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Oltre il buco nero: i numeri e le contraddizioni nelle sottrazioni di minori in Italia
“Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”. Bertolt Brecht   Come emerge da UTOPÍA — la campagna di sensibilizzazione ideata e promossa da me per portare all’attenzione pubblica il tema delle sottrazioni di minori — la vicenda dei tre meravigliosi bambini di Palmoli ha acceso i riflettori su ciò che accade nel buco nero delle istituzioni: un vuoto che ingoia legami familiari, ricordi, appartenenza e identità. L’obiettivo che perseguo da oltre quindici anni, occupandomi di questi temi, non è colpire ciecamente le istituzioni, ma fare in modo che tornino a rappresentarci, avviando un necessario processo trasformativo. Dallo studio e dall’esperienza sul campo, emergono con forza le numerose storture esistenti in questo ambito. Per fare un esempio su tutti, nonostante la normativa (Legge n. 184 del 1983 e successive modifiche) preveda l’affido come misura temporanea della durata massima di ventiquattro mesi, prorogabili solo con motivazioni specifiche, – nei fatti – il 23% dei minori in comunità vi rimane oltre i due anni. Ciò determina l’impossibilità concreta di tornare nella famiglia d’origine e recide progressivamente il legame genitori-figli. Ma non è tutto: non di rado, ai genitori viene negato persino di sapere dove siano stati condotti i figli o di incontrarli, per anni; talvolta, per fronteggiare le normali ed inevitabili crisi isteriche dei bambini, si arriva a dire loro che i genitori sono morti, impedendo loro una seppur minima frequentazione. La rescissione del legame viene spesso decisa in Appello, dopo un tortuoso e costosissimo cammino processuale; la decisione fa seguito a relazioni di educatori e assistenti sociali da cui si evince che i bambini sono più nervosi dopo aver rivisto i genitori e sono invece più sereni quando non li vedono. Per chiunque conosca la psicologia infantile queste non possono non apparire come delle oscenità. Non esiste bambino che non soffra dopo essere stato allontanato dai suoi genitori, evento che più è piccolo e più verrà inteso come conseguenza delle proprie colpe (“sono stato cattivo”, “ho rotto il giocattolo”, “ho pianto troppo”); esiste però il bambino che dinanzi a un trauma ingestibile e difficile da elaborare, come è sicuramente la sparizione definitiva dei suoi genitori, sprofonda in uno stato depressivo o dissociativo talmente gravi da “sospendere” l’elaborazione del lutto e da tenere le emozioni provate sotto strati di pelle, perché poi riemergano con brutalità nella crescita e nell’età adulta, sotto forma di sintomo, ritardi nella crescita e nell’apprendimento, violenza auto ed etero inflitta, comportamenti disfunzionali, e quant’altro. Giova ricordare che gli adulti di riferimento sono chiamati a contenere, supportare, lasciar emergere, il dolore provato dal bambino, creando un ambiente sicuro, sincero, amorevole: spesso invece dagli operatori il dolore viene minimizzato (“perché piangi?”), colpevolizzato (“non stai bene qui con noi?”) e ridicolizzato (“non ti volevano più bene, hai visto che non venivano più alle visite?”) da parte di persone in quel momento fondamentali per la sopravvivenza del bambino. Personalmente rifletterei anche sull’inevitabile corto circuito: mi resta difficile comprendere come si possa aiutare qualcuno ad elaborare un lutto causato da dagli operatori stessi (mi riferisco sempre ai casi in cui la sottrazione avviene per futili motivi). La grave mancanza di empatia che ha portato a supportare la rescissione del legame si ripresenterà anche nei momenti successivi dell’accudimento e dell’affiancamento nella crescita del bambino. Trovo raccapricciante che persone destinate a prendersi cura del benessere dei minori, a cui viene riconosciuto dalle nostre istituzioni un potere così grande, possano sistematicamente sostenere questa linea della deprivazione genitoriale come strada per il raggiungimento della serenità del bambino: in altre parole, l’affezione, l’amore, l’attaccamento, oggetto di studio della psicologia dello sviluppo e della psicologia in generale, vengono ignorati, a favore di una visione chirurgica e asettica della questione. Madre e padre sono allora il problema, come fossero corpi estranei che creano turbamento dentro l’organismo del bambino, che viene percepito e rappresentato come un automa, un burattino privo di profondità, che necessita solamente di non provare emozioni, che deve mantenere ad ogni costo un equilibrio rigido e che non deve soffrire neppure dinanzi a una tragedia in corso delle peggiori. La psicologia, che io sappia, è il contrario: è il cammino grazie al quale impariamo a comprendere il ruolo delle emozioni e della sofferenza. Esistono emozioni fisiologiche, normali, adattive; esiste un dolore necessario per mantenere un equilibrio psicologico sano. O forse la realtà è che bambini che piangono, soffrono, gridano, hanno crisi isteriche, domandano, ossia bambini assolutamente normali, sono più difficili da gestire dentro strutture piene di protocolli e necessità spicciole? E allora chiedo: davvero il bambino è al centro? Ho aiutato diverse famiglie che hanno subito la sottrazione dei loro figli. In tutte le relazioni emergono le stesse diciture, gli stessi nessi causali, le stesse giustificazioni. Come è possibile che tutte le madri siano “ostative” e disturbino la quiete delle comunità ospitanti? Come è possibile che una madre che vuole stringere a sé il suo bambino quando grida, venga considerata non adatta e venga estromessa brutalmente dalla vita del figlio come un tumore? Come possono le regole di una struttura superare le logiche della relazione? Sarebbe come dire che se una madre non va d’accordo con il personale della scuola frequentata dal figlio, la soluzione non sia cambiare scuola ma eliminare la madre. Certamente i conflitti finirebbero… Di cosa parliamo esattamente? Con tutto il rispetto per le realtà e le persone che lavorano bene, e ne ho incontrate, qui non si tratta di qualche eccezione; il caso di Palmoli funge da detonatore di una situazione che a mio avviso è assolutamente fuori controllo. Secondo i dati del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, si parla di circa 35.000 bambini coinvolti. Il dato più aggiornato, basato sul sistema SIOSS, riguarda i minori “in carico” ai servizi sociali (una categoria più ampia rispetto ai soli allontanamenti): la media nazionale si attesta a 43,5 bambini ogni mille residenti tra 0 e 17 anni, con un divario enorme che va dal 74,8 per mille dell’Emilia-Romagna al 19,7 per mille della Calabria. In parole semplici, non esiste uno standard nazionale uniforme: la sorte di una famiglia dipende da dove abita e da quale dottrina politico-economica prevale nello specifico comune e da quale “cultura” istituzionale nella specifica Corte d’Appello, confermando una disomogeneità strutturale denunciata da anni da diverse associazioni e professionisti. Come possiamo parlare di un sistema equo e basato su evidenze – legali e psicopedagogiche che siano? Eppure una tendenza che possiamo considerare trasversale è questa: i minori accolti in comunità residenziali sono il doppio di quelli in affido familiare. Da cosa dipende? Probabilmente dal fatto che mentre l’affido a una famiglia terza richiede una rete di disponibilità private che spesso stenta a decollare, l’inserimento in casa famiglia o struttura residenziale risponde a una risposta istituzionale standardizzata. In termini di affido familiare i valori più alti (pari o superiori a 2 casi ogni mille residenti) si registrano in Liguria, Piemonte e Molise. I valori più bassi (pari o inferiori a 1 ogni mille) si registrano in Abruzzo, Campania e Basilicata (l’Abruzzo si attesta intorno a 1,1 minori ogni 1.000 residenti). In termini assoluti, il 18,1% dell’affido è concentrato in Piemonte, il 16,7% in Lombardia, mentre Emilia-Romagna e Sicilia si attestano al 7,7%, e Veneto e Toscana intorno al 7%. In termini di strutture residenziali (comunità educative e case famiglia), i tassi oscillano notevolmente: dai valori più elevati della Liguria (superiori al 3,6 per mille) e del Piemonte (tra i 2,5 e i 3,5 per mille, con migliaia di ragazzi accolti in centinaia di strutture diffuse capillarmente), fino ai livelli minimi di regioni come la Toscana e l’Abruzzo (poco più dell’1 per mille, pari a poche centinaia di casi all’anno). Il caso particolare dell’Abruzzo: è davvero una delle regioni peggiori in questo fenomeno? L’Abruzzo, regione finita sui riflettori per via di quella che a livello mediatico è stata irresponsabilmente definita “la famiglia del bosco”, registra storicamente tra i tassi più bassi in Italia per quanto riguarda l’affidamento familiare e mantiene un’incidenza complessiva dei minori fuori famiglia relativamente contenuta rispetto ad altre aree. Tuttavia, laddove si rende necessario un allontanamento, il sistema abruzzese si sbilancia in modo netto: sul totale dei minori fuori dalla famiglia d’origine, solo circa il 23% è accolto in affido familiare, mentre ben il 77% trova collocamento nei servizi residenziali. Questo squilibrio marcato è accentuato soprattutto nelle aree interne e montane, dove la desertificazione demografica e la cronicizzata carenza di famiglie affidatarie formate rendono impervio l’affido domestico, costringendo i servizi sociali a ripiegare quasi unicamente sulle comunità territoriali, spesso collocate a grande distanza dal contesto d’origine del minore. Ma la vera criticità è sistemica e legata alla trasparenza: il Tribunale per i Minorenni — come quello dell’Aquila — lavora in camera di consiglio, senza pubblicità delle udienze né l’obbligo di pubblicare statistiche sistematiche sui propri provvedimenti. I dati emergono solo frammentariamente tramite indagini campionarie del Ministero o dell’ISTAT, lasciando un vuoto che impedisce a genitori e ricercatori di verificare differenze locali o tendenze interventiste. Chiedo: come può una famiglia essere smembrata sulla base di logiche territoriali opache, legate alle possibilità economiche di quella regione, alla rete di strutture più o meno proficua, alla diversa interpretazione di dinamiche familiari secondo lenti via via diversificate? Denuncio, infine, come professionista del settore, il clima omertoso e violento che si respira troppo spesso e ringrazio quelle realtà e quei professionisti che tengono alta la scintilla del dubbio, che accolgono il confronto, che non fanno ostruzionismo né negano la parola a chi pone questioni, nel bene del Paese e dei bambini. Che non debba mai più accadere, in un Paese civile, che si venga segnalati subendo la rimozione di pagine divulgative o che si subiscano ritorsioni per aver portato avanti con correttezza e trasparenza tematiche urgenti come queste. Svolgere in coscienza il proprio dovere di professionisti e di cittadini, non dovrebbe richiedere alcuna dose di coraggio. Auspico, infine, la nascita di luoghi condivisi, luoghi di riflessione, conoscenza, ricerca e consapevolezza. Con le mie iniziative intendo sollecitare una maggiore partecipazione popolare e un conseguente ridimensionamento del potere di alcune categorie, che considero ormai autoreferenziale e assolutamente al di là di ogni limite e confine. Auspico e sento vicino un cambio di rotta, una rinascita, una rivelazione, con tutta la sua portata apocalittica e salvifica. Rosanna Pierleoni
October 7, 2026
Pressenza
[2026-10-09] "Claiming and Building Utopia: Living a Liberated World" con Mx Yaffa (@yaffasutopia) @ LOA Acrobax
"CLAIMING AND BUILDING UTOPIA: LIVING A LIBERATED WORLD" CON MX YAFFA (@YAFFASUTOPIA) LOA Acrobax - Via della Vasca Navale 6, Rome, Metro B San Paolo (venerdì, 9 ottobre 18:30) Il 9 e 10 Ottobre vi invitiamo ad Acrobax insieme a Mx Yaffa (@yaffasutopia) in occasione del suo tour europeo, per parlare insieme a lxi di utopie, di come immaginarle e di come dar loro forma tramite pratiche di cura e di organizzazione della nostra comunità. Yaffa è unə artistə disabilizzatə, autisticə, queer, trans, Musulmanə e indigenə Palestinese, il cui lavoro trasformativo riguarda il displacement, la decolonizzazione e l’equità, centrando le esperienze incarnate delle soggettività più impattate dalle inguistizie. Venerdì 9 Ottobre dalle 18:30 saremo ad Acrobax con un’esposizione di poesie di artistx queer* Palestinesi. Per iniziare, alle 19:00 Yaffa presenterà il suo libro “Be better broken” (YAFFA AS, 2026), una collezione di testi e una guida per chiunque stia cercando di resistere il fascismo. In questa sua ultima pubblicazione, l’autorx ci chiama a responsabilizzarci per la costruzione collettiva di un mondo liberato, riconoscendo anche la natura traumatica di questo processo, nel tentativo però di rendere questo dolore collettivo le fondamenta delle nostre azioni. Alle 21:00 vi delizieremo poi con una cena vegana (con opzioni gluten-free) e a seguire DJ Set di Päm (@pam.ymn) con lettura contemporanea di poesie da parte di Yaffa. Sabato 10 Ottobre invece, dalle 10:00 alle 13:00 Yaffa ci guiderà attraverso il Workshop “Claiming and Building Utopia: Living a Liberated World”, dove si andrà a lavorare e a ragionare su quello spazio disconnesso fra il mondo come è ora e il mondo che vorremmo, ricentrando il potere che l’utopia può darci nell’azione e organizzazione immediata. I posti sono limitati, vi chiediamo di prenotarvi nel link in bio, più informazioni seguiranno nei prossimi giorni. La presentazione e il Workshop saranno in lingua inglese con traduzione in italiano (e LIS per la talk). Alle 13:30 pranziamo insieme (portate schiscetta!) e ci dirigiamo verso il corteo delle 14:30 al Colosseo.
October 5, 2026
Gancio de Roma
Due tipi di utopia
Agosto è il mese del caos ma anche dell’utopia, un’utopia stanca però dove si ripetono soliti riti. Ci siamo presi del tempo come se fosse una merce scontata a disposizione. Anche soltanto mezz’ora al bar, dovunque tu fossi, ti ha alzato da terra con quella ritualità lieve che annulla i pensieri e fa scattare brevi visioni, realtà sospese prive di attesa.  Macini realtà possibili come terre da scoprire, consulti la tua sfera magica del tempo che verrà, ti inventi qualsiasi cosa purché tutto non si ripeta. Sai che settembre annuncia già la ruggine dell’autunno, come scriveva Ray Bradbury, e insieme alla ruggine l’allungarsi delle notti, cioè dei sogni, di nuove realtà possibili.  Ci sono due forme di utopia, una del “senza” e una del “con”, una che si impegna e lotta per eliminare, l’altra che immagina conquiste più o meno possibili.  La prima ci può rendere depressi soprattutto se non abbiamo la giusta fiducia e ci sentiamo isolati. Ma non dobbiamo aspettarci nulla, dobbiamo noi fare pulizia, sabotare nei fatti le multinazionali del crimine, sentirci nello stesso tempo dilettanti della vita, alieni dai controlli, non alienati ma amanti dei piccoli riti, delle passeggere amicizie di ogni giorno, cultori di una empatia come dissonanza rispetto a un potere che ci inganna. È l’utopia del no al riarmo, del no alle sfide provocatrici, del no a governi orchestrati da interessi oscuri, del no alla violenza dei regimi del terrore.  La seconda utopia, quella del “con”, ci vuole invece ansiosi, pretende da noi e in questo ci fa il dono di non sentirci mai appagati. È l’utopia ad esempio dei quartieri urbani con alberi e parchi, degli ospedali pubblici con amministrazioni efficienti, di scuole dove si insegni a fare società non competizione. Dico “utopia” ben sapendo che questo termine ha acquisito nella recente modernità un valore ideologico, una connotazione “di sinistra”, il senso quasi di una visione che carica la politica della coltivazione di un ideale che rimane sullo sfondo, non realizzabile.  Io invece credo che l’utopia sia il nutrimento di un’immaginazione del possibile e superi le convenienze degli schieramenti.  Intorno a me ad agosto ho sentito voci di Babele, di un crocevia multicolore, a stento ho riconosciuto qualche lingua, ma l’effetto è un nonsodove che ha cancellato ogni riferimento, un nonsodove che è una traduzione possibile della parola “utopia”. Siamo stati tutti curiosi, ognuno a modo suo, come le forme del pane che ho incontrato, e che variavano dalla Georgia al Portogallo, dalla Polonia alla Grecia ma tutte espressioni concrete e insieme simboliche di una unica pace, di una unica assoluta necessità.  «La pace non è un’utopia; è un’abitudine, una scelta che dobbiamo continuare a fare» (John F. Kennedy, 1963). «Chi semina utopia raccoglie realtà», bello questo motto di Carlin Petrini. E poi: «La speranza non ha niente a che vedere con l’ottimismo. La speranza non è la convinzione che ciò che stiamo facendo avrà successo. La speranza è la certezza che ciò che stiamo facendo ha un significato. Che abbia successo o meno». Queste parole sono di Václav Havel, commediografo, poeta, il primo presidente della Cecoslovacchia liberata dai sovietici.  Un’utopia quella che nessuno torni a occupare quella libertà? Che ci abbiano fatto semplicemente cambiare padrone?  La libertà non è mai ottenuta una volta per tutte, perfino le tradizioni del diritto, cioè di una libertà conquistata e trasferita in norme, sono messe in discussione da nuove realtà, da ambigui accomodamenti, da squallidi tradimenti.  Così l’utopia coincide con l’idea di far valere quei diritti là dove sono traditi. Utopia perché, ad esempio, è inimmaginabile che qualcuno fermi l’orrore barbaro, disumano che sta perpetrando il governo di Israele, spegnendo in noi l’idea che la vendetta e lo sterminio fossero stati superati dalla memoria e dalla coscienza storica.  Utopia è insomma una speranza lucida, un’intenzione vincente, una prova di effettiva uguaglianza, un perdono che arriva soltanto dopo che sia fatta giustizia. The post Due tipi di utopia appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 5, 2026
L'INDIPENDENTE
La storia si scrive dalle crepe
di Mauro Armanino Nelle ferite, nelle frontiere, nei volti dei migranti e dei poveri si nascondono le tracce di un mondo diverso. Una riflessione sull’apocalisse come rivelazione, insurrezione e possibilità …
Il naufragio dell’Utopia
di Bruno Lai. Quella del transatlantico Utopia è una delle tragedie più strazianti della marina mercantile di fine Ottocento, spesso dimenticata rispetto al Titanic, ma carica di un impatto emotivo e simbolico enorme, soprattutto per la storia dell’emigrazione italiana   L’Utopia è un piroscafo britannico della Anchor Line. Quel marzo è partito da Trieste ed ha fatto scalo a Napoli,
Viva il solarpunk: fra germoplasma e…
… recensioni senza scordare “il manifesto” (per sciagurate/i che ancora non lo avessero letto). E poi riprendiamo testi e link da solarpunk.it e dall’ultima newsletter. Sì, siamo tifose/i. E oggi è Marte-dì (*). Le Banche del Germoplasma La prima Banca dei semi per preservare la varietà biologica delle specie alimentari fu creata negli anni Venti a Leningrado, in Urss. In
February 24, 2026
La Bottega del Barbieri
I folletti del bosco: senza utopia non esiste il futuro
Non mi permetto di giudicare la scelta di vita della famiglia felice nel bosco. Mi chiedo invece a cosa serve il clamore mediatico suscitato dell’affidamento transitorio dei tre bambini a una casa famiglia. Serve ad attaccare la magistratura per l’ennesima volta, delegittimare e criminalizzare i giudici in vista del referendum costituzionale. Cui prodest. I giudici applicano la legge e le leggi le fanno i politici. Gran parte degli affidamenti potrebbero essere evitati con misure di sostegno familiare. Allora il governo Meloni potrebbe cambiare la legge, invece di attaccare indiscriminatamente i magistrati. Vorrei proporvi alcuni ulteriori spunti di riflessione, con slanci di utopia indispensabile per il futuro. La poesia della vita non si può ridurre alla norma. Il bosco rappresenta una paura atavica contrapposta alla presunta civiltà, che distrugge la natura senza riconoscere l’essere umano come parte integrante dell’ambiente. Il progresso non consiste nel suicidio collettivo determinato dall’accettazione passiva dei cambiamenti climatici prodotti da un comportamento dissennato dell’umanità. Non si tratta di tornare al mondo delle caverne per salvarsi dal mondo fossile, ma di un ripensamento consapevole della norma. Il 29% degli americani soffre di problemi psicologici, così come il 20% circa dei nostri bambini. Il caso della famiglia felice nel bosco ci pone di fronte ad un dilemma esistenziale, non giuridico, che non ci compete, ma ci interroga sul tema di cosa sia giusto e chi lo decide per i bambini. Le ricerche dimostrano che il tempo dedicato al gioco in un ambiente naturale non è mai sprecato, anzi determina un migliore equilibrio psicologico dei bambini, mentre il tempo dedicato ai social produce disagio e dipendenza. Varoufakis afferma che stiamo diventando schiavi della gleba digitale nella nuova era del tecno-feudalesimo. Vi risulta che abbiamo scelto questo destino? Eppure siamo intrappolati per ore negli algoritmi, che sollecitano la nostra rabbia e le nostre paure per tenerci incollati agli smartphone. Guadagnare la consapevolezza che abbiamo bisogno di una natura incontaminata sarebbe un vero progresso per l’umanità. I saggi sanno bene che non è l’accumulo di oggetti di consumo a determinare la nostra felicità. Non vogliamo un mondo fossile e ingiusto. La concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi privilegiati è una patologia legata al potere. E l’anelito senza fine a un potere sempre più grande e prepotente dovrebbe essere trattato come una dipendenza irrazionale e criminale. La salute, il benessere, la prosperità come si raggiungono?  Con l’avidità, la sopraffazione, la guerra, la distruzione dell’ambiente, oppure con la costruzione di un nuovo orizzonte di umanità? Infine cito questo passo del libro “Walden, ovvero vita nei boschi”, di Henry David Thoreau, che fu tra l’altro un teorico della disubbidienza civile nonviolenta, come provocazione intellettuale per andare oltre i fatti di attualità e proporre altri spunti di riflessione. «Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, affrontando solo i fatti essenziali della vita, per vedere se non fossi riuscito a imparare quanto essa aveva da insegnarmi e per non dover scoprire in punto di morte di non aver vissuto. Il fatto è che non volevo vivere quella che non era una vita a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, succhiare tutto il midollo di essa, volevo vivere da gagliardo spartano, per sbaragliare ciò che vita non era, falciare ampio e raso terra e riporre la vita lì, in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici.»   Ray Man
November 24, 2025
Pressenza
[2025-11-13] "Born in Flames" di Lizzie Borden (1983) • VERSO IL 25 NOVEMBRE x NON UNA DI MENO @ CSOA Forte Prenestino
"BORN IN FLAMES" DI LIZZIE BORDEN (1983) • VERSO IL 25 NOVEMBRE X NON UNA DI MENO CSOA Forte Prenestino - via Federico delpino, Roma, Italy (giovedì, 13 novembre 21:30) Giovedì 13 novembre 2025 VERSO IL 25 NOVEMBRE x NON UNA DI MENO CSOA Forte Prenestino & CinemaForte proiettano: "BORN IN FLAMES" (USA 1983) 80' di Lizzie Borden > inizio proiezione ore 21:30 • in lingua originale inglese sottotitolato in italiano - ingresso a libera sottoscrizione … "BORN IN FLAMES" Dieci anni dopo una rivoluzione culturale social-democratica negli Stati Uniti, la fondatrice radicale della Woman’s Army viene uccisa in circostanze misteriose. In risposta a questo, nasce una coalizione femminista di donne di tutte le etnie, classi e preferenze sessuali per ribaltare il Sistema. Born in Flames è un film fantascientifico punk queer del 1983 diretto, prodotto e co-sceneggiato dalla femminista radicale intersezionale Lizzie Borden. Ambientato dieci anni dopo la rivoluzione più pacifica degli Stati Uniti, il film ci mostra il modo distopico con cui le questioni di molti gruppi di minoranze, liberali, organizzazioni per i diritti dei gay e femministe sono affrontate dal governo. ... trailer del film: https://vimeo.com/235626875?fl=pl&fe=vl ... https://forteprenestino.net/.../cinema/3450-born-in-flames https://www.facebook.com/events/1129275545984512
November 5, 2025
Gancio de Roma
Occupare l’utopia
Lunedì 16 giugno alle 16.15 all’Istituto Gramsci Siciliano di Palermo sarà presentato il volume “Occupare l’utopia. Per la liberazione e la costituente del Comune” a cura di Toni Casano e Antonio Minaldi, Multimage, Firenze 2025 Il primo ciclo di seminari del Caffè Filosofico Beppe Bonetti del 2021/22, che diede origine al libro Sfruttamento e dominio nel capitalismo del XXI secolo, edito da Multimage nel febbraio 2023 e curato – come quest’ultimo – da Casano e Minaldi, costituiva un’analisi dello “stato delle cose presente”. Affrontava infatti le contraddizioni del cosiddetto antropocene o capitalocene, il capitalismo della sorveglianza, la produzione immateriale, la finanziarizzazione dell’economia, i disequilibri geopolitici e le guerre legate alla precaria riconfigurazione del nuovo ordine mondiale. Il secondo ciclo di seminari del 2023/24, invece, ha prodotto questo secondo libro, uscito sempre per Multimage nel gennaio ’25, Occupare l’utopia. Per la liberazione e la costituente del Comune, che vuole essere la prosecuzione di quei ragionamenti, ma con una curvatura propositiva, il “che fare” insomma. Ecco perché tutte le sue sezioni hanno a che vedere con la liberazione: liberazione della Terra (natura, ambiente, giustizia climatica) liberazione delle donne (femminismi e transfemminismo, movimenti di donne in Chiapas, Kurdistan, Iran, movimenti per la pace) liberazione dei popoli (palestinesi, curdi, messicani zapatisti, migranti tutti) liberazione dal debito (internazionale, pubblico e privato, in quanto funzione essenziale del capitalismo) liberazione del o dal lavoro (operaismo, postoperaismo e pensiero libertario) liberazione del Comune (il bene comune autogestito come alternativa alla dicotomia pubblico/privato) Leggiamo nell’introduzione: Le pratiche di liberazione ci permettono di capire che i luoghi di utopia, i luoghi del mondo che non c’è, in realtà sono qui tra noi. Appartenendo già alle nostre vite, le attraversano in silenzio e in trasparenza, cercando voce per urlare tutta la loro dirompenza rivoluzionaria. La prospettiva di una necessaria unità dei movimenti e delle istanze di liberazione, per quanto lontana e difficile oggi possa apparire, non può e non deve essere concepita nei termini della semplice alleanza politica tra interessi diversi. È necessario pensare in grande e andare oltre. È necessario pensare da subito la convergenza e l’intersezionalità come la messa in comune di parti di un mondo futuribile, in cui il comune valoriale è già tra noi e ci fa da guida. Da quando abbiamo cominciato come Caffè Filosofico questo percorso (che contiamo di riprendere nel prossimo autunno con nuovi seminari di lettura e studio), l’instabilità economica e geopolitica del pianeta si è indicibilmente aggravata: il “mondo grande e terribile”, come lo definiva Gramsci, è insanguinato da più di 50 guerre ed è in corso un genocidio che forse supera per efferatezza quello nazista, da quando la vittima si è fatta carnefice, ossia dalla Nakba. Il “crepuscolo del vecchio ordine imperiale”, come lo abbiamo chiamato nell’ultimo annale di Pressenza, e la crisi del modello economico capitalistico – che conosce da sempre solo l’ipertrofia dell’industria delle armi, finanziata dagli Stati-Nazione, come rimedio ultimo a concorrenza e sovrapproduzione – dovrebbero indurci allo sconforto e alla rassegnazione. Pure ci ostiniamo nella speranza e nella proposta: è questione di sopravvivenza, ma è anche questione di dare un senso alla nostra vita e un futuro ai nostri giovani. Ecco perché l’intento dell’incontro di lunedì sera non è tanto quello di parlare del libro, quanto di utilizzarlo come spunto – e pretesto quasi – per continuare e approfondire il dibattito sul “che fare”. Converseranno insieme, oltre a divers* redattor* di Pressenza Palermo, Rosario Lentini, studioso di storia dell’economia siciliana moderna e contemporanea, e Luca Casarini, animatore del Social Forum di Genova nel 2001 e fondatore di Mediterranea che, con la nave Mar Jonio, tanti soccorsi di migranti in mare ha effettuato, incurante delle denunce per favoreggiamento di immigrazione clandestina, dei processi e del recente spionaggio informatico. Daniela Musumeci
June 12, 2025
Pressenza