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La festa di Sankranti porta il Bangladesh a Ravenna
Per la prima volta la comunità bengalese di Ravenna celebra pubblicamente il proprio Capodanno tradizionale. Un evento che segna la crescita e il radicamento di una presenza silenziosa ma in costante aumento. Via Capodistria, quartiere periferico di Ravenna. Sabato 17 gennaio la comunità bengalese della città ha celebrato per la prima volta Sankranti, la tradizionale festa invernale che in Bangladesh segna il passaggio del sole dalla costellazione del Sagittario a quella del Capricorno, una sorta di Capodanno che coincide con l’inizio della stagione del raccolto. La data ufficiale sarebbe il 14 gennaio, ma a Ravenna hanno scelto il sabato successivo: una scelta pragmatica che dice molto sulla natura di questa comunità, profondamente inserita nei ritmi lavorativi della città. L’organizzazione è stata curata dall’associazione Dhaka, realtà attiva nel campo della mediazione culturale e dei laboratori doposcuola per i ragazzi bengalesi. Alla festa hanno partecipato il Comune di Ravenna e diverse associazioni interculturali del territorio. Una rete di collaborazioni che dice molto sul livello di integrazione raggiunto. Una comunità in crescita silenziosa I numeri raccontano una storia che spesso sfugge alla cronaca. Al 1° gennaio 2025, i cittadini bengalesi residenti in provincia di Ravenna erano 1.011, di cui 530 nella sola città capoluogo. Nel 2020 erano 682 in tutta la provincia, 388 a Ravenna città. In cinque anni la comunità è cresciuta del 48%, una crescita costante alimentata dai ricongiungimenti familiari e dall’arrivo di giovani in cerca di opportunità lavorative. La comunità bengalese rappresenta oggi il 2,1% degli stranieri residenti in provincia. Non è la prima – quella posizione spetta ai rumeni, seguiti da albanesi e nigeriani – ma è in espansione. Dopo Ravenna, le concentrazioni più significative si trovano a Cervia (231 residenti), Faenza (72) e Lugo (46). A livello regionale, l’Emilia-Romagna conta 14.288 bengalesi. Ravenna è in una posizione intermedia rispetto ai grandi poli: Roma con oltre 32.000 residenti, Milano con più di 10.000, Venezia con circa 8.000, Bologna con 5.000. Non è un grande polo, ma nemmeno una presenza trascurabile. Il lavoro prima di tutto Che la festa sia stata spostata al sabato dice molto sulla natura di questa comunità. I bengalesi di Ravenna lavorano e lavorano molto. Li troviamo nei ristoranti, nei bar, nei minimarket aperti fino a tarda sera, nei servizi. Sono quella presenza silenziosa ma costante che tiene in piedi pezzi importanti dell’economia cittadina. A livello nazionale, più della metà dei lavoratori bengalesi – il 58% – è inserita nel settore del commercio e della ristorazione, contro il 24% degli altri lavoratori non comunitari. Sono percentuali che si riflettono anche a Ravenna: negozi gestiti da bengalesi, ristoranti con turni lunghi, bar aperti quando tutto il resto è chiuso. Celebrare Sankranti di mercoledì 14 gennaio sarebbe stato impossibile per molti per impegni lavorativi. Il sabato offre almeno qualche ora di respiro, un margine per ritrovarsi senza sacrificare il lavoro che consente di mandare avanti le famiglie. Secondo la Banca d’Italia, il Bangladesh è il primo Paese beneficiario delle rimesse dall’Italia, ricevendo il 19,2% dei flussi in uscita. Una cifra enorme, che mostra quanto sia forte il legame con il Paese d’origine e quanto sia pesante la responsabilità di mantenere la famiglia qui e sostenere quella rimasta là. La scelta del sabato è anche una dichiarazione: siamo qui per lavorare, ci guadagniamo da vivere con fatica, ma vogliamo anche celebrare chi siamo. Vogliamo che i nostri figli sappiano che Sankranti esiste, che la nostra identità non si esaurisce dietro il bancone del minimarket. Il senso di una festa Sankranti è una delle feste più antiche del subcontinente indiano. Celebrata il 14 gennaio, come già detto segna il momento in cui il sole lascia il Sagittario ed entra nel Capricorno. È una festa legata ai cicli della natura, al raccolto, alla fertilità della terra. In Bangladesh assume il nome di Poush Sankranti o Sakrain. È una festa dedicata a Surya, signore dell’energia e della luce. Le famiglie si riuniscono, preparano dolci tradizionali, fanno volare aquiloni colorati, si scambiano doni e benedizioni. Per una comunità migrante, celebrarla significa mantenere vivo il legame con la terra d’origine, trasmettere alle nuove generazioni il senso di appartenenza a una cultura millenaria. Che questa festa sia stata celebrata per la prima volta pubblicamente a Ravenna ha un significato preciso: la comunità bengalese ha deciso di uscire dall’invisibilità. Non è più una presenza silenziosa, confinata nei luoghi di lavoro. È una comunità che rivendica il diritto di celebrare pubblicamente le proprie tradizioni, che vuole contribuire alla vita culturale della città. L’associazione Dhaka: mediazione e futuro L’associazione Dhaka rappresenta uno di quei nodi essenziali che tengono insieme una comunità migrante. La mediazione culturale è il primo campo d’azione: aiutare i connazionali a orientarsi nella burocrazia italiana, nelle scuole, nei servizi sanitari, nel mercato del lavoro. I laboratori doposcuola sono l’altra attività fondamentale. I ragazzi di seconda generazione, nati in Italia o arrivati da piccoli, vivono in una condizione di bilinguismo e biculturalismo. Il doposcuola è lo spazio dove possono rafforzare la lingua italiana, ma anche mantenere vivo il bengalese, imparare a leggere e scrivere nella lingua dei genitori, conoscere la storia e la cultura del Bangladesh. La comunità bengalese in Italia è caratterizzata da una forte prevalenza maschile – circa il 70% – e da un’età media molto giovane, attorno ai 30 anni. Sono uomini che arrivano per lavorare, poi arrivano le mogli e i figli attraverso i ricongiungimenti familiari. I bambini crescono tra due culture, parlano italiano a scuola e bengalese a casa. L’associazione Dhaka lavora su questo tessuto fragile e vitale, cercando di creare spazi di incontro, di supporto, di elaborazione collettiva. La festa di Sankranti è il momento in cui tutto questo diventa visibile, in cui la comunità si mostra alla città. Il Bangladesh e Ravenna: non solo migranti Il Bangladesh a Ravenna non è solo immigrazione. Esiste anche una dimensione commerciale. Nel 2021 il Terminal Container Ravenna ha inaugurato una linea navale diretta con Chattogram, il principale porto del Bangladesh. È l’unica linea diretta in Italia, un collegamento strategico che colloca Ravenna come gateway privilegiato per gli scambi tra il Bangladesh e l’Europa. La scelta di Ravenna non è casuale: il porto ha una posizione baricentrica per le aziende del nord Italia, un efficiente sistema di retroporto e ottimi collegamenti ferroviari verso Germania, Svizzera, Austria e Benelux. La linea diretta riduce i tempi di transito a 18-20 giorni, circa la metà rispetto alle rotte tradizionali. Un vantaggio enorme per le industrie del tessile e dell’abbigliamento, settori nei quali il Bangladesh è tra i principali produttori mondiali. Questa connessione commerciale non ha un rapporto diretto con la crescita della comunità bengalese residente – le dinamiche migratorie rispondono ad altre logiche – ma crea un contesto in cui il Bangladesh è presente a Ravenna non solo attraverso le persone, ma anche attraverso le merci e gli scambi economici. È una presenza multidimensionale. Una festa che parla al futuro La festa di Sankranti a Ravenna è un evento piccolo: poche centinaia di persone riunite in via Capodistria in un sabato pomeriggio per celebrare una ricorrenza che la maggior parte dei ravennati ignora, ma è un evento denso di futuro. Dice che una comunità esiste, cresce, si radica. Dice che Ravenna è una città sempre più plurale. Dice che l’integrazione non è cancellazione, ma capacità di mantenere vive le proprie tradizioni mentre si costruisce una vita nuova. E dice anche che questa integrazione si costruisce nei margini, negli spazi ritagliati tra un turno e l’altro, nel sabato scelto al posto del mercoledì perché quel giorno si lavora. È un’integrazione laboriosa, nel senso più letterale del termine. La presenza del Comune, della Casa delle Culture e delle associazioni mostra che esiste uno spazio pubblico dove questa pluralità può esprimersi. Non è scontato. È il frutto di un lavoro paziente, di mediazioni, di costruzione di fiducia reciproca. I 1.011 bengalesi di Ravenna sono mille persone che vivono, lavorano, crescono figli, pagano tasse, frequentano scuole, aprono negozi, pregano nelle moschee, celebrano le loro feste. Sono parte del tessuto sociale della città, anche quando restano invisibili. La festa di Sankranti è un modo per dire: guardate, siamo qui. E il fatto che la città abbia risposto, partecipando, sostenendo, riconoscendo, è forse il segnale più importante di tutti.   Tahar Lamri
Venezuela, Cina incontra presidente Rodriguez e conferma condanna intervento USA: “Immediata liberazione di Maduro e Cilia Flores”
Il Ministero degli Esteri cinese ha ribadito venerdì 9 gennaio 2026 che, qualunque cosa accada in Venezuela, Pechino continuerà a sostenere il Paese sudamericano nella difesa della sua sovranità e sicurezza nazionale. “La Cina continuerà a sostenere fermamente il Venezuela nella salvaguardia della sua sovranità, dignità e sicurezza nazionale, indipendentemente da come evolverà la situazione politica”, ha dichiarato la portavoce del Ministero degli Esteri cinese Mao Ning in una conferenza stampa. Il funzionario ha affermato che Pechino ha mantenuto una comunicazione e una cooperazione “solide” con Caracas, e che il suo paese “è profondamente impegnato ad approfondire la cooperazione pratica e a promuovere lo sviluppo comune.” La Cina, che negli ultimi anni ha mantenuto stretti rapporti con il Venezuela, ha condannato l’intervento statunitense nel paese e ha chiesto il rilascio immediato del presidente Nicolás Maduro e della first lady Cilia Flores. La Presidente vicaria del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha incontrato l’ambasciatore cinese, Lan Hu, alla vigilia e ha sottolineato la “posizione ferma e coerente della Cina nel condannare fermamente la grave violazione del diritto internazionale e della sovranità venezuelana.” La portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, aveva precedentemente riaffermato che il Venezuela è uno “stato sovrano che esercita continuamente piena sovranità sulle proprie risorse naturali e sull’attività economica nel loro complesso.” Ha inoltre descritto le azioni del governo degli Stati Uniti come una “grave violazione del diritto internazionale” che minaccia la sovranità della nazione sudamericana e ne viola i diritti fondamentali. https://www.eluniversal.com/internacional/223836/china-mantendra-su-apoyo-a- venezuela-sin-importar-como-evolucione-la-situacion-politica   Ulteriori Informazioni: https://contropiano.org/news/internazionale-news/2026/01/15/venezuela-la-reazione-cinese-0190742 Lorenzo Poli
Afghanistan, la Notte di Yalda, simbolo di resistenza, speranza e fiducia
Nell’accelerazione delle situazioni tragiche che il mondo sta vivendo in questo periodo, che rende ancon più lontano e dimenticato l’Afghanistan, l’oppressione delle donne e la fame del suo popolo, sono proprio le donne a continuare a resistere nonostante tutto. Non con atti di resistenza eclatanti, ma semplicemente continuando a vivere e a sperare nel futuro con coraggio e fiducia. Ecco la testimanianza delle ragazze di una delle organizzazioni femminili che il CISDA sostiene, che nella notte di Yalda hanno festeggiato e hanno voluto condividere con noi il resoconto dell’evento. Il loro desiderio di condividere all’esterno i loro momenti di gioia resistente ci conferma ancora una volta la necessità della nostra solidarietà e la loro richiesta di continuare a “vederle” nonostante tutti i tentativi di cancellarle. “Speriamo che leggendo il resoconto e guardando le foto, vi sembrerà di essere state con noi. Questo incontro ha portato nuova energia e motivazione sia ai nostri insegnanti che alle nostre studentesse, poiché nelle circostanze attuali eventi di questo tipo sono rari per le donne”, hanno scritto. In un momento in cui le donne e i giovani in Afghanistan stanno attraversando uno dei periodi più difficili e dolorosi della loro vita, preservare la cultura, l’identità e le pratiche tradizionali della comunità è diventato vitale ed estremamente impegnativo. Le continue restrizioni e le prolungate difficoltà hanno profondamente influenzato il benessere psicologico ed emotivo della società, in particolare di donne e giovani, spingendo molti all’isolamento, alla disperazione e alla privazione. In tali circostanze, la graduale erosione di tradizioni culturali di lunga data rappresenta una delle conseguenze più angoscianti della situazione attuale. Purtroppo, le autorità attuali si oppongono all’osservanza di molte occasioni culturali e sociali che il popolo dell’Afghanistan e dell’Asia centrale celebra da generazioni, consentendo che solo gli eventi religiosi siano celebrati ufficialmente. Questo approccio ignora il profondo significato sociale ed emotivo che queste giornate culturali rivestono per le comunità.  La Notte di Yalda, nota anche come Notte Chella, è una di queste tradizioni significative e amate e riveste particolare importanza per le donne afghane in quanto simbolo di calore, solidarietà, speranza e connessione umana. Consapevoli di questa realtà e con l’obiettivo di creare momenti di sollievo e gioia, anche se brevi, abbiamo organizzato un incontro per le donne in occasione della Notte di Yalda. L’evento intendeva offrire alle partecipanti l’opportunità di allontanarsi dalle pressioni, dalle restrizioni e dal dolore quotidiani e di riconnettersi con un senso di felicità e unione. L’atmosfera dell’incontro era carica di calore, colore, vita e speranza. Donne e ragazze hanno partecipato indossando abiti colorati, con particolare attenzione al rosso, simbolo di vitalità e calore tradizionalmente associati alla Notte di Yalda. I sorrisi sui volti delle donne, la gioia visibile tra le giovani partecipanti e l’energia sincera nella sala hanno creato un ambiente profondamente accogliente e stimolante.  Nonostante le difficoltà, i partecipanti hanno ballato liberamente, applaudito ritmicamente ed espresso la loro gioia dal profondo del cuore. In linea con le tradizioni di Yalda, sono stati preparati e condivisi tra i partecipanti una varietà di frutta invernale e rinfreschi, tra cui olive, melograni, anguria e un dolce tradizionale afghano (shola). Letture di poesie dallo Shahnameh di Ferdowsi e versi di Hafez hanno arricchito la dimensione culturale e spirituale dell’incontro. Si è svolta anche la divinazione, un’usanza molto amata soprattutto dai giovani durante la Notte di Yalda, accolta calorosamente. La musica ha avuto un ruolo centrale nella celebrazione. Le ragazze hanno eseguito l’”Attan” (danza tradizionale locale), hanno cantato insieme ed eseguito con passione la canzone “Bella Ciao”. Balli di gruppo, canti collettivi e momenti di gioia condivisa riflettevano il profondo bisogno di donne e giovani di spazi sicuri in cui poter esprimere emozioni, felicità e solidarietà. Durante il programma è stato anche spiegato il significato storico e simbolico della Notte di Yalda. I partecipanti hanno appreso che Yalda affonda le sue radici nella vita agricola, quando le persone celebravano la vittoria della luce sulle tenebre e il graduale allungamento delle giornate. In questo contesto, Yalda è stata presentata come simbolo di speranza, un promemoria per le ragazze e i giovani afghani che nessuna oscurità dura per sempre e che la luce tornerà inevitabilmente. L’incontro si è concluso con un messaggio forte: in questi tempi difficili, la resilienza delle donne e dei giovani, la loro resistenza all’ignoranza e la loro continua lotta per rivendicare i propri diritti umani, sociali e culturali rimangono essenziali. Per noi, la Notte di Yalda non è stata solo una celebrazione, ma un simbolo di resistenza, speranza e fiducia in un futuro migliore per l’Afghanistan. *La Notte di Yalda è un’antica festa persiana celebrata nella notte più lunga dell’anno (tra il 20 e il 21 dicembre), che segna il solstizio d’inverno e simboleggia la rinascita della luce, la speranza e la vittoria sull’oscurità. Le famiglie si riuniscono per stare sveglie fino a tardi, mangiando melograni e angurie (simboli di luce e vita), frutta secca, dolci, leggendo poesie (soprattutto di Hafez) e raccontando storie, celebrando l’unione, la felicità e l’arrivo dei giorni più lunghi. CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
Nella Giornata contro i prodotti monouso, le comunità rompono con la cultura dell’usa e getta
> 6 gennaio 2026 – #RefuseSingleUseDay mette in luce un’idea semplice che sembra > quasi antiquata: smettere anzitutto di trattare le cose come oggetti usa e > getta. Dai sacchetti di plastica ai bicchieri di carta, fino agli imballaggi > di origine biologica ingannevoli, gli articoli monouso continuano a mettere a > dura prova gli ecosistemi e la gestione dei rifiuti. La campagna chiede un cambiamento sistemico che ci allontani dall’economia del “prendi-produci-spreca” che ci ha portato alla tripla crisi planetaria dell’inquinamento, della perdita di biodiversità e del cambiamento climatico. Il riutilizzo offre un approccio molto più concreto e numerose comunità stanno dimostrando che funziona. I sistemi di riutilizzo si basano su prodotti durevoli e imballaggi privi di sostanze tossiche progettati per cicli di utilizzo ripetuti. Ciò riduce i rifiuti alla fonte, diminuisce la dipendenza da costosi sistemi di smaltimento, preserva le risorse naturali e sostiene l’economia locale con posti di lavoro ecosostenibili. In tutto il mondo, iniziative locali dimostrano come il riutilizzo possa funzionare nella pratica. In Asia, il sistema di ricarica Kuha sa Tingi (prendi piccole quantità) nelle Filippine, i banchi di noleggio stoviglie in India, i servizi di stoviglie riutilizzabili a Hong Kong e il Refillables Dong Day in Vietnam dimostrano che il riutilizzo può adattarsi a molti contesti culturali ed economici. In gran parte del Sud del mondo, il riutilizzo e la ricarica non sono affatto idee radicali. Non molto tempo prima che le aziende introducessero i prodotti monouso nelle nostre case, le persone riempivano i propri contenitori nei negozi di quartiere, prendevano in prestito oggetti condivisi per le riunioni e tramandavano oggetti usati di generazione in generazione. Queste abitudini di lunga data dimostrano che il riutilizzo è pratico, modellato dalle conoscenze locali e protegge l’identità culturale. Il recente afflusso di investimenti e il sostegno politico stanno semplicemente contribuendo a diffondere modelli che hanno funzionato per generazioni. Sebbene queste pratiche non siano mai scomparse in molte parti del mondo, l’Europa sta ora dimostrando come le politiche e gli investimenti possano portare il riutilizzo su scala cittadina: le politiche municipali, le infrastrutture condivise e programmi come Elevating Reuse in Cities (ERIC) e RSVP Reuse Blueprint stanno trasformando i progetti pilota in soluzioni su scala cittadina con sistemi di deposito e restituzione e strategie di appalto pubblico che creano posti di lavoro ecosostenibili a livello locale. Rapporti come The Economics of Reuse Systems (L’economia dei sistemi di riutilizzo) e Unpacking Reuse in Asia (Il riutilizzo in Asia) illustrano i vantaggi sociali ed economici del riutilizzo. Citando iniziative imprenditoriali, i rapporti raccomandano politiche più incisive che includano tasse di Responsabilità Estesa del Produttore che contribuiscano a finanziare le infrastrutture di riutilizzo e attribuiscano chiare responsabilità ai produttori e alle autorità pubbliche. “Il riutilizzo non può essere considerato solo come un progetto pilota, ma deve diventare la nuova norma nei sistemi di produzione e consumo. Inoltre, diversi paesi del Sud-Est asiatico hanno già stabilito delle tabelle di marcia nazionali che possono costituire una solida base in linea con gli obiettivi di riduzione dei rifiuti del Trattato Globale sulla Plastica” sottolinea Rahyang Nusantara di Dietplastik Indonesia, co-convocatore dell’Asia Reuse Consortium, una rete collaborativa di organizzazioni della società civile, imprese e funzionari governativi dedicata alla promozione del riutilizzo come alternativa sostenibile agli imballaggi monouso. Il 6 gennaio ricorre il Refuse Single-Use Day, un’iniziativa globale lanciata nel 2023 per contrastare la nostra cultura dell’usa e getta. La campagna unisce imprese, governi, organizzazioni della società civile e giovani per sfidare le norme dell’usa e getta. Piuttosto che sostituire un flusso di rifiuti con un altro, invita a ridurre la dipendenza da tutti i materiali monouso, siano essi plastica, carta o alternative di origine biologica. Promuovendo sistemi di riutilizzo reali e modulabili, il movimento sostiene il passaggio da un’economia basata sul modello “prendi-produci-spreca” a un futuro fondato sul riutilizzo autentico e sullo zero rifiuti. Quest’anno segna anche un traguardo importante: il secondo anniversario dell’Asia Reuse Consortium, una forza chiave nel promuovere la collaborazione sul riutilizzo in tutta la regione. Un percorso più trasparente da seguire inizia con il finanziamento delle infrastrutture di riutilizzo, l’allineamento su standard condivisi e la diffusione di soluzioni locali che stanno già dimostrando il loro valore. Se fatto bene, il riutilizzo non solo riduce i rifiuti, ma protegge gli ecosistemi e crea posti di lavoro ecosostenibili con una reale capacità di resistenza. Un futuro più sano non è una pia illusione, è pratico, è fattibile ed è a portata di mano. Ricordate: scegliete sempre il riutilizzo (#ChooseReuse). -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI STELLA MARIS DANTE GAIA
Indonesia: il lato oscuro del boom del nichel
> LA TRANSIZIONE ENERGETICA HA BISOGNO DI NICHEL, L’INDONESIA LO PRODUCE. I > DIRITTI DEI LAVORATORI, LA SALUTE E L’AMBIENTE NE PAGANO LE CONSEGUENZE. Senza i metalli la transizione energetica non può andare avanti. Per le auto elettriche, gli accumulatori a batteria, i collettori solari e le turbine eoliche, il mondo ha bisogno soprattutto di litio, cobalto e nichel. È noto che il litio e il cobalto vengono spesso estratti in condizioni dannose per l’ambiente e discutibili dal punto di vista dei diritti umani. Lo stesso sembra valere per il nichel. Il più grande produttore mondiale di nichel è l’Indonesia, seguita dalle Filippine. Minerali ricchi di nichel sono particolarmente abbondanti sull’isola indonesiana di Sulawesi. Dal 2020 vige in Indonesia il divieto di esportarlo, perché il paese stesso vuole raffinare i propri minerali e così trattenere una quota maggiore del valore aggiunto. Nelle remote isole dell’Indonesia orientale sono sorti grandi parchi industriali. ANCORA UNA VOLTA: UN LAVORO MASSACRANTE IN TERRA STRANIERA Il boom del nichel indonesiano è sostenuto in modo significativo dalle aziende cinesi, che forniscono il know-how necessario all’Indonesia per la produzione di ghisa grezza di nichel. Decine di migliaia di lavoratori migranti cinesi lavorano nelle fonderie e nelle raffinerie lontano dalle loro famiglie in condizioni estreme. Molti provengono da regioni strutturalmente deboli della Cina. L’Indonesia è spesso l’unica alternativa, perché in Cina sempre più acciaierie stanno chiudendo. Per il lavoro che svolgono in Indonesia percepiscono salari due a tre volte superiori a quelli del loro paese. W.H. Wong, del quale  la rivista statunitense «Grist» racconta in un reportage, è uno di loro. È originario della provincia di Shanxi. Il giornalista che vi arriva per incontrare Wong, dipinge un quadro desolante: ciminiere grigie, strade deserte, negozi chiusi. Peró, rispetto alle miniere di nichel indonesiane, sembra quasi un luogo allegro. Per raggiungere il suo posto di lavoro nel Weda Bay Industrial Park, nelle Molucche settentrionali, Wong impiega 36 ore, tanto è isolato il sito. Come molti cinesi, prima di iniziare a lavorare lì, non possedeva nemmeno un passaporto. A Weda Bay, Wong guida un team di nove lavoratori cinesi e 16 indonesiani in turni di 12 ore. Una prestazione di lavoro dura sei mesi, dopodiché ha due settimane di ferie. PER VIA DELLE «DIFFERENZE CULTURALI» IMPRIGIONATI SUL POSTO DI LAVORO La maggior parte del personale indonesiano lavora in condizioni ancora peggiori, con salari più bassi e ancora meno alternative sul mercato del lavoro. I piú vivono in baracche costruite in fretta nei villaggi vicini, che difficilmente riescono a far fronte all’afflusso. Mancano le infrastrutture. I villaggi e le strade sono sommersi dai rifiuti. Questa forza motrice della transizione energetica è in gran parte invisibile. I lavoratori cinesi vivono di solito in appartamenti all’interno degli impianti. La loro libertà di movimento è fortemente limitata. In un altro parco industriale, Morowali, possono lasciare l’impianto solo per due ore al giorno, a causa delle «differenze culturali», come spiega il gestore a «Grist». Fino a poco tempo fa, ai lavoratori cinesi venivano regolarmente ritirati i passaporti. Ci sono resoconti di lavori forzati. UNA VITA PERICOLOSA All’inizio di ogni turno, Wong informa sulle norme di sicurezza, mentre un interprete traduce per i suoi colleghi indonesiani. Il lavoro è duro, le condizioni di lavoro sono pericolose, gli incidenti frequenti. Ustioni e malattie respiratorie sono all’ordine del giorno. A Natale del 2023 si è verificato un grave incidente. Nel parco industriale di Morowali sono esplose delle sostanze chimiche quando, durante una riparazione, si è verificata una fuoriuscita di scorie incandescenti. Sono morti 21 lavoratori. L’incidente ha impressionato Wong. «Sarebbe potuto capitare a me», dice. La tragedia ha attirato per la prima volta l’attenzione sugli standard di sicurezza inadeguati e sulla mancanza di controlli in questo settore in rapida crescita. Da allora non è cambiato molto, riferisce un rappresentante anonimo dell’organizzazione delle Nazioni Unite ILO (International Labour Organisation). Organizzazioni non profit locali e internazionali hanno cercato di migliorare le condizioni di lavoro. Ci sono stati incontri con il governo indonesiano e la società mineraria Tsingshan ma ciò nonostante, i tentativi di migliorare gli standard lavorativi e ambientali procedono a rilento. Sebbene ora esista un sistema di gestione dei rifiuti, esso non è in grado di smaltire la quantità di scarti prodotti nell’area circostante gli impianti. Un programma volto a migliorare la sicurezza sul lavoro non è stato nemmeno avviato, poiché i finanziamenti provenienti dagli Stati Uniti sono stati tagliati nell’ambito delle misure di risparmio «Doge» di Elon Musk. DANNI AMBIENTALI E ALLA SALUTE – NONOSTANTE INVESTIMENTI DI MILIARDI Fuori dai parchi industriali si constatano le conseguenze della rapida crescita dell’industria del nichel. Un rapporto ambientale interno del parco industriale Morowali, di cui «Grist» ha preso visione, elenca numerose malattie respiratorie tra i dipendenti e la popolazione nelle vicinanze. Molti villaggi sono cresciuti notevolmente a causa dell’immigrazione. Nonostante gli investimenti di miliardi, spesso non dispongono né di un sistema fognario né di acqua potabile pulita. Molti bambini sarebbero malnutriti, afferma uno degli autori, che desidera rimanere anonimo come tutti coloro con cui «Grist» ha parlato. Nel febbraio 2025, la «SRF» (la Radio e televisione svizzera n.d.T.) ha scritto di deforestazione, inquinamento ambientale e danni alle zone costiere. Nonostante lo sviluppo che il complesso di Morowali significa per questa zona remota, la popolazione locale è «molto preoccupata per i rischi ambientali» di un ampliamento previsto. Se non verrà coinvolta, la resistenza potrebbe essere enorme, avverte il reportage. Ciò sembra essere giunto all’attenzione della politica. Secondo «Grist», nel giugno 2025 il Ministero dell’Ambiente indonesiano ha riscontrato «gravi violazioni» e ha avviato un procedimento per inquinamento idrico e atmosferico e attività edilizia non autorizzata. Gli operatori del parco industriale di Morowali ribadiscono invece la loro conformità alla legge. L’Indonesia ha in programma la realizzazione di ulteriori impianti. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI ANNA SETTE. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. INFOsperber
Peggiorano le relazioni diplomatiche tra Bangladesh e India
> Le relazioni diplomatiche tra Bangladesh e India hanno raggiunto un livello di > deterioramento senza precedenti. Reciproche accuse, sia a livello pubblico che > diplomatico, hanno ulteriormente raffreddato i rapporti. La situazione è > degenerata al punto che, a partire dal 22 dicembre, entrambi i Paesi hanno > annunciato ufficialmente la sospensione dei normali servizi di rilascio dei > visti. L’escalation di tensione tra i due Paesi vicini ha suscitato profonda > preoccupazione in tutta la regione. Questa “guerra fredda” senza precedenti nelle relazioni amichevoli di lunga data è palpabile da diversi mesi. L’instabilità, iniziata dopo la caduta del governo di Sheikh Hasina, ha acquisito nuovo slancio a causa di una serie di eventi recenti. I legami fraterni e di vicinato hanno subito una forte tensione dopo la transizione politica in Bangladesh il 5 agosto. L’India ha espresso grave preoccupazione per la sicurezza delle comunità di minoranze, in particolare per quanto riguarda l’arresto del leader dell’ISKCON (Associazione internazionale per la coscienza di Krishna) Shri Chinmoy Krishna Das Brahmachari. In risposta, in Bangladesh sono emerse accuse di interferenza indiana, alimentando il risentimento dell’opinione pubblica. Il 12 dicembre Sharif Osman Hadi, portavoce dell’Inqilab Mancha (gruppo studentesco dell’Università di Dhaka fondato dopo la Rivoluzione di luglio 2024) , è rimasto gravemente ferito dopo essere stato colpito alla testa da malviventi a Dhaka. È deceduto il 18 dicembre mentre era in cura a Singapore. Il sospetto e l’indignazione dell’opinione pubblica si sono intensificati quando sui social media sono circolate foto che suggerivano che il “terrorista identificato” che aveva attaccato Hadi fosse riuscito a eludere i servizi segreti e le forze dell’ordine del Bangladesh per fuggire tranquillamente oltre il confine con l’India. In relazione all’incidente di Hadi, varie organizzazioni riunite sotto la bandiera “July Oikya” hanno organizzato una lunga marcia verso l’Alta Commissione Indiana a Dhaka il 17 dicembre per presentare un memorandum. I manifestanti hanno criticato aspramente l’attuale posizione dell’India nei confronti del Bangladesh. Il 17 dicembre la polizia ha fermato un gruppo di manifestanti che marciavano verso l’Alta Commissione Indiana nella zona di Gulshan a Dhaka, chiedendo il ritorno del primo ministro destituito Sheikh Hasina e di altri che erano fuggiti durante e dopo la rivolta di luglio dello scorso anno. In risposta agli sviluppi a Dhaka, varie organizzazioni Hindutva (ideologia politica di stampo nazionalista, nativista e islamofobica sviluppata da Vinayak Damodar Savarkar) e civiche indiane hanno organizzato imponenti proteste e manifestazioni davanti all’Alta Commissione del Bangladesh a Nuova Delhi e alla Vice Alta Commissione a Calcutta. Durante queste proteste indiane, secondo quanto riferito, la bandiera nazionale del Bangladesh è stata profanata. Sono stati intonati slogan che chiedevano la protezione delle minoranze in Bangladesh. Le manifestazioni di protesta continuano in varie parti dell’India. Centinaia di persone si sono radunate davanti all’Alta Commissione del Bangladesh a Delhi il 22 dicembre per protestare contro il linciaggio di un uomo indù, Dipu Chandra Das, in Bangladesh. Oltre ai disordini popolari, sono state adottate misure diplomatiche di ritorsione. Il Ministero degli Affari Esteri del Bangladesh ha convocato l’Alto Commissario indiano Pranay Verma per protestare contro l’attacco al Consolato del Bangladesh ad Agartala e contro quella che hanno definito “disinformazione” diffusa dai media indiani. Da parte sua, il Ministero degli Affari Esteri indiano ha convocato l’Alto Commissario ad interim del Bangladesh per chiedere la sicurezza delle minoranze e la protezione delle installazioni indiane all’interno del Bangladesh. Dhaka continua a considerare le ripetute espressioni di preoccupazione dell’India per la sicurezza degli indù come un’ingerenza nei suoi affari interni. Il diffondersi di voci e informazioni provocatorie sui social media sta ulteriormente aumentando le tensioni tra la popolazione di entrambi i paesi. Attualmente, la sospensione del rilascio dei visti per i viaggi tra India e Bangladesh ha messo in grave difficoltà i cittadini comuni che necessitano di cure mediche o desiderano visitare i propri familiari. Gli osservatori internazionali che monitorano entrambi i Paesi ritengono che un rapporto sano tra questi due vicini sia essenziale per la stabilità geopolitica dell’Asia meridionale. Per ora, entrambi i governi sembrano adottare una politica di “attesa e osservazione”. -------------------------------------------------------------------------------- L’autore: Sheikh Arif della redazione Pressenza di Dhaka     -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dall’inglese di Stella Maris Dante. Revisione di Thomas Schmid.. Pressenza বাংলাদেশ
Jan Barry, veterano del Vietnam: “Facevo tante domande e nessuno mi rispondeva”
Jan è nato in un luogo incantato nell’Upstate NY, nella regione dei Finger Lakes, in piena Seconda Guerra Mondiale. Il padre e lo zio erano arruolati nella Marina americana e la sua visione della società militare era più che positiva. Gli piacevano l’avventura, l’azione, l’adrenalina, tanto che scelse di entrare in un’accademia militare. Ma presto i conti non tornarono e Jan decise di rinunciare a una brillante carriera come marconista dell’aviazione e a tutto ciò che avrebbe comportato – privilegi, status sociale ed economico, potere. Si scoprì poeta, illustratore, scrittore e giornalista. Fu in prima linea a denunciare la follia della guerra e tra i primi a coglierne gli effetti devastanti sull’ambiente e su chi lo abita. È tra i fondatori dello storico gruppo Vietnam Veterans Against the War e membro di Veterans for Peace. Da mezzo secolo sei impegnato contro il militarismo e promuovi pace e dialogo, ma so che sei arrivato a questa risoluzione attraverso un percorso diverso da altri tuoi coetanei ex soldati e oggi incalliti pacifisti. Ripercorriamo insieme la trasformazione? Nel 1950, quando avevo 7-8 anni, davano un programma in televisione che mostrava quanto era bella la vita all’accademia militare di West Point. Era una rappresentazione totalmente artefatta, ma agli occhi di un bambino risultava piena di fascino. Negli stessi anni, sempre con grande enfasi, mostravano il nostro Presidente Truman, che si diplomava a West Point. Frequentare West Point per me era diventato il sogno da realizzare e appena fui abbastanza grande ci provai. Andò male: non mi convocarono. Il consulente scolastico mi convinse che avrei dovuto costruirmi un curriculum migliore frequentando l’università. Seguii il consiglio, ma dopo mesi non ero ancora stato accettato. In più l’università mi annoiava da morire. Decisi di raggiungere la vita militare dal basso; inoltre se ti arruolavi spontaneamente avevi la possibilità di un percorso formativo: mi proposero di diventare marconista. Eravamo nel 1962; di li a poco scoppiò la crisi con Cuba ed ebbi la prima crisi esistenziale, o forse dovrei dire di comprensione. Avevamo sì e no quattro nozioni di radiofrequenze e ci dissero che avremmo dovuto salvare la nazione. A quelli della fanteria dissero che sarebbero andati a proteggere le coste della Florida. Noi alle scrivanie e loro in spiaggia contro le testate nucleari? Assurdo. Le due crisi rientrarono. Al termine della formazione arrivò la chiamata per il Vietnam; era il 1963. Nessuno all’epoca aveva mai sentito parlare di quel Paese asiatico. Andai in biblioteca a documentarmi, ma trovai poco: una ex colonia della Francia, nient’altro. Lì operai alla radio dell’aviazione per dieci mesi e “finalmente” fui convocato a West Point. Direi che sei un tipo cocciuto, che quando vuole una cosa insiste finché non la ottiene. Sì, ma arrivai all’accademia con la testa piena zeppa di domande. Ero convinto che almeno lì i superiori mi avrebbero ascoltato e risposto. Niente di tutto ciò. Sembrava che nessuno volesse vedere come stavano davvero le cose; la chiamavano “la grande avventura”. Altro che avventura: stavamo portando la guerra, volevamo impossessarci del loro Paese. Quando nel 1964 ci fu l’incidente del Golfo del Tonchino la Casa Bianca fu prontissima a dichiarare guerra – finalmente avevano la scusa che cercavano. Ignorarono a piè pari tutto quanto avevamo fatto nei due anni precedenti. Avevamo importato dal New Jersey un presidente che agiva per nostro conto da perfetto dittatore; i vietnamiti venivano mandati a combattere contro i “ribelli” e noi dall’alto li “sostenevamo” bombardandoli. Più volte, giustamente, i nostri alleati si ribellavano perché il rischio di morte per loro era altissimo. La stessa tecnica fu poi utilizzata qualche anno dopo usando i soldati americani. Oddio, è spaventoso! E l’incidente? Sempre la stessa storia? Finisco di raccontarti di West Point perché fu lì che il mio sogno si infranse definitivamente. Le mie domande cadevano nel nulla. Era frustante. Molto tempo dopo persino il mio compagno di camera mi confessò che ciò che dicevo, le mie continue critiche le sentiva benissimo, ma per crederci, per capirle, aveva dovuto andare laggiù. Inoltre si faceva ogni giorno più chiaro che se avessi continuato mi sarei presto ritrovato a mentire a giovani reclute destinate al Vietnam. Avevo firmato un impegno con l’accademia di tre anni; me ne mancava ancora uno. Il meglio che potevo fare era resistere, ma non ci riuscii. Capii che non era la cosa giusta: come potevo stare lì a bighellonare facendo finta che fosse tutto ok? Mi punirono assegnandomi a un battaglione di fanteria che si stava preparando per il Vietnam. Ma le cose andarono per le lunghe e alla fine non ci ritornai. E poi scoppiarono le proteste di massa? Sì, ma nel 1964 non avevo la minima idea che ci fosse un movimento pacifista già attivo; la mia fu una decisione presa in autonomia. Anzi, tutta quella protesta mi rimase estranea ancora a lungo; andare in piazza a esibire cartelli mi sembrava ridicolo e non ero nemmeno in contatto con altri che come me avevano lasciato l’esercito. Però sei tra i fondatori di Vietnam Veterans Against the War. Quando fu fondato il gruppo? Capitò piuttosto per caso. A questo punto, siamo nel 1967 a New York, in un’imponente manifestazione di piazza; mi ero fatto qualche amico e uno di noi si era messo al collo un cartello con scritto sopra “Vietnam Veterans Against The War”. Poi notai altri che esibivano cartelli, fatti bene, con scritto “Vietnam Veterans for Peace”. Incuriosito ne fermai uno, che però mi parve che del Vietnam sapesse poco; in compenso scoprii che quella era una vera organizzazione di pacifisti, già molto grande. Qualche giorno dopo ci ritrovammo in sei nel mio appartamento e fondammo il nostro gruppo. Volevate distinguervi da quegli altri? All’inizio non ci definivamo pacifisti. Noi eravamo arrabbiati perché il governo ci aveva mentito e ci aveva usati, mandandoci a compiere missioni impossibili, suicide. Ci occorse del tempo per capire che ogni guerra è sbagliata e abbracciare tutto quel movimento di rivendicazioni sociali e diritti con cui ci confrontavamo quasi quotidianamente. Non eravamo inseriti, eravamo litigiosi e polemici. Una volta, ricordo, andammo anche noi a un convegno in un campus universitario, dove i relatori, che erano arrivati persino dall’estero, dissero che tutte le guerre sono da rifiutare. Reagimmo con sdegno e indignazione e ne nacque un ampio dibattito. Quello scontro credo servì a tutti; a noi sicuramente. Perché facevate così fatica a interagire con gli altri? In verità eravamo borderline un po’ verso l’intera società. All’epoca non si parlava di sindrome da stress post traumatico, ma tutti ne eravamo affetti. Mi sembrava che la rabbia mi galleggiasse sempre intorno, finché all’improvviso non mi afferrava e allora … non c’era più niente che potessi fare. Si poteva scaricare verso l’esterno, contro il cane, un familiare, chiunque fosse a tiro, ma era peggio e allora la maggior parte finiva col dirigerla verso se stessi. Insieme ad alcool e droga era un grave problema. È vero che in Vietnam girava molta droga? Si, l’eroina. Molti ne diventarono dipendenti. Misteriosamente tutto iniziò dopo lo strano incidente del Tonchino… Prima, quando ero là io, non si era mai vista droga circolare tra i soldati. Fu la CIA a portarla. Da piccolo volevi fare il soldato e da grande hai fatto il poeta… Direi che non fa una grinza. Ho letto alcune delle tue poesie e mi sono piaciute. Il Vietnam arriva diretto ancora oggi, forte e chiaro. La poesia si è rivelata capace di esprimere l’essenza di ciò che avevo vissuto e il pubblico ha iniziato a reagire a ciò che scrivevo. É stata una rivelazione. Direi che siamo in chiusura. Ti chiedo un messaggio per i giovani che stanno attraversando un periodo politicamente e socialmente turbolento. Quando iniziai a lavorare come giornalista per un quotidiano locale dovevo riportare fatti che mi parevano noiosi, tipo l’ultima delibera del Consiglio Comunale, la riunione del comitati di quartiere, dell’opera di beneficenza, e cosi via. Invece scoprii che c’erano diversi cittadini/e che pretendevano da me un lavoro accurato, perché loro per primi svolgevano con grande serietà il compito civico di portare avanti istanze comuni. Mi appassionai e divenni estremamente accurato nel fare ricerche che poi sottoponevo alla controparte. Quando fai ricerca entri in un processo. Ogni buon ricercatore sa che non può basarsi su un solo libro, ne deve consultare molti, tutti quelli che riesce. La stessa cosa dobbiamo applicarla a tutto. È più importante fare ricerche che trovare una storia vera. E poi dire che una cosa è vera non è così semplice. Ai ragazzi dico di non accontentarsi di ciò che gli viene offerto da Internet o altro, di cercare di fare da soli e poi confrontarsi con la comunità di cui fanno parte; il confronto deve essere tangibile. Vivere il locale è una grande risorsa. https://www.janbarry.net/ https://www.facebook.com/jan.barry.7   Marina Serina
John Ketwig, veterano del Vietnam: “A un certo punto bisogna decidere da che parte stare”
Era il 1967; i Beatles avevano già fatto tre tour negli States ed entusiasmato un’intera generazione e John era tra quelli.  Aveva diciotto anni, gli piaceva la musica, andare a ballare e fare festa, sognava le ruggenti strade della California e il surf; i suoi occhi erano pieni di voglia di vivere e il suo cuore di voglia di amare, non certo di fare la guerra in Vietnam. Il caos, la distruzione fisica e morale si abbatterono su di lui, ma riuscì a sopravvivere e a tornare tra i vivi; con Carolynn nel 1970 mise su famiglia e se ne prese cura lavorando come meccanico. Non aveva mai scritto più di una lettera, non aveva mai pensato di possedere qualità letterarie e invece divenne padre di un romanzo best and long seller “…and a hard rain fell: A G.I.’s True Story of the War in Vietnam” (pubblicato nel 1985, ha venduto circa 250 mila copie). È membro di Vietnam Veterans Against War e di Veterans for Peace; oltre alla famiglia e ai doveri comuni da anni è impegnato in colloqui con ragazzi d’età scolare, con associazioni e gruppi civili interessati a costruire una cultura di pace e dialogo, contro ogni militarizzazione della società. Prima del Vietnam non avresti mai immaginato che la tua vita sarebbe stata legata a filo doppio alla guerra e alla pace. Mi sembra di capire che fu proprio “…and a hard rain fell: A G.I.’s True Story of the War in Vietnam” che creò il vincolo e ti aprì a un orizzonte di rinascita personale. Mi racconti come nacque questo libro, che dopo quarant’anni continua a essere sugli scaffali delle librerie e a essere letto? Carolynn un giorno tornò a casa con un libro sul Vietnam scritto da un’infermiera. Anche Carolynn lo è, è un’ostetrica. Lo leggemmo entrambi e ne fummo scossi. Acquistammo tutti i libri disponibili all’epoca sul Vietnam. Ricordo che uscimmo dalla libreria con due borse piene zeppe di volumi. Li lessi tutti, uno in fila all’altro. Non posso dirti che scrivevano cose sciocche o non vere, ma raccontavano il loro punto di vista, che era molto lontano da ciò che io avevo vissuto sulla mia pelle. Insomma, mi sono detto, questo non è ciò che voglio che sappiano i miei nipoti; ricordo che quasi mi venne paura al pensiero che rimanesse solo quel tipo di racconto. Iniziai a scrivere a penna delle note, volevo fissare i ricordi, ma non avevo alcun progetto chiaro. Poi passai alla macchina da scrivere: ogni notte, messe a letto le figlie, scrivevo come un ossesso pagine e pagine che poi davo a mia moglie da leggere, correggere e valutare. Non dicemmo niente a nessuno e nessuno si accorse di nulla; ai colleghi, agli amici, alla famiglia sembravo il solito John e invece stavo percorrendo un viaggio a ritroso, nei meandri di me stesso, nella notte più nera che avessi mai visto. Mi fermai a trecentocinquanta pagine e con Carolynn decidemmo che quell’opera sarebbe stata per la famiglia: l’avrebbero letta le nostre figlie e i nostri nipoti. Il faldone, per un po’, finì su uno scaffale in salotto. Ma il suo destino era un altro… Che cosa è successo? Un giorno venne a casa un collega, un meccanico come me; di solito siamo in tuta, dunque non avevo mai notato che aveva su un braccio un tatuaggio del Vietnam. Gli chiesi la cortesia di leggere ciò che avevo scritto. Ne rimase entusiasta e concordò al cento per cento con la mia visione della guerra. Mi disse: “Devi pubblicarlo!” Non gli diedi troppo credito, ma, per fortuna, il mio angelo, Carolynn, si diede da fare, così che un giorno mi ritrovai in mano il numero di telefono di un agente letterario. Per un po’ rimasi anchilosato davanti all’apparecchio, oscillando tra: “Adesso lo chiamo!” a “No, non lo chiamo. Non sono un vero autore!” Alla fine chiamai. Il tuo libro voleva proprio nascere! Trovo interessante che ci lavorasti come un matto, di nascosto e per nove mesi… e mi colpisce che al tuo fianco c’era una donna che ti amava ed era esperta di nascite. Carolynn non solo mi ha aiutato nella stesura del libro, ma lei stessa è rimasta vittima della guerra, delle porcherie della guerra. Il nostro primo figlio l’abbiamo trovato morto in culla dopo quattordici giorni di vita. Risultò nato con malformazioni genetiche, ma nelle nostre famiglie non c’erano casi pregressi di strane malattie. Ero io che ero stato esposto all’Agente Arancio in Vietnam e che avevo contaminato lei. Fu un duro colpo anche quello. Caspita, mi dispiace. E immagino nessun risarcimento… nessuna scusa…  Quanti anni avevi quando pubblicasti “…and a hard rain fell: A G.I.’s True Story of the War in Vietnam”? Tutto iniziò tra i trentacinque e i quarant’anni; ben quattordici anni dopo il ritorno dal Vietnam. La scrittura funzionò come una cura potente. Mi piace dire che fu una pozione contro un’infezione che avevo radicata sotto la pelle, ma il processo di guarigione richiese del tempo e fu molto doloroso. Racconti in prima persona? Si. È la mia esperienza, è ciò che ho visto, gli orrori, la paura che ho provato, la distruzione e tanto, tanto nonsenso. Sono cresciuto nell’Upstate New York, vicino a Buffalo, in un momento di grande cambiamento culturale. Pensa che a scuola ci avevano insegnato che noi eravamo la generazione che avrebbe dovuto imparare a dialogare con l’altro, perché non era più pensabile fare guerre, c’era l’atomica, non si poteva “scherzare” con armi simili. E poi arrivarono la controcultura, i Beatles con il loro messaggio di pace e amore universale, gli irriverenti Rolling Stones, la poesia di Bob Dylan, le manifestazioni per i diritti dei neri, delle donne, dei lavoratori. Immagina, questa era la realtà che aveva influenzato la mia struttura morale. Per me contava ciò che diceva John Lennon, i messaggi che mandava nel mondo. Eppure in Vietnam mi ritrovai a vedere e a fare cose che contraddicevano tutto ciò che mi avevano insegnato. Io sono tra i fortunati: sono un sopravvissuto (ci sono 58.315 nomi di caduti nel memoriale di Washington e oggi si stima che oltre 200 mila veterani rientrati dal Vietnam si siano suicidati) e inoltre non dovevo uscire a uccidere armato fino ai denti. Lavoravo nelle officine come preparatore di camion e carri armati. Le cose peggiori sono state vissute da quelli mandati in fanteria. Eppure sei tornato anche tu a casa con una diagnosi di “Sindrome Acuta da Stress Post-Traumatico”. Come vi insegnavano a odiare il nemico? E come sei uscito dalla spirale di odio in cui eri stato gettato? Certo, sono tornato a casa traumatizzato. Gli psicologi lo chiamano “disordine”, ma è molto peggio, è un danno permanente. Il fatto è che diventare crudeli ed efferati era posto come un requisito di sopravvivenza. È questo che ha distrutto più di tutto la mente delle persone e che ancora le tormenta. Abbiamo tacitato la coscienza, ma solo per un po’… Prima di partire ci avevano fatto credere che andavamo a difendere i vietnamiti, invece stavamo andando a ucciderli, a bombardare i loro campi; erano già poverissimi e noi li affamavamo ancora di più. Alla fine del 1968 riuscii a passare in Thailandia; li per la prima volta mi confrontai con una popolazione del Sud-Est Asiatico che non mi era ostile e scoprii che erano esattamente come noi. Volevamo le stesse cose: migliorare la vita quotidiana e garantire qualcosa di meglio per i nostri figli senza essere sottomessi ad altri. Capii che lo desideravano anche i vietnamiti. La gente comune, di qualsiasi popolo, desidera le stesse cose. “…and a hard rain fell: A G.I.’s True Story of the War in Vietnam” è un libro chiaramente contro la guerra. Come fu accolto? E che cosa contribuì al suo successo? All’inizio ero preoccupato, perché sapevo che molti veterani nascondevano il loro passato; del resto l’avevo fatto anch’io e invece il libro fu accolto molto bene. All’inizio il volano del successo fu il passaparola. Cominciai a ricevere lettere di ex soldati. Raccontavano di essere stati negli stessi luoghi; li riconoscevano e nelle mie parole ritrovavano le loro ansie, la loro disperazione, la solitudine. Mi ringraziavano perché mogli e compagne dalla lettura del libro avevano capito qualcosa in più di loro, di quel che stava sotto gli strani comportamenti che quando emergevano facevano così male a tutti. Ora ti racconto una storia a lieto fine. Mi contattò una donna perché, grazie al libro, aveva capito di aver sbagliato con il fratello, anche lui un reduce del Vietnam e voleva che gli parlassi. L’uomo da anni rifiutava ogni contatto con la famiglia e viveva solo in un bosco. Insomma, grazie al mio libro i due si sono riavvicinati. Per chiudere la chiacchierata, come pensi che siamo messi oggi? Male. Però siamo in tanti a essere disgustati; non vedo quell’organizzazione culturale che c’era ai miei tempi, ma secondo me qualcosa di grosso sotto si sta muovendo. Credo che un passo che ognuno dovrebbe fare è prendere una posizione pubblica e decidere da che parte stare. Sul mio biglietto da visita ho voluto scrivere: “Sono contrario al militarismo e alla guerra.”  So bene che questa mia azione non cambierà le intenzioni guerrafondaie dell’amministrazione Trump, ma se diventassimo milioni a dire “NO!”? E intanto almeno posso dormire con la coscienza a posto. Una curiosità: in Italia abiti vicino a Maranello? Abbastanza, due ore di macchina. Perché? Sono da tutta la vita un appassionato ed entusiasta di macchine. Uno dei miei sogni è visitare l’officina della Ferrari.   Marina Serina
In Bangladesh riesplode la rivolta della Generazione Z. Assaltate le sedi dei quotidiani
Migliaia di persone sono scese in piazza in Bangladesh, dopo l’annuncio della morte di Sharif Osman Hadi, trentaduenne leader giovanile della cosiddetta “Generazione Z“, ferito gravemente in un attentato a Dhaka e deceduto giovedì in un ospedale di Singapore, dove era stato trasferito per le cure. La notizia della sua morte ha riacceso le proteste e ha scatenato la violenza nella capitale e in altre città, con centinaia di manifestanti che hanno preso d’assalto le sedi dei principali quotidiani del Paese, Prothom Alo e The Daily Star, considerate espressione di interessi politici contrari alla causa rivendicata dai dimostranti. La polizia e le truppe paramilitari sono intervenute per cercare di ristabilire l’ordine. La morte di Hadi, noto come il “combattente di luglio”, ha agito da detonatore in un contesto politico già instabile. Hadi non era un attivista qualunque: portavoce della piattaforma Inquilab Moncho, o Piattaforma per la Rivoluzione, una realtà politica e culturale emersa dal movimento studentesco che l’anno scorso aveva contribuito alla caduta dell’ex primo ministro Sheikh Hasina, era divenuto la figura di riferimento per la mobilitazione giovanile e la richiesta di riforme democratiche. Il 4 agosto 2024, una violenta repressione lasciò circa 100 morti e scatenò una ondata di rabbia che costrinse Hasina a dimettersi e fuggire dal Paese il 5 agosto, ponendo fine alla sua lunga permanenza al potere e segnando una svolta nella politica del Bangladesh. Sotto l’Anti-Terrorism Act, la Commissione elettorale ha sospeso la registrazione del suo partito, la Awami League, impedendogli di partecipare alle elezioni del 2026. Il 12 dicembre, il giorno dopo l’annuncio del calendario delle elezioni nazionali che si terranno il 12 febbraio, Hadi è stato ferito con un colpo di pistola alla testa sulla Box Culvert Road a Purana Paltan, a Dhaka. Gli investigatori hanno identificato come autore dell’omicidio un membro della Chhatra League, Lega studentesca del Bangladesh Awami League, cioè l’organizzazione giovanile e universitaria del partito ora fuorilegge. Secondo alcune fonti, il sospettato sarebbe fuggito in India. Molti dei manifestanti interpretano l’uccisione di Hadi come un atto deliberato per fermare il suo crescente sostegno popolare, e la sua figura è stata rapidamente trasformata in un simbolo di resistenza. La mobilitazione, iniziata come espressione di lutto e richiesta di giustizia, si è rapidamente radicalizzata nella notte, assumendo caratteristiche di una vera e propria rivolta urbana con slogan, blocchi stradali e attacchi vandalici. A Dhaka e in città come Chittagong, gruppi di dimostranti hanno assaltato non solo le maggiori testate giornalistiche, ma anche uffici politici e istituzioni collegate all’ex regime. Le sedi degli influenti quotidiani Prothom Alo e Daily Star, storicamente centrali nell’informazione nazionale, sono finite nel mirino perché accusate dai manifestanti di essere vicini all’India – che ha offerto ospitalità all’ex premier Hasina – e ostili alla causa della rivoluzione studentesca. Le redazioni sono state vandalizzate e date alle fiamme, con i giornalisti chiusi nelle redazioni, costretti a chiedere aiuto mentre il fumo avvolgeva gli edifici. Il primo ministro ad interim, il Premio Nobel per la Pace Muhammad Yunus, ha condannato le rivolte e sta cercando di contenere l’escalation. In un discorso alla nazione, il premier ha definito la morte di Hadi come «una perdita irreparabile per la nazione», ha dichiarato una giornata nazionale di lutto e ha invitato la popolazione a resistere alla violenza di massa attribuendo gli atti più estremi a «pochi elementi marginali» che cercano di sabotare il processo democratico. L’esecutivo ha promesso un’indagine trasparente sull’omicidio e ha fatto appello alla calma, mentre accusa forze esterne e interne di tentare di sfruttare il momento di debolezza per destabilizzare ulteriormente il Paese alla vigilia delle elezioni. Intanto, la salma di Hadi è tornata in Bangladesh per i funerali che si terranno sabato pomeriggio. Il clima resta teso: nelle strade si alternano cortei pacifici e scontri con la polizia, mentre la retorica anti-India fra i manifestanti rischia di complicare i già fragili rapporti diplomatici nella regione. Con le elezioni di febbraio all’orizzonte, il Bangladesh si trova a un bivio: la capacità delle autorità di mediare e garantire un clima di partecipazione pacifica potrebbe definire non solo l’esito elettorale, ma la direzione futura di una nazione dove il desiderio di cambiamento democratico convive con il rischio di nuovi cicli di violenza.   L'Indipendente
“Il Myanmar deve rilasciare tutti i giornalisti prima delle elezioni”
La Press Emblem Campaign (PEC), l’organismo globale per la sicurezza e i diritti dei media, esorta il regime militare del Myanmar a rilasciare tutti i professionisti dei media prima delle elezioni in più fasi previste a partire dal 28 dicembre. Il forum insiste anche sull’abolizione della nuova legge sull’interferenza elettorale, che continua a perseguitare giornalisti e utenti dei social media con il pretesto di reprimere gli antinazionalisti in tutta la nazione del Sud-Est asiatico. Il Paese a maggioranza buddista, con quasi 55 milioni di abitanti, sta vivendo una sorta di guerra civile, in cui l’esercito Tatmadaw guidato da Min Aung Hlaing continua a combattere contro le unità di resistenza armata pro-democrazia, e in varie battaglie le forze governative hanno subito sconfitte. Quasi la metà dei comuni è sfuggita al controllo dell’esercito, dove sarà impossibile svolgere le votazioni. Pertanto, elezioni libere, eque e complete in Myanmar rimangono difficili da realizzare nell’attuale sistema politico. “In nome delle elezioni, i governanti militari hanno imposto alcune linee guida severe nei confronti dei giornalisti e degli utenti dei social media in Myanmar. Hanno quindi assunto una posizione dura contro qualsiasi discussione sulle elezioni irregolari. Cinque giornalisti insieme a difensori della libertà di stampa sono stati giustiziati dai governanti militari. Molti giornalisti hanno dovuto fuggire dal Paese per salvarsi la vita e rifugiarsi nei Paesi vicini”, ha affermato Blaise Lempen, presidente del PEC (pressemblem.ch), aggiungendo che il giornalismo non deve essere considerato un reato da nessuna autorità in nessuna parte del mondo. Il rappresentante del PEC per l’Asia meridionale e sud-orientale, Nava Thakuria, ha informato che oltre 200 giornalisti sono stati arrestati e imprigionati dal colpo di Stato militare che ha rovesciato il governo democraticamente eletto di Suu Kyi nel 2021. Quasi 50 professionisti dei media sono ancora dietro le sbarre in questo Paese dilaniato dai disordini. Le licenze di almeno 15 testate giornalistiche sono state revocate, costringendole a lavorare da nascondigli in mezzo alla situazione di caos che vive il Paese. Si spera solo che le prossime elezioni portino un po’ di sollievo alla comunità dei media per quanto riguarda la loro sicurezza e le loro vicissitudini professionali. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dall’inglese di Stella Maris Dante. Revisione di Thomas Schmid. Nava J. Thakuria