Tag - Snam

Auletta: una storia meridionale di lotta
di Sara Manisera (*) Introduzione: re-immaginare i margini Nell’ambito degli studi sullo sviluppo territoriale e sulla transizione ecologica, i cosiddetti “margini” svolgono un ruolo cruciale nell’elaborazione di alternative sociali e istituzionali. Come sostiene l’intellettuale afroamericana bell hooks, il margine non è solo una categoria geografica, ma uno spazio epistemico, politico di “apertura radicale”, capace di produrre visioni non assimilate ai centri
La Toscana, il rigassificatore di Piombino e i patti non rispettati
Ormai lo sanno tutti, il rigassificatore è stato imposto nel porto di Piombino con autorizzazione firmata da Eugenio Giani in qualità di commissario straordinario del governo Meloni. L’autorizzazione scadrà a luglio 2026 e Giani da tempo assicura di essere contrario … Leggi tutto L'articolo La Toscana, il rigassificatore di Piombino e i patti non rispettati sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Vel-ENI: l’energia base dell’oppressione
di Gianni Gatti (*) L’energia è la punta del cono dell’oppressione sociale Le bambinate trumpiane ridicole (lo voglio, lo voglio fortissimamente ) se non avesse alle spalle un potere militare ed economico enorme e la spregiudicatezza ormai acclarata di volerlo usare dovrebbero essere oggetto di teatro del ridicolo a cui aggiungerei le mosse dell’Unione(?) Europea e a seguire le prese
January 23, 2026
La Bottega del Barbieri
Palestina – lo sguardo non si abbassa
Articoli, analisi e riflessioni storiche di Andrea Carugati, Lucia Montanaro, Amal Oraby, Luca Saltalamacchia, Enrico Semprini. Con aggiornamenti dalla Palestina di Anbamed e di Radio Onda d’Urto. Prima parte dell’analisi sul dispositivo giuridico relativo all’arresto di Mohammad Hannoun e degli altri solidali; seconda parte dell’inchiesta di Daniele Ratti e Massimiliano Bonvissuto; seconda selezione tratta dal libro di Noam Chomsky e
January 10, 2026
La Bottega del Barbieri
Ci serve davvero il gas di Trump?
Il gas naturale liquefatto (GNL) è stato uno dei temi caldi dell’ultima campagna elettorale per le presidenziali statunitensi, dal momento che l’ex presidente Joe Biden aveva introdotto una moratoria sulle nuove approvazioni per la costruzione di terminal per l’export, mentre Donald Trump prometteva di promuovere una rapida espansione del settore. Sappiamo tutti come è andata a finire e anche come la complessa partita dei dazi, intavolata dall’inquilino della Casa Bianca, abbia compreso un passaggio molto rilevante sul GNL a stelle e strisce e sulla sua invasione dei mercati europei. Il governo Meloni, notoriamente molto amico dell’amministrazione Trump, non si è fatto trovare impreparato, potendo contare sull’entusiasta sostegno del campione nazionale. ENI, infatti, lo scorso luglio si è prodigata per firmare un contratto con la società americana Venture Global per l’acquisto di 2 milioni di tonnellate di gas l’anno per i prossimi 20 anni. Trump visita il terminal GNL di Cameron, 14 maggio, 2019 (Foto di Shealah Craighead, Official White House ), Pubblico Dominio. A partire dal 2022 l’Italia ha incrementato le proprie importazioni di GNL, utilizzando i terminali esistenti di Panigaglia, Adriatic LNG e OLT Toscana, e ampliando la capacità con l’entrata in funzione del nuovo FSRU di Piombino (maggio 2023) e, più recentemente, di Ravenna. Secondo ARERA, nel 2024 l’Italia ha importato circa 14,7 miliardi di metri cubi di GNL, pari a circa il 25 % delle importazioni complessive di gas. Le principali provenienze del GNL sono Qatar, Stati Uniti e Algeria, che insieme coprono circa il 95 % del totale. In questo contesto, le forniture statunitensi hanno assunto un ruolo crescente, fino a rappresentare oltre un terzo del GNL importato dall’Italia nel 2024. Prima di ENI, quindi, c’era già Snam, che gestisce gli impianti qui sopra citati ed agisce come ponte logistico e infrastrutturale che permette all’Italia di ricevere il GNL dagli USA. Non poteva mancare il sostegno finanziario a questo nuovo patto transatlantico basato sul gas: la più importante banca del nostro Paese, Intesa Sanpaolo, ha fiutato da qualche anno l’appetibilità economica del business del GNL, con finanziamenti e investimenti direttamente nelle principali compagnie sviluppatrici ed in mega terminal di esportazione. La banca ha sostenuto colossi come Cheniere Energy, Woodside, Venture Global e NextDecade, quest’ultima promotrice del terminal Rio Grande LNG in Texas, un progetto duramente criticato da comunità locali e ambientalisti per l’impatto su clima, salute e biodiversità. Ma tutto questo gas serve davvero? La capacità di esportazione di GNL esistente è già sufficiente per soddisfare la domanda futura con i terminali di esportazione in funzione. Con lo spropositato numero di proposte di espansione sul tavolo, gli esperti dell’Institute of Energy, Economics and Financial Analysis (IEEFA) prevedono un eccesso di offerta di GNL nei prossimi due anni, prima di quanto inizialmente stimato. IEEFA ritiene che i principali Paesi importatori di GNL ridurranno la domanda entro il 2030. Le importazioni di GNL in Europa sono diminuite del 20% dal 2021 e tre quarti dei terminal di importazione potrebbero essere inutilizzati entro il 2030. Ciò significa che gran parte delle infrastrutture rischierebbe di restare largamente sottoutilizzata. Eppure il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha recentemente firmato a Roma una dichiarazione congiunta con gli Stati Uniti per rafforzare la cooperazione energetica e incentivare l’import di GNL americano. Nell’accordo si parla esplicitamente di “favorire investimenti nelle infrastrutture di importazione e rigassificazione in Italia, nonché nelle infrastrutture di esportazione statunitensi”. Così facendo, il governo non solo ignora le analisi indipendenti sul rischio di forniture eccessive, ma espone il Paese a un doppio fallimento: da un lato l’aumento della dipendenza da combustibili fossili in contrasto con gli obiettivi climatici, dall’altro la possibilità concreta che le nuove infrastrutture diventino stranded assets, cioè investimenti inutilizzati che finiscono per gravare sui cittadini attraverso tariffe e sussidi. La gran parte dei terminal per l’esportazione di GNL, che negli Stati Uniti si sono moltiplicati rapidamente negli ultimi anni, sono concentrati nel Golfo del Messico, tra gli stati della Louisiana e del Texas, in zone che sono già state siti di industrie petrolchimiche e sono vulnerabili agli eventi estremi e che sono abitate prevalentemente da comunità afro-americane e a basso reddito. Delle sei mega infrastrutture già operative, 3 sono già in fase di ampliazione, altre 4 sono in costruzione, e nella regione sono state presentate oltre 20 proposte per nuovi terminal o espansioni di quelli presenti. Il ritorno di Trump, con la sua agenda pro-gas e pro-fossili, trasforma il GNL in un’arma geopolitica al servizio delle corporation industriali e finanziarie. Il governo della Meloni si accoda senza battere ciglio, firmando accordi con Washington proprio mentre la domanda europea crolla e gli analisti parlano apertamente di una bolla. Si ignorano i dati, si ignorano le comunità e si ignora la scienza, pur di rafforzare un sistema basato sui combustibili fossili che ci condanna a costi inutili e a infrastrutture destinate a restare vuote. E il prezzo non è solo finanziario: ogni nuovo terminale significa più emissioni climalteranti, più impatti devastanti sulle comunità locali e sugli ecosistemi già sotto pressione. Altro che sicurezza energetica: questa è una scommessa miope che rischia di lasciare solo macerie finanziarie, sociali ed ecologiche. Sei dei nuovi progetti sarebbero concentrati intorno ai due distretti di Calcasieu Parish e Cameron Parish. L’organizzazione statunitense RAN ha stimato che, fossero costruiti tutti, in un anno di operazioni potrebbero causare la morte prematura di 77 persone per la contaminazione locale prodotta. Aggraverebbero inoltre i danni alla salute per le persone residenti, la discriminazione ambientale, perdita delle economie locali, oltre a contribuire al cambio climatico. Preoccupazioni più che legittime, come conferma un grave incidente accaduto lo scorso agosto, presso il terminal Calcasieu Pass della Venture Global, il già menzionato partner del Cane a sei zampe. Durante un’operazione di dragaggio tonnellate di fanghi si sono riversati nei bayou, gli specchi d’acqua tipici dell’ecosistema del delta del fiume Mississippi, e nel lago Big Lake, danneggiando enormemente le attività di pesca, molto diffuse nell’area, con tossine sconosciute. Solo a inizio settembre, Venture Global e le autorità locali hanno ammesso che gli sversamenti avevano compromesso, tra le altre, le coltivazioni di ostriche.
September 30, 2025
ReCommon
Piombino, un rigassificatore a scadenza?
Nel porto di Piombino tuttora è ormeggiata una nave che rigassifica da luglio 2023 in virtù di una autorizzazione firmata da Eugenio Giani, Presidente Regione Toscana e Commissario straordinario per i rigassificatori in Toscana. Ricordo in sintesi la storia: il … Leggi tutto L'articolo Piombino, un rigassificatore a scadenza? sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Cassa Depositi e Prestiti finanzia guerra e genocidio
di Marco Bersani (articolo pubblicato in “Nuova Finanza Pubblica” de “Il Manifesto” del 23 agosto 2025) Cassa Depositi e Prestiti, trasformata in società per azioni nel 2003, è oggi detenuta per l’82,77% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e per Continua a leggere L'articolo Cassa Depositi e Prestiti finanzia guerra e genocidio proviene da ATTAC Italia.
August 23, 2025
ATTAC Italia
“L’idrogeno non è una soluzione, ma l’ennesimo piacere alle multinazionali come Snam”. Il nuovo rapporto di ReCommon critica con forza la strategia sull’idrogeno del governo italiano
Roma, 30 luglio 2025 – ReCommon lancia oggi la pubblicazione “La strategia sull’idrogeno è solo un favore a Snam?”, redatta con il supporto tecnico e analitico degli esponenti del mondo accademico Leonardo Setti e Federico De Robbio. Il rapporto dimostra come i due obiettivi della strategia sull’idrogeno dell’attuale governo, la decarbonizzazione e la sicurezza energetica, non possano essere raggiunti ma che le linee guida molto generiche del governo vadano quasi a esclusivo beneficio di Snam, una delle società capofila mondiali della costruzione e gestione delle reti di trasporto del gas. Per la multinazionale italiana l’idrogeno diventa un “utile strumento” per allungare la vita di vecchie infrastrutture per il gas e posare nuove tubazioni, così da alimentare il suo business as usual. Download La strategia sull'idrogeno è solo un favore a Snam? REPORT PDF | 994.19 KB scarica il report La Strategia Idrogeno ipotizza vari contesti futuri di diffusione dell’idrogeno nell’economia, con proiezioni fino al 2050, che cambiano in base a due variabili principali: la domanda nazionale e la composizione del mix dell’idrogeno disponibile sul mercato, tra produzione interna e importazioni. La prima può semplicemente essere più elevata o meno elevata. Il secondo è l’elemento dirimente per comprendere appieno la valenza della strategia governativa, perché basato su precise scelte politiche, tenendo sempre a mente che l’idrogeno può essere più o meno pulito, perché prodotto da rinnovabili (verde), gas (blu) o cattura e stoccaggio della CO2 (grigio). La “diffusione” è indicatore del rapporto tra domanda e offerta: ossia per “diffondersi” l’idrogeno ha bisogno di essere sia prodotto che domandato. Dalla ricerca emerge che qualora la produzione di idrogeno si dovesse concentrare nel nostro Paese, il solo impiego delle rinnovabili non basterebbe, come dimostrano le cifre. Per ottenere idrogeno verde puntando su fonti come idroelettrico, biomasse o geotermico, complessivamente 44,5 TWh di produzione annuale, si impiegherebbe infatti più energia di quanta se ne vorrebbe ottenere. Se invece per realizzare idrogeno verde si destinassero tutti gli oltre 58 TWh di energia da fotovoltaico ed eolico registrati in un anno in Italia, si produrrebbero solo 1,1 milioni di tonnellate di idrogeno verde in forma gassosa, o 0,9 milioni di tonnellate di idrogeno verde in forma liquida. Una quantità davvero bassa, che permetterebbe di coprire poco più della soglia minima di produzione interna dello scenario a penetrazione alta (0,7 milioni di tonnellate l’anno), utilizzando però l’intera capacità eolica e da fotovoltaico attualmente installata in Italia. Per dare sostenibilità a questo scenario, l’Italia dovrebbe raddoppiare dall’oggi al domani la sua capacità di produzione energetica da fonti rinnovabili e destinarla in toto alla produzione di idrogeno. Un’ipotesi irrealizzabile. È per questo che si ipotizza l’uso della cattura e dello stoccaggio della CO₂ per aumentare la produzione di idrogeno, che però non sarebbe più “verde” ma derivato dalla filiera fossile, aumentando quindi la dipendenza da petrolio e gas. Ma se l’idrogeno prodotto in Italia fosse grigio (da filiera fossile) invece che verde, le emissioni climalteranti potrebbero addirittura aumentare. Nel caso dello scenario “Base”, nell’ipotesi di una produzione di idrogeno principalmente grigio, le emissioni di CO₂ potrebbero aumentare di 26 milioni di tonnellate, ovvero +6,7% rispetto alle emissioni italiane attuali. Nello scenario ad “Alta” penetrazione di idrogeno, le emissioni di CO₂ equivalente potrebbero salire di ben 52 milioni di tonnellate, ovvero +13,3% rispetto alle emissioni italiane attuali. Passando allo scenario improntato sull’import, una delle assunzioni della strategia italiana è che produrre idrogeno nel Nord Africa, in particolare in Tunisia e Algeria, potrebbe risultare conveniente in quanto il costo di realizzazione in questi paesi sarebbe molto più basso che in Italia. Un’altra precondizione riguarda i vantaggi futuri, sempre in termini di riduzioni dei costi, che dovrebbero derivare dall’innovazione tecnologica degli elettrolizzatori. Peccato che la strategia non approfondisca nessuno di questi aspetti, né si preoccupi di fornire dati di riferimento, lasciandoci in questo limbo di fiducia cieca per le strutture di potere esistenti, il mercato e l’innovazione tecnologica. E senza contare i diversi costi nascosti che la strategia tralascia. Per esempio quelli del trasporto di idrogeno su lunga distanza, che necessita di tre volte l’energia necessaria a trasportare gas. Nello specifico, servirebbero almeno 20TWh di potenza rinnovabile dedicata solamente per il trasporto e la distribuzione dell’idrogeno importato dal Nord Africa. L’ipotesi di importare 0,7 milioni di tonnellate di idrogeno verde, come previsto nello scenario di “diffusione base” della strategia, significherebbe usare 20TWh per ricavare l’equivalente di 19TWh di energia elettrica utile. Un paradosso di inefficienza, ancora di più se parliamo di energia rinnovabile che potrebbe essere utilizzata direttamente sia in Italia che in Tunisia e Algeria, garantendo maggiori benefici alla popolazione residente e al tessuto produttivo locale. Eppure l’ipotesi di importare l’idrogeno verde dalla Tunisia è tra quelle con maggiore sostegno politico, proprio perché strettamente collegata alla costruzione del SouthH2Corridor, progetto cardine sia del Piano Mattei che della EU Global Gateway, il gran plan infrastrutturale della Commissione europea, oltre che del piano decennale di sviluppo delle infrastrutture di Snam. «La strategia italiana sull’idrogeno va in due possibili direzioni, entrambe sbagliate» ha dichiarato Elena Gerebizza, autrice del rapporto. «In un caso punta forte su una falsa soluzione fallimentare e dispendiosa come il CCS, nell’altro ‘abbraccia’ la continuazione di un modello coloniale in chiave green che avrebbe ripercussioni negative in particolare per la Tunisia. Comunque vada, a beneficiare delle vaghe e immaginifiche linee guida del governo è la Snam, multinazionale che sta contribuendo a perpetuare un sistema fossile con tutte le ingiustizie sociali, ecologiche e climatiche che lo hanno fino ad oggi caratterizzato, facendosi scudo dietro narrazioni sulla sostenibilità radicate in soluzioni insostenibili e fallimentari come l’idrogeno» ha concluso Gerebizza.
July 30, 2025
ReCommon
L’ombra del gas sulla Sardegna
di Paola Matova – ReCommon Con una sentenza definitiva emessa lo scorso maggio, il Consiglio di Stato ha messo la parola fine al ricorso della Regione Sardegna contro il cosiddetto “DPCM Draghi” del 2022. Ovvero il decreto del Presidente del Consiglio, in sé un atto amministrativo, che aveva come scopo quello di individuare le infrastrutture necessarie per la sicurezza energetica e per il superamento del carbone sull’isola. La Regione Sardegna aveva presentato un ricorso contro il decreto, lamentando l’assenza di un vero confronto con il territorio e chiedendo maggiori garanzie su perequazione tariffaria e centralità nelle scelte energetiche. Tuttavia, I giudici hanno stabilito che non serve alcun accordo con le Regioni per decidere opere di questo tipo, persino quando impattano direttamente sul territorio e sulle comunità locali. Un pronunciamento atteso oramai da tempo, che sblocca formalmente l’iter per un nuovo DPCM, ma che di fatto conferma una linea politica ed energetica che ha ben poco a che vedere con la decarbonizzazione.   La nuova bozza in circolazione non mostra alcun cambio di rotta: sparisce solo una delle tre navi rigassificatrici previste (quella di Portovesme), mentre restano intatti gli altri impianti: una FSRU a Porto Torres, un’altra a Oristano e la cosiddetta “mini dorsale”, una rete di metanodotti che collegherebbe Oristano con il Sulcis. A gestire tutto sarà Snam, con pieni poteri su progettazione, realizzazione e gestione delle opere. Durante l’assemblea degli azionisti a maggio Snam ha dichiarato apertamente di non essere promotrice della metanizzazione in Sardegna, ma semplice esecutrice su richiesta di governo, Regione e industrie. Una presa di distanza che suona tanto come una clausola di non responsabilità. Un atteggiamento che appare ancora più problematico se si considera che l’azienda trae profitti garantiti grazie al meccanismo del “ricavo remunerato” sugli investimenti nelle infrastrutture, che gli assicura guadagni anche se l’infrastruttura dovesse rivelarsi inutile.  Centrale di Fiume Santo, Sardegna, 2020. Foto ©Carlo Dojmi di Delupis/ReCommon Il tassello mancante per ricostruire la fotografia attuale è Fiume Santo. Al centro del piano gas nel nord Sardegna c’è la centrale di Fiume Santo a Porto Torres, impianto a carbone oggi attivo solo al 50% della propria capacità, di proprietà di EP Produzione, società del gruppo EPH controllato dall’oligarca ceco Daniel Křetínský. Già nel 2021 EP aveva proposto la riconversione a gas della centrale, poi messa in stand-by con lo scoppio della crisi energetica e costi elevatissimi del gas. Oggi il progetto è tornato in pista ed è stata riaperta la valutazione d’impatto ambientale. Qui emerge la grande contraddizione: si parla di rigassificatori e gasdotti prima ancora di sapere se e quando la centrale verrà riconvertita. Se Fiume Santo non diventerà una centrale a gas, l’intera infrastruttura a nord dell’isola rischia di restare un’opera vuota e doppiamente insensata.   Le motivazioni avanzate per giustificare la costruzione di queste infrastrutture, ovvero la sicurezza energetica, l’indipendenza dal gas estero e il rilancio dell’industria sarda, non reggono. La centrale di Fiume Santo, per esempio, non è nemmeno considerata strategica dal piano europeo RepowerEU per la sicurezza energetica, mentre l’Italia dispone già di una sovrabbondante capacità installata a gas e continua paradossalmente a investirci nonostante la domanda nazionale sia in costante calo. Il ricavo remunerato è il guadagno che un operatore come Snam ottiene dalle sue attività regolamentate, come il trasporto, lo stoccaggio e la rigassificazione del gas. Questo ricavo viene stabilito dall’autorità di regolazione, che in Italia è denominata ARERA, e serve a coprire i costi operativi degli investimenti e a garantire rendimento.  Non a caso, Snam ha chiaramente ammesso di non aver mai prodotto una propria stima sulla domanda di gas in Sardegna. Si è limitata a citare vecchi e oramai obsoleti studi della società di consulenza RSE, che già nel 2022 prediligevano l’elettrificazione dell’isola piuttosto che il gas. Snam si defila, ma in ogni caso incassa e nessuno ci sa dire a cosa servirà quel gas. In questo contesto, approvare oggi nuove infrastrutture fossili in Sardegna significa incatenare l’isola a una dipendenza strutturale dal gas, proprio mentre il mercato globale, guidato anche da dinamiche geopolitiche come la politica energetica degli Stati Uniti guidata dal presidente Trump, si fa sempre più instabile. Altro che indipendenza e autonomia, si rischia di consegnare la Sardegna a una vulnerabilità energetica ancora maggiore, basata su importazioni di GNL la cui filiera è inquinante costosa e incerta. I costi non saranno solo economici, ma anche sociali e ambientali.
June 19, 2025
ReCommon
Snam deve rompere i rapporti con Israele? La richiesta degli azionisti critici
Pubblicato su valori.it Il 14 maggio si è svolta a San Donato Milanese l’Assemblea degli azionisti di Snam, una delle poche tra le partecipate pubbliche a prevedere la partecipazione in presenza degli azionisti. Tema centrale è stato quello della nomina dei nuovi vertici alla guida dell’azienda. A partire dal presidente Alessandro Zehentner, vicino a Fratelli d’Italia. E del nuovo amministratore delegato, Agostino Scornajenchi, ex direttore e ad di Cassa Depositi e Prestiti, l’azionista pubblico di maggioranza di Snam. ReCommon è intervenuta per la prima volta all’assemblea degli azionisti di Snam in qualità di azionista critico. Per portare all’attenzione dell’ad uscente Stefano Venier e del management alcune questioni cruciali che riguardano proprio l’impatto del business di Snam sul rispetto dei diritti umani, l’ambiente e il clima. L’azienda, che ricordiamo è l’operatore italiano della rete di trasporto del gas, ma anche tra le principali corporation nel settore in Europa, punta proprio sulla sostenibilità e sulla transizione energetica come schema narrativo per raccogliere il sostegno degli investitori responsabili sui mercati internazionali. E lo fa con successo. Oltre l’80% dei finanziamenti di Snam deriva dal mercato della finanza sostenibile. Sede Snam – 14 maggio 2025, foto Carlo Dojmi di Delupis/ReCommon GLI AFFARI DI SNAM IN ISRAELE AL CENTRO DELLE CRITICHE DEGLI AZIONISTI La richiesta principale avanzata da ReCommon a Snam riguarda i suoi interessi in Israele nel contesto del genocidio in corso. In particolare, la partecipazione dell’azienda nella East Mediterranean Gas Company (Emg), la società proprietaria del gasdotto Arish Ashkelon che permette a Israele di vendere all’Egitto il gas estratto nei giacimenti offshore di Leviathan e Tamar. Gas che poi l’Egitto utilizza o rivende sul mercato. Snam detiene il 25% di Emg e ha incassato 18 milioni di euro in utile pro quota derivato dal trasporto di quel gas tra il 2023 e il primo trimestre del 2025. La richiesta avanzata a Snam da ReCommon e dai Giovani Palestinesi Italiani, anche loro intervenuti all’Agm, è stata secca. Vendere le quote di partecipazione di Snam nella società Emg. Recedere da qualsiasi contratto e/o accordo in essere con il governo israeliano e con aziende del Paese – incluse NewMed Energy, Dan, H2Pro (con cui Snam ha firmato dei Memorandum of understanding nel 2020) e altre aziende israeliane – finché permangono seri dubbi sul rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale. Avviare una due diligence approfondita sui partner attivi in contesti di occupazione e conflitto. Adottare una policy vincolante in materia di rispetto dei diritti nei contesti operativi internazionali, in linea con i Principi Guida Onu su Imprese e Diritti Umani. Il rischio non solo reputazionale ma anche finanziario si manifesterebbe infatti qualora Snam venisse associata pubblicamente ad atti configurabili come crimini di guerra. Anche alla luce dell’indagine delle Nazioni Unite sul coinvolgimento di entità private in crimini internazionali all’interno dei territori palestinesi occupati da Israele. LE PARTNERSHIP DI SNAM IN TUNISIA TRA REPRESSIONE E IDROGENO VERDE Il rispetto dei diritti umani è un tema centrale anche guardando al business attuale e futuro di Snam in Tunisia. Il paese è il partner principale dell’azienda per la costruzione del SouthH2Corridor, il gasdotto di 3.300 chilometri che dovrebbe trasportare in Germania l’idrogeno prodotto in Nord Africa. Uno dei progetti cardine del Piano Mattei e del piano decennale di sviluppo delle infrastrutture di Snam. E che nasce già segnato da pesanti criticità, vista la morsa repressiva del governo contro ogni forma di opposizione e attivismo politico. L’ad uscente non ha fornito particolari rassicurazioni, limitandosi a dire che Snam «non produce» idrogeno in Tunisia. Anche se i progetti di produzione sono chiaramente parte dell’equazione che dovrebbe giustificare un investimento che, solo per la quota parte interna al territorio italiano, sarà di quattro miliardi di euro. PROGETTI FOSSILI IN SARDEGNA E LIGURIA: LE SCELTE OPACHE DI SNAM Anche rispetto ai controversi progetti di metanizzazione della Sardegna e sul possibile trasferimento della nave Fsru Italia da Piombino a Vado Ligure, Snam ha fornito risposte elusive, segnate da continui rinvii istituzionali e nessuna presa di posizione concreta. Lasciando volutamente aperta la porta alla costruzione di opere fossili già bocciate da Arera e contestate da esperti e comunità locali. Il nuovo Dpcm Energia prevede infatti l’installazione di due Fsru: a Porto Torres e Oristano in Sardegna. La costruzione di una mini dorsale interna e la virtual pipeline su gomma, con i costi a carico del pubblico. Snam si è sottratta a qualsiasi responsabilità diretta. Affermando che la localizzazione e la realizzazione delle opere dipenderanno dal Governo e dalle istituzioni, con cui è però in dialogo. Il trasferimento della Fsru Italis Lng da Piombino a Vado Ligure è ingiustificabile in un contesto di calo della domanda di gas e dell’import di Gnl. Oltre che di forte opposizione da parte delle comunità locali, della regione Liguria e delle istituzioni territoriali, che si sono espresse negativamente sul progetto. Snam dovrebbe vendere la nave, che non dovrebbe rimanere né a Piombino né a Vado Ligure. Né altrove. Ma l’azienda preferisce continuare con il piano, dichiarando che la capacità della nave è già stata venduta e che «un modo si troverà in questo prossimo anno». Senza però chiarire nulla su costi, sugli impatti ambientali o sociali. In sintesi, nessuna reale trasparenza e nessuna assunzione di responsabilità. Alla faccia del suo Esg rating.
May 28, 2025
ReCommon