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Germania, 5 marzo: mobilitazione studentesca contro la leva obbligatoria e la guerra
Oggi, 5 marzo 2026 è prevista in Germania una nuova giornata di scioperi e manifestazioni studentesche contro la leva e contro il processo di militarizzazione in atto. L’iniziativa rappresenta la seconda tappa di una mobilitazione lanciata dallo sciopero del 5 dicembre 2025 cioè quando il Bundestag votava una riforma del servizio militare: circa 55.000 studenti scesero in piazza in circa 90 città tedesche; a Berlino si sono registrate diverse migliaia di presenze. A partire da quella giornata si sono costituiti comitati di sciopero nelle scuole e una rete nazionale di presìdi locali, con l’obiettivo dichiarato di impedire il ritorno, anche se graduale, della coscrizione obbligatoria  e al suo interno dell’odioso sistema del sorteggio. Il nuovo appuntamento del 5 marzo 2026 era stato annunciato già nelle settimane successive allo sciopero di dicembre ed è stato rilanciato pubblicamente a gennaio, durante la Rosa Luxemburg Conference di Berlino, dove si è discusso di ulteriori “school walkouts” e di un ampliamento della mobilitazione contro la coscrizione e i piani di “preparazione alla guerra”. Al centro delle contestazioni vi è la riforma che, pur non reintroducendo formalmente la leva, introduce obblighi di registrazione e valutazione per i diciottenni — con vincoli più stringenti per i giovani uomini — a partire dal 1° gennaio 2026, lasciando aperta la possibilità di un ritorno alla coscrizione qualora il reclutamento volontario non raggiungesse i numeri previsti. Il provvedimento si colloca in un quadro europeo di rafforzamento degli apparati militari e di aumento degli organici, in cui la coscrizione, sospesa in Germania nel 2011 come del resto da noi ma molto più anni addietro, torna periodicamente nel dibattito pubblico. La mobilitazione collega il rifiuto della leva a una critica più ampia delle priorità politiche e di spesa, sottolineando il nesso tra militarizzazione, condizioni delle scuole, carenze strutturali e aumento del costo della vita. La giornata del 5 marzo 2026 assume inoltre una dimensione internazionale grazie alla partecipazione di organizzazioni aderenti alle reti “War Resisters International” e “European Bureau for Conscientious Objection”, evidenziando la centralità del diritto all’obiezione di coscienza nel contesto europeo. Il Movimento Nonviolento e la Campagna di Obiezione alla Guerra esprimono sostegno alla mobilitazione del 5 marzo 2026 e alla sua piattaforma politica, che chiede il rifiuto della leva, dei servizi obbligatori e della militarizzazione della scuola e della società, rilanciando una rete di solidarietà europea per la pace e il disarmo. Clicca qui per approfondire su www.pressenza.com. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Israelizzazione di scuole e università in Italia, scolasticidio in Palestina
La grave crisi del sistema educativo palestinese non sta solo nei 110 studenti e studentesse di Gaza vincitori e vincitrici delle borse  di studio IUPALS per l’Italia, (vedi l’appello del prof. Violante della Statale di Milano (clicca qui), che rischiano di perdere anche il secondo semestre universitario. Nell’intervista a Michele Giorgio su Radio Onda d’Urto per la rubrica settimanale Scuola Resistente, viene denunciata una forte pressione israeliana, soprattutto sull’UNRWA, riguardo ai libri di testo palestinesi, accusati da Israele di promuovere il terrorismo; ciò si traduce in una vera e propria censura con modifiche nei contenuti scolastici, inclusi cambiamenti linguistici, culturali e sui luoghi geografici. Michele Giorgio, inviato a Gerusalemme per il Manifesto è il direttore del noto sito di informazioni Pagine esteri, descrive un fenomeno da più parti definito “scolasticidio”: molte scuole sono state distrutte o danneggiate e quelle rimaste funzionano spesso come rifugi per sfollati, diventando spesso obiettivi militari con danni alle strutture gravissimi. Nei libri scolastici israeliani la storia palestinese è palesemente assente e la situazione si è aggravata dopo l’approvazione della legge fondamentale del 2018 che equipara lo Stato di Israele ad uno stato confessionale tagliando definitivamente qualsiasi Ponte culturale possibile tra ebrei e “non-ebrei”: la disumanizzazione associata alla negazione della specificità etnica palestinese, sono gli altri  tratti distintivi della pulizia etnica che va avanti da 80 anni inserendosi all’interno dei programmi scolastici israeliani.  La situazione attuale viene fatta risalire, quindi, a processi iniziati ben prima del 7 ottobre e riacceleratisi dopo gli accordi di Oslo. A Gerusalemme Est, sotto controllo israeliano, la situazione è paradigmatica: le scuole hanno dovuto adottare programmi e testi conformi al sistema educativo israeliano, mentre crescono le pressioni per estendere questo modello all’intero sistema scolastico palestinese, già colpito da forti tagli ai finanziamenti. Notevoli, inoltre, sono anche le difficoltà pratiche quotidiane: limitazioni agli spostamenti degli insegnanti, stipendi bassi e condizioni lavorative che compromettono la qualità dell’istruzione. La popolazione palestinese ha sempre fatto della qualità e del livello elevato di istruzione diffuso un punto di forza della propria capacità di resistenza alle difficoltà ma in questi ultimi due anni questo modello è seriamente messo in pericolo. Clicca qui per ascoltare la puntata su Radio Onda d’Urto. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Deterrenza non è prevenzione: l’alternativa alle divise in classe c’è ed è molto più qualificata!
All’IIS “Leonardo da Vinci” di Maccarese, il 18 febbraio 2026, dopo analoghi fatti dinovembre 2025, si è consumato un altro atto repressivo con azioni intimidatorie nei miei confronti perché con un cartello riportante il messaggio-chiave in termini pedagogici, “Fuori la polizia dalla scuola, deterrenza non è prevenzione“, mi aggiravo nell’androne e nei corridoi. Perché questa azione certamente inconsueta all’interno di una struttura educativa? Poco dopo una pattuglia della Polizia di Stato avrebbe fatto ingresso nell’aula magna, per parlare di femminicidi e di violenza ai danni delle donne. La volta precedente, sempre nell’ambito del progetto Scuole Sicure nato dalla joint-venture Ministero dell’interno e Ministero dell’Istruzione, nella stessa scuola si parlò di bullismo e cyber-bullismo, altri due cavalli da battaglia o, meglio, cavalli di Troia, visto che con questi due temi varie forze di Polizia (polizia di Stato, Carabinieri, ma anche Guardia di Finanza e Polizia Penitenziaria) hanno grande facilità nel fare breccia proprio nelle scuole.   L’azione, sicuramente di forte impatto, in termini di disobbedienza civile e in antitesi allo stereotipo del “bravo docente”, si è svolta senza particolari problemi di cosiddetto “ordine pubblico”, di fronte a studenti e studentesse incuriosite e professori e professoresse che, invece, giravano lo sguardo altrove, tirando dritti con evidente imbarazzo. Perché da alcuni anni si continuano ad approvare progetti per contrastare il bullismo, il cyber-bullismo o la violenza contro le donne chiamando operatori che sul campo intervengono in funzione repressiva o al più di contenimento dei soggetti violenti? In alternativa, per esempio, si potrebbero coinvolgere gli esperti e le esperte del settore che operano sull’altro versante rispetto a quello giudiziario-penale e della sicurezza pubblica, come chi è a contatto con le storie di vita delle donne abusate o dei ragazzi e delle ragazze vittime di bullismo: ci sono a disposizione gli e le esperte dei centri anti-violenza, il Telefono Azzurro oppure, volendo andare ancor più alla radice del fenomeno, cioè nel cuore della cultura  patriarcale, gli psicologi che sono in contatto tutti i giorni con gli uomini che si rivolgono ai centri per uomini violenti. Gli studenti e le studentesse nel cambio tra un’ora e l’altra nel frattempo si accalcavano davanti alla porta dell’aula magna e tardavano ad entrare in aula, ascoltando il motivo della contestazione fino all’arrivo dei due “docenti” in divisa e armati di Beretta 92S Parabellum. Con loro c’era tutto lo staff dirigente e alcuni collaboratori e altri docenti, per lo più silenti che non comprendendo appieno azioni nonviolente ma certamente dissacranti come questa, hanno poi contribuito solo ad alzare il livello di tensione: nessuno ha proposto un dibattito alternativo, ma tutti si sono appellati alla decisione del collegio docenti e dei consigli di classe. Il tutto è culminato con una perquisizione da parte dei due agenti nei miei confronti alla ricerca di eventuali oggetti o attrezzi pericolosi di fronte ad un’aula ormai colma di studenti. Poi si è passati alla mia identificazione inutile e ridondante visto che poco prima avevo già dichiarato di essere parte del corpo docente e quindi non un “corpo estraneo” di fronte a colleghi e personale ATA. Una docente ha poi avviato un tentativo di “mediazione” proponendo alla Polizia di farmi assistere all’intervento, pur non essendo lì con le mie classi, con una vaga proposta di “debate” che i poliziotti stessi hanno proposto ai/lle ragazzi/e avvertiti però che ciò «avrebbe comportato per loro delle conseguenze». Salvandosi in corner l’agente che aveva appena lanciato quella velata minaccia la specificò meglio, ma in termini di “o noi o loro” cioè che la mia presenza rendeva la loro di troppo. Non contenti i poliziotti hanno tentato di rimuovere fisicamente il fastidioso cartellone sfilandomelo dal basso verso l’alto. Di fronte a quell’azione imprevista e alla determinazione nel portare avanti la contestazione, l’ agente poi mi chiedeva, sempre con gli studenti e le studentesse come testimoni, se avessi «per caso qualche problema con la Polizia». Per me gli risposi «la domanda era mal posta, anzi parlando come docente di Scienze Umane era tendenziosa e in ogni caso doveva specificare che cosa intendesse per problema». In certi contesti scolastici, l’equivoco di una sovrapposizione, quasi fossero sinonimi, tra deterrenza (o repressione) e prevenzione, si rinforza in un quadro socio-culturale depauperato, fragile in cui gli studenti e le studentesse, come quelli/e di questa scuola dell’hinterland romano allargato, vivono trovandosi spesso in sintonia con i loro docenti. Questi/e ultimi/e pur avendo strumenti culturali incomparabili, a loro volta sottovalutano, in maniera disarmante, le ricadute di queste presenze “militari” che da anni anni costruiscono, nell’immaginario degli studenti e delle studentesse, un simulacro protettivo e salvifico della divisa e delle stellette: da una parte c’è la protezione dal nemico interno, dall’altra c’è la difesa dal nemico esterno. Questo processo purtroppo parte già dalle scuole primarie per proseguire alle secondarie e poi, appunto, alle secondarie superiori. Alcuni ragazzi e ragazze hanno confessato, infatti, che per loro quella presenza “armata” si aggiungeva ad altri due eventi pseudo-formativi nei cicli di studio precedenti.  Inquadrando il fenomeno sul piano culturale, a partire dalle serie TV, ai film, ad una vera e propria propaganda sui social o pseudogiornalistica in TV si invoca da più parti un “rispetto della legalità” visto in termini di obbedienza cieca alla legge, qualunque essa sia: si arriva al punto che al di là della presenza delle divise che in teoria dovrebbe essere evitata a prescindere, la soluzione è quindi quella del “debate” in cui per esempio un rappresentante di Casa Pound dialoga in pubblico con un attivista con una visione marxista dell’economia e della società, o appunto un docente esperto di violenza contro le donne o di bullismo, uno psicologo o un sociologo che dialogano in pubblico con il Poliziotto esperto della fase finale dei fenomeni di devianza…e poi, vinca il migliore! O semplicemente vinca il più convincente, come i sofisti dell’antica Grecia ci hanno egregiamente insegnato. Questi incontri, cosiddetti educativi, sui temi del contrasto alla violenza, invece, il più delle volte sono soltanto accennati nell’ambito dei collegi docenti,  molto spesso inginocchiati al volere di un cerchio ristretto del dirigente e poi approvati con altrettanta superficialità a scatola chiusa, all’interno dei singoli consigli di classe: guardando con una prospettiva di lungo periodo, la soluzione potrebbe essere quella di una proposta di legge che vieti tout court l’ingresso delle forze di Polizia e delle Forze Armate all’interno del sistema scolastico in quanto in totale antitesi con i principi-cardine, sul piano pedagogico, ma anche della Costituzione italiana, su cui si basa l’istruzione pubblica. Tutto ciò senza contare che una scelta in questa direzione dovrebbe essere fuori discussione proprio per il periodo storico contingente, che ci vede impegnati in spese folli in armamenti e immersi in un clima di violenza e di  prevaricazione in cui il diritto internazionale i diritti dell’uomo e della donna passano in secondo piano rispetto al diritto…ma del più forte. Risulta chiaro che di fronte a povertà crescenti, soprattutto in alcune classi sociali, al problema di un’erosione dei diritti sociali a partire da quello primario alla salute o all’istruzione, oppure ancora del diritto all’abitare, il rinforzo positivo della divisa e di un approccio “muscolare” a varie forme di violenza e in prospettiva di rivolte sociali nelle piazze, sono funzionali all’attuale stato di polizia (vedi tutti i decreti sicurezza e anti-migranti di questi ultimi 4 anni). Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Proposta di delibera popolare al Comune di Roma a firma anche dell’Osservatorio
Con grande soddisfazione ora possiamo visualizzare, anche sul sito-web del Comune di Roma, la relazione di accompagnamento alla Proposta di delibera popolare, firmata tra gli altri, da un rappresentante per l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università relativa alla richiesta di interruzione delle collaborazioni di Roma Capitale e di società partecipate, aziende ed enti direttamente o indirettamente controllati con enti israeliani a causa delle violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati (TPO) e in Israele. Il rappresentante sottoscrittore dell’Osservatorio è Stefano Bertoldi, che sarà anche il certificatore durante i banchetti per la raccolta firme. In realtà, gli intrecci tra rappresentanze politiche locali e nazionali e le lobby israeliane in campo farmaceutico o immobiliare sono così forti che addirittura all’interno delle scuole, le forze di polizia, a scopo di deterrenza, dirigono il traffico tra chi può o non può assistere ad eventi come quelli, numerosi e ogni anno numericamente in crescita, del Giorno della memoria o alla stazione Tiburtina che sembrano dimenticare cosa stia accadendo. Si tratta di una iniziativa popolare presentata da una coalizione di collettivi e associazioni al Campidoglio per rescindere tutti i contratti e le collaborazioni con Israele. L’Osservatorio è tra le circa 20 organizzazioni ognuna delle quali ha dovuto seguire tutta la trafila in Campidoglio per depositare la propria firma. relazione X delibera iniziativa popolare Comune di RomaDownload Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Intervista a Michele Lucivero su Radio Onda d’Urto sul libro “Scuole e Università di Pace”
Con la puntata del 10 gennaio 2026 di Scuola Resistente a Radio Onda d’Urto (clicca qui), Michele Lucivero, ripercorre il lavoro svolto nell’ultimo anno dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sulla presenza dell’apparato militare e dei progetti dell’accoppiata Ministero dell’Istruzione e del merito e Ministero della Difesa, nei contesti educativi e presenta il volume Scuole e Università di Pace. Fermiamo la follia della guerra, Aracne, Roma 2025, che mette a frutto ciò che si è elaborato durante il secondo Convegno nazionale dell’Osservatorio a Roma nel maggio del 2025. Viene quindi analizzata e stigmatizzata la penetrazione di narrazioni, pratiche e interessi militari negli ambienti scolastici e accademici, denunciando il rischio che l’istruzione diventi veicolo di legittimazione/normalizzazione dei conflitti armati che da più parti vengono presentati come inevitabili, a partire da quello che dovrebbe concernere il territorio europeo dal 2030 con protagonista il nuovo “nemico” e male assoluto, ovvero la Russia spalleggiata più o meno sottobanco dalla Cina. Michele Lucivero, tra i promotori “storici” dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, mette in discussione l’assuefazione alla guerra e l’impiego distorto del concetto di “sicurezza” all’interno della formazione. La puntata denuncia, quindi, la normalizzazione della guerra attraverso l’uso strumentale e mistificante di termini come “prevenzione”, che vengono fatti passare per sinonimi di educazione e tutela ma che in realtà mascherano dispositivi di pura deterrenza e repressione, come quando, in tema di violenza di genere viene, i vari progetti, pensati e organizzati in nome di una sedicente prevenzione, agiscono solo ex-post, senza incidere sulle cause culturali e strutturali della violenza stessa. L’intervista con Lucivero è stata anche l’occasione per una presentazione del libro, frutto del lavoro collettivo dell’Osservatorio e di tutti i suoi collaboratori e collaboratrici. Il volume raccoglie interventi che contestano le politiche governative e il clima bellicista dominante, denunciando la subordinazione di scuola e università agli interessi militari e industriali e rivendicando un’educazione apertamente antagonista alla guerra, alla repressione e alla loro normalizzazione istituzionale. Un fenomeno, quest’ultimo, che purtroppo sta avvenendo in modo sempre più esplicito anche all’esterno della scuola con tagli alla spesa in welfare e sanità. Clicca qui per l’intervista a Michele Lucivero su Radio Onda d’Urto. Oppure scolta qui l’audio. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Lettera aperta al Dirigente di un Liceo: rivendichiamo il diritto al pluralismo educativo
In attesa che il MIM faccia chiarezza sugli scopi di quella che a prima vista si presenta come una vera e propria schedatura a livello nazionale di studenti/esse palestinesi di ogni ordine e grado fino agli adulti, allievi di corsi di italiano L2, proponiamo una lettera aperta ad un preside della provincia di Roma che, pur in presenza di una tragedia storica come quella che sta avvenendo sotto i nostri occhi, impotenti a Gaza e in Cisgiordania, ha fatto rimuovere, per ben due volte, accanto alle bandiere di Unione Europea, Italia e Regione Lazio, quella palestinese appellandosi alle normative che regolerebbero il cosiddetto “cerimoniale”. Di fatto, questo gesto nonviolento, pacifico e rispettoso delle altre bandiere che si sono ritrovate accanto e non sostituite da quella palestinese, è stato considerato letteralmente un “atto illecito”. La lettera è anche il pretesto per elencare una serie di fatti, in comune con tante altre scuole in Italia che vanno dalla assurdità dell’obbligatorietà imposta dal ministro dell’Istruzione e del merito, Giuseppe Valditara, di un contraddittorio ogni qualvolta venga invitato/a un “ospite” esterno, fino al divieto di divagare intorno a temi politici durante i collegi-docenti, fino agli esempi di quotidiana militarizzazione della formazione. Egregio sig. Preside, il nostro Ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha recentemente inviato questa circolare/nota a tutti gli istituti all’attenzione dei dirigenti e quindi anche alla sua: * Numero della nota: n. 5836 * Data di emissione: 7 novembre 2025 * Oggetto della nota: Manifestazioni ed eventi pubblici all’interno delle istituzioni scolastiche — indica alle scuole di organizzare eventi e dibattiti su temi di rilevanza sociale o politica garantendo pluralismo di opinioni e pensiero critico anche attraverso un contraddittorio tra diverse posizioni Nelle aree esterne del nostro Istituto sono presenti diversi alberi di ulivo inserite nel contesto del cosiddetto Giardino dei Giusti, dove ogni anno viene attuata la raccolta delle olive con la collaborazione del plesso agrario. Questa iniziativa dall’alto valore simbolico, oltre che didattico, per i ragazzi e le ragazze dell’agrario viene ogni anno pubblicizzate e diffusa anche sui mass media come attività a favore della Pace e del rispetto tra i popoli. Elenco qui di seguito la lista delle targhe, presenti nel giardino che ricordano alcuni personaggi della storia: 1. Jan Karski – Messaggero della verità sulla Shoah: cercò di avvertire le potenze alleate dell’Olocausto e del destino degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale. Gariwo 2. Franca Jarach – Sopravvissuta alla Shoah; la sua storia è spesso legata al ricordo della persecuzione antisemitismo 3. Emanuele Stagnaro – Comandante della nave Esperia che simulò di non “vedere” per salvare circa 1500 ebrei durante le deportazioni. 4. Gino e Esterina Scarlatti – Coppia che offrì rifugio ad ebrei durante la Shoah. 5. Gino Bartali – ciclista italiano che, con l’aiuto di documenti falsi e reti di aiuto, contribuì a salvare ebrei sotto persecuzione. 6. Giorgio Perlasca – Si finse console onorario spagnolo e salvò circa 5 000 ebrei ungheresi nei campi di Budapest. La raccolta delle olive e quindi la produzione dell’olio ampiamente comunicate pubblicizzata verso l’esterno è svolta ogni anno tra gli ulivi del Giardino di Giusti rappresenta, appunto, uno di questi “eventi” indicati dal ministro Valditara ed in ogni caso, gli ulivi stessi e le targhe dei Giusti rappresentano perennemente una manifestazione di un pensiero politico (che non vuol dire partitico). La Scuola stessa, per definizione, sul piano sociologico e filosofico è un luogo politico e di elaborazione di un pensiero politico e il fatto stesso di “andare” e relazionarsi in un luogo come, appunto, la scuola, è di per sé un fatto politico. Le domande che le rivolgo sono quindi: 1) quale contraddittorio o a quale voce riequilibrante, Lei ha dato spazio rispetto alla Shoah? 2) Di fronte allo sradicamento, con i bulldozer, non solo delle case dei palestinesi a Gaza e nei territori occupati della Cisgiordania ma anche di una pianta, altamente simbolica e al centro della cultura stessa palestinese, appunto l’ulivo, quale simbolo o quale attività ha promosso per ricordare per esempio il genocidio a Gaza e la pulizia etnica attualmente in corso mentre io sto scrivendo in Cisgiordania? Egregio sig. Preside, l’Institute for the Study of Global Antisemitism & Policy (ISGAP) ha recentemente svolto attività di formazione agli appartenenti alla Polizia di Stato, durante i quali si sono analizzati, in maniera molto critica e a volte apertamente negazionista, i concetti di genocidio e di apartheid: nella nostra scuola si sono svolte delle attività extracurriculari su alcuni temi indubbiamente cruciali sul piano sociale e pedagogico che rientrano nei seguenti progetti nazionali: 1) progetto Icaro che, in sintesi, intende educare al corretto comportamento soprattutto alla guida di autoveicoli durante il tempo libero. 2) progetto Scuole sicure contro il bullismo e il cyberbullismo. Entrambi i progetti sono portati avanti con agenti della Polizia di Stato che in alcuni casi si sono presentati nel nostro Istituto con la volante (la cosiddetta pantera) parcheggiata proprio di fronte l’ingresso e indossando la propria divisa d’ordinanza. Domande: 1) Chi abbiamo invitato per proporre ai nostri studenti e alle nostre studentesse un’analisi del bullismo e del cyberbullismo che possa andare al di là del concetto di deterrenza che purtroppo viene consapevolmente confuso con il termine di prevenzione? 2) Gli operatori, tutti i sociologi o psicologi del Telefono azzurro, sono stati individuati come soggetti aventi titolo a parlare di questi temi essendo a contatto non solo quando accade un fatto grave, omicidio o violenza ma h24 ascoltando le sofferenze dei ragazzi e delle ragazze? 3) Non rappresentano forse questi una valida alternativa o quantomeno una voce diversa da quella dei poliziotti/e in divisa? 4) Allo stesso modo il progetto che riguarda la sicurezza stradale e i comportamenti a rischio perché non affrontarla con esperti dell’Automobil Club Italiano o anche da psicologi o sociologi che da anni studiano i comportamenti a “rischio” e le varie forme di devianza? L’esposizione della bandiera palestinese, peraltro deliberatamente esposta la seconda volta con il colore nero rivolto verso il suolo a significare il ricordo delle decine di migliaia di vittime già sotto terra oggi o in procinto di esserlo nel momento stesso in cui sto scrivendo, credo che sia un gesto nonviolento, pacifico e silenzioso che va nella direzione di quel “bilanciamento” delle opinioni richiesto proprio dal nostro ministro. Nel caso specifico, peraltro, in linea del tutto teorica, potrebbe accadere nel caso in cui si parlasse di antisemitismo e di Shoah a scuola, che qualcuno fosse tentato di chiamare un rappresentante del movimento neonazista italiano o un esperto che ci parlasse delle motivazioni alla base del genocidio degli ebrei e dell’eliminazione dei loro corpi nei forni. L’esposizione della bandiera, invece, non ha nulla a che vedere con questa visione purtroppo molto semplicistica, ma altamente populista e foriera di voti per le politiche del 2027 del nostro ministro Giuseppe Valditara. Trovo inoltre molto grave, per concludere, che l’istituto “Leonardo da Vinci” con alcune sue classi, dopo aver partecipato a un incontro/convegno organizzato gratuitamente per i nostri studenti dall’Università Europea di Roma sull’intelligenza artificiale e i suoi risvolti nella società, sia stata poi invitata dall’università stessa, a partecipare anche ad un successivo incontro “gratuito” di orientamento, proprio nel periodo-chiave in cui le famiglie, le ragazze e i ragazzi si orientano, appunto, per la scelta universitaria. Che questo venga fatto surrettiziamente nel quadro di un’uscita didattica, da parte di una istituzione privata le cui rette vanno da un minimo di 3.000 euro fino a oltre 10.000, rilevo anche qui un contrasto con le indicazioni proprio del nostro ministro. In questo caso l’alternativa è molto semplice e potrebbe essere il salone dello studente che ogni anno viene organizzato all’EUR e dove sono presenti istituzioni informative private e pubbliche, scuole militari ecc.. Ricordo inoltre, come già ho avuto modo di esprimermi durante un collegio docenti che l’Università europea di Roma (UER) è collegata all’organizzazione religiosa “reazionaria” e integralista cattolica, denominata Miles Christi che, non a caso, ha uno dei suoi studentati a Roma proprio accanto all’università e che l’intelligenza artificiale è al centro di quel tragico equivoco denominato “dual-use“: vista l’enfasi che viene posta sulle virtù salvifiche dell’intelligenza artificiale, ampiamente utilizzata, appunto, in campo militare o per il controllo sociale in termini addirittura predittivi, il personale esperto che possa parlare, in modo equilibrato e consapevole con nostri studenti, deve essere accuratamente scelto e non può essere certo la vicinanza geografica al nostro Istituto o un servizio “gratuito” come l’orientamento alla scelta universitaria ad orientare la scelta. Per concludere, augurandole buona giornata e inviandole un cordiale saluto, chiedo che mi vengano gentilmente restituite entrambe le bandiere che in due occasioni ho provveduto personalmente a fissare accanto a quelle istituzionali, infrangendo deliberatamente le indicazioni del cosiddetto cerimoniale delle istituzioni pubbliche, in considerazione di quanto sopra detto, ma anche della gravità della situazione in Palestina di cui tutti noi siamo complici. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Censura antipalestinese sui libri scolastici in Libano: atto di rimozione culturale
Per i palestinesi, in particolare per i rifugiati che vivono da decenni in Libano in campi come Ain al-Hilweh nel distretto di Sidone, il termine Palestina e l’identità palestinese sono più di semplici indicazioni geografiche o etniche: sono il fondamento di un’identità nazionale costruita in opposizione alla dispersione (Nakba) e alla lotta per l’autodeterminazione. La rimozione di questi termini dai libri di testo scolastici, accettata paradossalmente dall’UNWRA, così come si evince dalle informazioni raccolte sul posto da fonti dell’Associazione per non dimenticare Sabra e Shatila e da Alkemianews.it, non è quindi una semplice revisione curriculare, ma un’inaccettabile tentativo di cancellare la loro esistenza come popolo distinto, negando la base stessa della loro causa. Le scuole, in questo contesto, sono viste, infatti, come ultimi baluardi per preservare l’identità nazionale per le nuove generazioni. I libri di testo utilizzati nelle scuole dell’UNRWA, soprattutto quelli prodotti dall’Autorità Palestinese per le scuole in Cisgiordania e Gaza, ma anche, appunto, nei campi profughi, sono sempre più spesso al centro di aspre polemiche per reiterati tentativi di epurare i libri di testo, da qualsiasi riferimento alla connessione tra popolo palestinese e territorio o anche semplicemente il termine Palestina e palestinese/i. Che proprio l’UNRWA abbia accettato di sottostare ai diktat dell’apparato imperial-sionista, accettando di cancellare la parola PALESTINA dal materiale didattico, rientra in una strategia di normalizzazione del concetto riduttivo e stereotipato di arabo-islamico contrapposto a quello di ebreo. D’altra parte, questo attacco culturale, coerente con la pulizia etnica in corso in Cisgiordania è in continuità con la legge fondamentale di Israele, autoproclamatosi “Stato Nazione del Popolo Ebraico”, approvata dalla Knesset il 19 luglio 2018. Per protestare contro la rimozione del nome “Palestina” dai libri di testo di geografia, sabato 10 gennaio, si è tenuto uno sciopero nelle scuole di Ain al-Hilweh. A Sidone, seconda città libanese per importanza e dimensioni il movimento studentesco ha condannato questa odiosa forma di censura che ipoteca il futuro dell’autodeterminazione del Popolo palestinese sul piano culturale. Il movimento ha sottolineato che «l’istruzione non è uno spazio per manipolare la terminologia o falsificare i fatti; i tentativi dell’amministrazione dell’UNRWA di manipolare la coscienza degli studenti non sono più accettabili. Pertanto, il movimento studentesco di Sidone e Ain al-Hilweh ha organizzato uno sciopero generale sabato 10 gennaio 2026, in tutte le scuole di Sidone e Ain al-Hilweh, per protestare contro la scandalosa rimozione del nome Palestina da diversi materiali didattici stampati che costituisce un attacco diretto alla coscienza nazionale e al diritto degli studenti a un’istruzione che rispetti la verità e l’identità». Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Solidarietà & militarizzazione: approcci educativi e diseducativi in una scuola romana
Grande sorpresa ha suscitato la bandiera palestinese fissata accanto a quella italiana e dell’Unione Europea all’Istituto “Leonardo da Vinci” di Maccarese-Fiumicino. Questo semplice simbolo di solidarietà, di pace e nonviolenza, rivolto al popolo palestinese, infatti, bilancia parzialmente le numerose attività extracurricolari di stampo “legalitario” o giustizialista dell’istituto che, pur avendo nel suo piano dell’offerta formativa l’indirizzo “Scienze Umane”, non perde mai occasione di organizzare incontri di interesse sociale con militari o appartenenti alle forze di Polizia, addirittura con la Polizia Penitenziaria come quello in occasione dell’ultima giornata nazionale dedicata alla Legalità che vuole ricordare la memoria delle stragi di Capaci e via D’Amelio (Clicca qui). L’approccio è sempre quello basato su una visione fuorviante del concetto di “prevenzione” che, in realtà, si basa su quello di “deterrenza” e di semplice rispetto delle norme di legge più che di ragionevole osservanza di relazioni improntate alla pace, alla tolleranza e al rispetto della persona umana al di là delle leggi che le regolano e soprattutto delle sanzioni previste per i trasgressori. Si tratta di un approccio che certamente non allena le giovani generazioni a ragionare sugli squilibri sociali che portano alla devianza, a riconoscere in anticipo quali possano essere le traiettorie e le cause che inevitabilmente portano alla devianza, come la disuguaglianza nella ripartizione delle risorse e nell’accesso all’istruzione, constatando che peraltro, in Italia, questo principio costituzionale è disatteso e in paradossale antitesi alla nuova dicitura del Ministero dell’Istruzione che si fregia del termine “merito” vede una ministra dell’Università Annamaria Bernini ricalcare fedelmente, dopo essersi laureata e instradata nella carriera accademica nello stesso ateneo, le orme del padre ex-ministro (1994-1996), come lei (2011) ma in anni differenti, sotto il governo Berlusconi. Sempre con questo approccio, all’IIS “Leonardo da Vinci” si sono susseguiti negli anni gli incontri con i poliziotti che hanno affrontato e affrontano tuttora, quasi fosse un rituale ormai assodato, il tema del bullismo o del cyberbullismo – oggi inquadrati nel più ampio progetto “Scuole Sicure” – evitando, invece, di chiamare a relazionarsi con i ragazzi, gli esperti, per esempio, del Telefono Azzurro (2023 clicca qui) (2025 clicca qui) oppure dei giovani hacker o informatici esperti di “Deep web” o di cyber-security. Ma le strade per affrontare, sempre col medesimo approccio, il bullismo, alle volte si fa più sofisticato come nel caso del progetto “Bulli-Stop” (2024 clicca qui) in cui l’architrave accademica è certamente solida, grazie alla sua fondatrice e presidente, la nota pedagogista, Giovanna Pini, ma che all’atto pratico, si esprime attraverso interventi molto coreografici basati sulla metodologia del “teatro pedagogico”: dei giovani attori mettono in scena dei monologhi in cui giocano il ruolo di ex-studenti, vittime di bullismo e che alla fine dello spettacolo rivelano la loro vera identità dopo essere entrati, quindi, in empatia con il pubblico dei giovani studenti e studentesse. Il progetto propone parallelamente alle consulenze di tipo psicologico, per il sostegno all’autostima e al superamento dei traumi, una sovrabbondanza di riferimenti legalitari e/o contatti legali quali “salvagente” contro eventuali abusi subiti in classe a partire da colui, definito come la “colonna portante legale dell’associazione”, l’avvocato Eugenio Pini, da non molto scomparso e figura, quasi “storica”, di primo piano nella difesa di poliziotti e carabinieri, a volte implicati in fatti di abusi in divisa. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Dalla Banca d’Italia l’alternativa alla Guardia di Finanza in classe
Allo stand della Banca d’Italia presso la fiera “Più libri più liberi“, la recente kermesse organizzata all’EUR dedicata alla piccola e media editoria, abbiamo scoperto con piacere uno dei tanti possibili esempi di formazione-formatori e di formazione rivolta ai giovani delle scuole, alternativo alle divise in classe. Da anni, infatti, la Guardia di Finanza si presenta presso le scuole per proporre la cosiddetta “educazione finanziaria” adottando, con più i/le piccoli/e, la forma di comunicazione del fumetto con le avventure della mascotte “Finzy” mentre con i/le più grandi si affrontano gli stessi temi, ma sempre nell’ottica poliziottesca da “guardie e ladri”. Il personaggio del grifone dei fumetti della Guardia di Finanza è stato creato per educare i bambini e le bambine soprattutto sui compiti del Corpo in modo divertente, attraverso le avventure che lo vedono combattere evasori, contraffattori e criminali con varie specializzazioni delinquenziali. Il grifone cui si ispira il personaggio è un animale mitologico che simboleggia la vigilanza e la protezione delle ricchezze in questo caso dello Stato. Ai/alle più piccolei7 vengono spiegati concetti come l’evasione fiscale, la contraffazione, il concetto di legalità: l’ottica, quindi, come più volte abbiamo sottolineato è quella della deterrenza e della repressione in un mondo popolato di ladri e criminali dove la divisa si presenta sempre come l’angelo custode della tranquillità civile. Si parte quindi sempre dai danni causati dai truffatori, da un elemento di negatività presente indubbiamente nella società, ma spesso enfatizzato ad arte sempre nell’ottica del “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio” partendo dal presupposto che il prossimo, se può, è tendenzialmente portato a fare del male. D’altra parte, molto spesso, sembra quasi che non vi sia affatto l’intenzione di parlare, in modo accessibile a tutti/e di economia politica o di modelli economici, da quello capitalistico a quello socialista o a quello di grande attualità definito “socialismo di mercato” adottato dalla Cina. A farla da padrone è sempre la lotta al crimine anche col sempreverde cavallo di battaglia della lotta al traffico di droga. Proponiamo solo a titolo di esempio queste due recenti iniziative, una a La Spezia e l’altra a Villafranca di Verona.  Al contrario la Banca d’Italia, propone anche fondamentali momenti di formazione dedicati agli/alle insegnanti, peraltro sempre trascurati dalla galassia del Ministero della Difesa che li relega quasi sempre in un ruolo marginale di “accompagnatori”. Gli/le insegnanti, infatti, a loro volta, riporteranno in classe, con il loro personalissimo metodo e con dinamiche discente-insegnante ben consolidate, i concetti-chiave dell’economia più che gli esempi criminali da evitare o da combattere concepiti come focus della ipotetica lezione. Questo aspetto vale per tutti gli ambiti di cui l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università si occupa, ma nell’ambito economico sarebbe fondamentale presentare il mercato e i concetti fondamentali che lo regolano a livello micro e macro-economico anche al di fuori di un modello di economia capitalistica basato sul profitto. Una volta messo in chiaro quali possono essere i modelli di riferimento per l’economia politica di una società, si possono poi affrontare tutti gli altri temi, ma sempre con un’ottica che abbracci diverse modalità di gestione delle ricchezze e delle proprietà di ognuno e sicuramente lontani dalla dicotomia legale-illegale come se la legge fosse immutabile e piovuta da una dimensione divina imperscrutabile.  Nel manuale per il docente che la Banca d’Italia propone vengono proposti diversi temi dai concetti-chiave dell’economia, ai principi-cardine del risparmio spiegati in modo diverso a seconda delle fasce di età (QUI POTETE TROVARE LE RISORSE DIDATTICHE DA USARE IN CLASSE). Si passa dall’economia politica alle politiche economiche fino ai fondamenti dell’attuale modello economico in cui siamo immersi dandogli così un senso e sviluppando la consapevolezza nei discenti. Gli studenti e le studentesse, a loro volta, hanno un loro libro di testo molto approfondito, ma allo stesso tempo particolarmente divulgativo e accattivante affrontando temi di grande complessità in maniera mai pesante o, per ciò che sta a cuore a noi mai in modo terroristico o manicheo. Il mondo esterno certamente non va dipinto come “rose e fiori”, ma da qui a presentarlo da sempre popolato da evasori fiscali, da violentatori o pedofili, truffatori e rapinatori, contraffattori non ci sembra l’approccio pedagogico funzionale alla crescita di individui consapevoli dei propri diritti e doveri e della complessità del mondo che li circonda: non ci sono e mai ci saranno solo il bianco o il nero, il buono o il cattivo, ma tante sfumature tutte altrettanto degne di approfondimenti e di spiegazioni. Per concludere, vorremmo porre questa domanda che può instillare quantomeno un dubbio rispetto alla buona o cattiva fede delle iniziative sedicenti formative del Ministero della Difesa in tutte le sue declinazioni: come mai in queste iniziative le forze armate e le forze dell’ordine non propongono mai momenti di formazione destinati ai docenti? Forse la presenza scenica in classe di una divisa corredata di pistola ha più valore del processo formativo cui si dovrebbe tendere?  Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Tra crisi sociale e Stato di Polizia: riflessioni sul capitale sociale
Mentre come ad ogni Natale e anno nuovo la Polizia di Stato ed altre forze armate o dell’ordine cercano di superarsi in folcloristiche partecipazioni in veste di angeli protettori, accudenti ed affettuosi, soprattutto verso i bambini e le bambine, preferibilmente se colpiti da tumore, quest’anno, proprio sotto le festività, abbiamo anche dovuto assistere ad imbarazzanti pubblicità di Leonardo SpA, in prima serata su LA7 e anche sulla TV di Stato. Tra un panettone e l’altro, un “prodotto” come Leonardo SpA, ovvero l’antitesi di un bene di largo consumo, ci viene proposto, in perfetto stile war-washing, puntando tutto sul meno compromettente “mondo digitale”. Possiamo dire, a buon diritto che l’ufficio comunicazione e immagine di questo produttore di morte, è leader anche in assenza totale di vergogna, se mai ne avesse avuto una. Ma, tornando alle strategie di comunicazione-propaganda della Polizia di Stato che quest’anno ha coinvolto addirittura il reparto di élite dei NOCS (Nucleo Operativo Centrale di Sicurezza) che si sono calati con delle funi, vestiti da Babbo Natale, dall’alto del Policlinico Umberto I di Roma per introdursi in un reparto di oncologia pediatrica passando dalla finestra, dobbiamo fare riferimento al concetto sociologico di “capitale sociale“. In particolare, dobbiamo guardare alla sua “crisi”, per spiegare anche l’affollarsi, sempre sotto le feste, anche di notizie di poliziotti o carabinieri che salvano o ritrovano vite o evitano suicidi. Viene definito come “capitale sociale” in sociologia e metodologia della ricerca sociale quel reticolo relazionale cui ognuno di noi può fare ricorso in caso di una qualsiasi necessità o anche semplicemente per sentirsi ed essere effettivamente/pienamente incluso socialmente. Una delle tendenze, in stile legalitario, della cultura militarizzante odierna, è quella che vede il mondo delle forze dell’ordine e militari, intromettersi in questo reticolo proponendosi come garante delle relazioni stesse: c’è una lite furibonda all’ interno di in una coppia? Si chiama il 112. C’è un ragazzino che da qualche giorno non si vede più? Alcune persone che lo vedono stazionare davanti a un negozio con dei disegni in mano, invece di chiedere direttamente al bimbo dove sta di casa o che fine hanno fatto i genitori, si affidano ancora una volta al 112. C’è un’anziana signora che sta per lanciarsi da un parapetto? perché è presa dallo sconforto di essere sola in un mondo intento ad addentare fette di panettone e scartare regali in famiglia? Anche qui il rimedio considerato evidentemente il più sicuro è il 112! Un’anziana signora, colpita da un vuoto di memoria si perde durante una passeggiata all’interno del mercato rionale di Testaccio a Roma? Anche qui si chiamano i militi e la signora ritorna sana e salva nella propria casa di riposo riuscendo fortunatamente a festeggiare il suo 87° compleanno circondata dall’affetto dei familiari che in quel caso erano ben presenti all’evento! In tutti  questi recenti casi, che rappresentano solo alcune tra le innumerevoli situazioni e che confermano quell’investimento di fiducia che viene rivolto a forze armate e forze dell’ordine segnalato da tutte le più recenti da indagini sociali, (ISTAT 2025 e 37° Rapporto Eurispes) l’intervento potrebbe essere risolto forse più efficacemente da un amico, un parente o da personale esperto. In una società che però ha puntato negli ultimi decenni sulla competizione e sull’individualismo, soprattutto nei centri urbani dove controllo sociale e appunto “capitale sociale” si sono notevolmente affievoliti, il 112 sembra l’ultimo baluardo per un controllo che di fatto è tutt’altro che “sociale”, ma nasconde invece un vero e proprio controllo poliziesco travestito da buon samaritano. A parte il tema della solitudine e delle carenze, appunto, di capitale sociale, sembra farsi strada una sorta di auto-censura qualunquista che spinge a non intervenire per non mettersi nei guai, per non compromettersi in prima persona e assumersi eventualmente una qualche responsabilità anche come educatori/trici e insegnanti. È capitato, ad esempio, che in presenza di una giovanissima studentessa di liceo con evidenti problemi psichici che durante una sua crisi, invece di essere contenuta amorevolmente dall’insegnante di sostegno coadiuvata eventualmente dai suoi colleghi, venisse chiamato, appunto, il 112 tramutando il caso in un problema di ordine pubblico; in un’altra situazione, un sospettato di spaccio di cannabis all’interno di una scuola in provincia di Roma, viene affidato a due carabinieri che in divisa fanno irruzione con la macchina di servizio proprio nell’orario di punta, alla fine delle lezioni, sfilando davanti a centinaia di studenti. Si può dire che parallelamente alla “medicalizzazione del comportamento non conforme” e quindi all’esplosione di forme di standardizzazione nel rapporto umano tra docenti e giovani a volte in stato di disagio e sofferenza(dai BES, ai DSA ecc.) si è fatto strada una sorta di visione legalitaria del rapporto stesso che pervade la società nel suo complesso e quindi anche il microcosmo della scuola. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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