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“Sono arrivati i dati” sul traffico di armi nel porto di Ravenna.
CITANDO L’ARTICOLO PUBBLICATO STAMATTINA DA LINDA MAGGIORI SU ALTRECONOMIA*, IL COORDINAMENTO POPOLARE CONTRO I TRAFFICI DI ARMI PORTO RAVENNA INFORMA E COMUNICA: > “Dal porto di Ravenna lo scorso anno sono partiti 225.160 chilogrammi di > materiali di armi e componenti militari verso destinazioni ignote. Si tratta > quasi interamente di “merce relativa a dichiarazioni doganali di esportazione > presentate presso altre Dogane ed imbarcata presso il porto di Ravenna e > diretta a Stati extra-Ue”. > > Gli “sdoganamenti” di queste 225 tonnellate di armi imbarcate a Ravenna nel > 2025 sono quindi con molta probabilità avvenuti nei Paesi europei produttori > di tali armi (Repubblica Ceca, Ungheria e altri), che hanno poi utilizzato > Ravenna come “porta di uscita” marittima. > > Non è nota dunque la destinazione precisa, perché tenuta segreta, ma si può > ipotizzare che vi sia anche Israele, dato che è la principale destinazione dei > container partiti dal porto di Ravenna, nel 2025. Il sofferto riscontro delle > Dogane certifica dunque come nel 2025 lo scalo romagnolo abbia contribuito ad > alimentare la fase più cruenta del genocidio a Gaza, lasciando passare > centinaia di tonnellate di armi destinate all’esercito israeliano. > > Abbiamo depositato in Procura tutti gli atti, integrando l’esposto penale già > presentato l’11 settembre 2025. > > “Ora ci aspettiamo che vengano avviate indagini per chiarire se export e > transiti di armi verso Israele dal porto di Ravenna, di cui vi è ormai prova > documentale, abbiano o meno violato le leggi dello Stato, in particolare la > Legge 185/1990 che vieta l’invio di armi a Paesi che commettono crimini di > guerra, crimini contro l’umanità e genocidio – spiega ad Altreconomia > l’avvocato Andrea Maestri – Gli eventuali responsabili di simili traffici > dovranno risponderne davanti alla giustizia, di cui abbiamo piena fiducia”. > > Alla fine dell’anno scorso, grazie ai blocchi portuali, alle grandi proteste > di piazza, e allo “pseudo” cessate il fuoco a Gaza, questo flusso sembra > essersi interrotto. > > Secondo i dati più recenti forniti dalle Dogane e relativi al 2026, armi > militari non sarebbero passate. > > Non si comprende però come mai l’Agenzia governativa abbia voluto resistere > fino all’ultimo grado di giudizio amministrativo, sottolineando la rilevanza > “militare” del porto di Ravenna e il rischio insito nel divulgare questi dati, > se è vero che il dato aggregato del 2026, alla fine, è pari a zero. > > L’attenzione non deve calare. Tutto fa pensare che il traffico di armi sia > stato solo sospeso, cambiando porto. > > Nulla si sa invece del flusso di beni a doppio uso, come forgiati ad acciaio > speciale, sistemi acustici, ottici, radar, sensori magnetici, laser, > apparecchiature per droni, nitrato di ammonio (usato dall’esercito israeliano > per minare gli edifici di Gaza) che sono sempre più necessari nelle guerre > moderne”. > Il Coordinamento popolare contro i traffici di armi ribadisce: questa è una > ulteriore gravissima prova di complicità, e se qualcosa è cambiato nel 2026 è > solo grazie alla mobilitazione cittadina e all’esposto presentato nel > settembre 2025. Chiediamo ora che si apra un processo, chi ha permesso che > queste armi finissero ad ammazzare bambini, deve prendersi le sue > responsabilità. > > Ora non dobbiamo abbassare la guardia e vogliamo chiarezza sui materiali dual > use inviati a Elbit System e altre aziende militari israeliane nel 2026, e > sulle spedizioni verso le colonie israeliane. > > Chiamiamo tutti il 30 ottobre alla manifestazione e sciopero internazionale > dei porti contro la guerra! * Dal porto di Ravenna nel 2025 sono partite 225 tonnellate tra armi e componenti militari – Linda Maggiori / Altreconomia 23 ottobre 2026 Redazione Romagna
October 23, 2026
Pressenza
Padova, presentazione del Toolkit al convegno contro la militarizzazione dell’università
Grande successo, ieri 17 ottobre 2026, al Convegno di Padova “Resistere alla militarizzazione dell’università”, con oltre 100 partecipanti in presenza e circa 200 partecipanti collegati per seguire sui social la trasmissione online in diretta. Tanti studenti, studentesse, ricercatori, ricercatrici e dottorandi/e, ma anche cittadine e cittadini interessati soprattutto al tema degli accordi fra mondo accademico e filiera bellica, militare e strategica. Dopo l’introduzione da parte degli organizzatori (Collettivo CORDA Padova e Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università), è intervenuto Michele Lancione, professore del Politecnico di Torino, che ha evidenziato i caratteri del nuovo Complesso Militare Accademico Industriale con riferimento a Laboratorio saperi insubordinati, Nell’ecosistema dei saperi. Ricerca, istruzione, guerra. A seguire Davide Borrelli, professore universitario all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, che ha invece affrontato le implicazioni della guerra cognitiva fra senso comune e saperi accademici in un’università che da torre d’avorio si sta trasformando in torre d’acciaio (vedi Maya Wind, Torri d’avorio e d’acciaio. Come le università israeliane sostengono l’apartheid del popolo palestinese). La sessione plenaria è stata chiusa dalla testimonianza di una docente francese, Marie, che ha riportato gli ambiti di azione di Stop Academic Complicity sui vari livelli, soprattutto rispetto agli accordi con Israele e le complicità sul genocidio a Gaza e sull’occupazione in Cisgiordania. Clicca qui per guardare il video della mattinata sul canale Youtube dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Dopo la plenaria è stata la volta dei 4 tavoli di lavoro rispettivamente su: * Mappatura accordi; * Resistere alla militarizzazione della conoscenza; * Dall’Università ai territori; * Accordi con Israele e solidarietà alla Palestina. Nei tavoli segnaliamo la presenza di Linda Maggiori, reduce dall’esito positivo del ricorso (clicca qui per la notizia) al Consiglio di Stato, la cui sentenza ha sancito il suo diritto a ricevere dalle Dogane i dati relativi ai traffici di armi nel porto di Ravenna: una netta vittoria sul fronte della trasparenza, un orientamento che ci auguriamo possa contagiare anche altri ambiti come quello dell’università. Prezioso anche il contributo di Carlo Tombola di Weapon Watch. Storico, geografo ed esperto di economia dei trasporti e logistica militare, Tombola coordina le attività di questa associazione per mappare e denunciare la cosiddetta “logistica delle guerre”. In particolare, il suo contributo si è soffermato sull’analisi dei dati della logistica globale e dei trasporti marittimi ed aerei per individuare carichi occulti o transiti di armamenti, munizioni e componenti strategiche destinati a Paesi in conflitto (come nei recenti casi di spedizioni tracciate verso Israele). Infine, rilevante è stato anche il contributo di Danilo Aceto Zumbo (RUP) e Alfredo Luminari (BDS Italia) sulle complicità delle università italiane con Israele e sulle strategie di boicottaggio che dall’interno delle istituzioni possono essere messe in campo per non rendersi complici del genocidio in Palestina. La giornata del convegno si è chiusa con la restituzione in plenaria delle conclusioni dei tavoli di lavoro. Il convegno si chiude domenica 18 ottobre con un’Assemblea per organizzarsi nel rilanciare l’azione di contrasto alla militarizzazione nelle università. Clicca qui per guardare il video del pomeriggio sul canale Youtube dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Infine, ma non ultimo, il convegno è stato una buona occasione per lanciare il “Toolkit per resistere alla militarizzazione“, realizzato dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università in collaborazione con Corda Padova e la rete RUP (Ricerca e Università per la Palestina). Anche quello ci auguriamo possa rappresentare uno strumento prezioso per diffondere buone pratiche e rilanciare la lotta antimilitarista negli atenei. Seguite il nostro sito perché a breve sarà disponibile gratuitamente per il download. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
October 18, 2026
Pressenza
Palestina e autodeterminazione
articoli di Sami Abu Omar, Robert Inlakesh, Susan Abulhawa, Jonathan Cook e tante altre voci. Il premio Stefano Chiarini, due libri (“Spermopolitica” e “Eppure noi resteremo”). Lo sciopero del 30 ottobre nei porti e aggiornamenti. Ricordiamoli affinchè non passino sotto silenzio: Mohammad Hannoun, Rayed Dad, Yaser Elasaly, Ryiad Albustanji sono palestinesi perseguitati in Italia. Genocidio a Gaza – 17 ottobre
October 17, 2026
La Bottega del Barbieri
La sentenza del Consiglio di Stato su Ravenna fa giurisprudenza
La sentenza del Consiglio di Stato che obbliga le Dogane di Ravenna a svelare i dati aggregati di armi passati dal porto, fa giurisprudenza: d’ora in poi le  dogane faranno più fatica a negare l’accesso agli atti, soprattutto sul passaggio di materiali di armamenti ma anche di dual use o altro materiale critico. Non potranno più invocare la motivazione di una “guerra mondiale a pezzi nella quale l’Italia è coinvolta”, visto che fino a prova contraria la guerra non è stata dichiarata né deliberata e (ancora) non si possono comprimere i diritti democratici. È una vittoria per la cittadinanza che ha il diritto di sapere e del giornalismo che ha il diritto di indagare. L’avvocatura di Stato (che dipende dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri) aveva definito il mio lavoro di giornalista d’inchiesta un “interesse personale” a “scopo di lucro” confliggente con l’interesse pubblico di nascondere i dati sulle armi. Il Consiglio di Stato torna a dare dignità al lavoro di tutti noi giornalisti.  Ringrazio infinitamente il mio avvocato Andrea Maestri, persona straordinaria e instancabile, da una vita dedito a difendere i diritti degli ultimi, degli oppressi e degli emarginati, che con enorme professionalità e passione ha vinto le Dogane in tutti i gradi di giudizio. Ringrazio tutti quelli che sono ricorsi ad adiuvandum senza lasciarci soli: il sindacato USB con gli avvocati Salerni, Conte, Damizia, Guglielmi, Andrade Fajardo, Rossi, le associazioni The Weapon WATCH (Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei) e Cred, e coloro che ci sono stati vicini e che hanno lottato con noi: in primis il Coordinamento popolare contro i traffici di armi nel porto di Ravenna, BDS Italia, i portuali, i parlamentari che in questi mesi hanno fatto interrogazioni sul caso, Stefania Ascari, Marco Croatti, Marco Grimandi, gli europarlamentari Mimmo Lucano e Cristina Guarda. Ringrazio un po’ meno il Comune di Ravenna e la Regione Emilia-Romagna, che pur potendo costituirsi ad adiuvandum e nonostante le nostre preghiere a farlo, hanno scelto un’altra strada. Ognuno fa le sue scelte l’importante è non intestarsi le vittorie altrui. La vittoria però non è totale. Purtroppo si possono continuare a tenere occultate le destinazioni di queste armi, rendendo complicato valutare il rispetto della legge 185/90. Io, noi ovviamente non ci fermiamo qui. Questo è un solo primo passo. La lotta è enorme perché siamo come Davide contro Golia. La tendenza a tenere all’oscuro la cittadinanza, a militarizzare i porti civili, e facilitare il passaggio delle armi non è solo una “fissa” ravennate. È una tendenza europea. Con la military mobility, con omnibus V l’Europa sta approvando regolamenti e direttive che facilitano la libera circolazione di armi. Questa non è una lotta personale né locale ma deve diventare nazionale e europea. Soprattutto non ci basta sapere quante armi passano, ma dobbiamo fermarle perché ogni arma è destinata ad ammazzare un essere umano, spesso e volentieri un civile inerme, donne e bambini. Rilancio ancora una volta lo sciopero internazionale dei portuali contro la guerra, previsto per il 30 ottobre, organizzato dai sindacati italiani di base USB, Orsa e numerosi sindacati internazionali. Scioperiamo e manifestiamo anche a Ravenna, in ogni porto d’Italia e del mondo. Linda Maggiori
October 17, 2026
Pressenza
Stefania Ascari, M5S: “La democrazia non si cancella con il segreto di Stato”
Commentando la notizia della sentenza del Consiglio di Stato che, respingendo l’appello dell’Agenzia delle Dogane di Ravenna supportata dall’Avvocatura Generale dello Stato, ha confermato la sentenza pronunciata il luglio scorso dal TAR dell’Emilia Romagna e accolto le richieste di accesso agli atti dell’Agenzia delle Dogane sul traffico d’armi nel porto di Ravenna *, Stefania Ascari ha dichiarato: > Il Consiglio di Stato ha dato definitivamente ragione alla giornalista Linda > Maggiori e all’avvocato Andrea Maestri, respingendo l’appello con cui > l’Agenzia delle Dogane di Ravenna pretendeva di tenere secretati i dati sul > transito delle armi nel porto. > L’Avvocatura di Stato si era appellata alla “guerra mondiale a pezzi” e alla > difesa nazionale pur di non farci sapere quante armi passano dal nostro > territorio. > Sulla questione ho depositato più interrogazioni parlamentari e tenuto una > conferenza stampa alla Camera. > Ora con questa sentenza storica cade il muro della segretezza e i dati > dovranno essere resi pubblici. Così avremo finalmente le prove per bloccare > queste armi. > La democrazia non si cancella con il segreto di Stato. > Grazie alla tenacia di Linda Maggiori, al lavoro dell’avvocato Andrea Maestri > e a tutte le realtà che hanno sostenuto la causa: The Weapon Watch, CRED, USB > – Unione Sindacale Di Base, il Coordinamento popolare contro i traffici di > armi nel porto di Ravenna, BDS Italia e tutti i cittadini e le cittadine che > si sono uniti alla nostra voce. > Non smettiamo di lottare e di fare rete. > Ritorniamo a essere umani. > Stefania Ascari, avvocata e femminista, deputata – portavoce del Movimento 5 > Stelle alla Camera, Capogruppo della Commissione Antimafia e membro delle > Commissioni Giustizia e Femminicidio * PRESSENZA / 16 ottobre 2026 – Export armi. Respinto l’appello dell’Agenzia delle Dogane di Ravenna Redazione Italia
October 17, 2026
Pressenza
Sentenza storica: è lecito sapere che armi passano nei…
… nei porti italiani. Festa a Ravenna che si prepara allo sciopero internazionale del 30 ottobre. di Manuela Foschi IL CONSIGLIO DI STATO HA RESPINTO IL RICORSO DELLE DOGANE ORA TRASPARENZA E BLOCCO DELLE ARMI NEL PORTO DI RAVENNA   Il Consiglio di Stato ha respinto l’appello delle Dogane di Ravenna di tenere secretati i dati aggregati degli armamenti che
October 16, 2026
La Bottega del Barbieri
Il Consiglio di Stato smentisce il governo: dovrà diffondere i dati sui traffici di armi
Il Consiglio di Stato ha respinto l’appello delle Dogane di Ravenna e ha dato ragione alla giornalista Linda Maggiori e al suo avvocato Andrea Maestri: i dati aggregati sui traffici di armi nel porto romagnolo devono essere resi pubblici. È così crollata la linea dell’Avvocatura dello Stato, secondo cui la trasparenza avrebbe favorito le potenze nemiche in una «guerra mondiale ibrida e a pezzi che coinvolge anche l’Italia». Rappresentando un precedente giurisprudenziale estremamente significativo, la decisione segna dunque un passaggio importante per la trasparenza sull’export e sul transito di armamenti in Italia, ma anche per la libertà di informazione e il diritto dei cittadini a conoscere attività di rilevanza pubblica. I giudici hanno smontato le ragioni dell’amministrazione doganale, che «evocano interessi pubblici astratti e delineano generici pregiudizi» senza chiarirne la natura né dimostrarne la concretezza. In gioco ci sono soltanto dati numerici, relativi a un periodo già trascorso e già in possesso dell’Amministrazione: renderli noti è un ragionevole punto di equilibrio per non svuotare di effettività la normativa sulla trasparenza. Nessun abuso del diritto, infine: l’accesso civico generalizzato «può essere esercitato anche nell’esercizio dell’attività giornalistica». Pesa poi una contraddizione evidenziata dalla stessa sentenza: altre autorità doganali e capitanerie, di fronte a richieste analoghe, non hanno opposto alcun limite e hanno consegnato i dati, come l’Agenzia di Livorno. Il Collegio parla di una condotta «apparentemente contraddittoria», aggiungendo che «non si comprende per quale motivo analoga regola non debba valere anche per il porto di Ravenna.» La vicenda risale a gennaio, quando la giornalista Maggiori, che è anche collaboratrice de L’Indipendente, aveva chiesto alle Dogane della Romagna le quantità di materiale bellico esportate o transitate nel 2025 dal porto. La risposta era stata un rifiuto totale, per ragioni di sicurezza nazionale e segreto commerciale. A inizio luglio il Tar aveva imposto di fornire i dati aggregati, tenendo riservate le destinazioni. Le Dogane, assistite dall’Avvocatura, hanno però portato il caso davanti al Consiglio di Stato. Davanti ai giudici l’Avvocatura ha sostenuto che il porto ha una «rilevanza militare con una funzione strategica nel dispositivo difensivo nazionale», benché sia classificato come scalo civile e commerciale, e che svelare i numeri avrebbe aiutato le potenze straniere. Un paradosso lampante: il governo ha più volte negato che l’Italia sia in guerra, ma l’Avvocatura ha evocato esplicitamente un conflitto mai dichiarato né deliberato dal Parlamento. Non solo: hanno bollato la richiesta della giornalista come interesse privato e a scopo di lucro, sostenendo che «l’interesse mediatico non equivale all’interesse pubblico». «È una vittoria straordinaria, la più significativa della mia carriera professionale perché corona i miei sforzi, il mio impegno e la mia ostinazione in difesa dei diritti dei più deboli, dei diritti umani e, in particolare, dei diritti del popolo palestinese massacrato con armi che transitano anche dai nostri porti, con la complicità dei nostri governi – ha dichiarato l’avvocato Andrea Maestri -. Una sentenza che ci dice che i cittadini non devono avere paura, anche adesso e proprio adesso che soffiano venti di guerre, ci sono spazi di partecipazione civica e democratica che devono essere riempiti con azioni coraggiose, per contrastare il buio minaccioso di questo tempo». La battaglia, tuttavia, non è conclusa. Le Dogane di Trieste hanno recentemente negato a Maggiori dati analoghi, richiamando motivazioni simili a quelle ora respinte dal Consiglio di Stato. La sentenza potrebbe dunque costituire un tassello fondamentale per le future richieste di trasparenza: sul piano giudiziario, richiami generici alla sicurezza e alle relazioni internazionali non bastano più a sbarrare l’accesso civico. Il Coordinamento popolare contro i traffici di armi nel porto di Ravenna rilancia la mobilitazione: il 30 ottobre è prevista in città una manifestazione nell’ambito dello sciopero internazionale dei porti contro la guerra e il traffico di armamenti. The post Il Consiglio di Stato smentisce il governo: dovrà diffondere i dati sui traffici di armi appeared first on L'Indipendente.
October 16, 2026
L'INDIPENDENTE
8 Ottobre: Le Dogane di Ravenna al Consiglio di Stato contro Linda Maggiori
Presidio a Ravenna per la sentenza del Consiglio di Stato. Le Dogane (reticenti) contro Linda Maggiori. Con il link alla diretta web delle 19.00 PRESIDIO A RAVENNA IN PIAZZA DEL POPOLO: 8 OTTOBRE ORE 18 Sarà sola davanti al Consiglio di Stato giovedì 8 ottobre 2026, senza il sostegno ad adiuvandum del sindaco di Ravenna Alessandro Barattoni e del Presidente della Regione Emilia Romagna Michele De Pascale nonostante sia stato loro richiesto fino all’ultimo. Il Pd ha risposto chiedendo al Governo la trasparenza dei dati delle Dogane di tutti i porti italiani e non solo quello di Ravenna. A seguire Linda Maggiori è l’avvocato Andrea Maestri, attivo da anni per la liberazione dei territori occupati in Palestina. A sostenerla Usb, The Weapon Watch e l’Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei ma anche la mobilitazione spontanea di cittadine/i, Cred e altri giuristi. Alle 19 Linda Maggiori parlerà in conferenza stampa (nella sala stampa della Camera) con la deputata Stefania Ascari e i senatori Marco Croatti e Antonio Ferrara del Movimento 5 Stelle che hanno presentato interrogazioni parlamentari sulla vicenda ma senza ottenere risposte. La coraggiosa giornalista Linda Maggiori a gennaio 2026 chiede un accesso generalizzato agli atti alle Dogane di Ravenna per avere i dati aggregati sulle armi in export e in transito dal porto con relative destinazioni: diniego delle Dogane «per motivi di sicurezza nazionale». Maggiori ha presentato ricorso al Tar di Bologna e la sentenza del Tar uscita a luglio ha dato per metà ragione alla giornalista (riguardo i dati) e per metà no (le destinazioni). Ma le Dogane di Ravenna non hanno accettato di divulgare i dati adducendo che il porto di Ravenna «ha una rilevanza militare nel contesto di una guerra mondiale ibrida e a pezzi che coinvolge anche l’Italia» e hanno fatto ricorso al Consiglio di Stato contro la giornalista. Linda Maggiori aveva iniziato a scoperchiare “la guerra invisibile” che passa nel porto di Ravenna già nell’estate 2025 quando raccontò di container che passavano settimanalmente pieni di materiali dual-use, armi e altre merci verso Israele, tracciando le navi israeliane che attraccavano al porto per poi ripartire. Il transito di merci legate alla guerra viola la legge 185 del 1990 che vieta l’esportazione di armi verso Stati o enti in conflitto armato nonché l’articolo 11 della Costituzione. Inoltre necessiterebbe del visto dell’autorità Uama – Unità per le autorizzazioni di materiali di armamento – che ha il compito di autorizzare il passaggio di carichi militari nelle dogane e nei porti verso Paesi terzi. Interpellata in quel frangente Uama dichiarò : «Dopo il 7 ottobre 2023 (giorno dell’attentato ai cittadini israeliani) il Governo italiano ha sospeso qualsiasi nuova autorizzazione verso Israele ai sensi della legge 185/90». Dalle inchieste e dai fermi di container grazie ai lavoratori portuali – anche Genova e Gioia Tauro -emerse che gli scambi di merci con Israele erano invece più che raddoppiati proprio dopo il 7 ottobre. Tutto ben documentato nel dossier «La flotta del genocidio» pubblicato dalla stessa giornalista per Altreconomia. Da quel momento tante le manifestazioni ravennati contro il transito di armi e altre merci dual use (non sono armamenti ma servono per produrle o innescarle). Nasce il «Coordinamento Popolare contro i traffici di armi nel porto di Ravenna». Proprio a settembre 2025 sull’onda di questa presa di coscienza fu impedito a due container con materiale bellico di entrare nel porto di Ravenna, grazie all’intervento (tardivo ma ci fu) delle istituzioni interpellate dai lavoratori portuali. Ci fu poi l’incontro con la «relatrice speciale Onu per i territori palestinesi» Francesca Albanese con i lavoratori del porto, con il sindaco di Ravenna Alessandro Barattoni e gli attivisti. La giornalista Linda Maggiori ha continuato le sue indagini ma la macchina di guerra, soldi e complicità ha continuato a funzionare nonostante le proteste nelle piazze. Il movimento contro le armi nei porti si schiera con Linda Maggiori: > «se il Consiglio di Stato deciderà di oscurare ogni dato, avallando la tesi > che siamo in una guerra permanente e che la democrazia è ridotta, allora noi > andremo fino alla CEDU, la Corte europea dei diritti dell’uomo». Chi non abita a Ravenna (o non può andare al presidio in Piazza del Popolo) può seguire online la diretta dalla sala stampa della Camera dei Deputati dalle 19 circa di giovedì 8 ottobre 2026. webtv.camera.it/conferenze_stampa Su questi temi abbiamo pubblicato molti articoli che potete rintracciare con i tag: Armi, Ravenna, Linda Maggiori, portuali e simili.  > Muro di gomma nel porto di Ravenna (e nelle istituzioni)   Redazione Romagna
October 7, 2026
Pressenza
Porto d’armi, 8 ottobre: presidio a Ravenna per…
… per la sentenza a Roma. Le Dogane (reticenti) contro Linda Maggiori. Con il link per la diretta web alle 19. di Manuela Foschi LE DOGANE DI RAVENNA AL CONSIGLIO DI STATO CONTRO LINDA MAGGIORI PRESIDIO A RAVENNA IN PIAZZA DEL POPOLO: 8 OTTOBRE ORE 18 Sarà sola davanti al Consiglio di Stato giovedì 8 ottobre 2026, senza il sostegno
La guerra passa dai nostri porti: il ruolo del porto di Piombino.
IL PROSSIMO 30 OTTOBRE SARÀ LA SECONDA GRANDE GIORNATA INTERNAZIONALE DI LOTTA DEI PORTUALI CONTRO LA GUERRA, IL RIARMO E LA MILITARIZZAZIONE DEI PORTI. Abbiamo riempito l’Arabia Saudita di armi. E oggi ci chiediamo perché la guerra arrivi fin dentro i nostri confini. Da circa un anno i carichi di armi, mezzi militari ed esplosivi movimentati attraverso il porto di Piombino sono aumentati in maniera significativa. Quello che per molto tempo è apparso come un fenomeno episodico si è progressivamente trasformato in una presenza ricorrente. Tra la fine di marzo e i primi giorni di aprile 2026, nel pieno dell’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran e del coinvolgimento dei Paesi della regione, la nave Capucine, utilizzata dal Ministero della Difesa italiano, arriva nel porto toscano. Grazie a una segnalazione veniamo a conoscenza del possibile carico e, soprattutto, della destinazione: il porto di Gedda, in Arabia Saudita. Una destinazione che, per quella nave, rappresentava una novità. Mentre arrivavano le consuete rassicurazioni da parte di alcuni esponenti vicini ad ambienti militari e imprenditoriali — «sono armi italiane che servono soltanto per semplici esercitazioni» — l’Unione Sindacale di Base decide di rivolgersi immediatamente alle autorità competenti e invia un esposto urgente alla Procura della Repubblica di Livorno, alla Capitaneria di Porto, all’Agenzia delle Dogane, alla Guardia di Finanza e all’Autorità di Sistema Portuale. Nell’esposto USB segnalava che la Capucine, battente bandiera maltese, sarebbe entrata nel porto di Piombino per effettuare il carico di: * cartucce; * detonatori; * bombole di azoto; * batterie; * TNT (tritolo). La destinazione indicata era il porto di Gedda, in Arabia Saudita. Nell’esposto USB evidenziava inoltre come l’Arabia Saudita fosse direttamente coinvolta nello scenario di conflitto e come non risultasse, sulla base delle informazioni disponibili in quel momento, la presenza di un contingente militare italiano nel Paese tale da giustificare quel tipo di trasferimento. Da qui nasceva un interrogativo preciso: quel materiale era destinato realmente a esigenze delle forze armate italiane oppure era diretto verso altri apparati militari impegnati nello scenario mediorientale? Non era un interrogativo teorico. Come Unione Sindacale di Base proclamammo lo sciopero nel porto di Piombino in concomitanza con le operazioni di carico e partecipammo al presidio delle Donne in Nero, uno dei pochi soggetti che, insieme al sindacato, ha continuato a denunciare pubblicamente il traffico di armi nello scalo piombinese. Alla fine la Capucine caricò il materiale e partì verso l’Arabia Saudita. E proprio nei giorni in cui la nave arrivava a Gedda, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni si recava a sua volta nella città saudita, dove incontrava il primo ministro Mohammed bin Salman. Di fronte a quella vicenda, nessuno degli enti preposti ritenne necessario, almeno pubblicamente, aprire un’indagine o fornire chiarimenti. Da un episodio a una rotta. Quello che accadde con la Capucine non rimase un episodio isolato. Da marzo in poi sono stati diversi i carichi di materiale bellico partiti da Piombino verso il Medio Oriente, con il coinvolgimento sia della Capucine sia della nave Severine. Una dinamica documentata anche dall’inchiesta della giornalista Linda Maggiori, che ha ricostruito le rotte e la crescente frequenza degli scali delle due navi. Nel frattempo, però, le informazioni sono diventate sempre più difficili da ottenere. Le navi hanno iniziato in diversi casi a rendere più difficile il loro tracciamento attraverso lo spegnimento dei transponder. Alcuni passaggi sono stati segnalati davanti alle coste israeliane, prima della prosecuzione della navigazione verso il Canale di Suez, o nella direzione opposta. L’Agenzia delle Dogane, inoltre, non ha fornito le informazioni richieste sui carichi e sulle destinazioni. Un fatto che assume un peso particolare se letto alla luce di quanto messo nero su bianco dall’Avvocatura dello Stato nel contesto del ricorso al TAR di Bologna e della successiva udienza presso il Consiglio di Stato promosso da Linda Maggiori: «nell’attuale contesto storico politico, in cui, come è a tutti noto, è in corso una guerra mondiale “a pezzi” ed “ibrida” che coinvolge, tra gli altri, anche l’Italia». Non stiamo dunque parlando di un problema astratto. Stiamo parlando di porti italiani, di navi che trasportano materiale militare, di rotte internazionali e di un Paese che dichiara di non essere parte dei conflitti ma che, allo stesso tempo, è sempre più inserito nei meccanismi logistici che consentono alla macchina bellica di funzionare. L’ultimo carico della Severine è avvenuto poche settimane fa. L’inchiesta di Linda Maggiori ha documentato proprio nel 2026 la crescente frequenza degli scali delle due navi a Piombino e la presenza di materiale bellico nello scalo toscano. I porti non sono neutrali quando trasportano la guerra. È proprio da qui che dobbiamo partire. Mentre il nostro Paese aumenta il proprio coinvolgimento nello scenario bellico e mentre il riarmo diventa una delle priorità dichiarate dei governi europei, i lavoratori portuali di Europa e Mediterraneo hanno deciso di rispondere con una mobilitazione internazionale. Il 30 ottobre sarà la seconda grande giornata internazionale di lotta dei portuali contro la guerra, il riarmo e la militarizzazione dei porti. La mobilitazione coinvolgerà organizzazioni sindacali di Francia, Grecia, Paesi Baschi, Turchia, Marocco e Italia e rappresenterà lavoratori di oltre 40 porti del Mediterraneo e dell’Europa. A questa rete si è aggiunta anche ORSA Porti di Gioia Tauro. Non è una semplice giornata di testimonianza. È una mobilitazione che nasce dalla consapevolezza che i porti rappresentano uno dei nodi fondamentali attraverso cui passano le merci, le risorse e anche gli strumenti della guerra. Per questo i lavoratori portuali rivendicano che i porti non vengano utilizzati per il trasporto di armi, munizioni, mezzi militari e truppe destinati ai teatri di guerra. E rivendicano che le risorse pubbliche siano destinate ai bisogni sociali, ai salari, alle pensioni, ai servizi pubblici e al lavoro, anziché essere assorbite dai programmi di riarmo. In Italia l’Unione Sindacale di Base è tra i promotori di questa giornata internazionale, insieme ad ORSA Porti di Gioia Tauro. Non basta denunciare. Bisogna fermare il meccanismo. Da troppo tempo la guerra viene raccontata come qualcosa che accade lontano. Ma la guerra passa dai nostri porti. Passa dalle navi. Passa dai lavoratori chiamati a movimentare quelle merci. Passa dalle infrastrutture civili trasformate progressivamente in snodi logistici della macchina militare. E passa anche dalle conseguenze economiche che ricadono sulla popolazione: dall’aumento delle spese militari alla sottrazione di risorse ai servizi pubblici, fino all’aumento dei costi dell’energia, dei beni essenziali e soprattutto della benzina Per questo non possono bastare i comunicati di denuncia. Non possono bastare le dichiarazioni di principio. La mobilitazione del 30 ottobre nasce dalla volontà di intervenire concretamente su uno dei meccanismi che alimentano la guerra: la sua logistica. I lavoratori non vogliono essere considerati semplicemente una parte neutrale della catena ma dicono no alla movimentazione di materiale destinato ai conflitti. Vogliono poter esercitare il diritto all’obiezione di coscienza quando il proprio lavoro viene utilizzato per alimentare una guerra. Vogliono che i porti rimangano luoghi di lavoro e non diventino basi operative della militarizzazione. È una posizione che comporta anche dei rischi. Significa, per un lavoratore, esporsi alle pressioni delle aziende, a possibili conseguenze disciplinari e al rischio di perdere il proprio posto di lavoro. Per questo il 30 ottobre non sarà soltanto una giornata contro la guerra. Sarà soltanto la prima tappa di un percorso che dovrà portarci nuovamente in piazza, in massa, per fermare tutto ancora una volta. Una nuova stagione di scioperi, mobilitazioni e di conflitto. Unione Sindacale di Base
September 22, 2026
Pressenza