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Nativi delle macerie
«La crisi. Voi c’avevate un futuro davanti, quando vi siete imbattuti in questa parola. Loro dentro a quella parola ci sono nati. Insomma, quella luce di speranza che c’avevate negli occhi quando pensavate al domani, che io un po’ vi invidiavo e un po’ mi schifava, ecco i ragazzini miei quella luce non sanno manco che è. Nativi delle macerie». Così, con il misto di candore e brutalità che contraddistingue il personaggio, Secco, diventato insegnante, descrive i suoi alunni, nel secondo volume di Macerie prime di Zerocalcare, pubblicato nel 2018 da Bao. Dal punto di vista di un millennial come Zerocalcare, coetaneo di chi scrive, a differenziare la generazione successiva è l’esperienza della crisi del 2008 non come uno shock economico, sociale e culturale ma come la normalità in cui si è cresciuti. Le matricole universitarie di quest’anno, del resto, quando crollò Lehman Brothers, stavano completando l’inserimento alla scuola dell’infanzia. E di certo non hanno ricordi del crollo della Schola Armaturarum di Pompei, nel novembre 2010, immagine emblematica di un paese che cascava a pezzi sotto i colpi dell’austerità e del berlusconismo, da cui trassero ispirazione qualche giorno dopo gli studenti in mobilitazione contro la riforma Gelmini, calando dall’ingresso principale dell’Università La Sapienza di Roma lo striscione: «Quale futuro tra queste macerie?». L’impatto della crisi del 2008 sulla società italiana, per la verità, è stato ben più ridotto che altrove. L’austerità, da noi, regnava quantomeno dall’inizio degli anni Novanta, così come la bassa crescita economica e la compressione salariale. Però è indubbio che il mondo in cui sono cresciuti i millennial fosse ancora un mondo in cui la promessa del neoliberismo aveva una credibilità. Ogni sistema economico sottintende un patto sociale, e quello neoliberista si reggeva sulla promessa di crescita in cambio di concorrenza. A livello sociale prometteva che, se avessimo lasciato più libertà ai mercati, ridotto l’intervento dello Stato in economia e favorito imprese e concorrenza, la crescita risultante avrebbe migliorato la vita di tutti. A livello individuale, prometteva che, investendo su sé stessi e competendo nel mercato, si sarebbe conquistata una vita migliore. Sacrificarsi, studiare, faticare, vendere sé stessi e gli altri, competere: per tutto ciò, alla fine, ci sarebbe stato un premio. Una vita migliore di quella dei propri genitori. Come diceva la docente di danza Lydia Grant all’inizio di ogni puntata di Saranno famosi, serie culto degli anni Ottanta: «Voi fate sogni ambiziosi: successo, fama. Ma queste cose costano. Ed è esattamente qui che si comincia a pagare, col sudore». Quante persone sotto i trent’anni, oggi, credono che nella nostra società il sudore si ripaghi con il successo? L’impressione è che siano poche, o quantomeno parecchie meno che in passato. Essere «nativi delle macerie» significa essere stati socializzati nel crollo di un sistema e non aver sviluppato alcuna fiducia per la promessa associata al patto sociale che lo sorreggeva. Nessun sudore, nessun sacrificio, nessuna competizione, nessun premio. Probabilmente andrebbero lette in questo senso anche le proteste dello scorso anno, quando alcuni studenti fecero scena muta all’orale della maturità per contestare il sistema scolastico e la società che l’ha prodotto: se, pur in un contesto di forti pressioni sulla performance scolastica, si è disposti a sacrificare il voto d’esame, è perché si sa con ragionevole certezza che quel voto non avrà alcuna conseguenza sulla propria vita futura.  In sociologia, la questione generazionale si affronta spesso attraverso la cosiddetta teoria degli «anni impressionabili», secondo cui le esperienze politiche che si vivono tra i 15 e i 25 anni, o per alcuni tra i 18 e i 21, tendono a lasciare un’impronta duratura nella vita futura di una persona. Questa chiave può aiutare a uscire dalle secche che spesso caratterizzano il discorso generazionale: sarebbe sbagliato sopravvalutare il dato anagrafico, schiacciando altre differenze e arrivando a costruire conflitti intergenerazionali, basati sull’idea che esistano interessi condivisi da persone della stessa età in misura maggiore rispetto a quelli determinati dall’appartenenza di classe, o da altre caratteristiche e processi. Se a definire una generazione sono le esperienze che caratterizzano la fase storica in cui si forma, e ognuno è figlio dei tempi in cui cresce, allora il punto non è tanto raccontare la Generazione Z, magari dall’esterno e più o meno paternalisticamente, bensì ragionare sulla nostra epoca, sulle sue tendenze e sulle sue trasformazioni, riflesse nelle azioni dei suoi membri più caratteristici, cioè i giovani. ABBONATI A JACOBIN ITALIA PER CONTINUARE A LEGGERE Attiva Accedi se sei già abbonato L'articolo Nativi delle macerie proviene da Jacobin Italia.
September 15, 2026
Jacobin Italia
Rompere la solitudine
Abbiamo sottoposto una serie di domande ad alcuni collettivi giovanili, variegati tra loro e sul territorio nazionale. Una tavola rotonda virtuale in cui far emergere letture della condizione giovanile e della politicizzazione, o meno, in atto. Ci siamo posti la questione se esista o meno una specifica condizione giovanile, quali siano i suoi problemi principali e perché i e le giovani hanno partecipato più di altre classi di età al recente referendum costituzionale sulla giustizia. Poi, cosa ha spinto a scendere in piazza accanto alla Flotilla e anche se le persone giovani si mobilitano abbastanza oppure no. Abbiamo ancora chiesto se esistono limiti nelle organizzazioni esistenti e su quali priorità pensano che un o una giovane si impegnerebbe di più oggi. ALCUNE ATTIVISTE E ATTIVISTI DEI CENTRI SOCIALI DEL NORD-EST La condizione che caratterizza le persone giovani è la precarietà. Una precarietà economica, ambientale, sociale. Questo fatto crea spirito di sopravvivenza, rassegnazione e l’internalizzazione dell’idea che non possa esistere un’alternativa. Il voto al referendum per la componente giovanile non è stato tanto un voto sulla giustizia, né un voto per l’opposizione, come hanno poi dimostrato le elezioni amministrative. È stata l’occasione per esprimere un dissenso diffuso verso un sistema politico di cui il governo Meloni è la massima – seppur non l’unica – espressione. Perché non c’è un rifiuto della politica, ma di questo modo di fare politica. Per quanto riguarda le mobilitazioni su Gaza, le giovani generazioni sono vissute in un mondo in cui non è pensabile un’alternativa, quindi era forse necessario uno stimolo esterno per accendere le coscienze. Ma il genocidio è esterno solo geograficamente. Quello che accade in Palestina, per quanto su scale ovviamente diverse, è ciò che accade nei nostri territori, da cui viene estratto valore, umano e ambientale, e da cui viene cacciato chi vi è radicato. Quando una persona giovane vede una persona palestinese vede un proprio possibile futuro estremo e distopico. La Flotilla ha colpito a fondo anche quelle poche coscienze non ancora smosse perché, dopo anni di mobilitazioni, è stato il primo reale tentativo di provare a contribuire fisicamente allo sforzo palestinese, mettendo i propri corpi a rischio. Come recita uno degli slogan di quelle piazze: «Volevamo liberare la Palestina, la Palestina sta liberando noi». Quanto alle mobilitazioni, dopo anni di scarsità, sempre più giovani non solo ritrovano un loro spazio nelle piazze e nei movimenti, ma si assumono anche ruoli di responsabilità e di spicco. Rispetto all’idea canonica della militanza, il piano sociale e culturale è ora di centrale importanza. Interessante è inoltre la diversa partecipazione di genere: le figure femminili, non solo nei collettivi transfemministi, stanno prendendo uno spazio che è stato generalmente – bisogna dirlo – molto maschile. La partecipazione è comunque troppo bassa. Il nostro lavoro deve quindi essere duplice: far capire alle persone che se vivono strutturalmente male non è una loro colpa individuale, e dimostrare che non solo «un altro mondo è possibile» ma è ormai necessario. Le organizzazioni devono saper trasmettere un’idea ormai caduta nel dimenticatoio: insieme possiamo. Viviamo in un tempo in cui le tematiche da affrontare sono talmente tante che non esiste la priorità nelle lotte:  ambiente, guerra, lavoro, migrazioni. Più importante della singola campagna è la capacità di tenere assieme la pluralità delle tante questioni. ABBONATI A JACOBIN ITALIA PER CONTINUARE A LEGGERE Attiva Accedi se sei già abbonato L'articolo Rompere la solitudine proviene da Jacobin Italia.
September 15, 2026
Jacobin Italia
Consapevoli, impegnati e preoccupati
La retorica sulle nuove generazioni oscilla fra essere «la sola speranza» o «senza speranza», vittime del disorientamento adulto o sua fonte. Le ricette che ne discendono, sono puntualmente costruite senza passare da quello che le nuove generazioni pensano: misure fiscali per il «rientro dei cervelli», bonus e incentivi alle imprese di ogni tipo, medicalizzazione del disagio, sanzione della «devianza». Fra l’ottobre 2023 e l’aprile 2026 il Forum Disuguaglianze e Diversità ha incontrato quasi tremila ragazze e ragazzi delle ultime classi in ventuno istituti superiori di ogni indirizzo e area del paese, lontano dai grandi centri, ponendo domande sulle loro preoccupazioni, consapevolezze e propensione ad attivarsi per cambiare le cose. Le risposte, proiettate subito in aula, diventavano materia di discussione. Manca la consapevolezza che star male e ingiustizie sociali e ambientali hanno natura sistemica e che la politica può affrontarle? Se la consapevolezza c’è, manca il desiderio di contribuire all’interesse comune? E se anche il desiderio c’è ma non prende forme collettive, cosa blocca quel passo?  LE CONSAPEVOLEZZE CI SONO La prima ipotesi, spesso evocata, cade subito. Alla domanda su cosa venga in mente istintivamente davanti alle parole disuguaglianza e ingiustizia, le risposte più frequenti sono state colore della pelle, genere e classe sociale. «Classe sociale» viene scelta molto più spesso di «reddito», in tutte le scuole, e la preferenza cresce scendendo verso Sud: al termine più usato nel discorso pubblico e più facilmente misurabile viene preferita una posizione sociale, ricondotta in aula alla condizione familiare, al territorio da cui si viene, al riconoscimento altrui. La stessa nettezza si ritrova nelle preoccupazioni: in testa c’è la mancanza di lavoro, subito seguita dalla guerra e dallo scarso peso della propria voce. La convergenza con le preoccupazioni attribuite alla generazione dei genitori c’è solo nella paura per il contesto internazionale, mentre sul resto, dalla preoccupazione per il poco ascolto della voce dei e delle giovani fino al collasso climatico e alla distruzione della biodiversità, il divario generazionale rimane grande. ABBONATI A JACOBIN ITALIA PER CONTINUARE A LEGGERE Attiva Accedi se sei già abbonato L'articolo Consapevoli, impegnati e preoccupati proviene da Jacobin Italia.
September 15, 2026
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Le Gen Z contesa
A luglio 2024, mentre decine di migliaia di volontari della campagna di Zohran Mamdani si sparpagliavano nei cinque distretti di New York per fare volantinaggio, fuori da uno dei negozi di alimentari più alla moda e costosi di Manhattan si era formata una lunga coda. Il fenomeno non passò inosservato sui social. Cosa attirava tutte quelle persone che sfidavano il caldo torrido? La risposta era un cremolato con aggiunta di polvere proteica creato da Hannah Neeleman, disponibile per un periodo limitato. Neeleman è l’influencer tradwife più popolare degli Stati uniti e non solo, conosciuta online come «Ballerina Farm». È finita sulla copertina di Evie, si è guadagnata la definizione di «conservatrice cosmopolita». La coda di Manhattan era sorprendente per tanti motivi: giovani donne in una delle città più liberal degli Usa facevano la fila per acquistare prodotti di una figura-marchio che basa tutto sui ruoli di genere tradizionali e la vita domestica rurale. Sarebbe facile raccontare la coesistenza di questi due mondi con la solita narrazione del divario degli opposti estremismi culturali e politici: da un lato, migliaia di giovani attivisti che sacrificano le loro serate e i loro fine settimana per costruire, porta a porta, un movimento per il socialismo democratico nella Grande mela; e dall’altro giovani donne in fila per un frullato da 10 dollari, promossa da un’influencer di destra. L’ETEREDOSSIA POLITICA DELLA GENZ In realtà, la sovrapposizione tra i due gruppi è più ampia di quanto si crede, e questo la dice lunga sulla politica eterodossa della cosiddetta Generazione Z. Politica e cultura si sovrappongono l’una all’altra in modi che non trovano eguali nelle affiliazioni partitiche tradizionali. L’estetica a volte assume lo stesso peso del posizionamento politico e una fascinazione ironica nei confronti di figure percepite come agli antipodi può evolvere in un affetto genuino. Del resto, la generazione che ha votato in massa per Mamdani è la stessa che spinge la viralità delle tradwives, come le influencer del benessere anti-vaccini o i creatori di contenuti arruolati nel Make America Healthy Again (Maha) di Robert F. Kenendy Jr. Oggi, un membro dei Democratic socialists of America (Dsa) può liberamente condividere sui social le elaborate ricette dell’influencer mormona Nara Smith senza percepire alcuna contraddizione. Oppure, una giovane donna laureata può seguire la routine di integratori per l’endometriosi dell’influencer Maha di turno, continuando però a fare la sua donazione mensile alla rete di cliniche per la salute riproduttiva Planned parenthood. Per comprendere appieno questo panorama è necessario abbandonare il presupposto secondo cui l’identità politica debba essere internamente coerente, e che il consumo culturale sia un indicatore affidabile delle tendenze di voto. E bisogna anche prendere sul serio le realtà concrete e le rivendicazioni della Generazione Z.  I Dsa sono giustamente incoraggiati dal fatto che una fetta maggioritaria di giovani statunitensi abbia ora un’opinione favorevole del socialismo, e in particolare il 62% dei giovani tra i 18 e i 29 anni. La frustrazione per la precarietà economica, l’indebitamento, le guerre senza fine e le istituzioni che non garantiscono tutele sono una spinta reale e la vittoria di Mamdani, resa possibile dai voti dei giovani, conferma che questo malcontento può essere incanalato in potere politico della sinistra. ABBONATI A JACOBIN ITALIA PER CONTINUARE A LEGGERE Attiva Accedi se sei già abbonato L'articolo Le Gen Z contesa proviene da Jacobin Italia.
September 15, 2026
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Generazione Gaza
«I miei ragazzi scout che ho incontrato alle manifestazioni – dice una volontaria Agesci di Genova –, che magari manifestavano per la prima volta, erano stupefatti da questo senso di comunità, di unione, di solidarietà che respiravano. Uno spirito comunitario che non è più più tipico del nostro vivere sociale e che invece in quei giorni si è riscoperto». La partecipazione degli scout nei giorni di intensa mobilitazione che hanno accompagnato la partenza di cinque barche della Global Sumud Flotilla da Genova nell’estate e autunno del 2025 è solo un esempio delle diverse forme di attivismo della Generazione Z.  A Genova come in altre città italiane, giovani e giovanissimi hanno non solo partecipato massicciamente alle proteste contro il genocidio a Gaza durante quei giorni, ma le hanno anche, in un certo senso, guidate: bloccando stazioni e porti con i loro corpi, ma anche con un particolare stile di protesta, entusiasta e coinvolgente. A mobilitarsi in quei giorni sono stati gli studenti delle scuole medie e delle università, già attivatisi in acampadas contro lo scolasticidio a  Gaza e in campagne di boicottaggio di istituzioni israeliane denunciate come complici di crimini contro l’umanità. Ma a mobilitarsi sono stati anche i giovani lavoratori, spesso migranti e iper-sfruttati, che da qualche anno costituiscono una base combattiva di lotta nei sindacati di base, intrecciando rivendicazioni di classe e antirazziste, celebrando la resistenza antifascista e la battaglia per una Palestina libera. Dalla Usb ai Sudd Cobas, sin dall’ottobre del 2023 una crescente componente di lavoratori, razzializzata e migrante, sindacalizzata e socializzata nel sindacalismo di base è stata determinante, per coraggio e impegno, nelle proteste contro guerra e genocidio. Mentre i Giovani palestinesi hanno reso visibile e centrale la componente diasporica di un movimento giovanile le cui radici risalgono alle proteste Black Lives Matter dell’estate del 2020, quando entrò in scena nelle piazze italiane la rivendicazione della necessità di considerare colonialismo e imperialismo non come elementi di memoria collettiva, ma come fenomeni i cui effetti sono ancora attuali. In questo contesto, Gaza ha prodotto uno shock morale, e la Flotilla ha fornito un’occasione di identificazione: per questo parliamo di «Generazione Gaza». Se il dibattito mainstream ci ha raccontato a lungo di giovani impauriti e/o disincantati, la Generazione Gaza si è invece presentata come pragmatica, ribelle e gioiosa.   Come spiegare la Generazione Gaza? Per farlo è bene partire da ciò che sappiamo su giovani e azione collettiva, per poi arrivare ai tratti specifici di questa generazione. LA PARTECIPAZIONE POLITICA DELLA GENERAZIONE Z Il fatto che un movimento sia fortemente caratterizzato in senso giovanile, per la verità, non dovrebbe sorprendere. La ricerca sulla partecipazione politica ci mostra che il ruolo dei giovani nelle cosiddette «forme di azione non convenzionale» (quelle che caratterizzano i movimenti, al di fuori del sistema della rappresentanza) è fondamentale sia in termini quantitativi sia qualitativi. Perché i giovani tendono a protestare più di altre fasce di età? Gli studi sulle ondate di protesta che hanno caratterizzato le generazioni passate hanno segnalato l’importanza della cosiddetta «disponibilità biografica», cioè la disponibilità di tempo e le limitate responsabilità lavorative e familiari che caratterizzano comunemente i giovani, e in particolare gli studenti. Ciò si intreccia con una maggiore sensibilità emotiva verso temi etici, facendo dei giovani una componente centrale delle forme di protesta più diversa, ABBONATI A JACOBIN ITALIA PER CONTINUARE A LEGGERE Attiva Accedi se sei già abbonato L'articolo Generazione Gaza proviene da Jacobin Italia.
September 15, 2026
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Palestina universale
Maggio 2021. Milano, Roma, Bologna, Napoli. Durante la seconda primavera della pandemia, decine di migliaia di persone si riversano nelle piazze per denunciare il tentativo israeliano di sgomberare il quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme, importante tassello del progetto di giudaizzazione della Palestina. In quei giorni, la Resistenza palestinese risponde agli attacchi subiti dalla popolazione di Gerusalemme e all’ennesima profanazione della Spianata delle Moschee da parte dell’esercito occupante. La ritorsione di Tel Aviv è un massiccio bombardamento della Striscia di Gaza: dieci giorni di fuoco che causano 256 morti e decine di migliaia di feriti. La primavera del 2021 ha rappresentato una svolta generazionale. Negli stessi mesi in cui l’omicidio di George Floyd per mano della polizia statunitense infiamma il globo, le strade italiane si riempiono di giovani afrodiscendenti, arabi e figli della diaspora. Ma cosa c’entra George Floyd con la Palestina? Come scriveva la poetessa Suheir Hammad, si può essere Born Palestinian, Born Black. Quelle settimane attivano nelle cosiddette «seconde generazioni» un senso comune di frustrazione e un profondo desiderio di giustizia, alimentato anche dalle restrizioni pandemiche che opprimevano le nostre città. STUDENTI, FEDAYN  La storia della presenza palestinese in Italia ha radici profonde. I nostri genitori sono arrivati qui per lo più tra gli anni Settanta e Novanta, spesso grazie ad accordi universitari che permettevano l’ottenimento di visti studenteschi dai paesi arabi in cui si trovavano come rifugiati, o dalla Palestina stessa. L’Italia era una meta ambita: il costo della vita era inferiore rispetto a Francia o Inghilterra e l’accesso agli atenei era relativamente più semplice. Molti studenti, in maggioranza uomini, beneficiavano inoltre di borse di studio finanziate direttamente dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp). Dalla fine degli anni Sessanta, la «febbre dei fedayn» – esplosa all’indomani della simbolica vittoria nella battaglia di Karameh in Giordania nel 1968 – crea le condizioni affinché migliaia di giovani nei campi profughi si avvicinino alla politica organizzata. Molti entrano nelle fila dei giovani di Al-Fatah (che deteneva la maggioranza all’interno del Gups, General Union of Palestinian Students), altri scelgono il Fronte Popolare (Fplp) o il Fronte Democratico (Fdlp). Spostandosi in Italia per studiare, questi giovani portano con sé quel bagaglio rivoluzionario. Partiti per assicurarsi un futuro dignitoso fuori dai confini imposti dal colonialismo, trovano in Perugia, città che ospita l’Università per Stranieri, la loro prima tappa obbligata. ABBONATI A JACOBIN ITALIA PER CONTINUARE A LEGGERE Attiva Accedi se sei già abbonato L'articolo Palestina universale proviene da Jacobin Italia.
September 15, 2026
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Kneecap: si vergognano di zittirci
Quando nel 2024 è uscito il loro secondo album, Fine Art, e il film omonimo che li ha lanciati a razzo oltre i confini di Belfast, il trio hip-hop di lingua irlandese Kneecap si era già costruito la reputazione di simpatici provocatori che tutti oggi gli riconoscono. Il 2025 però ha trasformato la provocazione in conflitto politico. Dopo aver definito la guerra di Israele a Gaza come genocidio sui palchi dei principali festival in cui suonavano, i Kneecap hanno dovuto affrontare la revoca dei visti per gli Stati uniti, la cancellazione di una serie di concerti europei e un’indagine antiterrorismo britannica su filmati d’archivio delle loro esibizioni. Invece di tirarsi indietro, la band ha rilanciato e ha accettato di assumere il ruolo di parafulmine in una lotta sempre più ampia sulla questione della Palestina, della libertà di espressione e del dissenso culturale. E nel frattempo ha fatto il tutto esaurito nel tour nel Regno unito.  Parlando con Jacobin, Móglaí Bap e DJ Próvaí dei Kneecap hanno accettato di discutere del loro rapporto con il Regno unito, con Gaza, l’unificazione irlandese e anche del futuro della band in questi tempi incerti. Nel vostro singolo The Recap prendete di mira la leader dell’opposizione conservatrice Kemi Badenoch, che l’anno scorso ha cercato di bloccare una sovvenzione che avevate ricevuto dal governo britannico perché i Kneecap «si oppongono al Regno unito stesso». Come descrivereste il vostro rapporto con il Regno unito? Móglaí Bap: Il rapporto che abbiamo con il popolo inglese è molto forte. Molti di noi hanno parenti lì a causa dell’emigrazione. Abbiamo solo un problema con il governo inglese. L’Irlanda è stata colonizzata dagli inglesi per 800 anni e ne abbiamo abbastanza. Kemi Badenoch cerca di far credere che odiamo gli inglesi, ma non è così. Abbiamo fatto alcuni dei nostri concerti più importanti in Inghilterra e abbiamo fan molto fedeli. Però abbiamo un problema con il modo in cui il Regno unito ha gestito il suo rapporto con l’Irlanda e con l’oppressione della lingua irlandese. DJ Próvaí: Il governo britannico non ha alcun diritto in Irlanda. Non è al servizio del popolo irlandese e non è nemmeno al servizio del popolo inglese. Noi vorremmo che le classi lavoratrici in Irlanda e in Inghilterra si unissero. Il nostro messaggio riguarda l’unità, non la divisione. ABBONATI A JACOBIN ITALIA PER CONTINUARE A LEGGERE Attiva Accedi se sei già abbonato L'articolo Kneecap: si vergognano di zittirci proviene da Jacobin Italia.
September 15, 2026
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I sermoni paternalisti
La crisi della scuola, un fatto di cronaca nera con protagonisti adolescenti o un dibattito sui social e i telefonini, producono meccanicamente un genere editoriale in cui l’adulto, padre, professore, educatore – quasi sempre un intellettuale maschio bianco mediatico di mezza o terza età – scrive un articolo o un libro per dichiarare di non capire più i propri figli, le nuove generazioni, e che proprio da questa dichiarata incapacità trae il diritto di prescrivere la cura. È una struttura retorica prima ancora che una tesi: io non vi capisco, ma so cosa dovete fare. Se si cerca un’origine di questo genere, il testo da cui partire è L’ospite inquietante di Umberto Galimberti (Feltrinelli, 2007, ma costruito su articoli usciti su Repubblica dal 1995): è lì che il modello si fissa nella sua forma compiuta. Senza minimamente comprendere i fattori economici e sociali della crisi che sarebbe esplosa nel 2008, Galimberti diagnostica nei giovani un nichilismo di origine non psicologica ma culturale – famiglia e scuola che non lavorano più insieme, un vuoto di senso prodotto dalla tecnica e dal mercato – e conclude con una ricetta pedagogica: ecco pronta l’arte del vivere da insegnargli.  La struttura c’è già tutta, vent’anni prima del suo utilizzo politico per le controriforme panpenaliste di questo governo: analisi ad ampio spettro della civiltà, disagio giovanile letto come sintomo di quella crisi, e infine l’adulto che si ricolloca al centro come unico soggetto in grado di indicare la via d’uscita. Il mondo, con i suoi processi sociali, economici e politici, scompare. Paolo Crepet è l’autore che ha codificato con più continuità e successo commerciale questo registro, portandolo dal tono filosofico di Galimberti a quello del pamphlet. L’autorità perduta (Einaudi 2011) si apre con un aneddoto programmatico: l’inaugurazione di una scuola nuova coi pavimenti in materiale antitrauma. Crepet ne fa un’allegoria dell’intera società adulta: abbiamo tolto ai ragazzi il diritto al trauma, cioè all’attrito con un mondo che non li protegge sempre, rendendoli così più fragili, non più sicuri. È il meccanismo di Galimberti reso slogan: una critica alla società adulta che si traduce subito in un appello a «riprendere il coraggio» – il sottotitolo del libro – cioè a restaurare un’autorità data per persa più che per trasformata. Il problema non è mai strutturale, è un cedimento di carattere collettivo a cui la soluzione è individuale e morale. Massimo Recalcati lavora sulla stessa materia – la crisi della funzione paterna, l’«evaporazione» dell’autorità simbolica – ma con un impianto diverso, di ascendenza lacaniana più che pedagogico-divulgativa. In L’ora di lezione la tesi centrale non è che occorra recuperare l’autorità di un tempo, ma che quel tempo sia finito per sempre, e non vada rimpianto: l’autorità non si eredita più dalla tradizione, va riconquistata ogni volta, attraverso l’atto e non attraverso il ruolo. Crepet legge la crisi come una perdita da recuperare, Recalcati come una mutazione da abitare. Eppure il rischio paternalista non risparmia nemmeno questo registro: è sempre un adulto – il maestro, l’analista – nella posizione di chi sa cosa sta succedendo ai ragazzi e lo spiega, spesso ad altri adulti, sopra le loro teste, minimizzando la componente economica e sociale e le norme politiche che hanno cambiato gli assetti educativi.  ABBONATI A JACOBIN ITALIA PER CONTINUARE A LEGGERE Attiva Accedi se sei già abbonato L'articolo I sermoni paternalisti proviene da Jacobin Italia.
September 15, 2026
Jacobin Italia
Ansia da performance
Ansiosa, fragile, ipersensibile, incapace di reggere la frustrazione. Così, sempre più spesso, viene raccontata la Generazione Z. L’aumento delle patologie, delle richieste di supporto psicologico e del disagio dichiarato da studenti e studentesse, ben documentate nel libro Generazione ansiosa di Jonathan Haidt, sembrano confermare il quadro. Eppure, la definizione rischia di essere fuorviante. Non perché l’ansia non esista, ma nominarla come tratto generazionale trasforma un problema storico e sociale in una caratteristica psicologica di chi lo subisce, confondendo il sintomo con la causa. La Generazione Z è la prima cresciuta interamente dentro una società che Maura Gancitano e Andrea Colamedici hanno definito La società della performance; Federico Chicchi e Anna Simone La società della prestazione. Il moderno capitalismo ha prodotto un contesto in cui non basta studiare, lavorare, giocare, desiderare, innamorarsi o abitare il proprio corpo. Bisogna farlo in modo produttivo e performante, mostrarlo, valorizzarlo, renderlo spendibile. Ogni esperienza deve diventare utile, ogni passione un investimento efficiente. L’esistenza diventa un curriculum permanente, un capitale umano da valorizzare, e se non reggi questa pressione sociale, «sei fuori». L’EDUCAZIONE ALLA PERFORMANCE È una tendenza che investe l’intera società, ma per la Generazione Z diventa ambiente educativo, scolastico, sportivo e digitale. La pressione verso la performance inizia presto. Lo si vede nello sport, dove l’infanzia viene catturata da un modello di specializzazione precoce. Se un bambino gioca a calcio o a tennis, molte società gli chiedono di assolutizzare la sua passione. Allenamenti, partite, tornei, selezioni, provini, campi estivi saturano altri possibili interessi. Se vuoi fare sul serio, devi allenarti tutti i giorni, rinunciare ad altro, impostare la vita familiare attorno a quel percorso. Non si tratta di demonizzare lo sport agonistico, né l’impegno. Ma ha senso organizzare la vita di milioni di bambini e bambine come se ognuno potesse diventare Lionel Messi o Serena Williams, sapendo che quasi nessuno lo diventerà? Ammesso, e non concesso, che i campioni si costruiscano nella logica della produzione in batteria. La prospettiva o addirittura la promessa dell’eccellenza funziona anche quando non si realizza, come un dispositivo che insegna un modo di stare al mondo: se vuoi qualcosa devi investire tutto su te stesso; se non ci riesci non hai lavorato abbastanza, non ci hai creduto fino in fondo. D’altronde quanti campioni o star dello spettacolo ripetono che «se si crede veramente ai propri sogni questi non possono che realizzarsi»? E quindi se c’è un solo Messi è perché lui ci ha creduto veramente e tutti gli altri hanno la «colpa di non averlo fatto».  ABBONATI A JACOBIN ITALIA PER CONTINUARE A LEGGERE Attiva Accedi se sei già abbonato L'articolo Ansia da performance proviene da Jacobin Italia.
September 15, 2026
Jacobin Italia
Non pensate ai mostri
A vent’anni, qualunque cosa avessi dovuto affrontare, incasinare o esprimere, ho sempre fallito. A 23 anni mi è stato diagnosticato un teratoma maligno, un tumore a crescita rapida composto da cellule che possono assumere la forma di denti, capelli, ossa, rivestimento intestinale e persino di un occhio non completamente formato. «Teratoma» deriva dal greco antico τέρατα, che significa «mostro», e quando mi è stato asportato dal corpo due mesi dopo averlo notato per la prima volta, era – per usare l’espressione del mio oncologo – delle dimensioni di un feto.  Ora che sono cresciuta, ogni sera prima di andare a dormire ricordo ai miei figli che i mostri non esistono. Il mio primogenito, quello che ha più paura del buio, mi risponde: «Lo so, ma perché sono così tanto più grandi di noi?». È il figlio a cui ho scritto lettere nei mesi subito dopo il parto, convinta che sarei morta prima che lui fosse diventato abbastanza grande per leggerle. C’è in lui una consapevolezza che non gli deriva direttamente da me o da mio marito. È un’intuizione con cui è nato, che gli dice che un giorno sarà travolto, come lo siamo tutti alla fine, da una perdita inimmaginabile. Se dovessi essere sincera, gli direi che anch’io ho paura del buio. Ma se glielo permetti, quella paura ti travolgerà. Invece, gli accarezzo la schiena e gli sussurro: «Sei al sicuro. Sei coraggioso. Ti voglio bene». Non lo faccio perché sono particolarmente premurosa, né perché ho letto libri sull’educazione dei figli, né perché nella vita insegno. Lo faccio perché gli fa bene. È quello che fanno i genitori. Stringiamo i denti e mentiamo per nascondere i terrori della vita, più strazianti e reali di quanto la maggior parte dei bambini possa immaginare. Sappiamo che lasciare che i nostri figli crescano con l’illusione che possiamo proteggerli è l’unica cosa che permette loro di vivere la vita senza avere costantemente paura. È buon senso, e i miei genitori, i miei nonni e i miei bisnonni hanno fatto così. LA SOCIETÀ TERAPEUTICA ABBONATI A JACOBIN ITALIA PER CONTINUARE A LEGGERE Attiva Accedi se sei già abbonato L'articolo Non pensate ai mostri proviene da Jacobin Italia.
September 15, 2026
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