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Alternativas a Spotify
Las políticas de Spotify se están ganando cada vez más nuestro descontento. Mucha gente pregunta por alternativas. Quizá no exista realmente una plataforma alternativa concreta que sea muy parecida a Spotify. Lo que sí hay son herramientas para distintas funciones, y sobre todo prácticas alternativas. Aquí va una serie de propuestas. ¿Qué les parecen? ¿Qué pueden aportar? SI LO QUE QUIERES ES ESCUCHAR MÚSICA EN LÍNEA: * FunkWhale es lo más parecido al concepto de Spotify, pero en libre y descentralizado. Es parte del Fediverso, de hecho. No obstante, tiene muy poco contenido de momento. El servidor “bandera” o iniciador es open.audio/ . * Jamendo es una plataforma llena de música, toda con licencia libre. Está bien para descubrir gente que publica su arte en libre. Hay muchos talentos. * BandCamp no está alineada con la cultura libre en sí, pero sí paga a los artistas mejor que Spotify y permite que estos vendan su música de manera algo más justa para todo el mundo. Aquí encontrarás música no necesariamente con licencia libre, pero sí mucha variedad de artistas, la mayoría del mundo independiente. Incluso algunos pesos pesados, como Radiohead. * OpenTune es una aplicación libre para el celular. Nos permite explorar casi todo lo que está publicado, pero en realidad es una mera interfaz para YouTube Music, por lo que depende de Google. La ventaja es que no tiene publicidad, ni rastreo de nuestro comportamiento. ¿POR QUÉ NO ESCUCHAR DE MANERA LOCAL? Para mucha gente, la mejor opción es hacerse unx mismx su colección de música, pelis, etc., para no tener que estar dependiendo de las plataformas (libres o corporativas). Además, al escuchar música directamente en nuestro dispositivo (en vez de en línea) reducimos enormemente el consumo de energía y agua o las emisiones de carbono que van ligadas a los centros de datos, ya que descargamos los archivos una sola vez, “para siempre”. Parece ser una buena opción ecológica que no nos conviene perder. Hay muchas formas de compartir música entre usuarixs (Torrents, EMule…). Una muy buena es SoulSeek, donde hay una comunidad viva que comparte y mantiene accesible un importante patrimonio digital (música, libros, películas…). Naturalmente, esto no nos impide contribuir económicamente con aquellos proyectos que creamos conveniente. Una vez descargada la música, la podemos escuchar fácilmente desde nuestra computadora e incluso poner algunos álbumes o canciones en nuestro teléfono u otros dispositivos con un simple cable USB, por ejemplo. SI LO QUE QUIERES ES ESCUCHAR PODCASTS * AntennaPod, una aplicación libre para el teléfono. Ahí puedes escuchar podcasts de diferentes plataformas comerciales y también descargarlos para escucharlos sin conexión, administrar tus listas, etc. * VLC, que puedes usar en la computadora. En su apartado de podcasts puedes agregar los enlaces de RSS de tus favoritos para recibir cada nuevo episodio. Nota original publicada en la cuenta de Comuna Digital en Friendica
May 7, 2026
Radios Libres
Meloni-Ue: più bianchi e meno diritti
Articoli di Maurizio Alfano, Andrea Ceredani, Marco Bellandi Giuffrida e della redazione Diogene. A seguire un podcast di Lunaria.   La profilazione razziale. La militarizzazione delle politiche migratorie. di Maurizio Alfano I fenomeni migratori in Europa, come in Italia, sempre più rappresentati come una minaccia per autoctoni e vecchi residenti, sono attraversati, da alcuni anni, da un’analisi politico-istituzionale che non
February 19, 2026
La Bottega del Barbieri
Spotify: il braccio musicale del tecnofascismo
Qualche settimana fa abbiamo saputo che il gruppo di hacktivisti Anna’s Achive ha trafugato e messo a disposizione tramite Torrent la quasi totalità del catalogo musicale di Spotify: 86 milioni di brani, 256 milioni di metadati per un totale di TB File che, si legge su Wired, vale il 99,6% di tutta l’offerta in streaming della piattaforma svedese. «Chi ruba a un ladro ha cent’anni di perdono», disse il Maradona della “mano de Dios”. Si potrebbe liquidare con le stesse parole questa formidabile “rapina”, senza aggiungervi altro. Sarebbe fondato e legittimo. Ma vista la centralità dell’infrastruttura digitale nella nostra specifica congiuntura di guerra, forse vale la pena dire qualcosa in più. Soprattutto perché nel discorso pubblico Spotify non viene quasi mai associata alle grandi corporation dell’Hi Tech – Apple, Microsoft, Amazon, Uber, AirB&B, Aphabet, Nvidia, Meta e Tesla – e a quelle dell’intrattenimento – Netflix su tutte – e nemmeno al resto dei social media. E tuttavia, con i suoi 713 milioni di abbonati mensili, Spotify è un perno altrettanto centrale dell’attuale “capitalismo delle piattaforme”: un’altra delle sue più strategiche concentrazioni economiche e di potere. Dal momento del furto, infatti, la cyber-persecuzione nei confronti di Anna’s Archive si è fortemente accentuata: buona parte dei suoi link sono stati neutralizzati. E tuttavia la libera circolazione in rete di musica, libri, film, informazioni e di altre delle risorse chiave per la nostra produzione e riproduzione socioculturale è inarrestabile. MUSICA E ACCUMULAZIONE ORIGINARIA Per chi volesse addentrarsi nella questione, Mood Machine. The Rise of Spotify and the Costs of the Perfect Playlist (2025), di Liz Pelly è sicuramente utile. Il testo propone una sorta di genealogia di Spotify, un’indagine minuziosa della sua costituzione aziendale, della storia del suo management e del processo produttivo interno. A proposito di ladri, Pelly, giornalista culturale e critica musicale, comincia il suo lavoro ricostruendo una specie di furto originario: un’appropriazione o recinzione proprietaria di un’incipiente forma di common digitale. Spotify nasce certo nel 2006, ma la sua gestazione viene qui ricollocata a Göteborg nel 2001. > Nel giugno di quell’anno, 15mila attivisti dell’allora ascendente movimento > “No global” scesero in strada nella città svedese per protestare contro un > summit della UE con G.W. Bush. Brutale la risposta delle forze dell’ordine: la > polizia carica violentemente i cortei, ma soprattutto, in una spettrale > anteprima di Genova, spara colpi d’arma da fuoco contro i manifestanti. Il bilancio finale sarà di due giovani gravemente feriti, si è parlato anche di morti, mai del tutto verificati, e centinaia di arresti. Questa feroce risposta “pubblica”, ci dice Pelly, indurrà diversi collettivi svedesi a cambiare strategia militante, a cercare una forma di attivismo meno frontale, più “privata”, ma altrettanto incisiva. Nascono così decine di iniziative di cooperazione e mutuo soccorso, contro la privatizzazione di ogni risorsa, in favore di una libera circolazione delle persone, della cultura, del sapere e di altri mezzi strategici per la produzione e riproduzione della vita sociale. Tra questi nuovi collettivi vi sarà Piratbyran (poi Pirate Bay), una piattaforma digitale creata nel 2003 da un gruppo eterogeneo di attivisti – movimenti sociali, punks, ravers, musicisti underground – per promuovere la condivisione peer-to-peer di musica, libri, film e altre informazioni. Piratbyran cercava di minare il monopolio delle diverse industrie culturali multinazionali, rivendicando la produzione culturale come bene collettivo e l’accesso alle sue espressioni come diritto. La creazione e il successo di questa piattaforma sono stati resi possibili dall’accesso gratuito alla rete che offrivano allora le grandi città svedesi. La dirompente ascesa di Pirate Bay coincise inoltre con la chiusura di Napster, il suo immediato predecessore, acquistato da Bertelsmann AG per 60milioni di dollari, dopo quattro anni di accanita persecuzione da parte delle principali major della musica globale. È in questo contesto di forte contrasto corporate alla pirateria musicale che Daniel Ek e Martin Lorentzon, due programmatori con un trascorso nel mondo delle industrie digitali, cominciano a pensare a Spotify come idea per monetizzare il consumo di musica in streaming. Pelly comincia ricordando che la parola Spotify non significa assolutamente nulla, ma è una storpiatura sentita da Ek a caso. Un particolare che può apparire secondario, ma che appare più emblematico se messo in rapporto con un’altra caratteristica dei creatori di Spotify che Pelly, da critica musicale, è interessata a rimarcare: Ek e Lorentzon non solo non hanno mai avuto alcun vincolo con la musica – non suonano, non ne sono appassionati e non ne sanno assolutamente nulla – ma hanno concepito sin dall’inizio la loro azienda come una piattaforma di mero advertising. Ciò che però Mood Machine intende enfatizzare è cosa muove davvero quel brand, qual è la sua vera fonte di profitto, a parte il domicilio legale in un paradiso fiscale della UE come il Lussemburgo. > Contrariamente a un luogo comune diffuso dal suo stesso advertisement, il > cuore pulsante di Spotify, l’arcano della sua produzione di valore, diremmo > con Marx, non è tanto la messa a disposizione o distribuzione di un infinito > archivio musicale globale quanto la vendita di “stati d’animo” già pronti per > il consumo. Diciamolo meglio, perché è importante per il nostro di discorso: non tanto “music for every moment”, come recita lo slogan, bensì “lounge music”, o meglio “musica di sottofondo”: per lavorare, studiare, dormire, mangiare, viaggiare o semplicemente per “evitare il silenzio”. Assai significativa ci appare la dichiarazione di uno dei manager dell’azienda intervistato da Pelly: «Il principale nemico di Spotify è il silenzio». MUSICA, MANAGEMENT E GOVERNO DELL’ANIMA L’utente medio di Spotify, ossia la stragrande maggioranza dei suoi abbonati, secondo ricerche di mercato condotte dalla stessa azienda, non cerca autori o gruppi musicali specifici, bensì un certo tipo di “Chilling Playlist” da ascoltare a fianco di altre attività. Il fatto che le playlist più ricercate o con più followers siano quelle che propongono un certo tipo di “mood” come leitmotiv ciò non è un caso: è l’effetto di una ben congegnata scelta di management, orientata, ovviamente, a estrarre il massimo profitto, con il minore investimento. I brani di queste playlist, sottolinea Pelly, sono per lo più prodotti su commissione da musicisti che restano anonimi o che hanno nomi e profili finti nei social media, che lavorano per aziende intermediarie nate come suppliers di Spotify e altre piattaforme simili, e che compongono la loro musica in funzione dei risultati degli algoritmi su scelte e gusti. Se il 70% dell’archivio di Spotify non viene ascoltato quasi da nessuno, dunque, non è parimenti un caso. Come non lo è il fatto che il 90% degli utenti schizzi di brano in brano in quello 0,1% delle “playlist del momento”, riguardanti quasi sempre prodotti delle principali major della musica, le quali possiedono inoltre una parte importante del suo capitale azionario. È la stessa politica della piattaforma a soffocare tutto ciò che non rientra nelle coordinate di questo processo di valorizzazione. > Più musica “funzionale”, dunque, che non musica vera e propria. È importante > sottolineare il termine funzionale, benché fuorimoda e sostituito dal ben più > cool “lounge”. Tra le cose più suggestive di Mood Machine, vi è il tentativo di collocare l’esperienza psico-commerciale di Muzak tra i precedenti genealogici di Spotify. Creata nel 1934 in ambito militare da un generale americano di nome George Squier, Muzak diviene negli anni della Seconda guerra mondiale, grazie alle politiche di stato e alla ricerca universitaria, il brand più diffuso e famoso per la trasmissione di musica funzionale “via cavo” tramite abbonamento: tracce di sottofondo generiche e facili da ascoltare in luoghi di lavoro, centri commerciali, case, ascensori, telefoni, ecc. Muzak venne subito adottato dal management angloamericano, privato e di stato, come strumento di controllo delle soggettività in ambienti “terzi”, ma soprattutto come un potente incentivo all’incremento della produttività nel lavoro. Pelly ricorda l’estrema diffusione di Muzak nell’industria bellica negli anni di guerra: sulla scia del grande successo della trasmissione radiofonica della BBC While You Work, nata con lo scopo di incentivare lo stato d’animo degli operai delle fabbriche di armi, “ben presto sorsero negli Stati Uniti migliaia di fabbriche di armamenti cablate per fornire Muzak e la sua musica di sottofondo”. L’esperimento è stato poi esteso ad altri settori chiave della produzione industriale. Anche la musica di Muzak, come accade con Spotify, veniva per lo più prodotta per commissione da artisti anonimi. Pelly non sviluppa ulteriormente questa filiazione Muzak-Spotify, ma alla luce del nostro presente un suo approfondimento può risultare estremamente significativo. > La musica come dispositivo di comando psichico ha una lunga storia. La sua > spettrale geografica storica, come avvertiva notoriamente Primo Levi, può > essere estesa anche ai campi di concentramento nazisti. In proposito, in Nazismo e management, J. Chapoutot ricorda che la musica non era affatto un elemento gratuito del comando schiavistico predisposto dalla forma-campo nazista. Questo rapporto tra musica e governo dell’anima è davvero inquietante, ma può dirci moltissimo tanto dell’essenza dell’umano, delle pulsioni di vita e di morte inerenti al nostro bios come esseri sociali, quanto della grammatica meno visibile del politico. Ci sembra risieda qui infatti uno dei lati meno innocenti di un dispositivo apparentemente innocuo come Spotify. Un lato che va ad aggiungersi alla sua totale appartenenza a quel complesso-militare-tecnologico-finanziario occidentale che sta fornendo oggi l’infrastruttura materiale – economica, militare e anche culturale – al dominio del tecnocapitalismo e delle ultradestre a livello globale. Stando così le cose, non può sorprendere più di tanto che Ek abbia investito di recente 600milioni di euro nella società tedesca di intelligenza artificiale Helsing, un’azienda impegnata direttamente nella produzione di sistemi d’arma autonomi per il fronte di guerra ucraino, e indirettamente coinvolta, attraverso sue sussidiarie, nel genocidio in corso a Gaza. O che Spotify abbia offerto il suo advertisement per il reclutamento di poliziotti per la feroce repressione dell’ICE nelle città americane. Si tratta di un particolare “lavato” in modo del tutto vigliacco dal politicamente corretto adottato dalla piattaforma, che traduce la parola “negro” con “n-word” nelle liriche in cui compare, ma che al contempo include in diverse “top-playlist” gruppi musicali chiaramente suprematisti o brani razzisti creati con il solo scopo di estendere sul campo della musica la cosiddetta battaglia culturale delle ultradestre. Il coinvolgimento bellico di Spotify ha portato quattrocento noti artisti a rimuovere la propria produzione dalla piattaforma e a lanciare un suo boicottaggio sotto l’hashtag No Music for Genocide. IL BRACCIO MUSICALE DEL TECNOFASCISMO Gli effetti più perversi di Spotify sono quelli meno visibili. Sulla musica, Pelly è netta: la centralità assunta dalla piattaforma non fa che favorire una sconcertante omologazione e spersonalizzazione di stili, generi e proposte, correlata dalla conseguente distruzione della produzione e ricerca musicale spontanea e indipendente. Uno dei corollari di questo processo è la progressiva scomparsa nelle grandi città di performance informali dal vivo, vero cuore della creatività musicale contro-culturale dal basso. Si può sostenere che gli effetti di Spotify sulla musica e sulla cultura siano gli stessi della gentrificazione urbana nelle nostre città. Ma Mood Machine ci dice, indirettamente, anche di più. Il testo ci lascia intravvedere come attraverso la musica, sia le soggettività singole, ma anche la creatività culturale collettiva, vengano immesse in un ciclo infinito e circolare di consigli impersonali e consumi del tutto passivi governati dagli algoritmi. > In questo senso, Spotify incarna una tecnologia di sussunzione e > valorizzazione estrattiva che ovviamente va oltre la musica: non è che un > prodotto della più ampia piattafomizzazione della vita, e che i recenti > sviluppi della AI non faranno che accentuare. Non va dimenticato inoltre che la mercificazione della musica in streaming è stato un laboratorio fondamentale per la messa a punto dell’infrastruttura del “capitalismo delle piattaforme”. L’espansione di Facebook, YouTube, Airbnb, Netflix e altre ha avuto nella libera circolazione della musica un importante punto di inflessione. Stando alla sua genealogia, dunque, gli effetti più oscuri di Spotify non derivano tanto dal consumo dei suoi “prodotti” quanto dal “mezzo” stesso. “Il medium è il messaggio”, ammoniva M. McLuhan qualche decennio fa: soprattutto la “forma” della comunicazione, la sua infrastruttura tecnologica, a plasmare la struttura percettiva dei soggetti. Diciamolo però con le nostre parole, assumendoci le distorsioni inerenti, stando a Said, a ogni forma di “traveling theory”: è attraverso gli automatismi dell’interazione quotidiana con i suoi utenti che Spotify, a partire dalle sue stesse logiche prediscorsive di funzionamento, contribuisce a forgiare non tanto uno specifico tipo di soggettività o regime ideologico, quanto un ‘habitus’, qualcosa che ci piacerebbe definire – con l’Achille Mbembe di Brutalismo – una nuova materia grezza umana. Una nuova materia grezza umana assai ricettiva – poiché già cognitivamente precostituita dalle diverse membrane digitali del capitalismo estrattivo – a ciò che Furio Jesi chiamava “idee senza parole”, ovvero all’essenza di ogni forma di fascismo come tecnologia di governo. Si tratta di un nuovo episodio, forse, dell’uso della musica come dispositivo per il governo dell’anima: o meglio, per tornare a Chapoutot, di una nuova messa al lavoro di ciò che tanto i nazisti quanto il management capitalistico angloamericano ultraliberale hanno chiamato “libertà di obbedire”. Spotify is Surveillance, recita un brano di Evan Greer disponibile anche su Spotify. Nella nostra congiuntura storica, infatti, la posta in gioco dell’umanità in quanto intelligenza storico-collettiva non può riguardare il mero uso e consumo delle piattaforme, il modo di starci dentro, quanto la stessa modalità materiale della produzione e condivisione culturale. La copertina è di Leo Reynolds (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Spotify: il braccio musicale del tecnofascismo proviene da DINAMOpress.
February 10, 2026
DINAMOpress
Spotify: il braccio musicale del tecnofascismo
La notizia è di qualche giorno fa. Il gruppo di hacktivisti Anna’s Achive ha trafugato e messo a disposizione tramite Torrent la quasi totalità del catalogo musicale di Spotify: 86milioni di brani, 256milioni di metadati per un totale di TB File che, si legge su Wired, vale il 99,6% di tutta l’offerta in streaming della piattaforma svedese. “Chi ruba a un ladro ha cent’anni di perdono”, disse il Maradona della “mano de Dios”. Si potrebbe liquidare con le stesse parole questa formidabile “rapina”, senza aggiungervi altro. Sarebbe fondato e legittimo. Ma vista la centralità dell’infrastruttura digitale nella nostra specifica congiuntura di guerra, forse vale la pena dire qualcosa in più. Soprattutto perché nel discorso pubblico Spotify non viene quasi mai associata alle grandi corporation dell’Hi Tech – Apple, Microsoft, Amazon, Uber, AirB&B, Aphabet, Nvidia, Meta e Tesla – e a quelle dell’intrattenimento – Netflix su tutte – e nemmeno al resto dei social media. E tuttavia, con i suoi 713milioni di abbonati mensili, Spotify è un perno altrettanto centrale dell’attuale “capitalismo delle piattaforme”.   Musica e accumulazione originaria Per chi volesse addentrarsi nella questione, Mood Machine. The Rise of Spotify and the Costs of the Perfect Playlist (2025), di Liz Pelly è sicuramente utile. Il testo propone una sorta di genealogia di Spotify, un’indagine minuziosa della sua costituzione aziendale, della storia del suo management e del processo produttivo interno. A proposito di ladri, Pelly, giornalista culturale e critica musicale, comincia il suo lavoro ricostruendo una specie di furto originario: un’appropriazione o recinzione proprietaria di un’incipiente forma di common digitale. Spotify nasce certo nel 2006, ma la sua gestazione viene qui ricollocata a Göteborg nel 2001. Nel giugno di quell’anno, 15mila attivisti dell’allora ascendente movimento “No global” scesero in strada nella città svedese per protestare contro un summit della UE con G.W. Bush. Brutale la risposta delle forze dell’ordine: la polizia carica violentemente i cortei, ma soprattutto, in una spettrale anteprima di Genova, spara colpi d’arma da fuoco contro i manifestanti. Il bilancio finale sarà di due giovani gravemente feriti, si è parlato anche di morti, mai del tutto verificati, e centinaia di arresti. Questa feroce risposta “pubblica”, ci dice Pelly, indurrà diversi collettivi svedesi a cambiare strategia militante, a cercare una forma di attivismo meno frontale, più “privata”, ma altrettanto incisiva. Nascono così decine di iniziative di cooperazione e mutuo soccorso, contro la privatizzazione di ogni risorsa, in favore di una libera circolazione delle persone, della cultura, del sapere e di altri mezzi strategici per la produzione e riproduzione della vita sociale. Tra questi nuovi collettivi vi sarà Piratbyran (poi Pirate Bay), una piattaforma digitale creata nel 2003 da un gruppo eterogeneo di attivisti – movimenti sociali, punks, ravers, musicisti underground – per promuovere la condivisione peer-to-peer di musica, libri, film e altre informazioni. Piratbyran cercava di minare il monopolio delle diverse industrie culturali multinazionali, rivendicando la produzione culturale come bene collettivo e l’accesso alle sue espressioni come diritto. La creazione e il successo di questa piattaforma sono stati resi possibili dall’accesso gratuito alla rete che offrivano allora le grandi città svedesi. La dirompente ascesa di Pirate Bay coincise inoltre con la chiusura di Napster, il suo immediato predecessore, acquistato da Bertelsmann AG per 60milioni di dollari, dopo quattro anni di accanita persecuzione da parte delle principali major della musica globale. E’ in questo contesto di forte contrasto corporate alla pirateria musicale che Daniel Ek e Martin Lorentzon, due programmatori con un trascorso nel mondo delle industrie digitali, cominciano a pensare a Spotify come idea per monetizzare il consumo di musica in streaming.  Pelly comincia ricordando che la parola Spotify non significa assolutamente nulla, ma è una storpiatura sentita da Ek a caso. Un particolare che può apparire secondario, ma che appare più emblematico se messo in rapporto con un’altra caratteristica dei creatori di Spotify che Pelly, da critica musicale, è interessata a rimarcare: Ek e Lorentzon non solo non hanno mai avuto alcun vincolo con la musica – non suonano, non ne sono appassionati e non ne sanno assolutamente nulla – ma hanno concepito sin dall’inizio la loro azienda come una piattaforma di mero advertising. Ciò che però Mood Machine intende enfatizzare è cosa muove davvero quel brand, qual è la sua vera fonte di profitto, a parte il domicilio legale in un paradiso fiscale della UE come il Lussemburgo. Contrariamente a un luogo comune diffuso dal suo stesso advertisement, il cuore pulsante di Spotify, l’arcano della sua produzione di valore, diremmo con Marx, non è tanto la messa a disposizione o distribuzione di un infinito archivio musicale globale quanto la vendita di “stati d’animo” già pronti per il consumo. Diciamolo meglio, perché è importante per il nostro di discorso: non tanto “music for every moment”, come recita lo slogan, bensì “lounge music”, o meglio “musica di sottofondo”: per lavorare, studiare, dormire, mangiare, viaggiare o semplicemente per “evitare il silenzio”. Assai significativa ci appare la dichiarazione di uno dei manager dell’azienda intervistato da Pelly: “Il principale nemico di Spotify è il silenzio”.   Musica, management e governo dell’anima L’utente medio di Spotify, ossia la stragrande maggioranza dei suoi abbonati, secondo ricerche di mercato condotte dalla stessa azienda, non cerca autori o gruppi musicali specifici, bensì un certo tipo di “Chilling Playlist” da ascoltare a fianco di altre attività. Il fatto che le playlist più ricercate o con più followers siano quelle che propongono un certo tipo di “mood” come leitmotiv ciò non è un caso: è l’effetto di una ben congegnata scelta di management, orientata, ovviamente, a estrarre il massimo profitto, con il minore investimento. I brani di queste playlist, sottolinea Pelly, sono per lo più prodotti su commissione da musicisti che restano anonimi o che hanno nomi e profili finti nei social media, che lavorano per aziende intermediarie nate come suppliers di Spotify e altre piattaforme simili, e che compongono la loro musica in funzione dei risultati degli algoritmi su scelte e gusti. Se il 70% dell’archivio di Spotify non viene ascoltato quasi da nessuno, dunque, non è parimenti un caso. Come non lo è il fatto che il 90% degli utenti schizzi di brano in brano in quello 0,1% delle “playlist del momento”, riguardanti quasi sempre prodotti delle principali major della musica, le quali possiedono inoltre una parte importante del suo capitale azionario. E’ la stessa politica della piattaforma a soffocare tutto ciò che non rientra nelle coordinate di questo processo di valorizzazione.  Più musica “funzionale”, dunque, che non musica vera e propria. E’ importante sottolineare il termine funzionale, benché fuorimoda e sostituito dal ben più cool “lounge”. Tra le cose più suggestive di Mood Machine, vi è il tentativo di collocare l’esperienza psico-commerciale di Muzak tra i precedenti genealogici di Spotify. Creata nel 1934 in ambito militare da un generale americano di nome George Squier, Muzak diviene negli anni della Seconda guerra mondiale, grazie alle politiche di stato e alla ricerca universitaria, il brand più diffuso e famoso per la trasmissione di musica funzionale “via cavo” tramite abbonamento: tracce di sottofondo generiche e facili da ascoltare in luoghi di lavoro, centri commerciali, case, ascensori, telefoni, ecc. Muzak venne subito adottato dal management angloamericano, privato e di stato, come strumento di controllo delle soggettività in ambienti “terzi”, ma soprattutto come un potente incentivo all’incremento della produttività nel lavoro. Pelly ricorda l’estrema diffusione di Muzak nell’industria bellica negli anni di guerra: sulla scia del grande successo della trasmissione radiofonica della BBC While You Work, nata con lo scopo di incentivare lo stato d’animo degli operai delle fabbriche di armi, “ben presto sorsero negli Stati Uniti migliaia di fabbriche di armamenti cablate per fornire Muzak e la sua musica di sottofondo”. L’esperimento è stato poi esteso ad altri settori chiave della produzione industriale. Anche la musica di Muzak, come accade con Spotify, veniva per lo più prodotta per commissione da artisti anonimi. Pelly non sviluppa ulteriormente questa filiazione Muzak-Spotify, ma alla luce del nostro presente un suo approfondimento può risultare estremamente significativo. La musica come dispositivo di comando psichico ha una lunga storia. La sua spettrale geografica storica, come avvertiva notoriamente Primo Levi, può essere estesa anche ai campi di concentramento nazisti. In proposito, in Nazismo e management, J. Chapoutot ricorda che la musica non era affatto un elemento gratuito del comando schiavistico predisposto dalla forma-campo nazista. Questo rapporto tra musica e governo dell’anima è davvero inquietante, ma può dirci moltissimo tanto dell’essenza dell’umano, delle pulsioni di vita e di morte inerenti al nostro bios come esseri sociali, quanto della grammatica meno visibile del politico. Ci sembra risieda qui infatti uno dei lati meno innocenti di un dispositivo apparentemente innocuo come Spotify. Un lato che va ad aggiungersi alla sua totale appartenenza a quel complesso-militare-tecnologico-finanziario occidentale che sta fornendo oggi l’infrastruttura materiale – economica, militare e anche culturale – al dominio del tecnocapitalismo e delle ultradestre a livello globale. Stando così le cose, non può sorprendere più di tanto che Ek abbia investito di recente 600milioni di euro nella società tedesca di intelligenza artificiale Helsing, un’azienda impegnata direttamente nella produzione di sistemi d’arma autonomi per il fronte di guerra ucraino, e indirettamente coinvolta, attraverso sue sussidiarie, nel genocidio in corso a Gaza. O che Spotify abbia offerto il suo advertisement per il reclutamento di poliziotti per la feroce repressione dell’ICE nelle città americane.  Si tratta di un particolare “lavato” in modo del tutto vigliacco dal politicamente corretto adottato dalla piattaforma, che traduce la parola “negro” con “n-word” nelle liriche in cui compare, ma che al contempo include in diverse “top-playlist” gruppi musicali chiaramente suprematisti o brani razzisti creati con il solo scopo di estendere sul campo della musica la cosiddetta battaglia culturale delle ultradestre. Il coinvolgimento bellico di Spotify ha portato quattrocento noti artisti a rimuovere la propria produzione dalla piattaforma e a lanciare un suo boicottaggio sotto l’hashtag No Music for Genocide.  Il braccio musicale del tecnofascismo  Ma gli effetti più perversi di Spotify sono quelli meno visibili. Sulla musica, Pelly è netta: la centralità assunta dalla piattaforma non fa che favorire una sconcertante omologazione e spersonalizzazione di stili, generi e proposte, correlata dalla conseguente distruzione della produzione e ricerca musicale spontanea e indipendente. Uno dei corollari di questo processo è la progressiva scomparsa nelle grandi città di performance informali dal vivo, vero cuore della creatività musicale contro-culturale dal basso. Si può sostenere che gli effetti di Spotify sulla musica e sulla cultura siano gli stessi della gentrificazione urbana nelle nostre città. Ma Mood Machine ci dice, indirettamente, anche di più. Il testo ci lascia intravvedere come attraverso la musica, sia le soggettività singole, ma anche la creatività culturale collettiva, vengano immesse in un ciclo infinito e circolare di consigli impersonali e consumi del tutto passivi governati dagli algoritmi. In questo senso, Spotify incarna una tecnologia di sussunzione e valorizzazione estrattiva che ovviamente va oltre la musica: non è che un prodotto della più ampia piattafomizzazione della vita, e che i recenti sviluppi della AI non faranno che accentuare. Non va dimenticato inoltre che la mercificazione della musica in streaming è stato un laboratorio fondamentale per la messa a punto dell’infrastruttura del “capitalismo delle piattaforme”. L’espansione di Facebook, YouTube, Airbnb, Netflix e altre ha avuto nella libera circolazione della musica un importante punto di inflessione. Stando alla sua genealogia, dunque, gli effetti più oscuri di Spotify non derivano tanto dal consumo dei suoi “prodotti” quanto dal “mezzo” stesso. “Il medium è il messaggio”, ammoniva M. McLuhan qualche decennio fa: soprattutto la “forma” della comunicazione, la sua infrastruttura tecnologica, a plasmare la struttura percettiva dei soggetti. Diciamolo però con le nostre parole, assumendoci le distorsioni inerenti, stando a Said, a ogni forma di “traveling theory”: è attraverso gli automatismi dell’interazione quotidiana con i suoi utenti che Spotify, a partire dalle sue stesse logiche prediscorsive di funzionamento, contribuisce a forgiare non tanto uno specifico tipo di soggettività o regime ideologico, quanto un ‘habitus’, qualcosa che ci piacerebbe definire – con l’Achille Mbembe di Brutalismo – una nuova materia grezza umana. Una nuova materia grezza umana assai ricettiva – poiché già cognitivamente precostituita dalle diverse membrane digitali del capitalismo estrattivo – a ciò che Furio Jesi chiamava “idee senza parole”, ovvero all’essenza di ogni forma di fascismo come tecnologia di governo. Si tratta di un nuovo episodio, forse, dell’uso della musica come dispositivo per il governo dell’anima: o meglio, per tornare a Chapoutot, di una nuova messa al lavoro di ciò che tanto i nazisti quanto il management capitalistico angloamericano ultraliberale hanno chiamato “libertà di obbedire”. Spotify is Surveillance, recita un brano di Evan Greer disponibile anche su Spotify. Nella nostra congiuntura storica, infatti, la posta in gioco dell’umanità in quanto intelligenza storico-collettiva non può riguardare il mero uso e consumo delle piattaforme, il modo di starci dentro, quanto la stessa modalità materiale della produzione e condivisione culturale.                Redazione Italia
January 14, 2026
Pressenza
Anna’s Archive: Robin Hood ruba, Meta incassa
di jolek78 256 milioni di canzoni Ore 03:00. Era una (un’altra…) di quelle notti, una di quelle in cui il cervello decide che dormire è un argomento sopravvalutato. Dopo la solita passeggiata notturno/mattutina per le strade di una remota cittadina scozzese – dove anche un volpino mi ha osservato con l’aria di “gli umani son tutti strani” – mi son