni, forti sono state le perplessità di alcuni a causa della sua collaborazione con gli Usa. Una parte di queste critiche è arrivata dagli ambienti alternativi occidentali, troppo slegati dalla politica e dall’esperienza rivoluzionaria per comprendere la necessità, per quanto amara, di queste dinamiche. Un’altra parte, dal mondo politico e mediatico arabo, anche se la Coalizione a guida statunitense che ha represso Daesh vede l’adesione di quasi tutti i Paesi arabi, che pure non hanno quasi mai impegnato soldati. Un’altra giunge da chi simpatizza per i movimenti salafiti e (di solito non avendo mai vissuto le loro aggressioni o sotto il loro controllo) sostenendo che l’involucro reazionario conterrebbe un improbabile nucleo rivoluzionario, e denuncia per questo da anni l’ingiustizia della prigionia inflitta ai miliziani di Daesh. Quanto il mondo istituzionale arabo, o l’islamismo sunnita, siano nella posizione di esprimere critiche alle Fsd lo mostra l’alleanza di ferro costruita con la Cia da parte dell’“islam politico” regionale per sostenere la componente suprematista sunnita dell’opposizione ad Assad contro quella democratica o libertaria. Queste componenti dell’opposizione, oggi al governo, sono state legittimate ufficialmente fin dal 2012 attraverso una politica cui, dietro Turchia e Qatar, si è accodata l’intera Lega Araba.  LE MANOVRE DI ISRAELE Da quando questa opposizione è divenuta governo nel 2024 la retorica anti-curda ha assunto toni apocalittici, denunciando come un fatto la presunta alleanza tra la Daa e Israele. Essa non è mai stata provata perché non è mai esistita, ma conferma ancora una volta la povertà e la pateticità del discorso politico contemporaneo, in Medio oriente non meno che in Europa. Nonostante l’appoggio di alcune organizzazioni palestinesi alle politiche turche e qatarine contro le Ypg in Siria, il movimento confederale ha mantenuto fino a oggi le sue radici internazionaliste. Martiri ad Aleppo come Ferashin Efrin o Deniz Ciya – la ragazza il cui cadavere è stato lanciato dal quarto piano da un elemento del governo – sono caduti pochi giorni fa contro un esercito che si è presentato con decine di carri armati alle porte dei loro quartieri, forte dell’intesa siglata a Parigi con Israele poche ore prima. > La verità è che le comuni confederali vengono attaccate dall’islamismo in > cambio della svendita del Golan, e questo fatto credo che non abbia bisogno di > commenti. La stampa e il governo di Israele hanno fatto di tutto per ottenere un’invocazione di aiuto da parte della Daa nei mesi scorsi, costruendo una narrativa fortissima in questo senso, che ha toccato anche gli ambiti scientifici ed accademici, per affermare che Israele è amico naturale dei curdi e che la Daa avrebbe potuto beneficiare di questo supporto. Questa retorica è abbracciata – e lo è da sempre – da quella parte della politica curda vicina alle posizioni conservatrici della famiglia Barzani in Iraq, da sempre avversaria del movimento confederale e del Pkk. È a mio avviso davvero rimarchevole che la Daa, nonostante l’assedio diplomatico sempre più soffocante da parte di Damasco (e di Turchia e Giordania) non abbia mai ceduto a queste lusinghe, accettando l’isolamento globale piuttosto che tradire i valori che ispirano le sue avanguardie (i primi martiri del Pkk caddero al fianco dei palestinesi in Libano nel 1982). Valori sempre espressi con moderazione, ma molto spesso più conseguenti di slogan gridati al vento durante le parate militari del nuovo governo siriano. ERRORI E COERENZA DEL MOVIMENTO CONFEDERALE Oggi la Daa paga molti suoi errori, tra cui la persistenza di un sentimento iper-nazionalista curdo, in seno alle sue avanguardie, che forse si potrebbe dire imparentato al “vecchio paradigma” secondo un’espressione di Öcalan: i sentimenti che finiscono per accarezzare forme di suprematismo culturale, anche di rivalsa, conducono sempre all’indebolimento e al frazionamento della società. Troppi sono stati, probabilmente, i militanti curdi (e gli attivisti non curdi, anche in Europa) che hanno concentrato nell’ultimo decennio la loro attenzione esclusivamente sul Kurdistan e sulla comunità curda, rendendo contraddittorio un progetto in cui le comunità non curde sono state sì coinvolte, ma troppo di rado in posizioni apicali e di sostanza. > La propaganda internazionale del movimento ha inoltre insistito troppo a lungo > sulla pur legittima questione nazionale curda, e meno ha spiegato il cuore del > modello istituzionale e politico che di alternativa da tradurre e adattare in > Siria o in altri contesti.  D’altro lato il movimento paga la sua coerenza ideologica e politica: anziché accettare una capitolazione diplomatica dopo il mutamento del 2024, è giunta allo scontro militare pur di insistere sulla necessità di ripensare una nazione intersezionale e plurale contro lo stato-nazione classico di derivazione coloniale. Contrariamente al governo, agli Usa e alla Turchia, le Fsd hanno creduto nel negoziato avviato a marzo come a una reale opzione politica. Hanno proposto una repubblica senza denominazioni etniche che potesse rendere onore alla rivoluzione del 2011, in grado di accettare che strutture istituzionali locali e democratiche (nel senso socialista delle comuni) restassero libere di ravvivare la millenaria cultura di autogoverno comunitario della Mesopotamia (o del Mashriq, o Medio oriente che dir si voglia). Hanno sempre creduto che questo livello di libertà sia concepibile anche accanto a uno stato che accetti di darsi una conformazione più avanzata e riconoscere, contro la propria tradizione più dogmatica, l’altro da sé. Naturalmente né i militanti della vecchia Al-Qaeda, né la Turchia, né gli Stati Uniti erano e sono interessati ad ascoltare queste argomentazioni.  IL FUTURO DELLA RIVOLUZIONE Quanto i suprematisti cristiani e quelli musulmani ed ebrei, infine, possano essere allineati intorno a questioni terrene lo ha mostrato nei giorni scorsi Al-Shaara con le sue cristalline dichiarazioni contro le Fsd: gli investimenti stranieri sono eccezionali per la nuova Siria, ma gli investitori esitano perché questi “gruppi armati” ancora controllano le periferie industriali di Aleppo, i giacimenti di olio e gas dell’est, i granai del nord. È la vecchia concezione del nord-est (arabo e curdo) come riserva coloniale (interna) della Siria, specchio dell’ecologia politica che informa la dinamica coloniale mondiale. Se questo richiede accettare l’occupazione illegale israeliana, così sarà. Non c’è tempo e modo di discutere di politica, di società e di felicità perché i tempi dell’investimento, del capitale e dello sfruttamento delle persone e dell’ambiente non lo permettono. In realtà è la logica stessa di queste gerarchie a non tollerare alcuna ribellione che sia autenticamente socio-politica e nessuna possibile sperimentazione, imponendo l’eterna ripetizione dell’identico sotto nuove forme, prima “terroriste” ed oggi “legittime”: pecunia non olet. Pur con i limiti enormi di ogni rivoluzione, questa ritrosia ad accettare i rapporti di forza e ad affermare l’alternativa è quanto di più grande c’è anche nel momento della repressione del movimento confederale, che è riuscito ad imporre non soltanto dei ragionamenti, ma dei fatti concreti e delle conquiste sociali e politiche anche a questo secolo reazionario ed oscuro. > Ed ora? Che cosa accadrà? Non è possibile prevederlo fino in fondo. Quel che è > certo è che non si rimane “orfani” di qualcosa quando crollano le rivoluzioni. > Ogni volta si tenta e si prova, e si continuerà per sempre a provare e a > tentare, nello stesso luogo e in altri luoghi. Unica via per fermare l’orrore che si allarga sul mondo – schiavitù, femminicidi, razzismo, operazioni militari e imprese coloniali – sono il pensiero perspicuo e coerente, l’organizzazione e il progetto. Il crimine più grande è scambiare per critica la lamentela. È necessario costruire una nuova visione del mondo, mutare paradigma rispetto al capitalismo e ai vecchi socialismi, tentare strade a partire dal dato di fatto dell’irrilevanza dei mille gruppi diversamente nostalgici che rischiano di portare all’esaurimento definitivo l’antagonismo arabo come quello occidentale. Nei prossimi giorni le e i militanti confederali, e in primo luogo le donne, potrebbero resistere o essere perseguitate e massacrate. La prima cosa che hanno fatto i sostenitori del governo a Tabqa è abbattere la statua dedicata alla combattente Ypj. Il movimento confederale continuerà ad esistere in Siria anche dopo l’occupazione statale di tutto il nord-est, e dovrà discutere come organizzarsi. Come nel caso della Palestina, dell’Ucraina, della Turchia o dell’Iran dovremmo mantenere o creare contatti e fronti di azione comune con chi vorrà opporsi, a Kobane e a Qamishlo, così come a Istanbul o Damasco, costruendo un partito internazionale in grado di coniugare le esigenze e i valori di tutte le gioventù e le comunità sotto attacco. La copertina è di Kurdishstruggle da Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo La rivoluzione confederale in Siria vive un momento decisivo proviene da DINAMOpress.
MEDIO ORIENTE: INTERVISTA A ZAGROS HIWA, PORTAVOCE DELL’UNIONE DELLE COMUNITÀ DEL KURDISTAN (KCK)
Radio Onda d’Urto ha intervistato Zagros Hiwa, portavoce del KCK, l’Unione delle Comunità del Kurdistan, organizzazione ombrello del confederalismo democratico. Nell’intervista, Zagros Hiwa espone il punto di vista del movimento di liberazione del Kurdistan su quanto sta accadendo in Medio Oriente, in particolare in Siria del nord-est e Rojava, in Iran e all’interno dello stato turco con il processo di pace in corso. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Zagros Hiwa, portavoce dell’Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK). Ascolta o scarica. Di seguito la trascrizione integrale dell’intervista: Zagros Hiwa, iniziamo dalla situazione critica di attacco all’esperienza dell’autogoverno in Siria del nord-est e in Rojava. Cosa sta succedendo in Siria? Quali sono i piani e gli obiettivi delle potenze egemoniche? Qual è l’analisi e quali sono gli obiettivi del KCK in questo caso? Risposta: Quello che sta succedendo ora in Siria è un genocidio contro quasi tutti i cittadini, tutti i gruppi presenti in Siria. Come sapete, i drusi e gli alawiti sono stati vittime di genocidio e massacri lo scorso anno per mano di Al Jolani. Ora, l’esercito jihadista di Damasco si è rivolto contro i curdi, i cristiani, gli armeni e gli altri gruppi della Siria settentrionale, che hanno guidato la lotta contro Daesh. Possiamo dire che Daesh ora domina la Siria, e quei combattenti, uomini e donne, che hanno sconfitto Daesh nel nord della Siria sono ora sotto attacco, sotto pesanti attacchi sferrati dalla stessa mentalità di Daesh, che ha ricevuto legittimità politica ed economica dalle potenze egemoniche. Il popolo curdo sta affrontando una minaccia molto pericolosa alla propria esistenza. Il sistema libero e democratico è sotto pesanti attacchi, coordinati e finanziati da potenze regionali e internazionali. I curdi e altre entità religiose ed etniche in Siria stanno ora conducendo una resistenza esistenziale contro l’esercito jihadista di Al Joulani. Cento anni fa, le potenze egemoniche hanno diviso il Medio Oriente in molti stati nazionali diversi: arabi, turchi, persiani. Ora vogliono dividere ulteriormente questi stati in piccole isole governate da jihadisti e le cosiddette “dittature benevole”. Come sapete, hanno consegnato l’Afghanistan ai talebani, hanno consegnato la Siria a Daesh e a Jolani, e ora sembra che abbiano tradito le rivolte del popolo iraniano e che stiano per lasciare l’Iran a una nuova versione degli ayatollah che hanno portato al potere 50 anni fa. Le potenze egemoniche, a quanto pare, si sono spartite la Siria tra loro. Il sud della Siria è stato lasciato a Israele e altre parti della Siria sono state lasciate in balia della Turchia e dei suoi alleati jihadisti del cosiddetto governo di transizione siriano. Qui, l’obiettivo è quello di sopprimere qualsiasi sistema democratico di autogoverno in Medio Oriente e di avviare una nuova forma di colonizzazione per altri cento anni. Nell’ambito di questo piano, ai curdi sono stati negati i loro diritti più fondamentali. Ciò che è stato pianificato contro i curdi è il proseguimento della campagna genocida contro di loro iniziata 100 anni fa. Insomma, per i curdi non è cambiato nulla. Quanto ho detto finora è la nostra analisi. Il KCK continuerà a lottare per l’esistenza e la libertà dei curdi. I risultati ottenuti finora sono stati raggiunti attraverso la lotta. E solo la lotta può proteggerli. Naturalmente, siamo determinati a portare avanti questa lotta attraverso la politica democratica nel quadro del nostro obiettivo più ampio di costruire una comunità democratica e una società democratica. Allo stesso tempo, daremo pieno sostegno alla resistenza dei nostri popoli contro gli attacchi genocidi di un gruppo jihadista e di regimi dittatoriali. Passiamo ora all’Iran: dal vostro punto di vista cosa sta succedendo? Qual è la posizione del KCK sulla rivolta popolare e le sue implicazioni regionali? Risposta: Beh, il regime iraniano è in rovina. I cinquant’anni di governo dell’Ayatollah, i cinquant’anni di governo dei mullah non hanno portato altro che esecuzioni, torture, pressioni, corruzione, povertà, disoccupazione all’interno del Paese e instabilità regionale all’esterno, a livello regionale. Sembra che il regime abbia perso la sua rilevanza ideologica e la sua legittimità politica. L’economia è crollata e la maggior parte delle persone non può permettersi nemmeno una vita povera. Non riescono ad arrivare a fine mese. Ecco perché la gente non vede alcun futuro per sé in questo sistema. Vuole un cambiamento. Un cambiamento reale, autentico, ma il regime è troppo corrotto per cambiare. Ecco perché la gente è scesa in piazza per rivendicare il proprio diritto più naturale. Purtroppo, il regime e le sue milizie hanno compiuto massacri nelle strade di Teheran, Mashhad, Isfahan e in tutte le città dell’Iran. Hanno ucciso migliaia e migliaia di persone. Questo è un massacro. Il mondo non dovrebbe rimanere in silenzio di fronte a tutto questo. Questa rivolta popolare è la continuazione della rivoluzione per la libertà delle donne, avvenuta nel 2022. Le rivolte in Iran tendono a seguire un andamento ascendente. Ogni rivolta supera la precedente in termini di portata, partecipazione e rivendicazioni. L’Iran tende a collegare queste rivolte all’intervento delle potenze straniere e le accusa di interferire negli affari iraniani. Queste affermazioni non sono di per sè prive di senso, ma negano il fatto che il popolo iraniano voglia libertà e democrazia. E non voglia essere governato da ideologie medievali. Naturalmente, le potenze internazionali vogliono investire in queste rivolte. Vorrebbero manipolare queste rivolte. Finché il regime iraniano continuerà a ignorare le legittime richieste dei popoli, queste rivolte saranno manipolate da potenze straniere che non hanno a cuore né il popolo iraniano né lo stesso regime. A loro interessano solo i propri interessi. E al momento sembra esserci una sorta di accordo tra l’Iran e gli Stati Uniti. Vorrei che il regime iraniano avesse fatto concessioni al popolo invece di capitolare alle imposizioni delle potenze internazionali. Infine, come sta procedendo il processo di pace in Turchia? Quali sono gli obiettivi e le prospettive del movimento di liberazione a riguardo? Risposta: Il processo di pace è giunto allo stadio attuale grazie a tutte le misure unilaterali adottate dal Movimento di Liberazione del Kurdistan. Il PKK si è sciolto, ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale, ha bruciato le sue armi e ha ritirato le sue forze dalla Turchia. Tuttavia, lo Stato turco non ha ancora adottato misure concrete in risposta a tutte queste iniziative unilaterali. Lo Stato turco sembra riconoscere l’esistenza dei curdi solo a parole, solo a livello retorico. Non è stata intrapresa alcuna azione legale e non è stata ancora dimostrata la necessaria volontà politica. La stessa commissione istituita in parlamento per la risoluzione della questione curda non ha nemmeno permesso alle Madri per la Pace di parlare in curdo. Oltre a tutto ciò, il leader Apo (Abdullah Öcalan, ndr) è tenuto in ostaggio nella prigione di Imrali da 27 anni consecutivi e questa situazione continua ancora oggi. È ancora lì, in isolamento. Il suo diritto alla speranza non è stato riconosciuto dal sistema di giustizia turco. Più correttamente, dal sistema di ingiustizia turco. Gli viene negato il diritto di lavorare e vivere in condizioni di libertà. Ora, con gli attacchi al Rojava, in Kurdistan, il processo corre rischi vitali. Lo Stato turco parla di pace all’interno della Turchia, ma fa sì che il jihadista Al Jolani attacchi i curdi ad Aleppo e in altre parti della Siria. Quindi, l’obiettivo principale, diciamo, resta la soluzione democratica della questione curda in Turchia e in tutte le altre parti del Kurdistan. La soluzione democratica della questione curda richiede la democratizzazione di tutti gli Stati interessati. Intendo dire Iraq, Turchia, Iran e Siria. A tal fine, attribuiamo importanza prioritaria alla costruzione di una società democratica attraverso la politica democratica. In tal modo, attribuiamo un ruolo di primo piano alla lotta delle donne e alla lotta dei giovani, nonché alla protezione dell’ambiente naturale.
ROJAVA: LE FDS ALLA RESISTENZA TOTALE CONTRO DAMASCO. “NESSUNA RESA. LA VOLONTA’ DEI POPOLI E’ PIU’ FORTE DI QUALSIASI ATTACCO E OCCUPAZIONE”.
Rojava, Siria del Nord e dell’Est: ore drammatiche – e decisive – per le popolazioni che da una dozzina d’anni portano avanti, in un Medio Oriente e un mondo in fiamme, il progetto di una società interconfessionale, socialista, femminista ed ecologista. Niente accordo (farlocco) di cessate il fuoco. Nella serata di lunedì 19 gennaio nulla di fatto nei contatti tra Mazloum Abdi, comandante in capo delle Forze Democratiche Siriane e l’ex jihadista autoproclamatosi presidente a interim della Siria, Al Jolani, che – denunciano alti fonti dell’Amministrazione autonoma rivoluzionaria – stava cercando di “imporre la resa”. Secondo fonti informate sul terreno ma non direttamente collegate ad Al Jolani, come Sohr (l’Osservatorio siriano per i diritti umani, basato in Gran Bretagna) Damasco avrebbe offerto ad Abdi la posizione di viceministro della difesa in cambio della resa incondizionata dell’Amministrazione Autonoma e delle FDS. Abdi avrebbe rifiutato di “scambiare la sua gente e il suo onore per una sedia. Morirò con onore e non venderò il mio popolo né la mia dignità. Tornerò dal mio popolo in Rojava e dichiareremo guerra”. Così le prime notizie in arrivo dalla Siria, mentre il Comando Generale delle FDS ha già chiamato tutte le persone in Rojava – dai 7 ai 77 anni, ad “unirsi alla resistenza” in giornate di “responsabilità storica”. Mobilitazione generale quindi in tutta la Siria del Nord e dell’Est, con le Forze di Difesa Comunitaria (Hpg) che coordinano la distribuzione di armi e le pattuglie di vicinato, mentre le persone si incontrano nelle comuni di quartiere, marciando per le strade. L’appello alla mobilitazione riguarda tutti i territori del Kurdistan, compresi quelli oggi sotto Turchia, Iran e Iraq. Centinaia di persone dal Kurdistan turco – in particolare tra la turca Nusaybin e la curdosirana Qamishlo – stanno cercando di sfondare il confine per sostenere la richiesta di mobilitazione, dando vita a scontri diffusi con il regime turco. Manifestazioni per il Rojava sono segnalate anche nel Kurdistan iracheno, davanti a consolati e basi Usa e internazionali. Decine di combattenti Fds sono intanto ancora intrappolati a Raqqa; conversazioni con le forze della Coalizione internazionale (a guida Usa) sono in corso per estrarli dall’area sotto il controllo del governo di transizione siriano e delle sue milizie jihadiste e filoturche. Sul fronte militare del Rojava, segnalati nelle prime ore di martedì 20 gennaio attacchi turchi di droni a sud di Heseke e vicino Kobane, con fuoco di artiglieria vicino a Tal Tamer. Le forze del governo di transizione siriane stanno poi cercando di circondare le campagne di Kobane e di muoversi verso est nel cantone di Jazira, dove in cielo si segnalano decine di droni turchi. Nel mirino dell’attacco di annientamento concertato tra Damasco e Ankara, con l’esplicito beneplacito di Usa, Unione Europea, Nato e regimi arabi – Qatar e Arabia Saudita su tutti – contro l’esperienza rivoluzionaria del confederalismo democratico c’è in queste ore l’intero progetto politico della Siria del Nord e dell’Est, che da una dozzina d’anni è impegnato in un Medio Oriente in fiamme a costruire, tra mille difficoltà, un’alternativa socialista, femminista ed ecologista. La mobilitazione a sostegno della rivoluzione, curda ma non solo, chiama in causa anche l’Europa, con l’appello a scendere in strada della rete internazionalista Rise Up For Rojava, appello ripreso in Italia da sempre più realtà. Su Radio Onda d’Urto l’aggiornamento della prima mattinata di martedì 20 gennaio con Michele, nostro redattore, che nell’autunno 2025 ha trascorso diverse settimane nei territori del Rojava, effettuando interviste e reportage che trovate qui.  Ascolta o scarica.   Di seguito, il comunicato del Centro Media della FDS, diffuso nella tarda serata di lunedì 19 gennaio 2026: “Per il nostro popolo, il Resistente. Dal 6 gennaio 2025, le nostre regioni e il nostro popolo sono direttamente sotto attacco da parte di branchi e barbari. Di fronte a questi attacchi, i nostri combattenti combattono con coraggio e grande dedizione e continuano la loro lotta con onore. Oggi, lo Stato turco e le sue milizie con mentalità ISIS aumentano i loro attacchi contro il nostro popolo, illudendosi di poter spezzare la nostra volontà e fermare la nostra resistenza. Con decisione e grande volontà, diciamo come i nostri compagni nel 2014 a Kobane hanno compiuto una resistenza storica e hanno trasformato Kobane in un cimitero per l’ISIS, sostenuto dalla Turchia, e oggi con la stessa volontà dimostrano che trasformeremo le nostre città da Derik a Hasakah e Kobane in un cimitero per i nuovi possessori della mentalità ISIS, guidati dallo Stato turco. Su questa base, chiamiamo tutti i nostri giovani, ragazze e ragazzi di Rojava, Bakur, Başûr e Rojhilat del Kurdistan, così come in Europa, a unirsi e abbattere i confini degli invasori e a unirsi alla resistenza. Oggi è il giorno dell’onore. Oggi è il giorno della responsabilità storica. E oggi dimostriamo ancora una volta che la volontà dei popoli è più forte di ogni tipo di attacco e occupazione. Comando Generale delle Forze Democratiche Siriane 19 gennaio 2026″
[2026-01-21] Defend Rojava - Assemblea pubblica @ Centro Socio-Culturale Ararat
DEFEND ROJAVA - ASSEMBLEA PUBBLICA Centro Socio-Culturale Ararat - Largo Dino Frisullo, Mattatoio, Roma (mercoledì, 21 gennaio 18:00) Contro le guerre per procura in Medio Oriente, contro le operazioni di distorsione o censura delle notizie, per un vera informazione, per la rivoluzione dei popoli. Il genocidio in Palestina così come gli attacchi ai quartieri curdi di Aleppo o ai territori dell'Amministrazione Autonoma rientrano nella volontà di riscrivere dall'alto gli equilibri e la realtà del Medio Oriente per fini economici e di potere. In Iran dove il popolo scende da settimane in piazza sfidando la repressione che cerca di soffocare le loro lotte anche queste vengono strumentalizzate per mascherare accordi tra il regime di Damasco e le altre potenze internazionali interessate a inserire la Siria in una nuova fase. Mentre si agisce con la violenza brutale della guerra, mentre si fomentano guerre tra i popoli, vengono mescolate le notizie per fare sembrare più legittima l'oppressione e il genocidio oscurando la rivoluzione dei popoli. Serve più che mai fare chiarezza sui processi che si stanno sviluppando in Medio oriente e tessere legami di solidarietà con le popolazioni che resistono sotto le bombe e la repressione. Per tutti questi motivi vi invitiamo a riunirci in una  assemblea pubblica mercoledì 21 Gennaio,ore 18, presso il Centro socioculturale Ararat per aggiornamenti sulla situazione attuale tramite collegamento live e a seguire discussione sui prossimi passi da costruire insieme.
SIRIA: CORRISPONDENZA DAL ROJAVA. “CHIEDIAMO ANCHE IN EUROPA UNA MOBILITAZIONE GENERALE A DIFESA DELLA RIVOLUZIONE”
“Sappiamo che in queste ore c’è molta disinformazione; il nemico, il cosiddetto Governo provvisorio siriano di Damasco fa una forte contropropaganda. Quanto sappiamo qui, in Rojava, è che ancora tutto in gioco, però sicuramente la situazione è grave. E’ in corso una mobilitazione generale in tutto il Rojava; tutte le persone devono essere pronte a difendere la rivoluzione con vari mezzi, ovviamente non solo a livello armato. Tutto infatti è volto alla difesa anche ideologica della rivoluzione delle donne e dei principi che hanno costruito l’Amministrazione autonoma e il confederalismo democratico. Quello che si chiede all’Europa in questo momento è di costruire una mobilitazione generale, di intervenire, di produrre contenuti, di scendere in strada e di tenere alta l’attenzione”. Così, a Radio Onda d’Urto, una compagna internazionalista che si trova in Rojava, la Siria del Nord e dell’Est, sotto attacco frontale da parte di Al Jolani e delle sue milizie jihadiste, con il beneplacito e il sostegno attivo della Turchia e di tutte le potenze regionali e globali. La corrispondenza su Radio Onda d’Urto di lunedì 19 gennaio con una compagna internazionalista dal Rojava. Ascolta o scarica A livello internazionale, la rete Rise Up 4 Rojava chiama alla mobilitazione immediata: “Attaccano la rivoluzione delle donne e la lotta per una società democratica e socialista, oggi in corso in Iran e Siria. Ora la Turchia e gli islamisti di Damasco stanno minacciando tutta la Siria nord-orientale di guerra. In questo momento è fondamentale agire velocemente per fermare la guerra. È necessaria una pressione internazionale in Occidente per sostenere la resistenza del popolo nella Siria settentrionale e orientale. Chiamiamo tutte-i le-gli internazionalisti e coloro che lottano per la libertà di agire e difendere la rivoluzione. Chiediamo azioni per costruire pressioni nelle strade e per proclamare a gran voce: “Non accettiamo alcun attacco alla rivoluzione del Rojava. Vediamo lo Stato turco dietro questi crimini di guerra. Siamo uniti nella lotta. Viva la guerra del popolo rivoluzionario! Difendere la rivoluzione del Rojava per una Siria democratica!” Sempre a fianco del Rojava, in Italia domenica 18 gennaio, oltre un centinaio di persone si è ritrovato alla sede dell’Associazione Confederalismo Democratico – Kurdistan Milano, in viale Monza, 255 per l’assemblea “Defend Rojava”. Dal Rojava, la richiesta “all’Europa è di mobilitarsi, scendere in piazza e cambiare la narrazione dei fatti per supportare la rivoluzione. Per questo anche a Milano è fondamentale una mobilitazione d’urgenza. Convocata per questo una prima conferenza stampa mercoledì 21 gennaio” spiega a Radio Onda d’Urto Sherkan, compagno milanese. Ascolta il commento di Sherkan dopo l’assemblea Defend Kurdistan di Milano. Ascolta o scarica
SIRIA: ROJAVA SOTTO ATTACCO. JACOPO BINDI: “È UNO SCONTRO POLITICO TRA OPZIONI DIVERSE PER IL MEDIO ORIENTE”
In Siria l’offensiva su larga scala delle milizie jihadiste di Damasco minaccia l’autogoverno del confederalismo democratico nel nord-est del Paese. Quello appena trascorso è stato un fine settimana di durissimi scontri su tutta la linea di contatto tra le Forze siriane democratiche – l’esercito rivoluzionario del Rojava – e le truppe del governo di transizione di Al-Jolani/Al-Sharaa. “Questa guerra ci è stata imposta. È stata pianificata da molte forze”, ha dichiarato la sera di domenica 18 gennaio Mazloum Abdi, il comandante in capo delle Sdf. Il riferimento è all’evidente intesa tra i sostenitori di Damasco – dagli Usa alla Turchia, dagli stati dell’Ue a Israele – per dare il via libera alle milizie filoturche e liquidare l’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord-est. Dopo l’avanzata, i bombardamenti indiscriminati sui civili, i massacri e le torture nei quartieri a maggioranza curda di Aleppo tra il 6 e l’11 gennaio, le milizie salafite di Damasco hanno ammassato per giorni uomini e mezzi su vari punti del confine tra i territori controllati dal governo autoproclamato e quelli dell’Amministrazione autonoma settentrionale e orientale. Nel fine settimana è iniziata l’escalation. Sabato 17 gennaio, i miliziani dell’esercito siriano hanno teso un’imboscata alla colonna delle Forze siriane democratiche che abbandonava la città di Deir Hafer, a ovest del fiume Eufrate, come concordato per raggiungere un cessate il fuoco. Contemporaneamente, decine di migliaia di uomini delle milizie hanno attaccato le città a maggioranza araba di Tabqa, Raqqa e Deirezzor, entrate a far parte dell’Amministrazione autonoma tra il 2017 e il 2019 nell’ambito della guerra di liberazione dall’occupazione degli jihadisti di Isis. Dopo ore di combattimenti intensi – con pesanti perdite per le Forze siriane democratiche ma anche per l’esercito di Damasco – le forze di autodifesa del Rojava hanno lasciato Tabqa, Deirezzor e una parte del territorio di Raqqa per, ha spiegato Mazloum Abdi, “evitare la guerra civile, con ulteriori uccisioni, in particolare tra i civili, fermare le morti prive di senso e un conflitto i cui esiti non sarebbero stati positivi”. Proprio dall’area di Raqqa ancora sotto il controllo dell’Amministrazione autonoma, la mattina di lunedì 19 gennaio le Forze siriane democratiche e le Ypj (le Unità di protezione delle donne) hanno riferito di attacchi delle milizie governative alle postazioni di guardia della prigione di al-Aqtan, dove sono detenuti miliziani jihadisti dell’organizzazione Isis. Grazie al riposizionamento delle Sdf è stato raggiunto un accordo di cessate il fuoco. Da qui, il presidente siriano Al Sharaa ha annunciato la firma di un accordo per l’integrazione delle Forze siriane democratiche non come battaglioni, ma come singoli combattenti, oltre all’acquisizione del controllo, da parte di Damasco, sulle istituzioni del nord-est, sulle risorse idriche e petrolifere, sui confini. Nessuna conferma, sui termini dell’accordo, dall’Amministrazione autonoma. Sempre Mazloum Abdi ha chiarito ieri sera che si recherà oggi a Damasco proprio per discutere le condizioni del cessate il fuoco e dell’integrazione nello stato siriano. “Questa è una lotta a lungo termine – ha aggiunto Abdi – credo che il nostro popolo, la nostra organizzazione e i nostri compagni vinceranno questa guerra e questa sfida, proprio come hanno trionfato in altre negli ultimi 14 anni”. Gli fa eco l’Unione delle Comunità del Kurdistan, organizzazione ombrello del confederalismo democratico: “Lo spirito della resistenza di Kobane deve sollevarsi!” “Quanto sta accadendo in Siria è un tentativo di sabotare il processo per la pace e una società democratica”, ha commentato dall’isola-carcere di Imrali, in Turchia, il leader e cofondatore del Pkk Abdullah Öcalan, raggiunto domenica 18 gennaio da una delegazione di parlamentari del Partito Dem. “L’esistenza stessa dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord-est, un’opzione politica fondata sull’autogoverno, su idee di libertà e socialiste, che cerca di proporsi come un’alternativa per tutti i popoli della regione superando le divisioni storiche imposte dalle potenze coloniali, è un problema molto grosso per gli interessi delle potenze capitaliste – globali e regionali – rappresentati invece dal governo di transizione siriano di Al-Sharaa“, commenta Jacopo Bindi, dell’Accademia della modernità democratica, ai microfoni di Radio Onda d’Urto. Sul piano della solidarietà internazionale, Rise up 4 Rojava chiama alla mobilitazione, non soltanto a supporto della resistenza nella Siria del nord-est, ma per colpire, con azioni e manifestazioni, tutto l’apparato, militare, politico, informativo, della guerra globale voluta dalle potenze imperialiste e coloniali per i loro interessi. Gli aggiornamenti e l’analisi su Radio Onda d’Urto di Jacopo Bindi, dell’Accademia della modernità democratica. Ascolta o scarica.
SIRIA: PROTESTE, NEGOZIATI E TENSIONI. IL PUNTO SULLA SITUAZIONE CON MURAT CINAR
In Siria le forze di sicurezza del governo di transizione di Damasco hanno arrestato 21 persone nella regione costiera di Latakia per aver partecipato alle manifestazioni dei giorni scorsi per federalismo e autodeterminazione. La mobilitazione di migliaia di persone era culminata domenica in scontri tra le milizie che compongono l’esercito di Damasco e i manifestanti. Il bilancio è stato di almeno 8 morti. Da ieri, a Latakia, le forze di sicurezza hanno imposto anche il coprifuoco. Le milizie filoturche affiliate a Damasco, intanto, hanno di nuovo violato il cessate il fuoco attaccando con i droni le Forze democratiche siriane – l’esercito dell’autonomia democratica a guida curda nel nord-est – vicino la diga di Tishreen. Le Sdf hanno fatto sapere ieri sera di aver risposto al fuoco causando vittime e feriti tra i nemici supportati dalla Turchia. Il tutto mentre, sulla carta, scade in queste ore l’accordo di cessate il fuoco tra l’attuale governo siriano e le Sdf. I relativi negoziati sull’integrazione delle istituzioni autonome civili e militari del Rojava nello stato siriano, però, sono pressoché fermi, nonostante i contatti tra le parti proseguano. Su questo, ieri, dall’isola-carcere di Imrali è intervenuto Ocalan esortando lo stato turco – grande sponsor di Damasco – a svolgere un ruolo di facilitazione e non di ostacolo verso un accordo che eviti una nuova guerra. Il punto con il giornalista e nostro collaboratore Murat Cinar che oltre alle notizie dalla Siria, ci racconta le manifestazioni che si sono svolte in Turchia la scorsa domenica 28 dicembre, a Istambul e Ankara, contro gli abusi sessuali all’interno delle carceri israeliane. Ascolta o scarica
SIRIA: L’ESERCITO DI DAMASCO (HTS) ATTACCA I QUARTIERI CURDI DI ALEPPO. UNA VITTIMA E DIVERSI FERITI, MA L’OFFENSIVA È STATA RESPINTA
Le milizie salafite legate alla Turchia, inquadrate nell’esercito di Damasco, hanno attaccato di nuovo – martedì 22 dicembre 2025 – i quartieri a maggioranza curda di Aleppo, Sheikh Maqsoud e Ashrefyie. Si tratta del secondo tentativo in pochi mesi di entrare in quella porzione della seconda città siriana che è autogovernata secondo il modello del confederalismo democratico ed è parte dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord e dell’est, con la quale però non c’è continuità territoriale. Come nello scorso mese di ottobre, l’attacco è stato respinto dalla popolazione e dalle forze di sicurezza interna confederali. Le Forze siriane democratiche, le Ypg e le Ypj si sono infatti ritirate dai quartieri curdi di Aleppo in seguito a un accordo di cessate il fuoco specifico per la situazione della città nord-occidentale siglato dalle Sdf e Damasco in aprile. Da allora, l’autodifesa dei quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrefyie è dunque affidata ai loro oltre 200mila abitanti (in maggioranza curdi, ma anche arabi siriani della minoranza cristiana), alle istituzioni politiche civili e alle forze di sicurezza interna. Oggi, martedì 23 dicembre, nei due quartieri la situazione è di calma relativa, ma l’aggressione – con tank e artiglieria – ha causato l’uccisione di una donna e il ferimento di altri 19 civili, tra i quali un bambino di 9 anni. Lo scorso 10 marzo, il comandante in capo delle Forze democratiche siriane, Mazloum Abdi, e l’autoproclamato presidente siriano, Ahmed Al-Sharaa, hanno firmato un accordo di cessate il fuoco su tutto il territorio siriano. In teoria, però, il patto prevede l’implementazione – entro fine anno – di una serie di punti verso l’integrazione delle istituzioni autonome della Siria del nord-est nel nuovo assetto istituzionale della Siria “post-Assad”. I negoziati, tuttavia, vanno a rilento. Difficile trovare una mediazione tra le parti, soprattutto per quanto riguarda il nodo principale: l’integrazione delle Forze democratiche siriane, l’esercito de facto della Siria settentrionale e orientale (composto dalle Ypg/Ypj a maggioranza curda e da diversi consigli militari delle aree a maggioranza araba), nell’esercito di Damasco. Il governo siriano e la Turchia (suo principale sponsor e alleato) vorrebbero che il potere – anche militare – fosse centralizzato a Damasco. Le Sdf e l’Amministrazione autonoma del nord-est insistono sul modello di una Siria unita ma con un sistema decentralizzato, che riconosca l’autonomia, l’autogoverno e l’autodifesa (anche militare) alle comunità locali… In sostanza, sul modello del confederalismo democratico. Mediano tra le due posizioni gli Usa e gli stati europei della Coalizione internazionale anti-Isis, interessati a stabilizzare il Paese. Da alcune settimane i negoziati siriani sono – anche ufficialmente – uno dei temi sul tavolo delle trattative in corso da più di un anno tra lo stato turco e il leader del movimento di liberazione curdo Abdullah Öcalan, da 26 anni detenuto sull’isola-carcere di Imrali, in Turchia. Su Radio Onda d’Urto abbiamo fatto il punto della situazione con Jacopo Bindi dell’Accademia della Modernità Democratica. Ascolta o scarica.