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Agroecologia e comunità rigenerative: a Bracciano una giornata di confronto tra giovani, agricoltori, scuole e istituzioni
Sabato 24 ottobre dalle 9.30 alle 19.00 presso il Chiostro degli Agostiniani di Bracciano (RM), Navdanya International promuove un incontro dedicato alla resilienza dei territori, alla biodiversità e alla partecipazione delle comunità. L’evento, intitolato “Agroecologia e Comunità Rigenerative – Reti di resilienza tra giovani, scuole, agricoltori e istituzioni”, conterà sulla presenza di esperti di agroecologia, rappresentanti istituzionali, associazioni, organizzazioni giovanili e realtà agricole si confronteranno sulle sfide della transizione ecologica, tra esperienze locali e prospettive internazionali. Come si costruiscono comunità capaci di affrontare le crisi ambientali, climatiche e sociali? Quale ruolo possono svolgere l’agroecologia, la tutela della biodiversità, l’educazione ecologica e la partecipazione dei cittadini nella rigenerazione dei territori? E come trasformare le esperienze di rigenerazione ecologica e sociale in processi collettivi, capaci di incidere sulle politiche pubbliche e sulle scelte che riguardano il futuro dei territori? Le risposte a queste domande già esistono e da tempo si sono trasformate in buone pratiche che attendono ora di essere tradotte in politiche concrete. In un contesto internazionale segnato dall’aggravarsi della crisi climatica, dalla perdita di biodiversità e dalla crescente vulnerabilità dei sistemi alimentari, l’agroecologia rappresenta non soltanto un insieme di pratiche agricole sostenibili, ma anche una prospettiva di trasformazione ecologica, culturale e sociale. Un approccio che riconosce nella diversità biologica e culturale, nell’autonomia delle comunità e nella condivisione delle conoscenze le condizioni fondamentali per costruire sistemi alimentari e territori più resilienti. Dalle esperienze locali alle politiche nazionali e internazionali L’incontro nasce dalle esperienze che Navdanya International sviluppa attraverso il programma Terrae Vivae, i percorsi di educazione ecologica e Formazione Scuola Lavoro, il progetto “RiGenerAzione Ecologica – Cittadinanza e Partecipazione”, cofinanziato dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, e Officine Municipali, realizzato in collaborazione con il Comune di Bracciano e cofinanziato dall’Unione europea nell’ambito del PR Lazio FSE 2021–2027. Esperienze che mettono in relazione scuole, nuove generazioni, produttori agricoli e istituzioni, sperimentando forme di apprendimento, cooperazione e partecipazione attiva alla vita dei territori. L’iniziativa, che gode del patrocinio del Parco Naturale Regionale Bracciano-Martignano, intende andare oltre la presentazione delle singole progettualità, aprendo uno spazio di confronto sulle condizioni necessarie per rafforzare le reti territoriali e collegare le esperienze locali alle strategie nazionali e ai processi internazionali per la sostenibilità e la sicurezza alimentare come conferma la direttrice di Navdanya International, Ruchi Shroff: “Le buone pratiche che provengono dai territori sono di fatto laboratori da dove escono le proposte per la democraticizzazione e la sostenibilità dei sistemi alimentari anche a livello internazionale”. Giovani, biodiversità e partecipazione: il programma della giornata La mattinata, dalle 10.00 alle 12.30, sarà dedicata a “Giovani e territori”, uno spazio di confronto tra organizzazioni giovanili sul ruolo delle nuove generazioni nei processi di rigenerazione, nel quadro della Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile. Nel pomeriggio, dalle 14.30 alle 18.00, il programma entrerà nel vivo con due conversazioni pubbliche dedicate alla resilienza dei territori e alla costruzione collettiva del cambiamento. Particolare attenzione sarà riservata alla biodiversità agricola e alla sovranità dei semi, con l’intervento di Salvatore Ceccarelli, genetista agrario di fama internazionale, che approfondirà il rapporto tra diversità genetica, adattamento ai cambiamenti climatici e autonomia degli agricoltori. Al confronto parteciperanno, tra gli altri, Caterina Batello presidente dell’Associazione Italiana di Agroecologia, Mara Cossu e Tiziana Occhino del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Silvia Canali del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, Silvia Francescon dell’Unione Buddhista Italiana, il sindaco di Bracciano Marco Crocicchi, rappresentanti delle aziende agricole del territorio (Fattoria biologica Le Bricchiette, Fattoria Faraoni, Azienda Agricola La Argentina), del mondo della scuola (Istituto Agrario Salvo D’Acquisto, Liceo Artistico dell’IIS Luca Paciolo) e delle organizzazioni giovanili (Rete delle Associazioni giovanili dalla mappatura del progetto RiGenerAzione Ecologica: Cittadinanza e Partecipazione) e della società civile (GASP – Gruppo di Assistenza e Solidarietà Popolare). Interverranno inoltre Magdalena Ackermann, della società civile presso il Comitato ONU per la Sicurezza Alimentare Mondiale, e Ruchi Shroff di Navdanya International. Una specifica sessione, “Territori in relazione: Bracciano–Tubas”, sarà infine dedicata alla cooperazione internazionale in agroecologia e alle prospettive di resilienza delle comunità, attraverso il collegamento tra il territorio di Bracciano e quello palestinese di Tubas. Un incontro aperto alla cittadinanza Durante l’intera giornata il Chiostro degli Agostiniani ospiterà esposizioni dei progetti educativi realizzati dalle scuole, la mostra artistica “Ars non dat Panem” del Liceo Artistico dell’IIS Luca Paciolo, il contest fotografico organizzato da Terrae Vivae Youth, produttori locali, iniziative di scambio dei semi, giochi agroecologici e laboratori creativi per bambini e adulti. Nel chiostro del convento saranno allestiti degli stand da parte dei produttori, delle associazioni e del CRAS Centro Recupero Animali Selvatici della Riserva Lago di Vico. L’iniziativa intende valorizzare la conoscenza e la partecipazione come strumenti concreti di trasformazione, favorendo nuove alleanze tra chi coltiva la terra, chi educa, chi studia, chi amministra e chi si impegna quotidianamente nella tutela dei beni comuni. Un’occasione per mettere in relazione pratiche, saperi e politiche, nella convinzione che la rigenerazione dei territori non possa essere affidata esclusivamente a soluzioni tecniche, ma richieda processi democratici, cooperazione e comunità capaci di decidere insieme il proprio futuro. Informazioni e partecipazione Evento: Agroecologia e Comunità Rigenerative – Reti di resilienza tra giovani, scuole, agricoltori e istituzioni Data: Sabato 24 ottobre 2026 Orario: 9.30–19.00 Luogo: Chiostro degli Agostiniani, Via Umberto I, 5 – Bracciano (RM) Programma e modulo di adesione: https://navdanyainternational.org/it/save-the-date-agroecologia-e-comunita-rigenerative/ Contatti: info@navdanyainternational.org https://navdanyainternational.org/it/   Navdanya International
October 20, 2026
Pressenza
24 ottobre, mobilitiamoci contro il nucleare
di Ecoresistenze Il governo ha approvato la legge delega sul nucleare: fermiamoli! Mobilitiamoci su tutti i territori contro il ritorno del nucleare in Italia!   Nella Giornata Internazionale Contro i Cambiamenti Climatici, il 24 ottobre, affermiamo chiaro e tondo che IL NUCLEARE È INSOSTENIBILE! Il Governo ha appena convertito in legge il quadro normativo per la reintroduzione del nucleare in
October 20, 2026
La Bottega del Barbieri
Asse Parigi-Berlino per il made in Europe e salvare i motori termici al posto dell’ambiente
Privi di qualsiasi legittimità interna, pronti a consegnare il testimone alle relative estreme destre (AfD e Rassemblement National), Merz e Macron provano a mettere a segno qualche vittoria rispetto agli indirizzi che la UE dovrà seguire nei prossimi anni, a prescindere da chi governerà, e nella speranza di recuperare l’approvazione […] L'articolo Asse Parigi-Berlino per il made in Europe e salvare i motori termici al posto dell’ambiente su Contropiano.
October 18, 2026
Contropiano
Cagliari, 17 e 18 ottobre: A che ora è la fine del mondo?
Festival di Letteratura della Crisi Climatica-Libri e idee per mettersi in salvo Alla sua terza edizione, il nostro Festival di Letteratura della Crisi Climatica torna con due giorni densi di incontri, libri, laboratori, scienza, attività per studenti e famiglie, musica e non solo. Quest’anno il programma si muove lungo tre grandi fili conduttori: il rapporto tra guerra e ambiente; la
October 15, 2026
La Bottega del Barbieri
«Insieme sulla Via Maestra per un Futuro desiderabile». Questo fine settimana due piazze, una sola crisi
Il 16 ottobre le giovani generazioni dei Fridays for Future torneranno a riempire le piazze per gridare che non si rassegnano. Il giorno dopo, il 17 ottobre, a Roma, oltre cento associazioni, sindacati, comitati e movimenti sfileranno da Piazza della Repubblica a Piazza del Popolo sotto un’unica insegna: Lavoro, Pace, Ambiente, Welfare, Costituzione. Insieme sulla Via Maestra. Due appuntamenti distinti, due linguaggi diversi, ma un’unica crisi da affrontare. Da una parte ragazze e ragazzi che hanno capito prima di molti adulti che il futuro è una questione politica. Dall’altra il lavoro organizzato, l’associazionismo, i comitati territoriali, il pacifismo laico e cattolico. Sarebbe un errore leggere queste due date come eventi separati, ciascuno con il proprio pubblico e la propria agenda. Sono, piuttosto, due tappe dello stesso cammino. Non viviamo tre crisi parallele: la guerra, l’impoverimento e il collasso climatico, ma una sola crisi che si mostra con tre volti. E come scrivono le ragazze e i ragazzi di Fridays for Future, non possiamo più accettare di essere “lasciati soli ad affrontare questa emergenza”. Quelle due frasi si parlano. La prima è una diagnosi; la seconda è una richiesta di compagnia. Chi scende in piazza il 16 chiede che gli adulti, i sindacati, le istituzioni smettano di considerare il clima un tema per giovani idealisti. Chi scende in piazza il 17 ha l’occasione di rispondere: non siete soli, perché la vostra battaglia è anche la nostra. “Lavoro, pace, ambiente, welfare, Costituzione”, dice il manifesto, sono cinque parole che non formano un elenco, ma un’unica frase. > VOGLIO CHE AGIATE COME SE LA NOSTRA CASA FOSSE IN FIAMME. PERCHÉ LO È. GRETA > THUNBERG, WORLD ECONOMIC FORUM DI DAVOS, (2019) GRETA THUMBERG AL WORLD ECONOMIC FORUM DI DAVOS NEL 2019 (CREDIT FOTO AFP) Sono passati quasi otto anni da quelle parole, e la casa brucia ancora: per questo la richiesta dei Fridays di non essere lasciati soli è rivolta a tutti, non solo ai governi. UN CIRCUITO CHIUSO Il manifesto è netto: chi tratta guerra, impoverimento e crisi climatica come emergenze separate, da gestire una alla volta con ministeri diversi e bilanci in competizione, “ha già perso la partita prima di giocarla”. La guerra divora le risorse che servirebbero al welfare e alla transizione ecologica. La crisi economica alimenta la paura, e la paura chiede muri, armi, uomini forti. La crisi climatica moltiplica la scarsità, e la scarsità diventa conflitto per l’acqua, per l’energia, per la terra. È un circuito chiuso: ogni volto della crisi nutre gli altri due. All’origine c’è un modello di sviluppo predatorio ed estrattivo, che tratta il lavoro come costo da comprimere, la natura come miniera da svuotare e la democrazia come intralcio da aggirare. > NON CI SONO DUE CRISI SEPARATE, UNA AMBIENTALE E UN’ALTRA SOCIALE, BENSÌ UNA > SOLA E COMPLESSA CRISI SOCIO-AMBIENTALE. PAPA FRANCESCO, ENCICLICA LAUDATO SI’ CITTÀ DEL VATICANO 2015, PAPA FRANCESCO FIRMA L’ENCICLICA LAUDATO SI’ È la stessa diagnosi del manifesto, pronunciata più di dieci anni prima da una voce che parla ben oltre il mondo cattolico. I Fridays for Future lo ripetono da anni con un linguaggio diverso: non c’è giustizia climatica senza giustizia sociale. Il manifesto lo conferma con la sua diagnosi. Il riscaldamento globale non colpisce tutti allo stesso modo. Ondate di calore, alluvioni e siccità si abbattono prima sui quartieri densi e senza alberi, sugli anziani soli, sui braccianti nei campi, sui lavoratori dei cantieri. La povertà energetica è la forma quotidiana dell’ingiustizia climatica: chi inquina meno, paga di più. Intanto i salari reali sono fermi da trent’anni, il carrello della spesa, l’affitto e le bollette assorbono quote crescenti di redditi e pensioni e migliaia di giovani scelgono l’emigrazione come unica forma di futuro. Sono gli stessi giovani che il 16 ottobre chiederanno di poter restare, in un Paese vivibile. La loro domanda di futuro è la stessa domanda di chi il 17 rivendica salari dignitosi e servizi pubblici: non due lotte, ma una. LA LEZIONE DI TARANTO Se la crisi è una, anche la risposta deve esserlo. L’unico modo per rompere il circuito è riconoscere che una condizione comune, dipendere dal proprio lavoro e dal proprio territorio per vivere, unisce figure che spesso non si riconoscono tra loro: il lavoro organizzato e quello frammentato, i braccianti migranti e le lavoratrici della cura, le generazioni del clima e i comitati territoriali, il femminismo e i saperi critici, il mondo della pace e del disarmo. Nessuno di questi soggetti, da solo, è abbastanza forte. Il sindacato senza i movimenti rischia di difendere l’esistente; i movimenti senza il lavoro organizzato rischiano di restare minoritari e intermittenti; i comitati senza una visione generale rischiano di chiudersi nella difesa del proprio pezzo di territorio. MANIFESTAZIONE A TARANTO CONTRO L’INQUINAMENTO DELL’ILVA La lezione del conflitto di Taranto, tra lavoro e salute, vale per tutti: quando lavoratori e ambientalisti vengono messi l’uno contro l’altro, vincono sempre i proprietari. Per anni a Taranto si è chiesto di scegliere tra il salario e i polmoni dei propri figli. È il ricatto più antico, e funziona finché chi lo subisce resta diviso. Per questo il 16 e il 17 ottobre devono parlarsi. Le studentesse e gli studenti dei Fridays for Future non sono un’avanguardia da applaudire e poi lasciare sola; sono una parte essenziale dello stesso blocco sociale che sfila sulla Via Maestra. E i lavoratori non sono un ostacolo alla transizione, ma la sua condizione: senza chi costruisce pannelli, reti, treni e case efficienti, la riconversione resta uno slogan. L’alleanza non è un’aggiunta tattica. È la condizione stessa per vincere. DALLA PIAZZA AL PROGETTO Una manifestazione mostra una forza; solo un’organizzazione la rende durevole. I Fridays for Future lo sanno bene: dopo le grandi ondate di mobilitazione, il rischio è sempre che l’energia si disperda. Dopo il 16 e il 17 ottobre serve un metodo che trasformi la convergenza di due giorni in un’alleanza stabile, plurale e radicata. Dotiamoci di strumenti concreti: 1. Le Case della Via Maestra in ogni città: luoghi aperti, Camere del lavoro, circoli, spazi sociali, biblioteche, dove sindacato, associazioni, comitati e movimenti si incontrano stabilmente. Anche i collettivi studenteschi e i gruppi locali dei Fridays possono trovarvi casa. 2. Le inchieste sociali di quartiere, per ascoltare prima di scrivere programmi: salari, affitti, bollette, servizi, calore, inquinamento. 3. Le vertenze di riconversione, perché ogni crisi industriale o bonifica diventi un tavolo comune tra lavoratori, residenti, ambientalisti ed enti locali, senza mai scegliere tra lavoro e salute. 4. Il mutualismo conflittuale: sportelli per casa, bollette e lavoro, gruppi d’acquisto solidali, comunità energetiche popolari, doposcuola e ambulatori sociali. 5. Gli strumenti di democrazia diretta: leggi di iniziativa popolare, referendum, petizioni, bilanci partecipativi. 6. Una Carta comune sottoposta a tutte le forze politiche, con misure verificabili e tempi certi. Tre regole tengono insieme questo metodo. Autonomia: l’alleanza sociale non è il serbatoio di nessun partito. Pluralità: si decide per consenso sulle priorità comuni, lasciando a ciascuno la propria identità e i Fridays il proprio linguaggio, la propria creatività, la propria radicalità. Continuità: un calendario di mobilitazioni e di appuntamenti territoriali, perché il cambiamento è un processo, non un evento. Il 16 e il 17 ottobre possono essere le prime due date di quel calendario. UN’ALTRA SICUREZZA Mentre si tagliano salari, sanità, scuola e servizi per investire decine di miliardi nel riarmo, con l’obiettivo di portare la spesa militare verso il 5% del Pil; mentre si evoca il nucleare, già bocciato due volte dai cittadini con i referendum; mentre l’autonomia differenziata rischia di spaccare l’Italia in cittadinanze di serie diverse e i decreti sicurezza restringono lo spazio del dissenso, le piazze del 16 e del 17 ottobre chiedono un’altra sicurezza. Sul nucleare vale ancora la risposta di Massimo Scalia: «Fanfaluche quelle del ministro sul basso costo. Sicurezza? Bisognerebbe ripensare la fisica del reattore». La sicurezza vera è un lavoro stabile, una casa accessibile, un ospedale vicino, un territorio messo in sicurezza, un clima vivibile. È la sicurezza di chi non deve emigrare per costruirsi un futuro. È la sicurezza di chi non muore sul lavoro perché la sicurezza è considerata un costo. È la sicurezza di chi respira aria pulita in un quartiere senza alberi, e di chi non vede la propria città finire sott’acqua a ogni autunno. Ogni euro speso in armi è un euro tolto a questa sicurezza. E la guerra è anche il primo fattore di devastazione ambientale, con emissioni che nessun inventario conteggia: pace ed ecologia sono la stessa battaglia. È qui che le ragioni dei Fridays e quelle della Via Maestra coincidono senza residui. La pace non è assenza di guerra, ma costruzione di condizioni di vita dignitose per tutti. E la ricchezza di un Paese non si misura con il Pil, ma con la salute delle persone e dei luoghi. Questo orizzonte ha già un testo: la Costituzione, che ripudia la guerra e, dopo la riforma dell’articolo 9, tutela l’ambiente e la biodiversità «anche nell’interesse delle future generazioni». Le future generazioni, il 16 ottobre, saranno in piazza a ricordarcelo. Il 17 il corteo partirà da Piazza della Repubblica per arrivare a Piazza del Popolo: dalla Repubblica al popolo, e ritorno. Il giorno dopo comincia il lavoro più lungo: portare quelle due piazze in ogni quartiere, in ogni luogo di lavoro, in ogni scuola. Nessuno deve più sentirsi lasciato solo. Insieme, sulla Via Maestra. Aurelio Angelini
October 14, 2026
Pressenza
Sciopero globale per il clima. Dove stanno andando il pianeta e l’umanità?
È dal post-Covid che continuo a prendermi l’appellativo di “catastrofista”, anche da car3 amicizie e compagn3, poiché sostengo che la crisi climatica — ormai arrivata al famoso “punto di non ritorno” — ci porterà a vivere conseguenze inimmaginabili, se non distopiche, in tutto il pianeta, per tutta l’umanità e le altre specie viventi. Un punto di non ritorno, le cui conseguenze abbiamo cominciato a verificare nei caldissimi mesi dell’estate di quest’anno, come previsto dagli scienziati climatici, con fenomeni naturali sconvolgenti destinati ad aggravarsi sempre di più su ogni piano: sulla terra, dal cielo, dai mari e dagli oceani. Sono coinvolti ghiacciai e montagne, quel che resta delle foreste, un ecosistema già sconvolto anche dal grado ormai insopportabile di cementificazione globale, dal surriscaldamento del pianeta, dagli allevamenti intensivi, dal super sfruttamento della terra con le monocolture e dall’utilizzo massiccio di diserbanti velenosi, con conseguenze come siccità e carenza estrema di acqua potabile. Già nei prossimi anni, gli scienziati più attenti al livello di degrado della situazione prevedono anche migrazioni di massa di esseri umani — soprattutto verso l’Occidente — come mai si è visto nella storia, a causa dell’innalzamento delle temperature, che in alcune aree raggiungeranno anche i 50°C, rendendo impossibile lavorare e sopravvivere, in particolare nel Sud del mondo. Alla conferenza sul clima COP21 di Parigi, nel 2015 era stato stabilito che non si dovesse superare la soglia di +1,5°C della temperatura globale. Quella soglia è stata superata già da circa un anno e mezzo. Greta Thunberg, che personalmente definisco “il nostro angelo di salvezza piovuto dal cielo”, negli anni precedenti al Covid (2017-2020) non ha solo riportato l’attenzione sull’emergenza climatica, più volte emersa e poi dimenticata: con la forza e la determinazione di una ragazza, come mai era successo prima, è riuscita a provocare un movimento globale. Scioperando ogni venerdì davanti al Parlamento svedese, ha aggregato migliaia di giovani e contribuito alla nascita di Fridays For Future. Un movimento che ha organizzato una delle più grandi mobilitazioni giovanili della storia, attraverso i Global Strike organizzati ogni 6 mesi, portando con forza al centro dell’attenzione mondiale la questione climatica e rivendicando scelte immediate e concrete da parte dei governi, innanzitutto per una reale conversione ecologica, alternativa alle fonti fossili. Il 27 settembre 2019 si è svolto il Global Strike per il clima più partecipato di sempre: oltre 12 milioni di persone sono scese in piazza in tutto il mondo. A Milano la partecipazione è stata straordinaria: circa 200 mila persone al corteo del mattino e 30 mila alla sera. Una risposta così massiccia e combattiva era del tutto inaspettata. I potenti della Terra non avevano previsto una mobilitazione così ampia contro le conseguenze del saccheggio delle risorse e dell’aumento delle emissioni di CO₂. Da quel momento hanno iniziato a reagire, soprattutto attraverso insidiose campagne negazioniste, greenwashing e repressione, denigrazione diretta contro Greta Thumberg, per indebolire il movimento. Questa offensiva ha prodotto un progressivo e grave arretramento della mobilitazione, con conseguenze pesantissime di riduzione delle politiche ambientali e dirottamento di risorse verso il riarmo e i conflitti, oggi oltre 65 nel mondo, il più grave ed esemplare, non a caso, quello del genocidio palestinese a Gaza! La stessa pandemia ha rallentato questo movimento, aggravandone le conseguenze: oltre 700 milioni di casi e più di 7 milioni di morti a livello globale, e gravi conseguenze economiche e sociali. Dopo il Covid, anche le mobilitazioni si sono indebolite. Fridays For Future ha vissuto una crisi di partecipazione, fino al rischio di quasi scomparire. Il problema climatico, però, non solo resta centrale, ma si è aggravato, avvicinandosi ulteriormente al punto di non ritorno. Non va sottovalutato il legame tra crisi climatica e aumento dei conflitti: le guerre possono diventare strumenti per il controllo delle risorse e dei territori, in uno scenario in cui i poteri dominanti cercano di preservare il proprio potere anche attraverso dinamiche violente e diseguali. In questo contesto si inserisce anche la crescita globale delle destre autoritarie, spesso funzionali a gestire tensioni sociali con strumenti repressivi e a tutela degli interessi economici dominanti. I conflitti in corso — dal Medio Oriente all’Ucraina — mostrano come le dinamiche geopolitiche siano sempre più intrecciate con la competizione per risorse strategiche, territori e influenza globale. Quel che appare evidente è un mondo sempre più instabile, segnato da crisi sovrapposte: ambientali, economiche, sociali e politiche. Per questo, a mio parere, è indispensabile rilanciare esperienze come Fridays For Future, rafforzandole a livello locale e internazionale. È urgente costruire mobilitazioni di massa capaci di incidere, andando oltre le iniziative simboliche, per affermare una transizione ecologica reale e giusta. Serve un impegno collettivo che coinvolga giovani, lavoratori e cittadinanza, con l’obiettivo di superare le energie fossili e costruire un modello diverso di sviluppo. È fondamentale rilanciare convergenze tra movimenti e realtà sociali che, pur tra difficoltà, restano una delle poche possibilità concrete per contrastare la deriva attuale e costruire un futuro più giusto, solidale, egualitario e democratico. Per tutto questo, è importante che il 16 ottobre la partecipazione alle mobilitazioni e iniziative organizzate in tante realtà del Paese, come ad esempio quella del presidio di Milano in piazza della Scala dalle 17 in poi, faccia un nuovo e grande salto positivo, capace di preoccupare ed influire sulle scelte di “lor signori”, come i giovani francesi stanno facendo su altri piani, legati dalla necessità di ripresa della speranza di futuro per tutti, soprattutto per le nuove generazioni! Gino Perri – attivista di Fridays For Future di Milano Redazione Milano
October 13, 2026
Pressenza
16 ottobre, sciopero per il clima in tutta Italia
Il 16 ottobre nelle piazze di molte città d’Italia e di centinaia città nel mondo si tornerà a marciare per il clima e la tutela del pianeta, Fridays for Future ha convocato infatti un altro Strike for Climate. Lo sciopero per il clima, che tradizionalmente veniva convocato in questi mesi, quest’anno ha luogo dopo un’estate insopportabile appena trascorsa, e in vista di altri eventi climatici estremi che si potrebbero verificare nell’autunno appena iniziato. In Italia tanti gruppi locali di Fridays for Future hanno risposto alla chiamata e hanno organizzato presidi, cortei, manifestazioni. Nel documento di convocazione si legge «Scendiamo in piazza perché non ci rassegniamo. Non ci rassegniamo a un governo che ci invita ad abituarci al clima caraibico mentre annuncia di aumentare le estrazioni di gas e petrolio in Italia. Non ci rassegniamo ai titoli di giornale che raccontano che non c’è più niente da fare, perché abbiamo superato la soglia degli 1.5°C. Non ci rassegniamo all’ecoansia, che ci fa sentire il peso del mondo sulle spalle mentre le compagnie fossili accumulano extra-profitti a ogni crisi geopolitica. Siamo stati lasciati ad affrontare questa Emergenza da sol3. Manifestiamo perché non siamo sol3. Il caldo e gli eventi estremi di quest’estate hanno reso ancora più evidente la gravissima situazione in cui ci troviamo. I governi pensano a fare guerre e profitti con armi e petrolio mentre in Europa si stimano più di 30mila morti dovute al caldo estivo». > A Roma, per la prima volta, si è deciso che il corteo non sarà mattutino e > studentesco ma pomeridiano, cercando pertanto di intercettare segmenti diversi > di popolazione e non solo la componente giovanile. Lo sciopero è stato > organizzato attraverso assemblee aperte a cui hanno partecipato varie realtà, > organizzazioni e collettivi, da quelli studenteschi ai presidi di tutela del > territorio, degli spazi pubblici e del verde. Il corteo romano partirà alle 17.00 da Piramide e nei contenuti intreccerà insieme istanze ecologiste e istanze sociali criticando in modo diretto tanto l’amministrazione comunale quanto il governo. Il percorso della manifestazione infatti percorrerà un tratto antistante i Mercati Generali di Ostiense, area che il Comune vuole cementificare e trasformare in studentato di lusso grazie all’intervento del fondo immobiliare Hines, cui partecipano cospicui capitali assicurativi israeliani. Il corteo, nonostante un primo parere negativo della questura, ha intenzione di dirigersi davanti al Ministero per l’Ambiente e la Sicurezza Energetica, simbolo della totale avversità di questo governo per qualunque politica ecologista visto quanto ogni scelta di questi quattro anni sia stata a favore delle fonti fossili e della loro lobby. In altre città come Torino e Bologna l’appuntamento è rimasto nelle ore mattutine, mentre altre ancora puntano su una doppia presenza, nella mattina e poi nel pomeriggio come a Pisa. Climate Strike del settembre 2022 Se la giornata di venerdì permetterà di dare il polso della capacità di mobilitazione lungo la penisola, nei giorni successivi sono state organizzate due assemblee nazionali – con caratteristiche leggermente diverse e complementari – per riannodare i fili del movimento ecologista. A Grassina, alle porte di Firenze, il 17 ottobre è stata convocata un’assemblea dal titolo “Questo Clima non è vita” promossa da Convergenza Ecosociale, la rete – nata sullo stimolo della vertenza per la GKN di Firenze – da due anni costruisce connessioni tra emergenza climatica e questioni sociali. Nell’appello per la partecipazione si legge «Perché la crisi eco-climatica non può essere l’ennesima vertenza in aggiunta al calendario autunnale del movimento. La giustizia climatica è condizione necessaria per sopravvivere, organizzarci, lottare. Dobbiamo mettere in condivisione saperi, esperienze, riflessioni e pratiche accumulati negli anni». L’assemblea infatti si propone di rafforzare reti e di porre la questione climatica al servizio delle altre lotte e come collante di altre battaglie in una visione ecosistemica di giustizia sociale. Si vuole pertanto uscire dallo schema classico dell’assemblea che lancia una data di mobilitazione nazionale, ma costruire invece uno spazio di convergenza in cui la questione climatica possa essere un filo rosso. Per queste ragioni il gruppo di preparazione ha scritto delle domande guida rivolte a chi parteciperà, per avere una traccia comune di discussione. A Roma invece il 24 ottobre la rete Fuori dal Fossile ha proposto una assemblea nazionale che vede al centro le lotte dei comitati ambientali di tutta la penisola che si oppongono ad ecocidi e devastazione del loro territorio, la lotta contro l’ipotesi di ritorno al nucleare e contro la proliferazione territoriale dei data centre. Nel documento di preparazione viene più volte indicata la connessione tra la lotta per difendere il pianeta e quella per difendersi dal sistema di militarizzazione e riarmo in corso: «La dipendenza mondiale dalle fonti fossili e il loro stretto legame con il sistema militare è il perno per garantirsi possesso, utilizzo e controllo dei flussi e soggiogare i popoli instaurando così uno stato di guerra permanente insieme al progressivo peggioramento della catastrofe ecologica. Le guerre fossili distruggono la vita delle persone, le economie delle comunità, la biodiversità, la speranza di contenere il riscaldamento globale, la disponibilità di aria respirabile e di acqua potabile». Viviamo in un momento particolarmente drammatico e paradossale, la consapevolezza della crisi climatica è ormai largamente diffusa, eppure l’attivazione sembra procedere a rilento o quanto meno non corre al passo di eventi drammatici quali quelli a cui assistiamo. Inoltre nel dibattito politico ufficiale il tema è praticamente assente, complice non solo un governo fieramente alleato del fossile ma pure un ruolo debolissimo dell’opposizione parlamentare. La chiave di volta per ritornare alle maree del 2018 e del 2019 non ce l’ha nessuno in tasca, tuttavia è importante provare ad attivare spazi di attivazione e di convergenza tra istanze che non possono più correre in autonomia, pena l’irrilevanza e la condanna al minoritarismo. Non ce lo possiamo più permettere. La copertina è di Lisa Capasso, Climate Strike, Roma Settembre 2022 Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580. L'articolo 16 ottobre, sciopero per il clima in tutta Italia proviene da DINAMOpress.
October 12, 2026
DINAMOpress
Il discorso dimenticato di Mia Amor Mottley all’81esima Sessione dell’Assemblea Generale ONU
Mia Amor Mottley è una politica barbadiana, attuale premier di Barbados da maggio 2018 e leader del Partito Laburista di Barbados (BLP), è stata la prima donna a ricoprire l’incarico di Primo ministro del Paese. Mottley è stata membro del Parlamento per il collegio di Saint Michael Nord Est dal 1994. Dal 1994 al 2008, ha ricoperto varie posizioni all’interno del Governo di Barbados tra cui quella di attorney general (ministro della giustizia) divenendo la prima donna a ricoprire tale carica. Per ben due volte Leader dell’Opposizione nel Parlamento di Barbados dal 2008 al 2010 e dal 2013 al 2018, nel 2018 il BLP da lei guidato ha ottenuto una schiacciante vittoria elettorale alle elezioni generali del 24 maggio, conquistando tutti e 30 i seggi della Camera bassa (House of Assembly): impresa mai riuscita a nessun partito nella storia di Barbados; oltre ad ottenere il 72,8% dei voti, percentuale più alta mai ottenuta da un partito alle elezioni generali del Paese. Nel 2021 ha partecipato al vertice dei leader della COP26, in rappresentanza dei paesi che rischiano di rimanere sommersi dall’innalzamento dei mari, dichiarando che un innalzamento delle temperature di 2 gradi sarebbe una «condanna a morte» e che servono 500 miliardi di dollari di diritti speciali di prelievo all’anno per 20 anni, «se 500 miliardi vi sembrano tanti è solo il 2% di quanto speso per il quantitative easing». Nel maggio 2022 Mottley è stata descritta sulla copertina della rivista Time, la prima barbadiana ad esserlo, tra le 100 persone più influenti del 2022 per la sua esplicita difesa dell’affrontare il cambiamento climatico. Nel luglio 2022 un gruppo di esperti guidato dalla presidente Mottley e da Avinash Persaud, inviato speciale del primo ministro di Barbados per gli investimenti e i servizi finanziari, ha elaborato l’Iniziativa di Bridgetown (dal nome della capitale di Barbados) per la riforma dell’architettura finanziaria globale. La Mottley stessa ha presentato l’Agenda di Bridgetown il 22 settembre 2022, nel corso della 77ª sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, e il 7 novembre 2022 al vertice dei leader della COP27. Nel 2020, ha manifestato l’intenzione di portare il Paese alla piena sovranità, distaccandosi da ogni legame con il Regno Unito e divenendo una repubblica, con un capo di Stato eletto tra i propri cittadini. La riforma costituzionale è entrata in vigore il 30 novembre del 2021 ed ora Mottley è la prima ministra della storia della Repubblica di Barbados. E’ proprio lei ad aver tenuto il 24 settembre 2026 un discorso di forte impatto – caduto ben presto nel dimenticatoio mediatico – durante il dibattito generale dell’81ª sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York: un monito per la pace, lo sviluppo alternativo, per la giustizia climatica, per l’eliminazione della povertà, per il multilateralismo e la risoluzione pacifica dei conflitti. Di seguito ne riportiamo la trascrizione e la traduzione: Signor Presidente, Eccellenze, amici miei, ci riuniamo in un momento in cui si moltiplicano gli ostacoli al progresso umano: ostacoli alla pace, all’accesso a cibo e acqua pulita, alla finanza, alla medicina e all’istruzione, alla libertà di movimento e alle opportunità. Ostacoli alla tecnologia, alle conoscenze e alle infrastrutture necessarie per utilizzarla e, sempre più spesso, ostacoli tra nazioni, tra comunità e tra persone che non concordano più sugli stessi fatti né ripongono fiducia nelle stesse istituzioni. La guerra continua a distruggere vite e comunità, nonostante la comunità internazionale disponga di strumenti più numerosi che mai per prevenire i conflitti e favorire il dialogo. La crisi climatica sta accelerando. Eppure, le evidenze scientifiche sono sufficientemente chiare da permetterci di agire e molte soluzioni sono già note. Nonostante una ricchezza globale senza precedenti, milioni di persone continuano a non avere un accesso sicuro a cibo, acqua, assistenza sanitaria o un alloggio. Queste sfide, amici miei, sono all’origine delle crisi di cui parliamo costantemente e, al contempo, ne stanno emergendo di nuove. L’intelligenza artificiale sta aprendo possibilità straordinarie nei campi della salute, dell’istruzione, della scienza e della produttività, creando però anche nuovi rischi di esclusione, sfruttamento, sorveglianza e distorsione della verità. Eppure, la cooperazione necessaria per affrontare queste sfide è sotto pressione. Ecco perché ritengo che il tema di quest’anno sia così pertinente. Ripristinare la fiducia. Gestire la trasformazione. Una nazione unita che opera per il bene di tutti. Questo tema ci ricorda che disponiamo di istituzioni create per preservare la pace, promuovere lo sviluppo e, naturalmente, tutelare la dignità umana. Queste istituzioni sono proprio le Nazioni Unite. Condividiamo principi fondati sull’uguaglianza sovrana e sul riconoscimento che le nostre responsabilità vanno oltre i confini nazionali. La realtà è che comprendiamo — purtroppo, aggiungerei — l’importanza di investire nella prevenzione anziché attendere di dover finanziare la ricostruzione. Comprendiamo a sufficienza la crisi climatica da sapere che dobbiamo ridurre le emissioni che stanno riscaldando il pianeta e adottare le misure necessarie affinché le nostre popolazioni possano adattarsi. Allo stesso modo, comprendiamo ormai abbastanza il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale da sapere che, pur accogliendone le potenzialità, dobbiamo ancorarne l’evoluzione a un quadro universale e umanizzante, che non metta a repentaglio la nostra esistenza come esseri umani. Il fallimento nell’affrontare queste sfide, dunque, amici miei, non è semplicemente una questione di conoscenze o di capacità. È un fallimento ricorrente nel trasformare ciò che sappiamo in ciò che facciamo. Nel tradurre i principi in pratica e la capacità globale in solidarietà. Così, alla base delle nostre molteplici crisi, ve n’è un’altra ancora. E sì, si tratta di una crisi di responsabilità. Signor Presidente, tale responsabilità ha inizio proprio qui, in queste sale. La trasformazione che auspichiamo per un mondo migliore avverrà solo quando impareremo a fidarci gli uni degli altri. E quando accetteremo la responsabilità che abbiamo gli uni verso gli altri. Noi, dai Caraibi, sappiamo bene cosa significhi la necessità di convivere. Non avevamo altra scelta. Il romanziere e saggista barbadiano George Lamming ha descritto un tempo i Caraibi come forse il primo esperimento globale della storia umana, capace di riunire – e cito – ogni ramo della famiglia umana, dalle popolazioni indigene delle Americhe alle diverse genti provenienti da Africa, Europa e Asia. È come se noi, attraverso questa storia tortuosa e condivisa di migrazioni, conquiste, schiavitù e il difficile lavoro di costruzione di un destino nazionale e regionale comune, offrissimo al mondo un esempio da seguire. Contro ogni previsione, i Caraibi hanno dato vita a quella che Lamming ha definito una nuova forma di famiglia globale. La nostra storia ci ha insegnato che la diversità non deve necessariamente tradursi in divisione. Che la convivenza richiede dialogo e negoziazione, e che chi non ha il potere di imporre deve imparare il potere della persuasione. Non si tratta di lezioni valide solo per i Caraibi. Sono universali. E lo sono davvero. Con questo spirito, desidero ringraziare Sua Eccellenza Annalena Baerbock per la sua guida dell’80ª sessione dell’Assemblea Generale e per aver contribuito a far avanzare il lavoro degli Stati membri sulla riforma dell’ONU. E a Lei, Signor Presidente. Barbados porge le sue più calorose. Congratulazioni. Attendiamo con interesse la Sua guida di questa Assemblea, mentre ci adoperiamo per ripristinare la fiducia e, concretamente, per trasformare le proposte di riforma in realtà attuative. Tuttavia, la riforma non può essere selettiva. Non possiamo procedere rapidamente alla riorganizzazione di uffici e gerarchie lasciando irrisolte le questioni più cruciali relative al potere e alla rappresentanza. Trasformazione e sviluppo. Le operazioni di mantenimento della pace e gli aiuti umanitari non possono avere successo se gli Stati membri non sono disposti a finanziarli. Sia chiaro: nessun organigramma può superare il rifiuto degli Stati di rispettare decisioni che ritengono scomode. Non possiamo continuare a chiedere alle organizzazioni internazionali di fare di più, senza fornire loro le risorse necessarie per adempiere ai mandati che noi stessi abbiamo concordato. E se gli Stati membri credono nelle istituzioni che hanno creato, allora devono anche essere pronti a sostenerle. Barbados ha sempre assolto a questa responsabilità e assicuro a questa Assemblea che continueremo a farlo. Il nostro impegno verso il multilateralismo e verso un ordine internazionale basato su regole deve essere misurato non solo da ciò che chiediamo a queste istituzioni, ma dalla nostra volontà di sostenerle. Dunque sì, miglioriamo i meccanismi, ma riformiamo anche l’esercizio del potere. Il Consiglio di Sicurezza conta ancora 15 membri, cinque dei quali permanenti. E dotati del potere di veto. L’Africa, con i suoi 54 Stati, non ha alcun seggio permanente. E avete sentito un oratore dopo l’altro salire su questo podio per affermare che la situazione deve cambiare. Anche i piccoli Stati insulari in via di sviluppo affrontano minacce che rientrano pienamente nel mandato del Consiglio: dal clima alla sicurezza, dai flussi illeciti di armi alla criminalità organizzata e agli spostamenti forzati di popolazioni. Eppure, pur rappresentando un quarto degli Stati del mondo, non abbiamo alcuna garanzia di rappresentanza all’interno del Consiglio. Questo, amici miei, deve cambiare. Il mondo che conosciamo è già cambiato. Il Consiglio non è cambiato di pari passo. Ma la riforma non riguarda solo chi siede al tavolo, bensì il modo in cui viene esercitato il potere. Barbados si unisce quindi ad altri 123 Stati membri nel sostenere l’iniziativa franco-messicana sull’uso del veto nei casi di atrocità di massa. Il principio alla base è fondamentale: laddove le popolazioni si trovino ad affrontare genocidi, crimini contro l’umanità o crimini di guerra su larga scala, il veto non deve paralizzare il Consiglio di Sicurezza proprio quando un’azione è più urgente. È per questo che si sta perdendo fiducia nelle Nazioni Unite e nel loro Consiglio. Signor Presidente, ciò non è giusto nei confronti della maggioranza degli Stati membri che ancora credono nella promessa di questo organismo, proprio mentre chiediamo maggiore equità attraverso la riforma del Consiglio di Sicurezza. Dobbiamo riformare parimenti il Segretariato, per sostenere meglio le operazioni di mantenimento della pace e la risoluzione dei conflitti. Ci è stato detto che oggi vi sono più conflitti rispetto a qualsiasi altro momento dalla fondazione delle Nazioni Unite e che, purtroppo, essi interessano quasi ogni angolo del pianeta. L’Istituto per la Pace di Oslo ha riferito che, nel corso dell’ultimo anno, 245.000 persone sono morte a causa dei combattimenti. Una cifra che equivale quasi all’intera popolazione di Barbados. Mi è stato riferito che ciò rende l’anno trascorso il terzo più violento dell’era post-Guerra Fredda. Amici miei, la portata della tragedia umana è in costante aumento, che si tratti di Gaza, della Cisgiordania, del Libano, dello Yemen, del Sudan, dell’Ucraina o di altre aree. Si temeva che i conflitti in Medio Oriente potessero estendersi ulteriormente; e i conflitti proseguono. Purtroppo, tali timori si sono concretizzati, con ripercussioni a livello globale. Ciononostante… Di fatto, i conflitti si stanno rivelando sempre più prolungati e frammentati. Se a questo si aggiungono la fame, un debito insostenibile e il riscaldamento globale, la situazione diventa un vero e proprio inferno per i cittadini di quei paesi; l’aumento dei costi dell’energia e dei trasporti, così come dei tassi di interesse, ha alimentato l’inflazione. Ciò significa che nessuno, nemmeno dall’altra parte del mondo, può sfuggire alle difficoltà nel soddisfare i bisogni quotidiani. La verità è che, finché non si giungerà a una soluzione a due Stati che rispetti i diritti e i territori sia di israeliani che di palestinesi, continueremo a vivere in una condizione di estrema precarietà. E vi chiederete giustamente: come siamo arrivati a questo punto? Dobbiamo affrontare ciascuno di questi conflitti con estrema determinazione e massima attenzione. È quanto richiede la legittimità. Consentiamo inoltre all’ONU di dispiegare, in modo deliberato e sistematico, agili squadre di mediazione guidate da leader politici, in carica o ex leader. Squadre che agiscano per conto del Segretario Generale, godendo della sua fiducia e autorità, nonché del rispetto degli Stati membri. Questo, amici miei, contribuirà a sollevare l’enorme peso necessario per porre fine a questi molteplici conflitti e portare pace e dignità alle popolazioni colpite. Sappiamo che l’unione delle forze rende più lieve ogni compito, e non possiamo ignorarlo. Questi conflitti richiedono il supporto di una forza di osservazione più rapida e tecnologicamente avanzata, capace di un dispiegamento tempestivo per monitorare e sostenere cessate il fuoco e accordi di pace, e dotata delle risorse necessarie. A queste forze di mantenimento della pace devono essere conferiti mandati realistici, garantiti finanziamenti certi e assicurata una reale collaborazione. Amici miei, lavoriamo insieme alle parti coinvolte in questi conflitti per costruire un dialogo e offrire opportunità di investimento e lavoro alle popolazioni colpite, affinché anch’esse possano vivere dignitosamente. Quanto al più ampio ordine giuridico internazionale, sappiamo che i paesi, indipendentemente dalle loro dimensioni o capacità, dipendono da un sistema in cui le regole vengono stabilite collettivamente e applicate in modo coerente ed equo; tuttavia, se non agiamo tempestivamente, andremo incontro a gravi problemi. Ecco perché sosteniamo che l’ONU debba ricevere le risorse e la determinazione necessarie per agire prima che parlino le armi, e non dopo che abbiano iniziato a sparare. Amici miei, senza un ordine equo basato su regole condivise, gli stati più piccoli come il mio finirebbero semplicemente per scomparire da questo mondo. È per questo che Barbados è co-promotrice del P4M, un gruppo impegnato a rafforzare il multilateralismo e a contrastare coloro che ne attendono il funerale. Signor Presidente, desidero esprimere il mio profondo apprezzamento al Segretario Generale, mio fratello António Guterres. La sua voce è stata costante, ferma e assolutamente corretta su tutte le questioni critiche che l’umanità deve affrontare; un ringraziamento va anche alla sua vice, Amina Mohammed. Li ringraziamo inoltre per aver intrapreso questo cammino senza mai allontanarsi dai principi e dai valori fondamentali della Carta. Mentre le Nazioni Unite si accingono all’importante compito di scegliere il prossimo Segretario Generale, Barbados si unisce agli altri Stati membri della Comunità Caraibica nel dichiarare il proprio pieno sostegno alla candidatura dell’Ambasciatrice Carolyn Rodriguez-Burkett, della Guyana. In un momento in cui la comunità internazionale è chiamata a rinnovare la propria fiducia nel multilateralismo, riteniamo che l’Ambasciatrice Rodriguez-Burkett possieda l’esperienza, le competenze e la sensibilità necessarie per servire l’intera compagine di questa organizzazione. Credo, Signor Presidente, che anche altri condividano questa opinione. Vorrei ora passare al tema dell’intelligenza artificiale, una delle nostre nuove sfide. L’intelligenza artificiale sta già trasformando il modo in cui lavoriamo, apprendiamo e governiamo, ed è evidente che il suo potenziale è straordinario. Abbiamo constatato la sua grande capacità di individuare precocemente le malattie, prevedere disastri, migliorare l’agricoltura ed espandere l’accesso all’istruzione e ai servizi pubblici. Eppure, questi stessi sistemi straordinari possono altrettanto rapidamente riprodurre discriminazioni, ampliare la sorveglianza e diffondere falsità più velocemente di quanto le istituzioni riescano a reagire. Non dobbiamo permettere che una nuova era tecnologica riproduca le gerarchie di accesso e di potere esistenti. È per questo che Barbados è così onorata di ospitare la seconda riunione in presenza del Panel Scientifico Internazionale Indipendente sull’Intelligenza Artificiale, che si terrà nel mese di novembre di quest’anno. Riconosciamo che la riunione di ieri del Consiglio di Sicurezza può e deve imprimere un’accelerazione al modo in cui noi, come comunità globale, affrontiamo questa questione. In questa crescente era dell’IA, la governance non può essere lasciata a pratiche aziendali volontarie o a un ristretto numero di Stati tecnologicamente avanzati. Abbiamo bisogno di regole concordate a livello globale che tutelino la dignità umana, preservino un controllo umano significativo e garantiscano che i benefici dell’IA siano condivisi in modo ampio ed equo. Sottolineo che una tecnologia destinata a incidere su ogni Stato deve essere governata da regole che ogni stato abbia avuto l’opportunità di contribuire a definire. Signor Presidente, esattamente 65 anni fa, il grande intellettuale e psichiatra caraibico, francese e africano Frantz Fanon pubblicò quella che è ormai diventata un’opera classica: “I dannati della terra”. E, tra le molteplici osservazioni e analisi contenute in quel libro straordinariamente lucido e lungimirante, egli affermò quanto segue. Ciò che conta oggi — la questione che ostruisce l’orizzonte — è la necessità di una ridistribuzione della ricchezza. L’umanità dovrà affrontare questa questione, per quanto devastanti possano esserne le conseguenze. Amici miei, ciò era vero nel 1961 e, purtroppo, rimane evidente ancora oggi. Ecco perché le Barbados sostengono pienamente l’istituzione del proposto Panel internazionale sulla disuguaglianza. La crescente disuguaglianza è al centro dei dibattiti geopolitici, delle tensioni, della sfiducia nelle istituzioni e, di fatto, del crescente numero di conflitti a cui assistiamo. È per questo motivo che respingiamo l’idea secondo cui i governi dovrebbero astenersi da interventi politici essenziali per garantire condizioni eque e paritarie ai comuni cittadini. Sappiamo che sono state le scelte politiche dei governi a generare questa ingiustizia, e sono sempre le scelte politiche dei governi a doverla ora eliminare. Per noi, questa battaglia è importante quanto quella contro la crisi climatica. Signor Presidente, questo mi porta proprio a tale crisi. Il Ministro Murat Kurum, in rappresentanza della futura presidenza della COP31, ha esposto chiaramente la sfida: il tempo della semplice definizione degli obiettivi è ormai alle spalle. Chiunque abbia vissuto l’estate appena trascorsa in Europa e altrove sa che è stata la più calda mai registrata, e il fenomeno del “super El Niño” non ha ancora nemmeno colpito. L’agenda d’azione proposta pone la riduzione del metano al centro dell’attuazione delle politiche climatiche, e accogliamo con favore questa attenzione. È vero che l’anidride carbonica deve rimanere centrale nella transizione energetica globale, ma le emissioni non stanno diminuendo abbastanza rapidamente e ci vorrà tempo prima che i benefici dell’azione si manifestino appieno. Pertanto, Presidente, sotto la presidenza di Barbados del CVF (Climate Vulnerable Forum) e del gruppo dei paesi G20, 74 nazioni si sono riunite e hanno lanciato un appello per “tirare il freno d’emergenza” sul metano durante il Dialogo Ministeriale del G20 nell’aprile di quest’anno. I ministri delle finanze hanno concordato che la riduzione del metano deve essere considerata non solo una priorità ambientale, ma anche un’opportunità economica, fiscale e di salute pubblica. Ora dobbiamo passare all’azione concreta per il clima. I paesi vulnerabili devono mobilitare circa 490 miliardi di dollari all’anno entro il 2030, eppure gli attuali flussi di finanziamento si aggirano sui 90 miliardi. Come direbbero i giovani di Barbados: i conti semplicemente non tornano. Dobbiamo inoltre correggere l’iniquità dei costi di indebitamento che questi paesi devono affrontare. Tali costi sono superiori di quasi 1,2 punti percentuali per i paesi vulnerabili al clima rispetto alle economie avanzate. Questa cifra può sembrare modesta, ma in realtà genera un esborso aggiuntivo stimato in 62 miliardi di dollari l’anno in pagamenti di interessi in eccesso. Non può essere giusto. Credetemi quando dico che il cambiamento è possibile. Come abbiamo visto chiaramente con le misure della “Bridgetown Initiative” – in meno di un anno – Barbados, in qualità di presidenza del CVF (Climate Vulnerable Forum), ha collaborato con i paesi del G20 e con il Fondo OPEC per lo sviluppo internazionale per ideare e lanciare il “Vulnerability to Viability Compact”. Questa iniziativa poggia su quattro pilastri e coinvolge circa 74 paesi e 16 istituzioni finanziarie per lo sviluppo a livello globale, con l’obiettivo di ampliare l’accesso a capitali a lungo termine e a costi sostenibili per progetti nei settori dell’istruzione, della sanità e delle infrastrutture idriche. Il CVF ha inoltre riunito i governatori delle banche centrali per istituire il “Lifeline Fund”, che diventerà operativo a breve. Tale fondo mira a fornire liquidità immediata quando gli shock climatici generano pressioni sulla bilancia dei pagamenti dei paesi. Dunque, ci stiamo attivando per aiutarci da soli. Abbiamo agito con determinazione, consapevoli che non è possibile costruire ospedali, scuole e infrastrutture idriche ricorrendo a finanziamenti con scadenze a dieci o quindici anni. Tali soluzioni, infatti, spiazzano investimenti fondamentali per la nostra popolazione e ci lasciano impreparati ad affrontare le emergenze. Ecco perché questa importante iniziativa rappresenta un reale passo avanti. Tuttavia, meccanismi come questo non possono, da soli, risolvere le carenze strutturali dell’architettura finanziaria internazionale. Ribadisco che, da quasi cinque anni, l’Iniziativa di Bridgetown sostiene con costanza che la resilienza climatica, la sostenibilità del debito e l’accesso a finanziamenti a costi sostenibili non possono essere trattati separatamente. Per molti paesi vulnerabili, il problema non è semplicemente la disponibilità di capitali, ma la possibilità di disporre dello spazio fiscale necessario per contrarre prestiti e investire a condizioni ragionevoli. Signor Presidente, volgendo lo sguardo alla mia regione, i Caraibi, vorrei mettere in luce una serie di crisi che continuano a minacciare la nostra pace, la nostra stabilità e il nostro sviluppo. Vorrei premettere che, quando parlo dell’importanza della collaborazione per affrontare le sfide – il principio secondo cui “molte mani rendono il lavoro più leggero” – mi riferisco, in particolare alla risoluzione dei conflitti, a un ambito in cui i leader politici dei Caraibi possono svolgere un ruolo fondamentale nella propria regione. Innanzitutto Haiti: la crisi della sicurezza continua a frenare il rinnovamento politico e la ripresa economica; è vero che i preparativi per il ritorno a un governo costituzionale stanno procedendo, seppur tra enormi difficoltà. Tuttavia, tali sforzi non potranno avere successo senza un miglioramento della sicurezza, in particolare nelle aree della capitale e dei suoi dintorni, dove risiede oltre la metà dell’elettorato haitiano. Barbados sostiene pertanto il pieno dispiegamento – promesso ormai da tempo – e il rinnovo del mandato della forza incaricata di contrastare le bande criminali. Vorrei ricordare che l’attuale, accentuata situazione di insicurezza ha avuto inizio nel 2022, con le rivolte legate al prezzo del carburante scoppiate poco prima della riunione dell’Assemblea Generale di quell’anno. Non siamo riusciti a garantire quel livello di sicurezza necessario a ridurre al minimo la perdita di vite umane. Allo stesso tempo, è doveroso esprimere gratitudine agli Stati membri che hanno contribuito, in vari modi, ad aiutare Haiti a trovare la propria strada. Tra questi figura, naturalmente, il Gruppo di Personalità Eminenti della Comunità Caraibica, che negli ultimi anni ha contribuito a costruire il consenso e a mantenere vivo il dialogo con i principali partner internazionali. Inoltre, Signor Presidente, siamo profondamente preoccupati per l’aggravarsi delle difficoltà umanitarie che affliggono la popolazione di Cuba. Troppe persone stanno soffrendo. Troppe persone. Le restrizioni al commercio, alla finanza e all’accesso al carburante stanno aggravando le difficoltà non solo per i cittadini cubani, ma anche per tutti coloro che vi studiano e vi risiedono; Barbados si è sempre opposta all’uso dell’embargo e di altre misure coercitive unilaterali contro Cuba. E, come sempre, auspichiamo un impegno costruttivo, fondato sul dialogo, sull’uguaglianza sovrana e sul rispetto del diritto internazionale. Ecco perché siamo qui in qualità di singoli Stati. Desideriamo inoltre esprimere la nostra costante solidarietà al popolo del Venezuela che, purtroppo, si sta riprendendo dai devastanti doppi terremoti dello scorso giugno. L’orrore è stato sconvolgente. Barbados è stata orgogliosa di sostenere il Paese vicino nell’immediatezza dell’evento, inviando in Venezuela il proprio ospedale da campo e il relativo personale. Restiamo impegnati a sostenerli nel loro percorso di ripresa a lungo termine. Un Venezuela stabile, sovrano, pacifico e democratico è fondamentale per la sicurezza e la prosperità non solo dell’America Latina, ma dell’intera regione caraibica. A tal proposito, tuttavia, devo cogliere l’occasione per ribadire il fermo sostegno di Barbados alla Guyana – Paese fratello della CARICOM – nel suo tentativo di giungere a una risoluzione pacifica, tramite la Corte Internazionale di Giustizia, della lunga e irrisolta controversia territoriale con il Venezuela. Ciò risponde agli interessi del popolo della Guyana, del popolo del Venezuela e delle popolazioni dei Caraibi e dell’America Latina. I Caraibi, amici miei, devono rimanere una zona di pace. Non possiamo accettare che la nostra regione diventi un teatro di scontro o di uso unilaterale e ingiustificato della forza. Signor Presidente, questo mi porta a un’altra questione. Il 25 marzo di quest’anno, in questa Assemblea Generale è stata approvata una risoluzione storica. La stragrande maggioranza degli Stati ha riconosciuto una verità che noi caraibici conoscevamo da tempo: la tratta di africani ridotti in schiavitù e la loro riduzione in schiavitù come beni mobili su base razziale costituiscono il più grave crimine contro l’umanità. E ne siamo consapevoli. Purtroppo, ne portiamo ancora le cicatrici. Ho ricordato che è stato il mio Paese, Barbados, ad adottare nel 1661 il primo codice al mondo sulla schiavitù intesa come possesso di esseri umani. Altri seguirono, purtroppo, l’esempio, incluso il famigerato Code Noir del 1685. Quel Code Noir è stato abrogato solo quest’anno; ecco perché le ferite sono ancora aperte. Noi, a Barbados, ci assumiamo la responsabilità morale di porre fine all’eredità della schiavitù e alle sue orribili conseguenze. Dobbiamo promuovere la guarigione attraverso la giustizia riparativa, poiché è la cosa giusta da fare. Di conseguenza, nel luglio di quest’anno, i capi di governo della CARICOM hanno approvato il piano rivisto in dieci punti della CARICOM per la giustizia riparativa a favore dei Caraibi, dell’Africa e dei Paesi interessati. È necessario avviare un confronto sincero, e ringrazio il Presidente Mahama del Ghana per aver partecipato con tale determinazione. Non chiediamo riparazioni senza assumerci la responsabilità del nostro percorso di risanamento interno, che abbiamo intrapreso ormai da decenni. Voglio essere molto chiara su questo punto, Presidente dell’Assemblea. Signor Presidente… commetto lo stesso errore del Presidente Mohammed. Siamo parlamentari. Ci tengo a chiarire questo aspetto. Non vi sia alcun dubbio, Signor Presidente: la mentalità che ha instaurato, giustificato e sostenuto la schiavitù è la stessa che alimenta le iniquità presenti nelle strutture di potere di questa stessa istituzione e nell’architettura finanziaria internazionale. È la stessa mentalità. È la stessa mentalità che ha fatto sì che, per secoli, la rappresentazione cartografica globale dell’Africa ne riportasse dimensioni grossolanamente errate. Come se le reali dimensioni dell’Africa dovessero intimidire il resto del mondo, portandolo a riconoscerne la potenza. Signor Presidente, se vogliamo ripristinare la fiducia in queste Nazioni Unite, se vogliamo gestire la trasformazione – come recita il tema da Lei scelto – e se desideriamo un’ONU che operi realmente a beneficio di tutti, allora dobbiamo, innanzitutto, riconoscere a ogni essere umano pari valore e dignità. E non trovo riferimento migliore delle parole pronunciate da Sua Maestà Hailé Selassié proprio in questa Assemblea, il 4 ottobre 1963. E chi ne conosce le parole può ripeterle con me: “finché la filosofia che considera una razza superiore e un’altra inferiore non sarà definitivamente e universalmente screditata e abbandonata, ci sarà la guerra. Finché non esisteranno più cittadini di prima e di seconda classe in alcuna nazione, finché il colore della pelle di un uomo non avrà più importanza del colore dei suoi occhi… Ci sarà la guerra”. Ma, Signor Presidente, allo stesso modo… Non vi saranno né fiducia né trasformazione. Noi vogliamo la pace. E, per citare quella celebre canzone resa famosa da Dionne Warwick: “ciò di cui il mondo ha bisogno ora è amore. Dolce amore. È l’unica cosa… di cui c’è davvero troppo poco”. No, non solo per alcuni, ma per tutti: amore e un po’ di gentilezza. Signor Presidente, vorrei tornare all’inizio di una tappa fondamentale per il mio Paese e per le sue relazioni con il mondo. Il 9 dicembre di quest’anno ricorrerà il sessantesimo anniversario dell’ingresso di Barbados in questa organizzazione, avvenuto dopo aver conquistato l’indipendenza al termine di 340 anni di soggezione imperiale. In quel freddo 9 dicembre del 1966 — appena nove giorni dopo aver ottenuto l’indipendenza e proprio nel giorno della nostra ammissione alle Nazioni Unite — il nostro primo Primo Ministro, l’illustre Errol Barrow, enunciò un principio che, unito a quelli di questa organizzazione, è rimasto la nostra linea guida nei rapporti con il mondo: Barbados è amica di tutti e satellite di nessuno. Il Primo Ministro Barrow parlò, infatti, di un mondo segnato da profonde disuguaglianze di ricchezza e opportunità, una realtà che Fanon aveva già evidenziato appena cinque anni prima. Riprendendo le parole del Primo Ministro Barrow — il quale a sua volta citava la Bibbia ebraica — vorrei ricordare il suo monito: “i Paesi di recente indipendenza non potevano restare relegati a ruoli di manovalanza e servitù, mentre la ricchezza mondiale fluiva altrove”. Egli riteneva che le Nazioni Unite dovessero porre l’eliminazione della povertà al centro della propria missione. Non stupitevi, dunque, se consideriamo nostro dovere combattere la crescente disuguaglianza globale. Molto di buono è stato realizzato dalle Nazioni Unite negli ultimi sessant’anni e oltre. In questo periodo, la nostra appartenenza alle Nazioni Unite è stata fondamentale affinché Barbados potesse esprimere la propria sovranità e partecipare, su un piano di parità, alla comunità internazionale. Queste aule ci hanno offerto una tribuna da cui parlare a nome nostro, difendere gli interessi del nostro popolo e di altri, e contribuire a plasmare le decisioni che ci riguardano tutti. Signor Presidente, all’inizio di quest’anno, la nostra Poeta Laureata è salita su questo podio e ha ricordato a questa Assemblea – e cito le sue parole – che il nome stesso di “Nazioni Unite” implica l’impegno ad accendere la fiamma della coscienza, dell’empatia, dell’unità e dell’equità. Queste Nazioni Unite devono continuare ad alimentare quel fuoco per costruire un mondo trasformato e inclusivo. Nel lasciare questo podio, vi esorto a garantire insieme che le fiamme della speranza, della pace e della dignità ardano così intensamente da illuminare il mondo intero, nonostante tutte le avversità che ci troviamo ad affrontare. Vi ringrazio.”   https://gadebate.un.org/en/81/barbados https://easterncaribbean.un.org/en/323315-%E2%80%98turn-what-we-know-what-we-do%E2%80%99-barbados-prime-minister-mia-amor-mottley-urges-world-leaders Redazione Italia
October 10, 2026
Pressenza
L’estate sta finendo
LA CRISI CLIMATICA NON È PIÙ UN RISCHIO DA PROIETTARE NEL FUTURO: È GIÀ ENTRATA NELLA NOSTRA ESPERIENZA QUOTIDIANA, MODIFICANDO ABITUDINI, TERRITORI, ECONOMIE E PERFINO IL MODO IN CUI PERCEPIAMO LE STAGIONI. EPPURE, MENTRE I SUOI EFFETTI DIVENTANO SEMPRE PIÙ EVIDENTI E COSTOSI, LA TRANSIZIONE ECOLOGICA CONTINUA A ESSERE RACCONTATA SOPRATTUTTO COME UN PROBLEMA DI RISORSE. FORSE, ALLORA, LA DOMANDA DA PORRE È UN’ALTRA: QUANTO CI COSTA DAVVERO NON CAMBIARE? Quando ero bambino sognavo l’arrivo dell’estate e me la godevo fino in fondo come un tempo finalmente dedicato a quell’insieme di attività libere dalla costrizione e basate solo sui desideri. L’estate di quest’anno ha letteralmente stravolto questi parametri e sappiamo che, secondo gli studiosi del clima, le prossime saranno persino peggio. In un mondo normale, il tema di una radicale transizione ecologica dovrebbe quindi essere l’oggetto primario del confronto politico, sociale e culturale. Non è così e, dopo quattro decenni di politiche liberiste, ancora tocca sentire che i costi di una trasformazione ecologica della società sono troppo onerosi e che il sistema delle imprese non potrebbe farsene carico. Ecco perché, pur essendo una battaglia per la vita (che altro?), occorre scendere sul terreno dell’economia per confutare la narrazione dominante. Proviamo a farlo con quattro riflessioni. La prima riguarda non tanto i futuri costi della transizione ecologica, ma quanto già oggi ci costa non fare nulla. Secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, tra il 1980 e il 2024 gli eventi climatici estremi sono costati al nostro Paese 145 miliardi di euro, più di metà dei quali solo nell’ultimo decennio, mentre se consideriamo solo l’ultimo triennio il costo diventa di 13 miliardi all’anno. Se ai costi diretti aggiungiamo anche i costi indiretti (perdita di produttività, costi sanitari etc.) la cifra sale in maniera esorbitante: l’anno in corso è già costato all’Europa 180 miliardi di euro (pari all’1% del Pil europeo, esattamente la stima di crescita prefissata, che quindi è già evaporata). La seconda riflessione non ha bisogno di grandi evidenze: come mai i soldi per la transizione ecologica non ci sono, mentre per il riarmo e la guerra non si bada a spese? Secondo i dati dell’ultimo rapporto dell’Agenzia Europea per la Difesa, la spesa militare aggregata degli Stati membri nel 2025 ha raggiunto i 418 miliardi di euro (45 miliardi per l’Italia), con un incremento del 22% rispetto all’anno precedente e con una proiezione al 2029 di 547 miliardi. La terza riflessione riguarda le imprese, dalle quali, secondo la narrazione dominante, ogni trasformazione dovrebbe passare e ogni cambiamento dovrebbe essere governato. Com’è noto da tempo, l’idea che, finanziando le imprese a pioggia, si produca a cascata benessere sociale, appartiene ormai alle favole. La relazione fra economia e finanza è ormai ribaltata e se una volta si poteva dire che la finanza fosse il mezzo e l’economia il fine, oggi è vero l’opposto. Basti vedere l’aumento del transito di risorse che dalle imprese, invece che in ricerca e innovazione tecnologica, finiscono direttamente in Borsa. Solo per fare un esempio, negli Usa la pratica del buyback (riacquisto delle proprie azioni per diminuirne il numero e farne salire il valore e i conseguenti utili) è arrivata alla spropositata cifra di 1400 miliardi di dollari (pari all’intero Pil dell’Italia). Da ultimo, ma non per importanza, resta il fardello della trappola del debito, un meccanismo tortuoso a cui nessuno sembra voler mettere mano. Sta di fatto che, nonostante da oltre trenta anni il bilancio del nostro Paese chiuda in avanzo primario (lo Stato spende meno di quanto ricava), la voragine degli interessi da pagare obbliga il nostro Paese a un perenne indebitamento, dentro un circolo vizioso di debito/austerità/interessi senza fine. Solo per dare l’idea, dal 2016 al 2025 abbiamo già pagato 714 miliardi solo per gli interessi sul debito, e si prevede che ne spenderemo altri 94 mld nel 2026, 101 mld nel 2027 e 107 mld nel 2028 (più del 4% del Pil). Come si vede, le risorse ci sono e si tratta solo di volontà politica. Fermare il riarmo, transizione ecologica, fine della trappola del debito per spendere in stato sociale. Serve altro a chi dice di voler cambiare il Paese? L'articolo L’estate sta finendo proviene da Comune-info.
October 5, 2026
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