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Lettera di una persona trans al proprio padre
Questa lettera è tratta da uno scambio epistolare che porto avanti con mio padre da quando, due anni fa, gli ho raccontato che avevo iniziato un percorso di transizione di genere. Scrivergli è stato il modo meno dispendioso che ho trovato per soddisfare la pressante, reiterata, mai paga, richiesta di spiegarmi. Una richiesta che, da legittima e comprensibile, è sempre più diventata un modo per continuare a chiedermi conto delle mie scelte, per rimetterne ogni volta in dubbio la validità, un’ingiunzione ora a sbracciarmi ora a comprimermi per mantenere una relazione che per mia fortuna posso scegliere di mantenere per amore filiale, e non costretto da necessità materiali. C’è chi questa scelta non ce l’ha. Chi ai capricci di un padre è soggetto senza sconti e non può permettersi di modulare il rapporto con lui, perché da quel rapporto dipende la possibilità di garantirsi una vita bella – o, più semplicemente, una vita. «Aver potere significa non dover cedere e costringere l’ambiente o l’altra persona a cedere […] In un certo senso, è la capacità di potersi permettere di non imparare» da Karl W. Deutsch, I nervi del potere (1963) Ciao papà, ti scrivo perché voglio rispondere all’articolo che mi hai mandato nella tua ultima mail. Voglio provare a spiegarmi per l’ennesima volta, fare uno sforzo ulteriore per farmi comprendere, nella speranza che dalla comprensione derivi in qualche misura anche un po’ di accettazione. Se non succederà, non sarà un gran problema: ormai ho una solidità che mi consente di vivere la mia vita, di mantenere un rapporto con voi senza che ci sia bisogno che approviate tutto quello che faccio. È normale, per volersi bene non ci deve essere coincidenza di vissuti, valori e interpretazioni e sono sempre più a mio agio con l’idea che non capiate alcune mie scelte. Ora so che questa vita bene o male me la riesco a vivere anche da solo, non mi è mai cascato il mondo addosso e non cascherà proprio ora. Se dopo circa sette mesi dall’inizio della terapia ormonale sostitutiva, ho dovuto dire a te e alla mamma che stavo assumendo testosterone è stato semplicemente perché a un certo punto era diventato un po’ un segreto di pulcinella: all’ennesima volta che al telefono mi chiedevate cosa avesse di strano la mia voce, se non avessi per caso un brutto mal di gola, cosa avrei dovuto fare? Mi sembrava improbabile continuare a fingere un mal di gola che si protraeva ormai da mesi. E ora, dopo due anni che provate a raccapezzarvi e a dare un senso a questo mio inspiegabile cambiamento, sono un po’ estenuato. Vi ho tenuto per mano meglio che potevo ripetendomi che dovevo avere pazienza, le vostre domande assidue erano in fin dei conti una dimostrazione di buona volontà, erano faticosi sforzi volti a comprendermi – pensavo – ma era sempre chiaro che più che capire me, ero io a dover capire voi quanto vi sconvolgesse ciò che stavo facendo, quanto impattasse sul vostro mondo e sul vostro benessere, quanto vi arrecasse preoccupazioni su preoccupazioni, quanto potessi quantomeno accordarvi alcune deroghe, dei favori, delle attenuanti. Insomma non vestirti così, non chiamati così, non tornare a casa vestito a quel modo, non farti venire la barba per favore, non farlo sapere in paese. > Se devo essere onesto con me stesso, ormai non mi interessa che riconosciate e > comprendiate le motivazioni che mi hanno portato a iniziare la terapia > ormonale, non mi interessa spiegarvi che tipo di effetti voglio ottenere, non > mi interessa che mi chiamiate al maschile, non mi interessa se mi considerate > vostra figlia o figlio o figlix. D’ora in poi, visto che abituarsi vi riesce così difficile, facciamo che quando ci incontriamo e ci vediamo è tutto come prima della grande rivelazione. Ora, papà, torniamo all’articolo che mi hai inviato. La sua tesi portante è che la maggior parte delle persone, soprattutto adolescenti, sbaglia a pensare di voler «essere dell’altro sesso» e che per le ragazze, a cui chiaramente mi ascrivi, sarebbe molto più opportuno ricevere l’aiuto psicologico necessario a risolvere malesseri pregressi, che le portano erroneamente a mettere in questione la loro identità di genere. Non posso essere d’accordo, e per molte ragioni. Come forse ricordi, quando me ne avevate fatto richiesta, ero stata molto restia a farvi incontrare la mia psicologa. Lei proponeva di presentarvi una versione della transessualità molto normalizzata e all’acqua di rose, che si appoggiava alla legittimazione data dall’autorità medica, psichiatrica. Era una posizione che pensavo sarebbe stata per voi più facile da digerire, ho accettato di farvela incontrare nella speranza che una voce “autorevole” e una narrazione più consolidata potessero rassicurarvi, ma non è stato così, quindi tanto vale tornare sui miei passi e non mistificare le mie intenzioni: la verità è che il tipo di discorso che considera la transessualità come un disagio psicologico causato dall’incongruenza tra il proprio genere percepito e il sesso biologico assegnato alla nascita mi è totalmente estraneo, non ha giocato alcun ruolo nell’indirizzare le mie scelte di vita. Corteo Queer a Roma, foto Renato Ferrantini Ripeto ancora una volta come sono andati i fatti. Fin da piccola io ho avuto contezza di venir trattata da ragazza, percepita come tale da tutti, e fin da piccola questa cosa mi ha angosciato, non perché, come comunemente si può pensare, «dentro mi sono sempre sentita un ragazzo», no, mi angosciava perché le assunzioni che intervengono a plasmare le bambine fin dalla più tenera età mi parevano una cosa oppressiva e intollerabile al punto da farmi pensare che nessun essere umano vorrebbe essere trattato come si trattano le bambine, che poi diventano donne. Forse è un’idea impossibile da accettare per chi non lo vive, ma ho già cercato di spiegarlo in questo scritto che risale alle scuole superiori: Ho riletto i miei diari, ne tenevo uno mentre avevo all’incirca dieci anni in cui annotavo con dovizia di particolari le mie giornate, che in linea di massima andavano così: «oggi fatto capanna di frasche con Matteo, corso tantissimo!!» oppure «siamo andati a chiedere al sindaco di costruire uno skatepark di fianco al campo da calcio, abbiamo raccolto cin-quan-ta-set-te firme ma non ci vuole ascoltare…» o ancora «abbiamo giocato a quel gioco in cui vince chi riesce a non farsi buttare per terra e ho vinto io perché sono più agile e non mi prende nessuno!». La mia infanzia sembra avere una caratteristica peculiare, che mentre ci stavo immerso non la vedevo mica, un po’ come i pesci l’acqua: in quelle pagine non c’è mai un riferimento al mio essere una ragazza, qualcosa di altro rispetto ai maschi. Certo, sapevo che c’erano i maschi e le femmine, ma io stavo sempre con i primi, secondo qualsiasi metrica impiegata per costruirlo, io e i miei amichetti saremmo finiti raggruppati nello stesso insieme, individuati dalle stesse coordinate. Avevo tutte le carte in regola per fare quello che facevano loro, tutto l’interesse a farlo, e nessuno che mi metteva i bastoni tra le ruote. Per questi e molti altri motivi, quale fosse il mio sesso d’appartenenza l’ho imparato un po’ tardi, all’incirca mentre frequentavo le scuole medie, per via di una serie di indizi che via via si cumulavano e che mi venivano dall’urtare contro qualche limite o dal trasgredire qualche norma. È stata un’opera di discernimento faticosa e iterativa e, nel condurla, mi ha aiutato molto anche il profilarsi, giusto a quell’età, di una nuova modalità di relazione possibile o forse anche dell’unica relazione possibile una volta che si diventa ragazzi e ragazze. Sto parlando del fidanzarsi, il mettersi insieme, insomma di quella cosa che è tanto sommamente desiderabile e agognata quanto quasi inevitabile tra maschi e femmine. > Imparare che la divisione del mondo per sessi è passato per me attraverso una > sequela di costrizioni, di reindirizzamenti, di diversioni dal mio corso. Di > lì in poi ho iniziato a notare la spaccatura, ci sono i maschi e ci sono le > femmine. A quanto pare io sono una delle seconde. Ho dovuto apprendere tutta > una serie di tecniche, grossolane e poi via via più fini, ma è stato > difficile, non ci ero per nulla portata. Corteo in memoria di Cloe Bianco, San Donà di Piave, Giugno 2023, Foto Luca Profenna Alle superiori si è fatto tutto un po’ più evidente, osservavo i ragazzi che si comportavano in un certo modo, le ragazze in un altro che, per qualche inafferrabile motivo, mi risultava più odioso. Della mia classe ammiravo i ragazzi, ne cercavo la compagnia, quelli erano brillanti senza pedanteria, sprezzanti delle norme, uno sprezzo visto di buon occhio da professori ed educatori d’ogni specie e grado. Le ragazze prendevano ottimi voti grazie a uno studio bovino, mi parevano immuni ai guizzi di genio, così diligenti e assorbite dal contornare il loro agire dentro a quelle minuziose norme che non capivo, come recintate. Non sto descrivendo niente di particolarmente oscuro, maschi e femmine vengono prodotti come differenti, oggi come in passato. È una cosa che gli stessi bambini riportano quando interpellati: «Sono contento di essere nato maschio… Perché sono forte, intelligente e le femmine no. Perché siamo forti, belli, intelligenti e proteggiamo le femmine. Sono felice di essere maschio per essere libero. Sono contenta di essere nata femmina… Perché le femmine sono più sistemate, sono dolci e pulite. Perché le femmine sono eleganti, pazienti e non sono arroganti. Perché potrò truccarmi, vestire alla moda e da grande curare i miei figli». L. Lipperini, Ancora dalla parte delle bambine, Feltrinelli, Milano 2007 Le motivazioni che mi portano ad assumere testosterone e a voler smettere di essere una ragazza hanno davvero poco a che vedere con il “sentirmi uomo” e molto a che vedere con la volontà politica di rompere con un certo sistema di potere. Queste sono le ragioni della mia transizione e non vorrei dovervene presentare delle altre relativamente più diffuse e valide, sebbene comunque stigmatizzate solo per risultarvi intelligibile. So bene che molte persone trans descrivono la propria esperienza in termini molto diversi dai miei, parlano di disforia di genere, di un’identità di genere che sentono da sempre, del bisogno di essere riconosciute come uomini o come donne. Non ho alcun interesse a mettere in discussione questi racconti. Vorrei solo che fosse concesso anche a me di raccontare il mio senza doverlo tradurre in uno di quelli. > Certo, mi dirai, avrei potuto rompere con questo sistema in tanti altri modi, > che bisogno c’era che modificassi il mio corpo? Questo modo che ho scelto non > esclude gli altri; partecipo ad assemblee, organizzo manifestazioni, vivo la > mia vita in modo da privilegiare le mie amicizie rispetto alla relazione > romantica con un uomo, e tra le altre cose assumo testosterone. Cosa altro mi piace della terapia ormonale? Una serie di effetti fisici, che sono totalmente personali, sono proprio affari miei. Per tutte queste ragioni non mi interessa nulla se l’articolo che mi hai mandato sostiene che la maggior parte delle adolescenti che fanno “coming out” come trans dopo la pubertà soffrano in realtà di ROGD, Rapid-onset gender dysphoria. Questo acronimo, questa nuova categoria, formulata da Lisa Littman sulla base di questionari inviati ai genitori di adolescenti trans, serve a sostenere che molte ragazze adolescenti, spesso con precedenti diagnosi psichiatriche o del neurosviluppo, arriverebbero a identificarsi come trans non perché sperimentano una disforia di genere, ma perché influenzate dal gruppo dei pari e dai contenuti trovati online. Il loro coming out viene interpretato come un meccanismo di coping maladattivo, come il sintomo di un disagio preesistente piuttosto che come espressione di un desiderio autentico. Corteo Queer a Roma, foto Dinamopress Non mi interessa se mandandomelo suggerisci, nemmeno tanto velatamente, che io soffra di questo e non di legittima, medicalmente riconosciuta, biologicamente derivata “disforia di genere”. Per me la transessualità non è una questione medica o psichiatrica, nemmeno individuale, intima e personale, è una questione di politica, ha a che vedere con il sociale e con gli strumenti per costruire una vita collettiva un po’ più desiderabile, per cambiare qualcosa di come comunemente si pensa ai generi, per ridefinire i criteri che individuano una vita come degna di essere vissuta. Se alcune persone «hanno sempre mostrato segni di essere transessuali» e altre invece lo mostrano dopo la pubertà, perché hanno «consultato internet», per me è totalmente irrilevante, perché non credo che il punto centrale della transessualità sia adeguare il proprio corpo alla propria vera identità di genere. Non trovo proprio che sia utile interrogarmi su questo, chiedermi se io sia un transessuale vero che sperimenta disforia di genere da quando era piccolo e che per risolverla intraprende la transizione medicalizzata o se io debba essere semplicemente una persona plagiata. In primis non riconosco la legittimità di questa distinzione. > Per me la transessualità non è questione di «dopo attente perizie mediche > abbiamo capito che la tua condizione medica è vera e quindi eccoti la cura», > io non sono d’accordo con il trattamento differenziale che maschi e femmine > subiscono, con la produzione istituzionalizzata e gerarchica di queste due > soggettività, di questi due generi, e da ciò derivano le mie scelte di > transizione. Suggerendo che io sia invece una persona plagiata stai davvero compiendo qualcosa di offensivo, non ritenendomi in grado di ragionare autonomamente sulle cose e di prendere decisioni per la mia vita, semplicemente perché queste decisioni non ti piacciono o ti provocano ansia. Immagina poi cosa posso pensare quando a circa metà dell’articolo l’autrice, la psicoterapeuta junghiana Lisa Marchiano, suggerisce che essere trans tutto sommato va bene se risulta essere una “scelta adattiva”, se ti porta a essere più in grado di integrarti nella vita, a funzionare meglio. Non è questo il mio obbiettivo, non voglio essere come la gente del mio paese, maschi, femmine, normali, eterosessuali, che si sposano e hanno un lavoro di cui gli importa molto, voglio costruire un altro tipo di vita. Come ultima postilla, mi dispiace anche che tu ti sia bevuto la parte in cui l’articolo descrive le conseguenze devastanti sulla salute della transizione medica, mi dispiace davvero perché è un modo fazioso e meschino per incutere paura esagerando effetti che si verificano raramente, come per molti altri farmaci e sostanze. Potrei dirti che la pillola anticoncezionale provoca una spaventosa quantità di decessi per trombosi, causa depressione, ideazioni suicidarie e tutta una nutrita pletora di altri effetti collaterali se volessi ottenere lo stesso effetto terroristico dell’articolo che mi hai inviato. Al contrario di ciò che è li riportato, molti studi sostengono, per esempio, che il testosterone abbia conseguenze positive sulla salute delle ossa, ma so che non ti faranno cambiare idea, perché un’idea ce l’hai già. Anche la cruentissima “fasciatura del seno” non è una cosa che le persone trans – se messe nella condizione di accedere a percorsi di affermazione di genere – fanno più, sono disponibili dei “binder”, delle canotte compressive, che sono appositamente progettate per non dare problemi a schiena e polmoni se usati nel modo corretto e per il tempo adeguato, binder che comunque io non uso perché è possibile, se lo si desidera e quando lo si desidera, usare il tape kinesiologico per avere un petto più piatto senza compressioni di sorta. Non so se devo andare avanti nella disamina, non so quanto sia utile, mi fermo qui. > In ogni caso, anche se non le comprendi e per quanto ti preoccupino, le > decisioni che prendo nella vita ora sono le mie: come ho scelto di farmi un > tatuaggio, ho scelto di prendere il testosterone, due cose che ti sconcertano > ma che in fin dei conti sono pur relativamente diffuse nella società in cui > viviamo. Avrei potuto fare molto di peggio. Se non potete sopportare che tutte le scelte comportino un qualche tipo di vantaggi e svantaggi, non fatene. Non voglio davvero che tu capisca cosa sto facendo e che lo ratifichi. Non mi interessa, non mi è mai interessato, non desidero spiegarmi ancora, non desidero la tua approvazione e non proverò più a pretendere da te una comprensione che all’atto pratico non modifica nulla. Solo, magari, se eviti di dirmi, ogni singola volta che interagiamo, quanto sto sbagliando e quanto sei preoccupato per me… ma se non puoi proprio esimerti, saprò farmi carico anche di questo. Foto di Copertina, Luca Profenna, Corteo in memoria di Cloe Bianco, San Donà di Piave, Giugno 2023 Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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September 15, 2026
DINAMOpress
Suicidio o assassinio di stato e dell’odio sociale?
Ripubblichiamo questo articolo dal blog dell’Osservatorio di di NUDM **Allerta** I contenuti e le parole di questo articolo sono estremamente sensibili (suicidio, morte, femminicidio,…) La decisione di pubblicare questa riflessione è mossa dal desiderio di prevenire le condizioni che portano una persona anche molto giovane ad essere indotta a non vedere altro sbocco se non […]
June 17, 2026
Corpi e Terra
No alla deportazione di Bella Dehmat dalla Svezia in Turchia
Bella Demhat, attivista trans e curda perseguitata in Turchia, rischia l’espulsione dalla Svezia nonostante il rischio certo di morte. Le istituzioni europee ignorano la violenza sistematica contro le persone lgbtqi+ in Turchia. Da quando la Svezia è entrata nella Nato e guidata da un governo di destra si susseguono le deportazioni dal paese scandinavo soprattutto in Turchia. Parliamo con il giornalista Murat Cinar del caso di Bella e della campagna https://savebella.org/
June 12, 2026
Radio Onda Rossa
GenderX: «non è un episodio isolato, è una violenza ripetuta con schemi ben precisi»
La sede di GenderX si trova tra i quartieri Pigneto e Tor Pignattara, a Roma, una zona in grande trasformazione e fermento. Da un lato spinge la gentrificazione, già largamente avviata al Pigneto, che si espande a macchia d’olio nelle zone limitrofe, dall’altro lato la nuova e vecchia povertà urbana si mescolano tra le vie di questi quartieri, diventati casa per tante comunità migranti, che rischiano di essere spinte sempre più ai margini della città. Qui corre la nuova linea della metro C, facendo diventare queste zone semi-centrali, perché facilmente raggiungibili. La fermata più vicina alla sede di GenderX è piazza Malatesta, una colata di cemento, una rotonda per le auto, capolinea degli autobus, e dove si incontrano tante comitive di persone giovani, nelle panchine tra una fermata e l’altra. Qui dietro tre anni fa ha aperto la nuova sede di questa associazione, a via Dulceri, diventando un luogo di incontro e supporto per tutta la comunità trans di Roma e provincia. Infatti GenderX «offre un servizio peer-to-peer svolto da persone trans e organizza gruppi di empowerment effettuati da persone transgender per adolescent* e adult* finalizzati a creare momenti di aggregazione e informazione». Attivismo e divulgazione per un mondo più inclusivo, come leggiamo nel sito.  Abbiamo sentito Gioele il Presidente dell’associazione per farci raccontare gli attacchi subiti in queste settimane e mesi alla loro sede. Purtroppo, questi non sono attacchi isolati, negli ultimi anni si sono moltiplicati episodi di violenza razzista e omolesbobitransfoica in tutta questa zona della città: a luglio del 2024 c’è stata un’aggressione razzista nel parco San Galli di Tor Pignattara, a capodanno del 2025 una coppia gay è stata aggredita violentemente a pochi passi da via Dulceri, perché si teneva mano nella mano, nell’estate del 2025 sono state diverse le aggressioni a negozianti e passanti da parte di giovani e giovanissimi nella zona pedonale del Pigneto, e a febbraio è comparsa una scritta razzista dietro il Parco San Galli, dopo la festa antirazzista dellla scuola primaria. E questi sono solo gli episodi che hanno raggiunto la stampa, potremmo poi aggiungere di altre scritte fasciste, adesivi per segnare il territorio, cori, e tante altre micro-aggressioni quotidiane nei mezzi pubblici e nelle strade.  Ci vuoi raccontare che cosa è accaduto la settimana scorsa presso la vostra sede?  Non era la prima volta che delle persone venivano a dare fastidio alla sede, e venerdì sera verso le sette o otto di sera, quando dietro la porta a vetri opaca abbiamo visto delle sagome di un gruppo di persone, abbiamo pensato «ah ci risiamo». Quindi io ho spalancato la porta, e appena la porta è stata aperta queste persone sono scappate via. Erano almeno otto persone, si sono divisi in due gruppi e sono corsi uno da una parte e uno dall’altra. A quel punto, siamo stati un po’ fuori dalla porta per monitorare la situazione e abbiamo sentito che si facevano dei segnali con dei fischi e li vedevamo correre da una parte all’altra della strada.  Più tardi nella serata ho accompagnato due persone alla metro in macchina perché non si sentivano sicure a tornare da sole, e ripercorrendo la strada ho visto delle persone che si dirigevano verso la sede, e mi sono fermato con la macchina, e sono riuscito a fare il video che poi abbiamo messo online, dove ci gridavano delle frasi violentissime. Quando hanno visto che stavo registrando sono scappati.  E questo non era il primo episodio… No, dopo questo ultimo episodio, ci è chiaro che c’è uno schema preciso. Sono almeno quattro o cinque mesi che abbiamo avuto problemi. La prima volta, sono venuti due ragazzini a chiedere di una persona che gli aveva dato delle informazioni, poi sono venuti in quattro dicendo che volevano delle informazioni per il “cambiamento sessuale”. Ho capito subito che mi stavano prendendo in giro così gli ho chiesto quale pronome utilizzassero e loro sono scoppiati a ridere e sono scappati. Inizialmente abbiamo pensato fosse semplicemente uno scherzo stupido. Ma poi le aggressioni sono continuate, per settimane abbiamo ricevuto botte alla porta vetri, e una volta l’hanno anche rotta. Fino alla scorsa settimana quando si sono ripresentati in otto. Insomma c’è uno schema ripetuto, vengono sempre alla stessa ora, utilizzano segni di riconoscimento come i fischi, e azioni ripetute, come le botte alle porte.  Che cosa avete fatto in seguito a questa ultima aggressione? Abbiamo fatto il comunicato e il post pubblico con i video per denunciare la situazione. E poi siamo stati al commissariato, e abbiamo trovato il solito poliziotto che ha sminuito la situazione. «Eh, ma sono ragazzi… che cosa volete che facciamo? Mica vi possiamo piantonare la sede. Magari vi conviene mettere le telecamere». Quindi non abbiamo ricevuto alcun supporto, la situazione è stata sminuita. Non c’è alcuna volontà di supporto. Eppure questa non è una questione che riguarda soltanto le persone trans, è una una violenza che può essere scagliata contro tutto le comunità più fragili di questo quartiere. Sono persone giovani, che si mettono insieme, che non si rendono conto, che non vengono messe di fronte alle loro responsabilità, e poi fanno cose gravi e aggressive, magari contro chi in quel momento non è in grado di difendersi: persone più piccole, animali, persone sole. Come abbiamo scritto anche nel comunicato pubblico sono le persone che a scuola bulizzano le persone trans, che gli rendono impossibile continuare il percorso scolastico, che le inducono all’isolamento, o al suicidio. E non è un episodio isolato, è una violenza ripetuta con schemi ben precisi.  Per questo sabato 11 aprile avete convocato una piazza… Esatto, l’11 aprile alle ore 18.00 saremo a piazza Malatesta, proprio perché vogliamo dare una risposta al quartiere, questa è anche la nostra piazza, il nostro territorio, speriamo nella partecipazione di tutti i gruppi, collettivi e associazioni antifasciste, antirazziste, pro-pal, insieme alla comunità LGBTQIA* di questo quadrante della città e di tutta Roma. Perché dobbiamo essere chiari: questi sono attacchi fascisti, chi si comporta in questo modo agisce e ripete schemi fascisti. Dobbiamo far vedere che ci siamo, la piazza è aperta, il microfono pure, perché oggi è stata attaccata la comunità trans, ma questa è una questiona che riguarda tutt*. La copertina è tratta dalla pagina Facebook di GenderX SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo GenderX: «non è un episodio isolato, è una violenza ripetuta con schemi ben precisi» proviene da DINAMOpress.
April 10, 2026
DINAMOpress
Discriminazioni ed esclusione dal mondo del lavoro delle persone trans
In Italia, oltre il 57% delle persone transgender e non binarie occupate o ex-occupate ritiene che la propria identità di genere abbia costituito uno svantaggio professionale, con oltre 8 su 10 che riportano microaggressioni sul lavoro. Il 37,1% segnala un ambiente ostile e il 70% di chi subisce discriminazioni non denuncia. Questi i dati salienti sulla condizione lavorativa delle persone trans e non binarie in Italia, basati sull’indagini Istat-UNAR uscita nel 2024, con un’elaborazione dati del 2023. E al momento è una delle poche indagini che in Italia ha approfondito il tema del lavoro per le persone trans e non binarie. Il 57,1% delle persone trans e non binarie intervistate ha subito svantaggi in carriera, retribuzione o riconoscimento professionale. Il 37,1% ha vissuto un ambiente lavorativo ostile o aggressioni legate all’identità di genere.  Oltre 8 persone trans su 10 (80%+) riportano di aver subito almeno una forma di micro aggressione nel contesto lavorativo. Aggressioni, minacce e stalking colpiscono il 19% delle persone trans. Più del 70% delle persone che subiscono discriminazioni o molestie, sia persone trans e non binarie che LGB, non intraprende alcuna azione formale o denuncia, evidenziando una forte sfiducia negli strumenti di tutela.  Molte persone trans per sopravvivere ricorrono al “passing” o al “covering”, cioè non rivelano e celano la propria identità di genere, un’azione che comporta stress, isolamento e perdita di autenticità. E solo una minima parte delle imprese (circa il 3,5% – 5%) adotta misure concrete, e non obbligatorie, per l’inclusione delle persone LGBTQIA+. Anche fuori l’ambiente di lavoro il 55,2% delle persone intervistate ha subito offese online e 1 su 3 ha subito minacce, mentre il 23% ha subito aggressioni violente.  Questi dati mostrano un sistema in cui la discriminazione lavorativa è ancora strutturale, spingendo le persone trans verso l’invisibilità o condizioni di marginalità.  ESCLUSIONE DAL MERCATO DEL LAVORO Le persone transgender affrontano alti tassi di discriminazione che si riflettono in alti tassi di disoccupazione nel mercato del lavoro, affrontano ostacoli nell’assunzione e mobbing, anche a causa di documenti non allineati con l’identità di genere. L’inclusione lavorativa varia, con grandi aziende internazionali che spesso adottano policy più inclusive, come l’uso del nome di elezione, rispetto a quelle di piccole dimensioni.  > Il primo ostacolo è la discriminazione all’accesso: le persone trans e non > binarie hanno difficoltà nel trovare il primo lavoro a causa di pregiudizi o > documenti non conformi. Spesso si trovano di fronte “coming out forzati” e la > necessità di rivelare la propria identità di genere.  Le donne trans subiscono i più alti tassi di discriminazione lavorativa, ostacoli comuni includono l’utilizzo del vecchio nome anagrafico (deadnaming), l’utilizzo del genere sbagliato (misgendering), bullismo e l’aperto rifiuto in fase di selezione. Le donne trans lavorano nei settori del lavoro dequalificato, sottopagato hanno difficoltà ad accedere ai percorsi formativi e sono maggiormente esposte alla violenza – e questa situazione è anche peggiore per le donne trans migranti.  CONSEGUENZE E TUTELE  Le discriminazioni creano una significativa disparità salariale e di carriera, rendendo la ricerca di occupazione un percorso tortuoso, aggravato dal timore di non sentirsi abbastanza tutelate per denunciare. La normativa italiana prevede il risarcimento del danno (patrimoniale e non) in caso di discriminazione, con l’inversione dell’onere della prova a carico del datore di lavoro. Ma sono pochissime le contestazioni aperte dalle persone trans sui luoghi di lavoro. Anche se alcune di queste hanno portato a piccole grandi vittorie, come il riconoscimento della carriera Alias in tre contratti collettivi nazionali. Certo una goccia sui 975 contratti collettivi esistenti.  È una strategia ben precisa: invisibilizzare e non riconoscere la dignità delle persone trans e questa è una scelta che rispecchia la transfobia del nostro paese. Porre l’attenzione sulle condizioni lavorative delle persone trans significa dare pari diritti, accesso alla casa e alla salute, i tre pilastri su cui dovrebbe basarsi un paese che si proclama democratico, ma che al contrario spinge ai margini una comunità da sempre vessata e perseguitata. Parliamo troppo poco delle condizioni lavorative della comunità trans e oggi nel giorno della visibilità trans dovremmo metterle al centro del dibattito. E fare della lotta per i diritti sul lavoro, una lotta della comunità trans e per la comunità trans. Questo articolo è frutto del lavoro di ricerca portato avanti grazie all’associazione Libellula, che a Roma supporta il percorso di integrazione con corsi di formazione sul lavoro e delle carriere Alias lavorative. Foto di copertina Dinamopress SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Discriminazioni ed esclusione dal mondo del lavoro delle persone trans proviene da DINAMOpress.
March 31, 2026
DINAMOpress
Puntata del 10/03/2026@0
Il primo argomento della serata è stato lo sciopero transfemminista globale 2026, ne abbiamo parlato in collegamento telefonico con Chiara di Non Una Di Meno Torino: “Quest’anno sarà ancora sciopero transfemminista, lunedì 9 marzo, e l’8 sarà una giornata di lotta e mobilitazione. Due giorni potenti che fermino la produzione e la riproduzione sociale, che rendano visibile l’invisibile, che facciano emergere il sommerso e mettano al centro desiderio, rabbia e lotta. Per ribadire che questo presente costellato da violenza patriarcale, razzista e istituzionale, guerre, genocidi, militarizzazione, repressione, precarietà non è un destino a cui non possiamo sfuggire, ma il prodotto di politiche e retoriche autoritarie precise. Il genocidio incontrastato del popolo palestinese, la spartizione di Gaza, l’attacco al Venezuela, al Rojava, le stragi continue in Iran, Congo e Sudan, le violenze e gli omicidi dell’ICE, la repressione del dissenso che ovunque si abbatte sui movimenti e su chiunque non si allinea a questo sistema, le politiche persecutorie antimigranti e il razzismo istituzionale sempre più feroce, sono tutti sintomi della più generale deriva transnazionale, segnata da un’escalation bellica e di violenza patriarcale che ridisegna le priorità politiche ed economiche verso riarmo, guerra e imperialismo. L’economia di guerra non è più una minaccia astratta, ma una realtà tangibile che ci colpisce in modo ancora più terribile come donne, froce, lesbiche, persone queer, trans, non binarie, malatə, neurodivergenti e con disabilità, razzializzate, migrantə, sex workers, prigionierə, lavoratricə, anziane e in modo crescente bambinə. La sottrazione delle risorse destinate ai bisogni reali, per destinarle invece al riarmo e alla militarizzazione, è sistemica. L’autodeterminazione e la libertà dei corpi e dei popoli sono sotto attacco ovunque e in modi diversi, ma tutti con un impatto devastante. Una politica della guerra, sul piano interno, è quella che fa della cultura dello stupro e della violenza sessista, maschilista, istituzionale ed economica le proprie parole chiave; una politica che pone al centro la virilità maschile, in un Paese in cui i femminicidi sono all’ordine del giorno e in cui le istituzioni si mostrano incapaci di affrontare il problema su un piano politico, sociale e culturale. Siamo noi i soggetti che la società patriarcale ha deciso di sacrificare per poter garantire il proprio funzionamento, è su di noi che si scarica tutto il peso e la violenza di questa crisi capitalistica e delle sue guerre. La sentiamo nel peso del lavoro riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella violenza di genere e dei ruoli di genere, nel controllo dei corpi, nel consumismo e nell’estrattivismo sui territori. La nostra risposta alla violenza è collettiva, culturale e quotidiana e straborda nelle piazze e negli scioperi. Per farlo abbiamo bisogno della pratica transfemminista, che continua ad essere uno degli anticorpi più efficaci e potenti, perché riesce a mettere al centro le vite materiali, le relazioni personali e politiche e le infrastrutture della cura. Vogliamo continuare a immaginare insieme nuovi modi di opporci a questo presente soffocante, per costruire una lotta imprevedibile e concreta. Non permetteremo la strumentalizzazione della violenza patriarcale da parte del governo per legittimare risposte securitarie. “Sicurezza” che si traduce in politiche di controllo, militarizzazione dei quartieri, repressione e profilazione razziale, aumento dellə detenutə per reati penali, civili e amministrativi che sono costrettə a vivere in condizioni inumane in carceri sovraffollate. L’uso sproporzionato della forza contro i movimenti sociali, le manifestazioni studentesche e quelle sindacali è il volto interno di questa stessa politica di guerra. È stato approvato l’ennesimo Pacchetto Sicurezza: misure che non sono pensate per la nostra sicurezza, ma per reprimere chi esprime dissenso e svuotare le piazze, rendendo la lotta costosissima sul piano economico e sul piano sociale e dando più protezione economica e politica alle forze dell’ordine (che sono ancora senza numeri identificativi). La violenza dello stato si manifesta anche con proposte di legge come il DDL Bongiorno. Ci opponiamo alla formulazione della nuova legge sulla violenza sessuale, che elimina il consenso come parametro per giudicare se ci sia stata o meno violenza e smaschera la cultura profondamente patriarcale, misogina e antifemminista dell’esecutivo, che mette sul banco dellə imputatə chi ha subito violenza invece di chi l’agisce, mentre fa la guerra ai Centri Anti Violenza autonomi e transfemministi. Vogliamo rimettere al centro i nostri desideri, la nostra rabbia, l’autodeterminazione sui nostri corpi e sui nostri territori. Continuiamo a organizzarci, per trasformare il dolore in rabbia e la rabbia in lotta, per innescare il cambiamento personale e collettivo, tramare e cospirare insieme. La potenza transfemminista in grado di distruggere le fondamenta di questo sistema razzista, patriarcale, coloniale, abilista e repressivo, forte di quello che abbiamo costruito e trasformato negli ultimi 10 anni e di tutte le genealogie precedenti, ma che sia in grado di leggere il presente e adeguare pratiche e lotte. Lo sciopero è esploso in questi anni, anche a partire dal movimento transfemminista globale, nella sua dimensione di pratica sovversiva. È un processo politico costruito non solo su specifiche rivendicazioni, ma con l’obiettivo di trasformare radicalmente i presupposti materiali e sociali di disuguaglianze e gerarchie. E quindi, dopo dieci anni, oggi è ancora più urgente lo sciopero dal lavoro riproduttivo e produttivo, dai generi e di genere. Scioperiamo perché senza consenso è stupro. Scioperiamo perché senza dissenso è dittatura. Scioperiamo perché non vogliamo che le nostre vite siano regolate da un’economia di guerra che impone militarizzazione in ogni ambito delle nostre vite. Scioperiamo per lo smantellamento delle frontiere che generano morti continue e contro il razzismo di stato. Scioperiamo perché nelle scuole non vogliamo le forze dell’ordine ma un’educazione sessuo-affettiva al consenso e al desiderio. Scioperiamo perché siamo stanchə di vivere di contratti di lavoro poveri, di lottare contro la disoccupazione, contro la violenza economica, razzista e maschilista dentro e fuori ai luoghi del lavoro. Scioperiamo per una salute transfemminista per spazi e reti di cura – siano essi autogestiti o all’interno dei servizi di sanità pubblica – che sappiano farsi carico della nostra salute a 360°: dalla salute sessuale e riproduttiva alla salute mentale. Scioperiamo perché vogliamo una casa per tuttə. Scioperiamo perché ancora oggi il sud Italia è ai margini delle politiche istituzionali, in cui il progetto surreale del ponte sullo stretto è al centro e le nostre vite terrone sono dimenticate. Scioperiamo per il reddito di autodeterminazione. Scioperiamo per l’autodeterminazione dei popoli oppressi, per la fine del colonialismo in tutte le sue forme e delle guerre. Scioperiamo per immaginare una società che metta al centro la cura e la vita, non il profitto e la guerra. LE NOSTRE VITE VALGONO. NOI SCIOPERIAMO!“ Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Claudio Signore di AL COBAS Milano a fronte dell’incidente del 27 febbraio in cui il tram linea 9 a deragliò finendo contro il muro di un’abitazione e provocando due morti e 54 feriti e di altri deragliamenti di tram avvenuti nei giorni successivi sempre nel capoluogo lombardo. Evidentemente c’è qualcosa che non và nel sistema di trasporto pubblico milanese e come sempre a farne le spese sono i lavoratori e gli utilizzatori del servizio, per questo il sindacato AL COBAS che rappresenta i lavoratori di questo settore, è già da tempo che porta avanti svariate battaglie sindacali, ultimo lo sciopero che è stato proclamato per il 27 marzo. Tra le rivendicazioni di questi lavoratori la riduzione dei carichi di lavoro, una maggiore attenzione alla sicurezza del personale e dei viaggiatori e l’opposizione ad un nuovo accordo in vista che aumenterebbe ulteriormente l’orario di lavoro giornalieri per i tramvieri. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- il terzo argomento della serata ha riguardato il trasporto aereo, ai nostri microfoni abbiamo quindi ospitato Gianni Cervone di CUB Linate e Malpensa. Da lui ci siamo fatti descrivere le motivazioni che hanno portato all’indizione dello sciopero del 18 marzo, sciopero che potrebbe venire “congelato” data l’apertura da parte delle aziende di handling tirate in causa, che si sono dette disponibili all’apertura di un tavolo di trattativa con i lavoratori. Buon ascolto
March 15, 2026
Radio Blackout - Info
Puntata del 10/03/2026@1
Il primo argomento della serata è stato lo sciopero transfemminista globale 2026, ne abbiamo parlato in collegamento telefonico con Chiara di Non Una Di Meno Torino: “Quest’anno sarà ancora sciopero transfemminista, lunedì 9 marzo, e l’8 sarà una giornata di lotta e mobilitazione. Due giorni potenti che fermino la produzione e la riproduzione sociale, che rendano visibile l’invisibile, che facciano emergere il sommerso e mettano al centro desiderio, rabbia e lotta. Per ribadire che questo presente costellato da violenza patriarcale, razzista e istituzionale, guerre, genocidi, militarizzazione, repressione, precarietà non è un destino a cui non possiamo sfuggire, ma il prodotto di politiche e retoriche autoritarie precise. Il genocidio incontrastato del popolo palestinese, la spartizione di Gaza, l’attacco al Venezuela, al Rojava, le stragi continue in Iran, Congo e Sudan, le violenze e gli omicidi dell’ICE, la repressione del dissenso che ovunque si abbatte sui movimenti e su chiunque non si allinea a questo sistema, le politiche persecutorie antimigranti e il razzismo istituzionale sempre più feroce, sono tutti sintomi della più generale deriva transnazionale, segnata da un’escalation bellica e di violenza patriarcale che ridisegna le priorità politiche ed economiche verso riarmo, guerra e imperialismo. L’economia di guerra non è più una minaccia astratta, ma una realtà tangibile che ci colpisce in modo ancora più terribile come donne, froce, lesbiche, persone queer, trans, non binarie, malatə, neurodivergenti e con disabilità, razzializzate, migrantə, sex workers, prigionierə, lavoratricə, anziane e in modo crescente bambinə. La sottrazione delle risorse destinate ai bisogni reali, per destinarle invece al riarmo e alla militarizzazione, è sistemica. L’autodeterminazione e la libertà dei corpi e dei popoli sono sotto attacco ovunque e in modi diversi, ma tutti con un impatto devastante. Una politica della guerra, sul piano interno, è quella che fa della cultura dello stupro e della violenza sessista, maschilista, istituzionale ed economica le proprie parole chiave; una politica che pone al centro la virilità maschile, in un Paese in cui i femminicidi sono all’ordine del giorno e in cui le istituzioni si mostrano incapaci di affrontare il problema su un piano politico, sociale e culturale. Siamo noi i soggetti che la società patriarcale ha deciso di sacrificare per poter garantire il proprio funzionamento, è su di noi che si scarica tutto il peso e la violenza di questa crisi capitalistica e delle sue guerre. La sentiamo nel peso del lavoro riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella violenza di genere e dei ruoli di genere, nel controllo dei corpi, nel consumismo e nell’estrattivismo sui territori. La nostra risposta alla violenza è collettiva, culturale e quotidiana e straborda nelle piazze e negli scioperi. Per farlo abbiamo bisogno della pratica transfemminista, che continua ad essere uno degli anticorpi più efficaci e potenti, perché riesce a mettere al centro le vite materiali, le relazioni personali e politiche e le infrastrutture della cura. Vogliamo continuare a immaginare insieme nuovi modi di opporci a questo presente soffocante, per costruire una lotta imprevedibile e concreta. Non permetteremo la strumentalizzazione della violenza patriarcale da parte del governo per legittimare risposte securitarie. “Sicurezza” che si traduce in politiche di controllo, militarizzazione dei quartieri, repressione e profilazione razziale, aumento dellə detenutə per reati penali, civili e amministrativi che sono costrettə a vivere in condizioni inumane in carceri sovraffollate. L’uso sproporzionato della forza contro i movimenti sociali, le manifestazioni studentesche e quelle sindacali è il volto interno di questa stessa politica di guerra. È stato approvato l’ennesimo Pacchetto Sicurezza: misure che non sono pensate per la nostra sicurezza, ma per reprimere chi esprime dissenso e svuotare le piazze, rendendo la lotta costosissima sul piano economico e sul piano sociale e dando più protezione economica e politica alle forze dell’ordine (che sono ancora senza numeri identificativi). La violenza dello stato si manifesta anche con proposte di legge come il DDL Bongiorno. Ci opponiamo alla formulazione della nuova legge sulla violenza sessuale, che elimina il consenso come parametro per giudicare se ci sia stata o meno violenza e smaschera la cultura profondamente patriarcale, misogina e antifemminista dell’esecutivo, che mette sul banco dellə imputatə chi ha subito violenza invece di chi l’agisce, mentre fa la guerra ai Centri Anti Violenza autonomi e transfemministi. Vogliamo rimettere al centro i nostri desideri, la nostra rabbia, l’autodeterminazione sui nostri corpi e sui nostri territori. Continuiamo a organizzarci, per trasformare il dolore in rabbia e la rabbia in lotta, per innescare il cambiamento personale e collettivo, tramare e cospirare insieme. La potenza transfemminista in grado di distruggere le fondamenta di questo sistema razzista, patriarcale, coloniale, abilista e repressivo, forte di quello che abbiamo costruito e trasformato negli ultimi 10 anni e di tutte le genealogie precedenti, ma che sia in grado di leggere il presente e adeguare pratiche e lotte. Lo sciopero è esploso in questi anni, anche a partire dal movimento transfemminista globale, nella sua dimensione di pratica sovversiva. È un processo politico costruito non solo su specifiche rivendicazioni, ma con l’obiettivo di trasformare radicalmente i presupposti materiali e sociali di disuguaglianze e gerarchie. E quindi, dopo dieci anni, oggi è ancora più urgente lo sciopero dal lavoro riproduttivo e produttivo, dai generi e di genere. Scioperiamo perché senza consenso è stupro. Scioperiamo perché senza dissenso è dittatura. Scioperiamo perché non vogliamo che le nostre vite siano regolate da un’economia di guerra che impone militarizzazione in ogni ambito delle nostre vite. Scioperiamo per lo smantellamento delle frontiere che generano morti continue e contro il razzismo di stato. Scioperiamo perché nelle scuole non vogliamo le forze dell’ordine ma un’educazione sessuo-affettiva al consenso e al desiderio. Scioperiamo perché siamo stanchə di vivere di contratti di lavoro poveri, di lottare contro la disoccupazione, contro la violenza economica, razzista e maschilista dentro e fuori ai luoghi del lavoro. Scioperiamo per una salute transfemminista per spazi e reti di cura – siano essi autogestiti o all’interno dei servizi di sanità pubblica – che sappiano farsi carico della nostra salute a 360°: dalla salute sessuale e riproduttiva alla salute mentale. Scioperiamo perché vogliamo una casa per tuttə. Scioperiamo perché ancora oggi il sud Italia è ai margini delle politiche istituzionali, in cui il progetto surreale del ponte sullo stretto è al centro e le nostre vite terrone sono dimenticate. Scioperiamo per il reddito di autodeterminazione. Scioperiamo per l’autodeterminazione dei popoli oppressi, per la fine del colonialismo in tutte le sue forme e delle guerre. Scioperiamo per immaginare una società che metta al centro la cura e la vita, non il profitto e la guerra. LE NOSTRE VITE VALGONO. NOI SCIOPERIAMO!“ Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Claudio Signore di AL COBAS Milano a fronte dell’incidente del 27 febbraio in cui il tram linea 9 a deragliò finendo contro il muro di un’abitazione e provocando due morti e 54 feriti e di altri deragliamenti di tram avvenuti nei giorni successivi sempre nel capoluogo lombardo. Evidentemente c’è qualcosa che non và nel sistema di trasporto pubblico milanese e come sempre a farne le spese sono i lavoratori e gli utilizzatori del servizio, per questo il sindacato AL COBAS che rappresenta i lavoratori di questo settore, è già da tempo che porta avanti svariate battaglie sindacali, ultimo lo sciopero che è stato proclamato per il 27 marzo. Tra le rivendicazioni di questi lavoratori la riduzione dei carichi di lavoro, una maggiore attenzione alla sicurezza del personale e dei viaggiatori e l’opposizione ad un nuovo accordo in vista che aumenterebbe ulteriormente l’orario di lavoro giornalieri per i tramvieri. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- il terzo argomento della serata ha riguardato il trasporto aereo, ai nostri microfoni abbiamo quindi ospitato Gianni Cervone di CUB Linate e Malpensa. Da lui ci siamo fatti descrivere le motivazioni che hanno portato all’indizione dello sciopero del 18 marzo, sciopero che potrebbe venire “congelato” data l’apertura da parte delle aziende di handling tirate in causa, che si sono dette disponibili all’apertura di un tavolo di trattativa con i lavoratori. Buon ascolto
March 15, 2026
Radio Blackout - Info
Puntata del 10/03/2026@2
Il primo argomento della serata è stato lo sciopero transfemminista globale 2026, ne abbiamo parlato in collegamento telefonico con Chiara di Non Una Di Meno Torino: “Quest’anno sarà ancora sciopero transfemminista, lunedì 9 marzo, e l’8 sarà una giornata di lotta e mobilitazione. Due giorni potenti che fermino la produzione e la riproduzione sociale, che rendano visibile l’invisibile, che facciano emergere il sommerso e mettano al centro desiderio, rabbia e lotta. Per ribadire che questo presente costellato da violenza patriarcale, razzista e istituzionale, guerre, genocidi, militarizzazione, repressione, precarietà non è un destino a cui non possiamo sfuggire, ma il prodotto di politiche e retoriche autoritarie precise. Il genocidio incontrastato del popolo palestinese, la spartizione di Gaza, l’attacco al Venezuela, al Rojava, le stragi continue in Iran, Congo e Sudan, le violenze e gli omicidi dell’ICE, la repressione del dissenso che ovunque si abbatte sui movimenti e su chiunque non si allinea a questo sistema, le politiche persecutorie antimigranti e il razzismo istituzionale sempre più feroce, sono tutti sintomi della più generale deriva transnazionale, segnata da un’escalation bellica e di violenza patriarcale che ridisegna le priorità politiche ed economiche verso riarmo, guerra e imperialismo. L’economia di guerra non è più una minaccia astratta, ma una realtà tangibile che ci colpisce in modo ancora più terribile come donne, froce, lesbiche, persone queer, trans, non binarie, malatə, neurodivergenti e con disabilità, razzializzate, migrantə, sex workers, prigionierə, lavoratricə, anziane e in modo crescente bambinə. La sottrazione delle risorse destinate ai bisogni reali, per destinarle invece al riarmo e alla militarizzazione, è sistemica. L’autodeterminazione e la libertà dei corpi e dei popoli sono sotto attacco ovunque e in modi diversi, ma tutti con un impatto devastante. Una politica della guerra, sul piano interno, è quella che fa della cultura dello stupro e della violenza sessista, maschilista, istituzionale ed economica le proprie parole chiave; una politica che pone al centro la virilità maschile, in un Paese in cui i femminicidi sono all’ordine del giorno e in cui le istituzioni si mostrano incapaci di affrontare il problema su un piano politico, sociale e culturale. Siamo noi i soggetti che la società patriarcale ha deciso di sacrificare per poter garantire il proprio funzionamento, è su di noi che si scarica tutto il peso e la violenza di questa crisi capitalistica e delle sue guerre. La sentiamo nel peso del lavoro riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella violenza di genere e dei ruoli di genere, nel controllo dei corpi, nel consumismo e nell’estrattivismo sui territori. La nostra risposta alla violenza è collettiva, culturale e quotidiana e straborda nelle piazze e negli scioperi. Per farlo abbiamo bisogno della pratica transfemminista, che continua ad essere uno degli anticorpi più efficaci e potenti, perché riesce a mettere al centro le vite materiali, le relazioni personali e politiche e le infrastrutture della cura. Vogliamo continuare a immaginare insieme nuovi modi di opporci a questo presente soffocante, per costruire una lotta imprevedibile e concreta. Non permetteremo la strumentalizzazione della violenza patriarcale da parte del governo per legittimare risposte securitarie. “Sicurezza” che si traduce in politiche di controllo, militarizzazione dei quartieri, repressione e profilazione razziale, aumento dellə detenutə per reati penali, civili e amministrativi che sono costrettə a vivere in condizioni inumane in carceri sovraffollate. L’uso sproporzionato della forza contro i movimenti sociali, le manifestazioni studentesche e quelle sindacali è il volto interno di questa stessa politica di guerra. È stato approvato l’ennesimo Pacchetto Sicurezza: misure che non sono pensate per la nostra sicurezza, ma per reprimere chi esprime dissenso e svuotare le piazze, rendendo la lotta costosissima sul piano economico e sul piano sociale e dando più protezione economica e politica alle forze dell’ordine (che sono ancora senza numeri identificativi). La violenza dello stato si manifesta anche con proposte di legge come il DDL Bongiorno. Ci opponiamo alla formulazione della nuova legge sulla violenza sessuale, che elimina il consenso come parametro per giudicare se ci sia stata o meno violenza e smaschera la cultura profondamente patriarcale, misogina e antifemminista dell’esecutivo, che mette sul banco dellə imputatə chi ha subito violenza invece di chi l’agisce, mentre fa la guerra ai Centri Anti Violenza autonomi e transfemministi. Vogliamo rimettere al centro i nostri desideri, la nostra rabbia, l’autodeterminazione sui nostri corpi e sui nostri territori. Continuiamo a organizzarci, per trasformare il dolore in rabbia e la rabbia in lotta, per innescare il cambiamento personale e collettivo, tramare e cospirare insieme. La potenza transfemminista in grado di distruggere le fondamenta di questo sistema razzista, patriarcale, coloniale, abilista e repressivo, forte di quello che abbiamo costruito e trasformato negli ultimi 10 anni e di tutte le genealogie precedenti, ma che sia in grado di leggere il presente e adeguare pratiche e lotte. Lo sciopero è esploso in questi anni, anche a partire dal movimento transfemminista globale, nella sua dimensione di pratica sovversiva. È un processo politico costruito non solo su specifiche rivendicazioni, ma con l’obiettivo di trasformare radicalmente i presupposti materiali e sociali di disuguaglianze e gerarchie. E quindi, dopo dieci anni, oggi è ancora più urgente lo sciopero dal lavoro riproduttivo e produttivo, dai generi e di genere. Scioperiamo perché senza consenso è stupro. Scioperiamo perché senza dissenso è dittatura. Scioperiamo perché non vogliamo che le nostre vite siano regolate da un’economia di guerra che impone militarizzazione in ogni ambito delle nostre vite. Scioperiamo per lo smantellamento delle frontiere che generano morti continue e contro il razzismo di stato. Scioperiamo perché nelle scuole non vogliamo le forze dell’ordine ma un’educazione sessuo-affettiva al consenso e al desiderio. Scioperiamo perché siamo stanchə di vivere di contratti di lavoro poveri, di lottare contro la disoccupazione, contro la violenza economica, razzista e maschilista dentro e fuori ai luoghi del lavoro. Scioperiamo per una salute transfemminista per spazi e reti di cura – siano essi autogestiti o all’interno dei servizi di sanità pubblica – che sappiano farsi carico della nostra salute a 360°: dalla salute sessuale e riproduttiva alla salute mentale. Scioperiamo perché vogliamo una casa per tuttə. Scioperiamo perché ancora oggi il sud Italia è ai margini delle politiche istituzionali, in cui il progetto surreale del ponte sullo stretto è al centro e le nostre vite terrone sono dimenticate. Scioperiamo per il reddito di autodeterminazione. Scioperiamo per l’autodeterminazione dei popoli oppressi, per la fine del colonialismo in tutte le sue forme e delle guerre. Scioperiamo per immaginare una società che metta al centro la cura e la vita, non il profitto e la guerra. LE NOSTRE VITE VALGONO. NOI SCIOPERIAMO!“ Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Claudio Signore di AL COBAS Milano a fronte dell’incidente del 27 febbraio in cui il tram linea 9 a deragliò finendo contro il muro di un’abitazione e provocando due morti e 54 feriti e di altri deragliamenti di tram avvenuti nei giorni successivi sempre nel capoluogo lombardo. Evidentemente c’è qualcosa che non và nel sistema di trasporto pubblico milanese e come sempre a farne le spese sono i lavoratori e gli utilizzatori del servizio, per questo il sindacato AL COBAS che rappresenta i lavoratori di questo settore, è già da tempo che porta avanti svariate battaglie sindacali, ultimo lo sciopero che è stato proclamato per il 27 marzo. Tra le rivendicazioni di questi lavoratori la riduzione dei carichi di lavoro, una maggiore attenzione alla sicurezza del personale e dei viaggiatori e l’opposizione ad un nuovo accordo in vista che aumenterebbe ulteriormente l’orario di lavoro giornalieri per i tramvieri. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- il terzo argomento della serata ha riguardato il trasporto aereo, ai nostri microfoni abbiamo quindi ospitato Gianni Cervone di CUB Linate e Malpensa. Da lui ci siamo fatti descrivere le motivazioni che hanno portato all’indizione dello sciopero del 18 marzo, sciopero che potrebbe venire “congelato” data l’apertura da parte delle aziende di handling tirate in causa, che si sono dette disponibili all’apertura di un tavolo di trattativa con i lavoratori. Buon ascolto
March 15, 2026
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