Nativi delle macerie
«La crisi. Voi c’avevate un futuro davanti, quando vi siete imbattuti in questa
parola. Loro dentro a quella parola ci sono nati. Insomma, quella luce di
speranza che c’avevate negli occhi quando pensavate al domani, che io un po’ vi
invidiavo e un po’ mi schifava, ecco i ragazzini miei quella luce non sanno
manco che è. Nativi delle macerie».
Così, con il misto di candore e brutalità che contraddistingue il personaggio,
Secco, diventato insegnante, descrive i suoi alunni, nel secondo volume di
Macerie prime di Zerocalcare, pubblicato nel 2018 da Bao. Dal punto di vista di
un millennial come Zerocalcare, coetaneo di chi scrive, a differenziare la
generazione successiva è l’esperienza della crisi del 2008 non come uno shock
economico, sociale e culturale ma come la normalità in cui si è cresciuti. Le
matricole universitarie di quest’anno, del resto, quando crollò Lehman Brothers,
stavano completando l’inserimento alla scuola dell’infanzia. E di certo non
hanno ricordi del crollo della Schola Armaturarum di Pompei, nel novembre 2010,
immagine emblematica di un paese che cascava a pezzi sotto i colpi
dell’austerità e del berlusconismo, da cui trassero ispirazione qualche giorno
dopo gli studenti in mobilitazione contro la riforma Gelmini, calando
dall’ingresso principale dell’Università La Sapienza di Roma lo striscione:
«Quale futuro tra queste macerie?».
L’impatto della crisi del 2008 sulla società italiana, per la verità, è stato
ben più ridotto che altrove. L’austerità, da noi, regnava quantomeno dall’inizio
degli anni Novanta, così come la bassa crescita economica e la compressione
salariale. Però è indubbio che il mondo in cui sono cresciuti i millennial fosse
ancora un mondo in cui la promessa del neoliberismo aveva una credibilità. Ogni
sistema economico sottintende un patto sociale, e quello neoliberista si reggeva
sulla promessa di crescita in cambio di concorrenza. A livello sociale
prometteva che, se avessimo lasciato più libertà ai mercati, ridotto
l’intervento dello Stato in economia e favorito imprese e concorrenza, la
crescita risultante avrebbe migliorato la vita di tutti. A livello individuale,
prometteva che, investendo su sé stessi e competendo nel mercato, si sarebbe
conquistata una vita migliore. Sacrificarsi, studiare, faticare, vendere sé
stessi e gli altri, competere: per tutto ciò, alla fine, ci sarebbe stato un
premio. Una vita migliore di quella dei propri genitori. Come diceva la docente
di danza Lydia Grant all’inizio di ogni puntata di Saranno famosi, serie culto
degli anni Ottanta: «Voi fate sogni ambiziosi: successo, fama. Ma queste cose
costano. Ed è esattamente qui che si comincia a pagare, col sudore».
Quante persone sotto i trent’anni, oggi, credono che nella nostra società il
sudore si ripaghi con il successo? L’impressione è che siano poche, o quantomeno
parecchie meno che in passato. Essere «nativi delle macerie» significa essere
stati socializzati nel crollo di un sistema e non aver sviluppato alcuna fiducia
per la promessa associata al patto sociale che lo sorreggeva. Nessun sudore,
nessun sacrificio, nessuna competizione, nessun premio. Probabilmente andrebbero
lette in questo senso anche le proteste dello scorso anno, quando alcuni
studenti fecero scena muta all’orale della maturità per contestare il sistema
scolastico e la società che l’ha prodotto: se, pur in un contesto di forti
pressioni sulla performance scolastica, si è disposti a sacrificare il voto
d’esame, è perché si sa con ragionevole certezza che quel voto non avrà alcuna
conseguenza sulla propria vita futura.
In sociologia, la questione generazionale si affronta spesso attraverso la
cosiddetta teoria degli «anni impressionabili», secondo cui le esperienze
politiche che si vivono tra i 15 e i 25 anni, o per alcuni tra i 18 e i 21,
tendono a lasciare un’impronta duratura nella vita futura di una persona. Questa
chiave può aiutare a uscire dalle secche che spesso caratterizzano il discorso
generazionale: sarebbe sbagliato sopravvalutare il dato anagrafico, schiacciando
altre differenze e arrivando a costruire conflitti intergenerazionali, basati
sull’idea che esistano interessi condivisi da persone della stessa età in misura
maggiore rispetto a quelli determinati dall’appartenenza di classe, o da altre
caratteristiche e processi. Se a definire una generazione sono le esperienze che
caratterizzano la fase storica in cui si forma, e ognuno è figlio dei tempi in
cui cresce, allora il punto non è tanto raccontare la Generazione Z, magari
dall’esterno e più o meno paternalisticamente, bensì ragionare sulla nostra
epoca, sulle sue tendenze e sulle sue trasformazioni, riflesse nelle azioni dei
suoi membri più caratteristici, cioè i giovani.
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