D’Agostino (Giuristi democratici): «La riforma Nordio fa parte della torsione autoritaria in atto»Il 22 e 23 marzo si voterà per il referendum costituzionale sulla cosiddetta
riforma Nordio che, intervenendo su sette articoli della Costituzione, introduce
la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e pubblici ministeri
(PM). La riforma prevede l’istituzione di due Consigli superiori della
magistratura (CSM) distinti – uno per i giudici e uno per i PM – e la creazione
di un’Alta Corte competente per i procedimenti disciplinari nei confronti dei
magistrati.
L’allontanamento del pubblico ministero dall’ordine giudiziario e il
rafforzamento della componente politica nei CSM sollevano forti preoccupazioni
rispetto all’autonomia e all’indipendenza della magistratura. Preoccupazioni che
si collocano in un contesto politico segnato da evidenti spinte autoritarie, ben
rappresentate dal decreto sicurezza recentemente licenziato dal Consiglio dei
ministri, che amplia i poteri di polizia, introduce misure di favore sul piano
della responsabilità giudiziale delle forze dell’ordine e rafforza ulteriormente
le politiche repressive e discriminatorie, in particolare nei confronti delle
persone migranti.
Per provare a chiarire i nodi critici della riforma e il legame tra questa e
l’impianto repressivo e razzista delle politiche governative, abbiamo
intervistato Aurora D’Agostino, avvocata penalista e co-presidente di Giuristi
Democratici, da anni impegnata sui temi della criminalizzazione del dissenso e
con una lunga esperienza nei processi per reati di piazza contro attivistə e
manifestanti.
A prima vista, la c.d. separazione delle carriere, ovvero tra magistrati in
funzione giudicante e pubblici ministeri, sembrerebbe una garanzia coerente con
un sistema giudiziario informato ai principi dello Stato di diritto. Dal tuo
punto di vista, questa riforma va effettivamente nella direzione di offrire
maggiori garanzie a indagatə o imputatə? E quali sono i principali nodi critici,
a partire dalla riforma del CSM?
Sono in molti a sostenere che la riforma Nordio abbia una funzione di garanzia
in senso difensivo e rappresenti un avanzamento dei principi fondamentali del
processo accusatorio, a partire dalla parità delle parti e dalla presenza di un
giudice realmente “terzo”. Personalmente, però, non condivido questa lettura.
Innanzitutto, non credo che la creazione di due CSM separati – uno per i
magistrati giudicanti e uno per quelli inquirenti – abbia un effetto “magico”
nel riequilibrare il rapporto tra accusa e difesa nelle aule di giustizia.
Le questioni in gioco sono ben altre. La parità delle parti processuali non è un
dato “culturale”, ma un obiettivo che può e deve essere perseguito attraverso
strumenti processuali adeguati e realmente paritari. In un sistema giudiziario
in cui il dibattimento – e quindi la formazione della prova davanti al giudice
in regime di contraddittorio – è sempre più surclassato dall’uso e dall’abuso
dei cosiddetti riti alternativi, come il patteggiamento e il rito abbreviato,
appare significativo che il dibattito pubblico resti sostanzialmente silente.
Eppure, in questi procedimenti le decisioni si fondano quasi esclusivamente
sugli atti contenuti nei fascicoli dell’accusa, senza che nessuno sembri
particolarmente scandalizzarsi.
Il tema del rapporto promiscuo tra giudici e PM è comunque sentito tra lə
avvocatə: non a caso le Camere Penali si sono posizionate a favore della
riforma. Secondo te quali sono gli interventi che potrebbero davvero correggere
le storture esistenti nel sistema penale e riequilibrare i rapporti tra “accusa”
e “difesa”, ovvero tra PM e avvocatə?
Credo che ci siano altri terreni su cui porre l’attenzione, se davvero
l’interesse è quello di migliorare in senso garantista il processo penale.
Partiamo dalla realtà: le prove che le difese e l’accusa portano nelle aule
giudiziarie non hanno pari valenza; alle testimonianze degli agenti di polizia
giudiziaria è attribuita per legge fede privilegiata. Questo, penso, sia uno
degli ostacoli maggiori, sostanziali, alla parità processuale delle parti,
soprattutto nei procedimenti che riguardano reati contro la polizia, reati cd.
di piazza, ma anche tanti altri determinati da abusi di potere di appartenenti
alle forze dell’ordine. Potrei fare molti altri esempi di “privilegio” tecnico
della Pubblica Accusa rispetto alla difesa (in tema di deposito liste testi, di
prove ulteriori, di sequestro), ma il punto centrale è che a nessuno di quanti
si stanno mobilitando per il sì alla riforma Nordio viene neppure in mente di
immaginare misure che in concreto vadano quanto meno a temperare la
sperequazione strutturale presente nel processo penale tra accusa e difesa. Che
non è determinata dalla comunanza delle carriere dei magistrati, né dal fatto
che nelle pause di udienza vadano al bar insieme, come sento dire da colleghi
che banalizzano il concetto, bensì da norme e procedure.
Tra le critiche ricorrenti alla riforma c’è che trasformerebbe i PM in
“super-poliziotti”, ovvero che, intaccandone terzietà e imparzialità,
attribuirebbe ai PM connotati tipici della polizia più che della magistratura.
Dal tuo punto di vista esiste questo rischio? Se sì, per quali ragioni?
Il rischio del rafforzamento estremo delle funzioni accusatorie – sintetizzato
nel concetto PM-superpoliziotto – c’è eccome. In realtà, già oggi assistiamo a
una prassi sempre più diffusa di adagiamento dei magistrati d’accusa alle tesi e
proposte della polizia giudiziaria, a volte addirittura senza alcun vaglio
critico e giuridico delle fattispecie di reato indicate dalle forze dell’ordine
e trascritte de plano nel registro delle notizie di reato e negli atti
processuali. In questo momento, poi, credo che sia chiaro al mondo quale
direzione sta imboccando la legislazione in materia di “sicurezza” nel nostro
Paese, con un governo che rivendica urlando la difesa a oltranza e assoluta
degli appartenenti alle forze dell’ordine, al di sopra e al di fuori della
legge, con pene spropositate per chiunque sia accusato di reati contro agenti di
polizia e scudi penali in loro difesa. Un aggravio di pene e di misure che ha
peggiorato sensibilmente un quadro legislativo già largamente schierato a difesa
di qualunque abuso di Stato. Personalmente, l’idea del PM sganciato dalla
giurisdizione in funzione esclusivamente accusatoria non mi pare affatto
rassicurante e non riesco proprio a comprendere come si possa ritenere questo
impianto migliorativo delle garanzie del sistema giustizia.
Chiunque abbia a che fare con la giustizia penale sa che la polizia giudiziaria
gode già nei fatti di una forte autonomia, operando spesso al di fuori del
controllo effettivo della Procura. Negli ultimi giorni, però, alcuni esponenti
del Governo hanno proposto di sganciare la polizia giudiziaria dalle Procure,
quale passo ulteriore nel ridefinire il sistema giudiziario. Come vedi questa
possibilità? Che effetti produrrebbe sull’equilibrio del sistema e sulla
posizione di chi è indagatə?
A me pare che l’ipotesi di sganciare la polizia giudiziaria dal controllo delle
Procure non sia affatto compatibile con la Riforma Nordio, che va in tutt’altra
direzione e necessita invece di una stretta collaborazione delle forze di
polizia. Credo quindi che chi ne parla (non a caso, lo stesso ministro per cui
«il diritto vale fino a un certo punto») lo faccia davvero a casaccio. Sono di
tutt’altro tenore i messaggi che in questi giorni arrivano martellanti: la
polizia fa il suo mestiere e bene, sono i magistrati giudicanti che poi liberano
i “delinquenti” (come si è visto anche a Torino).
E non a caso, l’orrore giuridico ora contenuto nel decreto legge in via di
emanazione in questi giorni, il fermo di polizia per 12 ore di soggetti ritenuti
pericolosi dalla polizia in vista di pubbliche manifestazioni, è affidato, a
quanto si sa, al solo parere del PM, che ha facoltà di decidere se confermarlo o
farlo terminare. Mi pare significativo del rapporto che si vuole instaurare e
delle tutele che si vogliono negare. Di più, va considerato che in tutti i Paesi
che hanno adottato il sistema introdotto dalla Riforma Nordio, il PM segue, o
esegue, le direttive dell’esecutivo.
La riforma costituzionale cade nel pieno di una torsione autoritaria. Che
rapporto c’è tra la riforma dell’ordinamento giudiziario e le varie riforme che
si sono succedute in materia di migrazioni, periferie e criminalizzazione del
dissenso? Detta altrimenti, quali ricadute può avere la riforma costituzionale
sulle categorie colpite dalle politiche repressive e razziste del governo?
La riforma Nordio è parte integrante e necessaria della torsione autoritaria in
atto e lo rivelano inequivocabilmente i continui richiami che le forze politiche
al governo rivolgono contro la magistratura che non “esegue gli ordini”
impartiti per legge in materia di immigrazione, periferie, repressione del
dissenso. A partire dalle deportazioni in Albania, bloccate dai provvedimenti
giudiziali che ne hanno evidenziato l’illegittimità, per arrivare, oggi, alle
misure detentive negate a carico dei manifestanti arrestati a Torino. Il sogno
di questo governo, in linea con quello di Trump, è quello di scardinare
definitivamente il sistema delle tutele conquistato nel nostro Paese, e per
realizzarlo vuole magistrati obbedienti e PM d’assalto. Per controllare la
situazione, c’è bisogno di renderli docili, demotivati, ricattabili e impotenti;
a questo serve l’estrazione a sorte dei componenti dei due CSM previsti dalla
riforma. Guarda caso, solo per “i membri laici” il sistema dell’estrazione è
“temperato”, perché avviene tra una rosa di nomi indicati dal Parlamento
(quindi, dalla maggioranza). Insomma, poco a caso.
Ma c’è un altro aspetto inquietante e che marcia di pari passo all’operazione
“debilitazione e controllo” della magistratura: quello della crescente
abolizione delle tutele giudiziali. Ne abbiamo visto un anticipo nell’ultima
legge sicurezza approvata, con gli sfratti di polizia (convalidati
giudizialmente a posteriori); oggi si parla di altri disegni di legge e decreti
legge in materia di sicurezza che ne estenderebbero l’applicabilità non solo
alle prime case, ma di fatto a tutte le “occupazioni senza titolo”; ma
aggiungiamoci, anche nell’area civilistica, le proposte di legge in materia di
recupero crediti professionali o degli sfratti per morosità mediante intimazione
diretta, senza passare dal giudice, che interverrà quindi solo se il debitore o
lo sfrattando riuscirà a fare opposizione in tempo utile.
Insomma, abolizione progressive delle tutele, che diventano non la regola, ma
un’eventualità. Credere alla volontà di combattere il familismo delle correnti
della magistratura da parte di un governo campione in amichettismo, mi si
permetta, è davvero un’ingenuità che rischiamo di pagare cara. E a proposito di
costi, chiudo con un accenno alla spesa che la triplicazione degli organismi di
vertice e disciplina previsti dalla riforma comporterà: un solo CSM ci costa
circa 50 milioni di euro l’anno; mantenerne tre (CSM giudicanti, CSM requirenti
e Alta Corte di Disciplina) avrà un peso non indifferente. Con 100 milioni di
euro l’anno in più per il sistema giustizia, penso si potrebbe fare di molto
meglio per i cittadini che, volenti o nolenti, frequentano le aule di tribunale,
perché di loro ci dovremmo occupare prioritariamente.
La copertina è di Istvan (Flickr)
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