Due tipi di utopia
Agosto è il mese del caos ma anche dell’utopia, un’utopia stanca però dove si
ripetono soliti riti. Ci siamo presi del tempo come se fosse una merce scontata
a disposizione. Anche soltanto mezz’ora al bar, dovunque tu fossi, ti ha alzato
da terra con quella ritualità lieve che annulla i pensieri e fa scattare brevi
visioni, realtà sospese prive di attesa.
Macini realtà possibili come terre da scoprire, consulti la tua sfera magica del
tempo che verrà, ti inventi qualsiasi cosa purché tutto non si ripeta. Sai che
settembre annuncia già la ruggine dell’autunno, come scriveva Ray Bradbury, e
insieme alla ruggine l’allungarsi delle notti, cioè dei sogni, di nuove realtà
possibili.
Ci sono due forme di utopia, una del “senza” e una del “con”, una che si impegna
e lotta per eliminare, l’altra che immagina conquiste più o meno possibili.
La prima ci può rendere depressi soprattutto se non abbiamo la giusta fiducia e
ci sentiamo isolati. Ma non dobbiamo aspettarci nulla, dobbiamo noi fare
pulizia, sabotare nei fatti le multinazionali del crimine, sentirci nello stesso
tempo dilettanti della vita, alieni dai controlli, non alienati ma amanti dei
piccoli riti, delle passeggere amicizie di ogni giorno, cultori di una empatia
come dissonanza rispetto a un potere che ci inganna. È l’utopia del no al
riarmo, del no alle sfide provocatrici, del no a governi orchestrati da
interessi oscuri, del no alla violenza dei regimi del terrore.
La seconda utopia, quella del “con”, ci vuole invece ansiosi, pretende da noi e
in questo ci fa il dono di non sentirci mai appagati. È l’utopia ad esempio dei
quartieri urbani con alberi e parchi, degli ospedali pubblici con
amministrazioni efficienti, di scuole dove si insegni a fare società non
competizione. Dico “utopia” ben sapendo che questo termine ha acquisito nella
recente modernità un valore ideologico, una connotazione “di sinistra”, il senso
quasi di una visione che carica la politica della coltivazione di un ideale che
rimane sullo sfondo, non realizzabile.
Io invece credo che l’utopia sia il nutrimento di un’immaginazione del possibile
e superi le convenienze degli schieramenti.
Intorno a me ad agosto ho sentito voci di Babele, di un crocevia multicolore, a
stento ho riconosciuto qualche lingua, ma l’effetto è un nonsodove che ha
cancellato ogni riferimento, un nonsodove che è una traduzione possibile della
parola “utopia”. Siamo stati tutti curiosi, ognuno a modo suo, come le forme del
pane che ho incontrato, e che variavano dalla Georgia al Portogallo, dalla
Polonia alla Grecia ma tutte espressioni concrete e insieme simboliche di una
unica pace, di una unica assoluta necessità.
«La pace non è un’utopia; è un’abitudine, una scelta che dobbiamo continuare a
fare» (John F. Kennedy, 1963). «Chi semina utopia raccoglie realtà», bello
questo motto di Carlin Petrini. E poi: «La speranza non ha niente a che vedere
con l’ottimismo. La speranza non è la convinzione che ciò che stiamo facendo
avrà successo. La speranza è la certezza che ciò che stiamo facendo ha un
significato. Che abbia successo o meno». Queste parole sono di Václav Havel,
commediografo, poeta, il primo presidente della Cecoslovacchia liberata dai
sovietici.
Un’utopia quella che nessuno torni a occupare quella libertà? Che ci abbiano
fatto semplicemente cambiare padrone?
La libertà non è mai ottenuta una volta per tutte, perfino le tradizioni del
diritto, cioè di una libertà conquistata e trasferita in norme, sono messe in
discussione da nuove realtà, da ambigui accomodamenti, da squallidi tradimenti.
Così l’utopia coincide con l’idea di far valere quei diritti là dove sono
traditi. Utopia perché, ad esempio, è inimmaginabile che qualcuno fermi l’orrore
barbaro, disumano che sta perpetrando il governo di Israele, spegnendo in noi
l’idea che la vendetta e lo sterminio fossero stati superati dalla memoria e
dalla coscienza storica.
Utopia è insomma una speranza lucida, un’intenzione vincente, una prova di
effettiva uguaglianza, un perdono che arriva soltanto dopo che sia fatta
giustizia.
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