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[Caen, Francia]: sabotaggio mezzo riuscito contro gli accordi di libero scambio del MERCOSUR
> Da attaque, 29.01.26 Ricevuto per mail Vicino al Memoriale di Caen sorgono i grandi uffici del Crédit Agricole Normandie e della Banque Populaire et Caisse d’Épargne (BPCE). Queste banche decidono le regole per l’agricoltura. Hanno come vicini la DREAL, AGRIAL e la Camera dell’Agricoltura… Insieme alla BNP Paribas, queste banche investono diversi miliardi in multinazionali che estraggono petrolio e gas in Perù e Colombia, nella foresta amazzonica. Migliaia di ettari di foresta stanno scomparendo e i fiumi sono inquinati… I bambini non possono fare il bagno perché si ustionano… Il Crédit Agricole e la BPCE, insieme a BNP Paribas e Société Générale, hanno investito più di 743 milioni di euro tra il 2013 e il 2022 nell’agricoltura di soia, olio di palma e allevamento di bovini in Brasile. Migliaia, se non centinaia di migliaia di chilometri quadrati di foresta amazzonica vengono distrutti per far spazio a questa agricoltura intensiva. Gli accordi di libero scambio con il MERCOSUR peggioreranno sicuramente questo sporco business. E allo stesso tempo, le autorità ordinano l’abbattimento delle mandrie per evitare la diffusione delle malattie? Eppure, se le pandemie peggiorano, è a causa dell’economia mondiale! Più aumenta la deforestazione, più gli animali domestici e selvatici si incrociano e si trasmettono malattie… Più l’allevamento intensivo aumenta, più gli animali sono deboli e si ammalano… Più la loro carne viene trasportata per migliaia di chilometri, più queste malattie si diffondono e mutano in forme più pericolose, anche se le misure sanitarie sono severe… Influenza spagnola del 1918, influenza asiatica del 1956-1958, influenza di Hong Kong del 1968-1970, influenza aviaria, Covid-19… Come per il riscaldamento globale, le autorità non fanno altro che riprodurre un sistema di morte e infliggerci il prezzo delle conseguenze. Che si tratti della destra, della sinistra, dei progressisti, dei reazionari o persino dei rivoluzionari, non appena altri gruppi di potere prendono il posto di quelli di prima, la situazione non cambia. Preferiamo agire per cambiare le cose in modo concreto, anche se ciò implica non delegare i nostri desideri ad altri e non aspettare un annuncio su larga scala per iniziare a realizzarli. Per unire i fatti alle parole, lunedì scorso, verso le 2 del mattino, un cavo internet è stato tagliato a metà sotto quattro tombini nel passaggio tra le due sedi del Crédit Agricole Normandie e del gruppo BPCE. Mentre il cavo veniva tagliato a metà, qualcuno è apparso alla finestra degli uffici del Crédit Agricole e ha subito capito cosa stava succedendo. Invece di finire il lavoro, è stato necessario scappare. Forse il tizio è si è affacciato perché Internet era appena stato interrotto negli uffici! Sarebbe stato meglio tagliare il cavo da entrambi i lati e distruggerlo altrove, per impedire che venisse riparato rapidamente. Si può almeno vedere che non c’è nulla di complicato nel tagliare un cavo Internet senza farsi male, anche se è necessario prendere precauzioni per non lasciare tracce (come guanti monouso). Un cavo Internet è riconoscibile dal colore verde, mentre il giallo indica il gas, il blu l’acqua e il rosso l’elettricità. Per la fine delle amministrazioni, delle loro banconote e dei loro documenti d’identità!
Il fiume non è un corridoio
SANTARÉM, LA SOIA E IL TRATTATO COMMERCIALE CON L’UE CHE INDEBOLISCE LA DEMOCRAZIA BRASILIANA Foto del fiume Tapajós, tratta dal Fliker di Pedro Chrispim Nella mattina del 22 gennaio mattina il porto della multinazionale Usa dell’agribusiness Cargill a Santarém sul fiume Tapajós, nello Stato brasiliano del Pará, è stato occupato da giovani attivisti, ambientalisti e rappresentanti dei popoli indigeni del Baixo Tapajós. L’azione, pacifica ma determinata, ha bloccato temporaneamente le operazioni del terminal e rallentato il flusso delle chiatte cariche di soia destinate all’esportazione. È l’ultimo atto, in ordine di tempo, di una mobilitazione che da mesi attraversa l’Amazzonia e che ha trovato una visibilità internazionale durante la COP30 di Belém. Chi oggi occupa il porto non contesta soltanto una multinazionale. Contesta un progetto politico ed economico che mira a trasformare l’Amazzonia in una piattaforma logistica al servizio del mercato globale. Per i popoli indigeni, il Tapajós non è una via d’acqua da dragare e regimentare, ma un territorio vivo, abitato da esseri umani, animali, piante e presenze spirituali. Ridurlo a corridoio di esportazione significa violare un equilibrio ecologico e culturale costruito in generazioni. È per questo che, come già accaduto nei mesi scorsi, le comunità indigene hanno scelto l’azione diretta: intercettare le chiatte, occupare i porti, rendere visibile ciò che normalmente resta nascosto dietro la retorica dello sviluppo. L’economia della soia è il cuore di questo conflitto. Il Brasile è oggi uno dei maggiori produttori ed esportatori mondiali di soia, una coltura che avanza soprattutto attraverso monocolture intensive, uso massiccio di pesticidi e continua espansione territoriale. Gran parte di questa produzione non è destinata al consumo interno, ma all’export, in particolare verso Europa e Cina, per alimentare allevamenti industriali e catene globali del cibo. Lungo queste filiere dominano poche grandi multinazionali dell’agrobusiness, in larga parte statunitensi: Cargill, Bunge, ADM, Louis Dreyfus. Sono queste aziende a controllare porti, silos, contratti di trasporto e flussi finanziari, e sono loro le principali beneficiarie dell’apertura di nuove infrastrutture logistiche come l’Arco Norte, le idrovie amazzoniche e progetti come la ferrovia Ferrogrão, pensata per moltiplicare nei prossimi decenni il volume di soia esportata attraverso il bacino del Tapajós. Per l’Amazzonia, tutto questo significa deforestazione diretta e indiretta, frammentazione degli habitat, inquinamento dei fiumi, pressione crescente sulle terre indigene non ancora demarcate. Significa anche conflitto sociale, perché laddove le terre non sono formalmente riconosciute, l’agrobusiness avanza più facilmente, spesso accompagnato da violenze, intimidazioni e criminalizzazione delle comunità che resistono. È qui che la protesta di oggi a Santarém si intreccia con la politica nazionale. Il ritorno di Lula alla presidenza è stato possibile grazie a una mobilitazione ampia e trasversale contro Bolsonaro, nella quale i giovani, i movimenti climatici e i popoli indigeni hanno avuto un ruolo decisivo. In cambio, avevano ricevuto promesse chiare: la ripresa della demarcazione delle terre indigene, la fine dell’assalto sistematico all’Amazzonia, un cambio di paradigma rispetto al modello estrattivo e agro-industriale. A distanza di anni, però, quel patto appare sempre più fragile. La demarcazione procede lentamente, molte terre restano senza riconoscimento e, parallelamente, il governo continua a sostenere infrastrutture strategiche per l’export agricolo. Per molti giovani attivisti brasiliani, questa non è una semplice contraddizione tattica, ma il segnale di un’alleanza strutturale tra lo Stato e l’agrobusiness, mascherata da realismo economico. È la critica che emerge con forza anche dai canali di attivismo climatico giovanile: mentre il Brasile si presenta al mondo come leader della transizione verde, sul terreno continua a rafforzare le stesse filiere che hanno sostenuto politicamente ed economicamente il bolsonarismo. Foto tratta dal Flicker di Amazônia Real Durante la COP30 questa frattura è esplosa apertamente. Fuori dai luoghi ufficiali del summit, giovani e popoli indigeni hanno denunciato l’ipocrisia di una politica climatica che parla di tutela dell’Amazzonia mentre consente l’espansione delle rotte della soia. Non chiedevano semplicemente di essere ascoltati: mettevano in discussione l’intero modello di sviluppo che la COP, nei fatti, continua a legittimare. È in questo contesto che l’accordo EU-Mercosur assume un significato politico preciso e problematico. Dall’Europa, il sostegno a Lula viene spesso presentato come un argine contro l’estrema destra brasiliana. Ma per chi oggi occupa il porto di Santarém, questo sostegno rischia di produrre l’effetto opposto. Aprire ulteriormente il mercato europeo alle commodity agricole del Mercosur significa rafforzare il potere economico delle multinazionali dell’agrobusiness, le stesse che hanno finanziato e sostenuto Bolsonaro e che continuano a beneficiare di un modello di export aggressivo indipendentemente dal colore politico del governo. Sostenere Lula senza condizioni vincolanti su demarcazione delle terre, diritti indigeni e blocco delle infrastrutture distruttive significa, agli occhi dei movimenti, erodere il consenso giovanile e indigeno che lo ha riportato al Planalto. Significa alimentare la disillusione, aprendo spazio politico proprio a quelle forze reazionarie che l’Europa dice di voler contrastare. È il paradosso che oggi viene denunciato dal Tapajós: nel nome della stabilità e del commercio, si rischia di indebolire la democrazia brasiliana dal basso. L’occupazione del porto di Cargill non è quindi un episodio isolato, ma un messaggio politico preciso. Dice che la democrazia non si difende con gli accordi commerciali, ma con il riconoscimento dei diritti e dei territori. Dice che l’Amazzonia non può essere trattata come un’infrastruttura. E dice, soprattutto, che senza giovani e popoli indigeni non c’è futuro né per il Brasile, né per l’Europa e le loro democrazie. Sul Tapajós, oggi, questa verità è tornata a farsi sentire. Non come slogan, ma come pratica di resistenza. L'articolo Il fiume non è un corridoio proviene da Comune-info.
January 23, 2026
Comune-info
La “zampata” della Ue con l’accordo sul Mercosur
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January 21, 2026
Contropiano
Accordo Ue-Mercosur. Scontri in piazza e divaricazioni tra i governi europei
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December 18, 2025
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