Spotify: il braccio musicale del tecnofascismo
La notizia è di qualche giorno fa. Il gruppo di hacktivisti Anna’s Achive ha
trafugato e messo a disposizione tramite Torrent la quasi totalità del catalogo
musicale di Spotify: 86milioni di brani, 256milioni di metadati per un totale di
TB File che, si legge su Wired, vale il 99,6% di tutta l’offerta in streaming
della piattaforma svedese. “Chi ruba a un ladro ha cent’anni di perdono”, disse
il Maradona della “mano de Dios”. Si potrebbe liquidare con le stesse parole
questa formidabile “rapina”, senza aggiungervi altro. Sarebbe fondato e
legittimo.
Ma vista la centralità dell’infrastruttura digitale nella nostra specifica
congiuntura di guerra, forse vale la pena dire qualcosa in più. Soprattutto
perché nel discorso pubblico Spotify non viene quasi mai associata alle grandi
corporation dell’Hi Tech – Apple, Microsoft, Amazon, Uber, AirB&B, Aphabet,
Nvidia, Meta e Tesla – e a quelle dell’intrattenimento – Netflix su tutte – e
nemmeno al resto dei social media. E tuttavia, con i suoi 713milioni di abbonati
mensili, Spotify è un perno altrettanto centrale dell’attuale “capitalismo delle
piattaforme”.
Musica e accumulazione originaria
Per chi volesse addentrarsi nella questione, Mood Machine. The Rise of Spotify
and the Costs of the Perfect Playlist (2025), di Liz Pelly è sicuramente utile.
Il testo propone una sorta di genealogia di Spotify, un’indagine minuziosa della
sua costituzione aziendale, della storia del suo management e del processo
produttivo interno. A proposito di ladri, Pelly, giornalista culturale e critica
musicale, comincia il suo lavoro ricostruendo una specie di furto originario:
un’appropriazione o recinzione proprietaria di un’incipiente forma di common
digitale.
Spotify nasce certo nel 2006, ma la sua gestazione viene qui ricollocata a
Göteborg nel 2001. Nel giugno di quell’anno, 15mila attivisti dell’allora
ascendente movimento “No global” scesero in strada nella città svedese per
protestare contro un summit della UE con G.W. Bush. Brutale la risposta delle
forze dell’ordine: la polizia carica violentemente i cortei, ma soprattutto, in
una spettrale anteprima di Genova, spara colpi d’arma da fuoco contro i
manifestanti. Il bilancio finale sarà di due giovani gravemente feriti, si è
parlato anche di morti, mai del tutto verificati, e centinaia di arresti.
Questa feroce risposta “pubblica”, ci dice Pelly, indurrà diversi collettivi
svedesi a cambiare strategia militante, a cercare una forma di attivismo meno
frontale, più “privata”, ma altrettanto incisiva. Nascono così decine di
iniziative di cooperazione e mutuo soccorso, contro la privatizzazione di ogni
risorsa, in favore di una libera circolazione delle persone, della cultura, del
sapere e di altri mezzi strategici per la produzione e riproduzione della vita
sociale. Tra questi nuovi collettivi vi sarà Piratbyran (poi Pirate Bay), una
piattaforma digitale creata nel 2003 da un gruppo eterogeneo di attivisti –
movimenti sociali, punks, ravers, musicisti underground – per promuovere la
condivisione peer-to-peer di musica, libri, film e altre informazioni.
Piratbyran cercava di minare il monopolio delle diverse industrie culturali
multinazionali, rivendicando la produzione culturale come bene collettivo e
l’accesso alle sue espressioni come diritto. La creazione e il successo di
questa piattaforma sono stati resi possibili dall’accesso gratuito alla rete che
offrivano allora le grandi città svedesi. La dirompente ascesa di Pirate Bay
coincise inoltre con la chiusura di Napster, il suo immediato predecessore,
acquistato da Bertelsmann AG per 60milioni di dollari, dopo quattro anni di
accanita persecuzione da parte delle principali major della musica globale. E’
in questo contesto di forte contrasto corporate alla pirateria musicale che
Daniel Ek e Martin Lorentzon, due programmatori con un trascorso nel mondo delle
industrie digitali, cominciano a pensare a Spotify come idea per monetizzare il
consumo di musica in streaming.
Pelly comincia ricordando che la parola Spotify non significa assolutamente
nulla, ma è una storpiatura sentita da Ek a caso. Un particolare che può
apparire secondario, ma che appare più emblematico se messo in rapporto con
un’altra caratteristica dei creatori di Spotify che Pelly, da critica musicale,
è interessata a rimarcare: Ek e Lorentzon non solo non hanno mai avuto alcun
vincolo con la musica – non suonano, non ne sono appassionati e non ne sanno
assolutamente nulla – ma hanno concepito sin dall’inizio la loro azienda come
una piattaforma di mero advertising. Ciò che però Mood Machine intende
enfatizzare è cosa muove davvero quel brand, qual è la sua vera fonte di
profitto, a parte il domicilio legale in un paradiso fiscale della UE come il
Lussemburgo.
Contrariamente a un luogo comune diffuso dal suo stesso advertisement, il cuore
pulsante di Spotify, l’arcano della sua produzione di valore, diremmo con Marx,
non è tanto la messa a disposizione o distribuzione di un infinito archivio
musicale globale quanto la vendita di “stati d’animo” già pronti per il consumo.
Diciamolo meglio, perché è importante per il nostro di discorso: non tanto
“music for every moment”, come recita lo slogan, bensì “lounge music”, o meglio
“musica di sottofondo”: per lavorare, studiare, dormire, mangiare, viaggiare o
semplicemente per “evitare il silenzio”. Assai significativa ci appare la
dichiarazione di uno dei manager dell’azienda intervistato da Pelly: “Il
principale nemico di Spotify è il silenzio”.
Musica, management e governo dell’anima
L’utente medio di Spotify, ossia la stragrande maggioranza dei suoi abbonati,
secondo ricerche di mercato condotte dalla stessa azienda, non cerca autori o
gruppi musicali specifici, bensì un certo tipo di “Chilling Playlist” da
ascoltare a fianco di altre attività. Il fatto che le playlist più ricercate o
con più followers siano quelle che propongono un certo tipo di “mood” come
leitmotiv ciò non è un caso: è l’effetto di una ben congegnata scelta di
management, orientata, ovviamente, a estrarre il massimo profitto, con il minore
investimento.
I brani di queste playlist, sottolinea Pelly, sono per lo più prodotti su
commissione da musicisti che restano anonimi o che hanno nomi e profili finti
nei social media, che lavorano per aziende intermediarie nate come suppliers di
Spotify e altre piattaforme simili, e che compongono la loro musica in funzione
dei risultati degli algoritmi su scelte e gusti. Se il 70% dell’archivio di
Spotify non viene ascoltato quasi da nessuno, dunque, non è parimenti un caso.
Come non lo è il fatto che il 90% degli utenti schizzi di brano in brano in
quello 0,1% delle “playlist del momento”, riguardanti quasi sempre prodotti
delle principali major della musica, le quali possiedono inoltre una parte
importante del suo capitale azionario. E’ la stessa politica della piattaforma a
soffocare tutto ciò che non rientra nelle coordinate di questo processo di
valorizzazione.
Più musica “funzionale”, dunque, che non musica vera e propria. E’ importante
sottolineare il termine funzionale, benché fuorimoda e sostituito dal ben più
cool “lounge”. Tra le cose più suggestive di Mood Machine, vi è il tentativo di
collocare l’esperienza psico-commerciale di Muzak tra i precedenti genealogici
di Spotify. Creata nel 1934 in ambito militare da un generale americano di nome
George Squier, Muzak diviene negli anni della Seconda guerra mondiale, grazie
alle politiche di stato e alla ricerca universitaria, il brand più diffuso e
famoso per la trasmissione di musica funzionale “via cavo” tramite abbonamento:
tracce di sottofondo generiche e facili da ascoltare in luoghi di lavoro, centri
commerciali, case, ascensori, telefoni, ecc. Muzak venne subito adottato dal
management angloamericano, privato e di stato, come strumento di controllo delle
soggettività in ambienti “terzi”, ma soprattutto come un potente incentivo
all’incremento della produttività nel lavoro.
Pelly ricorda l’estrema diffusione di Muzak nell’industria bellica negli anni di
guerra: sulla scia del grande successo della trasmissione radiofonica della BBC
While You Work, nata con lo scopo di incentivare lo stato d’animo degli operai
delle fabbriche di armi, “ben presto sorsero negli Stati Uniti migliaia di
fabbriche di armamenti cablate per fornire Muzak e la sua musica di sottofondo”.
L’esperimento è stato poi esteso ad altri settori chiave della produzione
industriale. Anche la musica di Muzak, come accade con Spotify, veniva per lo
più prodotta per commissione da artisti anonimi. Pelly non sviluppa
ulteriormente questa filiazione Muzak-Spotify, ma alla luce del nostro presente
un suo approfondimento può risultare estremamente significativo.
La musica come dispositivo di comando psichico ha una lunga storia. La sua
spettrale geografica storica, come avvertiva notoriamente Primo Levi, può essere
estesa anche ai campi di concentramento nazisti. In proposito, in Nazismo e
management, J. Chapoutot ricorda che la musica non era affatto un elemento
gratuito del comando schiavistico predisposto dalla forma-campo nazista. Questo
rapporto tra musica e governo dell’anima è davvero inquietante, ma può dirci
moltissimo tanto dell’essenza dell’umano, delle pulsioni di vita e di morte
inerenti al nostro bios come esseri sociali, quanto della grammatica meno
visibile del politico.
Ci sembra risieda qui infatti uno dei lati meno innocenti di un dispositivo
apparentemente innocuo come Spotify. Un lato che va ad aggiungersi alla sua
totale appartenenza a quel complesso-militare-tecnologico-finanziario
occidentale che sta fornendo oggi l’infrastruttura materiale – economica,
militare e anche culturale – al dominio del tecnocapitalismo e delle ultradestre
a livello globale. Stando così le cose, non può sorprendere più di tanto che Ek
abbia investito di recente 600milioni di euro nella società tedesca di
intelligenza artificiale Helsing, un’azienda impegnata direttamente nella
produzione di sistemi d’arma autonomi per il fronte di guerra ucraino, e
indirettamente coinvolta, attraverso sue sussidiarie, nel genocidio in corso a
Gaza. O che Spotify abbia offerto il suo advertisement per il reclutamento di
poliziotti per la feroce repressione dell’ICE nelle città americane.
Si tratta di un particolare “lavato” in modo del tutto vigliacco dal
politicamente corretto adottato dalla piattaforma, che traduce la parola “negro”
con “n-word” nelle liriche in cui compare, ma che al contempo include in diverse
“top-playlist” gruppi musicali chiaramente suprematisti o brani razzisti creati
con il solo scopo di estendere sul campo della musica la cosiddetta battaglia
culturale delle ultradestre. Il coinvolgimento bellico di Spotify ha portato
quattrocento noti artisti a rimuovere la propria produzione dalla piattaforma e
a lanciare un suo boicottaggio sotto l’hashtag No Music for Genocide.
Il braccio musicale del tecnofascismo
Ma gli effetti più perversi di Spotify sono quelli meno visibili. Sulla musica,
Pelly è netta: la centralità assunta dalla piattaforma non fa che favorire una
sconcertante omologazione e spersonalizzazione di stili, generi e proposte,
correlata dalla conseguente distruzione della produzione e ricerca musicale
spontanea e indipendente. Uno dei corollari di questo processo è la progressiva
scomparsa nelle grandi città di performance informali dal vivo, vero cuore della
creatività musicale contro-culturale dal basso. Si può sostenere che gli effetti
di Spotify sulla musica e sulla cultura siano gli stessi della gentrificazione
urbana nelle nostre città.
Ma Mood Machine ci dice, indirettamente, anche di più. Il testo ci lascia
intravvedere come attraverso la musica, sia le soggettività singole, ma anche la
creatività culturale collettiva, vengano immesse in un ciclo infinito e
circolare di consigli impersonali e consumi del tutto passivi governati dagli
algoritmi. In questo senso, Spotify incarna una tecnologia di sussunzione e
valorizzazione estrattiva che ovviamente va oltre la musica: non è che un
prodotto della più ampia piattafomizzazione della vita, e che i recenti sviluppi
della AI non faranno che accentuare. Non va dimenticato inoltre che la
mercificazione della musica in streaming è stato un laboratorio fondamentale per
la messa a punto dell’infrastruttura del “capitalismo delle piattaforme”.
L’espansione di Facebook, YouTube, Airbnb, Netflix e altre ha avuto nella libera
circolazione della musica un importante punto di inflessione.
Stando alla sua genealogia, dunque, gli effetti più oscuri di Spotify non
derivano tanto dal consumo dei suoi “prodotti” quanto dal “mezzo” stesso. “Il
medium è il messaggio”, ammoniva M. McLuhan qualche decennio fa: soprattutto la
“forma” della comunicazione, la sua infrastruttura tecnologica, a plasmare la
struttura percettiva dei soggetti. Diciamolo però con le nostre parole,
assumendoci le distorsioni inerenti, stando a Said, a ogni forma di “traveling
theory”: è attraverso gli automatismi dell’interazione quotidiana con i suoi
utenti che Spotify, a partire dalle sue stesse logiche prediscorsive di
funzionamento, contribuisce a forgiare non tanto uno specifico tipo di
soggettività o regime ideologico, quanto un ‘habitus’, qualcosa che ci
piacerebbe definire – con l’Achille Mbembe di Brutalismo – una nuova materia
grezza umana.
Una nuova materia grezza umana assai ricettiva – poiché già cognitivamente
precostituita dalle diverse membrane digitali del capitalismo estrattivo – a ciò
che Furio Jesi chiamava “idee senza parole”, ovvero all’essenza di ogni forma di
fascismo come tecnologia di governo. Si tratta di un nuovo episodio, forse,
dell’uso della musica come dispositivo per il governo dell’anima: o meglio, per
tornare a Chapoutot, di una nuova messa al lavoro di ciò che tanto i nazisti
quanto il management capitalistico angloamericano ultraliberale hanno chiamato
“libertà di obbedire”. Spotify is Surveillance, recita un brano di Evan Greer
disponibile anche su Spotify.
Nella nostra congiuntura storica, infatti, la posta in gioco dell’umanità in
quanto intelligenza storico-collettiva non può riguardare il mero uso e consumo
delle piattaforme, il modo di starci dentro, quanto la stessa modalità materiale
della produzione e condivisione culturale.
Redazione Italia