Scosse elettorali in Gran Bretagna: il crollo laburista, l’incubo Farage e la speranza verde e indipendentista
Il 7 maggio scorso si sono svolte le elezioni amministrative in Inghilterra e
Scozia e quelle per il rinnovo dei parlamenti locali in Galles e Scozia. Prima
di qualsiasi riflessione sui risultati, una doverosa premessa riguardante
l’affluenza: in Inghilterra è stata del 42% (+ 7-8% rispetto alla tornata
amministrativa precedente), in Scozia è stata del 53,2% (-10,1%), mentre in
Galles del 51,6 (+ 5,1%). Un dato basso in valore assoluto, ma in ascesa
rispetto al passato, a eccezione della Scozia, dove probabilmente gli scandali e
le scelte politiche controverse del governo (a guida indipendentista) potrebbero
avere influito sul calo sensibile dei e delle votanti. Secondo le analisi di
media come BBC o The Conversation, l’aumento dell’affluenza è attribuibile a 3
fattori: la competizione tra i piccoli partiti, segnatamente Reform UK e i
Verdi; la disillusione verso i partiti tradizionali; l’accresciuta rilevanza
locale della competizione, con una maggiore attenzione a come le politiche
locali influenzano la vita quotidiana. Ad esempio, è ragionevole presumere che
l’aumento dell’affluenza a Birmingham (45%, con punto del 50% in alcuni
quartieri) sia dovuta alla biennale vertenza dei lavoratori e delle lavoratrici
della raccolta rifiuti, su cui torneremo più avanti.
> La maggiore affluenza fa il paio coi risultati di questa tornata elettorale,
> contrassegnati dal pessimo risultato del Partito Laburista in Inghilterra e
> Galles. È ormai banale ricordare come l’esito di queste elezioni, peraltro
> annunciato, sia animato fondamentalmente dalla repulsione popolare nei
> confronti del Partito Laburista. A questo si lega la trasformazione dell’isola
> in una “democrazia multipartitica” amministrata da un sistema storicamente
> concepito per un duopolio. I risultati hanno messo a nudo un panorama politico
> frammentato (sono diverse le amministrazioni che non hanno maggioranze
> politiche e la situazione è tecnicamente analoga negli stessi parlamenti di
> Galles e Scozia). Abbiano un Paese che il Partito Laburista non è più in grado
> di tenere unito.
Una repulsione popolare, dicevamo. Le giovani generazioni vivono in un Paese più
povero, meno mobile socialmente e meno ottimista di quello ereditato dai loro
genitori. Se il settore universitario sopravviverà abbastanza a lungo da
permettere loro di proseguire gli studi, si laureeranno con debiti
inimmaginabili in passato. Hanno poca percezione di progressi sul lavoro: la
disoccupazione giovanile si attesta al 15,8% per la fascia 16-24 anni (713.000
giovani senza lavoro), mentre il tasso di inattività economica è salito al
21,0%. I loro salari, già spesso inadeguati al costo della vita, varranno sempre
meno con il passare degli anni. Molti faranno fatica a lasciare la casa dei
genitori e quelli che ci riusciranno vedranno il loro reddito prosciugato dagli
affitti pagati ai proprietari. Se si ammaleranno, il loro governo li tratterà
come simulatori. Le loro ambizioni e i loro sogni rimarranno irrealizzati; il
risentimento si insinuerà in loro. Viaggeranno meno liberamente e conosceranno
meno il mondo. Le loro vite si svolgeranno in una sfera pubblica inquinata da
frodi e inganni e in un mondo sconvolto da guerre e catastrofi ecologiche. Come
da noi, si risponderà: sì, ma mal comune non fa mezzo gaudio in questa
occasione.
La prima vittima annunciata di questo rifiuto dell’attuale sistema politico non
poteva che essere, lo abbiamo scritto, il Partito Laburista, che ha perso
ovunque e malamente: è stato spazzato via in Galles, a Birmingham (dove ha
gestito in modo disastroso il già citato lungo sciopero dei bin workers), nelle
West Midlands e nelle aree metropolitane di Manchester e Liverpool. La disfatta
in Galles, l’incapacità di riprendersi in Scozia e le perdite in tutto il nord
dell’Inghilterra sottolineano un fatto evidente nelle ultime tre elezioni
generali: la fedeltà al partito è morta e le “roccaforti” (il famoso Red Wall)
sono un ricordo del passato. L’unica, esigua, fonte di conforto per il Partito
Laburista arriva da Londra, dove i risultati sono stati meno disastrosi di
quanto avrebbero potuto essere, sebbene anche lì siano stati persi numerosi
consigli comunali (Barnet, Brent, Enfield, Haringey, Lambeth, Lewisham, Newham,
Southwark, Hackney, Wandsworth e Westminster). Molti e molte al governo pensano
che i critici di sinistra del Partito Laburista non apprezzino a sufficienza i
suoi successi, illudendosi che un nuovo pacchetto (seppur annacquato) di diritti
dei lavoratori, un aumento del salario minimo, il ripristino dei diritti degli
inquilini, la rinazionalizzazione di (parte delle) ferrovie e quella (solo
annunciata) dell’industria dell’acciaio possano compensare la macelleria sociale
compiuta in questi due anni sulle famiglie numerose povere, sulle persone
disabili, anziane e migranti, su studenti e studentesse, sul Servizio sanitario
nazionale, su lavoratori e lavoratrici, fino alle misure liberticide nei
confronti dei movimenti antirazzisti e di solidarietà con la Palestina. Starmer
ha ribadito di non avere alcuna intenzione di dimettersi, nonostante le numerose
richieste di deputati e deputate della Socialist Campaign Group (la corrente
parlamentare di sinistra nel Labour Party), da Richard Burgon di Leeds a Nadia
Whittome di Nottingham, da Apsana Begun di Poplar e Limehouse a John McDonnell
eletto a Hayes and Harlington, entrambi distretti di Londra. Ma anche fra i
“blairiani” cominciano ad emergere i distinguo. È di poche ore fa la notizia che
70 parlamentari del partito e quattro componenti del governo hanno chiesto
ufficialmente a Starmer di dimettersi. La situazione è fluida, ma “Sir Keir”
sembra avvantaggiato da una parte dalla consistenza minoritaria della sua
opposizione interna di sinistra e dall’altra dalla debolezza dei candidati che
si contendono la sua successione, nessuno dei quali sembra intenzionato a
tentare un “colpo di stato”. Il numero sempre più esiguo di sostenitori del
primo ministro sostiene che sostituirlo non risolverebbe nulla. In un certo
senso hanno ragione: chiunque lo dovesse sostituire al momento dovrebbe portare
avanti le sue stesse politiche, perché questa è la cambiale che deve essere
pagata a industriali e finanzieri che ne finanziarono la campagna elettorale del
2024. Le informazioni provenienti da Downing Street sono contraddittorie: alcune
preannunciano una svolta a sinistra nel tentativo di rafforzare il blocco
progressista; altre suggeriscono che il mondo sta entrando in tempi bui e che
dobbiamo rassegnarci a vivere in un Paese meno generoso.
Il primo vincitore è senza ombra di dubbio Reform UK, le cui affermazioni a
Blackburn e Oldham, entrambe città storicamente a sinistra, sono ad esempio
particolarmente simboliche, perché impediscono al Partito laburista di
continuare a governare e lasciano un quadro frantumato. Secondo il British
Election Study, solo il 5% degli elettori che hanno votato per il Partito
Laburista alle politiche del 2024 ha votato Reform UK nel 2026. Quasi un terzo
di questi ha semplicemente deciso di non votare e un altro 10% ha votato per i
Verdi. Il successo di Farage, quindi, si basa sul mantenimento di gran parte del
suo elettorato precedente, arricchito prima dalla cannibalizzazione di molti
candidati conservatori e poi da una consistente fetta di ex-elettori
conservatori. Di fatto, Reform ha ridotto i Tories a un partito marginale,
radicato ormai prevalentemente nel sud-est dell’Inghilterra.
Il dato inquietante è che nemmeno le frequentazioni con l’estrema destra dei
candidati faragisti si sono rivelate un ostacolo insormontabile. Reform si è
premurato di escludere gli ex-membri del BNP (British National Party); quando è
emerso che due ex membri erano candidati per Reform nel sud-ovest di Londra, il
partito li ha espulsi. Tuttavia, il rapporto di Reform con l’estrema destra è
molto più permeabile di quanto Farage voglia far sembrare: una candidata a
Blackburn ha elogiato Enoch Powell definendolo «profetico»; un’altra ha
affermato che «Oswald Mosley aveva ragione al 100%». Un candidato suprematista
bianco nell’Essex ha dichiarato che «i musulmani sono feccia» e ha descritto il
genocidio di Gaza come «autodifesa». Tutti e tre sono ora consiglieri comunali.
Un candidato di Reform a Barnet, a Londra, vuole cacciare tutti i musulmani
dall’Europa; un altro a Gateshead crede che i richiedenti asilo debbano essere
annegati e desidera ardentemente restaurare una Gran Bretagna bianca. La
semplice documentazione di questi fatti sembra avere scarso impatto elettorale,
ma le conseguenze ideologiche sono reali, perché rivalutano velocemente il
“powellismo” nella politica elettorale tradizionale. C’è l’aspetto organizzativo
da non sottovalutare: come ha affermato l’analista Aaron bastani su Novara
Media, Reform UK è «un’azienda tanto quanto un partito: questa è
un’organizzazione gestita come una startup finanziata da venture capital». A
differenza dell’UKIP e del Brexit Party prima di esso, il nuovo partito di
Farage sta costruendo una propria base di dirigenti. Certo, gran parte di ciò
dipende dal denaro: non bisogna infatti dimenticare che Reform UK ha ricevuto
somme enormi e in grado di condizionare in maniera determinante gli esiti della
politica britannica.
Un discreto successo è stato anche quello dei Liberal Democratici, che hanno già
più seggi a Westminster che in qualsiasi altro momento della loro storia,
compresa l’epoca dello storico Partito Liberale, che risale a un secolo fa.
Questo è il risultato di una discreta “efficienza elettorale”, con il partito
che ha ottenuto molti meno voti nel 2024 rispetto a quando era guidato da Nick
Clegg, ma ha guadagnato più parlamentari. Il problema per il partito guidato da
Ed Davey, però, è che non ha una propria identità politica. Finché si tratta di
fare opposizione a determinate cose – ad esempio, Brexit, Corbyn, i Conservatori
e ora Reform UK – può essere redditizio dal punto di vista elettorale. Ma il
limite è quello di essere una specie di Azione o Italia Viva in salsa
britannica, anche se sicuramente più presentabile.
L’altro vero vincitore è però il Partito dei Verdi e questa è sicuramente una
buona notizia. Sotto la guida di Zack Polanski, i Greens hanno raggiunto
risultati straordinari in meno di un anno: oltre 230.000 iscritti, la prima
vittoria in assoluto in un’elezione suppletiva e sondaggi a Westminster che si
attestano regolarmente su percentuali a due cifre, le prime cariche di sindaco
municipale nelle circoscrizioni londinesi di Hackney e Lewisham, avanzamenti
sostanziali a Manchester, il controllo di Waltham Forest e lo spodestamento dei
feudi laburisti a Southwark e Lambeth, anche se continuano a essere penalizzati
dall’ostacolo del sistema elettorale maggioritario.
In prospettiva, il Partito guidato da Zack Polanski si sta costruendo la forza
per contendere diversi seggi parlamentari, incluso quello della deputata
socialista Diane Abbott a Hackney, qualora ella decidesse di ritirarsi alle
prossime elezioni. Il successo dei Verdi è particolarmente significativo anche
alla luce di una notevole ostilità da parte della stampa in seguito al recente
successo nelle elezioni suppletive di Manchester e al conseguente aumento di
consensi nei sondaggi. Lo scopo complessivo di questa campagna
politico-mediatica – che in piccolo ricorda quella contro Corbyn del 2015-2019 –
è quello di presentare Polanski come un opportunista e un naïf politico, e che
il suo partito non sia “affidabile”. Il percorso politico di Polanski – che
ricordiamo ha iniziato come liberaldemocratico – viene talvolta bollato come
opportunistico, ma in realtà molte delle posizioni politiche degli attivisti
Verdi più radicali riecheggiano quelle di un decennio fa: opposizione
all’austerità, controllo degli affitti, edilizia sociale, ecc. Inoltre, elemento
non marginale, i Verdi sono riusciti a intercettare la maggioranza relativa dei
giovani votanti fra i 18 e i 24 anni, pari al 46% (tanto per tornare al discorso
“generazionale” che facevamo all’inizio dell’articolo). Su questo, bisognerebbe
avere l’onestà di riconoscere che molto si deve all’ombra lunga di Corbyn e a
come ha cambiato il discorso pubblico a sinistra anni fa, resuscitando l’impegno
di base (grassroot).
> In realtà, la questione più difficile per il partito di Polanski non è la
> “affidabilità”: le contraddizioni tra gli elettori verdi delle zone rurali e
> urbane e quelli legati ai movimenti su Gaza, sulla giustizia climatica (la
> cosiddetta “base di Greta”) e LGBTQ+, evidenziano l’esistenza ancora di due
> “anime” nel partito che difficilmente potranno coesistere all’infinito. Ma
> soprattutto, il grosso problema è la frammentarietà della struttura
> organizzativa. Gli attivisti e le attiviste del partito hanno portato avanti
> un’estenuante campaigning sul territorio, ma spesso non c’erano abbastanza
> candidati per i seggi: in alcune zone la membership triplicava ma non c’era
> nessuno da votare.
Se è vero che il crollo del sistema bipartitico è in atto – e tutto sembra
confermarlo – ciò rappresenta una grande opportunità per i Verdi, a patto di
essere in grado di sciogliere gli ultimi nodi politici interni e di dotarsi di
una struttura organizzativa all’altezza.
L’esperienza di Your Party sembra invece destinata al naufragio: Corbyn e
Sultana, per motivi diversi e già analizzati in precedenza, non hanno “sfondato”
(a differenza dei Verdi) e Your Party ha potuto solo appoggiare un piccolo
numero di candidati indipendenti, fra i quali 86 risultano essere stati eletti,
sebbene anche in collegi significativi dal punto di vista della composizione
sociale, come Tower Hamlets o Newham a Londra. Rimane quindi il dubbio che
purché non votare Reform o i Tories, alcune comunità locali abbiano comunque
preferito votare candidati indipendenti che potevano vincere, più che dare un
segnale di sostegno a Your Party.
> Infine, un doveroso ragionamento va fatto sull’esito elettorale in Scozia, ma
> soprattutto in Galles: qui la vittoria di Plaid Cymru alle elezioni del Senedd
> rappresenta un cambiamento epocale nella politica gallese, ponendo fine a
> oltre un secolo di dominio del Partito Laburista. Il partito indipendentista
> non solo si è presentato come l’unica alternativa credibile a Nigel Farage, ma
> lo ha fatto con un programma che, non discostandosi dai temi classici
> dell’indipendentismo, si è centrato su nuova visione per i servizi pubblici,
> in particolare sul sistema sanitario nazionale (NHS). In Scozia, lo Scottish
> National Party (SNP) pur perdendo 6 seggi, si conferma nettamente il primo
> partito. Ora la situazione è che nei tre Paesi “periferici” del Regno Unito
> sono al governo tre partiti indipendentisti di impronta socialista: Plaid
> Cymru, SNP e Sinn Fèin.
Questa affermazione, insieme a quella dei Verdi, è un segnale abbastanza chiaro
che una politica progressista vera, che dialoga coi movimenti pur non
rinunciando alle proprie specificità, è possibile nel Regno Unito, saranno mesi
duri, ma la “materia” è in movimento, come si diceva in passato…
Immagine in copertina tratta da WikiCommons
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Farage e la speranza verde e indipendentista proviene da DINAMOpress.