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GenderX: «non è un episodio isolato, è una violenza ripetuta con schemi ben precisi»
La sede di GenderX si trova tra i quartieri Pigneto e Tor Pignattara, a Roma, una zona in grande trasformazione e fermento. Da un lato spinge la gentrificazione, già largamente avviata al Pigneto, che si espande a macchia d’olio nelle zone limitrofe, dall’altro lato la nuova e vecchia povertà urbana si mescolano tra le vie di questi quartieri, diventati casa per tante comunità migranti, che rischiano di essere spinte sempre più ai margini della città. Qui corre la nuova linea della metro C, facendo diventare queste zone semi-centrali, perché facilmente raggiungibili. La fermata più vicina alla sede di GenderX è piazza Malatesta, una colata di cemento, una rotonda per le auto, capolinea degli autobus, e dove si incontrano tante comitive di persone giovani, nelle panchine tra una fermata e l’altra. Qui dietro tre anni fa ha aperto la nuova sede di questa associazione, a via Dulceri, diventando un luogo di incontro e supporto per tutta la comunità trans di Roma e provincia. Infatti GenderX «offre un servizio peer-to-peer svolto da persone trans e organizza gruppi di empowerment effettuati da persone transgender per adolescent* e adult* finalizzati a creare momenti di aggregazione e informazione». Attivismo e divulgazione per un mondo più inclusivo, come leggiamo nel sito.  Abbiamo sentito Gioele il Presidente dell’associazione per farci raccontare gli attacchi subiti in queste settimane e mesi alla loro sede. Purtroppo, questi non sono attacchi isolati, negli ultimi anni si sono moltiplicati episodi di violenza razzista e omolesbobitransfoica in tutta questa zona della città: a luglio del 2024 c’è stata un’aggressione razzista nel parco San Galli di Tor Pignattara, a capodanno del 2025 una coppia gay è stata aggredita violentemente a pochi passi da via Dulceri, perché si teneva mano nella mano, nell’estate del 2025 sono state diverse le aggressioni a negozianti e passanti da parte di giovani e giovanissimi nella zona pedonale del Pigneto, e a febbraio è comparsa una scritta razzista dietro il Parco San Galli, dopo la festa antirazzista dellla scuola primaria. E questi sono solo gli episodi che hanno raggiunto la stampa, potremmo poi aggiungere di altre scritte fasciste, adesivi per segnare il territorio, cori, e tante altre micro-aggressioni quotidiane nei mezzi pubblici e nelle strade.  Ci vuoi raccontare che cosa è accaduto la settimana scorsa presso la vostra sede?  Non era la prima volta che delle persone venivano a dare fastidio alla sede, e venerdì sera verso le sette o otto di sera, quando dietro la porta a vetri opaca abbiamo visto delle sagome di un gruppo di persone, abbiamo pensato «ah ci risiamo». Quindi io ho spalancato la porta, e appena la porta è stata aperta queste persone sono scappate via. Erano almeno otto persone, si sono divisi in due gruppi e sono corsi uno da una parte e uno dall’altra. A quel punto, siamo stati un po’ fuori dalla porta per monitorare la situazione e abbiamo sentito che si facevano dei segnali con dei fischi e li vedevamo correre da una parte all’altra della strada.  Più tardi nella serata ho accompagnato due persone alla metro in macchina perché non si sentivano sicure a tornare da sole, e ripercorrendo la strada ho visto delle persone che si dirigevano verso la sede, e mi sono fermato con la macchina, e sono riuscito a fare il video che poi abbiamo messo online, dove ci gridavano delle frasi violentissime. Quando hanno visto che stavo registrando sono scappati.  E questo non era il primo episodio… No, dopo questo ultimo episodio, ci è chiaro che c’è uno schema preciso. Sono almeno quattro o cinque mesi che abbiamo avuto problemi. La prima volta, sono venuti due ragazzini a chiedere di una persona che gli aveva dato delle informazioni, poi sono venuti in quattro dicendo che volevano delle informazioni per il “cambiamento sessuale”. Ho capito subito che mi stavano prendendo in giro così gli ho chiesto quale pronome utilizzassero e loro sono scoppiati a ridere e sono scappati. Inizialmente abbiamo pensato fosse semplicemente uno scherzo stupido. Ma poi le aggressioni sono continuate, per settimane abbiamo ricevuto botte alla porta vetri, e una volta l’hanno anche rotta. Fino alla scorsa settimana quando si sono ripresentati in otto. Insomma c’è uno schema ripetuto, vengono sempre alla stessa ora, utilizzano segni di riconoscimento come i fischi, e azioni ripetute, come le botte alle porte.  Che cosa avete fatto in seguito a questa ultima aggressione? Abbiamo fatto il comunicato e il post pubblico con i video per denunciare la situazione. E poi siamo stati al commissariato, e abbiamo trovato il solito poliziotto che ha sminuito la situazione. «Eh, ma sono ragazzi… che cosa volete che facciamo? Mica vi possiamo piantonare la sede. Magari vi conviene mettere le telecamere». Quindi non abbiamo ricevuto alcun supporto, la situazione è stata sminuita. Non c’è alcuna volontà di supporto. Eppure questa non è una questione che riguarda soltanto le persone trans, è una una violenza che può essere scagliata contro tutto le comunità più fragili di questo quartiere. Sono persone giovani, che si mettono insieme, che non si rendono conto, che non vengono messe di fronte alle loro responsabilità, e poi fanno cose gravi e aggressive, magari contro chi in quel momento non è in grado di difendersi: persone più piccole, animali, persone sole. Come abbiamo scritto anche nel comunicato pubblico sono le persone che a scuola bulizzano le persone trans, che gli rendono impossibile continuare il percorso scolastico, che le inducono all’isolamento, o al suicidio. E non è un episodio isolato, è una violenza ripetuta con schemi ben precisi.  Per questo sabato 11 aprile avete convocato una piazza… Esatto, l’11 aprile alle ore 18.00 saremo a piazza Malatesta, proprio perché vogliamo dare una risposta al quartiere, questa è anche la nostra piazza, il nostro territorio, speriamo nella partecipazione di tutti i gruppi, collettivi e associazioni antifasciste, antirazziste, pro-pal, insieme alla comunità LGBTQIA* di questo quadrante della città e di tutta Roma. Perché dobbiamo essere chiari: questi sono attacchi fascisti, chi si comporta in questo modo agisce e ripete schemi fascisti. Dobbiamo far vedere che ci siamo, la piazza è aperta, il microfono pure, perché oggi è stata attaccata la comunità trans, ma questa è una questiona che riguarda tutt*. La copertina è tratta dalla pagina Facebook di GenderX SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo GenderX: «non è un episodio isolato, è una violenza ripetuta con schemi ben precisi» proviene da DINAMOpress.
April 10, 2026
DINAMOpress
Discriminazioni ed esclusione dal mondo del lavoro delle persone trans
In Italia, oltre il 57% delle persone transgender e non binarie occupate o ex-occupate ritiene che la propria identità di genere abbia costituito uno svantaggio professionale, con oltre 8 su 10 che riportano microaggressioni sul lavoro. Il 37,1% segnala un ambiente ostile e il 70% di chi subisce discriminazioni non denuncia. Questi i dati salienti sulla condizione lavorativa delle persone trans e non binarie in Italia, basati sull’indagini Istat-UNAR uscita nel 2024, con un’elaborazione dati del 2023. E al momento è una delle poche indagini che in Italia ha approfondito il tema del lavoro per le persone trans e non binarie. Il 57,1% delle persone trans e non binarie intervistate ha subito svantaggi in carriera, retribuzione o riconoscimento professionale. Il 37,1% ha vissuto un ambiente lavorativo ostile o aggressioni legate all’identità di genere.  Oltre 8 persone trans su 10 (80%+) riportano di aver subito almeno una forma di micro aggressione nel contesto lavorativo. Aggressioni, minacce e stalking colpiscono il 19% delle persone trans. Più del 70% delle persone che subiscono discriminazioni o molestie, sia persone trans e non binarie che LGB, non intraprende alcuna azione formale o denuncia, evidenziando una forte sfiducia negli strumenti di tutela.  Molte persone trans per sopravvivere ricorrono al “passing” o al “covering”, cioè non rivelano e celano la propria identità di genere, un’azione che comporta stress, isolamento e perdita di autenticità. E solo una minima parte delle imprese (circa il 3,5% – 5%) adotta misure concrete, e non obbligatorie, per l’inclusione delle persone LGBTQIA+. Anche fuori l’ambiente di lavoro il 55,2% delle persone intervistate ha subito offese online e 1 su 3 ha subito minacce, mentre il 23% ha subito aggressioni violente.  Questi dati mostrano un sistema in cui la discriminazione lavorativa è ancora strutturale, spingendo le persone trans verso l’invisibilità o condizioni di marginalità.  ESCLUSIONE DAL MERCATO DEL LAVORO Le persone transgender affrontano alti tassi di discriminazione che si riflettono in alti tassi di disoccupazione nel mercato del lavoro, affrontano ostacoli nell’assunzione e mobbing, anche a causa di documenti non allineati con l’identità di genere. L’inclusione lavorativa varia, con grandi aziende internazionali che spesso adottano policy più inclusive, come l’uso del nome di elezione, rispetto a quelle di piccole dimensioni.  > Il primo ostacolo è la discriminazione all’accesso: le persone trans e non > binarie hanno difficoltà nel trovare il primo lavoro a causa di pregiudizi o > documenti non conformi. Spesso si trovano di fronte “coming out forzati” e la > necessità di rivelare la propria identità di genere.  Le donne trans subiscono i più alti tassi di discriminazione lavorativa, ostacoli comuni includono l’utilizzo del vecchio nome anagrafico (deadnaming), l’utilizzo del genere sbagliato (misgendering), bullismo e l’aperto rifiuto in fase di selezione. Le donne trans lavorano nei settori del lavoro dequalificato, sottopagato hanno difficoltà ad accedere ai percorsi formativi e sono maggiormente esposte alla violenza – e questa situazione è anche peggiore per le donne trans migranti.  CONSEGUENZE E TUTELE  Le discriminazioni creano una significativa disparità salariale e di carriera, rendendo la ricerca di occupazione un percorso tortuoso, aggravato dal timore di non sentirsi abbastanza tutelate per denunciare. La normativa italiana prevede il risarcimento del danno (patrimoniale e non) in caso di discriminazione, con l’inversione dell’onere della prova a carico del datore di lavoro. Ma sono pochissime le contestazioni aperte dalle persone trans sui luoghi di lavoro. Anche se alcune di queste hanno portato a piccole grandi vittorie, come il riconoscimento della carriera Alias in tre contratti collettivi nazionali. Certo una goccia sui 975 contratti collettivi esistenti.  È una strategia ben precisa: invisibilizzare e non riconoscere la dignità delle persone trans e questa è una scelta che rispecchia la transfobia del nostro paese. Porre l’attenzione sulle condizioni lavorative delle persone trans significa dare pari diritti, accesso alla casa e alla salute, i tre pilastri su cui dovrebbe basarsi un paese che si proclama democratico, ma che al contrario spinge ai margini una comunità da sempre vessata e perseguitata. Parliamo troppo poco delle condizioni lavorative della comunità trans e oggi nel giorno della visibilità trans dovremmo metterle al centro del dibattito. E fare della lotta per i diritti sul lavoro, una lotta della comunità trans e per la comunità trans. Questo articolo è frutto del lavoro di ricerca portato avanti grazie all’associazione Libellula, che a Roma supporta il percorso di integrazione con corsi di formazione sul lavoro e delle carriere Alias lavorative. Foto di copertina Dinamopress SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Discriminazioni ed esclusione dal mondo del lavoro delle persone trans proviene da DINAMOpress.
March 31, 2026
DINAMOpress
Puntata del 10/03/2026@0
Il primo argomento della serata è stato lo sciopero transfemminista globale 2026, ne abbiamo parlato in collegamento telefonico con Chiara di Non Una Di Meno Torino: “Quest’anno sarà ancora sciopero transfemminista, lunedì 9 marzo, e l’8 sarà una giornata di lotta e mobilitazione. Due giorni potenti che fermino la produzione e la riproduzione sociale, che rendano visibile l’invisibile, che facciano emergere il sommerso e mettano al centro desiderio, rabbia e lotta. Per ribadire che questo presente costellato da violenza patriarcale, razzista e istituzionale, guerre, genocidi, militarizzazione, repressione, precarietà non è un destino a cui non possiamo sfuggire, ma il prodotto di politiche e retoriche autoritarie precise. Il genocidio incontrastato del popolo palestinese, la spartizione di Gaza, l’attacco al Venezuela, al Rojava, le stragi continue in Iran, Congo e Sudan, le violenze e gli omicidi dell’ICE, la repressione del dissenso che ovunque si abbatte sui movimenti e su chiunque non si allinea a questo sistema, le politiche persecutorie antimigranti e il razzismo istituzionale sempre più feroce, sono tutti sintomi della più generale deriva transnazionale, segnata da un’escalation bellica e di violenza patriarcale che ridisegna le priorità politiche ed economiche verso riarmo, guerra e imperialismo. L’economia di guerra non è più una minaccia astratta, ma una realtà tangibile che ci colpisce in modo ancora più terribile come donne, froce, lesbiche, persone queer, trans, non binarie, malatə, neurodivergenti e con disabilità, razzializzate, migrantə, sex workers, prigionierə, lavoratricə, anziane e in modo crescente bambinə. La sottrazione delle risorse destinate ai bisogni reali, per destinarle invece al riarmo e alla militarizzazione, è sistemica. L’autodeterminazione e la libertà dei corpi e dei popoli sono sotto attacco ovunque e in modi diversi, ma tutti con un impatto devastante. Una politica della guerra, sul piano interno, è quella che fa della cultura dello stupro e della violenza sessista, maschilista, istituzionale ed economica le proprie parole chiave; una politica che pone al centro la virilità maschile, in un Paese in cui i femminicidi sono all’ordine del giorno e in cui le istituzioni si mostrano incapaci di affrontare il problema su un piano politico, sociale e culturale. Siamo noi i soggetti che la società patriarcale ha deciso di sacrificare per poter garantire il proprio funzionamento, è su di noi che si scarica tutto il peso e la violenza di questa crisi capitalistica e delle sue guerre. La sentiamo nel peso del lavoro riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella violenza di genere e dei ruoli di genere, nel controllo dei corpi, nel consumismo e nell’estrattivismo sui territori. La nostra risposta alla violenza è collettiva, culturale e quotidiana e straborda nelle piazze e negli scioperi. Per farlo abbiamo bisogno della pratica transfemminista, che continua ad essere uno degli anticorpi più efficaci e potenti, perché riesce a mettere al centro le vite materiali, le relazioni personali e politiche e le infrastrutture della cura. Vogliamo continuare a immaginare insieme nuovi modi di opporci a questo presente soffocante, per costruire una lotta imprevedibile e concreta. Non permetteremo la strumentalizzazione della violenza patriarcale da parte del governo per legittimare risposte securitarie. “Sicurezza” che si traduce in politiche di controllo, militarizzazione dei quartieri, repressione e profilazione razziale, aumento dellə detenutə per reati penali, civili e amministrativi che sono costrettə a vivere in condizioni inumane in carceri sovraffollate. L’uso sproporzionato della forza contro i movimenti sociali, le manifestazioni studentesche e quelle sindacali è il volto interno di questa stessa politica di guerra. È stato approvato l’ennesimo Pacchetto Sicurezza: misure che non sono pensate per la nostra sicurezza, ma per reprimere chi esprime dissenso e svuotare le piazze, rendendo la lotta costosissima sul piano economico e sul piano sociale e dando più protezione economica e politica alle forze dell’ordine (che sono ancora senza numeri identificativi). La violenza dello stato si manifesta anche con proposte di legge come il DDL Bongiorno. Ci opponiamo alla formulazione della nuova legge sulla violenza sessuale, che elimina il consenso come parametro per giudicare se ci sia stata o meno violenza e smaschera la cultura profondamente patriarcale, misogina e antifemminista dell’esecutivo, che mette sul banco dellə imputatə chi ha subito violenza invece di chi l’agisce, mentre fa la guerra ai Centri Anti Violenza autonomi e transfemministi. Vogliamo rimettere al centro i nostri desideri, la nostra rabbia, l’autodeterminazione sui nostri corpi e sui nostri territori. Continuiamo a organizzarci, per trasformare il dolore in rabbia e la rabbia in lotta, per innescare il cambiamento personale e collettivo, tramare e cospirare insieme. La potenza transfemminista in grado di distruggere le fondamenta di questo sistema razzista, patriarcale, coloniale, abilista e repressivo, forte di quello che abbiamo costruito e trasformato negli ultimi 10 anni e di tutte le genealogie precedenti, ma che sia in grado di leggere il presente e adeguare pratiche e lotte. Lo sciopero è esploso in questi anni, anche a partire dal movimento transfemminista globale, nella sua dimensione di pratica sovversiva. È un processo politico costruito non solo su specifiche rivendicazioni, ma con l’obiettivo di trasformare radicalmente i presupposti materiali e sociali di disuguaglianze e gerarchie. E quindi, dopo dieci anni, oggi è ancora più urgente lo sciopero dal lavoro riproduttivo e produttivo, dai generi e di genere. Scioperiamo perché senza consenso è stupro. Scioperiamo perché senza dissenso è dittatura. Scioperiamo perché non vogliamo che le nostre vite siano regolate da un’economia di guerra che impone militarizzazione in ogni ambito delle nostre vite. Scioperiamo per lo smantellamento delle frontiere che generano morti continue e contro il razzismo di stato. Scioperiamo perché nelle scuole non vogliamo le forze dell’ordine ma un’educazione sessuo-affettiva al consenso e al desiderio. Scioperiamo perché siamo stanchə di vivere di contratti di lavoro poveri, di lottare contro la disoccupazione, contro la violenza economica, razzista e maschilista dentro e fuori ai luoghi del lavoro. Scioperiamo per una salute transfemminista per spazi e reti di cura – siano essi autogestiti o all’interno dei servizi di sanità pubblica – che sappiano farsi carico della nostra salute a 360°: dalla salute sessuale e riproduttiva alla salute mentale. Scioperiamo perché vogliamo una casa per tuttə. Scioperiamo perché ancora oggi il sud Italia è ai margini delle politiche istituzionali, in cui il progetto surreale del ponte sullo stretto è al centro e le nostre vite terrone sono dimenticate. Scioperiamo per il reddito di autodeterminazione. Scioperiamo per l’autodeterminazione dei popoli oppressi, per la fine del colonialismo in tutte le sue forme e delle guerre. Scioperiamo per immaginare una società che metta al centro la cura e la vita, non il profitto e la guerra. LE NOSTRE VITE VALGONO. NOI SCIOPERIAMO!“ Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Claudio Signore di AL COBAS Milano a fronte dell’incidente del 27 febbraio in cui il tram linea 9 a deragliò finendo contro il muro di un’abitazione e provocando due morti e 54 feriti e di altri deragliamenti di tram avvenuti nei giorni successivi sempre nel capoluogo lombardo. Evidentemente c’è qualcosa che non và nel sistema di trasporto pubblico milanese e come sempre a farne le spese sono i lavoratori e gli utilizzatori del servizio, per questo il sindacato AL COBAS che rappresenta i lavoratori di questo settore, è già da tempo che porta avanti svariate battaglie sindacali, ultimo lo sciopero che è stato proclamato per il 27 marzo. Tra le rivendicazioni di questi lavoratori la riduzione dei carichi di lavoro, una maggiore attenzione alla sicurezza del personale e dei viaggiatori e l’opposizione ad un nuovo accordo in vista che aumenterebbe ulteriormente l’orario di lavoro giornalieri per i tramvieri. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- il terzo argomento della serata ha riguardato il trasporto aereo, ai nostri microfoni abbiamo quindi ospitato Gianni Cervone di CUB Linate e Malpensa. Da lui ci siamo fatti descrivere le motivazioni che hanno portato all’indizione dello sciopero del 18 marzo, sciopero che potrebbe venire “congelato” data l’apertura da parte delle aziende di handling tirate in causa, che si sono dette disponibili all’apertura di un tavolo di trattativa con i lavoratori. Buon ascolto
March 15, 2026
Radio Blackout - Info
Puntata del 10/03/2026@1
Il primo argomento della serata è stato lo sciopero transfemminista globale 2026, ne abbiamo parlato in collegamento telefonico con Chiara di Non Una Di Meno Torino: “Quest’anno sarà ancora sciopero transfemminista, lunedì 9 marzo, e l’8 sarà una giornata di lotta e mobilitazione. Due giorni potenti che fermino la produzione e la riproduzione sociale, che rendano visibile l’invisibile, che facciano emergere il sommerso e mettano al centro desiderio, rabbia e lotta. Per ribadire che questo presente costellato da violenza patriarcale, razzista e istituzionale, guerre, genocidi, militarizzazione, repressione, precarietà non è un destino a cui non possiamo sfuggire, ma il prodotto di politiche e retoriche autoritarie precise. Il genocidio incontrastato del popolo palestinese, la spartizione di Gaza, l’attacco al Venezuela, al Rojava, le stragi continue in Iran, Congo e Sudan, le violenze e gli omicidi dell’ICE, la repressione del dissenso che ovunque si abbatte sui movimenti e su chiunque non si allinea a questo sistema, le politiche persecutorie antimigranti e il razzismo istituzionale sempre più feroce, sono tutti sintomi della più generale deriva transnazionale, segnata da un’escalation bellica e di violenza patriarcale che ridisegna le priorità politiche ed economiche verso riarmo, guerra e imperialismo. L’economia di guerra non è più una minaccia astratta, ma una realtà tangibile che ci colpisce in modo ancora più terribile come donne, froce, lesbiche, persone queer, trans, non binarie, malatə, neurodivergenti e con disabilità, razzializzate, migrantə, sex workers, prigionierə, lavoratricə, anziane e in modo crescente bambinə. La sottrazione delle risorse destinate ai bisogni reali, per destinarle invece al riarmo e alla militarizzazione, è sistemica. L’autodeterminazione e la libertà dei corpi e dei popoli sono sotto attacco ovunque e in modi diversi, ma tutti con un impatto devastante. Una politica della guerra, sul piano interno, è quella che fa della cultura dello stupro e della violenza sessista, maschilista, istituzionale ed economica le proprie parole chiave; una politica che pone al centro la virilità maschile, in un Paese in cui i femminicidi sono all’ordine del giorno e in cui le istituzioni si mostrano incapaci di affrontare il problema su un piano politico, sociale e culturale. Siamo noi i soggetti che la società patriarcale ha deciso di sacrificare per poter garantire il proprio funzionamento, è su di noi che si scarica tutto il peso e la violenza di questa crisi capitalistica e delle sue guerre. La sentiamo nel peso del lavoro riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella violenza di genere e dei ruoli di genere, nel controllo dei corpi, nel consumismo e nell’estrattivismo sui territori. La nostra risposta alla violenza è collettiva, culturale e quotidiana e straborda nelle piazze e negli scioperi. Per farlo abbiamo bisogno della pratica transfemminista, che continua ad essere uno degli anticorpi più efficaci e potenti, perché riesce a mettere al centro le vite materiali, le relazioni personali e politiche e le infrastrutture della cura. Vogliamo continuare a immaginare insieme nuovi modi di opporci a questo presente soffocante, per costruire una lotta imprevedibile e concreta. Non permetteremo la strumentalizzazione della violenza patriarcale da parte del governo per legittimare risposte securitarie. “Sicurezza” che si traduce in politiche di controllo, militarizzazione dei quartieri, repressione e profilazione razziale, aumento dellə detenutə per reati penali, civili e amministrativi che sono costrettə a vivere in condizioni inumane in carceri sovraffollate. L’uso sproporzionato della forza contro i movimenti sociali, le manifestazioni studentesche e quelle sindacali è il volto interno di questa stessa politica di guerra. È stato approvato l’ennesimo Pacchetto Sicurezza: misure che non sono pensate per la nostra sicurezza, ma per reprimere chi esprime dissenso e svuotare le piazze, rendendo la lotta costosissima sul piano economico e sul piano sociale e dando più protezione economica e politica alle forze dell’ordine (che sono ancora senza numeri identificativi). La violenza dello stato si manifesta anche con proposte di legge come il DDL Bongiorno. Ci opponiamo alla formulazione della nuova legge sulla violenza sessuale, che elimina il consenso come parametro per giudicare se ci sia stata o meno violenza e smaschera la cultura profondamente patriarcale, misogina e antifemminista dell’esecutivo, che mette sul banco dellə imputatə chi ha subito violenza invece di chi l’agisce, mentre fa la guerra ai Centri Anti Violenza autonomi e transfemministi. Vogliamo rimettere al centro i nostri desideri, la nostra rabbia, l’autodeterminazione sui nostri corpi e sui nostri territori. Continuiamo a organizzarci, per trasformare il dolore in rabbia e la rabbia in lotta, per innescare il cambiamento personale e collettivo, tramare e cospirare insieme. La potenza transfemminista in grado di distruggere le fondamenta di questo sistema razzista, patriarcale, coloniale, abilista e repressivo, forte di quello che abbiamo costruito e trasformato negli ultimi 10 anni e di tutte le genealogie precedenti, ma che sia in grado di leggere il presente e adeguare pratiche e lotte. Lo sciopero è esploso in questi anni, anche a partire dal movimento transfemminista globale, nella sua dimensione di pratica sovversiva. È un processo politico costruito non solo su specifiche rivendicazioni, ma con l’obiettivo di trasformare radicalmente i presupposti materiali e sociali di disuguaglianze e gerarchie. E quindi, dopo dieci anni, oggi è ancora più urgente lo sciopero dal lavoro riproduttivo e produttivo, dai generi e di genere. Scioperiamo perché senza consenso è stupro. Scioperiamo perché senza dissenso è dittatura. Scioperiamo perché non vogliamo che le nostre vite siano regolate da un’economia di guerra che impone militarizzazione in ogni ambito delle nostre vite. Scioperiamo per lo smantellamento delle frontiere che generano morti continue e contro il razzismo di stato. Scioperiamo perché nelle scuole non vogliamo le forze dell’ordine ma un’educazione sessuo-affettiva al consenso e al desiderio. Scioperiamo perché siamo stanchə di vivere di contratti di lavoro poveri, di lottare contro la disoccupazione, contro la violenza economica, razzista e maschilista dentro e fuori ai luoghi del lavoro. Scioperiamo per una salute transfemminista per spazi e reti di cura – siano essi autogestiti o all’interno dei servizi di sanità pubblica – che sappiano farsi carico della nostra salute a 360°: dalla salute sessuale e riproduttiva alla salute mentale. Scioperiamo perché vogliamo una casa per tuttə. Scioperiamo perché ancora oggi il sud Italia è ai margini delle politiche istituzionali, in cui il progetto surreale del ponte sullo stretto è al centro e le nostre vite terrone sono dimenticate. Scioperiamo per il reddito di autodeterminazione. Scioperiamo per l’autodeterminazione dei popoli oppressi, per la fine del colonialismo in tutte le sue forme e delle guerre. Scioperiamo per immaginare una società che metta al centro la cura e la vita, non il profitto e la guerra. LE NOSTRE VITE VALGONO. NOI SCIOPERIAMO!“ Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Claudio Signore di AL COBAS Milano a fronte dell’incidente del 27 febbraio in cui il tram linea 9 a deragliò finendo contro il muro di un’abitazione e provocando due morti e 54 feriti e di altri deragliamenti di tram avvenuti nei giorni successivi sempre nel capoluogo lombardo. Evidentemente c’è qualcosa che non và nel sistema di trasporto pubblico milanese e come sempre a farne le spese sono i lavoratori e gli utilizzatori del servizio, per questo il sindacato AL COBAS che rappresenta i lavoratori di questo settore, è già da tempo che porta avanti svariate battaglie sindacali, ultimo lo sciopero che è stato proclamato per il 27 marzo. Tra le rivendicazioni di questi lavoratori la riduzione dei carichi di lavoro, una maggiore attenzione alla sicurezza del personale e dei viaggiatori e l’opposizione ad un nuovo accordo in vista che aumenterebbe ulteriormente l’orario di lavoro giornalieri per i tramvieri. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- il terzo argomento della serata ha riguardato il trasporto aereo, ai nostri microfoni abbiamo quindi ospitato Gianni Cervone di CUB Linate e Malpensa. Da lui ci siamo fatti descrivere le motivazioni che hanno portato all’indizione dello sciopero del 18 marzo, sciopero che potrebbe venire “congelato” data l’apertura da parte delle aziende di handling tirate in causa, che si sono dette disponibili all’apertura di un tavolo di trattativa con i lavoratori. Buon ascolto
March 15, 2026
Radio Blackout - Info
Puntata del 10/03/2026@2
Il primo argomento della serata è stato lo sciopero transfemminista globale 2026, ne abbiamo parlato in collegamento telefonico con Chiara di Non Una Di Meno Torino: “Quest’anno sarà ancora sciopero transfemminista, lunedì 9 marzo, e l’8 sarà una giornata di lotta e mobilitazione. Due giorni potenti che fermino la produzione e la riproduzione sociale, che rendano visibile l’invisibile, che facciano emergere il sommerso e mettano al centro desiderio, rabbia e lotta. Per ribadire che questo presente costellato da violenza patriarcale, razzista e istituzionale, guerre, genocidi, militarizzazione, repressione, precarietà non è un destino a cui non possiamo sfuggire, ma il prodotto di politiche e retoriche autoritarie precise. Il genocidio incontrastato del popolo palestinese, la spartizione di Gaza, l’attacco al Venezuela, al Rojava, le stragi continue in Iran, Congo e Sudan, le violenze e gli omicidi dell’ICE, la repressione del dissenso che ovunque si abbatte sui movimenti e su chiunque non si allinea a questo sistema, le politiche persecutorie antimigranti e il razzismo istituzionale sempre più feroce, sono tutti sintomi della più generale deriva transnazionale, segnata da un’escalation bellica e di violenza patriarcale che ridisegna le priorità politiche ed economiche verso riarmo, guerra e imperialismo. L’economia di guerra non è più una minaccia astratta, ma una realtà tangibile che ci colpisce in modo ancora più terribile come donne, froce, lesbiche, persone queer, trans, non binarie, malatə, neurodivergenti e con disabilità, razzializzate, migrantə, sex workers, prigionierə, lavoratricə, anziane e in modo crescente bambinə. La sottrazione delle risorse destinate ai bisogni reali, per destinarle invece al riarmo e alla militarizzazione, è sistemica. L’autodeterminazione e la libertà dei corpi e dei popoli sono sotto attacco ovunque e in modi diversi, ma tutti con un impatto devastante. Una politica della guerra, sul piano interno, è quella che fa della cultura dello stupro e della violenza sessista, maschilista, istituzionale ed economica le proprie parole chiave; una politica che pone al centro la virilità maschile, in un Paese in cui i femminicidi sono all’ordine del giorno e in cui le istituzioni si mostrano incapaci di affrontare il problema su un piano politico, sociale e culturale. Siamo noi i soggetti che la società patriarcale ha deciso di sacrificare per poter garantire il proprio funzionamento, è su di noi che si scarica tutto il peso e la violenza di questa crisi capitalistica e delle sue guerre. La sentiamo nel peso del lavoro riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella violenza di genere e dei ruoli di genere, nel controllo dei corpi, nel consumismo e nell’estrattivismo sui territori. La nostra risposta alla violenza è collettiva, culturale e quotidiana e straborda nelle piazze e negli scioperi. Per farlo abbiamo bisogno della pratica transfemminista, che continua ad essere uno degli anticorpi più efficaci e potenti, perché riesce a mettere al centro le vite materiali, le relazioni personali e politiche e le infrastrutture della cura. Vogliamo continuare a immaginare insieme nuovi modi di opporci a questo presente soffocante, per costruire una lotta imprevedibile e concreta. Non permetteremo la strumentalizzazione della violenza patriarcale da parte del governo per legittimare risposte securitarie. “Sicurezza” che si traduce in politiche di controllo, militarizzazione dei quartieri, repressione e profilazione razziale, aumento dellə detenutə per reati penali, civili e amministrativi che sono costrettə a vivere in condizioni inumane in carceri sovraffollate. L’uso sproporzionato della forza contro i movimenti sociali, le manifestazioni studentesche e quelle sindacali è il volto interno di questa stessa politica di guerra. È stato approvato l’ennesimo Pacchetto Sicurezza: misure che non sono pensate per la nostra sicurezza, ma per reprimere chi esprime dissenso e svuotare le piazze, rendendo la lotta costosissima sul piano economico e sul piano sociale e dando più protezione economica e politica alle forze dell’ordine (che sono ancora senza numeri identificativi). La violenza dello stato si manifesta anche con proposte di legge come il DDL Bongiorno. Ci opponiamo alla formulazione della nuova legge sulla violenza sessuale, che elimina il consenso come parametro per giudicare se ci sia stata o meno violenza e smaschera la cultura profondamente patriarcale, misogina e antifemminista dell’esecutivo, che mette sul banco dellə imputatə chi ha subito violenza invece di chi l’agisce, mentre fa la guerra ai Centri Anti Violenza autonomi e transfemministi. Vogliamo rimettere al centro i nostri desideri, la nostra rabbia, l’autodeterminazione sui nostri corpi e sui nostri territori. Continuiamo a organizzarci, per trasformare il dolore in rabbia e la rabbia in lotta, per innescare il cambiamento personale e collettivo, tramare e cospirare insieme. La potenza transfemminista in grado di distruggere le fondamenta di questo sistema razzista, patriarcale, coloniale, abilista e repressivo, forte di quello che abbiamo costruito e trasformato negli ultimi 10 anni e di tutte le genealogie precedenti, ma che sia in grado di leggere il presente e adeguare pratiche e lotte. Lo sciopero è esploso in questi anni, anche a partire dal movimento transfemminista globale, nella sua dimensione di pratica sovversiva. È un processo politico costruito non solo su specifiche rivendicazioni, ma con l’obiettivo di trasformare radicalmente i presupposti materiali e sociali di disuguaglianze e gerarchie. E quindi, dopo dieci anni, oggi è ancora più urgente lo sciopero dal lavoro riproduttivo e produttivo, dai generi e di genere. Scioperiamo perché senza consenso è stupro. Scioperiamo perché senza dissenso è dittatura. Scioperiamo perché non vogliamo che le nostre vite siano regolate da un’economia di guerra che impone militarizzazione in ogni ambito delle nostre vite. Scioperiamo per lo smantellamento delle frontiere che generano morti continue e contro il razzismo di stato. Scioperiamo perché nelle scuole non vogliamo le forze dell’ordine ma un’educazione sessuo-affettiva al consenso e al desiderio. Scioperiamo perché siamo stanchə di vivere di contratti di lavoro poveri, di lottare contro la disoccupazione, contro la violenza economica, razzista e maschilista dentro e fuori ai luoghi del lavoro. Scioperiamo per una salute transfemminista per spazi e reti di cura – siano essi autogestiti o all’interno dei servizi di sanità pubblica – che sappiano farsi carico della nostra salute a 360°: dalla salute sessuale e riproduttiva alla salute mentale. Scioperiamo perché vogliamo una casa per tuttə. Scioperiamo perché ancora oggi il sud Italia è ai margini delle politiche istituzionali, in cui il progetto surreale del ponte sullo stretto è al centro e le nostre vite terrone sono dimenticate. Scioperiamo per il reddito di autodeterminazione. Scioperiamo per l’autodeterminazione dei popoli oppressi, per la fine del colonialismo in tutte le sue forme e delle guerre. Scioperiamo per immaginare una società che metta al centro la cura e la vita, non il profitto e la guerra. LE NOSTRE VITE VALGONO. NOI SCIOPERIAMO!“ Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Claudio Signore di AL COBAS Milano a fronte dell’incidente del 27 febbraio in cui il tram linea 9 a deragliò finendo contro il muro di un’abitazione e provocando due morti e 54 feriti e di altri deragliamenti di tram avvenuti nei giorni successivi sempre nel capoluogo lombardo. Evidentemente c’è qualcosa che non và nel sistema di trasporto pubblico milanese e come sempre a farne le spese sono i lavoratori e gli utilizzatori del servizio, per questo il sindacato AL COBAS che rappresenta i lavoratori di questo settore, è già da tempo che porta avanti svariate battaglie sindacali, ultimo lo sciopero che è stato proclamato per il 27 marzo. Tra le rivendicazioni di questi lavoratori la riduzione dei carichi di lavoro, una maggiore attenzione alla sicurezza del personale e dei viaggiatori e l’opposizione ad un nuovo accordo in vista che aumenterebbe ulteriormente l’orario di lavoro giornalieri per i tramvieri. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- il terzo argomento della serata ha riguardato il trasporto aereo, ai nostri microfoni abbiamo quindi ospitato Gianni Cervone di CUB Linate e Malpensa. Da lui ci siamo fatti descrivere le motivazioni che hanno portato all’indizione dello sciopero del 18 marzo, sciopero che potrebbe venire “congelato” data l’apertura da parte delle aziende di handling tirate in causa, che si sono dette disponibili all’apertura di un tavolo di trattativa con i lavoratori. Buon ascolto
March 15, 2026
Radio Blackout - Info
Settimana di trasappuntamenti
Grande affollamento della crew al completo, e due ospiti in studio per farci raccontare un appuntamento appena passato (Trans day of Revenge) ed uno futuro (qui per il gruppo di mutuo auto aiuto).
November 25, 2025
Radio Blackout - Info
Liberazione trans* e queer, corteo a Roma
Domenica 18 maggio a Roma si terrà il corteo di liberazione trans* queer, con partenza da piazzale Aldo Moro alle h.16.00. A un anno di distanza da quello del 17 maggio 2024, la manifestazione vuole tornare a porre al centro dell’attenzione la vita della comunità trans* a partire dalla sempre più evidente ostilità che vive da parte dei governi reazionari mondiali – in primis quello italiano. Nel comunicato di lancio si dice: «Abbiamo visto la volontà da parte di questo governo di schedare le persone trans*, le conseguenze drammatiche per le vite dell’infanzia trans*, la criminalizzazione delle donne trans*, la cancellazione e marginalizzazione delle persone non binarie, la svalorizzazione e invisibilizzazione degli uomini trans*. La nostra comunità trans*, intersex, non binaria, di tempi migliori in questo Paese e in generale nel mondo non ne ha mai visti! È da sempre patologizzata, psichiatrizzata, marginalizzata, additata come mostruosa e pericolosa, costretta in percorsi che passano da ospedali a tribunali solo per essere chi siamo! Hanno continuato a medicalizzare la nostra esistenza e il dibattito politico». > Le reti che da anni sono attive nel tema non hanno mai smesso di presentare > proposte concrete per superare stigma e discriminazione. In particolar modo un > lungo percorso attraverso la rete Stati Genderali nel 2021-2023 portò alla > ideazione di una proposta di legge che potesse sostituire la 164, totalmente > inadeguata ai tempi attuali, chiamata ai tempi “La legge che vogliamo”. Infatti il documento di lancio del corteo di domenica riporta «“La legge che vogliamo” parte dalle elaborazioni della nostra comunità trans* e queer, si basa sull’autodeterminazione, ripara i danni di decenni di discriminazioni e le abbatte, si fonda sul consenso informato e su percorsi di affermazione di genere tutti all’interno del sistema di salute pubblico. Non abbiamo bisogno di psichi e tribunali per affermare chi siamo, avere i nostri nomi riportati sui nostri documenti, scegliere di avere o no il marcatore di genere o transgenere che desideriamo». Il corteo inoltre vuole mantenere un’attitudine intersezionale e pur ribadendo che non ci sono mai stati tempi migliori per la comunità trans*, è altrettanto consapevole della gravità storica del tempo in cui viviamo e legge il contesto in termini intersezionali. «In questo contesto di guerra ai corpi e al dissenso diciamo no al decreto “SICUREZZA” (ex DL1660) e a tutti i provvedimenti di questo governo che minano libertà di protesta, di insegnamento e ricerca. Scendiamo in piazza mentre si avvicinano le celebrazioni del rainbow washing anche per ribadire il nostro NO PRIDE IN GENOCIDE e l’abbraccio complice e solidale con la Palestina». C’è una tematica infatti sotteso a questa come ad altre manifestazioni lgbtqia+ di questo periodo che precede il mese dei Pride. Ormai è evidente a chiunque che l’epoca storica in cui i diritti civili per le soggettività lgbtqia+ accompagnavano le democrazie neoliberali è tramontata, e gli USA di Trump lo dimostrano ogni giorno. In Italia questo “matrimonio” non c’è neppure mai stato, vista la bocciatura del DDL Zan o la “semi” approvazione del DDL Cirinnà. Pertanto possiamo immaginare che quella parvenza di acquisizione di potere e riconoscimento che era stata offerta a una parte della comunità lgbtq negli ultimi 15 anni evaporerà molto rapidamente. > Come si posizioneranno pertanto la maggior parte dei Pride della nostra > penisola, che, invece, proprio in virtù di quel riconoscimento si erano > caratterizzati per vistosi e imbarazzanti sodalizi con centri di potere > politico ed economico, ossia aziende ed enti locali? Continueranno a > elemosinare pezzetti di riconoscimento o torneranno ad avere un approccio > radicale e intersezionale, come fu nella natura originaria dei Pride? Il corteo di Roma ha ovviamente già una risposta chiara: «Per questo non vogliamo né celebrazioni prive di posizionamento politico come si sono ridotti a essere i Pride sponsorizzati dalle multinazionali responsabili dei disastri che stiamo vivendo, né partiti e bandiere che sono state responsabili di un completo non ascolto della nostra comunità e si svegliano adesso per sostenere la loro battaglia contro i governi di turno, né rappresentanze in divisa della forze di polizia a lavarsi la coscienza dalle cicatrici lasciate sui corpi di tant3 persone della nostra comunità». Una delle sfide di domenica è riuscire a contaminare quante più persone con questa presa di posizione, oggi più che mai necessariamente radicale. Immagine di copertina di Renato Ferrantini SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress abbiamo attivato una nuova raccolta fondi diretta. 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May 16, 2025
DINAMOpress
Sorellə non sei solə – Una risposta agli attacchi alle donne trans e trans femme negli Stati Uniti e in Italia
Il “nuovo ordine” di Trump segna il culmine della violenza istituzionale e culturale contro le persone trans, intersex e non binarie. In questi violenti attacchi a tutta la comunità, c’è una particolare acredine nei confronti delle donne trans e trans femme.  Ciò avviene con la retorica della difesa delle “donne”, intese come coloro che hanno la F di Femmina sul documento alla nascita e che seguono le orme di una “tradizione” patriarcale le cui radici affondano nella vera e propria repressione delle stesse, in nome della loro (fittizia) “natura” femminile. Una “natura” che confina le donne cis al ruolo riproduttivo e le donne trans e trans femme fuori dai generi stabiliti e quindi validi e “veri”, dipingendole come una minaccia. C’è di paradossale sicuramente una cosa: per convincere le “vere donne” del pericolo trans, la retorica attuale si trova costretta a sottolinearne una “natura” (mascherata) maschile. Ancora una volta, si dimostra involontariamente che il vero pericolo sta nella maschilità egemonica e violenta, così come costruita dalla stessa cultura transfobica e misogina. Partiamo dal titolo dell’atto esecutivo firmato dal nuovo presidente degli USA: “DEFENDING WOMEN FROM GENDER IDEOLOGY EXTREMISM AND RESTORING BIOLOGICAL TRUTH TO THE FEDERAL GOVERNMENT” (Difendere le donne dall’estremismo dell’ideologia gender e reinstaurare la verità biologica nel governo federale). Ed eccola qui, la “verità biologica”, pronta a cancellare l’esistenza millenaria di persone che non si arrendono al destino binario uomo-donna, o al destino di “angelo del focolare”, o di un ruolo subordinato all’unico genere davvero ideologico che vediamo imporsi con sempre maggiore drammaticità: il maschile patriarcale, l’uomo bianco (meglio se ricco, etero e “abile”). Fino a qui sembra quasi una questione teorica, forse un espediente intellettuale per partire dalla “questione trans” e giungere a fare discorsi altri, generali, più “universali”. E invece vogliamo prendere parola esattamente su questo: cosa significa per milioni di persone vedere cancellata la propria identità per mano della Legge? La censura sui nostri corpi riguarda tutt*. Anche perché questo sta giá accadendo e accadrà sempre più violentemente anche qui. “It is the policy of the United States to recognize two sexes, male and female. These sexes are not changeable” (È politica degli Stati Uniti riconoscere due sessi, maschio e femmina. Questi sessi non si possono cambiare): non è un’opinione, è una direzione politica molto netta, che porta a termine un progetto già iniziato in diversi stati attraverso roghi di libri, divieti alle persone minori di accedere alle terapie ormonali, violenze, transcidi e femminicidi di donne trans e trans femme. Una direzione che abbiamo contestato in massa a Verona, come Non Una Di Meno, durante il Congresso Mondiale delle Famiglie nel 2019, cogliendo la portata internazionale di questa invasione di campo reazionaria, familista, misogina, omolesbobitransfobica in generale, sicuramente fascista.  Possiamo insieme provare a immaginare cosa significhi tutto questo dal punto di vista del diritto alla salute e all’integrità fisica e psicologica: significa che le terapie ormonali non saranno più a disposizione di chi ne ha bisogno; significa che non si potrà più cambiare nome e sesso sui documenti; significa non trovare lavoro, non trovare casa; significa non essere rispettat* in nessuno spazio pubblico che non considera la tua stessa esistenza; significa aumento della violenza in ogni luogo, dalle scuole agli uffici pubblici, ai posti di lavoro, dagli ospedali alle carceri (dove le persone trans saranno obbligate a stare in reparti non consoni e per questo pericolosi); significa vulnerabilità e precarietà; significa anche un possibile aumento di suicidi di stato e dell’odio sociale, forme di disagio per le persone più giovani, già alla mercé di famiglie che spesso non comprendono e di una società sempre più escludente. Siamo consapevoli che questo non è l’unico atto della nuova amministrazione Trump, anzi. Enorme gravità e peso si riversano sulle persone migranti, sulle persone razzializzate, sulle donne, su queer di ogni genere e identità, lavoratrici e lavorator*, disoccupat* e inoccupat*, sulle altre specie viventi e sui territori, in quello che sembra delirio di onnipotenza ed è invece un piano ben preciso. Un piano per un futuro che non ci prevede. Apprendiamo dai giornali ogni giorno di nuove decisioni: abbandono dell’OMS, abbandono dei trattati sull’ambiente, mire espansionistiche e imperialiste, appoggio a Israele, politiche repressive, diritti riproduttivi calpestati, razzismo imperante, plutocrazia. Insomma, un vero e proprio disastro con conseguenze globali. Ed all’interno di questo programma che ha dell’apocalittico vogliamo denunciare come l’accanimento contro le persone trans, soprattutto trans femme e donne, sia stato sottovalutato come “distrazione” dai problemi reali per troppo tempo, mettendo noi tutt* in una condizione di ulteriore vulnerabilità e rivittimizzazione: la condizione di non essere, ancora una volta, credut* quando denunciamo la violenza che si abbatte su di noi. Non solo: l’ingresso nei vocabolari mainstream di termini come “woke”, “politically correct”, “ideologia gender” ha spostato l’opinione pubblica su dibattiti falsificati sin dalle premesse, che descrivono un mondo in mano a femministe e transfemministe. Mentre, in realtà, gli uomini più potenti della terra fanno man bassa delle risorse del pianeta (persone comprese) per aumentare il proprio capitale, alimentando discorsi e politiche patriarcali e di genere estremamente pericolosi. Come osservatorio sulla violenza patriarcale che lavora anche per il riconoscimento della transmisoginia e della violenza transfobica, e che vede al suo interno un intreccio di soggettività femministe e transfemministe, sentiamo l’urgenza di chiarire una volta per tutte: sorella, non sei sola. Le donne cis non sono messe in pericolo dall’esistenza delle donne trans e trans femme. La radice della violenza, in tutte le sue forme, è comune, e le retoriche patriarcali che spadroneggiano in questo momento vogliono farci credere il contrario. Viviamo anche qui in Italia un momento di massima targetizzazione delle stesse soggettività. Abbiamo già visto ridurre lo spazio di libertà trans: dalle persone minori lasciate senza terapie, alla crescente criminalizzazione, alle rappresentazioni macchiettistiche, agli attacchi diretti contro la comunità trans. Abbiamo visto come un certo “femminismo” TERF (femminismo radicale trans escludente) si sia alleato con una certa naturalezza a movimenti fascisti che vogliono cancellare le persone trans, con, ancora una volta, una particolare ossessione nei confronti delle donne trans e trans femme. Marina Terragni è la nuova garante dell’infanzia e dell’adolescenza, e proprio lei è tra quelle che più si impegnano a denigrare le nostre sorelle in primis: la prima cosa che ha fatto non appena avuto l’incarico è stata pubblicare un post contro una nota attivista, Roberta Parigiani, alla quale esprimiamo solidarietà e sorellanza. Allora, se da un lato dobbiamo davvero aprire una riflessione impegnata a decostruire queste mistificazioni di genere e i confini del binarismo, a partire anche da noi stess*, è altrettanto importante smontare l’idea – che anche a “sinistra” ha preso piede – che la vita delle persone trans sia solo un “tema”, o, peggio, un espediente per parlare d’altro o, ancora, l’ultima delle priorità. Auspichiamo una presa di parola diretta sempre più forte, e ci impegniamo a creare le condizioni per cui questo avvenga, consapevoli che il transfemminismo è una pratica politica essenziale, non solo una prospettiva. I tempi sono bui, forse non sono maturi per molt* di noi, sopraffatt* proprio da questa ondata di machismo internazionale e dall’alleanza di un certo “femminile” ancillare.  Ma ricordiamo che non è una novità: la nostra esistenza la dobbiamo a chi ha lottato prima di noi, e continueremo forti dell* nostr* antenat*. Donne trans e trans femme che abbiamo il dovere di conoscere e riconoscere. Continuiamo a costruire insieme una storia delle donne fatta di tutte le donne insieme, unite dalla volontà di emancipazione dal giogo patriarcale. Citiamo, con Angela Davis, le parole di Martin Luther King, perché il futuro ci riguarda ancora e il futuro è ora: “Certe volte dobbiamo accettare delusioni finite, ma dobbiamo aggrapparci alla nostra speranza infinita.” Che la speranza, allora, si trasformi in resistenza. Glossario * Abbiamo utilizzato per le desinenze di genere  a volte la u, a volte la x o un asterisco che equivalgono a un troncamento nella lettura della parola, a volte lo schwa, a volte il 3 che molt3 usano come plurale dello schwa. Differenziamo questo tipo di desinenze perché tutte vengono usate e tutte definiscono nella lingua italiana in cambiamento il genere neutro spesso usato come universale al posto del maschile o femminile per includere tutt* * woke: essere attent3 alle ingiustizie e alle discriminazioni sociali e lottare contro  * politically correct: assumere un linguaggio che visibilizzi tutte le diversità  * targetizzazione: scelta di un gruppo sociale da colpire  * macismo: italianizzazione di machismo che indica la postura e i comportamenti patriarcali assegnati da questo sistema alle persone a cui sia stato assegnato il genere M (maschio) alla nascita (AMAN Assegnate Maschio Alla Nascita) Share Post Share L'articolo Sorellə non sei solə – Una risposta agli attacchi alle donne trans e trans femme negli Stati Uniti e in Italia proviene da Osservatorio nazionale NUDM.