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Dalle bombe in Iran alla corsa al cobalto Usa e Cina si contendono la R.D. del Congo
La competizione tra Washington e Pechino per energia e minerali critici arriva fino a Kolwezi, tra concessioni minerarie e sfratti forzati di case e scuole. Still I Rise ne parla nel nuovo report “Il Prezzo del Progresso”. L’organizzazione non profit Still I Rise pubblica il report “Il Prezzo del Progresso”, un’analisi che documenta l’impatto del sistema delle concessioni minerarie sugli sfratti forzati e sulla continuità scolastica a Kolwezi, nella Repubblica Democratica del Congo, epicentro mondiale di estrazione del cobalto. Partendo dal Congo, l’indagine offre una chiave di lettura sulle tensioni geopolitiche che stanno ridefinendo gli equilibri globali. “Le esplosioni nei cieli iraniani e i raid congiunti di Stati Uniti e Israele non sono un episodio isolato del Medio Oriente. L’Iran, grande esportatore di petrolio e fornitore cruciale per la Cina, è uno snodo strategico nella sicurezza energetica di Pechino: colpirne la stabilità significa incidere su uno degli assi centrali della competizione tra Stati Uniti e Cina”, dichiara Fatima Burhan Mohamed, Advocacy Officer di Still I Rise e curatrice del report. “La partita non riguarda solo il petrolio, ma si estende alle filiere dei minerali critici, decisive per l’autonomia industriale e tecnologica”. Ed è proprio nella Repubblica Democratica del Congo, dove si estrae il 70% del cobalto a livello mondiale, che si sta consumando una battaglia altamente strategica: quella per il controllo delle concessioni minerarie e delle catene di approvvigionamento di minerali strategici come il cobalto. A Kolwezi, la rivalità geopolitica ha conseguenze concrete: quartieri inclusi in licenze estrattive, famiglie esposte al rischio di sgombero, bambini che vedono interrompersi il proprio percorso scolastico. È qui, lontano dai riflettori dei grandi vertici internazionali, che la competizione tra potenze assume una dimensione concreta e locale. Il contesto: Kolwezi al centro della competizione globale Kolwezi, nella provincia del Lualaba, è uno snodo cruciale delle catene globali di approvvigionamento. Da quest’area proviene oltre il 70% del cobalto estratto a livello mondiale, un minerale classificato come critico per batterie agli ioni di litio, mobilità elettrica, sistemi di accumulo energetico, tecnologie digitali avanzate e comparto della difesa. La città conta tra i 700mila e un milione di abitanti e circa una persona su tre lavora direttamente o indirettamente nel settore minerario. Negli ultimi anni, il controllo del cobalto congolese è diventato terreno di competizione strategica tra Stati Uniti e Cina. Secondo il report, circa l’80% della produzione industriale di cobalto nella provincia del Lualaba è oggi riconducibile a capitali legati a Pechino, che ha consolidato nel tempo una presenza dominante nelle miniere e nelle infrastrutture di raffinazione. Parallelamente, Washington ha intensificato la propria iniziativa diplomatica ed economica attraverso lo Strategic Partnership Agreement con la Repubblica Democratica del Congo, puntando a diversificare le fonti di approvvigionamento occidentali e ridurre la dipendenza dalle filiere cinesi. In questo quadro si inserisce la vicenda delle concessioni detenute da Chemaf (Chemical of Africa), società privata attualmente in vendita e titolare di alcuni dei giacimenti più rilevanti ancora disponibili sul mercato. L’interesse di investitori sostenuti dagli Stati Uniti per l’acquisizione di questi asset è stato letto come un passaggio chiave nella ridefinizione degli equilibri del settore. Per il governo congolese, la competizione tra le due potenze potrebbe rappresentare al tempo stesso un’opportunità negoziale e un fattore di pressione geopolitica. “Il possibile passaggio di proprietà delle concessioni non è un fatto puramente finanziario. Un nuovo operatore potrebbe rivedere piani industriali, accelerare l’espansione estrattiva o rinegoziare i confini operativi delle aree concesse”, spiega Giulia Cicoli, co-fondatrice di Still I Rise. “In una città dove ampie porzioni dell’area urbana ricadono formalmente sotto concessione mineraria, tali decisioni possono avere effetti diretti e immediati sulle comunità residenti, incidendo sulla stabilità abitativa e sulle condizioni di permanenza delle famiglie”. Il sistema delle concessioni e la vulnerabilità abitativa Gran parte dell’area urbana di Kolwezi ricade formalmente in concessioni minerarie. In base al sistema vigente, lo Stato mantiene la proprietà del suolo, ma concede a imprese private il diritto esclusivo di esplorare e sfruttare le risorse per un periodo determinato. Nella pratica, questo significa che quartieri residenziali, scuole e terreni agricoli possono trovarsi in aree destinate all’estrazione. In caso di espansione mineraria, le famiglie prive di documentazione legale adeguata dispongono di strumenti limitati per opporsi a uno sgombero. Il report ricostruisce diversi episodi di sgombero e demolizione registrati negli ultimi anni nell’area di Kolwezi, legati all’espansione delle attività estrattive e alle concessioni minerarie. Questi eventi non costituiscono episodi isolati, ma si inseriscono in un quadro strutturale in cui l’assetto delle concessioni ridefinisce l’accesso alla terra e di fatto la permanenza delle comunità. L’indagine tra le famiglie degli studenti Tra il 2023 e il 2025 Still I Rise ha condotto un’indagine interna sulle famiglie dei 98 studenti allora iscritti alla Still I Rise Academy – Kolwezi, attiva dal 2021 e frequentata da bambini ex minatori. L’obiettivo era comprendere in modo sistematico la condizione abitativa dei nuclei familiari e valutare quanto questa incidesse sulla continuità del percorso scolastico. L’analisi restituisce un quadro di forte vulnerabilità. Il 70% delle famiglie vive in territori formalmente dati in concessione a un’azienda mineraria: di queste, l’89% non disponeva di certificati di proprietà riconosciuti dallo Stato e oltre la metà non era consapevole di abitare in un’area giuridicamente concessa. Inoltre, ottenere un certificato legale di proprietà ha costi elevati in un contesto in cui circa il 70% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Ne consegue che la mancanza di documentazione formale riduce drasticamente la possibilità di opporsi a uno sgombero o di negoziare condizioni adeguate. “Quando una famiglia non ha un titolo riconosciuto dallo Stato, la sua permanenza sul territorio diventa fragile”, continua Giulia Cicoli. “L’insicurezza abitativa non è solo una questione legale: si traduce in interruzioni scolastiche, spostamenti improvvisi, maggiore esposizione al lavoro minorile. Se una casa può essere demolita da un giorno all’altro, anche il diritto all’istruzione diventa precario”. Le azioni intraprese A seguito dell’indagine, Still I Rise è intervenuta su più fronti, partendo dall’analisi dei casi delle famiglie che vivono nelle aree in concessione e avviando procedure per regolarizzare le loro situazioni abitative. In collaborazione con IBGDH – Initiative pour la Bonne Gouvernance et les Droits Humains, la non profit ha inoltre organizzato incontri informativi sui diritti in caso di sfratto, coinvolgendo migliaia di persone della comunità. Parallelamente, ha avviato un dialogo con l’azienda titolare della concessione e con le autorità locali per chiedere maggiore trasparenza su eventuali piani di espansione e reinsediamento. “Si è trattato di un lavoro lungo e impegnativo, necessario per raggiungere anche le famiglie più isolate e prive di accesso alle informazioni”, conclude Fatima Burhan Mohamed. “Oggi queste famiglie sanno cosa possono pretendere e come muoversi: possono chiedere informazioni ufficiali, partecipare alle consultazioni, rivendicare un indennizzo adeguato e opporsi a uno sfratto irregolare. Informare in modo capillare significa ridurre lo spazio per decisioni arbitrarie e rafforzare la capacità della comunità di difendere i propri diritti.” Scarica il report integrale. Still I Rise
March 6, 2026
Pressenza
Parte il progetto “Dignità e Salute” per le donne nelle carceri afghane
È stato avviato il progetto “Dignità e Salute in contesti di detenzione femminile in Afghanistan”, un intervento sanitario e di tutela dei diritti fondamentali promosso da Ubuntu ODV (Italia) e Humanitarian Assistance for the Women and Children of Afghanistan (HAWCA), in collaborazione con il Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane (CISDA). L’iniziativa nasce da un percorso di confronto avviato nel 2024 con l’obiettivo di intervenire a favore delle donne afghane più vulnerabili, in particolare quelle detenute o esposte a violenza e discriminazione. Nel contesto attuale dell’Afghanistan, segnato da isolamento internazionale, crisi economica e gravi restrizioni ai diritti delle donne, le detenute rappresentano una categoria doppiamente vulnerabile. Molte sono incarcerate per presunti “crimini morali” o per essersi sottratte a violenze domestiche e matrimoni forzati. Le condizioni igienico-sanitarie nelle carceri femminili sono critiche: carenza di acqua potabile, farmaci, prodotti per l’igiene personale e servizi di salute riproduttiva. Il progetto interviene in uno dei pochi ambiti in cui è ancora possibile operare formalmente con programmi sanitari autorizzati. Sono previsti: screening sanitari e vaccinazioni, distribuzione di kit igienici, miglioramento delle condizioni igieniche, supporto nutrizionale, formazione sanitaria di base, continuità delle cure per i figli delle detenute. L’intervento non intende legittimare il sistema detentivo, ma garantire un livello minimo di tutela della salute e della dignità umana, riattivando un circuito essenziale di salute pubblica anche in un contesto estremamente restrittivo. Il progetto è costruito insieme agli attori locali e nasce dai bisogni espressi direttamente dalle detenute e dal personale sanitario sul territorio, in un’ottica di cooperazione partecipata e non calata dall’alto. Per il progetto vedi qui.   CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
February 27, 2026
Pressenza
Raid del Pakistan a Kabul con l’India sullo sfondo della crisi
L’escalation tra Pakistan e Afghanistan è entrata in una fase che fino a poco fa sembrava impensabile persino per due Paesi abituati a vivere di frontiera. Nella giornata di oggi, 27 febbraio, Islamabad ha condotto attacchi aerei in territorio afghano che, secondo più fonti internazionali, hanno colpito anche Kabul, oltre a obiettivi in altre province. Kabul ha risposto rivendicando azioni contro postazioni pakistane lungo la linea di confine e denunciando vittime e danni. Nelle stesse ore il ministro della Difesa pakistano ha parlato apertamente di “open war”, un salto lessicale che fotografa quanto la crisi sia ormai diventata politica, prima ancora che militare. Se ci si ferma alla cronaca, la lettura “facile” è quella della ritorsione: un attacco, una risposta, una contro-risposta. Ma il punto, oggi, è che Islamabad non sta colpendo solo per “punire” un episodio. Sta usando la forza per provare a cambiare i termini della relazione con il governo talebano di Kabul su un dossier preciso: la presenza e l’operatività oltreconfine del TTP (Tehrik-e Taliban Pakistan), la galassia jihadista che attacca lo Stato pakistano e che il Pakistan accusa di trovare in Afghanistan santuari e profondità. In altre parole, i raid sono un messaggio: “se non intervenite voi contro chi colpisce noi, lo facciamo noi”. È questo “perché” che conta più del “come”. Sul fondo dello scontro c’è anche l’“incognita India”, che Islamabad tira esplicitamente in ballo per inquadrare la crisi nella rivalità regionale. Nelle dichiarazioni ufficiali pakistane i Taliban vengono accusati di essersi avvicinati a Nuova Delhi, quasi trasformando l’Afghanistan in un terreno d’influenza indiano: una lettura utile a rafforzare la narrativa della minaccia esterna e a compattare consenso interno. Nuova Delhi, da parte sua, tramite il Ministero degli Esteri, ha condannato i raid pakistani in Afghanistan, accusando Islamabad di “esternalizzare i propri fallimenti interni” e richiamando le vittime civili. Al tempo stesso, le ricostruzioni internazionali indicano che la miccia immediata resta il dossier TTP e la sicurezza di confine; l’India agisce più come fattore di contesto — contatti diplomatici ed economici con Kabul in crescita — che come causa diretta dei raid. Per capire come si è arrivati fin qui bisogna tornare indietro, agli anni Novanta, quando i Taliban non sono ancora al governo di Kabul, ma un movimento emergente in un Afghanistan devastato dalla guerra civile post-sovietica. La loro crescita è inseparabile dal mondo pashtun transfrontaliero e da una geografia politica in cui Pakistan e Afghanistan non sono due compartimenti stagni: sono un’unica fascia umana e militante tagliata da una frontiera contestata. In quel contesto Islamabad vede nei Taliban una possibile “soluzione” al caos afghano: un attore capace di stabilizzare il Paese secondo un ordine favorevole agli interessi pakistani e, soprattutto, utile a impedire che l’Afghanistan diventi un retroterra ostile o troppo permeabile all’influenza dell’India. I Taliban, per anni, sono stati considerati da settori del potere pakistano come un asset regionale. Ma quando un asset è costruito su militanza armata e ideologia jihadista, il confine tra “strumento” e “minaccia” è sempre fragile. Dopo l’11 settembre 2001 e gli attentati negli Usa questa fragilità esplode. Il Pakistan diventa alleato chiave degli Stati Uniti nella “guerra al terrore”, indispensabile per logistica, intelligence e pressione sulle reti jihadiste. Eppure, proprio in quegli anni, l’insurrezione talebana si ricostruisce anche grazie a retrovie e reti oltreconfine: un intreccio in cui cooperazione con Washington e tolleranza selettiva verso alcune milizie finiscono per convivere, alimentando un sospetto reciproco che non si ricompone più. Il simbolo di questa contraddizione arriva nel 2011, quando Osama bin Laden viene ucciso in un raid statunitense ad Abbottabad, in Pakistan, in un’area tutt’altro che remota. L’episodio è devastante per Islamabad perché crea un dilemma senza uscita: o lo Stato non sapeva (incompetenza e falla di sicurezza enorme) o sapeva (complicità). L’inchiesta pakistana successiva, la cosiddetta Abbottabad Commission, descrive il caso come una “umiliazione” e parla di fallimenti sistemici e responsabilità diffuse nell’apparato di sicurezza e governance, mentre analisi e commenti internazionali hanno sottolineato la portata politica di quel cortocircuito tra Pakistan, jihadismo e cooperazione con gli USA. Da allora il rapporto Pakistan–Stati Uniti entra in una lunga fase di logoramento, e il Pakistan si ritrova a gestire un effetto collaterale che era stato sottovalutato: la nascita e l’espansione di militanze “domestiche” che non rispondono più a nessuna regia esterna e che fanno della guerra allo Stato pakistano la propria ragion d’essere. Il TTP è il nome più noto di questa deriva: non sono i Taliban afghani, ma un movimento affine per cultura militante e per bacino pashtun, e soprattutto un nemico diretto di Islamabad. Il punto, per il Pakistan, è che dopo il ritorno dei Taliban a Kabul nel 2021 la minaccia TTP viene percepita come aumentata: perché l’Afghanistan torna ad essere, potenzialmente, una profondità in cui i militanti possono riorganizzarsi, curarsi, addestrarsi e riposizionarsi. Ed eccoci al paradosso finale, quello che rende lo scontro di oggi così “storico”: Islamabad aveva immaginato che un Afghanistan talebano sarebbe stato più “gestibile”. Invece sta scoprendo che i Taliban al governo non sono un proxy, non sono un’estensione telecomandata del Pakistan. Devono rispondere a equilibri interni, a una base ideologica, a reti militanti e a una narrativa di sovranità che rende politicamente costoso “fare il lavoro sporco” contro altri jihadisti pashtun come il TTP. Kabul, dal canto suo, vive le incursioni pakistane come una violazione di sovranità e, soprattutto, come il tentativo di ridurla di nuovo a periferia controllabile. Il risultato è la spirale in corso in queste ore: raid pakistani, ritorsioni talebane, dichiarazioni di “guerra aperta”, e un confine che torna ad essere non una linea, ma un fronte. Dentro questa spirale si muovono anche altri fattori che danno benzina alla crisi. C’è la politica interna pakistana, dove “mostrare forza” contro il terrorismo ha un rendimento immediato. C’è la questione rifugiati, già esplosiva, che peggiora con ogni scambio di colpi. E c’è la geopolitica regionale: la retorica pakistana torna a evocare l’India, perché ogni frizione con Kabul viene letta anche attraverso la lente della rivalità indo-pakistana. Il Pakistan oggi bombarda per forzare i Taliban afghani a scegliere tra due identità incompatibili, movimento rivoluzionario “solidale” con la militanza pashtun e Stato che controlla il territorio e reprime i gruppi armati. Kabul, rispondendo, difende la sua seconda identità, quella statuale, e rifiuta di essere trattata come ai tempi in cui i Taliban erano, agli occhi di molti, un investimento regionale di Islamabad. È una resa dei conti che arriva da lontano, e che porta nella cronaca di oggi tutta l’eredità non risolta degli anni Novanta, dell’11 settembre e di Abbottabad.     Redazione Italia
February 27, 2026
Pressenza
[Da Roma a Bangkok] Riso, colonia, suolo, diabete
Il riso, spesso rappresentato in Occidente attraverso l’immagine esotica di terrazzamenti montani e la suggestione di tradizioni immutabili, è in realtà una chiave potente per leggere trasformazioni politiche, economiche e ambientali di lungo periodo. Più che una semplice coltura, è un’infrastruttura sociale con forme organizzative complesse, capaci tanto di sostenere Stati centralizzati, quanto di alimentare reti comunitarie resilienti. La risaia è, insieme, dispositivo tecnico e politico. Produce un surplus di capitale alimentare, politico, sociale e rende possibile la tassazione e l’amministrazione; inoltre, consolida identità collettive. Parlare di riso significa, dunque, intrecciare suolo, potere, capitale, salute. Il riso è una lente attraverso cui è possibile osservare, nel tempo, come le decisioni politiche di quello che oggi è l’ovest globale si sono sedimentate nel loro sviluppo diacronico e continuano a influenzare corpi, territori e possibilità future.
February 25, 2026
Radio Onda Rossa
Tibet, 12 marzo 1959: l’insurrezione delle donne tibetane
Pubblichiamo da Nalanda Edizioni, un bellissimo articolo sulla storia della rivolta delle donne tibetane avvenuta il 12 marzo 1959, due giorni dopo la storica Insurrezione di Lhasa. Spesso la storia viene raccontata attraverso lenti maschili, ma c’è una data che ha cambiato per sempre il volto del Tibet: il 12 marzo 1959. Quel giorno, migliaia di donne di ogni estrazione sociale – nobildonne, monache, mercanti e madri di famiglia – sfidarono l’autorità militare di Pechino marciando per le strade di Lhasa. Non fu solo una protesta, ma l’atto di nascita di un movimento politico femminile che ancora oggi ispira il mondo intero. Mentre la minaccia di un rapimento del XIV Dalai Lama diventava imminente, oltre 5.000 donne si radunarono sotto il Palazzo del Potala al grido di: “Il Tibet appartiene ai Tibetani”. Una mobilitazione interclassista e nonviolenta guidata da figure eroiche come Pamo Kusang (nella foto), che pagò con il sacrificio estremo la sua dedizione alla causa.   La storiografia della resistenza tibetana contro l’occupazione della Repubblica Popolare Cinese è stata spesso interpretata attraverso lenti prevalentemente maschili, concentrandosi sulla guerriglia dei Khampa o sulle decisioni politiche del governo del Kashag. Tuttavia, l’evento del 12 marzo 1959, noto come la Rivolta delle Donne Tibetane, emerge come un punto di rottura fondamentale che non solo ha sfidato l’autorità militare di Pechino, ma ha anche ridefinito il ruolo della donna all’interno della struttura sociopolitica tibetana. Questa sollevazione, avvenuta due giorni dopo l’insurrezione nazionale del 10 marzo, rappresenta un caso unico di mobilitazione spontanea, interclassista e non violenta, che ha visto migliaia di donne marciare per le strade di Lhasa per rivendicare la sovranità nazionale e la sicurezza fisica del XIV Dalai Lama. DIECI ANNI DI TENSIONI E L’EROSIONE DELLA SOVRANITÀ  Per comprendere la magnitudo della protesta femminile del marzo 1959, è necessario analizzare il decennio di crescente instabilità che seguì l’ingresso dell’Esercito Popolare di Liberazione (EPL) nel Tibet orientale nel 1949 e la successiva annessione del 1950. L’Accordo in 17 Punti, ratificato nel 1951 sotto la minaccia delle armi, aveva garantito al Tibet una forma di autonomia regionale, ma la realtà sul campo si era rapidamente trasformata in un’occupazione oppressiva. Già nel 1954, la presenza massiccia di oltre 222.000 membri dell’EPL aveva mandato in collasso il fragile sistema agricolo tibetano, portando a carestie diffuse nelle regioni centrali. Questa pressione economica, unita alla distruzione sistematica dei monasteri nel Kham e nell’Amdo e alle esecuzioni pubbliche di leader locali e monaci, aveva generato un flusso costante di rifugiati verso Lhasa. Entro il 1958, la capitale era diventata una polveriera: i campi profughi ai margini della città portavano con sé racconti di atrocità, alimentando un risentimento che superava le divisioni tra l’aristocrazia e il popolo comune. IL 10 MARZO E IL RUOLO DELLE DONNE NELLA PROTEZIONE DEL DALAI LAMA L’evento scatenante della rivolta generale fu l’invito ambiguo rivolto al Dalai Lama per assistere a uno spettacolo teatrale presso il quartier generale cinese di Lhasa il 10 marzo 1959. La richiesta che Sua santità si presentasse senza scorta armata e in totale segretezza fu immediatamente interpretata come un piano di rapimento. In risposta, una folla di circa 30.000 tibetani circondò il Norbulingka (il palazzo estivo) per formare un cordone umano di protezione. In questo scenario, la partecipazione femminile non fu accessoria. Le donne iniziarono a organizzarsi non appena divenne chiaro che la diplomazia ufficiale del Kashag era impotente di fronte all’aggressione militare. L’8 marzo, durante le celebrazioni della Giornata della Donna, il generale cinese Tan Guansan aveva pronunciato un discorso intimidatorio, avvertendo che l’EPL avrebbe distrutto i monasteri se la resistenza non fosse cessata. Questa non poi tanto velata minaccia agì da catalizzatore per le donne tibetane, che compresero come la sopravvivenza della nazione dipendesse dalla loro capacità di scendere in piazza come forza politica autonoma. LA GENESI DELLA RIVOLTA DELLE DONNE Mentre il 10 marzo è ricordato come il giorno dell’insurrezione nazionale, il 12 marzo segna la nascita ufficiale del movimento politico femminile tibetano. Circa 5.000 donne (alcune stime suggeriscono fino a 15.000) si radunarono a Drebu Lingka, lo spazio aperto situato appena sotto il Palazzo del Potala, alle dieci del mattino. Questa folla era composta da figure provenienti da ogni strato della società: nobildonne, mogli di funzionari, monache, mercanti e semplici madri di famiglia. Le manifestanti portavano striscioni con slogan inequivocabili: “Il Tibet appartiene ai Tibetani” e “Da oggi il Tibet è Indipendente”. L’azione fu meticolosamente pianificata per essere non violenta, cercando di sfruttare la visibilità internazionale fornita dalle missioni straniere ancora presenti a Lhasa, come quelle dell’India e del Nepal. Le leader della rivolta presentarono memorandum formali al Console Generale indiano, chiedendo assistenza internazionale per fermare l’aggressione cinese.3 PAMO KUSANG E IL CONSIGLIO DELLE DIECI La rivolta del 12 marzo non fu un’esplosione emotiva disorganizzata, ma il risultato di una leadership audace che sfidò le convenzioni sociali del tempo. Il gruppo dirigente, che avrebbe poi formato la base della futura Tibetan Women’s Association (TWA), era guidato da figure che univano l’influenza sociale alla determinazione politica. Leader della rivolta Origine Destino post-1959 Pamo Kusang (Kundeling Kunsang) Nipote di Tsarong Dasang Dadul, elite politica. Leader principale; torturata e giustiziata nel 1970. Galingshar Choe la Monaca del monastero di Mijungri. Detenuta; morta a causa delle atrocità subite in prigione. Pekhang Penpa Dolma Rappresentante della società civile di Lhasa. Deceduta in detenzione dopo interrogatori brutali. Tahutsang Dolkar Figura chiave nella mobilitazione dei quartieri. Arrestata; il suo impegno ispirò le generazioni successive. Dehmo Chime Famiglia aristocratica Dehmo. Prigioniera politica; morta negli anni ’70 dopo il rilascio. Resoor Yangchen Attivista di base. Scontò 20 anni di prigione subendo torture sistematiche. Ani Yonten Monaca. Prigioniera fino al 1979; testimone delle violenze. PAMO KUSANG E IL SACRIFICIO FINALE Pamo Kusang, nata Kundeling Kunsang (nell’immagine insieme alle figlie), incarna la transizione dalla vita aristocratica alla militanza rivoluzionaria. Sposata con Gurteng Lobsang Tashi, un alto funzionario del monastero di Kundeling, la sua vita cambiò radicalmente con l’occupazione. Il suo ruolo il 12 marzo fu quello di principale oratrice e organizzatrice. Incitò le donne a circondare il Potala e a respingere l’Accordo in 17 Punti, dichiarandolo nullo a causa della violazione cinese. La sua storia è particolarmente significativa per la fase della detenzione. Dopo l’arresto seguito al bombardamento di Lhasa, Pamo Kusang divenne un simbolo di resistenza interna al sistema carcerario. Nel 1970, durante il culmine della Rivoluzione Culturale, organizzò una dimostrazione all’interno del carcere (probabilmente Drapchi o Gutsa), guidando le compagne nel gridare slogan anti-cinesi e pro-indipendenza. Per proteggere le altre detenute dalle ritorsioni, Pamo Kusang dichiarò formalmente davanti ai funzionari del carcere di essere l’unica responsabile della protesta. Il suo martirio avvenne a est del Monastero di Sera. I resoconti indicano che fu condotta al luogo dell’esecuzione in condizioni fisiche pietose: era diventata sorda da un orecchio, era quasi calva, perché i capelli le erano stati strappati durante gli interrogatori, e il suo corpo era segnato da anni di torture. Fu fucilata alla schiena davanti a una fossa comune e i soldati continuarono a sparare sui corpi già a terra per assicurarsi del decesso. LA REPRESSIONE MILITARE Mentre le proteste femminili continuavano tra il 12 e il 18 marzo, la situazione militare precipitava. Il XIV Dalai Lama lasciò segretamente il Norbulingka la notte del 17 marzo, vestito da soldato e accompagnato da una piccola scorta. Non appena le autorità cinesi compresero che il leader era fuggito, scatenarono un attacco frontale contro la città. Il Norbulingka fu colpito da circa 800 proiettili di artiglieria pesante il 21 marzo, uccidendo migliaia di civili che erano rimasti a presidiare le mura. I soldati dell’EPL bombardarono sistematicamente i grandi monasteri di Sera e Drepung, distruggendo tesori artistici e scritture millenarie. A Lhasa, furono eseguiti rastrellamenti casa per casa: chiunque venisse trovato in possesso di armi o bandiere tibetane veniva trascinato in strada e fucilato sul posto. Si stima che oltre 86.000 tibetani siano stati uccisi nel solo Tibet centrale durante questo periodo di repressione sanguinosa. LE “FIGLIE DEL TIBET” E RINCHEN DOLMA TARING Una delle cronache più dettagliate di quei giorni è contenuta nell’autobiografia di Rinchen Dolma (Mary) Taring, intitolata Daughter of Tibet. Taring, appartenente all’aristocrazia di Lhasa, descrive il 12 marzo come un momento di disperazione eroica: “Sapevamo che la gente comune di Lhasa era spinta alla ribellione aperta… anche se avrebbero dovuto combattere i mitraglieri a mani nude”. Suo marito, Jigme Taring, era il fotografo ufficiale del Dalai Lama e utilizzò le sue cineprese per documentare i bombardamenti e la resistenza popolare. Queste riprese, caricate di un valore storico inestimabile, furono in gran parte sequestrate dalle autorità cinesi e utilizzate paradossalmente nei film di propaganda come Putting Down the Rebellion in Tibet. La famiglia Taring riuscì a fuggire in India, dove Rinchen Dolma dedicò il resto della sua vita alla cura dei bambini orfani e alla fondazione del Tibetan Homes Foundation, diventando una “Amala” (madre) per migliaia di rifugiati. LA RIVOLTA DI NYEMU DEL 1969 Dieci anni dopo l’insurrezione di Lhasa, una seconda ondata di resistenza guidata da donne scosse il distretto di Nyemu nel 1969, durante la Rivoluzione Culturale. La figura centrale fu Trinley Choedon (Nyemu Ani), una monaca che sosteneva di essere il medium di divinità guerriere tibetane. A differenza del movimento del 1959, che era stato guidato dall’élite urbana per difendere lo Stato tibetano tradizionale, la rivolta di Nyemu fu un movimento contadino che univa il fervore religioso alla lotta contro le riforme economiche forzate (tasse sulle vendite e donazioni obbligatorie di grano). Trinley Choedon riuscì a destabilizzare le fazioni locali fedeli a Pechino, portando a massacri di quadri comunisti e collaboratori. Tuttavia, la rivolta fu schiacciata con una violenza ancora maggiore: Trinley e sessanta delle sue compagne furono fustigate pubblicamente e giustiziate a Lhasa nel giugno 1969. Questo evento dimostra la continuità della resistenza femminile, che si adattava alle nuove forme di oppressione ideologica della Cina maoista. LA RESISTENZA CONTINUA L’eredità del 12 marzo 1959 si è manifestata con rinnovata forza tra il 1987 e il 1996, quando le monache tibetane divennero le principali organizzatrici di proteste non violente a Lhasa. Nel 1987, circa 15 monache del monastero di Garu guidarono la prima manifestazione interamente femminile dopo decenni, chiedendo il ritorno del Dalai Lama e il rispetto dei diritti umani. Molte di queste donne furono imprigionate a Drapchi, dove subirono torture con bastoni elettrici e lunghi periodi di isolamento. Un episodio leggendario di questo periodo riguarda 14 monache che, nel 1994, riuscirono a registrare clandestinamente canzoni patriottiche all’interno del carcere e a farle arrivare all’estero. Questo atto di sfida culturale riprendeva direttamente la tradizione di resistenza iniziata da Pamo Kusang nel 1970. LA TIBETAN WOMEN’S ASSOCIATION (TWA)  In seguito alla repressione del 1959, migliaia di donne tibetane seguirono il Dalai Lama in India. La necessità di sopravvivenza immediata impedì un’organizzazione formale per diversi anni, ma le donne tibetane divennero la spina dorsale dei primi insediamenti di rifugiati, gestendo centri di artigianato e scuole. Su richiesta del Dalai Lama, la Tibetan Women’s Association fu formalmente rifondata a Dharamsala il 10 settembre 1984. L’organizzazione rivendica esplicitamente le sue radici nella rivolta del 12 marzo 1959, considerandola l’atto di nascita del femminismo politico tibetano. Oggi, la TWA opera su scala globale con oltre 17.000 membri e svolge un ruolo cruciale nella documentazione degli abusi specifici di genere nel Tibet occupato, come le sterilizzazioni forzate e gli aborti coercitivi. La TWA ha trasformato la memoria della rivolta in un programma di empowerment concreto per le donne nella diaspora. * Educazione e formazione. Programmi come “Stitches of Tibet” (istituito nel 1995) offrono formazione professionale a donne rifugiate non istruite. * Empowerment delle monache. Workshop su leadership, sensibilizzazione di genere e risoluzione dei conflitti. * Advocacy internazionale. Partecipazione a forum delle Nazioni Unite per denunciare le violazioni dei diritti umani. * Supporto sociale. Assistenza a madri single e anziani vulnerabili nelle comunità tibetane.23 * Conservazione culturale: Slogan “Advocacy for Home, Action in Exile” sottolinea il duplice impegno politico e culturale. La rivolta delle donne del 12 marzo 1959 non è solo un capitolo eroico della storia tibetana; è un prisma attraverso il quale analizzare le dinamiche di potere nel Tibet contemporaneo. L’evento ha dimostrato che le donne tibetane non erano spettatrici passive del conflitto geopolitico, ma attori capaci di auto-organizzazione e di sacrificio estremo. L’analisi dei dati e delle testimonianze suggerisce che il trauma del 1959 ha cementato un’identità di resistenza che si è tramandata attraverso le generazioni. Le auto-immolazioni iniziate nel 2011, che hanno visto la partecipazione di numerose donne e monache, sono l’ultimo e più tragico stadio di questa lotta. La persistenza del “Women’s Uprising Day” nelle comunità in esilio funge da promemoria costante che, per il popolo tibetano, la questione della sovranità rimane aperta e indissolubilmente legata alla dignità e alla libertà delle sue donne. In conclusione, la Rivolta delle Donne del 12 marzo 1959 rappresenta un unicum storico: una sollevazione che ha saputo fondere la difesa della tradizione (la protezione del Dalai Lama) con l’innovazione politica (la nascita della prima associazione nazionale femminile). Le vite di Pamo Kusang, Rinchen Dolma Taring e delle migliaia di “sorelle” che hanno marciato verso il Potala continuano a definire il perimetro morale e politico della causa tibetana nel XXI secolo. L’impatto di quel giorno di marzo risuona ancora nelle aule delle Nazioni Unite e nelle strade di Dharamsala, a testimonianza del fatto che la memoria storica, quando radicata nel sacrificio e nella verità documentata, rimane la sfida più ardua per qualsiasi regime di occupazione.   Nalanda Edizioni Nalanda Edizioni nasce nel 2019 ed è la casa editrice della Fondazione per la Preservazione della Tradizione Mahayana (FPMT). Il nostro nome fa immediatamente riferimento all’antica università monastica indiana da cui sono discese tutte le principali tradizioni e un ininterrotto lignaggio di elaborazione filosofica, dottrinale, epistemologica.  Il nostro scopo è realizzare testi che supportino lo studio e la pratica sia di coloro che hanno già gettato le basi della conoscenza e si avviano ad approfondire gli aspetti più complessi del Dharma, sia di coloro che hanno bisogno di formarsi una visione generale del Buddhismo. Operiamo il più possibile in base a criteri di sostenibilità e basso impatto ambientale: stampiamo in Italia; usiamo carte ecologiche, riciclate ove possibile. La nostra distribuzione avviene esclusivamente attraverso i Centri di Dharma e online su questo sito.  Tutto questo è reso possibile grazie all’indispensabile contributo della FPMT e dei suoi Centri e dell’Unione Buddhista Italiana che, attraverso il finanziamento pubblico dell’8 per mille, garantisce una parte della sostenibilità finanziaria della casa editrice. Nalanda Edizioni non ha scopo di lucro. https://www.nalandaedizioni.it/  Redazione Italia
February 18, 2026
Pressenza
Roma, manifestazione per 67° anniversario dell’Insurrezione di Lhasa
La questione tibetana risale al 1950, quando le armate di Mao entrarono in Tibet. Nel 1951 fu stipulato l’Accordo dei Diciassette Punti – noto ai cinesi come Trattato di liberazione pacifica del Tibet – in base al quale i tibetani riconoscevano la sovranità cinese e permettevano l’ingresso a Lhasa di un contingente dell’esercito per programmare il graduale inserimento delle riforme per l’integrazione del Tibet nella Cina, tra le quali l’abolizione della servitù della gleba. Le autorità cinesi si impegnarono in cambio a non occupare il resto del paese e a non interferire nella politica interna, la cui gestione veniva lasciata al governo tibetano, ma prendendosi carico di tutte le relazioni tibetane con l’estero. Purtroppo l’Accordo venne in seguito disconosciuto da entrambe le controparti. Il 10 marzo 1959 il popolo tibetano si sollevò a Lhasa per difendere la propria libertà politica, culturale e religiosa, ma fu repressa nel sangue dalle truppe di Pechino, che provocarono circa 65.000 vittime e deportarono altre 70.000 persone. La repressione che ne seguì costò la vita a decine di migliaia di persone tra cui monache e monaci e segnò profondamente la storia del Tibet. Ciò costrinse molti, fra cui il Dalai Lama (guida politica e spirituale), a fuggire e ad accogliere l’invito del governo di Nuova Delhi a rifugiarsi in India. Il governo tibetano venne costretto dall’esilio passando dalla sua residenza di Lhasa, il Palazzo di Potala, alla residenza di Dharamsala in India, in seguito all’annessione cinese ed alla fallita rivolta del 1959. Il Dalai Lama non fece più ritorno nella sua terra. Il Tibet fu frazionato, buona parte dei suoi territori fu assegnata ad altre province cinesi, mentre nel 1964 la parte rimasta divenne la Regione Autonoma del Tibet, una provincia della Cina a statuto speciale. Purtroppo, la “rivoluzione culturale” di Mao (1965-1976) portò studenti ed estremisti cinesi a condannare come “controrivoluzionaria” ogni forma di buddhismo e molti monasteri, templi e forme d’arte vennero distrutte. Da lì in poi la colonizzazione cinese del Tibet si è solo intensificata con il fine di “cinesizzare” l’intero altopiano e il Palazzo del Potala a Lhasa è stato convertito in museo dal governo cinese. L’arrivo del buddhismo di tradizione tibetana in Occidente si lega inevitabilmente a quei fatti tragici. Il 10 marzo è un giorno di memoria e di responsabilità morale: ricordare significa onorare chi ha sofferto, vigilare affinché il Dharma possa essere trasmesso liberamente e coltivare compassione verso tutti gli esseri coinvolti, senza eccezione. Incluso il popolo cinese. A distanza di 67 anni, la sofferenza del popolo tibetano continua a manifestarsi nella limitazione della libertà religiosa, nella repressione delle pratiche spirituali, nell’erosione dell’identità culturale e nella separazione forzata delle giovani generazioni dalle proprie radici. Per tutto questo il neo-costituito Comitato Pro Tibet promuove una manifestazione pacifica di ricordo e testimonianza, il 10 marzo 2026, a Roma, dalle ore 15:00 in via San Nicola de Cesarini. Redazione Roma
February 18, 2026
Pressenza
Saggezza Buddhista per Tempi Difficili, “Dalla Pace Interiore alla Pace nel Mondo” con Ghesce Jampa Thinley
Ghesce Jampa Thinley, il maestro residente dell’Istituto Studi di Buddhismo Tibetano Ghe Pel Ling di Milano, guida una meditazione dedicata al tema, quanto mai attuale, della pace. In un mondo segnato da conflitti e paure, la pace è una possibilità reale che si costruisce passo dopo passo, pensiero dopo pensiero, gesto dopo gesto. Ogni persona può essere portatrice di pace, iniziando dal proprio cuore. Secondo i profondi insegnamenti buddhisti, la vera pace è prima di tutto un’esperienza interiore, una pratica quotidiana che trasforma il modo in cui viviamo, pensiamo e ci relazioniamo con gli altri. Coltivare qualità come la gentilezza amorevole, la compassione, la nonviolenza e l’equanimità  è la chiave per dare serenità e pace a se stessi e agli altri. La pace non dipende solo dalle condizioni esterne, ma nasce dalla mente degli individui. Ogni relazione è un campo di pratica: famiglia, lavoro, comunità. Possiamo imparare a vedere l’altro  non come nemico, ma come essere umano che, come noi, cerca felicità e pace. Gli insegnamenti si svolgeranno in presenza domenica 15 febbraio dalle 14.30 alle 17.00 presso l’Istituto buddhista Ghe Pel Ling di Milano, via Euclide 17 senza bisogno di prenotazione. E’ possibile seguire gli insegnamenti online su Zoom scrivendo a info@ghepelling.com Partecipazione a offerta libera. Ghe Pel Ling – Istituto Studi di Buddhismo tibetano Milano via Euclide 17 – Metro Villa San Giovanni www.ghepelling.com • info@ghepelling.com Redazione Italia
February 10, 2026
Pressenza
Lotta contro le fake news, il Dalai Lama non ha mai incontrato Epstein
Mesi dopo l’approvazione da parte del Congresso degli Stati Uniti del bipartisan “Epstein Files Transparency Act” nel novembre 2025, il Dipartimento di Giustizia (DOJ) ha pubblicato oltre 3 milioni di pagine di documenti, tra cui 2.000 video e 180.000 immagini. Questa rivelazione senza precedenti offre uno sguardo agghiacciante sulle attività di Jeffrey Epstein e sulla vasta portata del suo social network di alto profilo. I documenti rivelano un’inquietante vicinanza tra Epstein e alcune delle figure più influenti al mondo. Una ricerca condotta dall’AFP nei documenti ha rilevato che il nome del Dalai Lama è stato menzionato 154 volte, senza alcun riferimento a un suo incontro o a una sua interazione con Epstein. Anadolu Agency, ad esempio, riporta che il leader tibetano compare “decine di volte” e cita email del 2012 in cui si legge, tra l’altro, “I’m working on the Dalai Lama for dinner” [“Sto lavorando per avere il Dalai Lama a cena”] e “He can get us the Dalai Lama” [“Può procurarci il Dalai Lama”]. Giovedì, l’emittente televisiva statale China Global Television Network (CGTN) ha riferito che il termine “Dalai Lama” è apparso almeno 169 volte negli Epstein Files e ha menzionato un’e-mail in cui un mittente sconosciuto diceva a Epstein che stava pensando di andare a un evento a cui avrebbe dovuto partecipare il Dalai Lama. L’email menzionata da CGTN e visionata dall’AFP è stata inviata da una persona il cui nome è stato censurato, in cui scrive a Epstein: “Riguardo all’evento, ti ho detto quasi un mese fa sull’isola che il Dalai Lama sarebbe arrivato e che volevo andare lì per incontrarlo. Ma posso saltare questo evento se hai bisogno del mio aiuto oggi”. La persona scrive in una e-mail successiva: “…ora vado all’evento con il Dalai Lama”. Nelle e-mail non si fa alcun accenno al fatto che la persona abbia effettivamente incontrato o visto il Dalai Lama, che nel corso degli anni ha fatto numerose apparizioni pubbliche in tutto il mondo. La semplice menzione del nome di qualcuno nei documenti di Epstein non implica di per sé alcuna illecito da parte di quella persona. L’AFP non ha individuato alcun riferimento o suggerimento a un incontro tra il Dalai Lama ed Epstein. La Dichiarazione dell’Ufficio di Sua Santità il Dalai Lama – redatta l’8 febbraio 2026 – respinge le accuse distorte in relazione ai Epstein Files: “Alcuni recenti resoconti dei media e post sui social media riguardanti i “dossier Epstein” tentano di collegare Sua Santità il Dalai Lama a Jeffrey Epstein. Possiamo confermare inequivocabilmente che Sua Santità non ha mai incontrato Jeffrey Epstein né ha autorizzato alcun incontro o interazione con lui da parte di nessuno per conto di Sua Santità.” Si informa dunque che, a differenza di quello che vorrebbero i detrattori, non vi è nessuna presunta crisi dell’autorità morale di Sua Santità il Dalai Lama. Il novantenne premio Nobel per la Pace fuggì dalla capitale tibetana Lhasa all’età di 23 anni, temendo per la sua vita dopo che le truppe cinesi avevano represso una rivolta nel 1959, in seguito all’annessione del Tibet nel 1951 da parte di Mao Zedong. Ora vive in esilio nella città di Dharamsala, nell’India settentrionale, e guida una campagna per una maggiore autonomia dei tibetani, condannata dalla Cina, che definisce il leader spirituale un ribelle e un separatista. Ricordiamo invece che Epstein, tra i personaggi più oscuri del capitalismo globale, è stato condannato nel 2008 per aver indotto una minorenne alla prostituzione e morì suicida nel 2019 mentre era in prigione, accusato di traffico sessuale. Diversi personaggi pubblici di alto profilo sono stati coinvolti nell’ultima pubblicazione negli Stati Uniti di documenti collegati al finanziere: alcuni si sono dimessi dai loro incarichi e sono stati sottoposti a inchieste ufficiali e interrogatori pubblici.   Fonti: > The Epstein Files: Fact-Checking the Disinformation Against the Dalai Lama > Dalai Lama never met Epstein, Tibetan spiritual leader’s office says https://savetibet.org/statement-of-the-office-of-his-holiness-the-dalai-lama-on-epstein-files/ https://savetibet.org/wp-content/uploads/2026/02/20260209-hhdl-epstein-1.pdf Lorenzo Poli
February 10, 2026
Pressenza
Cina, Zhao Lijian: “Il rapimento del presidente Maduro è una grave violazione del diritto internazionale”
“Queste azioni egemoniche violano gravemente il diritto internazionale, ledono la sovranità del Venezuela e minacciano la pace e la stabilità in America Latina e nei Caraibi. La Cina si oppone fermamente”, ha affermato il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian. Ha sottolineato che “la Cina sostiene il Venezuela nella salvaguardia della sua sovranità, dignità e diritti legittimi ”. La nazione asiatica – ha affermato Lijian – “collaborerà con la comunità internazionale per sostenere fermamente gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite , aderendo ai principi fondamentali della moralità internazionale e difendendo l’equità e la giustizia internazionale”.   Redazione Italia
February 4, 2026
Pressenza
[Da Roma a Bangkok] Proteste contro gli investimenti cinesi nel mondo
La quantità di investimenti e infrastrutture sviluppate dalla Cina in giro per il mondo negli ultimi 20 anni è, in un certo qual modo, di dimensione epocale. In questa trasmissione, affrontiamo il tema delle conseguenze sociali, economiche e culturali che la costruzione di queste infrastrutture ha determinato sulle popolazioni, in particolare su quelle indigene o su quelle che vivono ai margini delle società o, ancora, su quelle che più semplicemente vivono in zone devastate dalle infrastrutture. Ci soffermiamo, soprattutto, sulle proteste che gli investimenti cinesi hanno ingenerato in America Latina, Africa e Asia.
January 28, 2026
Radio Onda Rossa