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Essere o diventare Comunità competente, capace di ri-cucire e ri-connettere
Oggi 7 Febbraio a Firenze, al Parterre nella  Sala dei Marmi si è tenuta la Presentazione del libro “Luna dell’altro” di e con Giacomo Grifoni. In un pomeriggio che anticipa una giornata di lotta per le donne e per tutte le soggettività che richiedono percorsi di emancipazione, in un pomeriggio che accade mentre non lontano da noi, a Prato, le piazze parlano di lotta contro il linguaggio e contro le prassi che riportano indietro nella storia respingendo proprio quelle persone che avrebbero bisogno e speranza di essere accolte e sostenute, nel calore emotivo di una sala piena di attenzione e com-partecipazione Giacomo Grifoni, in dialogo con Federico Fabbri, ci racconta la scrittura di un libro, un romanzo, il suo terzo, che si colloca, ad uno sguardo attento, in uno scenario di stretta contiguità tra questo dentro (la narrazione di storie) e quel fuori (la contro-narrazione di parole e fatti). Il romanzo “Luna dell’altro” nasce da un bisogno, porta fuori l’anima poetica e al tempo stesso politica di chi, già anni fa, aveva contribuito a mettere in gioco strumenti per poter incidere nella de-escalation di violenza (maschile): socio fondatore del CAM (Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti), psicologo psicoterapeuta, Giacomo si interroga sui determinanti di salute relazionale, cercando di smontare, smontandola, la logica vittima – carnefice (non lo fa direttamente, ma se ne evince il significato nel lavoro che promuove) e sostiene le persone – gli uomini – che agiscono comportamenti violenti nell’assumersi le proprie responsabilità, perché, al netto di storie anche drammatiche all’origine dei gesti, “Non esiste giustificazione”. Perché un romanzo? Forse proprio per poter fare prevenzione passando attraverso, per de-patologizzare o forse meglio per ri-umanizzare le relazioni, a partire da letture che, coinvolgendo tutte e tutti, abitui ad usare un linguaggio che riporti in profondità anche dentro le solitudini individuali e restituisca un senso collettivo (di comunità) dentro la società, l’odierna che, afferma Giacomo, manca spesso di luoghi di incontro. Chi abita le piazze, chi vive la dimensione della partecipazione alla cosa pubblica ben sa che in realtà esistono gli spazi, ma forse rischiano di non essere abitati abbastanza, soprattutto quando sia tardi – troppo tardi. Ed allora il dialogo tra Giacomo e Federico com-muove, perché ricompone, perché ri-cuce la comunità quale “luogo di cura”, che magari in età giovanile non si sceglie con la consapevolezza che sia elemento salvifico (sentirsi parte – appartenere come elemento di con-tenimento quando si inizia a vacillare), eppure si parte da una prima comunità, quella familiare (anche quando mono-genitoriale – a partire dal grembo materno), idealizzata o condannata, perfetta o imperfetta, perduta o mai profondamente sentita, per andare verso seconde, terze, molteplici dimensioni di appartenenza, che possano restituire il senso delle esperienze. Quando tramonta la stagione dell’idealità e si entra dentro la realtà, comunque residua sempre il desiderio di sentirci nelle inter-connessioni che tengano insieme i frammenti di esperienze perdute. Giacomo, che nel precedente romanzo “I signori del silenzio” parlava di relazioni che nascondono le verità, qui si mostra attento all’importanza del disvelamento, che rispetta le solitudini, che pur si possono incontrare; è delicato nell’affrontare il passaggio dalle vite anonime delle soggettività in ricerca alle domande di scopo, significato condiviso che dentro la comunità restituisce valore al sentirsi appartenere. Non è nota la trama (ancora il romanzo è in crowdfunding su bookabook), si provano ad immaginare i personaggi, Luna e Cristiano, si sentono persone comuni, che abitano spazi contigui, somiglianti per risonanza… o forse è il desiderio che possano le lettrici e i lettori ritrovarsi per riconnettersi, la scrittura funzionale quale veicolo terapeutico che aiuta a trasformare i dolori o più semplicemente i disagi che separano, nell’unione di menti e corpi pensanti. Perché su Pressenza? Perché invita a decostruire il linguaggio della violenza, a disinnescare le prassi che conducono alla escalation della violenza, perché invita ad essere o, se possibile, provare a diventare parte di Comunità capace di ri-cucire e ri-connettere. Emanuela Bavazzano
March 7, 2026
Pressenza
Cagliari: sit-in contro il Ddl Bongiorno. Senza consenso è stupro
Il consenso non si cancella e senza consenso è stupro! Realtà femministe e transfemministe, centri antiviolenza, collettivi e soggettività singole scenderanno in piazza con un sit-in contro il DDL Bongiorno, che interviene sulla definizione giuridica di violenza sessuale cancellando la parola consenso, che deve essere libero e attuale e introduce la formula del dissenso come “volontà contraria” della vittima. Non si tratta di una semplice variazione lessicale: è uno spostamento politico e giuridico che cambia il modo in cui la violenza sessuale viene riconosciuta. Il NO non deve essere “abbastanza chiaro”, ma è il SÌ a dover essere libero e volontario. Si torna indietro nel tempo, ai processi che interrogano la condotta delle donne, la loro reazione, la loro credibilità, la coerenza del loro racconto. Una cultura giuridica che giudica se la donna sia stata “abbastanza contraria”, “abbastanza resistente”. Sit-in contro il DDl Bongiorno, 9 marzo 2026, Ore 10:00 presso Consiglio Regionale, Via Roma 25 – Cagliari Organizza: Coordinamento femminista e transfemminista sardo Arestas Più info: https://associazioneliberas.org/sit-in-contro-il-ddl-bongiorno/ Redazione Cagliari
March 7, 2026
Pressenza
Il caos che chiamo vita
È stato presentato ieri sera presso l’associazione multietnica Moltivolti il secondo libro di Abdelkadir Hissen Abdallah, Il caos che chiamo vita, autoprodotto con Amazon, dopo la pubblicazione del precedente Sfide con Multimage. Se Sfide. Diario di un viaggio dal Ciad alla Sicilia costituiva una sorta di racconto “esteriore” e, tutto sommato, apparentemente sereno delle vicende che avevano condotto un giovane adolescente a lasciare la sua terra madre per la Libia prima e poi per il Nord Africa e l’Europa, questo nuovo testo rappresenta invece il percorso “interiore” di un giovane uomo, il viaggio dentro di sé e dentro l’affollata solitudine dell’algida e inospitale capitale siciliana, la delusione dell’approdo, l’amara ricerca di espedienti per la sopravvivenza, l’ingannevole conforto del caffè caldo che lo costringe all’insonnia, ma pure al pensiero e allo studio, il conforto autentico delle pagine dei filosofi e, primo fra tutti, dell’adorato Dostoevskij. Un diario intimo, dunque, ma anche un documento storico, poiché si fa testimonianza della caparbia resistenza di tanti giovani migranti venuti per studiare e sinceramente appassionati della cultura. Abdel ama i musei e il teatro lirico, si cimenta nella produzione di video oltre a scrivere, mentre altri suoi amici si sono da poco laureati in scienze infermieristiche o in cooperazione internazionale, avviandosi ad una carriera professionale. Una testimonianza, la sua, che si può definire politica oltre che esistenziale – anche se lui non vuol sentire parlare di politica, almeno di quella istituzionale che identifica con la corruzione – se per politica intendiamo quello che intendeva Platone: l’arte della ricerca della felicità comune. Uno zibaldone di pensieri e di incontri che delle frasi di Pascal e Leopardi ha anche la sapienza dolce dell’ironia, la quale, per essere autentica, è innanzi tutto autoironia, nonché la capacità di trascendere il proprio dolore personale per farne sguardo smagato sulla condizione umana, come nella metafora dell’umanità esposta in scaffali al supermercato. Ormai siamo valutati in base a ciò che possiamo offrire. Siamo prodotti di consumo; trascorriamo la nostra vita cercando di mantenere alta la nostra “valutazione di mercato”. Abbiamo paura di diventare indesiderabili o “scaduti”. […] Viviamo in un’epoca in cui l’arte di interrompere le relazioni è più celebrata di quella di costruirle. Siamo diventati esperti nel separare, nell’evitare, nel nasconderci. […] Nel mercato delle relazioni, ripetiamo lo stesso copione: guardiamo gli altri come se fossero prodotti in uno scaffale di supermercato. “Mmm, questo è carino, ma la confezione è leggermente aperta.” “Questo sembra buono, ma la sua data di scadenza è passata dopo un’esperienza fallita”. E così continuiamo: sostituisci, prova, consuma e ripeti. […] E forse un giorno realizzeremo che quel gioco stupido non era altro che una promozione falsa. Ridiamo di noi stessi mentre scuotiamo la testa: “Stavamo cercando di essere perfetti in un mercato di beni di lusso fittizi”. Ma la perfezione? È solo una bugia che ci avvolge in una facciata luccicante. Forse, solo forse, alla fine di questa farsa, qualcuno verrà con il coraggio di un bambino che sceglie un giocattolo rotto e dirà con orgoglio: “Adoro questo perché non è come tutti gli altri”. Poi all’improvviso, tra le riflessioni, s’illuminano alcuni versi, come pietre incastonate in un anello. E sono pregevolissimi per densità d’immagini e a volte ricordano l’asprezza della beat generation. La mia stanza è il mio mondo. E quello oltre la finestra è il mondo degli altri. Quando esco di notte per comprare la solitudine del caffè, non parlo con nessuno di loro. Cerco di passare accanto a loro senza disturbare la loro privacy, Gli uomini nudi dal potere, Le donne avvolte nelle tende, Attente all’alba di due soli inutili. Gli uomini della polizia che ordinano l’armadio della città, E raccolgono alcuni rottami, Quando appendono i vagabondi al filo della biancheria. E le mie copie quarantenni che si riflettono negli specchi, Per rovinarmi la giornata facendomi pensare chi sono. […] Immagino me stesso come un vecchio, Senza figli né nipoti né una moglie (complessa), Mia moglie è morte per un’esplosione di una delle sue arterie, Ero io la causa? Non lo so. In quel momento aspetto il giorno del giudizio, Mi diverto a mordere la mia memoria e le unghie, E sostituire il calendario con le rughe, E conto gli anni con i denti che sono caduti dalla mia bocca. […]  E ci sono ancora poesie per l’amata, meditazioni sull’esilio, momenti di incontri in leggerezza. Non è un libro facile né tanto meno consolatorio, come ci avverte l’Autore nella Dedica, ma è un libro utile, utile come “uno specchio crudele” che “si limita a metterti davanti alla domanda da cui fuggi da sempre: eri solo oppure hai scelto l’isolamento e lo hai chiamato destino?”. E non è forse – viene da aggiungere – la condizione umana, quella di noi tutti, condizione di migranti?   Daniela Musumeci
March 7, 2026
Pressenza
Cosa c’entra Leonardo con il genocidio a Gaza?
Rilanciamo un ampio stralcio del contributo (linkato a piè di pagina) di Gianni Alioti – ripreso recentemente sulle pagine di sulatesta.net.- che fa riferimento all’ultimo numero della rivista Su la testa. Argomenti per la Rifondazione Comunista (n. 28/25), dedicata al Rapporto all’Onu di Francesca Albanese (la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati). Un intervento che smaschera il ruolo della Leonardo Spa, mettendo in risalto le numerose omissioni  e ammissioni di Roberto Cingolani, Chief Executive Officer (“cioè il massimo dirigente”, così come sottolineato dall’autore) del gruppo multinazionale[accì]    […] E complici di ciò che Francesca Albanese, nel suo rapporto all’Onu2 sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, definisce “economia del genocidio” ci sono anche diverse multinazionali, specie operanti nell’industria bellica, come la statunitense Lockheed Martin (la numero uno al mondo per fatturato militare) e l’italiana Leonardo. Controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze che detiene il 30,2% delle azioni la Leonardo ha una significativa presenza interna zio  nale. Degli oltre 60 mila dipendenti alla fine del 2024, il 15% operano nel Regno Unito, il 13% negli Usa, il 5% in Polonia, il 60% in Italia e il 7% nel resto del mondo tra cui 250 persone in Israele. Fino al 2023, nella pubblicazione “Leonardo at a Glance” contenuta nel sito web del Gruppo, Israele figurava come il quinto “mercato domestico” dopo quello italiano, inglese, americano e polacco. Dal 2024, per una questione di opportunità (o di opacità), è stato ricompreso nel “resto del mondo”. Ma la realtà non si cancella. Nel momento che il portafoglio ordini e il titolo in Borsa di Leonardo hanno iniziato a gonfiarsi, spinti dalle politiche di riarmo dei paesi europei della Nato e dalle guerre in Ucraina e in Medio-Oriente, le politiche di comunicazione aziendale si sono preoccupate di non dare di sé un’immagine militarista e ‘muscolare’, preferendo collocarsi in un generico mercato dual use  per l’aero-spazio, la difesa e la sicurezza. Insistendo sul proprio profilo ‘sostenibile’. Ma non sempre le politiche d’immagine riescono a nascondere l’evidenza dei fatti, come quando, nel gennaio 2024, Papa Francesco rifiutò una donazione di 1,5 milioni di euro da parte della Leonardo per l’ospedale romano del Bambin Gesù. L’azienda, risentita per quel gesto del pontefice, rispose con un comunicato dove affermava che in tutti i teatri di guerra in corso, a partire dall’Ucraina e dal Medio Oriente, non c’era nessun sistema offensivo di loro produzione. Peccato che, come The Weapon Watch, abbiamo subito dimostrato, utilizzando fonti ufficiali della Israel Defense Forces – Idf, che i cannoni navali super rapidi Oto Melara 76/62 costruiti dalla Leonardo negli stabilimenti di Spezia e montati sulle corvette israeliane fossero usati nei bombardamenti dal mare su Gaza, colpendo aree urbane densamente abitate da popolazione civile. Un quotidiano, nel pubblicare il nostro articolo, aggiunse un bellissimo titolo «Non si dicono bugie al Papa». Bugie e omissioni (con qualche “ammissione”) che abbiamo riascoltato a fine settembre di quest’anno. Roberto Cingolani, amministratore delegato della Leonardo, dopo la scelta del Festival della Scienza di Genova di escludere l’azienda dagli sponsor dell’evento e, preoccupato per le sempre più frequenti manifestazioni davanti alle sedi di Leonardo contro la complicità con il genocidio a Gaza, ha affermato in un’intervista al Corriere della Sera che le accuse a Leonardo sono false: «non vendiamo armamenti ai paesi in guerra come Israele»3. È vera questa affermazione categorica dell’amministratore delegato di Leonardo?   Cominciamo ad analizzare le prime ammissioni Roberto Cingolani nel tentativo di allontanare le accuse di ‘complicità nel genocidio’ di Israele ha ammesso (smentendo due anni di falsità raccontate dai ministri Tajani e Crosetto) che Leonardo ha continuato a esportare materiale dʼarmamento verso Tel Aviv dopo il 7 ottobre 2023, in forza di autorizzazioni – rilasciate prima di quella data – dallʼUnità per le autorizzazioni dei materiali dʼarmamento (Uama), istituita presso il Ministero Affari Esteri. Autorizzazioni che non sono mai state sospese o revocate dal Governo, che pure avrebbe potuto e dovuto farlo in forza della legge 185/1990, che prevede esplicitamente la circostanza della sospensione o revoca di licenze già autorizzate “quando vengano a cessare le condizioni prescritte per il rilascio” (articolo15). Come nel caso specifico di Israele entrato in guerra, non solo contro Hamas, ma verso altri paesi della regione. Oltre alle palesi e gravi violazioni a Gaza, sia della Legge 185/90, sia delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani fondamentali, denunciate prima e poi accertate da numerosi organismi internazionali, anche in seno alle Nazioni Unite. Si tratta del contratto in essere relativo alla fornitura di attività di supporto logistico, assistenza tecnica da remoto, riparazioni e ricambi per i trenta M-346 Aermacchi (aerei da addestramento militare sviluppato e prodotto a Varese). Il contratto per i velivoli M-346 e relativi simulatori di volo fu firmato nel 2012. È superfluo ricordare che con gli M-346 e i relativi simulatori di volo si sono addestrati e continuano a farlo i piloti dell’aviazione israeliana degli F-16 e F-35 che hanno bombardato e ancora bombardano Gaza.   Analizziamo ora le omissioni Roberto Cingolani non è il direttore della “filiale italiana” di Leonardo, ma lo Chief Executive Officer (cioè il massimo dirigente) del gruppo. E, come tale, la sua gestione non è a responsabilità limitata, sia da un punto di vista geografico, sia societario (rispetto alle aziende controllate e partecipate). Per questo, in quanto Ceo del gruppo, non può sorvolare sui due contratti di fornitura a Israele (il primo nel 2019 e il secondo nel 2022) per un totale di dodici elicotteri da addestramento militare AW119Kx sviluppati e prodotti dalla Agusta Westland di Philadelphia, società statunitense controllata al 100% da Leonardo. Il valore complessivo dei due contratti di 67,4 milioni di dollari comprende anche i simulatori di volo e altri equipaggiamenti dedicati, nuove infrastrutture e il supporto tecnico per 20 anni. In questo caso, a onore del vero, che non c’è alcuna violazione della Legge 185/90 sull’export, essendo un trasferimento diretto dagli Usa. C’è solo un problema di policy aziendale coerente o no con il proprio Codice Etico. Diversa, e più grave, è l’omissione reiterata sul trasferimento a Israele dei cannoni navali super rapidi Oto Melara 76/62, installati sulle corvette già in dotazione della marina militare israeliana di quelli che saranno installati nelle nuove corvette in costruzione. Eppure la Leonardo avevo reso nota nel 2022 la consegna dei primi quattro cannoni navali super rapidi e il loro allestimento a bordo delle corvette classe Magen (tipo Sa’ar 6) costruite per Israele dalla tedesca ThyssenKrupp Marine Systems. L’“accettazione” veniva celebrata il 13 settembre del 2022 con una cerimonia ufficiale presso la base navale di Haifa. Di questa commessa per la fornitura di tredici cannoni navali super rapidi Oto Melara 76/62 alla forze di difesa israeliane, nonostante sia uno dei maggiori affari mai realizzati da Leonardo nello scacchiere di guerra mediorientale, per un valore di 440 milioni di dollari compresi i servizi di supporto, test e manutenzione, non c’è alcuna traccia tra le esportazioni di materiale d’armamento dall’Italia a Israele. L’arcano è presto svelato. I cannoni navali di Leonardo sono stati esportati negli Usa e, questi, attraverso una classica triangolazione tipica nel mercato opaco delle armi, li hanno girati a Israele. Il tutto violando la Legge 185/90, la quale prevede che l’uso finale sia conforme all’autorizzazione della licenza di esportazione rilasciata dall’Uama. E visto che i cannoni navali di Leonardo saranno installati anche nelle corvette di nuova generazione classe Reshef, la cui costruzione delle prime 5 unità è iniziata a febbraio di quest’anno nei cantieri della Israel Shipyards, bisognerebbe mettere fine a questa pratica illecita di triangolazione. La stessa pratica illecita (in questo caso non alla luce del sole come Italia-Usa-Israele) che, probabilmente, è alla base dei cannoni navali di Leonardo finiti sulle corvette della marina militare del Myanmar, in violazione non solo della Legge 185/90 ma anche dell’embargo internazionale. Con i manager di Leonardo che, invece di assumersi la responsabilità di ricostruire come sia potuto accadere, hanno minacciato querele a chi ha denunciato il fatto, come l’Associazione di solidarietà Italia-Birmania. L’ultima omissione di Roberto Cingolani riguarda la corresponsabilità di Leonardo sulle bombe GBU-39 co-prodotte da MBDA e fornite a Israele. MBDA è la principale azienda missilistica europea, di cui Leonardo possiede il 25% del controllo azionario, con la restante quota ripartita equamente (il 37,5%) da Airbus Group e BAE Systems. Secondo un’esclusiva del “Guardian” a luglio del 2025, MBDA vende componenti chiave per le bombe che sono state spedite a migliaia in Israele e utilizzate in numerosi attacchi aerei, in cui secondo le ricerche effettuate, sono stati uccisi anche bambini palestinesi e altri civili. MBDA possiede uno stabilimento negli Stati Uniti, che produce le “ali” che vengono montate sulle GBU-39, prodotte da Boeing. Esse si dispiegano dopo il lancio, consentendo alla bomba di essere guidata verso il suo obiettivo. I ricavi della società statunitense MBDA Incorporated passano attraverso MBDA Uk, con sede in Inghilterra, che poi trasferisce i profitti al gruppo MBDA, con sede in Francia. L’anno scorso l’azienda ha distribuito dividendi per quasi 350 milioni di sterline (400 milioni di euro) ai suoi tre azionisti, tra cui Leonardo.   E finiamo con l’esaminare altre gravi responsabilità e una giustificazione imbarazzante Il fatto che Leonardo sia direttamente coinvolta come partner di 2° livello al programma internazionale degli F-35, gestito dalla multinazionale statunitense Lockheed Martin, attraverso la produzione nello stabilimento di Cameri (Novara) dei cassoni alari per la versione F-35A e la fornitura di componenti elettronici, è innegabile. Israele è stato il primo paese a dotarsi dei caccia-bombardieri F-35 fuori dagli Usa, acquistandone 50 unità (gli ultimi lotti per un totale di 14 aerei sono stati consegnati nel 2024). Nel giugno 2024 Israele ha ordinato agli Usa altri 25 F-35A. La Leonardo ha partecipato (e partecipa) alla fabbricazione degli F-35A destinati a Israele e impiegati nei bombardamenti su Gaza. Non è confutabile. Non è, quindi, una forzatura o peggio una strumentalizzazione aver incluso la Leonardo, in quanto co-produttore degli F-35 venduti a Israele, tra le aziende multinazionali implicate nell’economia del genocidio, come ha fatto Francesca Albanese nel suo rapporto Onu sui territori palestinesi occupati.   * GIANNI ALIOTI È ATTIVISTA E RICERCATORE DI THE WEAPON WATCH – OSSERVATORIO SULLE ARMI NEI PORTI EUROPEI E MEDITERRANEI Redazione Italia
March 7, 2026
Pressenza
Mymovies. “Il sentiero azzurro”, viaggio in una vita secondo natura
“Il sentiero azzurro” di Gabriel Mascaro è la storia di un viaggio alla volta di una vita libera e secondo natura. Protagonista Tereza, (Denise Weinberg) una signora che a 77 anni viene “rottamata” dal governo perché inutile dal punto di vista produttivo e destinata a una colonia dove i vecchi vengono radunati. Spogliata dei suoi diritti, sotto tutela di una figlia che la priva delle sue libertà e dei suoi soldi, Tereza si ribella alla deportazione. Naviga lungo il Rio delle Amazzoni incontrando avventurieri, capitani di mare, suore non credenti, una donna anziana come lei e giramondo. Una fiaba ironica, bizzarra, paradossale, una metafora sulla capacità di ribellarsi e sulla resilienza umana, che esiste a prescindere dall’età. Il Paese in cui Tereza aveva vissuto è un Brasile di là da venire, governato da severissime leggi sulla terza età, nel quale gli anziani vengono presi per strada come cani randagi e sbattuti in furgoncini-prigione. Lei ha tirato avanti osservando le regole, da brava cittadina e da brava madre, guadagnandosi la vita col macello della carne di alligatore. Il film fa pensare al valore imprescindibile della vita secondo natura e senza costrizione, un viaggio attraverso un habitat incontaminato, fuori da categorie anagrafiche e sociali, un mondo che non conosce l’esistenza di uomini di serie B. “Il sentiero azzurro” è stato presentato al Festival di Berlino, dove ha vinto l’Orso d’Argento 2025. Il sentiero azzurro (2025) Un film di Gabriel Mascaro con Denise Weinberg, Rodrigo Santoro, Miriam Socarras, Adanilo Reis, Clarissa Pinheiro. Genere: Drammatico. Durata: 85 minuti. Produzione: Brasile, Messico, Paesi Bassi, Cile 2025. In streaming su Mymovies   Bruna Alasia
March 6, 2026
Pressenza
Class Action contro la RAI e il Ministero dell’Economia e delle Finanze
La RAI è un servizio pubblico e quindi bene comune di noi cittadini che per questo paghiamo un canone. Si tratta di un’importante premessa per comprendere il contesto di questa azione: una Class Action contro la RAI e il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF). Il codice etico della RAI così recita: “…“nella sua qualità di concessionaria del Servizio Pubblico radiotelevisivo, la Rai assume quali suoi compiti prioritari: garantire la libertà, il pluralismo, l’obiettività, la completezza, l’imparzialità, la correttezza dell’informazione per favorire la crescita civile e il progresso sociale”. Belle parole, ma qual è la realtà dei fatti allo stato attuale? Purtroppo la realtà è ben diversa e sotto gli occhi di tutti, con grave danno per la formazione del pensiero critico e per le scelte e orientamenti fondamentali che riguardano la nostra esistenza, il nostro presente e il nostro futuro. Il Servizio Pubblico Televisivo è caratterizzato, come a tutti noto, da un conclamato e inopportuno condizionamento da parte degli organi della politica. Il CDA RAI è infatti formato da 7 componenti, di cui 2 fanno parte del governo, 2 della Camera, 2 del Senato e 1 rappresentante dei lavoratori. I vari governi hanno utilizzato e utilizzano tuttora ampiamente il servizio pubblico per la loro propaganda, contribuendo all’inquietante scenario globale delle vicende belliche e pandemiche degli ultimi anni. È in questo quadro che si inserisce la Class Action, attraverso la quale è possibile ottenere la tutela di diritti individuali, omogenei attraverso un procedimento giudiziale collettivo a sostegno di un ricorso. Generazioni Future, Media Pluralisti Europei (Byoblu), Ugo Mattei e Claudio Messora (sostenuti dal Patto di oltre 20 organizzazioni che hanno scelto quale primo tema fondamentale sul quale collaborare proprio l’informazione) hanno promosso contro la RAI e il MEF un ricorso per violazione e omessa applicazione del Regolamento dell’Unione Europea 2024/1083 del 11 aprile 2024,  il cosiddetto Media Freedom Act. Questo regolamento è pienamente applicabile, così come pienamente disatteso dal nostro governo, dall’8 agosto 2025. In particolare l’articolo 5 impone che i media di servizio pubblico siano editorialmente e funzionalmente indipendenti con procedure di nomina dei vertici trasparenti e completamente sganciati dalla politica. Per reagire alla frustrazione e all’impotenza, la possibilità di far sentire la nostra voce a una classe politica sorda, indifferente, arrogante e lontana dalle esigenze della cittadinanza e dal buon senso e di avere uno strumento come questa Class Action per far valere le nostre ragioni e diritti è senz’altro un’occasione che non possiamo perdere. Ad oggi si sono già prenotate oltre 10.000 persone. La speranza che questa azione porta con sé consiste nel fatto che i giornalisti non debbano più subire intimidazioni, pressioni, censure e ricatti e possano finalmente e liberamente fare inchieste, porre domande scomode, dare voce anche all’indignazione riguardo a scelte geopolitiche guerrafondaie, portare con libertà il dibattito su leggi discutibili, promuovere insomma la ricerca della verità che attualmente  è stata per lo più sostituita dalla menzogna, dall’opportunismo e non ultimo dalla mancanza di dignità del nostro attuale sistema nelle sue varie componenti. Liberare il servizio pubblico RAI dalle ingerenze della politica e dalla potenziale corruttibilità di gruppi economici, aiuterebbe a costruire quella coscienza morale ed etica che è stata negli anni distrutta. Non lasciamoci sfuggire questa opportunità, diffondiamo l’informazione e aderiamo prenotandoci all’iniziativa a questo link: https://generazionifuture.org In seguito verranno comunicate le modalità di adesione. “Non basta sapere, si deve anche applicare; non è abbastanza volere, si deve anche fare”.  J.W. Goethe Loretta Cremasco
March 5, 2026
Pressenza
Antonio Mazzeo: “Sigonella attiva dall’inizio dell’attacco all’Iran”. Qual è il ruolo dell’Italia?
Rilanciamo il servizio Radio Onda d’Urto sul pieno utilizzo della base-USA di Sigonella e della stazione-MOUS di Niscemi, con allegate le due importanti interviste all’attivista Federica del Movimento NoMuos e al giornalista-pacifista Antonio Mazzeo, raccolte dall’emittente radiofonica_    La base militare statunitense di Naval Air Station Sigonella, in Sicilia, sarebbe stata utilizzata attivamente fin dalle prime ore dell’attacco congiunto israelo-statunitense contro l’Iran, iniziato sabato 28 febbraio. “Abbiamo sicuramente due dati rilevanti che smentiscono assolutamente la posizione bonista del governo italiano che dichiara di non essere coinvolto nelle operazioni di guerra e di non essere, tra l’altro, neanche stato informato e di queste” commenta ai microfoni di Radio Onda d’Urto Antonio Mazzeo, giornalista, scrittore e attivista antimilitarista. Nelle ore immediatamente precedenti l’attacco su Teheran, dalla base di Sigonella sarebbe decollato un velivolo da pattugliamento marittimo Boeing P-8 Poseidon, utilizzato anche per attività di intelligence e guerra elettronica. Il suo compito, secondo quanto riferito, sarebbe stato quello di individuare obiettivi strategici e trasmettere informazioni ai cacciabombardieri impegnati nell’operazione. Sempre nelle ore precedenti, sarebbe atterrato a Sigonella un drone da ricognizione Northrop Grumman RQ-4 Triton, impiegato per diversi giorni in operazioni di monitoraggio e raccolta immagini, verosimilmente finalizzate all’individuazione dei bersagli poi colpiti. Non solo Sigonella: un ulteriore elemento riguarda il sistema di telecomunicazioni satellitari MUOS (Mobile User Objective System), presente a Niscemi. Si tratta di una rete composta da satelliti e terminali terrestri che consente alla Marina militare statunitense di trasmettere ordini, piani operativi, flussi video e comunicazioni criptate in qualsiasi area del mondo. “Le guerre non si fanno soltanto lanciando missili” osserva Mazzeo. “Prima c’è un lavoro complesso di pianificazione, raccolta dati, individuazione degli obiettivi. È questo il ruolo degli aerei spia e dei droni che operano da Sigonella”.   L’INTERVISTA COMPLETA DI RADIO ONDA D’URTO A ANTONIO MAZZEO, GIORNALISTA, SCRITTORE E ATTIVISTA ANTIMILITARISTA. ASCOLTA O SCARICA. L’INTERVISTA A FEDERICA, NO MUOS. ASCOLTA O SCARICA. Redazione Sicilia
March 5, 2026
Pressenza
“Page against the machine”, libreria indipendente e punto d’incontro di attivisti
A volte bisogna lasciare le grandi piazze per trovare le chicche nascoste. La libreria indipendente “Page Against The Machine” è un gioiellino incastonato nella cittadina costiera di Long Beach, nella California del sud. Ne parliamo con Chris Giaco, che l’ha aperta nel 2019 e ne è l’anima. Ad aprile saranno sette anni che ho aperto la libreria; prima di allora non avevo mai pensato di fare una cosa simile. Mi sono sempre mosso tra i libri: già mentre studiavo al college integravo il costo della retta lavorando in un negozio del settore. Poi sono stato assunto da grandi catene come Barnes & Noble e da diverse librerie specializzate. Mi piacciono i libri e mi piace leggere. L’altra mia grande passione è la politica e a un certo punto le due cose sono confluite. Negli anni avevo accumulato un piccolo capitale di letteratura underground; erano libri ricercati che incuriosivano i giovani frequentatori di “inretrospect”, un vintage store dove ogni venditore esponeva la propria merce e io avevo messo in piedi una bancarella di libri. Ma i costi del locale erano troppo alti, quindi chiudemmo e mi ritrovai a vendere in rete. L’attività non andava per nulla male, senonché un’amica mi presentò questo spazio, che come vedi non è molto grande; mi piacque e tra me e me dissi ‘al limite starò qui da solo a imbustare libri che spedirò in giro per gli Stati Uniti, sarà come stare in ufficio’.  E invece Page Against The Machine è tutt’altro che deserta. La libreria di Chris svolge un ruolo fondamentale per la comunità, offrendosi come punto d’incontro per numerose realtà che denunciano il genocidio dei palestinesi, sostengono i membri più deboli sotto assedio da parte dell’ICE e promuovono istanze di democrazia e civiltà, per esempio mozioni contro la guerra e i tagli causati dal roboante “Big Beautiful Bill” voluto da Trump e imposto al popolo americano. Una volta al mese c’è l’assemblea plenaria e il negozio si riempie di sedie e di attivisti di ogni età. Chris mi confessa che considera l’attivismo il suo primo impegno, più del suo essere un commerciante. “Non scelgo i libri da mettere in vetrina consultando cataloghi specializzati che fotografano l’andamento del mercato. Ordino i libri pensando a quali meritano di essere letti, quali possono stimolare il lettore a pensare, a costruirsi una coscienza critica”. Con una tale intenzione, quale nome più azzeccato di “Page Against The Machine”? La sostituzione di “Rage” (dalla band losangelina “Rage Against The Machine”, sulla scena musicale dagli anni Novanta e da allora tenacemente impegnata nel denunciare l’iniquità del sistema capitalista) con “Page” non è stata una trovata di Chris: l’ha “colta” per strada, ma il lavoro di ricerca e di dedizione alla causa, a una cultura libera da interessi commerciali, certamente ne esprime appieno lo spirito e l’intuizione che nelle pagine scritte, almeno in alcune di esse, si trovano risorse rivoluzionarie. Da qualche tempo a questa parte incontro ragazzi arrabbiati, a volte furiosi, contro il proprio Paese, che rivolgono feroci critiche all’istituzione scolastica; dicono che li ha imbrogliati. Mi spieghi che cosa sta succedendo nella società americana? Siamo cresciuti con il mito di essere nati nel miglior Paese al mondo, con il miglior sistema di governo, dove regnava la democrazia… pensavamo di essere il modello di libertà per il mondo. Per decenni tutto ha concorso a farcelo credere. C’erano pochi canali televisivi e ogni scuola ripeteva le stesse cose; ognuno si confrontava solo all’interno del proprio ambiente; la gente era come ipnotizzata dentro una bolla a tenuta stagna. Ad esempio ai tempi della guerra in Iraq lavoravo nella libreria di un museo e appena potevo cercavo di spronare i giovani di allora a capire che cosa stesse accadendo, ma non gli interessava mettere alla prova le loro convinzioni, nemmeno quando cercavo di spaventarli prospettando una guerra mondiale. Oggi è tutto diverso. I ragazzi che vengono da me sono curiosi e avidi di nuove idee e non sembrano soffrire delle idiosincrasie che ero solito vedere tempo fa; per esempio gli americani erano così spaventati, quasi traumatizzati, dallo spettro del comunismo, che avevano persino paura di leggere un libro di Marx.  Oggi la bolla non tiene più. Quali sono i fattori che stanno rompendo la bolla? Da quando c’è Trump è venuto tutto a galla, ma è da un po’ che il pentolone bolle. Sicuramente viaggiare ha concorso a far traballare il mondo incantato: ogni volta che un americano esce dal Paese scopre di non essere visto come un eroe. L’aver accesso a un’informazione diversificata, per esempio riguardo alla Palestina e a Israele, è stato scioccante, ma più di tutto è nella vita di ogni giorno che lo stridere del mito con la realtà è diventato assordante. Mai come oggi l’americano medio percepisce una frattura tra ciò che il sistema racconta e come viviamo. Esci dalla scuola speranzoso ed entri in un mondo dove quasi tutto ti è negato; non trovi un lavoro decente e non puoi nemmeno permetterti di sognare un mutuo. Il sistema non funziona più, tutto è instabile. Page Against The Machine è la prima libreria indipendente con cui sono entrata in contatto. Perdonami l’ignoranza, ma pensavo quasi che negli Stati Uniti non ce ne fossero. Raccontami di questa realtà. Certamente la grande distribuzione online e i megastore che vendono di tutto hanno schiacciato il mercato delle librerie e ci sono state diverse chiusure, anche importanti, ma recentemente qualche segnale di rinascita si vede. Intanto ci siamo specializzati e questo piace ai lettori: da me vieni se cerchi un libro di politica, un saggio impegnato, ma se percorri la via ne incontrerai altri che offrono tutto sulla cucina, sull’infanzia, sul giardinaggio. A Long Beach siamo almeno sei librai indipendenti, a Los Angeles sono ancora di più. Inoltre i nostri clienti non solo sono scrupolosi e chiedono un prodotto di qualità, ma sono anche persone informate che si sforzano di essere coerenti con i loro valori. Ci scelgono perché rifiutano il sistema dei grandi portali alla Amazon e perché hanno capito che tornare ad acquistare un libro fatto di carta è una forma di libertà.  Senza rendercene conto stiamo delegando il controllo di libri e musica alle compagnie High Tech e molti si stanno stufando di questa dipendenza. Ti va di suggerire qualche titolo ai lettori di Pressenza? Volentieri. Posso condividere la classifica dei “best sellers” di gennaio secondo i lettori di Page Against The Machine; del resto, come dico sempre, i clienti sono i co-curatori del negozio; ti assicuro che è vero. Mutual Aid, di Dean Spade 1984, di George Orwell Create Dangerously, di Albert Camus Read This When Things Fall Apart, di Kelly Hayes A Very Short History of the Israel-Palestine Conflict, di Ilan Pappe Page Against The Machine, benché piccina, è curata in ogni dettaglio, non le manca nulla e misteriosamente non si ha mai la sensazione di affollamento. Occupa due stanze; in quella più grande tra gli scaffali trovano spazio opere d’arte, installazioni e una collezione di manifesti satirici sul potere, ci sono il tavolo delle occasioni e persino l’angolo lettura con due comode poltroncine e un tavolino. Non ci sono prodotti da banco, né gadgets, né snacks. Chris intrattiene un rapporto di amicizia con i libri, lo si percepisce appena si varca la porta del negozio ed è la prima cosa che mi ha detto: “Sono un book lover”; lavora con loro, non li sfrutta. Quando ci sono amore, passione, onestà, il mondo ritrova l’equilibrio; la vita che si muove attorno a Page Against The Machine ne è un bell’esempio.     Marina Serina
March 5, 2026
Pressenza
Audre Lorde: La poesia non è un lusso
LA VISIONE DELLA POETESSA STATUNITENSE AUDRE LORDE RIGUARDANTE LA POESIA FEMMINILE NERA NEL SUO SAGGIO “LA POESIA NON È UN LUSSO” Audre Lorde, poetessa, militante e pensatrice, nata nel 1934 ad Harlem e deceduta nel 1992 a Saint Croix, US. Virgin Islands, è “una figura che segna la sua epoca e i decenni successivi, impronta l’azione politica di molte donne, suscita risvegli di coscienza, lascia una traccia profonda nel pensiero femminista e precorre una serie di tematiche oggi più che mai attuali”. (Fonte: “Enciclopedia delle donne”). Qui di seguito Milena Rampoldi analizza il suo noto saggio sulla poesia intitolato “Poetry is not a luxury”. Il punto di partenza delle riflessioni della Lorde sulla poesia che non è un lusso e sulla sua importanza per la lotta per la giustizia sociale e l’affermazione della forza primordiale femminile è la luce che mette in discussione la vita stessa. Il punto di partenza di qualsiasi poesia consiste nell’occuparsi della propria biografia, un’auto-riflessione che ha un’influenza diretta sulla nostra vita e sul suo potenziale di cambiamento. > “La qualità della luce con cui mettiamo in discussione la nostra vita > influisce direttamente sul prodotto che viviamo e sui cambiamenti che vogliamo > apportare attraverso quelle vite.” La creazione poetica permette alla donna di mettere in pratica la sua magia. La poesia è quindi mistica e allo stesso tempo dinamica. La poesia viene dotata di nome e forma che costituiscono la sua forma estetica. > “È in questa luce che plasmiamo quelle idee con cui perseguiamo e realizziamo > la nostra magia. Si tratta di poesia come illuminazione, perché attraverso la > poesia diamo un nome a quelle idee che sono senza nome e senza forma fino alla > creazione della poesia e stanno per nascere, sebbene vengano già sentite in > anticipo”. La poesia è il risultato dell’esperienza femminile che genera pensieri. I sogni femminili generano i concetti, mentre le idee sono il risultato dei sentimenti e la comprensione è il risultato della conoscenza. La conoscenza femminile di sé porta al riconoscimento della forza primordiale femminile. L’autrice parla dell’”intimità della prova” che una donna forte deve “sostenere”. Una volta superata la prova, la donna ha un potere che deve sfruttare nella sua vita per bandire due nemici. Il primo nemico è la sua paura, il secondo il silenzio. La poesia ricollega la donna al cosiddetto “luogo oscuro” ove si trova la forza primordiale dell’anima femminile. La poesia diviene dunque nel pensiero della Lorde l’essenza del coraggio per tutte le donne nella loro biografia collettiva. Le donne attivano le proprie forze originarie, i potenziali sopravvissuti grazie all’oscurità. All’inizio l’autrice affronta la tematica della luce esterna che interroga la nostra vita, mentre in un secondo momento ci presenta un’oscurità interna in cui si cela la nostra forza creativa. Ed è a questo punto che entra in gioco la donna nera, emarginata e in lotta, contrapposta alla donna bianca e superficiale. L’autoaffermazione della donna nera prospera in questa dialettica radicale, rifiutando la “modalità europea”. Non si tratta di un processo psicologico e cognitivo, ma di potere e conoscenza che generano azioni che cambiano la biografia collettiva femminile. Lorde definisce la poesia femminile nera come  “rivelazione o distillazione dell’esperienza”, contrapposta alla poesia bianca, che chiama “gioco di parole sterile”. Non si tratta però solo di tensione dialettica tra bianco e nero, ma anche tra uomo e donna. La poesia è compito, vocazione e necessità esistenziale. Ma soprattutto non è un lusso perchè è vitale per l’esistenza delle donne. La luce è il prodotto della poesia. In questa luce noi donne ancoriamo le nostre speranze e i nostri sogni che generano poi azione e cambiamento. La poesia produce uno sconvolgimento radicale della nostra biografia, della nostra esistenza e del nostro mondo come donne che non si percepiscono più come vittime ma come combattenti forti. Esiste dunque un legame indissolubile tra pedagogia femminile della forza primordiale e terapia della poesia. Entrambe partono dalla luce dell’autoriflessione, sfociando poi nella conoscenza di sé e nell’affermazione della forza primordiale della donna, che si trasformano in azione e sconvolgimento dei rapporti sociali di emarginazione, oppressione e discriminazione. > “Gli orizzonti estremi delle nostre speranze e delle nostre paure sono > lastricati dalle nostre poesie, scolpite dalle esperienze rupestri della > nostra vita quotidiana”. Le speranze e le paure femminili sono dure come rocce. Perché le esperienze femminili sono esperienze scolpite nella roccia. E la poesia femminile è capace di intagliare le rocce. A questo punto l’autrice aggiunge un altro termine, quello del presupposto, unito alla conoscenza. Ogni donna è parte di una storia di femminilità e allo stesso tempo di oppressione ed emarginazione della forza primordiale del femminile. Le idee più radicali seguono lo sconvolgimento e il cambiamento attraverso un’azione significativa. Questa dimensione del significato però non è un dono, ma il risultato di un processo di dotazione semantica. Mediante la mia poesia attribuisco un significato a delle cose che prima non sembravano averne, perché spaventavano ed erano incomprensibili. > “Al momento potrei citare almeno dieci idee che una volta avrei considerato > insopportabili o incomprensibili e spaventose se non avessero seguito i sogni > e le poesie”. La poesia non rimane intrappolata nel mondo della fantasia. La poesia è azione e come suggerisce la Lorde è “l’architettura dello scheletro della nostra vita”. Poesia significa potenziale credibile e dunque vita. Ci opponiamo alla morte delle donne come unità collettiva. Le donne vengono costantemente accusate, ma soprattutto vengono considerate inferiori e deboli, infantili, sensuali e troppo poco universali. Ed è l’azione a generare la trasformazione femminile. L’azione non è secondo la Lorde né “temporanea” né “reattiva”. Non reagisco, ma agisco. La mia azione è radicale e costante e provoca il mio cambiamento autentico. La donna nera grazie alla sua azione supera il dettame cartesiano “Cogito, ergo sum”, sostituendolo con il motto delle madri-poetesse nere “Sento, quindi posso essere libera”. Questa libertà, frutto del movimento rivoluzionario delle donne, non si esprime solo nel linguaggio poetico, ma viene anche ancorata in esso. Il riferimento alle madri nere ci porta dunque all’utopia futura dell’autrice. Se vivo come madre, mio figlio vive. Se sogno come madre, mio figlio sogna perché viene nutrito in modo autentico. La dimensione onirica simboleggia l’alimento della nuova generazione. La salvezza non viene mai dalla ragione, ma dall’autoriconoscimento e dal coraggio di agire in modo creativo e di osare. L’azione “eretica” e coraggiosa e la realizzazione dei sogni sono ciò di cui la nostra generazione femminile ha bisogno. E questo cambiamento avviene attraverso la poesia, che colma le paure e traduce in realtà le speranze. In questo contesto si colloca anche la messa in discussione radicale del capitalismo come “disumanizzazione istituzionale”. Tuttavia, la forza primordiale della donna le ha permesso di sopravvivere perché è poetessa. Lorde sottolinea  nuovamente come i sogni e la libertà siano collegati in modo indissolubile. E questi sogni e questa libertà si ritrovano nelle poesie, “che ci danno la forza e il coraggio di vedere, di sentire, di parlare e di osare”. Il cerchio si chiude con la riflessione finale dell’autrice sull’impossibilità di una visione della poesia come lusso. > “Se ciò che dobbiamo sognare per muovere la nostra mente nel modo più profondo > e diretto verso e attraverso la promessa è un lusso, allora abbiamo > abbandonato il nucleo – il pozzo – della nostra forza, della nostra > femminilità, sì, il futuro dei nostri mondi”. Infine, la Lorde ci mostra che le donne sono forti, resistono alle loro paure e sperimentano nelle loro nuove potenzialità la loro forza creativa che trova espressione nel coraggio poetico. Milena Rampoldi
March 4, 2026
Pressenza
“Nata contro” di Francesca Nodari, le prime presentazioni in libreria
E’ in libreria “Nata contro”, edito da Mimesis Edizioni, il nuovo libro di Francesca Nodari, filosofa morale, allieva di Bernhard Casper, e direttrice scientifica del Festival Filosofi lungo l’Oglio. Tra i suoi libri: Il male radicale tra Kant e Levinas (2008); Il pensiero incarnato in Emmanuel Levinas (2011); Il bisogno dell’Altro e la fecondità del Maestro (2013); Storia di Dolores. Lettera al padre che non ho mai avuto (2016); Temporalità e umanità (2017); Donne e Shoah (con A. Foa, 2021). Sua è la nuova edizione critica a Il Tempo e l’Altro di Emmanuel Levinas (2022). Dirige, presso Mimesis, le collane “Chicchidoro” e “Tempo della memoria”. Collabora con La Domenica de “Il Sole 24 Ore”. Nata contro racconta la storia di Antigone che – dopo aver faticosamente elaborato il rifiuto oppostole dal padre, uomo ingombrante e violento, che la chiamava “ex figlia” – si ritrova a dover nuovamente affrontare questo legame impossibile quando viene chiamata dall’ospedale dove l’uomo è stato ricoverato. Sarà la pietas a spingerla, nonostante tutto, a restare accanto a lui in questa circostanza e a non fuggire di fronte al dolore. E saranno la filosofia e il potere salvifico della parola a permetterle di affrontarlo e superarlo. Dopo un silenzio di oltre vent’anni, dopo la rielaborazione, apparentemente conclusa, del rifiuto di un padre/padrone che ha saputo darle e dirle solo dei “no”, Antigone si ritrova, di nuovo, ad avere a che fare con quella figura ingombrante che in paese chiamano Belzebù. L’ex-figlia – così Ernesto l’apostrofava – corre in ospedale dopo essere stata informata che l’uomo versa in condizioni molto critiche a causa di circostanze avvolte da un fitto alone di mistero. Cosa fare dinnanzi a una situazione simile? Far fronte al destino o andarsene? Antigone – colei che è “nata contro” – sceglie la porta stretta. La via dolorosa. E lo fa, nuovamente, da sola. Come l’Antigone di Sofocle, si sente murata viva. Qui non c’è da rivendicare la giusta sepoltura di Polinice, ma la pietas nei confronti di un uomo abbandonato e ridotto in fin di vita, con l’aggravante che, quell’uomo, incarna il potere disgustoso di Creonte, che quell’uomo, che era suo padre, l’ha rimossa dalla sua vita, come se lei fosse già morta. Come ha scritto Maria Rita Parsi nell’introduzione del libro – che proprio alla grande psicologa da poco scomparsa è dedicato – si tratta di «una testimonianza che scuote e commuove, ma anche un testo filosofico e antropologico nel senso più alto: interroga la libertà umana, la colpa, la responsabilità, la violenza familiare come paradigma del male che la società ancora perpetua, spesso in silenzio». Nata contro costituisce il seguito di Storia di Dolores. Lettera al padre che non ho mai avuto (pubblicato nel 2016 e riedito per l’occasione da Mimesis nella stessa collana Meledoro), in cui Nodari racconta una storia di paternità negata e del viaggio catartico percorso dalla figlia per accettare la propria vulnerabilità con un grande atto di coraggio. L’autrice incontrerà i lettori in un book tour in giro per l’Italia. Ecco le prime presentazioni del libro: * giovedì 5 marzo, Libreria Università Cattolica del Sacro Cuore, Brescia, ore 18, con Marina Calloni e Tonino Zana * sabato 7 marzo, Libreria del Convegno, Cremona, ore 17:30, con Michela Garatti. * mercoledì 11 marzo, Libreria Zabarella, Padova, ore 18:30, con Anna Pellizzari * giovedì 12 marzo, Libreria Ubik, Bergamo, ore 18, con Giulio Brotti   Per informazioni, materiale stampa, presentazioni: Chiara Rea • ufficio stampa chiararea@gmail.com tel. 3334829791   Redazione Sebino Franciacorta
March 4, 2026
Pressenza