Tag - crisi climatica

Il Pakistan cerca giustizia per i danni ambientali…
… attraverso le climate litigation, ma costi, lentezze giudiziarie e pochi specialisti rendono difficile raggiungere risultati reali. di Mariam Waqar Khattak (*) Immagine ripresa dalla copertina di un e-book di https://valori.it/   «Mi hanno detto di non farlo». Muhammad (uno pseudonimo) parla a bassa voce durante un’intervista telefonica il 10 dicembre 2025. La frustrazione è evidente mentre spiega che deve comparire ancora
February 27, 2026
La Bottega del Barbieri
Le terre alte bruciano //Insostenibili Olimpiadi
Dal sito di APE – Associazione proleteri escursionisti Le terre alte bruciano. Non è una metafora.Lo zero termico a 4200 metri in pieno autunno,i ghiacciai che si sfaldano, il permafrost che si scioglie sono la realtà quotidiana delle nostre montagne. Una realtà che stride con l’ostinazione di chi continua a proporre un modello di sviluppo anacronistico e predatorio. Gli scienziati ci dicono chel’ultimo turista sugli sci arriverà nel 2040. Eppure si continuano a costruire nuovi impianti di risalita, a scavare bacini per l’innevamento artificiale, a devastare versanti perinutili collegamenti tra comprensori. Dalle Alpi agli Appennini, dalla Val di Susa alla Basilicata, assistiamo allo stesso copione: opere nocive imposte dall’alto, trivellazioni, cementificazione, spopolamento. LO SCI DI MASSA È MORTO (E CONTINUARE A INVESTIRCI È FOLLIA) I ghiacciai alpini hanno perso oltre il 60% della loro massa dall’inizio del secolo. Il permafrost si scioglie provocando frane e instabilità sempre più frequenti. Le stagioni sciistiche si accorciano anno dopo anno: ciò che trent’anni fa durava 120 giorni oggi ne dura 80, e la tendenza è in accelerazione. L’innevamento artificiale è un cerotto su un’emorragia. Servono temperature sotto lo zero per produrre neve artificiale, ma quelle temperature sono sempre più rare. Servono quantità enormi di acqua – fino a3000 metri cubi per una singola pista da bob – in un momento di crisi idrica strutturale. Serve energia elettrica in quantità industriali, con costi economici ed ambientali insostenibili. Il risultato? Piste che sono nastri bianchi circondati da prati verdi, paesaggi lunari che nulla hanno a che fare con l’esperienza della montagna innevata. Impianti che funzionano poche settimane l’anno a costi sempre più alti. Comprensori sciistici sotto i 2000 metri che stanno chiudendo uno dopo l’altro perché economicamente insostenibili. Con Sofia Farina, fisica dell’atmosfera specializzata in metereologia alpina, parliamo delle conseguenze del cambiamento climatico sui fragili ecosistemi alpini, dell’impatto ambientale di eventi come le Olimpiadi e della neve artificiale. Per dare una dimensione alla questione, il 90% delle piste da sci italiane dipende dall‘innevamente artificiale. Al telefono con Abo, di APE, parliamo dell’impatto delle Olimpiadi sulle terre alte e in città, da un punto di vista ambientale, economico, sociale, a partire dall’archivio storico dell’Associazione. In ultimo, qualche lettura e riflessione. La bidonvia di Pian dei Fiacconi, sul versante nord della Marmolada, la Regina delle Dolomiti. Chiuso nel 2019, è stato travolto nel dicembre 2020 da una valanga che ha coinvolto anche il vicino rifugio, luogo in cui il suo gestore, proprio nel 2020 assieme alle associazioni ambientaliste aveva lanciato una petizione volta a far rimuovere tutte le tracce dei vicini impianti in disuso. Ad oggi, però, in quota rimane una struttura abbandonata e sventrata, dal pesante impatto ambientale e paesaggistico in un’area montana che è patrimonio Unesco. Citati nella puntata Dalla montagna alla città: perché opporsi alle Olimpiadi Milano-Cortina 2026 – Associazione proletari escursionisti Nevediversa – Legambiente Se la neve non basta più: l’urgenza di adattare le montagne agli inverni del futuro – Sofia Farina Olimpiadi: previsto un volume di neve artificiale comparabile alla Piramide di Cheope. Quanta C02 verrà immessa e quanta acqua è necessaria? – Michele Argenta
February 11, 2026
Radio Blackout - Info
Ultima Generazione: L’Aquila, identificate per aver affisso dei volantini
Stamattina dalle ore 6.00, a L’Aquila, in piazza Duomo, tre persone aderenti alla campagna “Il Giusto Prezzo” di Ultima Generazione hanno manifestato in maniera pacifica e nonviolenta affiggendo dei cartelli e volantini con lo scotch, per denunciare quello che accade in Italia e nel mondo, mentre il governo si occupa esclusivamente di reprimere il diritto costituzionale a manifestare attraverso il nuovo decreto sicurezza. Alina, 36 anni, madre di tre figli, ha dichiarato: “Vorrei un futuro, ma ovunque si guarda, nel mondo sta succedendo qualcosa di terribile. A Gaza il genocidio sta continuando, in Iran i manifestanti vengono abbattuti dalla forza armate, in Yemen il massacro di innocenti continua, in Italia il nuovo pacchetto sicurezza vuole definitivamente impedirci di manifestare, la Sicilia sta in ginocchio; ma si continua a parlare del ponte sullo stretto. Oggi abbiamo portato in piazza il nostro pensiero, le nostre richieste, la nostra speranza, per un futuro che non sia fatto di guerre, di genocidi, e di oppressione. Possiamo ancora farcela a cambiare le cose, però dobbiamo attivarci, dobbiamo andare a votare al referendum, dobbiamo unirci, discutere. Dobbiamo ribellarci. E’ l’unica cosa da fare ” La crisi climatica ha già reso gli italiani più poveri Recentemente, in Sicilia i danni ammontano a 2 miliardi; quanto è stato dato dal governo? Pochi milioni di contentino. La crisi climatica accentua le differenze economiche nord-sud, perché chi è più ricco ha più capacità di riprendersi, mentre chi è più povero sprofonda in una povertà ancora maggiore. Abbiamo bisogno di un’Italia più lungimirante, che si rialzi dal buio della disperazione e guardi alla rigenerazione, alla transizione energetica e alla messa in sicurezza dei territori. I magistrati continuano a riconoscere la giustezza della nostra azione, mentre il governo prepara il nuovo pacchetto sicurezza Con quello del 3 febbraio siamo al 61° provvedimento della Magistratura per azioni dirette nonviolente compiute come Ultima Generazione, in cui vengono riconosciute le nostre ragioni. Un numero che ci ricorda ancora una volta che in uno Stato democratico la protesta e l’azione diretta nonviolenta non sono dei reati, in un Paese che risulta al 16° posto in classifica – secondo le stime del Climate Risk index – tra quelli più colpiti dalla crisi climatica (e le recenti alluvioni in Sicilia e Sardegna e la frana di Niscemi lo confermano) e in un momento storico in cui anche i tentativi di affrontare la crisi climatica a livello mondiale si svuotano di speranza. Ma il governo anziché affrontare i problemi reali delle persone, sta per varare un nuovo provvedimento legislativo teso ancora di più ad impedire il diritto costituzionale a manifestare. I nostri canali Aggiornamenti in tempo reale saranno disponibili sui nostri social e nel sito web: * Sito web:https://ultima-generazione.com * Facebook@ultimagenerazione.A22 * Instagram@ultima.generazione * Twitter@UltimaGenerazi1 * Telegram@ultimagenerazione * Ultima Generazioneè una coalizione di cittadini ed è membro del network A22.   Ultima Generazione
February 5, 2026
Pressenza
L’1% più ricco ha già esaurito il budget di gas serra per il 2026
Disuguaglianza delle emissioni: dopo soli dieci giorni, l’1% più ricco della popolazione mondiale ha consumato la sua giusta quota del bilancio annuale di gas serra e da ora in poi saccheggia quella del resto della popolazione mondiale. Ogni anno Oxfam calcola il “Pollutocrat Day”, il giorno in cui l’1% più ricco del mondo ha già esaurito il suo budget annuale di gas serra, ovvero la quantità di CO2 che può essere emessa pro capite ogni anno per limitare il riscaldamento globale a un massimo di 1,5 gradi in media a lungo termine. Questo giorno è caduto il 10 gennaio 2026 e dimostra quanto i ricchi e i super-ricchi siano sproporzionatamente responsabili della crisi climatica. Solo con superyacht e jet privati, un europeo super ricco genera in circa una settimana tanto gas serra quanto una persona dell’1% più povero della popolazione mondiale in tutta la sua vita. Oltre alle emissioni che i super ricchi causano attraverso il loro stile di vita, sono anche responsabili delle emissioni delle industrie in cui investono la loro ricchezza. La ricerca di Oxfam mostra che ogni miliardario in media è responsabile di 1,9 milioni di tonnellate di CO2 all’anno attraverso le aziende nel suo portafoglio di investimenti, spingendo così il mondo verso il collasso climatico. CONSEGUENZE DELL’ECCESSIVA EMISSIONE DI CO2 Si stima che le emissioni dell’1% più ricco in un solo anno causeranno 1,3 milioni di morti legate al calore entro la fine del secolo. Inoltre, le emissioni estreme dei super-ricchi causano fino a 44 trilioni di dollari di danni economici nei paesi a basso e medio reddito entro il 2050. > “A partire dall’11 gennaio, i ricchi e i super-ricchi saccheggiano i bilanci > dei gas serra del resto della popolazione mondiale. I super-ricchi non solo > devono ridurre drasticamente le loro emissioni di gas serra, ma dovrebbero > anche essere ritenuti finanziariamente più responsabili per raggiungere gli > obiettivi climatici in tutto il mondo e proteggere i mezzi di sussistenza > dell’uomo.” – Jan Kowalzig, referente per i cambiamenti climatici e le > politiche climatiche presso Oxfam Le persone e le aziende più ricche hanno anche un potere e un’influenza sproporzionati sulla politica. Ad esempio, 1600 lobbisti di aziende del settore dell’energia fossile hanno partecipato alla recente Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici COP30 in Brasile. “Grazie al loro immenso potere e alla loro ricchezza, i super ricchi e le loro aziende hanno una grande influenza sulla politica e indeboliscono la politica climatica globale”, aggiunge Jan Kowalzig. Oxfam chiede ai governi di ridurre le emissioni dei super ricchi e di responsabilizzarli maggiormente per finanziare la mitigazione dei cambiamenti climatici e l’adattamento, ad esempio tassando gli alti patrimoni. C’è anche bisogno di una tassa sugli utili delle compagnie petrolifere, del gas e del carbone in tutto il mondo. Secondo le stime di Oxfam, potrebbe raccogliere fino a 400 miliardi di dollari all’anno, il che corrisponde al costo dei danni climatici nel Sud del mondo. Inoltre, i beni di lusso ad alta intensità di emissioni come superyacht e jet privati dovrebbero essere tassati più pesantemente. Nel complesso, secondo Oxfam, è necessario un sistema economico basato sulla sostenibilità e sull’equità, che metta al primo posto le persone e l’ambiente. -------------------------------------------------------------------------------- Note redazionali * Per il calcolo del 10 gennaio: secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, le emissioni globali devono essere ridotte a 24 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente all’anno entro il 2030 (cfr. UNEP); se le quote dei vari gas serra rimangono costanti (cfr. World Resources Institute), per il 2030 si ottengono circa 17,8 miliardi di tonnellate di anidride carbonica (CO2). Per il 2030 si prevede una popolazione mondiale di circa 8,5 miliardi di persone (cfr. ONU). Ciò si traduce in un livello pro capite tollerabile di 2,1 tonnellate di CO2 all’anno nel 2030. I dati dello Stockholm Environment Institute mostrano che nel 2023 l’1% più ricco della popolazione mondiale era responsabile di emissioni pro capite di 75,1 tonnellate di CO2 all’anno o 0,206 tonnellate di CO2 al giorno (cfr. Oxfam). Ciò significa che la media di 2,1 tonnellate di CO2 pro capite all’anno per rispettare il limite di 1,5 gradi per l’1% più ricco viene raggiunta già dopo 10,2 giorni. * Secondo il rapporto Oxfam “Clima di disuguaglianza”(novembre 2023), le emissioni dell’1% più ricco nel 2019 sono state sufficienti a causare 1,3 milioni di morti a causa del caldo. * Il calcolo di Oxfam sui possibili ricavi di una tassa mondiale sugli utili delle società fossili (400 miliardi di dollari all’anno) è suddiviso così. * Il rapporto Oxfam “Carbon Inequality Kills” (ottobre 2024) e la relativa analisi tedesca giungono alla conclusione che le sole emissioni di consumo dell’1% più ricco della popolazione mondiale nell’arco di quattro decenni (1990–2030) causano enormi danni economici netti, che colpiscono maggiormente i paesi a basso e medio reddito. Tra il 1990 e il 2050, questi paesi registreranno danni economici per un totale di 44 trilioni di dollari. * La Corte internazionale di giustizia (CIG) ha confermato che i paesi sono legalmente obbligati a ridurre le loro emissioni al puntoda proteggere il diritto universale alla vita, al cibo, alla salute e a un ambiente pulito. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO FILOMENA SANTORO. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Pressenza Muenchen
February 4, 2026
Pressenza
Chi rifonderà la democrazia?
Nel paese il cui elettorato ha mandato al potere, con un programma dichiaratamente razzista, un personaggio come Trump – peraltro reduce da un colpo di Stato fallito contro le regole del sistema elettorale – si è manifestata la reazione generale di un’intera città contro la caccia all’uomo scatenata dalla milizia di Stato addetta alla cattura dei migranti (l’Ice).  Secondo il manifesto, tra i pochi che ne hanno parlato, il conflitto è acutissimo: “Ci sono intere famiglie che non escono più di casa, e i vicini fanno la spesa per loro, portano fuori la spazzatura, lavano i panni per chi non ha una lavatrice e deve usare quelle a gettoni. Questa organizzazione capillare esiste in tutta la città. Comprende anche gruppi di osservatori che, sfidando il freddo estremo di Minneapolis, presidiano le zone a maggiore concentrazione di immigrati, armati di fischietti e megafoni per lanciare l’allarme: «La migra, la migra»… Tutti si sentono in dovere di fare qualcosa e, esattamente come sotto un’occupazione, bisogna sabotare le manovre degli occupanti usando le armi a disposizione… La distinzione tra attivismo organizzato e società civile è saltata. A partecipare alla resistenza è l’intera città. Non solo attraverso le grandi manifestazioni, ma con una costellazione di azioni quotidiane, diffuse, difficili da reprimere”. Un “mutuo appoggio” come questo può assumere le forme più diverse, ma lo spirito che spinge una parte della popolazione ad aiutarsi a vicenda per salvare i propri concittadini da un assalto squadristico non è diverso da quello che altrove o in altre circostanze la induce a far fronte alle devastazioni di una guerra o a una catastrofe prodotta dalla crisi climatica. Certo, queste azioni collettive non bastano se non portano quello spirito di fratellanza e sorellanza che le anima a solidificarsi in organismi permanenti (quelli che chiamiamo “comunità”) e questi a mettere insieme le forze per condizionare l’azione dei governi, a tutti i livelli. Ma le radici di una nuova democrazia sostanziale oggi vanno cercate innanzitutto nella resistenza quotidiana contro ogni devastazione: tanto quelle prodotte dalle guerre contro i nemici sia “esterni” che “interni”, quanto quelle provocate dalla crisi climatica e ambientale. Ma c’è un nesso stretto tra queste “disgrazie”. La crisi climatica si manifesta da tempo in una molteplicità di eventi catastrofici – uragani, incendi, alluvioni, siccità e altro ancora – che forniscono a un campione sempre più ampio di abitanti del pianeta un anticipo di ciò che dovranno affrontare quasi quotidianamente i nostri figli e nipoti. Ma ai livelli governativi se ne parla sempre meno; la scena ufficiale è stata occupata dalle guerre, dall’invasione russa dell’Ucraina, dalla strage del 7 ottobre, dallo sterminio degli abitanti di Gaza. Non che prima di guerre non ce ne fossero: ma non occupavano la scena al punto di impedire a un numero crescente di cittadini, e soprattutto di vittime del clima, una progressiva consapevolezza della gravità della crisi ambientale; né alla componente dell’establishment mondiale più esposta agli umori dell’opinione pubblica, una ipocrita assunzione di responsabilità, ampiamente esibita nella serie infinita quanto inconcludente delle conferenze sul clima.  Ma le guerre non si svolgono solo nei teatri dei combattimenti e delle stragi. Impregnano di sé tutto: dallo “spirito pubblico”, alimentato da media sempre più bellicosi, all’economia, dalla cultura alla ricerca scientifica, dalla cronaca all’istruzione. Il risultato è comunque una corsa generale agli armamenti; quelli “vecchi” e costosi: bombe, razzi, cannoni, carri armati, aerei e navi, per far sì che l’economia torni a “tirare” (con il ripristino della leva per farli funzionare); e quelli “nuovi” o “smart” che le forme attuali della guerra hanno portato alla ribalta: droni, sensori, satelliti, reti informatiche e intelligenza artificiale; e poi hackeraggio e false flag per disorientare l’opinione pubblica, ma anche milizie private e iniziative terroristiche, sia anonime che rivendicate.  Ma contro quale nemico è diretto quel riarmo? Quelle armi, soprattutto quelle “nuove”, sono tutte “dual use”; possono essere usate in una guerra o in una campagna di sterminio, ma sono anche strumenti di sorveglianza, di controllo o di liquidazione di un “nemico interno”. Innanzitutto, i migranti, quelli già inseriti e quelli in arrivo; ma sempre più anche quelli in partenza da paesi lontani. Poi la popolazione giudicata ostile, o superflua, o “ingombrante” (Gaza insegna). Poi, ovviamente, i dissidenti, di qualsiasi tipo. Infine, le rivolte di popolazioni colpite da un disastro ambientale contro i governi locali o nazionali che non hanno fatto nulla per prevenirle né per favorire il ripristino di condizioni di vivibilità, come a Valencia. E’ una estensione del ricorso alla forza delle armi che si avvale – e non potrebbe funzionare altrimenti – del clima di belligeranza e di odio creato dal primato attribuito alla guerra. Lo spirito pubblico che aleggia sull’operato di tutti i Governi non è che una versione specifica di un clima perverso che li accomuna tutti. L’assalto alle libertà, alle condizioni di vita, all’integrità e all’esistenza stessa del “nemico interno” non attenua comunque la promozione e l’intensificazione delle guerre contro quello “esterno”; né l’attenzione e le risorse sconfinate dedicate a queste riducono – caso mai accelerano – le devastazioni che il procedere della crisi climatica e ambientale porta con sé. Visti dalla posizione delle vittime, la reazione contro questi assalti contigui non offre possibilità di scelta: bisogna affrontarli tutti e tre, in modo che le relative resistenze si rafforzino tra loro. Senza deleghe ai governi, alle istituzioni o alle “forze politiche” nazionali, sovranazionali o locali impegnate per lo più non a combatterli, ma a promuoverli, a sostenerli o a consentirli. Dunque, bisogna contare sulle proprie forze. Ma quali? Oggi a disposizione ci sono quasi solo quelle del “mutuo appoggio”: bisogna ricominciare di lì. Guido Viale
January 24, 2026
Pressenza
Quando il neoliberismo dà vita al neofascismo
alle origini di una rivoluzione ideologica di Haud Guéguen da Terrestres, 3 Gennaio 2026 Quando il neoliberismo dà vita al neofascismo: alle origini di una rivoluzione ideologica Riguardo al libro di Quinn Slobodian, Hayek’s Bastards. Race, Gold, IQ, and the Capitalism of the Far Right, pubblicato nel 2025 da Zone Books nella collana “Near futures”. da Diario per la Prevenzione
January 22, 2026
La Bottega del Barbieri
L’1% più ricco del pianeta ha già esaurito le proprie emissioni annuali, ora userà le nostre
Il 2026 si è aperto sotto la coltre delle emissioni dell’1% più riccco del pianeta, in un’evidente distribuzione delle responsabilità della crisi climatica che è profondamente legata alle disuguaglianze sociali. Secondo gli ultimi dati diffusi da Oxfam, nei primi 10 giorni di gennaio questa ristretta élite mondiale ha già emesso […] L'articolo L’1% più ricco del pianeta ha già esaurito le proprie emissioni annuali, ora userà le nostre su Contropiano.
January 18, 2026
Contropiano
Ascoltare la voce dei nativi della Groenlandia
A cura di Enrico Vigna,   Groenlandia: parlano i nativi locali e difensori del popolo Inuit [In fondo la versione in pdf comprensiva di foto] – di  Enrico Vigna  In riferimento alla questione USA Groenlandia posta da D. Trump, queste sono le posizioni del Partito locale Inuit Ataqatigiit (Comunità Inuit-IA), un partito politico groenlandese progressista e indipendentista fondato nel 1976, che raccoglie
January 17, 2026
La Bottega del Barbieri
Può esistere una cittadinanza globale?
di Luca Graziano Viviamo in un’epoca in cui la parola cittadinanza sembra aver perso il suo significato originario. Nata per unire, oggi essa divide. Definisce confini, stabilisce appartenenze, assegna diritti in modo diseguale. È diventata una condizione geografica più che un riconoscimento universale dell’essere umano. Ogni giorno, nel Mediterraneo, lungo il confine tra Messico e Stati Uniti o nei deserti
January 11, 2026
La Bottega del Barbieri
Europa-clima: 10 anni dopo Parigi, il passo indietro che…
… ci allontana dal futuro.  di Luca Graziano (*) (un’automobile Porsche elettrica del 1898: l’Europa era più avanti nel XIX secolo)   L’Europa ingrana la retromarcia sotto la spinta della ”brown economy”. Manca una visione sistemica che integri la giustizia climatica, la partecipazione democratica e la riduzione delle disuguaglianze. La transizione resta centralizzata, affidata a grandi attori industriali, mentre le
January 10, 2026
La Bottega del Barbieri