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“Maranza” nelle nostre città: perché il barbaro è di nuovo utile
In Italia, oggi, il nemico pubblico indossa una tuta Nike Tech, ai piedi le TN, ha un modo di occupare il marciapiede che disturba. È giovane, maschio, figlio di qualcuno che è arrivato da qualche altra parte. E soprattutto, questo è il punto, è perfettamente funzionale. Funzionale a chi lo teme, funzionale a chi lo governa, funzionale ai giornali che ci costruiscono sopra le prime pagine. In Italia, oggi, il nemico pubblico ha un nome: maranza. Il “maranza” non è un’emergenza sociale: è un’emergenza narrativa. È il modo in cui una società che non sa fare i conti con se stessa nomina il proprio disagio e lo deposita su un corpo altrui. Come ha sempre fatto. > Ogni generazione ha il suo selvaggio da governare. Oggi si chiama così. IL BARBARO NON È MAI SCOMPARSO. SI È SOLO SPOSTATO DI QUARTIERE. Bisogna dirlo chiaramente: il “maranza” non costituisce un’invenzione recente. Non è nemmeno originale. L’Occidente moderno ha sempre avuto bisogno di un barbaro interno. Prima era il selvaggio coloniale, irrazionale, istintivo, incapace di autogoverno, che giustificava la missione civilizzatrice e il saccheggio delle risorse. Poi, con la decolonizzazione formale, il barbaro ha cambiato indirizzo ma non funzione: si è spostato nelle banlieue parigine, nei quartieri operai di Londra, nelle periferie milanesi. Edward Said, in Orientalismo (1978), mostra il meccanismo con precisione chirurgica: l’Occidente produce un Oriente immaginario, pericoloso, sessualizzato, arretrato, per definire per contrasto se stesso come razionale, civile, universale. Non è una distorsione del discorso pubblico: è la sua funzione costitutiva. Aimé Césaire, dal lato opposto della storia coloniale, ne aveva già denunciato le conseguenze interne: una civiltà incapace di risolvere i problemi che il suo stesso funzionamento genera è una civiltà in decadenza. Frantz Fanon, in I dannati della terra (1961) e in Pelle nera, maschere bianche (1952) rivela cosa accade quando il colonizzato attraversa il mare: non diventa cittadino. Diventa problema. Il suo corpo continua a essere letto attraverso le categorie che l’impero aveva costruito per giustificare il dominio. La razzializzazione non ha bisogno delle colonie per funzionare. Funziona benissimo al Corvetto, a Sesto San Giovanni, a Tor Bella Monaca. Nel 2024, Ramy Elgaml muore a sedici anni inseguito dalla polizia a Milano. Il copione è identico a quello di Zyed e Bouna, morti nel 2005 a Clichy-sous-Bois, alle porte di Parigi, inseguiti anch’essi. Vent’anni. Nessuna lezione appresa. Nessuna struttura cambiata. UNA CITTÀ COSTRUITA PER ESCLUDERE Le periferie europee non sono il risultato di un fallimento urbanistico. Sono il risultato di un successo politico. Le grandi banlieue francesi degli anni Sessanta, le cités, le HLM, gli enormi blocchi razionalisti ispirati alla Carta di Atene, erano la risposta dello Stato a un problema preciso: dove mettere la manodopera immigrata necessaria alla ricostruzione postbellica, tenendola separata dal centro. L’urbanistica non era neutrale. Era,come ha scritto Henri Lefebvre in Il diritto alla città (1968), uno strumento di produzione dello spazio al servizio dei rapporti di potere esistenti. Loïc Wacquant, in Punire i poveri (2004) e I reietti della città (2007), chiama il risultato “marginalità avanzata”: non il ghetto del passato, ma qualcosa di più sofisticato, la concentrazione territoriale di chi viene sistematicamente escluso dal mercato del lavoro regolare, dalla rappresentazione politica, dalla cittadinanza sostanziale. Una prigione senza muri, tenuta insieme dalla mancanza di alternative. In Italia il processo è più recente, ma la logica è identica. Il paese è diventato terra di immigrazione senza mai decidere cosa farsene, né politicamente né simbolicamente. Le seconde generazioni, nate qui, cresciute qui, italiane in tutto tranne che nei documenti, abitano un limbo giuridico che non è un’anomalia burocratica: è una scelta politica deliberata. Negare lo ius soli significa negare la possibilità che la presenza diventi permanenza, che la permanenza diventi appartenenza. Significa tenere aperta, per sempre, la porta del “torna a casa tua” , anche quando casa tua è qui, e non ne hai mai vista un’altra. Abdelmalek Sayad, sociologo algerino formatosi con Bourdieu e autore di La doppia assenza (1999), descrive con precisione l'”illusione del provvisorio”: lo sguardo europeo tratta il migrante come temporaneo anche quando è strutturale, come anomalia anche quando è normalità. Lo Stato chiama il migrante quando ha bisogno delle sue braccia, poi lo dimentica quando ha bisogno di un nemico. La figura del “maranza” è il figlio di questa doppia assenza: troppo italiano per essere straniero, troppo straniero per essere italiano. In questo vuoto si installa il capro espiatorio perfetto. IL GENERE NON È UN DETTAGLIO. È IL CUORE DEL MECCANISMO C’è un aspetto che il dibattito pubblico continua a non vedere, o a vedere male: il “maranza” è sempre maschio. E questo non è casuale. La figura del giovane con background migratorio viene costruita attraverso una retorica di mascolinità patologica: è violento, è incontrollabile, è sessualmente pericoloso. È troppo maschio nel senso sbagliato. Raewyn Connell, in Masculinities (1995), mostra come la mascolinità “egemone”, quella del maschio bianco borghese, razionale, padrone delle proprie emozioni, si costruisca storicamente per contrasto con forme di virilità subalterne, associate alle classi popolari, alle colonie, ai margini. Non è una descrizione del reale: è una gerarchia prodotta e riprodotta per legittimare chi sta in cima. Ma questa gerarchia ha radici più profonde di quanto il dibattito corrente riconosca. Il virilismo, come ha ricostruito lo storico Sandro Bellassai, non è un dato naturale: è una costruzione culturale emersa nella seconda metà dell’Ottocento europeo, in risposta alle prime rivendicazioni femministe e alle trasformazioni della modernità industriale. La mascolinità dominante si è affermata attraverso il nazionalismo, l’imperialismo e la retorica coloniale, e si è definita sempre per opposizione a un “altro” maschile rappresentato come arretrato, irrazionale, deviante. Il “maranza” è l’erede diretto di quell’ “altro”: la stessa funzione, aggiornata al presente. > Il virilismo ostentato di periferia, quello delle tute e della postura > spavalda nel camminare sui marciapiedi, non è una patologia originaria. È una > risposta. È quello che succede quando le vie ordinarie di costruzione della > rispettabilità maschile (il lavoro stabile, la casa di proprietà, il titolo di > studio spendibile) sono sistematicamente precluse. Pierre Bourdieu lo aveva già detto: quando non puoi accedere al campo, giochi con le regole che hai. Criminalizzare quella risposta senza vedere la domanda che la produce è, semplicemente, disonestà intellettuale. UNA RELIGIONE IN PIÙ DA PORTARE C’è un’ulteriore dimensione che il dibattito pubblico preferisce maneggiare con retorica piuttosto che con analisi: la maggior parte dei giovani definiti “maranza” è discendente di famiglie provenienti da paesi a maggioranza musulmana. E questo non è un dettaglio secondario. Come ha scritto Said, l’archivio coloniale continua a produrre significati fondati su una narrazione orientalista dell’Islam: alla dicotomia storica tra un Occidente moderno e un Oriente arretrato si è sovrapposta, dopo l’11 settembre 2001, una narrazione monolitica dell’islam come religione intrinsicamente violenta, che ignora la complessità del fenomeno. Il risultato è una stigmatizzazione a strati: sei figlio di migranti, vivi in periferia, sei maschio e povero, e in più sei musulamano, o ti si presume tale. Quel che spesso sfugge è la distanza tra come l’Islam viene vissuto dalla prima generazione e come lo reinterpreta la seconda. I padri, arrivati soli o con poco, hanno spesso fatto della moschea uno spazio di rifugio, un luogo in cui l’identità veniva riconosciuta di fronte a una società che non la riconosceva fuori. I figli, cresciuti qui, fanno qualcosa di diverso: rivendicano una fede pubblica, che non si nasconde, che non chiede scusa, che si inserisce nello spazio aperto della città come parte legittima di essa. Non è radicalizzazione. È appartenenza. È esattamente quello che ogni cittadino ha il diritto di fare, e che a loro viene letto come minaccia. QUANDO IL SUBALTERNO RISPONDE — E IL MERCATO LO ASCOLTA PRIMA DELLO STATO C’è un luogo in cui questa storia viene riscritta dal basso: la musica trap. Baby Gang, nato a Lecco da famiglia marocchina, processato, incarcerato, e poi tornato a fare musica con una lucidità politica che molti intellettuali si sognano: nel 2025 è diventato l’artista italiano con più ascoltatori mensili su Spotify, 8,2 milioni, superando Sfera Ebbasta. Il 4 marzo 2026, davanti al giudice, aveva dichiarato: “Adesso basta, solo musica.” Tredici giorni dopo era di nuovo in carcere, raggiunto da una nuova ordinanza per armi, rapina e maltrattamenti. Si può discutere a lungo su cosa significhi tutto questo. Quel che è difficile negare è che la sua traiettoria, la strada, la cella, la musica, la cella di nuovo, non è la storia di un individuo che ha sbagliato. È la storia di uno Stato che non ha mai saputo cosa fare di lui, e che lo ha incontrato quasi esclusivamente in divisa. È la traiettoria biografica di un giovane che, davanti agli occhi di uno Stato che lo aveva già visto realizzarsi nella carriera musicale, non si è lasciato redimere. Lui, le umiliazioni subite non le ha dimenticate. Ha deciso, secondo la formula di Louisa Yousfi, di «restare barbaro». Nomina la cella, nomina la polizia, nomina la frontiera invisibile tra chi appartiene e chi viene tollerato. I suoi testi sono referto sociologico e atto di accusa simultaneamente. Ghali costruisce da anni una narrazione della doppia appartenenza che rifiuta il ricatto della scelta, non è italiano, nonostante le origini tunisine, non è tunisino nonostante sia cresciuto a Baggio, Milano. La molteplicità non è un problema da risolvere: è il punto di osservazione da cui il mondo si vede più chiaramente. > Gayatri Spivak aveva chiesto, nel 1988, in Can the subaltern speak?, se il > subalterno potesse parlare. La risposta non era semplicemente negativa: il > problema era che i meccanismi di produzione del discorso pubblico erano > strutturati per non ascoltarlo, per tradurlo, per neutralizzarlo. La trap è uno di quei rari momenti in cui qualcosa sfugge al filtro, non perché il sistema sia diventato più giusto, ma perché il mercato culturale ha le sue contraddizioni e i suoi cortocircuiti. Il riconoscimento che passa dallo streaming non è una vittoria politica. È un sintomo: questi ragazzi esistono, parlano, e qualcuno li sente nonostante tutto. Houria Bouteldja, in I bianchi, gli ebrei e noi (2016), teorizza la riappropriazione dello stigma come gesto politico. Chiamarsi barbaro, rivendicare la propria posizione ai margini dell’impero, trasformare l’insulto in identità collettiva: è un gesto antico quanto l’oppressione. Lo hanno fatto i neri americani, lo hanno fatto le donne, lo hanno fatto i queer. Non è la sola risposta possibile. Ma è una risposta che lo Stato non sa come gestire. E questo, di per sé, è già qualcosa. IL COPIONE. RECITATO SEMPRE UGUALE, SEMPRE IMPUNITO Ogni volta che un ragazzo delle periferie finisce sui giornali, il copione si ripete con precisione meccanica, e con totale impunità. Prima la cronaca nera, con il nome straniero in grassetto e tutti i dettagli dell’origine etnica che servono a costruire l’equazione implicita. Poi il commento politico: la destra che chiede ordine e militarizzazione, la sinistra moderata che si affretta a prendere le distanze per non sembrare “giustificazionista”. Poi arriva il decreto sicurezza, ce n’è sempre uno pronto nel cassetto, con il Daspo urbano, l’abbassamento dell’età penale, l’inasprimento delle pene per i minori. Stuart Hall, in Policing the Crisis (1978), chiama questo meccanismo “panico morale”: la costruzione mediatica e politica di una minaccia che legittima risposte repressive sproporzionate, mentre le cause strutturali restano intatte. Quarantasette anni dopo, il manuale è lo stesso. > Quello che non entra mai nel copione è la domanda: perché in certi quartieri, > per certi ragazzi, le traiettorie si chiudono così presto? Perché lo Stato > arriva in quelle periferie quasi esclusivamente in divisa? Perché un ragazzo > nato a Milano da genitori stranieri deve aspettare i diciotto anni per > chiedere la cittadinanza del paese in cui è cresciuto, e anche allora, se ha > un precedente penale anche minore, non gli viene data? Non sono domande retoriche. Sono domande con risposta. La risposta è scomoda, ed è per questo che non viene mai posta. SMETTERE DI FARE FINTA La colonialità, intesa nel senso che ne danno Aníbal Quijano e Nelson Maldonado-Torres, come struttura di potere che sopravvive alla fine formale del colonialismo, non è un capitolo chiuso. Abita il modo in cui un giornale sceglie quali parole usare per descrivere un arrestato. Abita la legge che nega la cittadinanza a chi è nato qui. Abita il poliziotto che ferma dieci volte di più se hai una certa faccia. Abita il professore che ha aspettative più basse. Abita il padrone di casa che non affitta. Abita il selezionatore che non richiama se il cognome suona straniero. Non è un complotto. È una struttura. Ed è esattamente per questo che è più difficile da smontare di un complotto: non ha un responsabile unico, non ha un centro, non ha un momento fondativo da cui revocare. Si riproduce da sola, attraverso migliaia di decisioni quotidiane che si presentano come neutre e non lo sono. Michel Foucault avrebbe detto: è il potere che funziona meglio, quello che non ha bisogno di un sovrano. Riconoscere questo non è “fare politica dell’identità” , l’accusa pigra che serve a chiudere il dibattito prima che cominci. È fare analisi. È il minimo indispensabile per cominciare a ragionare seriamente su cosa significherebbe una società all’altezza delle proprie promesse costituzionali. Il “maranza” non è il problema. È lo specchio. Il problema è chi non ci vuole guardare dentro. La copertina è tratta da WikiCommons Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo “Maranza” nelle nostre città: perché il barbaro è di nuovo utile proviene da DINAMOpress.
June 4, 2026
DINAMOpress
Il Circuito Imperialista e la Riproduzione delle Disuguaglianze tra Paesi
Negli ultimi anni la potenza militare è riemersa come driver centrale delle relazioni economiche internazionali. La letteratura economica dominante ha spesso liquidato il militarismo come comportamento “irrazionale” di rent-seeking, oppure lo ha trattato come variabile che incide prevalentemente sulla performance economica interna (Smith, 1977; Dunne & Smith, 1990; Dunne, 2021; […] L'articolo Il Circuito Imperialista e la Riproduzione delle Disuguaglianze tra Paesi su Contropiano.
March 27, 2026
Contropiano
Napoli e Roma: “cultura della sicurezza” con le Forze Armate negli Istituti Comprensivi di periferia
Gli Istituti Comprensivi (IC), filiera di scuola dell’infanzia, primaria, secondaria di primo grado, nascono e si consolidano sul territorio nazionale dal 1994 al 1998. Sono gli anni della grande glaciazione per la scuola italiana. La sinistra e la destra si danno la mano. La riforma della Pubblica Amministrazione nella logica meritocratica, l’istituzione della Dirigenza Scolastica portano in grembo l’autonomia degli istituti scolastici e la valutazione standardizzata, molto ben agganciate fra loro. Insomma, per una breve nota in ricordo: primo governo Berlusconi, interregno di frenetico riformismo di Berlinguer, il colpo di mano del secondo premierato berlusconiano, via aperta alle signore ministre Moratti e Gelmini, del cui passaggio ancora abbiamo le ferite. Nel solito paradosso ipocrita dei governi succitati, gli IC nascono con lo scopo di venir incontro alle esigenze delle piccole comunità montane e valligiane che caratterizzano l’estesa provincia italiana, ancora fitta di paesini e contrade. Se anche wikipedia non mente (la storia veramente si può proficuamente ricavare dalla letteratura pubblicata sull’argomento, ma tant’è , andiamo veloci), leggiamo che gli IC passano attraverso tre fasi. La prima di accorpamento in sollievo delle scolaresche che vivono lontane dalle scuole, anche se quella elementare esiste dovunque, magari come pluriclasse, a mancare sono nidi, materne e medie, usando le vecchie denominazioni. La seconda di consolidamento sperimentale (sono migliaia le sperimentazioni messe su dal dopoguerra: non una con restituzione e rilancio delle ipotesi…), ovvero come costruire curricoli longitudinali 3/14 anni, cercando di far uscire dalla sua storica sofferenza di ancella la scuola media, presa fra l’incudine dei fondamenti elementari (leggere, scrivere e far di conto) e il martello del disciplinarismo delle superiori. La terza, e siamo all’oggi, è quella dei feroci dimensionamenti, degli accorpamenti che non tengono in conto nessuna distanza ma solo i numeri: bisogna fare 600 anime infantili per avere diritto a un IC. E se non è in prossimità dei luoghi di vita, pazienza, il dialogo con il territorio si farà un po’ di retorica (“l’autonomia lega la scuola alle esigenze dei territori di insediamento degli istituti” recita la vulgata). Santa Maria della Carità non è una chiesa, ma un paese (comune dal 1980) dell’enorme hinterland della città metropolitana di Napoli. Anche se la zona di raccolta di pomodori, con relativi insediamenti di immigrati, avviene più a nord, verso Caserta, la piana vesuviana non gode di ottima stampa. Ma per non ferire l’orgoglio dei sammaritani, possiamo ricordare la loro vicinanza a Pompei, gli antichi Oschi e i Sanniti di cui forse restano vestigia anche nel piccolo comune. L’IC Eduardo de Filippo propone, nell’autorevole dettato della dirigente scolastica, due giornate di incontro con la Benemerita Arma dei Carabinieri, come ormai consuetudine, in sacrificio di due mattinate di lezioni curricolari. Non sappiamo se approvato nel Piano dell’Offerta Formativa, e dunque dagli organi collegiali, ossequia il Protocollo d’Intesa firmato dal MIM con l’Arma: ubi maior minor cessat. I contenuti sono i soliti nel formato, ormai stabilizzato in tutto il territorio nazionale, di Educazione alla Legalità. A parlare con insegnanti e genitori di bullismo, versione semplice (il Franti del libro Cuore, bullo primigenio) e versione cyber, a dialogare della pericolante legalità in Italia, uomini e donne in divisa. E chissà se qualcuno nella piana si sta occupando della legalità costituzionale lesa dalla proposta di controriforma delle carriere della magistratura e del loro organo di vigilanza (temi ostici, meglio dedicarsi ai pericoli della rete). Eduardo sorride storto (clicca qui per la circolare). IC Giuseppe Bagnera di Roma, quartiere Portuense. La scuola si trova fra Monteverde e San Paolo, utenza a retroterra sociale misto, come in molti quartieri nati come popolari, edifici anni Cinquanta e Sessanta, oggetto negli ultimi decenni a fenomeni di gentrificazione turistica. Anche qui, con ripetitività inquietante, una circolare della dirigenza propone incontri con la Polizia di Stato per bambini, insegnanti, personale amministrativo, sulle tematiche della sicurezza, della riduzione del rischio. Mentre il D.lgs. 81/2008 e le sue svariate successive integrazioni hanno istituito nel mondo del lavoro e nelle scuole l’obbligo alla sorveglianza, alla vigilanza sanitaria, a quella strutturale (gli edifici e i suoli di ubicazione), la figura dei responsabili in capo a tutti questi settori, qui i pericoli sono ancora i cattivi soggetti (clicca qui per la circolare). Il progetto, citato nella segnalazione inviata all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, è inserito nel curricolo di Educazione Civica, di cui, insieme al testo delle Indicazioni Nazionali per il Primo Ciclo dell’Istruzione, rimandiamo: la radice del civismo e della democrazia sono da cercare in Occidente, fra Atene e Roma, magari passando per Gerusalemme (sic, nel testo delle nuove indicazioni). Sempre per allevare qualche speranza, forse ancora possibile in un tempo appiattito sul presente, la scuola organizza per gli alunni del terzo anno delle medie il concorso di eccellenza in matematica (con l’assegnazione di 5 borse di studio), in onore di Giuseppe Bagnera, scienziato e matematico degli inizi del Novecento, a cui è intitolata la scuola. Certo, sempre gare con vincitori e vinti, ma non vogliamo fare le pulci a tutto. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Dati Eurostat: la questione meridionale è la questione della periferia UE
Avere i dati è fondamentale, ma perché abbiamo un qualche valore è necessario che siano analizzati come risultati di processi, non come semplici fotografie dell’oggi. È così che emerge che i dati Eurostat sul rischio di povertà nella UE reinscrivono la tradizionale questione meridionale italiana nella dinamica centro produttivo-periferia sfruttata […] L'articolo Dati Eurostat: la questione meridionale è la questione della periferia UE su Contropiano.
November 27, 2025
Contropiano
Convegno | Anni di guerra: menzogne, verità, scintille – di Effimera
Effimera.org organizza per il 15 novembre 2025, al C.S. Cantiere a Milano, Viale Monterosa, 84, un convegno dal titolo: ANNI DI GUERRA: MENZOGNE, VERITÀ, SCINTILLE. L’incontro si terrà a partire dalle 10 sino alle 19. Pubblichiamo il documento di indizione che illustra i temi che verranno trattati e i nomi dei relatori e delle [...]
October 15, 2025
Effimera
Le Piagge. Un libro racconta la Comunità insorgente
Alle Piagge, periferia nord-ovest di Firenze, non c’era una piazza. Non c’erano negozi, servizi, spazi di socialità. Solo palazzi costruiti in fretta negli anni ’80 per rispondere all’emergenza abitativa, una lingua di cemento tra ferrovia, tangenziale e Arno. Un nonluogo … Leggi tutto L'articolo Le Piagge. Un libro racconta la Comunità insorgente sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
MILANO: LOTTA, AUTODETERMINAZIONE E COMUNITÀ. L’INIZIATIVA DELLE SECONDE GENERAZIONI AL CENTRO SOCIALE LAMBRETTA
Il prossimo 3 maggio 2025, il Centro Sociale Lambretta di Milano (Via Angelo Rizzola 13A) organizza un’iniziativa dedicata alle esperienze e alle lotte delle seconde generazioni in Italia. L’appuntamento è alle 14.30 con un grigliata sociale e a seguire dibattito e confronto. La collaborazione tra Immigrital – gruppo di giovani di origine migrante e operaia – e il Centro Sociale Lambretta per l’iniziativa di sabato 3 maggio nasce dalla ricerca di ambiti comuni dove potersi confrontare e analizzare la situazione delle seconde generazioni, un fenomeno ancora relativamente nuovo in Italia. Si tratta di una generazione che sconta ancora il prezzo di non veder riconosciuti i propri diritti. L’evento, fanno sapere gli organizzatori, mira a creare uno spazio di confronto, autocoscienza e, soprattutto, lotta. La “lotta” è ritenuto un concetto centrale – come spiegano ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Raja del Lambretta e Elon di Immigrital – “sono anche le lotte quotidiane per essere accettati senza snaturarsi, per sfuggire allo sfruttamento nei lavori irregolari, per avere una casa in un paese dove la precarietà abitativa colpisce duramente, e nella continua costruzione della propria identità sociale e personale”. Accanto alla lotta, la “comunità” è vista come l’elemento necessario perché “l’emancipazione dalle microaggressioni quotidiane e dalla discriminazione passa necessariamente attraverso la costruzione di processi comunitari”. Presentiamo l’iniziativa ai microfoni di Radio Onda d’Urto con Raja del Centro Sociale Lambretta e Elon di Immigrital. Ascolta o scarica
April 29, 2025
Radio Onda d`Urto