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Il confronto tra Rojava e Damasco tra pluralismo e centralismo
Per oltre dieci anni il Nord-Est siriano è stato uno dei principali snodi delle profonde trasformazioni che hanno attraversato il Paese: prima resistenza contro l’ISIS, poi laboratorio politico e amministrativo in condizioni di guerra permanente. Qui si è sviluppato un sistema di autogoverno basato su autonomie locali, pluralismo etnico e partecipazione politica, rompendo con il centralismo dello Stato siriano. Inizialmente il termine “Rojava” indicava le zone curde del Nord-Est, il Kurdistan occidentale. Con le campagne contro l’ISIS, l’area autonoma si è estesa includendo anche ampie zone arabe lungo l’Eufrate e le province di Raqqa e Deir ez-Zor, territori non storicamente curdi. In questo quadro si è affermata nei documenti ufficiali la denominazione di DAANES (Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est), in luogo di “Rojava”. Un cambiamento che ha inteso riflettere l’ampliamento territoriale e la natura multi-etnica dell’entità autonoma, superando una definizione percepita come esclusivamente curda. IL CONFRONTO CON DAMASCO Oggi, con il mutare degli equilibri militari e diplomatici, segnato negli ultimi mesi dalla perdita di alcune aree strategiche lungo l’asse dell’Eufrate e nella cintura meridionale del Nord-Est, passate sotto il controllo delle forze governative, quella stagione entra in una fase nuova. I negoziati tra le autorità del Nord-Est e il governo di Damasco puntano a ridefinire i rapporti tra l’Amministrazione autonoma e lo Stato centrale, aprendo un processo di integrazione istituzionale che solleva interrogativi sul futuro politico e amministrativo della regione. Per leggere questa transizione dall’interno abbiamo dialogato con Sema Bekdaş, portavoce del Partiya Yekîtiya Demokrat (PYD), tra i principali attori del progetto nato nel Rojava e poi confluito nella DAANES. Nel suo racconto, la dimensione politica e quella sociale appaiono strettamente intrecciate: mentre proseguono i negoziati, il peso della guerra continua a gravare sulla popolazione civile. «Vi è un’intensa attività politico-diplomatica per garantire l’attuazione concreta degli accordi. Ma sul piano sociale molti sfollati — in particolare da Afrin, Shahba, Tabqa e Aleppo — vivono ancora in condizioni estremamente difficili». Il riferimento rimanda a un contesto ancora profondamente segnato dalle conseguenze materiali e demografiche della guerra. L’offensiva turca su Afrin nel 2018, gli sviluppi nella regione di Shahba e i continui mutamenti delle linee di controllo tra Aleppo e l’asse dell’Eufrate hanno generato ondate successive di sfollamento interno. Negli ultimi mesi, molte famiglie sono state sfollate forzatamente dai quartieri curdi di Aleppo, tra cui numerosi rifugiati originari di Afrin. Il passaggio di Tabqa e ampie aree delle provincie di Raqqa e Deir ez-Zor sotto il controllo di Damasco, inoltre, ha alimentato nuovi movimenti verso il Nord-Est, nel timore di nuove violenze e ritorsioni. In questo scenario, il tema del ritorno degli sfollati, delle garanzie di sicurezza e della ricostruzione delle amministrazioni locali è entrato a pieno titolo tra le questioni centrali discusse nei colloqui tra l’Amministrazione autonoma e Damasco. Ma, secondo Bekdaş, questi nodi rimandano a una ridefinizione più ampia dell’assetto statale e del quadro costituzionale. «In passato sono stati conclusi altri accordi, come quello del 10 marzo, ma l’intesa attuale mira a ricomprendere le questioni ancora aperte e a offrire un quadro valido per l’intero Paese. Con la sua firma si apre una discussione sulla futura configurazione del sistema politico siriano. A più di un anno dalla caduta del regime, la società non ha ancora avuto un vero spazio di confronto sul proprio avvenire. Resta da definire quale assetto assumerà lo Stato: federale, decentrato o centralizzato». Il confronto con Damasco si colloca dunque su un terreno strutturalmente politico: si tratta di stabilire se e come l’esperienza di autogoverno maturata nel Nord-Est possa essere ricondotta entro un quadro statale unitario senza essere svuotata della propria sostanza. «Oggi è in corso uno sforzo per fare di questo accordo la base di un sistema politico che tutti i siriani possano contribuire a costruire. A partire da esso dovrebbe delinearsi un assetto in cui le regioni si organizzino su base territoriale, affidando la gestione degli affari locali alle comunità. Il cessate il fuoco è un passo positivo; ora però si apre una fase diversa, che richiede un confronto capace di costruire un assetto realmente condiviso e decentralizzato per l’intera Siria». Il riassetto della sicurezza prevede l’integrazione graduale delle forze del Nord-Est nelle istituzioni statali, con l’inserimenti di alcuni reparti SDF nella catena di comando siriana e l’assorbimento delle forze di sicurezza intena (Asayish) nel Ministero dell’Interno, oltre al controllo governativo di frontiere e infrastrutture strategiche.  «La questione di come integrare le forze di difesa nelle istituzioni statali in modo coordinato e senza creare nuovi conflitti è centrale. Oggi si parla molto di fiducia e stabilità. Ma, realisticamente, una fiducia solida non è ancora stata costruita tra ampi settori della società siriana e il governo centrale. Negli ultimi anni il Paese è stato attraversato da eventi traumatici: massacri, violenze, persecuzioni che hanno colpito diverse componenti della popolazione. Queste paure non sono scomparse». Negli ultimi mesi, episodi di violenza settaria contro le aree alawite della costa, comunità druse del sud e altre minoranze, attribuiti a gruppi jihadisti sunniti, gruppi paramilitari e forze governtive, hanno rafforzato la percezione di una sicurezza fragile, alimentata dal vuoto di controllo e dalla competizione territoriale. In questo quadro, la questione dell’integrazione delle forze armate e della costruzione di un comando unificato è strettamente legata alla ricostruzione della fiducia tra lo Stato e le sue diverse componenti sociali. > «La fiducia tra Damasco e una parte significativa dei cittadini è stata > profondamente indebolita. Per questo, accanto alle forze che sostengono la > stabilizzazione, esistono anche gruppi interessati a riaccendere il conflitto, > ad alimentare tensioni tra comunità e nazionalità, e a colpire la regione». > Il rischio evocato è quello di una ricaduta nel conflitto in un Paese già > stremato da oltre un decennio di guerra, frammentazioni territoriali e > interferenze esterne. In questa cornice, la dimensione interna — il confronto > tra le diverse componenti della società siriana — diventa decisiva quanto > quella diplomatica. LA TUTELA DELLA PLURALITÀ NAZIONALE E DEI DIRITTI DELLE DONNE Un nodo necessario tocca il processo di formazione del nuovo governo centrale ad interim alla luce di un impianto costituzionale che concentra ampi poteri nell’esecutivo, non riconosce pienamente la pluralità nazionale ed etnica del Paese e si fonda su un sistema elettorale che, per struttura delle circoscrizioni e meccanismi di rappresentanza, tende a penalizzare le realtà politiche e territoriali minoritarie. «È necessario un congresso nazionale, una conferenza che riunisca l’insieme delle realtà del Paese per negoziare soluzioni comuni. La questione costituzionale è centrale: solo attraverso una formula condivisa sarà possibile costruire una stabilità reale e duratura». Bekdaş insiste sul fatto che la Siria, per composizione sociale e per la sua storia recente, non possa essere governata con formule uniformi senza rischiare nuove fratture. A suo giudizio, il nuovo governo di Damasco è stato formato in modo centralizzato, così come la dichiarazione costituzionale è stata adottata senza un processo realmente inclusivo. > «Per rispondere alle aspettative dei siriani, la dichiarazione costituzionale > dovrebbe essere rivista e sostituita da una Costituzione permanente elaborata > con la partecipazione delle forze politiche e dei rappresentanti della > società. Anche la formazione del governo dovrebbe fondarsi su un sistema > parlamentare eletto in modo trasparente e legittimo». Solo attraverso un simile percorso — conclude — sarà possibile garantire i diritti delle diverse componenti del Paese, dalla partecipazione politica all’amministrazione locale, fino alla tutela delle specificità culturali e sociali. Arriviamo così al nodo costitutivo dell’intero progetto politico del Rojava: la “rivoluzione delle donne”,  il suo asse fondante, capace di ridefinire pratiche di potere, rappresentanza e organizzazione sociale, e di proiettare la propria influenza ben oltre i confini siriani.  Un patrimonio che rischia oggi di entrare in tensione con l’orientamento delle nuove autorità centrali. Bekdaş osserva che, pur richiamandosi formalmente ai principi di democrazia e libertà, le forze oggi al governo continuerebbero a muoversi entro una visione tradizionale dei ruoli di genere. «Le donne vengono ancora collocata entro confini ristretti: nel quadro della famiglia, legate alla casa, vincolata a norme sociali e tradizionali». Da qui il richiamo alla dimensione storica della conquista dei diritti. «Sappiamo che ogni diritto ottenuto dalle donne — dal voto all’istruzione, fino alla partecipazione politica — è stato il risultato di lotte e sacrifici. Nulla è stato concesso spontaneamente; tutto è stato conquistato attraverso mobilitazione e perseveranza». Nel Nord-Est, ricorda, le donne hanno partecipato fin dall’inizio alla rivoluzione, assumendo ruoli di leadership, organizzandosi autonomamente e contribuendo alla difesa del territorio e alla costruzione istituzionale. La questione, ora, è come tradurre questa esperienza nella nuova fase politica. «Nel processo di redazione della futura Costituzione dobbiamo garantire che i diritti conquistati vengano preservati. È necessaria una lotta politica continua e la costruzione di accordi e alleanze tra tutte le donne della Siria. Dobbiamo unire le posizioni ed esprimere una voce comune». Bekdaş nomina il sistema della co-presidenza e i meccanismi di partecipazione paritaria introdotti nelle strutture politiche del Nord-Est. «Chi crede nella libertà delle donne deve assumersi la responsabilità di agire con tutti gli strumenti possibili — politici, giuridici, diplomatici — costruendo coalizioni. Solo così potremo garantire che nella futura Costituzione i diritti delle donne non vengano ridotti o svuotati, ma riconosciuti pienamente». Bekdaş invita a non ridurre l’accordo a una dinamica interna: Il negoziato – sottolinea – si è sviluppato in un contesto regionale e internazionale segnato da interessi incrociati che ne hanno condizionato contenuti e margini. «Non è stato un accordo semplice, né è nato soltanto tra parti siriane. Diversi Stati hanno avuto un ruolo nella sua formazione e ne hanno sostenuto l’attuazione». Tra questi, richiama in particolare Francia e Stati Uniti: «La Francia ha espresso la disponibilità a seguirne l’applicazione anche come possibile garante». Secondo Bekdaş, la dimensione internazionale resta decisiva anche per la tutela dei diritti curdi nel nuovo assetto siriano. Il richiamo a un coinvolgimento esterno più attivo si lega ai precedenti tentativi falliti: «In passato alcuni accordi sono rimasti sulla carta o sono stati seguiti da nuove tensioni. Per questo è essenziale che questa volta vi sia un sostegno concreto e continuo». La copertina è di Kurdistruggle (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il confronto tra Rojava e Damasco tra pluralismo e centralismo proviene da DINAMOpress.
February 24, 2026
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DAANES: La minaccia militare continua nonostante il cessate il fuoco
L’Amministrazione autonoma democratica della Siria settentrionale e orientale (DAANES) ha rilasciato una dichiarazione in merito all’ultima situazione sul campo dopo il cessate il fuoco raggiunto tra le Forze democratiche siriane (SDF) e il governo ad interim di Damasco. Nella dichiarazione si sottolinea che il cessate il fuoco è stato esteso; tuttavia, il governo provvisorio di Damasco ha affermato che questa misura è stata presa con il pretesto di trasferire i membri dell’ISIS. “Queste affermazioni del governo dimostrano chiaramente che l’opzione militare e ulteriori attacchi alla regione restano sul tavolo e che le minacce contro la popolazione e la regione continuano”, si legge nella dichiarazione, che invita il pubblico a mantenere il massimo livello di allerta e ad adottare le necessarie precauzioni di sicurezza. La dichiarazione prosegue invitando il popolo curdo e i suoi alleati in tutte e quattro le regioni del Kurdistan e all’estero a proseguire le loro azioni. Afferma che Kobanê rimane sotto assedio e che il popolo continua a resistere alla guerra genocida scatenata contro di loro. DAANES ha sottolineato che l’unità del popolo e lo spirito di resistenza costituiscono il fondamento della loro capacità di affrontare qualsiasi sfida. L’Amministrazione Autonoma ha osservato di aver informato sia l’opinione pubblica che la comunità internazionale della propria disponibilità alla pace e al dialogo, ricordando che il popolo siriano ha dovuto affrontare immense difficoltà a causa di lunghe e ardue guerre. L'articolo DAANES: La minaccia militare continua nonostante il cessate il fuoco proviene da Retekurdistan.it.
January 25, 2026
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Zeynep Murhag: «I quartieri curdi di Aleppo resisteranno fino alla fine»
L’intervista che segue si inserisce nel contesto del perdurare degli attacchi contro i quartieri curdi di Aleppo, Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, la cui storia e il cui ruolo nel contesto siriano sono stati ricostruiti in un nostro precedente approfondimento. Gli attacchi in corso sono attribuibili alle milizie del governo di transizione siriano, la cui struttura di potere si fonda in larga parte su Hayat Tahrir al-Sham (HTS), formazione jihadista che, nonostante il formale annuncio di scioglimento, continua di fatto a costituirne la spina dorsale politico-militare attraverso apparati, uomini e gruppi armati ancora pienamente operativi. Gli sviluppi attuali si collocano nel quadro degli accordi siglati nei mesi precedenti. Il 10 marzo 2025 è stato firmato un accordo tra la leadership del governo di transizione e il comando delle Syrian Democratic Forces (SDF), coalizione militare multietnica che include forze curde, arabe e assiro-siriache. A questa intesa è seguito, il 1° aprile, un accordo specifico su Aleppo, che prevedeva lo scambio di prigionieri, l’integrazione dei consigli locali nell’amministrazione provinciale e il ritiro delle SDF dalla città, con il trasferimento della sicurezza interna alle Asayish, forze civili dell’Amministrazione Autonoma. L’attuazione di tali accordi è tuttavia rimasta parziale e, dopo il ritiro delle SDF, Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah sono rimasti esposti e progressivamente isolati, mentre si sono intensificati gli attacchi armati contro la popolazione. Come in numerose occasioni precedenti, i bombardamenti hanno colpito soprattutto le infrastrutture civili. L’ospedale Sehîd Xalid Fecir, nel quartiere di Sheikh Maqsoud, è stato duramente bombardato: oltre 70 feriti sono in condizioni critiche e la situazione sanitaria è sempre più drammatica. Di fronte all’aggravarsi dell’emergenza, Heyva Sor, la Mezzaluna Rossa Curda, ha lanciato un appello urgente per l’apertura di un corridoio umanitario. Un convoglio di 15 veicoli è già in viaggio verso i quartieri colpiti, mentre cresce il rischio di collasso del sistema sanitario locale. Parallelamente, da tutte le regioni dell’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est (DAANES), centinaia di persone si stanno organizzando per raggiungere Aleppo in carovane di automobili. Dai cantoni di Cizîrê, Deir ez-Zor, Raqqa, Tabqa e Kobanê, la popolazione esprime la volontà di resistere, mentre i consigli locali annunciano intensi preparativi su tutto il territorio. Nei quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, il Consiglio del Popolo ha assunto una posizione chiara: la popolazione resterà nei propri quartieri, determinata a proseguire la difesa contro i massacri perpetrati dalle milizie affiliate al Governo di Transizione Siriano. Di seguito riportiamo l’intervista realizzata per Dinamopress a Zeynep Murhag, 27 anni, attivista del Movimento delle Giovani Donne della Siria del Nord-Est, che da Qamişlo testimonia il protrarsi degli attacchi contro i quartieri curdi di Aleppo e la mobilitazione in corso in tutta la DAANES. Mobilitazione della popolazione di Derik (Nord-Est Siria) a sostegno della resistenza di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah La decisione di dichiarare Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah zona militare ha costretto migliaia di persone ad abbandonare le proprie abitazioni. Quali misure concrete sono state adottate per proteggere la popolazione civile e consentirne il ritorno? In questo momento è in atto una resistenza: quella della popolazione di Aleppo nei quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah. Una resistenza di grande rilievo storico, poiché non è la prima volta che le forze affiliate al Governo di Transizione Siriano colpiscono queste aree, né la prima volta che la popolazione locale risponde opponendo una determinata e tenace capacità di resistenza. Attualmente l’obiettivo del governo siriano appare quello di svuotare questi due quartieri dalla loro popolazione, in particolare dalla componente curda. A questo fine si susseguono attacchi ripetuti, che la popolazione di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah ha finora costantemente contrastato. Queste aree della città hanno già conosciuto in passato forme di resistenza organizzata: già dieci anni fa si svilupparono pratiche di opposizione, grazie alle quali gli abitanti riuscirono a conquistare spazi di autonomia. Un percorso che non si è mai interrotto e che prosegue ancora oggi, mentre nelle ultime settimane gli attacchi si sono intensificati in maniera costante. Quelli in corso rappresentano i bombardamenti più violenti degli ultimi dieci anni contro questi due quartieri. La decisione assunta dal Governo di Transizione Siriano di dichiarare Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah zone militari è un messaggio di guerra rivolto alla popolazione civile, e in particolare alla comunità curda che vi risiede. Risulta altrettanto evidente come tale scelta si inserisca sotto l’influenza e la responsabilità dello Stato turco e dei gruppi armati ad esso affiliati che, in queste ore, stanno conducendo gli attacchi. Da quanto emerge, nella giornata di oggi sono stati inviati autobus ed è stato annunciato un cessate il fuoco unilaterale, accompagnato dall’ordine rivolto alla popolazione di evacuare queste aree. Un passaggio che evidenzia come l’obiettivo non sia la cessazione delle ostilità, bensì lo svuotamento dei quartieri dai loro abitanti. Proprio perché esiste una lunga storia di opposizione, contro la società locale vengono oggi impiegate strategie di guerra fondate su intimidazioni, massacri e una intensa offensiva psicologica diffusa attraverso i media, con l’obiettivo di terrorizzare gli abitanti e costringerli all’esodo. Molte persone sono state obbligate ad abbandonare le proprie case e, una volta fuggite, diverse di loro sono state sequestrate da HTS, sottoposte a torture e maltrattamenti. Per questo motivo, la narrazione proposta dai media e la realtà sul terreno appaiono profondamente divergenti. I gruppi di HTS che hanno attaccato Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah sono entrati nelle abitazioni, senza offrire alcuna protezione alla popolazione, e si sono resi responsabili di torture e uccisioni. Le vittime sono esclusivamente civili.  Dal 1° aprile le SDF hanno ufficialmente lasciato Aleppo e la sicurezza nei quartieri è affidata alle Asayish. Di conseguenza, a resistere agli attacchi dei gruppi jihadisti sono forze civili. Una società locale che si mostra compatta e determinata a restare nei propri quartieri e che ha dichiarato pubblicamente la propria disponibilità a difenderli. Per queste ragioni, i Consigli dei due quartieri hanno diffuso una dichiarazione con cui respingono ogni forma di pressione esercitata contro la popolazione e i territori. Nel testo si sottolinea come, alla luce delle azioni condotte dal governo di Damasco dal suo insediamento ai danni delle diverse componenti della società siriana — e, in particolare, dei massacri che negli ultimi giorni hanno colpito il nostro popolo — non vi sia alcuna fiducia nella sua capacità di garantire la sicurezza. Ne consegue la decisione di non arretrare nella difesa delle proprie zone e di restare nei quartieri per proteggerli. Questa dichiarazione conferma come HTS e le milizie islamiste non abbiano alcuna intenzione di proteggere la popolazione civile né di garantire un’evacuazione reale e sicura verso le regioni dell’Amministrazione Autonoma. A dimostrarlo sono i numerosi rapimenti, le torture, gli omicidi e i massacri. La popolazione è pienamente consapevole di questa realtà e sa che la propria protezione dipende innanzitutto da sé stessa. Non ripone fiducia in altre forze: per difendere il proprio futuro, la propria identità e la propria stessa esistenza, ritiene necessario opporre una determinazione collettiva. Da qui la forte volontà di restare nei quartieri e di non cedere alle strategie di guerra. È chiaro, infine, che i bisogni reali della società e le misure concrete di protezione non verranno garantiti né da HTS né dal governo di transizione siriano, ma dalla popolazione stessa. Quella in corso è una resistenza di grande rilievo, un messaggio chiaro che la popolazione rivolge contro gli attacchi a Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah. È un passaggio che si iscrive in una traiettoria storica: esprime la posizione, il carattere e la determinazione di questa comunità. Per noi rappresenta una profonda fonte di speranza e di motivazione, alla quale rivolgiamo piena solidarietà. L’accordo del  1° aprile 2025 prometteva integrazione amministrativa, servizi di base e garanzie per la popolazione locale. Quali parti di quell’accordo, a suo avviso, non sono state attuate e perché? L’accordo su Aleppo del 1° aprile si inserisce in diretta continuità con l’intesa del 10 marzo, sottoscritta dal leader di HTS Jolani – Ahmed al-Shara – e dal comando delle SDF. Il testo del 1° aprile era concepito come un primo passo, una sperimentazione concreta dell’attuazione di quell’accordo nel contesto della città di Aleppo. L’accordo, articolato in 14 punti, prevedeva tra le sue disposizioni lo scambio di prigionieri e un percorso di integrazione amministrativa, che riconosceva ai consigli locali dei quartieri la possibilità di organizzarsi autonomamente e di essere integrati nell’amministrazione provinciale di Aleppo, sotto il coordinamento di un comitato civile dedicato. L’intesa includeva inoltre la garanzia dei servizi di base e misure di tutela per la popolazione locale, riconoscendo in particolare l’accesso all’acqua come un elemento essenziale. Il testo stabiliva inoltre il ritiro delle SDF da Aleppo e l’affidamento della sicurezza alle Asayish, forza civile di sicurezza interna, a condizione che fossero tutelate l’identità culturale della popolazione e i diritti della minoranza curda nei quartieri interessati. Se oggi si valutano le parti dell’intesa effettivamente attuate, emerge che alcuni passaggi iniziali hanno avuto luogo: è stato realizzato uno scambio di prigionieri che ha coinvolto circa 200 detenuti, le SDF hanno lasciato la città e diversi posti di blocco sono stati smantellati o alleggeriti, con una conseguente riduzione delle misure di sicurezza. Passaggi che hanno rappresentato segnali positivi e alimentato aspettative e speranze all’interno della società. Tuttavia, molte delle misure adottate sono rimaste unilaterali. Dopo il ritiro delle SDF, i quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah sono rimasti di fatto isolati all’interno della città. Nel complesso, anziché una piena attuazione dell’intesa, si assiste all’esatto contrario. Negli ultimi tre giorni in particolare, ma già nei mesi precedenti, si sono infatti ripetuti attacchi contro la popolazione di Aleppo, colpendo in modo mirato i quartieri a maggioranza curda. Ciò indica che è in corso un’offensiva pesante contro la popolazione di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah e che, allo stato attuale, non esistono garanzie di sicurezza né di sopravvivenza per la comunità curda che vi risiede. Quanto sta accadendo oggi rappresenta l’opposto di quanto promesso nell’accordo della primavera 2025, a quasi un anno dalla sua firma. Tutto ciò dimostra come queste forze siano ostili all’idea di una Siria democratica e decentralizzata, fondata sulla convivenza pacifica tra comunità diverse, al di là delle appartenenze religiose o etniche. Gli attacchi in corso ad Aleppo trasmettono inoltre un messaggio che non riguarda soltanto la popolazione curda, ma coinvolge anche quella alawita, drusa e l’insieme delle minoranze presenti nel Paese, comprese le comunità ebraiche, ezide e molte altre. La mancata applicazione dell’accordo e la prosecuzione degli attacchi contro la popolazione civile confermano che le forze islamiste e le milizie armate affiliate allo Stato turco, oggi responsabili delle violenze ad Aleppo e dei massacri contro la popolazione curda, si pongono apertamente contro gli accordi del 10 marzo e del 1° aprile aprile e, più in generale, contro la possibilità stessa di una Siria democratica e pacifica. Mobilitazione della popolazione di Derik (Nord-Est Siria) a sostegno della resistenza di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah Dopo questa escalation, quali scenari si delineano per il futuro di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah? Per quanto riguarda il futuro dei quartieri dopo questa escalation, ciò che possiamo affermare come popolazione del Rojava — sulla base di ciò con cui siamo cresciuti, di quanto abbiamo vissuto e osservato, e del carattere che ha segnato gli ultimi cinquant’anni di resistenza del popolo curdo — è che, anche di fronte agli attacchi contro la società e ai sacrifici che essa è chiamata a sostenere pur di non abbandonare le proprie case, la resistenza continuerà, fino alla fine. Lo abbiamo già visto a Kobanê e lo abbiamo visto in passato anche a Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, che fin dall’inizio della rivoluzione siriana e delle primavere dei popoli in Medio Oriente hanno sempre resistito, e lo ha fatto con successo. Se dunque la resistenza della popolazione di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, così come quella del Rojava, riuscirà — ed è questa la nostra visione e ciò in cui crediamo — la nostra scelta sarà quella di insistere sul dialogo e sugli accordi, non su una soluzione militare né su nuovi massacri. Questo non è l’obiettivo di nessuno di noi. Per questo puntiamo sul dialogo e sugli accordi, come strumenti capaci di aprire passi in avanti verso una Siria dei popoli, una Siria democratica e pacifica, una Siria che possa diventare un esempio per l’intero Medio Oriente e una fonte di motivazione e di speranza per il mondo e per tutte le forze democratiche, in questa fase storica che viviamo e che molti definiscono come una Terza guerra mondiale, in cui ovunque le esperienze democratiche sono sotto attacco. In questo quadro, la resistenza che oggi vediamo a Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah può rappresentare una speranza per l’intera umanità, con un impatto pari — o persino superiore — a quello che ebbe Kobanê dieci anni fa. Per questo nutriamo una profonda fiducia. L’autogoverno e l’organizzazione democratica della società costituiscono per noi un principio fondamentale, una linea invalicabile. La popolazione non accetterà un controllo imposto né la cancellazione della propria esistenza, ma continuerà a rivendicare una Siria dai molti colori, capace di garantire l’esistenza e i diritti di tutte le minoranze e identità. Si tratta dunque di una lotta animata da una visione ampia e da una prospettiva di lungo periodo sul futuro. Crediamo che vi sia davanti a noi un orizzonte luminoso e che questi quartieri riusciranno nella loro resistenza, non in solitudine. Ne è prova la solidarietà che stiamo ricevendo dalla comunità internazionale e dall’intera popolazione curda: negli ultimi giorni, in tutte e quattro le parti del Kurdistan, migliaia di persone sono scese in strada. Anche in Iran sono in corso sollevazioni, in particolare nelle città a maggioranza curda, dove la popolazione è in resistenza contro il regime ed esprime una forte solidarietà con Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah. Manifestazioni si sono svolte inoltre in numerose città del Kurdistan del Sud e del Nord. Nel Kurdistan del Nord, oltre alle proteste di piazza, molte persone si sono spinte fino ai confini per testimoniare concretamente il proprio sostegno alla resistenza in corso. Tutto questo dimostra che, per noi come popolo curdo, questa resistenza stia ancora una volta rafforzando un senso di unità, nonostante la separazione materiale imposta dai confini. Sta generando uno spirito profondo e una forza collettiva di grande importanza. La copertina è tratta da un video pubblicato sul canale Telegram di Rete Kurdistan SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Zeynep Murhag: «I quartieri curdi di Aleppo resisteranno fino alla fine» proviene da DINAMOpress.
January 11, 2026
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