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Patagonia Argentina: la cerimonia del Satun, un atto di resistenza della comunità Mapuche
La comunità Mapuche nativa di Pillan Mahuiza nella Patagonia Argentina, a cui siamo legati da anni, si appresta in febbraio a vivere il Satun: una cerimonia sacra in cui lo spirito del Lonko (guida politica e spirituale) viene presentato ufficialmente al popolo. Il Satun è il “ponte” tra la saggezza degli antenati e il futuro delle nuove generazioni. È l’atto con cui la guida spirituale assume il compito di proteggere l’equilibrio della terra e della gente. Oggi, questa cerimonia non è solo un rito, ma un atto di resistenza. Mentre la comunità si prepara, la Patagonia brucia. Incendi devastanti, alimentati da interessi estrattivi e speculativi, stanno distruggendo il territorio. Il governo non interviene per fermare le fiamme, ma sceglie di accusare ingiustamente i Mapuche, usando il disastro come pretesto per criminalizzare il popolo e incarcerare i leader. Proteggere questa cerimonia significa non permettere che la loro voce venga spenta. Mantenere viva una cultura millenaria ha costi logistici immensi, soprattutto per un popolo che vive sotto pressione costante. Per questo stiamo organizzando una raccolta fondi. I contributi aiuteranno a coprire: – Viaggi e Spostamenti: Permettere alla Machi (donna di medicina) e agli anziani di viaggiare da territori lontani per presiedere al rito. – Accoglienza e Logistica: Ospitare e onorare i partecipanti che arrivano da ogni parte della regione. – Il Rehue e il Rito: Cura dello spazio sacro, condivisione del pasto comunitario, elemento essenziale della benedizione. Ogni contributo, piccolo o grande, è un “passo importante” per la dignità di un popolo che resiste nel custodire una cosmovisione e nel custodire i boschi e le acque del territorio. Condividi: Aiutaci a rompere il silenzio mediatico sulle ingiustizie in Patagonia. Far conoscere la verità è già un atto di sostegno. Il tuo gesto permetterà alla spiritualità nativa Mapuche di continuare a brillare nonostante l’oscurità del momento presente. Mapuche, significa popolo della Terra anche tradotto come i Figli della Terra, ed è il nome del popolo originario nativo di parte dell’Argentina e del Cile in Sud America. I Mapuche sono custodi di una profonda Cultura, Saggezza e Cosmovisione fondata sugli equilibri tra l’essere umano e la Natura, la Terra, il Cosmo. Per partecipare alla raccolta fondi scrivi a camminodellalibellula@gmail.com oppure su WhatsApp o telegram a +393471421081 Jenny Roncaglia Claudio Colli (il Cammino della Libellula)   Redazione Italia
L’arte e la cultura sono sempre state e sempre saranno la bandiera della pace
Yumac Ortiz è artista, antropologa e attivista. Ci siamo incontrati all’Assemblea dei Popoli per la Pace e la Sovranità, tenutasi a Caracas, capitale della Repubblica Bolivariana del Venezuela, lo scorso dicembre. Abbiamo scambiato riflessioni non solo su politica e impegno civico, ma anche sul valore pubblico e sociale dell’arte, dell’estetica e del patrimonio culturale. Indubbiamente, due ispirazioni si sono intersecate. Il tema dell’arte per la pace è alla base del progetto in cui sono impegnato per Corpi Civili di Pace in Kosovo, e ha dato vita a una pubblicazione in uscita al gennaio 2026: “Più eterno del bronzo. Educazione alla cultura e semantica del monumento. L’orizzonte della cultura come prospettiva di costruzione della pace” (Multimage, Firenze, 2026). Inoltre, questo stesso tema ispira iniziative istituzionali e lotte sociali, e il caso di Yumac Ortiz è esemplare in questo senso. È un’artista visiva, antropologa culturale, comunicatrice, difensora dei diritti umani e attivista ecuadoriana. Internazionalista, attualmente ricopre il ruolo di Direttore Esecutivo della Corporazione per la Promozione Culturale e Turistica (Procultur); Presidentessa del Coordinamento per la Pace, la Sovranità, l’Integrazione e la Non-Ingerenza (CPAZ), Movimento sociale per i diritti umani; e produttrice radiofonica del programma “Tracce della Nostra Identità”. Le abbiamo rivolto alcune domande e la ringraziamo per la sua disponibilità e attenzione. Nel tuo impegno pubblico, coniughi arte e attivismo. Come può l’arte rivitalizzare gli spazi pubblici e quale contributo può dare alla promozione dei valori autenticamente umani di dignità, libertà e giustizia?  Grazie per l’intervista, compagno Gianmarco Pisa. Un saluto fraterno, rivoluzionario e solidale a tutte le sorelle e i fratelli rivoluzionari da queste terre equatoriali dell’Ecuador, che difendono la pace, la vita e l’autodeterminazione dei popoli. Personalmente, credo che gli spazi pubblici siano spazi per l’arte e per la cultura. I paesaggi urbani sono in continua trasformazione attraverso graffiti e muralismo, che esprimono un’estetica alternativa con una narrazione controculturale e antisistema, in solidarietà con le lotte dei popoli del mondo contro i processi di alienazione e degrado culturale globalizzante, guidati dal decadente sistema capitalista e dall’egemonia che tenta di disumanizzare l’essenza stessa dell’essere e l’identità unica di ogni cultura. Due elementi spiccano nel tuo lavoro: la simmetria e il colore. Come definiresti la tua arte e quali sono i suoi contenuti, i suoi messaggi e, se possibile, le sue fonti di ispirazione? Il mio lavoro è intimamente legato alla geografia equatoriale in cui vivo, con mare, catene montuose e foreste pluviali in un territorio piccolo quale è l’Ecuador, un paese andino e amazzonico con una storia millenaria e una popolazione pluriculturale e multietnica. Questo ci offre diversità all’interno di un patrimonio culturale nutrito dal realismo ancestrale e magico delle sue antiche leggende e tradizioni. Il mio lavoro recupera l’iconografia dell’arte e dell’artigianato popolare ecuadoriano. Mi ispiro alla Madre Terra, o Pachamama, e ai suoi elementi costitutivi: acqua, vento, terra e fuoco, da cui traiamo forza e sostentamento. Dipingo la Madre Terra, nera nell’essenza, femminile e maschile, di cui siamo parte. Catturo i colori della natura con cui abbiamo smesso di entrare in contatto, di annusare, di vedere, di sentire, senza comprendere che ne siamo parte integrante e che i nostri antenati sapevano vivere a stretto contatto con essa, comprendendone il comportamento e misurando il tempo per continuare ad evolversi e ad esistere attraverso la filosofia del vivere bene, o “Sumak Kausay”, una pratica quotidiana di solidarietà e di rispetto tra gli esseri umani e con Madre Natura, tramandataci dai nostri antenati. Mi ispiro alle coraggiose donne guerriere, o “Sinchi Warmi Kuna” in quechua, alle nostre comunità e al mondo, che resistono e lottano per i diritti e per l’autodeterminazione. Che poi significa lottare per la vita e per la pace.  Quando parliamo di pace, non parliamo solo di assenza di guerra; la pace è la costruzione e la difesa dei nostri diritti, per la giustizia sociale e la dignità. Credo fermamente che Arte e Attivismo debbano essere strettamente legati e, nel mio caso, il mio lavoro riflette questo impegno raffigurando processi di recupero e decolonizzazione della nostra memoria storica, profondamente femminile nella sua visione di lotta. È stato un piacere e un onore incontrarti alla recente Assemblea dei Popoli per la Pace e la Sovranità, tenutasi lo scorso dicembre a Caracas. Di fronte all’aggressione statunitense e al rapimento del legittimo presidente, Nicolás Maduro, qual è la tua posizione come antropologa e artista e quale contributo ritieni che l’arte possa apportare alla lotta contro la guerra e alla costruzione della pace?  Come essere umano amante della pace, artista rivoluzionaria e comunista, antimperialista, antifascista, impegnata per la giustizia sociale, esprimo la mia più ferma condanna del vile attacco terroristico perpetrato dall’imperialismo statunitense nell’invasione della sovranità e nel rapimento del legittimo presidente costituzionale della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro, e di sua moglie e deputata, Cilia Flores.  Questo atto riprovevole crea un pericoloso precedente nelle relazioni e nel diritto internazionale e mette a repentaglio non solo la pace in Venezuela, ma anche nella regione, nel continente e nel mondo. In Ecuador, fin dall’inizio, ci siamo mobilitati con diverse organizzazioni sociali per respingere e condannare pubblicamente questa nuova aggressione dell’imperialismo statunitense contro i popoli del mondo. La cultura, l’arte e le loro diverse espressioni sono sempre state e sempre saranno la bandiera della pace, della resistenza dei popoli e un mezzo per preservare l’identità culturale. Oggi più che mai, l’arte deve essere un’arma per combattere la globalizzazione e il totalitarismo fascista. Per una seconda indipendenza, lottiamo insieme. Sempre in dignità e unità: con un solo cuore – SHUC SHUNGULLA, un solo pensiero – SHUC YUYAILLA, una sola mano – SHUC MAQUILLA, una sola voce – SHUC SHIMILLA. Gianmarco Pisa
Racconti sull’esistenza umana
Racconti per un giorno è una raccolta di racconti di Max Strata edito nel 2025 da Edizioni Creativa. Di nuovo l’autore, ricercatore, saggista e attivista ambientale si cimenta in un’opera letteraria, dopo Verso Occidente uscito per i tipi di Dissensi nel 2024. Come ogni buona raccolta il libro riunisce racconti presumibilmente scritti nel corso degli anni e che rispecchiano i temi cari all’autore: la crisi ecologica, il senso della vita, la giustizia, l’amore fino alle sue estreme conseguenze. Molte le domande esplicite e implicite poste all’autore che ci sono parse molto in relazione con la crisi che stiamo vivendo, una crisi di prospettive, di chiusura del futuro ma anche di ricerca di nuove soluzioni e di diverse comprensioni. Se in alcune storie sembra prevalere un certo pessimismo di fondo sulle vicende umane, in altre la capacità narrativa ci porta dentro la descrizione di paesaggi naturali e umani di rara bellezza. Sicuramente Max ci porta nei numerosi luoghi che ha visitato e che popolano e danno un senso al nostro piccolo ma meraviglioso pianeta del quale sarebbe meglio occuparsi di più. Olivier Turquet
Prossimo futuro n. 259 19 – 25 Gennaio
 Bollettino di informazione della redazione di Pressenza sugli eventi della prossima settimana. Inviare le notizie a redazioneitalia@pressenza.com entro la domenica prima dell’evento.   Mappa dei presidi, incontri e cortei periodici per la pace https://shorturl.at/pWPkJ   Per segnalare il proprio presidio o gruppo: https://forms.gle/vXBn83i8vgY1rgYf8     Un murale per la Resistenza Martedì 20 gennaio a Palermo alle ore 15.30 presso l’Istituto Comprensivo Alberigo Gentili sarà inaugurato il murale commissionato dall’ANPI e realizzato da Igor Scalisi Palminteri dedicato alle donne e agli uomini della Resistenza nell’80° anniversario della Liberazione dal nazifascismo. Il cuore affamato delle ragazze Martedì 20 gennaio a Palermo alle ore 16.30 presso la Biblioteca Centrale della Regione Siciliana verrà presentato il libro di Maria Rosa Cutrufelli “Il cuore affamato delle ragazze”. Dialogheranno con l’autrice Valeria Andò, Daniela Dioguardi e Pina Mandolfo. Il libro ricostruisce la nascita del movimento delle donne a partire dal terribile incendio negli USA del marzo 1911.   Cinque giorni a Teheran Giovedì 22 gennaio a Palermo presso la sede dell’IIPG (Via Notarbartolo 15) alle ore 16.30 sarà presentato il libro “Cinque giorni a Teheran” (edizioni Joker) di Elena Mobasser. Converseranno con l’autrice Maurizio Gentile, psicoterapeuta, e Salvatore Nicosia, docente emerito di lingua e letteratura greca presso UniPa. TNPW – Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari – 5 anni dall’entrata in vigore 22 gennaio 2026 dalle ore 19:00 alle ore 21:00 Webinar | 5 anni di TPNW: come sottrarsi ad un genocidio programmato. Le vie del Disarmo di fronte alle crisi globali nel 2026. Promosso da: Disarmisti Esigenti Link per collegarsi: https://us06web.zoom.us/j/86727209364?pwd=6TWsom1fbngWzZjvmWDhLA7aN9x9Hq.1 Introduzione: Alfonso Navarra, Daniele Barbi, Luigi Mosca Referendum per la riforma della giustizia Giovedì 22 gennaio a Palermo alle ore 17 nella sede delle ACLI (via B. Castiglia 8) si svolgerà un confronto tra il sì e il no. Tra gli altri, per il sì B. Romano, ordinario di diritto penale UniPa, e per il no Claudio Riolo, politologo. Proiezione di Senza tremori, di Parkinson, di cammini, di vita Giovedì 22 gennaio a Milano, ore 20:45, Baia del Re, via Palmieri 8, proiezione del video documentario di Grazia Licari. Alla fine della proiezione saranno in dialogo Vittorio Agnoletto, medico del lavoro e Ettore Macchieraldo, coordinatore del progetto “Senza tremori”. Patrimoni culturali tra guerra e pace Verso la Giornata della Memoria 2026 Venerdì 23 gennaio alle ore 18.00 ad Agerola (Napoli), presso l’Agorà San Pietro, Pianillo (Agerola), si terrà la conferenza sul tema “Patrimoni culturali tra guerra e pace. Verso la Giornata della Memoria 2026”, con la presentazione in anteprima dell’ultimo libro di Gianmarco Pisa,  “Più eterno del bronzo. Educazione alla cultura e semantica del monumento. L’orizzonte della cultura come prospettiva di costruzione della pace” (Multimage, Firenze, 2026).  Saluti della Dirigente Scolastica, Maria Criscuolo, e del Sindaco di Agerola, Tommaso Naclerio. Dialoga con l’Autore, Francesco Fusco, Presidente Associazione Alter (Agerola). Solo il socialismo ci può salvare Venerdì 23 gennaio a Palermo alle 17.30 alla Casa del Popolo “Peppino Impastato” (Via Paisiello 9) sarà presentato il libro di Giorgio Cremaschi “Solo il socialismo ci può salvare”. Dialogheranno con l’autore Pino Bertoldo (PaP) e Luigi Del Prete (USB).   Per tutti i popoli vittime di genocidio e di sterminio Sabato 24 gennaio 2026 dalle ore 15 Firenze, Piazza dei Ciompi  Presidio: Per tutti i popoli vittime di genocidio e di sterminio parliamo delle orribili colpe del razzismo, del colonialismo, dell’imperialismo Interventi su: Congo, Shoah, Rom, Amazzonia, Popoli Andini, Etiopia, Palestina, Armeni, Namibia, Nativi nord America. promosso da: Casa dei Diritti dei Popoli, Firenze per la Palestina, Toscana Congo Solidarietà, Collettivo Tupac Katari Perù, Comunità Palestinese Firenze, Statunitensi contro la Guerra, Ampi sez Potente Firenze. Presidio delle donne per la pace Sabato 24 gennaio a Palermo in via gen. Magliocco / via Ruggero Settimo dalle ore 17 alle 19 si svolgerà il consueto presidio mensile delle donne per la pace. BE MY VOICE un diario per Gaza Giovedì 22 Gennaio 2026 ore 17:30 presso il Centro Studi Judicaria a Tione Inaugurazione mostra “Be My Voice un diario per Gaza” con gli autori Alhassan Selmi in diretta Marcella Brancaforte e il giornalista Raffaele Oriani La mostra rimarrà aperta fino al 30 gennaio con orario: 10.00-12.00 / 14.00 – 17.00 (esclusi sabato e domenica) per le scuole primarie e secondarie è possibile prenotare la visita in autonomia scrivendo al centrostudi@judicaria.it   Mostra interattiva pace e nonviolenza attiva ora!  Un’iniziativa dedicata alla promozione della nonviolenza attiva e della cultura di pace nella nostra comunità. Biblioteca Comunale Gallicano – locali CIAF La mostra sarà poi visitabile fino a fine gennaio 2026. La mostra è organizzata da  Il Team Organizzativo COPEUU Italia  Corrente Pedagogica Umanista Universalista con la collaborazione di: La Comunità, Centro Estudios Humanistas Nuevo Civilizacion. Con il Patrocinio del Comune di Gallicano Mostra AFRICA – Uomini Spirito Materia dal 6 dicembre 2025 Palazzo Todesco, Piazza Flaminio 1 , vittorio veneto (TV) AFRICA – UOMINI SPIRITO MATERIA apre al pubblico dal 6 dicembre 2025 al 1 febbraio 2026 a Palazzo Todesco, Vittorio Veneto, con ingresso libero. L’esposizione, curata dall’architetto Mario Da Re di Venetoarte, propone un viaggio dentro un patrimonio che, per secoli, ha accompagnato la vita delle comunità dell’Africa subsahariana. Con il patrocinio del Comune di Vittorio Veneto, della Regione del Veneto e della Provincia di Treviso. Con il contributo di Metalmont e Falmec. La mostra raccoglie circa 300 opere di diverse collezioni private, provenienti da Mali, Burkina Faso, Guinea, Costa d’Avorio, Ghana, Togo, Benin, Nigeria, Camerun, Gabon, Congo e altri paesi dell’Africa subsahariana. Sono oggetti che raccontano storie di popoli diversi, ma anche di intrecci e contaminazioni culturali tra villaggi vicini. Accogliere queste testimonianze significa anche riflettere sul nostro presente: la storia dell’umanità è storia di migrazioni, incontri e integrazioni. Conoscere queste culture non è soltanto un viaggio estetico ma un passo necessario per comprendere meglio chi siamo e il mondo in cui viviamo. Ogni oggetto scolpito, ogni maschera e figura rituale, non nasce per ornamento, ma come ponte verso il mondo invisibile, come preghiera scolpita nel legno. Come ricorda Tristan Tzara, ispiratore nel 1918 del manifesto DADA,“nell’infanzia del tempo, l’arte fu preghiera”. E in effetti queste opere sono testimonianze vive di una relazione profonda con le forze della natura e con il divino: il sole e la luna, i fiumi, le rocce, gli spiriti che regolano la vita e la sopravvivenza. L’esposizione offre al visitatore l’occasione di aprire lo sguardo su un’arte che ha ispirato anche le avanguardie europee del Novecento, dal cubismo al dadaismo, e che oggi continua a parlarci di spiritualità, comunità e appartenenza universale. Incontri a Palazzo Todesco, giovedì ore 20:30: 08 gennaio: “Arte tribale e arte moderna” prof. Alessandro Del Puppo 22 gennaio: “Le tribù del nord Ghana” prof. Cesare Poppi Orari di apertura: Venerdì 16-18 Sabato e domenica 10-12:30 e 15-18 Visite guidate ogni sabato alle ore 17. Prenotazione consigliata Informazioni: venetoarte@libero.it – Tel. 328 938 0147 www.mostraafricavive.it Per maggiori informazioni: http://www.mostraafricavive.it Associazione Venetoarte venetoarte@libero.it Redazione Italia
La festa di Sankranti porta il Bangladesh a Ravenna
Per la prima volta la comunità bengalese di Ravenna celebra pubblicamente il proprio Capodanno tradizionale. Un evento che segna la crescita e il radicamento di una presenza silenziosa ma in costante aumento. Via Capodistria, quartiere periferico di Ravenna. Sabato 17 gennaio la comunità bengalese della città ha celebrato per la prima volta Sankranti, la tradizionale festa invernale che in Bangladesh segna il passaggio del sole dalla costellazione del Sagittario a quella del Capricorno, una sorta di Capodanno che coincide con l’inizio della stagione del raccolto. La data ufficiale sarebbe il 14 gennaio, ma a Ravenna hanno scelto il sabato successivo: una scelta pragmatica che dice molto sulla natura di questa comunità, profondamente inserita nei ritmi lavorativi della città. L’organizzazione è stata curata dall’associazione Dhaka, realtà attiva nel campo della mediazione culturale e dei laboratori doposcuola per i ragazzi bengalesi. Alla festa hanno partecipato il Comune di Ravenna e diverse associazioni interculturali del territorio. Una rete di collaborazioni che dice molto sul livello di integrazione raggiunto. Una comunità in crescita silenziosa I numeri raccontano una storia che spesso sfugge alla cronaca. Al 1° gennaio 2025, i cittadini bengalesi residenti in provincia di Ravenna erano 1.011, di cui 530 nella sola città capoluogo. Nel 2020 erano 682 in tutta la provincia, 388 a Ravenna città. In cinque anni la comunità è cresciuta del 48%, una crescita costante alimentata dai ricongiungimenti familiari e dall’arrivo di giovani in cerca di opportunità lavorative. La comunità bengalese rappresenta oggi il 2,1% degli stranieri residenti in provincia. Non è la prima – quella posizione spetta ai rumeni, seguiti da albanesi e nigeriani – ma è in espansione. Dopo Ravenna, le concentrazioni più significative si trovano a Cervia (231 residenti), Faenza (72) e Lugo (46). A livello regionale, l’Emilia-Romagna conta 14.288 bengalesi. Ravenna è in una posizione intermedia rispetto ai grandi poli: Roma con oltre 32.000 residenti, Milano con più di 10.000, Venezia con circa 8.000, Bologna con 5.000. Non è un grande polo, ma nemmeno una presenza trascurabile. Il lavoro prima di tutto Che la festa sia stata spostata al sabato dice molto sulla natura di questa comunità. I bengalesi di Ravenna lavorano e lavorano molto. Li troviamo nei ristoranti, nei bar, nei minimarket aperti fino a tarda sera, nei servizi. Sono quella presenza silenziosa ma costante che tiene in piedi pezzi importanti dell’economia cittadina. A livello nazionale, più della metà dei lavoratori bengalesi – il 58% – è inserita nel settore del commercio e della ristorazione, contro il 24% degli altri lavoratori non comunitari. Sono percentuali che si riflettono anche a Ravenna: negozi gestiti da bengalesi, ristoranti con turni lunghi, bar aperti quando tutto il resto è chiuso. Celebrare Sankranti di mercoledì 14 gennaio sarebbe stato impossibile per molti per impegni lavorativi. Il sabato offre almeno qualche ora di respiro, un margine per ritrovarsi senza sacrificare il lavoro che consente di mandare avanti le famiglie. Secondo la Banca d’Italia, il Bangladesh è il primo Paese beneficiario delle rimesse dall’Italia, ricevendo il 19,2% dei flussi in uscita. Una cifra enorme, che mostra quanto sia forte il legame con il Paese d’origine e quanto sia pesante la responsabilità di mantenere la famiglia qui e sostenere quella rimasta là. La scelta del sabato è anche una dichiarazione: siamo qui per lavorare, ci guadagniamo da vivere con fatica, ma vogliamo anche celebrare chi siamo. Vogliamo che i nostri figli sappiano che Sankranti esiste, che la nostra identità non si esaurisce dietro il bancone del minimarket. Il senso di una festa Sankranti è una delle feste più antiche del subcontinente indiano. Celebrata il 14 gennaio, come già detto segna il momento in cui il sole lascia il Sagittario ed entra nel Capricorno. È una festa legata ai cicli della natura, al raccolto, alla fertilità della terra. In Bangladesh assume il nome di Poush Sankranti o Sakrain. È una festa dedicata a Surya, signore dell’energia e della luce. Le famiglie si riuniscono, preparano dolci tradizionali, fanno volare aquiloni colorati, si scambiano doni e benedizioni. Per una comunità migrante, celebrarla significa mantenere vivo il legame con la terra d’origine, trasmettere alle nuove generazioni il senso di appartenenza a una cultura millenaria. Che questa festa sia stata celebrata per la prima volta pubblicamente a Ravenna ha un significato preciso: la comunità bengalese ha deciso di uscire dall’invisibilità. Non è più una presenza silenziosa, confinata nei luoghi di lavoro. È una comunità che rivendica il diritto di celebrare pubblicamente le proprie tradizioni, che vuole contribuire alla vita culturale della città. L’associazione Dhaka: mediazione e futuro L’associazione Dhaka rappresenta uno di quei nodi essenziali che tengono insieme una comunità migrante. La mediazione culturale è il primo campo d’azione: aiutare i connazionali a orientarsi nella burocrazia italiana, nelle scuole, nei servizi sanitari, nel mercato del lavoro. I laboratori doposcuola sono l’altra attività fondamentale. I ragazzi di seconda generazione, nati in Italia o arrivati da piccoli, vivono in una condizione di bilinguismo e biculturalismo. Il doposcuola è lo spazio dove possono rafforzare la lingua italiana, ma anche mantenere vivo il bengalese, imparare a leggere e scrivere nella lingua dei genitori, conoscere la storia e la cultura del Bangladesh. La comunità bengalese in Italia è caratterizzata da una forte prevalenza maschile – circa il 70% – e da un’età media molto giovane, attorno ai 30 anni. Sono uomini che arrivano per lavorare, poi arrivano le mogli e i figli attraverso i ricongiungimenti familiari. I bambini crescono tra due culture, parlano italiano a scuola e bengalese a casa. L’associazione Dhaka lavora su questo tessuto fragile e vitale, cercando di creare spazi di incontro, di supporto, di elaborazione collettiva. La festa di Sankranti è il momento in cui tutto questo diventa visibile, in cui la comunità si mostra alla città. Il Bangladesh e Ravenna: non solo migranti Il Bangladesh a Ravenna non è solo immigrazione. Esiste anche una dimensione commerciale. Nel 2021 il Terminal Container Ravenna ha inaugurato una linea navale diretta con Chattogram, il principale porto del Bangladesh. È l’unica linea diretta in Italia, un collegamento strategico che colloca Ravenna come gateway privilegiato per gli scambi tra il Bangladesh e l’Europa. La scelta di Ravenna non è casuale: il porto ha una posizione baricentrica per le aziende del nord Italia, un efficiente sistema di retroporto e ottimi collegamenti ferroviari verso Germania, Svizzera, Austria e Benelux. La linea diretta riduce i tempi di transito a 18-20 giorni, circa la metà rispetto alle rotte tradizionali. Un vantaggio enorme per le industrie del tessile e dell’abbigliamento, settori nei quali il Bangladesh è tra i principali produttori mondiali. Questa connessione commerciale non ha un rapporto diretto con la crescita della comunità bengalese residente – le dinamiche migratorie rispondono ad altre logiche – ma crea un contesto in cui il Bangladesh è presente a Ravenna non solo attraverso le persone, ma anche attraverso le merci e gli scambi economici. È una presenza multidimensionale. Una festa che parla al futuro La festa di Sankranti a Ravenna è un evento piccolo: poche centinaia di persone riunite in via Capodistria in un sabato pomeriggio per celebrare una ricorrenza che la maggior parte dei ravennati ignora, ma è un evento denso di futuro. Dice che una comunità esiste, cresce, si radica. Dice che Ravenna è una città sempre più plurale. Dice che l’integrazione non è cancellazione, ma capacità di mantenere vive le proprie tradizioni mentre si costruisce una vita nuova. E dice anche che questa integrazione si costruisce nei margini, negli spazi ritagliati tra un turno e l’altro, nel sabato scelto al posto del mercoledì perché quel giorno si lavora. È un’integrazione laboriosa, nel senso più letterale del termine. La presenza del Comune, della Casa delle Culture e delle associazioni mostra che esiste uno spazio pubblico dove questa pluralità può esprimersi. Non è scontato. È il frutto di un lavoro paziente, di mediazioni, di costruzione di fiducia reciproca. I 1.011 bengalesi di Ravenna sono mille persone che vivono, lavorano, crescono figli, pagano tasse, frequentano scuole, aprono negozi, pregano nelle moschee, celebrano le loro feste. Sono parte del tessuto sociale della città, anche quando restano invisibili. La festa di Sankranti è un modo per dire: guardate, siamo qui. E il fatto che la città abbia risposto, partecipando, sostenendo, riconoscendo, è forse il segnale più importante di tutti.   Tahar Lamri
Zubin Metha annulla i suoi impegni in Israele per protesta contro Netanyahu
Il famoso direttore d’orchestra indiano Zubin Mehta, ex direttore dell’Orchestra Filarmonica d’Israele, ha annunciato di aver annullato tutti gli impegni professionali nel Paese a causa della sua opposizione alle politiche governative. “Ho annullato tutti i miei impegni in Israele quest’anno a causa della mia opposizione al modo in cui Netanyahu sta trattando l’intera questione palestinese”, ha dichiarato. ANBAMED
Le ragazze ardenti per il pane e le rose
Il 25 marzo 1911 la fabbrica di camicette Triagle di New York, al nono piano di un edificio in piazza Washington, va a fuoco: è una strage! centoquarantasei le vittime. La notizia fa il giro del mondo. Nell’estremo sud d’Europa il Giornale di Sicilia titola: Spaventevole incendio a New York. I morti sono operai di ambo i sessi provenienti dall’Italia, dalla Germania e dalla Russia – riporta il quotidiano dell’Isola. In verità nell’incendio hanno perso la vita diciassette uomini e centoventinove donne, giovani cucitrici, di età sotto i vent’anni, impiegate nell’opificio dei signori Isaac Harris e Max Blanck, i quali, invece, sono riusciti a mettersi in salvo. Molte delle vittime erano italiane o di famiglie emigrate dall’Italia, tra cui ventiquattro di origini siciliane, come documenta Ester Rizzo in Camicette bianche (Navarra editore, 2014), che ha rintracciato per ciascuna delle decedute nel rogo un nome e, dove possibile, un profilo. Maria Rosa Cutrufelli nel suo ultimo romanzo Il cuore affamato delle ragazze (Mondadori, 2025) ci restituisce le lotte delle donne nella New York del primo decennio del secolo scorso mediante i ricordi della protagonista Etta, infermiera professionista, che dalla provincia di Palermo era giunta bambina negli Stati Uniti col nome di Marietta assieme alla madre diplomata maestra e al padre medico e socialista. Non tutti gli emigrati lasciavano la Sicilia alla ricerca di lavoro e di una prospettiva di vita più umana, alcuni, come il padre di Etta, fuggivano per non dover abiurare alle proprie idee politiche. Ricordiamo a tal proposito che intorno al 1891 i fasci siciliani dei lavoratori iniziarono a organizzare i grandi scioperi contro lo sfruttamento e i soprusi delle classi dominanti dell’Isola, ma già nel 1894 le rivendicazioni dei contadini e degli operai insorti erano state brutalmente soffocate nel sangue dal governo Crispi. E tra le prime pagine del romanzo ritroviamo proprio a New York uno dei capi dei fasci, Nicola Barbato. Ma non erano solo uomini gli scampati alla repressione dei fasci che si erano rifugiati negli Stati Uniti, come ha documentato Elisabetta Burba in Da arbëreshë a italo-americani (Pitti edizioni, 2013), per la comunità albanese di Piana – il paese natio di Barbato in provincia di Palermo –, « le donne arbëreshe aderirono con entusiasmo al fascio » anzi  ebbero un ruolo di primo piano nell’organizzazione delle mobilitazioni, come quando per protesta contro le autorità ecclesiastiche che condannavano le rivendicazioni dei fascianti decisero di non prendere parte alla processione del Corpus Domini. E nel romanzo di Cutrufelli incontriamo una fasciante in un laboratorio sartoriale, una « maestra con le forbici e il gessetto » che parla un inglese storpiato dalla pronuncia siciliana – non certo famosa come il dottor Barbato! – che nel suo paese d’origine aveva organizzato « manifestazioni, lagnanze in municipio e, una volta, persino uno sciopero delle donne alla processione del venerdì santo ». In questo modo la nostra autrice, tra gli orditi degli avvenimenti storici, intreccia le vite delle sue personagge d’invenzione con le azioni di figure storiche ben identificate, come le attiviste impegnate nelle rivendicazioni dei diritti delle donne nei sindacati e nelle leghe suffragiste Jane Addams, Mary Dreier, Alice Frances Kellor, Clara Lemlich, Pauline Newman, Frieda Miller e Frances Perkins. Signore dell’alta società o comunque di condizione borghese che decisero di supportare le lotte delle operaie dell’industria tessile. Il loro appoggio non mancò nel grande sciopero del 1909 che prese avvio proprio dalle proteste delle camiciaie degli ultimi piani dell’Asch Building, occupati dalla fabbrica di Isaac Harris e Max Blanck , per cui il New York Herald aveva ironizzato: «Anche i pulcini ora alzano la cresta?». A riguardo non possiamo non ricordare lo sciopero del 1902 a Milano delle piscinine, le schiave-bambine impiegate nelle sartorie milanesi della Belle Époque, protagoniste del romanzo La piccinina di Silvia Montemurro (Edizioni E/O, 2023). I pulcini o più propriamente le pulcine newyorchesi, le più giovani avevano quindici anni, «trovarono, il coraggio, alla fine. Svitarono le Singer dalle postazioni (persino alla Triangle, la più moderna delle fabbriche, le macchine dovevano fornirle le operaie) e, con il loro tesoro tra le braccia, scesero per strada» tant’è che l’Herald dichiarava : «È la rivolta delle ragazze». «Le trovavi dappertutto […] Ovunque c’erano cucitrici, là c’era un picchetto. E insieme ai picchetti comparvero i poliziotti con i manganelli e gli agenti della Pinkerton con i revolver e i gangster assoldati dagli industriali e i ruffiani con il seguito di prostitute da affittare al posto delle operaie». Ma le scioperanti non demordevano mentre ad un certo punto la repressione «era sfuggita di mano al sindaco e agli altri caporioni, perché i poliziotti, nella loro spavalderia, avevano commesso un errore madornale: assieme alle operaie, avevano ammanettato una signora della buona società. La bionda signora Dreier, presidente » della sezione di New York della Women’s Trade Union League. Infatti – commenta Cutrufelli – «quegli stupidi scimmioni, oltretutto, l’avevano arrestata nel momento meno opportuno: con il rinnovo a breve delle cariche municipali bastava niente per perdere il proprio elettorato». Probabilmente era stata la stessa astuta Miss Dreier a cogliere «a volo l’opportunità». Lo sciopero era terminato dopo mesi, e poteva vantare una prima vittoria perché quasi tutte le imprese avevano accettato la richiesta più importante per le operaie ovvero l’ingresso del sindacato nelle fabbriche a tutela dei loro diritti. Ma la Triangle si era dissociata è non aveva acconsentito a nessuna delle rivendicazioni delle impiegate. Così quando scoppiò l’incendio all’Asch Building, Miss Perkins che «si occupava di riforme sociali: regolamenti sanitari, riduzione dell’orario di lavoro per donne e bambini» e non ultima «la prevenzione degli incendi nelle fabbriche» dovette avvertire «il rogo della Triangle come uno scacco personale. Il fallimento del suo impegno». Nessun dubbio vi era  infatti che al nono piano dello stabile, «il reparto dove si tagliava e si cuciva in lunghe file parallele, la porta era bloccata, chiusa a chiave per timore che le operaie scappassero con qualche ritaglio di stoffa» e pertanto « non c’erano vie di fuga, in barba alle norme di sicurezza previste dalla legge». Una grave «negligenza» che però andava dimostrata in sede processuale e la testimonianza di Kate Alterman, sopravvissuta all’incendio, sembrava aver convinto la giuria che era stata attraversata assieme al pubblico presente in aula da un moto di commozione generale. Tuttavia con il verdetto finale Harris e Blanck venivano assolti, il loro avvocato era riuscito a neutralizzare la deposizione di Alterman chiedendole  di riconfermare una prima, una seconda e una terza volta la medesima versione dei fatti: perché «a forza di ripeterle, le parole smarriscono il loro significato, perdono valore, e ogni testimonianza finisce col tradire sé stessa». Il cuore affamato delle ragazze è un romanzo avvincente e, inoltre, ci invita a riflettere sul nostro presente. In merito alla sicurezza nei luoghi di lavoro, ad esempio, continuiamo ad assistere a tragedie che non possono essere tollerate. Già la regista Costanza Quatriglio nel film Triangle (2014) aveva messo in relazione la strage di New York del 1911 e, a cento anni, il disastro di Barletta del 2011, in cui persero la vita cinque operaie tessili sotto le macerie di una palazzina fatiscente. Mentre il rogo dell’Asch Building in cui perirono così tante giovani vite ci ricorda tristemente la strage dello scorso capodanno a Crans Montana. Anche in questo caso, pare che – così come emerge dalle cronache (fermo restando gli accertamenti sulle responsabilità della magistratura ancora in corso) – il cinismo e l’avidità abbiano portato a risparmiare sull’applicazione delle norme di prevenzione e sui dispositivi previsti dalla legge per la sicurezza, mentre rimane ancora da capire perché  l’unica porta d’emergenza fosse sbarrata. Per concludere, diciamo che le mobilitazioni newyorchesi del 1909 «per il pane e le rose» delle «ragazze ardenti» – così come le chiamò la stampa, quasi a prefigurare la drammatica fine alla Triangle –  rimandano oggi agli scioperi di operaie/i del settore del tessile soggette non soltanto allo sfruttamento servile, ma subiscono puntualmente minacce e repressioni, cancellando di fatto oltre un secolo di lotte: pensiamo a cosa di recente è avvenuto a Prato. Ketty Giannilivigni
Venezuela: verità e bugie su democrazia, povertà ed emigrazione
di José Manzaneda, coordinatore di Cubainformación I grandi media mettono a tacere ogni voce che sostenga il governo venezuelano e il suo presidente, Nicolás Maduro, sequestrato dagli Stati Uniti. L’uccisione di oltre cento persone per eseguire tale sequestro viene censurata o ridotta a un semplice dettaglio informativo (1). Nel frattempo, talk show e interviste televisive e radiofoniche, articoli e reportage giornalistici giustificano la barbarie, il terrore e la distruzione del diritto internazionale da parte del governo di Donald Trump (2). L’apologia del terrorismo di Stato gode di tale impunità grazie alla raffica di bugie, per anni, sull’opinione pubblica internazionale (3). Facciamo il punto della situazione. 1.    Il Venezuela è una dittatura. Falso. •    Il Venezuela è il Paese con il maggior numero di consultazioni elettorali al mondo, 32 durante il periodo chavista (4). •    Nelle elezioni legislative di maggio, ad esempio, hanno concorso 54 forze politiche, con campagna elettorale aperta e piena libertà di espressione (5). •    Il Venezuela sta realizzando uno dei modelli di democrazia più partecipativi al mondo. Oltre alle elezioni convenzionali, ci sono 4 consultazioni popolari annuali che, in ogni comunità, decidono direttamente i progetti e le opere pubbliche che lo Stato deve realizzare (6). 2. Il chavismo ha distrutto l’economia. Falso. Dal 2015, il governo degli Stati Uniti ha inflitto al Venezuela circa un migliaio di sanzioni economiche, espropriato aziende pubbliche e congelato i suoi conti e beni all’estero (7). Nel 2019, il Paese aveva perso il 99% di tutte le entrate in valuta estera (8), con un calo del 70% del PIL (9). Niente di più simile a una guerra. Tuttavia, dopo sei anni di catastrofe sociale, il Venezuela è riuscito a costruire nuove alleanze economiche nazionali e internazionali e dal 2022 l’economia cresce a un ritmo del 6%, con risultati tangibili come la quasi totale sovranità alimentare (10). 3. La povertà è causata dal governo. Falso. Nella prima fase della Rivoluzione Bolivariana, con Hugo Chávez alla presidenza, la povertà è stata ridotta del 47% (11). La ragione: nuove leggi in materia di sovranità, come quella sugli idrocarburi, che hanno conferito allo Stato il controllo effettivo dei proventi petroliferi (12). Questi hanno iniziato a finanziare le cosiddette “missioni sociali” nell’ambito dell’economia popolare, dell’edilizia abitativa, dell’istruzione, della cultura o dello sport, molte delle quali in collaborazione con Cuba (13). Ma il blocco economico ha distrutto i fondi petroliferi che finanziavano questi programmi, causando un notevole aumento della povertà, la perdita di valore dei salari e delle pensioni, un’inflazione gigantesca e la paralisi dell’economia (14). 4. L’opposizione è perseguitata. Falso. L’estrema destra, guidata da María Corina Machado, ha scelto di boicottare la maggior parte dei recenti processi elettorali (15). Si tratta di un’opposizione non democratica, che non solo sostiene le sanzioni e l’invasione del proprio Paese da parte degli Stati Uniti (16) (17), ma ha anche organizzato diversi colpi di Stato (18) e tentativi di assassinio (19) e ha fomentato atti di estrema violenza nelle strade contro l’ordine costituzionale (20). Nel 2024, questi atti hanno causato la morte di 27 poliziotti e militanti chavisti (21). La sua violenza e la sua collaborazione con una potenza nemica (non l’espressione di “opinioni”) sono la causa dell’incarcerazione di coloro che vengono definiti “prigionieri politici”. 5. Maduro ha truccato le elezioni presidenziali. Falso Nel luglio 2024, l’opposizione di estrema destra e i servizi segreti statunitensi hanno orchestrato una grande operazione per manipolare le elezioni presidenziali: hanno lanciato un imponente attacco informatico che ha paralizzato il conteggio dei voti e, contemporaneamente, hanno diffuso sulla stampa mondiale la notizia fasulla della loro vittoria elettorale (22). Alcuni giorni dopo, la Corte Suprema di Giustizia ha avviato un’indagine, per la quale ha richiesto i verbali elettorali a tutte le formazioni politiche. 38 partiti di ogni ideologia li hanno presentati, tranne la Plataforma Unitaria Democrática di Edmundo González e María Corina Machado (23). In questi giorni, milioni di persone riempiono le strade del Venezuela a sostegno di Maduro (24), senza un solo atto di appoggio all’intervento degli Stati Uniti. Lo stesso Donald Trump ha affermato che Machado “non ha né sostegno né rispetto” all’interno del Venezuela (25). Ma non dicevano che il suo partito aveva vinto le elezioni? 6. Cina e Cuba hanno invaso il Venezuela. Falso. La Cina è uno dei punti chiave dell’attacco degli Stati Uniti contro il Venezuela. Sono gli accordi di estrazione e vendita di petrolio, utilizzando lo yuan, la valuta cinese, che Trump cerca con tutti i mezzi di distruggere (26). Nel caso di Cuba, dal 2000 esiste un accordo di cooperazione integrale con il Venezuela, paradigma della collaborazione Sud-Sud. Cuba riceve petrolio e, in cambio, fornisce servizi, principalmente in campo medico, a beneficio delle comunità venezuelane più bisognose (27). Inoltre, Cuba fornisce assistenza in materia di sicurezza: il 3 gennaio 32 militari cubani che proteggevano Maduro sono stati assassinati dagli Stati Uniti durante il suo sequestro (28). Ma è assolutamente falso che ci siano truppe cubane in Venezuela (29). Se esistessero, sarebbero state fotografate dai satelliti statunitensi già da anni. 7. Il governo ha costretto milioni di persone a lasciare il Paese. Falso. Prima del blocco economico, in pieno chavismo, il Venezuela era un Paese di immigrazione. Ad esempio, cinque milioni di colombiani e colombiane in fuga dalla miseria e dalla violenza (30). Ma il blocco degli Stati Uniti, come nel caso di Cuba, ha costretto milioni di persone a lasciare il Paese in cerca di una vita migliore (31). Analogamente al caso cubano, la Casa Bianca e i media al suo servizio hanno costruito una narrativa vittimistica e falsa su persone “rifugiate”, ‘perseguitate’ o “fuggite” dal loro Paese (32) (33). Quella venezuelana e quella cubana sono senza dubbio emigrazioni forzate. Ma non per colpa di Caracas o dell’Avana, bensì di Washington. Sebbene, a causa della guerra psicologica nei media e nei social network, una parte stia ora applaudendo il proprio carnefice. Un carnefice, tra l’altro, che ancora… non ha vinto la guerra.   https://www.cubainformacion.tv/especiales/20260113/120127/120127-venezuela-verdades-y-mentiras-sobre-democracia-pobreza-y-emigracion-italiano-deutsch-portugues Traduzione: Associazione Nazionale d’Amicizia Italia-Cuba (ANAIC) Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
Lo stato di salute del Cinema nei dati 2025 del box office
Nel 2025 al box office italiano si sono incassati oltre 496.5 milioni di euro per un numero di presenze pari a circa 68.3 milioni di biglietti venduti. Si tratta di un risultato in linea sia con l’anno precedente (+0,5% incassi; -2% presenze) che con il 2023 (+0,2% incassi; -3,2% presenze). Sono alcuni dei dati resi noti nei giorni scorsi da Cinetel, una società partecipata pariteticamente dall’Associazione Nazionale Esercenti Cinema (ANEC) e dall’Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e Digitali (ANICA) che cura quotidianamente la raccolta degli incassi e delle presenze (https://www30.cinetel.it/homepage). Fondamentale per il raggiungimento di questo risultato di sostanziale parità con l’ultimo biennio il ruolo della produzione nazionale che ha continuato nel suo percorso di crescita raggiungendo nel 2025 una quota complessiva pari al 32,7% degli incassi e il 33,3% delle presenze grazie a oltre € 162.4 milioni d’incasso e 22.7 milioni di biglietti venduti. Si tratta del migliore risultato dal 2016 sia in valore assoluto che percentuale, superiore in termini di quota anche alla media del decennio 2010-2019 (26,2% incassi; 27,1% presenze), raggiunto grazie ad una crescita costante durante l’anno e che superava già il 29% delle presenze totali a metà dicembre, prima dell’uscita in sala dei film delle feste, tra cui, in particolare, “Buen Camino”. Importante anche quest’anno la stagione estiva i cui risultati hanno confermato la domanda di cinema in sala da parte del pubblico nei mesi storicamente considerati più deboli grazie anche alle iniziative promozionali e di comunicazione (“Cinema Revolution” e “Cinema in Festa”) delle Istituzioni e dell’industria. Nonostante sia inferiore ai numeri del 2024, che grazie ai titoli dello scorso anno avevano permesso al nostro mercato di registrare il miglior trimestre giugno-agosto nella storia del box office, la stagione estiva 2025 ha comunque ottenuto il 12,1% in più d’incassi e lo 0,8% in più di presenze rispetto alla media del triennio 2017-2019. Ad incidere sui numeri sia dell’estate che dell’anno in generale l’offerta di prodotto internazionale, molto meno ricca e importante in termini di box office che in passato. Il primo incasso assoluto è stato ottenuto da “Buen Camino” di Gennaro Nunziante (€ 36 milioni; 4.4 milioni di presenze), il ritorno in sala di Checco Zalone, seguito da “Lilo & Stitch” (€ 22.3mln; 3.1mln di presenze), “Follemente” (€ 17.9mln; 2.4mln di presenze), “Avatar: fuoco e cenere” (€ 17.3mln; 1.8mln di presenze) e “Zootropolis 2” (€ 16.6mln; 2.1mln di presenze). Il primo incasso di produzione nazionale è stato registrato sempre da “Buen Camino” seguito da “Follemente”, “Diamanti” (€ 9.8mln; 1.3mln di presenze), “Io sono la fine del mondo” (€ 9.7mln; 1.2mln di presenze) e “Oi vita mia” (€ 8.5mln; 1.1 mln di presenze). Di poco superiori o in flessione rispetto al 2024, secondo i primi dati forniti dal CNC e da Comscore, gli altri principali mercati europei. Il mercato francese è quello maggiormente in flessione con il 13,6% di presenze in meno rispetto al 2024. In negativo anche il mercato spagnolo (-5%) mentre è stabile quello britannico (+0,9%) e in lieve crescita quello tedesco (+7,3%). Come evidenziato dai dati di “CinExpert”, il 2025 è stato caratterizzato in un quadro di sostanziale stabilità da un aumento numerico del pubblico più adulto (60+ anni; +26% rispetto al 2024; il primo importante incremento dalla pandemia) e dalla conferma dell’importanza del pubblico nella fascia tra i 15-24 anni, sempre superiore in termini di ingressi (+9%) alla media del triennio 2017-2019. Quest’ultima fascia rimane anche quest’anno la più importante in termini di biglietti venduti (22% del totale). In conclusione, nonostante le difficoltà il 2025 ha confermato la ritrovata solidità del mercato e la capacità della sala di riportare anche parte del pubblico assente negli ultimi cinque anni. Il cinema di produzione nazionale ha ribadito nuovamente la sua centralità con una straordinaria coda, l’ultima settimana dell’anno, che porterà ovviamente benefici anche su tutto il 2026. “I dati Cinetel 2025, ha sottolineato Alessandro Usai, Presidente ANICA, mostrano un mercato cinematografico complessivamente stabile, ma con dinamiche diverse: da un lato la crescita del prodotto italiano rispetto al 2024, dall’altro un calo significativo del prodotto internazionale, in particolare statunitense. Il cinema italiano conferma la sua forza: il risultato è positivo anche senza considerare l’exploit di Buen Camino, primo al Box Office. Ben quattro titoli italiani figurano nella top ten nazionale (contro uno in Francia e due in Germania). Ancora più rilevante è che l’Italia è l’unico Paese europeo dove il prodotto nazionale nel 2025 supera per incassi e presenze la media del periodo 2017-2019 (+33% incassi, +18% biglietti). Basti pensare che il film vincitore del Biglietto d’Oro nel 2019 oggi sarebbe settimo. Resta però un gap da colmare rispetto al periodo pre-pandemico, e per farlo sarà decisiva la ripresa del prodotto statunitense: nel 2025 i film US e UK hanno registrato in Italia 27,3 milioni di spettatori in meno rispetto al triennio 2017-2019.” Qui il Report a cura di Cinetel “IL CINEMA IN SALA NEL 2025. I DATI DEL BOX OFFICE”: https://www.cinetel.it/_php_upload_tmp/studi_e_ricerche/Conferenza_Stampa_Mercato_Cinema_2025.pdf. Giovanni Caprio
Afghanistan, la Notte di Yalda, simbolo di resistenza, speranza e fiducia
Nell’accelerazione delle situazioni tragiche che il mondo sta vivendo in questo periodo, che rende ancon più lontano e dimenticato l’Afghanistan, l’oppressione delle donne e la fame del suo popolo, sono proprio le donne a continuare a resistere nonostante tutto. Non con atti di resistenza eclatanti, ma semplicemente continuando a vivere e a sperare nel futuro con coraggio e fiducia. Ecco la testimanianza delle ragazze di una delle organizzazioni femminili che il CISDA sostiene, che nella notte di Yalda hanno festeggiato e hanno voluto condividere con noi il resoconto dell’evento. Il loro desiderio di condividere all’esterno i loro momenti di gioia resistente ci conferma ancora una volta la necessità della nostra solidarietà e la loro richiesta di continuare a “vederle” nonostante tutti i tentativi di cancellarle. “Speriamo che leggendo il resoconto e guardando le foto, vi sembrerà di essere state con noi. Questo incontro ha portato nuova energia e motivazione sia ai nostri insegnanti che alle nostre studentesse, poiché nelle circostanze attuali eventi di questo tipo sono rari per le donne”, hanno scritto. In un momento in cui le donne e i giovani in Afghanistan stanno attraversando uno dei periodi più difficili e dolorosi della loro vita, preservare la cultura, l’identità e le pratiche tradizionali della comunità è diventato vitale ed estremamente impegnativo. Le continue restrizioni e le prolungate difficoltà hanno profondamente influenzato il benessere psicologico ed emotivo della società, in particolare di donne e giovani, spingendo molti all’isolamento, alla disperazione e alla privazione. In tali circostanze, la graduale erosione di tradizioni culturali di lunga data rappresenta una delle conseguenze più angoscianti della situazione attuale. Purtroppo, le autorità attuali si oppongono all’osservanza di molte occasioni culturali e sociali che il popolo dell’Afghanistan e dell’Asia centrale celebra da generazioni, consentendo che solo gli eventi religiosi siano celebrati ufficialmente. Questo approccio ignora il profondo significato sociale ed emotivo che queste giornate culturali rivestono per le comunità.  La Notte di Yalda, nota anche come Notte Chella, è una di queste tradizioni significative e amate e riveste particolare importanza per le donne afghane in quanto simbolo di calore, solidarietà, speranza e connessione umana. Consapevoli di questa realtà e con l’obiettivo di creare momenti di sollievo e gioia, anche se brevi, abbiamo organizzato un incontro per le donne in occasione della Notte di Yalda. L’evento intendeva offrire alle partecipanti l’opportunità di allontanarsi dalle pressioni, dalle restrizioni e dal dolore quotidiani e di riconnettersi con un senso di felicità e unione. L’atmosfera dell’incontro era carica di calore, colore, vita e speranza. Donne e ragazze hanno partecipato indossando abiti colorati, con particolare attenzione al rosso, simbolo di vitalità e calore tradizionalmente associati alla Notte di Yalda. I sorrisi sui volti delle donne, la gioia visibile tra le giovani partecipanti e l’energia sincera nella sala hanno creato un ambiente profondamente accogliente e stimolante.  Nonostante le difficoltà, i partecipanti hanno ballato liberamente, applaudito ritmicamente ed espresso la loro gioia dal profondo del cuore. In linea con le tradizioni di Yalda, sono stati preparati e condivisi tra i partecipanti una varietà di frutta invernale e rinfreschi, tra cui olive, melograni, anguria e un dolce tradizionale afghano (shola). Letture di poesie dallo Shahnameh di Ferdowsi e versi di Hafez hanno arricchito la dimensione culturale e spirituale dell’incontro. Si è svolta anche la divinazione, un’usanza molto amata soprattutto dai giovani durante la Notte di Yalda, accolta calorosamente. La musica ha avuto un ruolo centrale nella celebrazione. Le ragazze hanno eseguito l’”Attan” (danza tradizionale locale), hanno cantato insieme ed eseguito con passione la canzone “Bella Ciao”. Balli di gruppo, canti collettivi e momenti di gioia condivisa riflettevano il profondo bisogno di donne e giovani di spazi sicuri in cui poter esprimere emozioni, felicità e solidarietà. Durante il programma è stato anche spiegato il significato storico e simbolico della Notte di Yalda. I partecipanti hanno appreso che Yalda affonda le sue radici nella vita agricola, quando le persone celebravano la vittoria della luce sulle tenebre e il graduale allungamento delle giornate. In questo contesto, Yalda è stata presentata come simbolo di speranza, un promemoria per le ragazze e i giovani afghani che nessuna oscurità dura per sempre e che la luce tornerà inevitabilmente. L’incontro si è concluso con un messaggio forte: in questi tempi difficili, la resilienza delle donne e dei giovani, la loro resistenza all’ignoranza e la loro continua lotta per rivendicare i propri diritti umani, sociali e culturali rimangono essenziali. Per noi, la Notte di Yalda non è stata solo una celebrazione, ma un simbolo di resistenza, speranza e fiducia in un futuro migliore per l’Afghanistan. *La Notte di Yalda è un’antica festa persiana celebrata nella notte più lunga dell’anno (tra il 20 e il 21 dicembre), che segna il solstizio d’inverno e simboleggia la rinascita della luce, la speranza e la vittoria sull’oscurità. Le famiglie si riuniscono per stare sveglie fino a tardi, mangiando melograni e angurie (simboli di luce e vita), frutta secca, dolci, leggendo poesie (soprattutto di Hafez) e raccontando storie, celebrando l’unione, la felicità e l’arrivo dei giorni più lunghi. CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane