Militari, militarismo e fascismo nella commedia all’italiana: l’avversione verso la “classe armata”
> Che cosa pensavano gli italiani negli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso a
> proposito di Patria, di difesa, di sicurezza?
Formulata così la domanda, abbiamo il sentore che questi termini, che sono i
mantra della fase politica odierna, allora avessero poco senso. Gli italiani e
le italiane apprezzavano la libertà e il nuovo benessere, e la Patria era
finalmente antifascista, non minacciata da nessuno (nemmeno dall’impero
sovietico); gli italiani e le italiane si sentivano sicure/i e protagoniste/i
del loro futuro e, avendo conosciuto in prima persona i disastri della guerra
scellerata, non sentivano per nulla il bisogno di militari e armamenti. Tanto
più che il franchismo in Spagna era vivo e vegeto, e i militari fascisti in
Argentina e in Cile, e i colonnelli in Grecia, avevano modo di dare anche negli
anni ‘70 il meglio di sé. E gli USA guerre controverse le facevano (Corea,
Vietnam)!
In Italia, martoriata da insondabili stragi (da Portella della Ginestra in poi),
emergevano notizie di piani di colpi di stato militari o di strutture Stay
behind (“Gladio”). La società civile reagì e resistette, e fra le modalità di
reazione ci fu la trasfigurazione di questi fatti attraverso una lente comica e
grottesca: colpi di stato da operetta, progettati da mentecatti sopravvissuti a
un passato allora recente.
Che questo fosse il sentire comune, popolare, ed esprimesse il disgusto e
l’inquietudine degli italiani e delle italiane verso il militarismo e il
fascismo è evidente nella produzione cinematografica dell’epoca che trova spunto
grottesco nelle questioni militari e, almeno quelli più riusciti, illustrano
bene certe dinamiche cognitive sul potere, a cominciare da Il federale di
Luciano Salce (1961) per passare alla commedia satirica fantapolitica Colpo di
stato sempre di Salce (1968) che ipotizza il successo elettorale del PCI e lo
scatenamento della reazione atlantica. Notevole è Vogliamo i colonnelli di Mario
Monicelli (1973). In Il generale dorme in piedi di Francesco Massaro (1972), un
film meno riuscito, è però incisiva l’idea che vede ancora Ugo Tognazzi
interpretare la personalità scissa di un rigido militare che quando dorme urla
il suo antimilitarismo.
Film che oggi fanno riflettere, forse più di allora. Insegnano che satira e
comicità servono a demolire le guerre cognitive, le quali cercano il consenso
belligerante della gente. Soprattutto questi film segnalano l’avversione degli
italiani verso quella che oggi viene diffusa come “cultura della difesa”, che
normalizza e sviluppa sempre più la predominanza della cosiddetta “classe
armata” cioè di quegli apparati e gerarchie dedicate all’uso delle armi, a cui
appartiene per definizione il monopolio della violenza. Sono apparati che, come
tutte le strutture, lavorano per auto-conservarsi, alimentando il caos e le
guerre (la geopolitica mondiale la decide la NATO, non l’ONU!).
Si tratta dunque di una sostanziale avversione degli italiani e delle italiane
verso l’idea di “difesa” come apparato militare diffuso, che oggi è diventato
professionale, normalizzato, integrato con la ricerca e l’industria, di
deterrenza “ma anche proattivo”, e che vede anche le forze dell’ordine pubblico
coordinate nel contenimento del dissenso interno. Tutto ciò è qualcosa di nuovo,
che si è sviluppato dai primi decenni del nuovo secolo e che sta agendo per
imporsi sempre più. Se ci riuscirà, le nostre società saranno efficacemente,
modernamente e politicamente militarizzate. Si tratta di capire e di scegliere
se una simile società ci piace e produce il nostro bene, oppure se si tratta di
un nuovo totalitarismo che avanza.
Non è vero che la “cultura della difesa” nasce dal pragmatismo, dal buon senso,
o dai sani valori “tradizionali”, patriottici, occidentali ecc., come sentiamo
ripetere con insistenza nel discorso pubblico, nelle scuole, sui media.
Se escludiamo il fascismo, la tradizione italiana è fatta di esecrazione della
violenza e di antimilitarismo. Basta rivedere i film di Tognazzi, Salce e
Monicelli e riflettere sulla loro amara, libera intelligenza.
Lorenzo Perrona, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università
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