Il blocco UE delle carni brasiliane può far crollare la produzione di bresaola
Dal 3 settembre 2026 è entrato in vigore nella UE il nuovo Regolamento (UE)
2026/1189 che riguarda l’applicazione delle restrizioni all’impiego di
determinati medicinali antimicrobici (antibiotici) negli allevamenti animali. In
sostanza, questo comporterà un divieto di importazione di alcuni alimenti
provenienti dal Brasile: non si potrà più esportare nell’Unione Europea diverse
tipologie di prodotti animali, tra cui la carne bovina e suina, il miele e le
uova. Il divieto di importare queste ultime non tocca minimamente l’Italia, che
è completamente autosufficiente da anni nella loro produzione e non importa da
nessun Paese questo prodotto. Altro discorso vale per il miele, dal momento
alcune aziende mischelano miele brasiliano e argentino con quello italiano per
creare prodotti finali che poi si vendono comunemente nei supermercati. A
preoccupare più di tutto è tuttavia il blocco della carne, dal momento che
questo ha come possibile effeto immediato la paralisi della produzione della
bresaola, un salume che si consuma non solo in Italia ma che viene poi esportato
in tutto il mondo. Le preoccupazioni riguardano soprattutto un eventuale forte
calo della produzione nei prossimi mesi e un rialzo acuto dei costi di
produzione e dei prezzi al consumo di questo prodotto.
PERCHÈ LA CARNE BRASILIANA VIENE BLOCCATA
Il motivo del blocco non è un’allerta alimentare tale per cui la carne
brasiliana o il miele già presenti sul mercato europeo siano pericolosi per il
consumo. La questione è un’altra e riguarda le garanzie sanitarie richieste
dall’Unione Europea sull’utilizzo di determinati medicinali antibiotici negli
allevamenti del Sudamerica. «Chiariamo subito – spiega al Sole24Ore Davide
Calderone, direttore di Assica, l’associazione degli industriali della carne e
dei salumi – che qui non c’è un rischio sanitario per il consumatore. Il punto è
che il Brasile, anche per effetto dell’accordo tra UE e Mercosur si sarebbe
dovuto dotare di questo sistema di certificazione per escludere l’utilizzo
dell’antibiotico e al momento ancora non l’ha fatto. Lo hanno fatto invece i
produttori di Argentina, Paraguay e Uruguay, gli altri Paesi firmatari
dell’intesa UE-Mercosur e dai quali stiamo cercando di incrementare le nostre
importazioni».
Il motivo del blocco non è un’allerta alimentare ma riguarda le garanzie
sanitarie richieste dall’Unione Europea sull’utilizzo di determinati medicinali
antibiotici negli allevamenti del Sudamerica
La Commissione Europea ha stabilito che potranno entrare nell’UE soltanto gli
alimenti provenienti da Paesi in grado di dimostrare il rispetto dei requisiti
previsti dalla normativa europea. Questi requisiti prevedono l’assenza di
utilizzo di alcuni antibiotici che in Europa sono vietati da oltre 20 anni,
l’assenza di trattamenti antimicrobici (antibiotici e altri farmaci) per la
crescita rapida degli animali negli allevamenti e, infine, l’assenza di
somministrazione agli animali di antibiotici utilizzati per gli esseri umani. Il
3 settembre è entrato in vigore «l’elenco dei Paesi che sostanzialmente
rispettano le nostre norme sugli antimicrobici. Il Brasile al momento non è
presente nell’elenco. Non abbiamo garanzie di conformità». Questo è ciò che ha
spiegato nei giorni scorsi la portavoce della Commissione europea Eva Hrncirova.
Il Brasile, per alcune categorie, non ha fornito in tempo le garanzie necessarie
ed è quindi stato escluso dall’elenco, mentre altri Paesi come Argentina,
Paraguay e Uruguay, firmatari anch’essi col Brasile dell’accordo UE-Mercosur
entrato in vigore il 1° Maggio 2026, hanno rispettato le garanzie richieste e
potranno continuare a esportare in Europa (e in Italia) le loro carni. Il
Brasile è il quinto Paese più grande del mondo e un decisivo fornitore mondiale
di carni, è un partner commerciale di molti Stati Membri, tra cui l’Italia oltre
a Germania, Francia, Spagna, Svezia e Paesi Bassi. Il Brasile si è detto
“sorpreso” per la decisione, mentre la Commissione Europea ha dichiarato di
essere al lavoro con le autorità brasiliane per risolvere le criticità e
consentire la ripresa delle importazioni nel più breve tempo possibile. Nessuna
guerra commerciale, insomma, da parte della UE.
MA COSA C’ENTRA LA BRESAOLA DELLA VALTELLINA?
La Bresaola della Valtellina IGP si basa in gran parte su materie prime
d’oltreoceano (cosce di carne bovina), un dettaglio ancora poco noto al grande
pubblico. Nonostante l’immaginario comune associ questo salume ai pascoli e ai
bovini delle vallate lombarde, la reale catena di fornitura è globale: la
maggior parte delle carni arriva dagli allevamenti del Sudamerica di Brasile e
Argentina. I produttori scelgono la carne di zebù brasiliano o argentino per la
sua straordinaria magrezza e uniformità, caratteristiche fondamentali per gli
standard qualitativi richiesti e non disponibili localmente nelle quantità
necessarie (in Italia i bovini si allevano ormai da decenni solo col metodo
intensivo e dentro i capannoni, le carni diventano molto grasse e di scarsa
qualità gustativa). La certificazione IGP tutela soltanto la storica arte della
lavorazione e stagionatura in territorio valtellinese, ma consente
l’importazione della carne da ogni parte del mondo. Questo salume in pratica
nacque in passato come un prodotto locale di alta qualità gastronomica e con
l’intera filiera italiana, poi è diventato industriale, con filiera globale e di
media qualità.
Mario Moro, il presidente del Consorzio della Bresaola della Valtellina IGP, ha
spiegato a Il Sole24Ore, che la bresaola della Valtellina IGP è prodotta per
l’82% con carne sudamericana che al 60% proviene dal Brasile
Adesso però i produttori del consorzio di bresaola valtellinese si ritrovano
all’improvviso con una patata bollente tra le mani. Poiché il settore dipende in
larga parte dalla materia prima brasiliana, i produttori temono una riduzione
delle forniture fino al 25% e un conseguente aumento dei costi di produzione e
dei prezzi di vendita finali. «La nostra Bresaola – ha spiegato il presidente
del Consorzio della Bresaola della Valtellina IGP, Mario Moro a Il Sole24Ore – è
prodotta per l’82% con carne sudamericana che al 60% proviene dal Brasile.
Questo stop farà venir meno nell’immediato almeno il 25% della materia prima a
noi necessaria. Stiamo cercando di correre ai ripari cercando di rafforzare gli
acquisti da altri Paesi ma la disponibilità è limitata».
UN’ANALISI CRITICA OLTRE LA FACCIATA SALUTISTICA UE
La UE permette già, anche nelle produzioni europee (e italiane), tanto
l’utilizzo massiccio di antibiotici negli allevamenti animali, quanto quello di
sostanze promotrici della crescita (ormoni) per quanto riguarda l’agricoltura e
le produzioni vegetali. L’idea che le carni provenienti dal Brasile siano piene
di antibiotici e quindi di pessima qualità, mentre le carni italiane ne sono
prive e quindi di qualità migliore, è un falso mito, smentibile dalle analisi in
laboratorio effettuate in Italia tanto per le carni bovine quanto per il
pollame. In definitiva, come spunto pratico per il consumatore, va ribadito che
se si vuole mangiare carni più sane e prive di residui di farmaci, ormoni e
pesticidi, la scelta deve sempre ricadere su prodotti che derivano da filiere
biologiche, di piccolo produttore, e non industriali. In sostanza, le carni in
vendita al supermercato, in grande maggioranza, sono industriali e contengono
questi residui, anche se prodotte e allevate in Italia o nei Paesi UE. Il fatto
che la politica europea stia cercando di introdurre un principio di equivalenza
tra le carni allevate nella UE e quelle extra-UE non significa che stia
promuovendo filiere più etiche e più consone per la salute. Inoltre, i blocchi
UE sul Brasile sono dovuti in gran parte all’azione di protesta e opposizione
delle associazioni agricole europee come Confagricoltura e Coldiretti, che da
anni si battono per contrastare l’import di prodotti alimentari dal Sudamerica
che penalizzano le produzioni italiane a vantaggio delle multinazionali
sudamericane.
«Non può esserci tutela del reddito degli agricoltori, né della salute dei
cittadini se nel mercato europeo entrano prodotti ottenuti secondo standard
diversi e meno rigorosi rispetto a quelli richiesti alle nostre imprese»,
dichiara Coldiretti. La decisione sul Brasile, aggiunge, «costituisce ora un
precedente politico che l’Europa deve avere il coraggio di applicare a tutte le
importazioni. Ci auguriamo che quanto fatto con il Brasile sia fatto anche per
il grano canadese trattato in preraccolta con glifosato – molecola considerata
da alcuni studi potenzialmente cancerogena – secondo pratiche non consentite
agli agricoltori italiani». Una posizione condivisibile, ma a tutela di un
sistema di allevamento e produzione agricola (quello europeo) ugualmente
industriale e facente uso di antibiotici, ormoni, pesticidi e altre sostanze
chimiche di vario genere.
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