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Sicurezza, o repressione? Parliamone… per “costruire pensieri, costruire dialogo”
Venerdì 6 febbraio dalle 18 alle 19 a Bra si terrà l’assemblea pubblica convocata dalla Rete Cuneo per la Palestina con questo comunicato, che invita tutti a una riflessione: QUANDO LA LIBERTÀ VIENE TRATTATA COME UNA MALATTIA Non possiamo evitare uno sguardo critico sul presente che stiamo vivendo. Lo abbiamo scritto nel percorso del Giorno “del fare” Memoria: quando, in nome della sicurezza, si risponde con repressione, aumento delle pene, controllo e silenziamento del dissenso,… si ripropone una logica antica: una logica che riduce la complessità sociale a un problema di ordine pubblico. Le persone diventano numeri, categorie di rischio, corpi da contenere. Il conflitto non si ascolta: si reprime. Il disagio non si comprende: si punisce. È da qui che guardiamo con forte preoccupazione al nuovo Decreto Legge sulla Sicurezza annunciato dal Governo. Un altro tassello di una lunga sequenza di provvedimenti che promettono sicurezza, ma producono meno diritti, meno fiducia, meno libertà. SIAMO CONTRO OGNI VIOLENZA Le azioni violente avvenute il 31 gennaio durante la manifestazione Torino Partigiana e a difesa dello spazio di Askatasuna, ci interrogano profondamente. Lo diciamo senza ambiguità: siamo tutti e tutte contrari alla violenza. Sempre. La violenza non è una risposta, non è una scorciatoia, non è un linguaggio che ci appartiene. Ma rifiutare la violenza non significa accettare che ogni conflitto venga criminalizzato, che ogni dissenso venga trattato come una minaccia, che ogni spazio sociale venga trasformato in un problema di sicurezza… Il nuovo Decreto Legge continua a proporre una risposta semplice a problemi complessi: “più reati, più pene, meno diritti”. È una logica che non previene, non cura, non ascolta. È una logica che alimenta paura e produce esclusione. Si colpiscono le manifestazioni, si restringono gli spazi di protesta, si ampliano i poteri discrezionali delle forze dell’ordine, si indeboliscono i controlli. La sicurezza viene identificata sempre più con il controllo e sempre meno con la giustizia sociale. Ma la sicurezza di chi? Non certo di chi subisce razzismo, violenze di genere, discriminazioni. Non certo di chi patisce la precarietà, la marginalità, il disagio. Non certo di chi manifesta, studia, occupa spazi,… costruisce socialità. C’è una domanda che ritorna, ogni volta che la paura prende il posto del pensiero: “Non sarebbe meglio rinchiuderli?”… È una domanda che abbiamo già sentito, che conosciamo bene e che tanto spazio occupava quando si “pensava, giustamente, ad eliminare i MANICOMI” e che, a pensarci bene, oggi, è tanto è attuale. “Non sarebbe meglio rinchiuderli?” funziona così: “rinchiudere chi? non tutti, solo quelli pericolosi“. Chi decide chi è pericoloso? Un giudice. E allora si è disposti a togliere la libertà a qualcuno prima che abbia fatto qualcosa, “per sicurezza”. Non sarebbero carceri, si dice. Sarebbero case di cura. Ma cosa succede se sbagliamo? Cosa succede se priviamo della libertà qualcuno che non avrebbe mai fatto nulla? Su un muro di quello che un tempo era il manicomio di Trieste c’è una scritta enorme, dagli anni Settanta: La libertà è terapeutica. Quella scritta ci ricorda che rinchiudere, escludere, separare non cura: produce altra violenza. Una società che risponde al disagio con la reclusione e al conflitto con il controllo è una società che peggiora i problemi che dice di voler risolvere. Trieste – Il Frenocomio Civico, ora Parco di San Giovanni, nasce nel 1908 e nel 1924 diventa Ospedale Psichiatrico Provinciale. Dal 1971 al 1978 è fulcro della rivoluzionaria riforma di Franco Basaglia, descritta anche nella raccolta di saggi La libertà è terapeutica? L’esperienza psichiatrica di Trieste edita a cura di Diana Mauri nel 1983. CONSUMARE È NORMALE, PENSARE DIVENTA SOSPETTO C’è un filo che lega tutto questo. La partecipazione collettiva viene raccontata come rischio, il dissenso come fastidio, la socialità che sfugge al consumo come qualcosa di sospetto. Consumare è normale. Pensare, organizzarsi, dissentire crea problemi. Si preferisce reprimere piuttosto che investire in educazione, prevenzione, spazi di incontro, relazioni. Si sceglie il diritto penale al posto della responsabilità politica e sociale. Si trasforma il disagio in colpa. UNA DOMANDA CHE RIGUARDA TUTTI E TUTTE Forse dovremmo avere il coraggio di farci una domanda scomoda: siamo tutti “matti” per qualcun altro? E allora la domanda diventa ancora più radicale: per chi oggi siamo “ebrei”? Chi è, oggi, il soggetto da isolare, controllare, zittire, reprimere “per il bene di tutti”? Avremmo dovuto dire, e lo diciamo ora, che sì: è devastante sapere che non sempre riusciamo a proteggere una vittima indifesa. Ma se cerchiamo la sicurezza calpestando i diritti, se smettiamo di riconoscere le persone come persone – tutte, anche quelle che sbagliano – finiremo per avere più vittime, non meno. Il nuovo Decreto Sicurezza ci obbliga a interrogarci: stiamo costruendo una società più sicura, o semplicemente più silenziosa? più giusta, o solo più obbediente? Noi scegliamo di farci queste domande. Senza violenza. Ma senza rinunciare al pensiero critico, al dissenso, alla responsabilità collettiva. Perché una sicurezza che cancella i diritti non è sicurezza. È solo paura istituzionalizzata. Solo per “costruire pensieri, per costruire dialogo” ci troveremo venerdì 6 febbraio dalle ore 18 alle 19 a Bra in via Cavour SICUREZZA O REPRESSIONE? retecuneeseperlapalestina@gmail.com https://www.instagram.com/retecuneesepalestina/ Redazione Piemonte Orientale
February 4, 2026
Pressenza
Quando il popolo indica la luna, lo stolto guarda il dito
pubblichiamo la nota politica di Askatasuna diramata a seguito della manifestazione nazionale del 31 gennaio scorso in quel di Torino   «Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito», spesso attribuita a Confucio, anche se più correttamente riconducibile alla tradizione zen/buddista. Il senso è semplice e potente: ci si può perdere nel mezzo e mancare il significato, fermarsi alla superficie senza cogliere ciò che davvero è in gioco. È un proverbio utile oggi più che mai, per non perdere la bussola e andare a ruota della macchina narrativa costruita e alimentata dal governo e dai media mainstream a esso supini, a partire da ciò che è accaduto nella manifestazione del 31 gennaio. Il corteo nazionale contro lo sgombero di Askatasuna è stato un successo al di là di tutte le aspettative. Lo sappiamo noi e lo sa, soprattuto, il governo. Un passaggio fondamentale di un percorso nato dallo sgombero di un centro sociale simbolo di resistenza, capace di far convergere centinaia di realtà e oltre 50.000 persone in una manifestazione a difesa degli spazi sociali, delle pratiche di libertà e contro il governo Meloni. Una vera boccata d’ossigeno in un contesto politico, nazionale e internazionale, segnato da guerre, colonialismo, repressione e da un clima generale che farebbe accapponare la pelle anche ai più ottimisti. In un tempo dominato da politiche guerrafondaie, dall’oscuramento delle questioni ecologiche, da misure sessiste, omofobe e discriminanti, lo sgombero di uno spazio sociale storico è diventato occasione per ricostruire legami, riconoscersi, ritrovarsi. Questo è un fatto politico enorme. La manifestazione ha dato spazio ai tanti soggetti e alle molte storie che compongono la piazza, permettendoci di sentirci più forti e meno soli, mentre la controparte affila gli artigli e accompagna il Paese verso una deriva autoritaria sempre più esplicita, che guarda con ammirazione a modelli violenti e reazionari, dagli USA alle peggiori esperienze europee. E proprio dagli Stati Uniti – Minneapolis insegna – arrivano segnali di resistenza e solidarietà diffusa che parlano anche a noi. Al termine della manifestazione, una parte del corteo ha deciso di proseguire in corso Regio Parco e un’altra parte, numericamente significativa, ha deviato in Corso Regina per avvicinarsi allo stabile di Askatasuna, oggi murato e devastato al suo interno dai vari distruttori in divisa. In corso Regina, l’apparato repressivo messo in campo dal governo Meloni e dal ministro Piantedosi ha risposto subito alla deviazione con una forza sproporzionata, scaricando centinaia di lacrimogeni sullo spezzone. Questa gestione muscolare, coerente con quanto visto nei giorni precedenti (quasi 800 fermi e identificazioni, intimidazioni, minacce), è stata però colta di sorpresa. Non si aspettavano che lo spezzone colpito reggesse l’urto, resistesse, avanzasse metro dopo metro, senza panico né tentennamenti con l’obiettivo di avvicinarsi a uno stabile che è stato strappato come uno scalpo dal governo per cancellare un pezzo di quella storia partigiana che ha caratterizzato da sempre Torino e che mai gli andata giù. Quella disponibilità alla resistenza è la stessa che vediamo da mesi nelle piazze contro il genocidio in Palestina: indica che esiste una parte della popolazione, soprattutto giovane, che non si rassegna a stare calma, che è sempre meno disposta ai posizionamenti mediani ed è pronta a tracciare un confine netto. Corteo del 20 dicembre, corteo del 31 gennaio: se tanta gente, così varia e così determinata, si è vista in piazza due volte in due mesi bisognerà farci i conti no? Sicuramente al governo lo hanno capito. Parte quindi, scientifica, la grancassa per decontestualizzare e ricondurre una questione sociale nel campo dell’ordine pubblico. C’è da stupirsi? Non vedere il continuum dell’apparato repressivo messo in campo in questi giorni è pura miopia. Prima è arrivato l’allarmismo securitario per scoraggiare la partecipazione, poi la violenza poliziesca in piazza, infine, oggi, l’uso sistematico di una narrazione mediatica criminalizzante. Tutto converge verso un unico obiettivo: impedire che si strutturi un’opposizione sociale reale e dal basso a questo governo. Prese di posizione strumentali del solito circolino di giornalisti, di politici e opinionisti di regime, impegnati a imporre una verità narrativa che tenta di cancellare la forza di ciò che sta nascendo. Si azzardano paragoni storici ridicoli (gli anni di piombo) per provare a nascondere una verità quasi banale: se la politica chiude spazi, tanti giovani gli spazi decidono di prenderseli, se il potere fa una prepotenza, a volte qualcuno si incazza. Vanno loro dietro PD e Movimento 5 Stelle, intenti ad affannarsi a inseguire la destra sul terreno dell’ordine e del manganello, tra dichiarazioni roboanti su legalità e condanne rituali. Ancora incapaci di capire, dopo anni di sconfitte, che la destra sarà sempre più abile di loro nel parlare alla pancia di chi è stato convinto che i nemici stiano in basso, e non in alto e che così non si fa altro che alimentare l’agenda Meloni, Piantedosi, Salvini, Crosetto: un governo complice del genocidio in Palestina, delle politiche di guerra, che pensa che un infermiere e una scrittrice ammazzati mentre protestavano contro ICE se la sono cercata, che parla di “remigrazione” e vuole una società divisa, spaventata, impotente, incapace di organizzarsi. La manifestazione del 31 gennaio, però, ci dice che non è più tempo di equilibrismi. Con la posta in palio oggi, bisogna scegliere. I 50.000 scesi in piazza il 31 gennaio hanno fatto una proposta politica al Paese. Hanno indicato una strada per rafforzare e allargare l’opposizione sociale all’attuale governo. Costruiamoci in comunità. Moltiplichiamo assemblee e momenti di confronto. Costruiamo piazze in tutto il Paese. Guardiamo al futuro con ottimismo e consapevolezza. E soprattutto: non fermiamoci a guardare il dito, se osserviamo bene la luna appare più luminosa che mai. Ne avremo bisogno in questa lunga notte. > Solidarietà agli arrestati! > Angelo, Matteo e Pietro liberi! Redazione Italia
February 3, 2026
Pressenza
Sulla manifestazione per Askatasuna a Torino
Manifestazione nazionale delle realtà sociali, a Torino, 31 gennaio 2026. Decine di migliaia di persone (50mila) si radunano in tre concentramenti diversi per convergere verso un unico corteo. A un mese e mezzo dallo sgombero del C.S. Askatasuna, diffusa è la voglia di non rassegnarsi. Verso sera, dopo una lunga manifestazione, in Viale Regina Margherita, dove si trova la sede del “fu” Centro Sociale, “difeso” ora (come dice un solerte cronista televisivo, forse con inconsapevole ironia) dalla stessa polizia che l’aveva sgomberato, iniziano gli scontri con le forze dell’ordine che, di fronte a lanci di petardi e fuochi d’artificio, cercano di allontanare parte del corteo e di sgomberare l’area con idranti e uso massiccio di lacrimogeni (anche ad altezza d’uomo). Come ci ricorda benissimo in questo commento Salvatore Palidda, giornali e televisioni hanno fatto a gara a descrivere le azioni degli antagonisti violenti. Il ministro Crosetto ha fatto circolare, in serata, un video dove un poliziotto viene aggredito da una decina di manifestanti, buttato a terra e colpito persino con un martelletto: una scena, che non avremmo voluto vedere e che ha ricordato, purtroppo, i pestaggi polizieschi fatti a Genova 2001 e in altre numerose occasioni. La situazione è stata raccontata in modo impeccabile da una giornalista de il Manifesto, Rita Rapisardi, che era sul luogo. Una ricostruzione del contesto, del clima, dei fatti diversa da ciò che emerge dal video. Qui (e sotto il commento di Palidda) la testimonianza di Rapisardi (grazie a lei e grazie a il Manifesto)_   Come commentano tanti che c’erano o che hanno seguito lo svolgimento della manifestazione di Torino per Askatasuna, tutti i media non fanno che parlare degli “scontri”, delle “violenze inaudite” di black bloc, del poliziotto vittima di un “massacro fascista” da parte dei violenti, subito confortato di persona dalla sig.ra Meloni e dalla telefonata del presidente Mattarella al ministro Piantedosi. Si occulta così la partecipazione di circa 50 mila persone venute da tutt’Italia e forse anche dall’estero. Alcuni media scrivono persino che c’era una sorta di internazionale di black bloc. Non si parla invece dei pestaggi da parte delle forze dell’ordine su manifestanti assolutamente pacifici (vedi queste immagini: 1  e 2. ) E non si parla delle brutalità delle polizie durante lo sgombero e poi la militarizzazione totale del quartiere Vanchiglia sino all’obbligo per i residenti di esibire i documenti per l’accesso a tuttal’area istituita come zona rossa con grate alte 3 metri (vedi Osservatorio Repressione). Come racconta qualche cronaca (vedi ilmanifesto e Osservatorio Repressione e qualche altro  commento su facebook) il dispositivo delle polizie era abnorme e postato in modo di puntare sul disordine, usando migliaia di lanci di lacrimogeni, idranti, barriere ecc. Tanti commenti seguono la tesi volta a dividere fra “pacifici e violenti”, fra “buoni e cattivi”, negando così che da sempre nella manifestazioni ci possono essere militanti che cercano di reagire con modalità estreme contro le polizie, soprattutto dopo aver subito brutalità da parte di queste. Peraltro, come mostrano diversi momenti della sequenza delle immagini della diretta Live Torino, questi nominati black bloc non osano mai attaccare veramente le polizie. E a ben guardare questa sequenza delle immagini della diretta Live Torino si ha l’impressione che le polizie abbiano appunto giocato al disordine: non hanno attaccato i manifestanti come avrebbero potuto, hanno lasciato incendiare un furgone della PS, e spesso stavano a guardare tranne quando alcuni agenti si sono passati il piacere di bastonare a sangue qualche manifestante pacifico. Insomma non si è forse visto anche in questo caso il gioco del disordine tipico per il rilancio della campagna allarmistica al fine poi di legittimare una nuova normative super repressive come hanno prontamente promesso la sig.ra Meloni e il ministro Piantedosi?   *****   Ieri sera verso la chiusura del giornale, tarda, tanto lavoro, vedo esplodere la storia del “poliziotto martellato”, soprattutto da dopo che Crosetto twitta il video (rubato a un collega di Torino oggi, non citato, non pagato, il logo tagliato) che poi rimbalza ovunque. La notizia in poco tempo diventa quella principale, oggi ci aprono i giornali, la premier in ospedale a stringere mani, dopo che a Niscemi si è fatta vedere dieci giorni dopo, ma non dalla popolazione per paura di contestazione. Fortuna vuole che quella scena l’abbia vista con i miei occhi, ero a cinque metri, ancora più vicina del videomaker che si trovava alle mie spalle, in mezzo al corso, diviso dalle barriere del tram. A quel punto della serata gli scontri stavano andando verso la conclusione, i manifestanti si erano dileguati da corso Regina, quello di Askatasuna, dove si sono svolti per la maggior parte, per scappare verso il lungo Dora attraverso i giardinetti che portano al Campus Einaudi. Migliaia di persone si sono riversate in quel poco spazio e pian piano sono riuscite ad arrivare dall’altra parte, sulla Dora appunto, anche perché le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli, motivo per cui alcuni hanno aperto un varco tra le grate. Il tutto per fortuna si è svolto abbastanza tranquillamente, in molti urlavano di fare piano, con calma e non agitarsi. Nel frattempo continuava incessante il lancio dei lacrimogeni. In corso Regina ormai erano in pochi. Sono tornata indietro per controllare, si parla di 20-30 persone al massimo. Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata), una ragazza di fianco a me viene colpita, un’altro batte sull’angolo del muro e mi sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul corso e mi nascondo tra le auto. A questo punto vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Sono pronta ad urlare “stampa”, convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre di nero poi. Uno di questi, esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone, mi pare una avesse un’asta in mano. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello). Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, “basta, basta, lasciamolo stare”. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno. Cosa capiamo quando vediamo un video? Dov’è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte? Ieri sera leggo “il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato”. Ci sono numerosi video di persone a terra circondate e manganellate quando sono a terra (anche fotografi, che non finiranno in home page), ho visto teste aperte, labbra spaccate, persone intossicate dal lacrimogeni che hanno vomitato in strada. Almeno in trenta sono andati negli ospedali torinesi, allertati la sera prima, l’ultima volta l’emergenza era stata data nel periodo Covid, per capirci. Molti altri curati sul posto, non si avvicinano ai pronto soccorsi per paura di denunce. Ora al di là di tutto, questo volevo raccontare, solo perché ero lì, di analisi sulle violenze e il loro significato ne trovate altrove, non aggiungerò altro, possiamo parlarne di persona. La giornata di ieri invece la trovate sul giornale, scritta insieme a Giansandro Merli, o nei commenti. Salvatore Turi Palidda
February 1, 2026
Pressenza
Torino e il dissenso come problema del potere
Torino non è stata solo il teatro di una manifestazione; è stata un laboratorio a cielo aperto che rivela lo stato di salute del nostro sistema. Più che un confronto democratico, ciò a cui abbiamo assistito è stato un banco di prova per un potere che sembra aver smarrito la capacità di ascoltare, preferendo misurarsi con la piazza esclusivamente attraverso i parametri dell’ordine pubblico. Erano in ventimila. Tre cortei hanno attraversato una città militarizzata, preparata come se dovesse fronteggiare un’invasione nemica: camionette, identificazioni a tappeto, quartieri trasformati in zone rosse. Eppure, dentro quella “minaccia” percepita, c’erano famiglie, studenti, anziani partigiani e movimenti ecologisti. C’erano le voci di chi chiede il diritto alla casa, la fine dell’economia di guerra e la libertà per la Palestina. Quando la gestione di una piazza parla solo il linguaggio della repressione, il dissenso smette di essere considerato una componente fisiologica della vita pubblica per essere trattato come un problema di polizia. La manifestazione nazionale “Torino partigiana” affonda le sue radici nello sgombero di Askatasuna di dicembre. Ma ridurre questa storia a una cronaca di sigilli e occupazioni significa, deliberatamente, non voler vedere. Dal 1996, Askatasuna non è un semplice edificio: è un’infrastruttura sociale che ha colmato i vuoti lasciati dallo Stato. Laddove le istituzioni si sono ritirate, sono nati corsi di italiano per migranti, ciclofficine, lotte contro il caporalato e reti di mutuo soccorso. Questo mutualismo non è un esercizio teorico, ma una risposta concreta a bisogni inevasi che il potere oggi sembra voler cancellare per ristabilire un decoro che somiglia troppo al deserto sociale. In piazza c’erano soprattutto i giovani. Una generazione che non chiede concessioni, ma il diritto di esistere e di partecipare a un mondo fondato su uguaglianza e giustizia. Il nodo politico non è la ricerca di un capro espiatorio, ma l’incapacità delle istituzioni di accogliere il conflitto come elemento vivo. Difendere gli spazi sociali oggi non significa idealizzarli, ma proteggere l’idea che la società debba avere dei luoghi in cui il pensiero critico possa farsi corpo e comunità. Il disciplinamento di scuole (leggi anche Basta censura, lettera dal liceo Albertelli) e università indicano una direzione precisa. Non è solo una questione di colori politici: stiamo assistendo a una contrazione dello spazio del possibile. La guerra all’esterno e la chiusura degli spazi di dissenso all’interno sono le due facce della stessa medaglia; una logica di esclusione che vede nel pensiero divergente un ostacolo al funzionamento di una macchina sempre più rigida. Torino ha mostrato un’altra idea di città: non quella competitiva e sorvegliata, ma una città fatta di legami e diritti. Una città che non chiede sicurezza come controllo poliziesco, ma come giustizia sociale — perché la vera sicurezza non nasce dalle grate alle finestre, ma dalla certezza di un futuro degno, di un tetto e di una comunità che non ti lasci solo. Gli episodi di tensione avvenuti a margine del corteo vanno condannati; tuttavia, usarli strumentalmente per criminalizzare un movimento così vasto è un atto di codardia politica che serve solo a evitare il merito delle questioni poste. Una società che non sa più abitare il conflitto, ma cerca solo di sopprimerlo, è una società che ha smesso di educare e ha iniziato solo a punire. E un potere che ha paura dei propri giovani è un potere che ha già perso la sua legittimità morale. Comune-info
February 1, 2026
Pressenza
Torino, Il 31 gennaio un corteo nazionale che da Torino parla a tutto il Paese: “Askatasuna vuol dire libertà”
Sabato 31 gennaio Torino ospiterà una manifestazione nazionale in difesa di Askatasuna. L’appuntamento porterà in città realtà sociali e politiche provenienti da diverse regioni, con l’obiettivo dichiarato di riportare con forza al centro il tema degli spazi autogestiti e del diritto all’organizzazione dal basso_    La giornata si costruirà attorno a tre concentramenti cittadini che partiranno da Palazzo Nuovo, Porta Susa e Porta Nuova, per poi confluire in un unico corteo. Nelle intenzioni dei promotori, questa scelta servirà a rendere visibile una composizione plurale, capace di attraversare la città da più direttrici e ricomporsi in uno spazio comune. Anche sull’onda della partecipatissima assemblea dello scorso 17 gennaio a Torino, la mobilitazione non viene presentata soltanto come risposta allo sgombero, ma come un momento più ampio di iniziativa politica e sociale. Nel comunicato di indizione si legge infatti che “Askatasuna vuol dire libertà” e che la manifestazione si porrà contro “governo, guerra e attacco agli spazi sociali”, mettendo in relazione la vicenda torinese con processi più generali che attraversano il paese e non solo. Nelle settimane successive allo sgombero, nel quartiere di Vanchiglia si è prodotta una mobilitazione quasi continua: assemblee, iniziative politiche e solidali hanno scandito le giornate, restituendo l’idea di uno spazio sociale profondamente intrecciato con il tessuto locale. Questa presenza costante non ha avuto soltanto il segno della difesa di Askatasuna, ma anche quello di un rigetto diffuso verso la militarizzazione dell’area, che da oltre un mese limita la vivibilità quotidiana e rende di fatto inagibile una parte significativa dello spazio urbano. L’obiettivo dichiarato della manifestazione di domani è quello di costruire una piazza ampia e accessibile, ma allo stesso tempo determinata. > COME SI LEGGE NELLA PIATTAFORMA, > > > L’INVITO È QUELLO DI RITROVARSI A TORINO > > > PER “RIAPRIRE SPAZI DI POSSIBILITÀ E DI LOTTA” Le recenti perquisizioni legate alle mobilitazioni contro lo sgombero hanno rafforzato, secondo gli organizzatori, la necessità di scendere in piazza per rivendicare agibilità politica e diritto al dissenso. L’aspettativa è quella di una partecipazione significativa, orientata a restituire il valore sociale di un’esperienza che per molte e molti rappresenta un punto di riferimento. Ma soprattutto, il 31 gennaio vorrà essere un passaggio di rilancio: “difendere Askatasuna”, scrivono i promotori, significherà “difendere tutte le esperienze che costruiscono libertà nei territori”. Una manifestazione che parlerà quindi di una vertenza cittadina, ma anche del futuro degli spazi sociali nelle città italiane. Non a caso l’appello parla di una piazza che supera i confini locali: «Il 31 gennaio non è un problema di ordine pubblico, è l’opposizione sociale che rompe gli argini e si prende lo spazio che le spetta. Ed è per questo che la piazza parlerà non solo a Torino, ma a tutto il Paese.» Redazione Italia
January 30, 2026
Pressenza
Una città diversa
C’è lo sgombero avvenuto in una situazione tutt’altro che limpida. C’è poi la manifestazione di sabato, con i lacrimogeni delle forze dell’ordine sparati ad altezza uomo. Ma prima di tutto quanto accade a Torino è un attacco alla possibilità di immaginare una città diversa: perché si può essere d’accordo o meno con alcune scelte e pratiche politiche, ma Askatasuna, come molti altri spazi di tante città, resta uno dei pochi luoghi di Torino capaci di costruire relazioni sociali, tra doposcuola, iniziative culturali, sport popolare, mutualismo. Il cuore della questione è chiaro: a quelli che sono in alto non piace chi mette in discussione l’idea di città come spazio regolato dal mercato (grazie al quale, ad esempio, Torino ha oltre 6.000 sfratti in corso e 75mila abitazioni inutilizzate), e dall’amministrazione. Giovedì mattina a Torino è stato sgomberato Askatasuna, uno dei più noti centri sociali in Italia. Il nome, in basco, significa “libertà” e non è una scelta casuale. Lo sgombero, come ormai noto, è avvenuto in una situazione tutt’altro che limpida, al termine di perquisizioni disposte nell’ambito di indagini su disordini e atti vandalici che hanno portato all’iscrizione nel registro degli indagati di diverse persone legate ai centri sociali torinesi. Askatasuna, però, non è solo un luogo politico: è stato per anni uno spazio vivo, attraversato da attività sociali, culturali e solidali, un punto di riferimento per il quartiere e per molte persone che lì hanno trovato supporto, relazioni, iniziative aperte alla città. Ridurre tutto a una questione di ordine pubblico significa cancellare questa storia e non interrogarsi sul vuoto che uno sgombero così produce. Ma uno sgombero non è mai un atto neutro. È un gesto politico, anche quando viene presentato come semplice applicazione della legge o ripristino dell’ordine. Chiudere uno spazio come Askatasuna significa affermare una certa idea di città: una città in cui il conflitto viene espulso invece che attraversato, in cui le forme di aggregazione non istituzionali sono tollerate solo finché restano invisibili, innocue, silenziose. Nel quartiere, Askatasuna non era percepito solo come un “centro sociale”, etichetta spesso usata per semplificare e delegittimare. Era uno spazio attraversato da studenti, famiglie, migranti, associazioni informali. Un luogo dove si facevano doposcuola, iniziative culturali, sport popolare, mutualismo. Dove si costruivano legami. Lo sgombero non cancella solo dei muri occupati: cancella relazioni, interrompe pratiche, lascia un vuoto che difficilmente verrà colmato da politiche pubbliche. Centri come Askatasuna hanno svolto una funzione che le istituzioni faticano a riconoscere: hanno trasformato spazi inutilizzati in luoghi di relazione, offrendo attività culturali accessibili, supporto informale, pratiche di mutualismo, sport popolare, momenti di confronto politico. Non sostituiscono i servizi pubblici, ma ne mostrano le mancanze. E lo fanno dal basso, senza finanziamenti strutturali, basandosi sul lavoro volontario e su una partecipazione che non è consumo, ma presenza. Per questo risultano spesso scomodi. Perché non chiedono solo di essere “tollerati”, ma mettono in discussione l’idea stessa di città come spazio regolato esclusivamente dal mercato e dall’amministrazione. Nei centri sociali la cittadinanza non è un titolo astratto, ma una pratica quotidiana: si costruisce nel fare insieme, nel prendersi cura, nel conflitto aperto quando necessario. Certo, non sono luoghi innocui o pacificati. La conflittualità fa parte della loro natura, così come l’opposizione a un ordine sociale che produce esclusione. Ma ridurli a problemi di ordine pubblico significa non voler vedere ciò che rappresentano: una forma di partecipazione politica e sociale che non passa dai canali tradizionali, e che proprio per questo viene spesso delegittimata o repressa. Lo sgombero rappresenta una guerra silenziosa contro forme di vita che non rientrano nei modelli dominanti. Non fa rumore, non occupa le prime pagine a lungo, ma erode pezzo dopo pezzo il tessuto democratico delle città. Qualcosa viene tolto a tutti: la possibilità di immaginare una città diversa, più porosa, più giusta, più viva. Emilia De Rienzo, insegnante e formatrice, vive a Torino   Comune-info
December 21, 2025
Pressenza
Askatasuna bene comune
Quando si parla di centri sociali, mi tornano sempre in mente, le parole che molti anni fa, nel periodo d’oro del movimento ambientalista, mi disse un funzionario della Digos di Ancona che conoscevo da molti anni. “Sono un presidio di democrazia”. Un’affermazione che ritengo essere una perfetta sintesi degli spazi autogestiti. Anche Askatasuna – sgomberato con un’operazione alla cilena, o se preferite all’italiana – è sinonimo di democrazia, punto di riferimento imprescindibile per chi, in passato come oggi, non si arrende alla cappa oppressiva che sempre più grava sulle nostre vite. A un contesto in cui quotidianamente la violenza del potere si esercita in mille modi, nei posti di lavoro dove si muore ogni giorno, in cui si galleggia nella precarietà e nello sfruttamento, nei quartieri militarizzati dove il diritto alla casa è strutturalmente negato, nei centri per migranti, nelle scuole e nelle università che si vorrebbero piegare completamene a una didattica di regime degna di tempi che si pensava lontani. E nelle pieghe di un vissuto quotidiano con i giovani, ormai minoranza, i quali sfogano contro i coetanei frustrazione, rabbia, isolamento, dando vita ad una specie di strisciante “guerra civile” tra adolescenti. Per non parlare di un’altra guerra, quella di genere, come attestano drammaticamente le cronache. In questo scenario sicuramente lugubre, i centri sociali cercano con enormi difficoltà, facendo i conti con mille nemici, di continuare ad essere appunto “presidi di democrazia”… una democrazia sociale, praticata fuori dalle istituzioni, dai presunti partiti, se così si possono chiamare le consorterie protagoniste della politica ufficiale. Una democrazia che fa da argine alla deriva del mondo che ci circonda. Si plaude allo sgombero a Torino di Askatasuna, dalle file fasciste dell’attuale governo sino agli indegni esponenti del “centrosinistra”, i quali vigliaccamente si guardano bene dal condannare esplicitamente la chiusura del centro sociale (anzi c’è chi lo approva) e al massimo balbettano “anche Casa Pound”, riesumando la sempre verde teoria degli “opposti estremismi”. Chi plaude vada a parlare con la gente del quartiere torinese dove da anni Askatasuna attua pratiche di welfare dal basso; vada a parlare con la moltitudine che dall’inizio degli anni Novanta si oppone in Val di Susa d un’opera inutile e disastrosa per il territorio; vada a parlare con le migliaia di persone che in trent’anni si sono formate in uno spazio che è stato scuola, luogo di formazione politica e culturale per generazioni di giovani. Alla ricorrente ipocrita litania sulla “violenza”, va rivendicato il diritto al conflitto linfa vitale di una vera democrazia. E pensassero alla loro di violenza, quella vera, a partire dalla criminale corsa al riarmo che sta caratterizzando le politiche della maggior parte dei governi dell’Unione Europea, dal criminale sostegno al genocidio palestinese, dalla strage perpetrata in mare nei confronti dei migranti. L’Askatasuna è un bene comune, come tutti i centri sociali, gli spazi autogestiti, i movimenti che lottano contro questo sistema. A loro va il nostro appoggio incondizionato. La Bottega del Barbieri
December 19, 2025
Pressenza
Sgombero del CSA Askatassuna di Torino: flusso informativo e commenti
Ore 7:30 Ingente dispiegamento di polizia, camionette e idranti fuori dall’Askatasuna, sono bloccate anche le vie circostanti. É in corso la perquisizione del centro sociale e delle case di alcuni compagni e compagne per un’operazione legata a diverse iniziative di mobilitazione degli ultimi mesi. Data la presenza significativa é ancora da accertare l’entità effettiva dell’operazione e non si esclude un possibile sgombero. Seguiranno aggiornamenti. Ore 10:32 !! !! È IN ATTO LO SGOMBERO DELL’ASKA !! !! hanno chiuso l’acqua e stanno murando all’interno. Ore 10:49 18 dicembre – Askatasuna, Grimaldi (AVS): Operazione spettacolare e cinismo contro la città, laboratorio repressione in atto. “È inaccettabile che un intero quartiere sia svegliato all’alba da un’operazione di polizia giudiziaria che costringe 500 famiglie di bambini, che sarebbero dovuti andare a scuola, e restare fuori. Inaccettabile che una primaria e una scuola dell’infanzia vengano chiuse all’improvviso, a pochi giorni dalle feste natalizie. Un’operazione di spettacolarizzazione della forza che nessuna istituzione dovrebbe avallare. Il laboratorio repressione del Governo è in atto e mostra un volto dello Stato che fa male a tutti. Processi e indagini dovrebbero seguire il loro corso e accertare responsabilità individuali, i sigilli al centro sociale invece sarebbero solo un fallimento della politica e un atto cinico contro la città di Torino. Ma solidarietà, cultura e dissenso non si sgomberano con la forza” – lo ha dichiarato in aula il Vicecapogruppo di AVS alla Camera, Marco Grimaldi. Ore 11:40 Ferrero (PRC): lo sgombero del centro sociale di Askatasuna – fatto in sintonia tra il sindaco Lorusso e il governo Meloni – è demente e trasforma volutamente un fatto politico in un problema di ordine pubblico. Oggi manifestazione di solidarietà. Paolo Ferrero, segretario provinciale di Rifondazione Comunista di Torino ha dichiarato: “La scelta di sgomberare il centro sociale Askatasuna a Torino – fatta in sintonia tra il sindaco Lorusso e il governo Meloni – è demente. Askatasuna non solo è uno spazio politico ma è uno spazio sociale e culturale, punto di aggregazione di generazioni di giovani torinesi che hanno espresso il loro dissenso rispetto alle politiche dominanti. Una delle cose più intelligenti che aveva fatto il sindaco Lorusso – anche un orologio fermo due volte al giorno segna l’ora giusta – era stata di costruire un percorso di dialogo tra il Comune e Askatasuna, come deve fare ogni amministrazione che sia impegnata a rafforzare il tessuto sociale e la vivibilità – per tutti – della città. Con la scelta di rompere la collaborazione con Askatasuna il sindaco ha al contrario aperto la strada allo sgombero ed a trasformare la dialettica politica in un problema di ordine pubblico. Che la destra fascistoide che governa l’Italia sia interessata a trasformare in un problema di ordine pubblico il complesso dei problemi politici e sociali è noto e viene sbandierato ogni giorno anche con il continuo attacco portato ai sindacati che fanno il lro mestiere. Che il PD decida di muoversi sulla stessa linea è solo la conferma di un degrado politico e culturale di quel partito e del centro sinistra, del tutto incapace di avere una autonomia reale dalle destre e dai poteri forti. Rifondazione Comunista parteciperà stasera alla Manifestazione di solidarietà con il centro sociale di Askatasuna che si terrà in corso Regina alle 18 e chiede al sindaco e al governo di tornare sui propri passi fermando questo assurdo sgombero”. Redazione Torino
December 18, 2025
Pressenza
Askatasuna: associazione a resistere
La minaccia di sgombero è un tratto identitario di ogni centro sociale, e mi viene di pensarlo leggendo un pezzo su Askatasuna che ricorda sommariamente le tappe della sua storia, risalente ancora prima della sua nascita ufficiale. Alla fine degli anni Ottanta, con la fine del terrorismo e del movimento operaio, si diffonde il fenomeno delle case occupate da anarchici e punk. Nasce pure un piccolo nucleo legato all’autonomia operaia, ispirato soprattutto al Leoncavallo di Milano. Nel 1989, quando il centro meneghino viene sgomberato e riappaiono le molotov, a Torino si decide di «invadere» una scuola vicino al centro, dove oggi sorge Askatasuna. Dopo lunghe trattative con il Comune, l’edificio comunale è liberato in cambio di uno spazio ai Murazzi, dove nascerà il Csa. Anche questo elemento, la trattativa col nemico per negoziare spazi e differire lo scontro, è un tratto immancabile, ma a differenza del primo non è armonizzabile con la proiezione immaginaria di un centro irriducibile di antagonismo radicale al sistema. È questa mediazione affidata alla militanza di subcomandanti, senza nome per il pubblico, che ha permesso al centro sociale sul Po di sopravvivere ed essere riconosciuto, anche sul piano giudiziario ottenendo il riconoscimento di centro culturale e l’assoluzione per presunti reati e organizzazione terrorista. In effetti sul palco di Askatasuna si animò un movimento musicale simbolo della Torino di fine secolo, capace di scalare poi le classifiche con i Subsonica, ma anche fondamentali relazioni internazionali. In quegli anni: “Suonano gruppi baschi, rafforzando la fascinazione verso la lotta popolare di «Euskadi Ta Askatasuna» e le battaglie dell’Eta. Così forte che il nome Askatasuna, che in basco significa «libertà», è scelto nel 1996, quando da un corteo studentesco autorganizzato un gruppo di ragazzi rioccupa l’ex asilo comunale.” È considerato questo l’inizio della storia, il suo atto di nascita ufficiale.  Ma una storia la si vede dalla serie di biforcazioni che prende il percorso dei sopravvissuti, e questa è a cavallo di due secoli. Per vederne il tracciato dobbiamo trovare dei guadi e superare la scena di quella onda lunga delle pratiche e organizzazioni della sinistra extraparlamentare degli anni ‘70. Per arrivare alle nuove generazioni che vedemmo sfilare nei cortei no global di quegli anni che si definirono come una stagione, matura e forse già chiusa con il G8 di Genova. È dopo di quello che vale quanto estrapolo da un articolo di giornale: “Le «tute bianche» del Leoncavallo o del Pedro di Padova scelgono la disobbedienza, mentre quelli dell’Askatasuna coltivano il mito della lotta anche nel nuovo secolo. Se altri spazi occupati a Torino, come il «disobbediente» Gabrio, lanciano i vermi per fermare la presentazione di un libro sulla Repubblica di Salò, quelli dell’«Aska» sfilano nei cortei e si scontrano con la polizia. Nel 1999, durante il primo maggio, criticando la sinistra che non si oppone ai bombardamenti su Belgrado, provano a prendere la testa della Festa dei lavoratori. La risposta delle forze dell’ordine è durissima ed è raccontata in un documentario, Rosso Askatasuna, con i militanti sul tetto per impedire lo sgombero. Da allora sempre in prima linea nelle manifestazioni antifasciste, nei picchetti contro gli sfratti e soprattutto in Val di Susa, nella lotta No Tav che fonde l’ambientalismo dell’antinucleare e il mito della resistenza popolare.” Ed eccola una parola chiave: resistenza. Una parola che sposta il discorso su un versante che è sempre presente in ogni movimento di emancipazione soggettiva. La resistenza ha a che fare col corpo, lo costruisce come una sostanza che permane nel tempo. Senza scomodare il trascendentale kantiano nella rivisitazione di Heidegger, è questa cosa che prende forma e media la sensibilità e l’intelletto. In fisica è questo che definisce la resistenza come la capacità di sostenere uno sforzo prolungato nel tempo contrastando il decadimento. O, se ci spostassimo in un campo psicanalitico, la detumescenza di ogni protesi fallica. Ma la resistenza del corpo a cui mi riferisco è in questo verso un nodo tra la parola e l’immaginario. È l’immaginario una resistenza al corpo fatto a pezzi, una sponda che permette alla frammentazione reale una ricomposizione soggettiva, una integrazione speculare. Nello specchio concavo con cui Lacan lo spiega, il vaso è vuoto e i fiori sono fuori, ma nell’immagine “io” li vede, si vede guardarli, come se fossero un corpo glorioso. Ecco, quello sono io, quelli siamo noi. Credo di avere in passato contribuito a portare qualche fiorellino da posizionare in quelle forme vuote, sebbene abbia spesso declinato gli inviti a celebrare memorie e vittorie (sono ironico) dei movimenti antagonisti. Mi viene un ricordo di quando Piero Bernocchi, in un social forum a Firenze nel 2003, mi disse scherzando che lo avevano invitato a Salonicco, potrei sbagliarmi ma il senso è quello, per raccontare ai greci che si stavano organizzando nei comitati di base come si doveva fare. Ebbene, perché ridere? Perché noi avevamo poco più di 10.000 iscritti e loro dieci, o venti e forse trenta tanto! Ma all’immaginario poco importa, perché quello che conta è una prospettiva che centri il vaso vuoto riempiendolo. Oggi come ieri. Sì, perché tutti abbiamo bisogno di uno specchio per essere qualcuno. Talvolta siamo sì quello, ma non solo… e varia il peso che diamo al “moi” che si specchia rispetto al “je” che tiene il discorso. Se devo gonfiare il petto ed esibire il piumaggio, nel mondo animale di cui siamo una parte, è perché sto rinviando lo scontro o addirittura per sostituirlo con altro. Come se ad certo punto dicessi: ma dai è solo un gioco! Oppure: cosa sei disposto a darmi in cambio di una deposizione delle armi? O ancora: guarda che sei come me, non mi vedi? Ma il gioco delle soluzioni discorsive, sebbene limitato dalle traduzioni linguistiche, è illimitato. Come negli interrogatori che alternano poliziotto buono a poliziotto cattivo. A meno di non averne più di parole. Strambata. I miei fratelli pelosi a quattro zampe prima alzano il pelo e si mettono in attenzione, poi ringhiano e contraggono i muscoli, infine, se l’altro non lascia scelta, il morso. Il boxer raramente, almeno per la mia esperienza, scarica il morso sull’avversario. Umano troppo umano, preferisce la sequenza ludica alla lotta per la vita o la morte. Se la inaugura, però, non lo fermi. È la sua tempra, la sua resistenza. Su Infoaut Giorgio Rossetto, uno dei leader storici, oggi ci spiega: «L’Intifada palestinese è lo scontro di massa tra giovani ed esercito. Dopo anni di pacifismo e non violenza, ha contribuito a costruire l’immaginario di uno scontro reale, ampio, radicale e capace di creare consenso». Il commento prosegue: “Una lotta che si fa anche nei tribunali, tra condanne e assoluzioni. Come nel marzo 2025, quando il giudice respinge la tesi che Askatasuna sia un’organizzazione criminale strutturata. La sentenza è accolta tra grida e applausi e una rivendicazione: «Siamo un’associazione. Ma a resistere».” Michele Ambrogio
December 3, 2025
Pressenza