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Libertà di insegnamento in tempo di guerra: un’assemblea on line contro la censura nelle scuole
Alla luce degli atti repressivi e di censura che stanno colpendo le scuole L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università convoca un’assemblea online per il 29 Dicembre alle 18:00 per preparare per l’inizio del 2026 un’adeguata mobilitazione con tutte le realtà presenti sui territori. A seguito di alcuni post sui social e sui giornali di esponenti locali della destra è partita una interpellanza parlamentare e una rapidissima ispezione del Ministero dell’Istruzione e del Merito atta ad accertare gli avvenimenti. Sul banco degli “imputati” Francesca Albanese invitata online da alcuni istituti comprensivi a parlare di Palestina. I fatti riguardano scuole della Toscana, dell’Emilia Romagna e delle Marche [Educare sotto ispezione: la vicenda dell’Istituto Enrico Mattei di San Lazzaro (BO)] ; in alcuni casi gli ispettori non sono arrivati a giudicare l’operato di docenti e presidi, perché la presenza di Albanese era legata a una richiesta degli studenti e delle studentesse dentro un’assemblea regolarmente convocata. Albanese nelle scuole secondarie? Oggi a lei il diniego, domani a noi tutti L’invito a Francesca Albanese, relatrice speciale per le Nazioni Unite per il territorio palestinese occupato, era finalizzato a presentare il suo ultimo libro: “Quando il mondo dorme. Storie, parole e ferite della Palestina”, un percorso didattico, legato alla tragica attualità, che tuttavia ha provocato una pronta reazione politica di esponenti della destra (articoli sulla stampa locale e gli immancabili post sui social), che hanno chiesto la verifica di eventuali estremi di reato per Albanese; a ciò è seguita l’iniziativa del ministro Giuseppe Valditara con l’invio di ispettori che, a distanza di pochissimi giorni, sono entrati nelle scuole “incriminate” per valutare l’operato dei/delle docenti e verificare se sia stato garantito quel contraddittorio funzionale a scongiurare il rischio di “indottrinamento ideologico“. E proprio in questi ultimi giorni, in un istituto superiore dell’Emilia Romagna, con circolare della dirigenza, è stato annullato l’incontro con due refusenik, ossia obiettori di coscienza israeliani, organizzato da Assopace Palestina. Un’iniziativa di censura o di prudenza vista la nota ministeriale del 7 novembre che invoca il pluralismo e il contraddittorio? A nostro avviso si è voluta impedire la presenza di voci scomode e non allineate con i desiderata governativi. Detto in altri termini, ogni qual volta parliamo di Palestina, di colonialismo di insediamento e dei civili palestinesi vittime dei bombardamenti israeliani dovremmo chiamare Smotrich oppure Gallant e Netanyahu, sui quali pende un mandato di cattura per crimini contro l’umanità da parte della Corte Penale Internazionale? Se oggi dovessimo invitare in una scuola lo storico israeliano antisionista Ilan Pappé dovremmo forse convocare l’ambasciatore di Israele o uno dei ministri che rivolgendosi agli arabi e ai palestinesi utilizza termini razzisti? O un ufficiale dell’esercito contro cui esistono prove dirette per crimini di guerra? E ogni qual volta si registrano presenze di militari nelle scuole denunciate dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università perché il ministro Valditara non invoca il contraddittorio? Non si parli di attualità A non essere gradita al ministro Giuseppe Valditara è proprio l’attualità, eppure da quando esistono le assemblee studentesche sono gli argomenti vissuti a provocare indignazione e il bisogno di approfondimenti. Si è parlato anche di estremi di reato perché la relatrice Francesca Albanese avrebbe “accusato l’attuale governo di essere fascista e complice di un genocidio” e sono state promesse azioni giudiziarie nei suoi confronti per tutelare il buon nome della maggioranza. In realtà sono le sue relazioni presentate all’Onu ad essere sul banco degli imputati a totale sprezzo del diritto internazionale. Chiedere la fine di rapporti commerciali con Israele è una richiesta inammissibile? O deve essere bandita ogni domanda relativa alle complicità politiche, finanziarie e industriali dello Stato italiano con Israele? Sono proprio l’accusa di genocidio e il racconto della Nakba che si vogliono bandire dalle scuole. Queste sono peraltro le stesse riflessioni di tanti e tante docenti, genitori, studenti e studentesse che registrano l’instaurarsi di un clima autoritario nelle scuole al fine di impedire l’autonomia e la libertà di insegnamento. Le ispezioni assumono allora una valenza politica perché vengono vissute negli istituti come un atto intimidatorio contro docenti, studenti e studentesse: non sono le sanzioni o i richiami a preoccupare, ma la continua intromissione del Ministero nella vita scolastica con l’utilizzo dei controlli e dei provvedimenti disciplinari per seminare paura, rassegnazione e silenzio. Ci siamo posti in questi giorni ulteriori domande: le scuole italiane sono divenute un covo di settari ed estremisti? E ogni azione della docenza necessita di un controllo da parte del Ministero come si faceva in epoca fascista? Si alimenta il sospetto sui/sulle docenti, sulla loro professionalità, si punta direttamente a condizionare le decisioni degli organi collegiali e, a nostro avviso, è anche l’inizio di una campagna antisindacale. I prossimi mesi diranno se i nostri argomenti sono fondati o meno. Quanto accade nelle scuole è soltanto un tassello di quanto avviene nell’intera società dove censura e repressione colpiscono intellettuali come il prof. Angelo d’Orsi, i centri sociali come Askatasuna, i movimenti studenteschi, gli attivisti per la Palestina, le persone che non rinunciano a esprimere un pensiero critico come l’imam Mohamed Shahin e infine i resistenti palestinesi come Anan Yaeesh e tutte le realtà conflittuali oggetto di repressione per il decreto sicurezza. Alla luce dei fatti appena descritti, L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università convoca un’assemblea online da tenersi il 29 Dicembre alle 18:00. Urge preparare un’adeguata risposta e mobilitazione da condividere con tutte le realtà presenti sui territori per l’inizio 2026. DEMOCRAZIA E AUTONOMIA DIDATTICA NON SI INGABBIANO! Per seguire l’assemblea entra nella riunione in Zoom https://us02web.zoom.us/j/81571709889?pwd=fUhfagxxq781tj9dTOmkdaamWCDDaP.1 Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
Fronte repressivo occidentale: da Palestine Action all’imam Shahin – AI e telefonate dal carcere – Neutralizzazione amministrativa@2
Estratti dalla puntata del 22 dicembre 2025 di Bello Come Una Prigione Che Brucia SGOMBERO ASKATASUNA E ECONOMIA DELLA REPRESSIONE Partiamo con un articolo (suggerito da una persona all’ascolto) che ci consente di riflettere sul profilo di economia della repressione sovrapposto allo sgombero di Askatasuna: PRISONERS FOR PALESTINE Mentre va in onda la puntata, sei Prisoners for Palestine (Qesser Zuhrah, Amu Gib, Heba Muraisi, T Hoxha, Kamran Ahmed e Lewie Chiaramello) stanno proseguendo lo sciopero della fame in condizioni critiche: nell’ultima settimana, oltre 800 sanitari hanno segnalato il “concreto rischio di morte per questi giovani cittadini britannici in carcere senza una condanna”. Cinque di loro hanno dovuto ricorrere a ricoveri ospedalieri, come nel caso di Qesser, per la quale sono state indispensabili mobilitazioni davanti al carcere affinché le fosse consentito il trasferimento in ambulanza. / / / AGGIORNAMENTO: Nella serata del 23 dicembre 2025 apprendiamo che Amu e Qesser hanno interrotto lo sciopero della fame. Nel frattempo a Londra al termine di un’azione contro la compagnia assicurativa Aspen in solidarietà con prigionierx di Palestine Action, l’attivista Greta Thunberg veniva fermata e incriminata per “supporto a un gruppo proscritto sotto la legge anti-terrorismo”. / / / Parallelamente proseguono arresti e intimidazioni verso chi si esprime a favore di Palestine Action o semplicemente contro le politiche di oppressione e sterminio portate avanti da Israele e dal suo esercito terrorista. Sul fronte repressivo occidentale, osserviamo come sia all’opera una compressione della libertà di contestazione delle politiche sioniste molto più intensa rispetto al contrasto delle cosiddette posizioni “russofile”: nonostante ci ricordino a reti unificate come l’Europa sia sotto attacco, nonostante si prosegua in un arruolamento di massa della società e si stiano strutturando agenzie per il controllo militare dell’infosfera e del consenso (leggesi “contrasto alla guerra ibrida”), da Londra a Berlino, da L’Aquila a Torino, vediamo come la repressione operi sopratutto per tutelare gli interessi di una potenza straniera come Israele. AI E CONVERSAZIONI DETENUTI L’azienda statunitense Securus Technologies ha sviluppato un sistema per il monitoraggio delle comunicazioni delle persone detenute verso l’esterno: un prodotto addestrato con le loro conversazioni telefoniche (senza consenso) e pronto a essere venduto a diversi dipartimenti carcerari con lo scopo di prevenire la pianificazione di attività criminali. Cerchiamo di osservare come la crescita del fenomeno della detenzione di massa produca imprescindibilmente un bacino di mercato per prodotti dedicati al settore, ma al contempo come l’analisi automatizzata delle conversazioni delle persone detenute sia stata inaugurata durante la pandemia di Covid-19: ICE E FBI: NOTE DI COSTUME Piccola parentesi sulle politiche di reclutamento per la costituzione delle milizie fidelizzate dell’ICE e su Kash Patel, freneticamente impegnato a trovare una giacca adatta dopo l’omicidio di Charles Kirk: IL CASO SHAHIN E LE DEPORTAZIONI COME “IGIENE SOCIALE” In Italia non abbiamo l’ICE, ma la nostra giustizia amministrativa rimuove individui dal tessuto sociale, anche per questioni politiche: il caso dell’imam Mohamed Shahin rientra in quel 10% di provvedimenti di espulsione per “motivi di sicurezza”. Ne parliamo con Erasmo Sossich, autore di un importante articolo pubblicato su Monitor, all’interno di quel si analizza il ricorso a questa forma specifica di repressione in Italia e non solo: LINK all’articolo su Monitor
Fronte repressivo occidentale: da Palestine Action all’imam Shahin – AI e telefonate dal carcere – Neutralizzazione amministrativa@0
Estratti dalla puntata del 22 dicembre 2025 di Bello Come Una Prigione Che Brucia SGOMBERO ASKATASUNA E ECONOMIA DELLA REPRESSIONE Partiamo con un articolo (suggerito da una persona all’ascolto) che ci consente di riflettere sul profilo di economia della repressione sovrapposto allo sgombero di Askatasuna: PRISONERS FOR PALESTINE Mentre va in onda la puntata, sei Prisoners for Palestine (Qesser Zuhrah, Amu Gib, Heba Muraisi, T Hoxha, Kamran Ahmed e Lewie Chiaramello) stanno proseguendo lo sciopero della fame in condizioni critiche: nell’ultima settimana, oltre 800 sanitari hanno segnalato il “concreto rischio di morte per questi giovani cittadini britannici in carcere senza una condanna”. Cinque di loro hanno dovuto ricorrere a ricoveri ospedalieri, come nel caso di Qesser, per la quale sono state indispensabili mobilitazioni davanti al carcere affinché le fosse consentito il trasferimento in ambulanza. / / / AGGIORNAMENTO: Nella serata del 23 dicembre 2025 apprendiamo che Amu e Qesser hanno interrotto lo sciopero della fame. Nel frattempo a Londra al termine di un’azione contro la compagnia assicurativa Aspen in solidarietà con prigionierx di Palestine Action, l’attivista Greta Thunberg veniva fermata e incriminata per “supporto a un gruppo proscritto sotto la legge anti-terrorismo”. / / / Parallelamente proseguono arresti e intimidazioni verso chi si esprime a favore di Palestine Action o semplicemente contro le politiche di oppressione e sterminio portate avanti da Israele e dal suo esercito terrorista. Sul fronte repressivo occidentale, osserviamo come sia all’opera una compressione della libertà di contestazione delle politiche sioniste molto più intensa rispetto al contrasto delle cosiddette posizioni “russofile”: nonostante ci ricordino a reti unificate come l’Europa sia sotto attacco, nonostante si prosegua in un arruolamento di massa della società e si stiano strutturando agenzie per il controllo militare dell’infosfera e del consenso (leggesi “contrasto alla guerra ibrida”), da Londra a Berlino, da L’Aquila a Torino, vediamo come la repressione operi sopratutto per tutelare gli interessi di una potenza straniera come Israele. AI E CONVERSAZIONI DETENUTI L’azienda statunitense Securus Technologies ha sviluppato un sistema per il monitoraggio delle comunicazioni delle persone detenute verso l’esterno: un prodotto addestrato con le loro conversazioni telefoniche (senza consenso) e pronto a essere venduto a diversi dipartimenti carcerari con lo scopo di prevenire la pianificazione di attività criminali. Cerchiamo di osservare come la crescita del fenomeno della detenzione di massa produca imprescindibilmente un bacino di mercato per prodotti dedicati al settore, ma al contempo come l’analisi automatizzata delle conversazioni delle persone detenute sia stata inaugurata durante la pandemia di Covid-19: ICE E FBI: NOTE DI COSTUME Piccola parentesi sulle politiche di reclutamento per la costituzione delle milizie fidelizzate dell’ICE e su Kash Patel, freneticamente impegnato a trovare una giacca adatta dopo l’omicidio di Charles Kirk: IL CASO SHAHIN E LE DEPORTAZIONI COME “IGIENE SOCIALE” In Italia non abbiamo l’ICE, ma la nostra giustizia amministrativa rimuove individui dal tessuto sociale, anche per questioni politiche: il caso dell’imam Mohamed Shahin rientra in quel 10% di provvedimenti di espulsione per “motivi di sicurezza”. Ne parliamo con Erasmo Sossich, autore di un importante articolo pubblicato su Monitor, all’interno di quel si analizza il ricorso a questa forma specifica di repressione in Italia e non solo: LINK all’articolo su Monitor
Fronte repressivo occidentale: da Palestine Action all’imam Shahin – AI e telefonate dal carcere – Neutralizzazione amministrativa@1
Estratti dalla puntata del 22 dicembre 2025 di Bello Come Una Prigione Che Brucia SGOMBERO ASKATASUNA E ECONOMIA DELLA REPRESSIONE Partiamo con un articolo (suggerito da una persona all’ascolto) che ci consente di riflettere sul profilo di economia della repressione sovrapposto allo sgombero di Askatasuna: PRISONERS FOR PALESTINE Mentre va in onda la puntata, sei Prisoners for Palestine (Qesser Zuhrah, Amu Gib, Heba Muraisi, T Hoxha, Kamran Ahmed e Lewie Chiaramello) stanno proseguendo lo sciopero della fame in condizioni critiche: nell’ultima settimana, oltre 800 sanitari hanno segnalato il “concreto rischio di morte per questi giovani cittadini britannici in carcere senza una condanna”. Cinque di loro hanno dovuto ricorrere a ricoveri ospedalieri, come nel caso di Qesser, per la quale sono state indispensabili mobilitazioni davanti al carcere affinché le fosse consentito il trasferimento in ambulanza. / / / AGGIORNAMENTO: Nella serata del 23 dicembre 2025 apprendiamo che Amu e Qesser hanno interrotto lo sciopero della fame. Nel frattempo a Londra al termine di un’azione contro la compagnia assicurativa Aspen in solidarietà con prigionierx di Palestine Action, l’attivista Greta Thunberg veniva fermata e incriminata per “supporto a un gruppo proscritto sotto la legge anti-terrorismo”. / / / Parallelamente proseguono arresti e intimidazioni verso chi si esprime a favore di Palestine Action o semplicemente contro le politiche di oppressione e sterminio portate avanti da Israele e dal suo esercito terrorista. Sul fronte repressivo occidentale, osserviamo come sia all’opera una compressione della libertà di contestazione delle politiche sioniste molto più intensa rispetto al contrasto delle cosiddette posizioni “russofile”: nonostante ci ricordino a reti unificate come l’Europa sia sotto attacco, nonostante si prosegua in un arruolamento di massa della società e si stiano strutturando agenzie per il controllo militare dell’infosfera e del consenso (leggesi “contrasto alla guerra ibrida”), da Londra a Berlino, da L’Aquila a Torino, vediamo come la repressione operi sopratutto per tutelare gli interessi di una potenza straniera come Israele. AI E CONVERSAZIONI DETENUTI L’azienda statunitense Securus Technologies ha sviluppato un sistema per il monitoraggio delle comunicazioni delle persone detenute verso l’esterno: un prodotto addestrato con le loro conversazioni telefoniche (senza consenso) e pronto a essere venduto a diversi dipartimenti carcerari con lo scopo di prevenire la pianificazione di attività criminali. Cerchiamo di osservare come la crescita del fenomeno della detenzione di massa produca imprescindibilmente un bacino di mercato per prodotti dedicati al settore, ma al contempo come l’analisi automatizzata delle conversazioni delle persone detenute sia stata inaugurata durante la pandemia di Covid-19: ICE E FBI: NOTE DI COSTUME Piccola parentesi sulle politiche di reclutamento per la costituzione delle milizie fidelizzate dell’ICE e su Kash Patel, freneticamente impegnato a trovare una giacca adatta dopo l’omicidio di Charles Kirk: IL CASO SHAHIN E LE DEPORTAZIONI COME “IGIENE SOCIALE” In Italia non abbiamo l’ICE, ma la nostra giustizia amministrativa rimuove individui dal tessuto sociale, anche per questioni politiche: il caso dell’imam Mohamed Shahin rientra in quel 10% di provvedimenti di espulsione per “motivi di sicurezza”. Ne parliamo con Erasmo Sossich, autore di un importante articolo pubblicato su Monitor, all’interno di quel si analizza il ricorso a questa forma specifica di repressione in Italia e non solo: LINK all’articolo su Monitor
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Estratti dalla puntata del 22 dicembre 2025 di Bello Come Una Prigione Che Brucia SGOMBERO ASKATASUNA E ECONOMIA DELLA REPRESSIONE Partiamo con un articolo (suggerito da una persona all’ascolto) che ci consente di riflettere sul profilo di economia della repressione sovrapposto allo sgombero di Askatasuna: PRISONERS FOR PALESTINE Mentre va in onda la puntata, sei Prisoners for Palestine (Qesser Zuhrah, Amu Gib, Heba Muraisi, T Hoxha, Kamran Ahmed e Lewie Chiaramello) stanno proseguendo lo sciopero della fame in condizioni critiche: nell’ultima settimana, oltre 800 sanitari hanno segnalato il “concreto rischio di morte per questi giovani cittadini britannici in carcere senza una condanna”. Cinque di loro hanno dovuto ricorrere a ricoveri ospedalieri, come nel caso di Qesser, per la quale sono state indispensabili mobilitazioni davanti al carcere affinché le fosse consentito il trasferimento in ambulanza. / / / AGGIORNAMENTO: Nella serata del 23 dicembre 2025 apprendiamo che Amu e Qesser hanno interrotto lo sciopero della fame. Nel frattempo a Londra al termine di un’azione contro la compagnia assicurativa Aspen in solidarietà con prigionierx di Palestine Action, l’attivista Greta Thunberg veniva fermata e incriminata per “supporto a un gruppo proscritto sotto la legge anti-terrorismo”. / / / Parallelamente proseguono arresti e intimidazioni verso chi si esprime a favore di Palestine Action o semplicemente contro le politiche di oppressione e sterminio portate avanti da Israele e dal suo esercito terrorista. Sul fronte repressivo occidentale, osserviamo come sia all’opera una compressione della libertà di contestazione delle politiche sioniste molto più intensa rispetto al contrasto delle cosiddette posizioni “russofile”: nonostante ci ricordino a reti unificate come l’Europa sia sotto attacco, nonostante si prosegua in un arruolamento di massa della società e si stiano strutturando agenzie per il controllo militare dell’infosfera e del consenso (leggesi “contrasto alla guerra ibrida”), da Londra a Berlino, da L’Aquila a Torino, vediamo come la repressione operi sopratutto per tutelare gli interessi di una potenza straniera come Israele. AI E CONVERSAZIONI DETENUTI L’azienda statunitense Securus Technologies ha sviluppato un sistema per il monitoraggio delle comunicazioni delle persone detenute verso l’esterno: un prodotto addestrato con le loro conversazioni telefoniche (senza consenso) e pronto a essere venduto a diversi dipartimenti carcerari con lo scopo di prevenire la pianificazione di attività criminali. Cerchiamo di osservare come la crescita del fenomeno della detenzione di massa produca imprescindibilmente un bacino di mercato per prodotti dedicati al settore, ma al contempo come l’analisi automatizzata delle conversazioni delle persone detenute sia stata inaugurata durante la pandemia di Covid-19: ICE E FBI: NOTE DI COSTUME Piccola parentesi sulle politiche di reclutamento per la costituzione delle milizie fidelizzate dell’ICE e su Kash Patel, freneticamente impegnato a trovare una giacca adatta dopo l’omicidio di Charles Kirk: IL CASO SHAHIN E LE DEPORTAZIONI COME “IGIENE SOCIALE” In Italia non abbiamo l’ICE, ma la nostra giustizia amministrativa rimuove individui dal tessuto sociale, anche per questioni politiche: il caso dell’imam Mohamed Shahin rientra in quel 10% di provvedimenti di espulsione per “motivi di sicurezza”. Ne parliamo con Erasmo Sossich, autore di un importante articolo pubblicato su Monitor, all’interno di quel si analizza il ricorso a questa forma specifica di repressione in Italia e non solo: LINK all’articolo su Monitor
Intervista all’avvocato Gianluca Vitale sulla scarcerazione di Mohamed Shahin
Il 15 dicembre 2025 la Corte d’appello di Torino ha disposto “la cessazione del trattenimento al CPR di Caltanissetta” di Mohamed Shahin.   Abbiamo chiesto all’Avvocato del Forum di Torino Gianluca Vitale di Giuristi Democratici e del Legal Team Italia, che fa parte del Collegio di Difesa dell’Imam, di raccontarci cosa sta succedendo. Lo ringraziamo per aver spiegato in maniera semplice un iter giudiziario che si presenta complicato. Intervista a Gianluca Vitale Partiamo dall’inizio. Cosa è successo? Tutto nasce il 24 di novembre 2025 con la notifica a Mohamed Shahin, Imam della Moschea di San Salvario a Torino di due provvedimenti: il decreto di espulsione del Ministro per pericolosità per la sicurezza nazionale e la revoca della Carta di soggiorno, il permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo. Scatta il Decreto di espulsione con accompagnamento immediato, a cui segue l’udienza davanti al Giudice di pace di convalida dell’accompagnamento. In quella sede Shahin chiede la protezione internazionale. È evidente che non aveva nessun motivo di chiederla prima perché non aveva nessuna idea che potesse esserci un provvedimento di questo genere nei suoi confronti e che quindi che potesse essere spedito in Egitto coattivamente. A quel punto partono una serie di altri procedimenti, grazie alle modifiche un po’ bizzarre che sono state fatte negli ultimi anni alla legislazione. Vengono investite una serie di giurisdizioni e competenze diverse. Tra queste c’è la Corte di Appello, perché nel momento in cui Shahin chiede la protezione internazionale non si può evidentemente eseguire l’espulsione verso l’Egitto, ma il Questore di Torino decide di trattenerlo come richiedente asilo. Viene così deciso il trattenimento a Caltanissetta nonostante noi sappiamo che c’erano posti anche a Torino. Shahin viene portato coattivamente a Caltanisetta e lì cosa succede? Il giorno dopo in suo arrivo va in audizione davanti alla Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Siracusa. Ci va in un momento in cui noi avevamo perso le sue tracce, visto che per circa 24 ore non abbiamo saputo dov’era e non ci veniva comunicato dove lo stavano portando. Questo si configura come una violazione del diritto di difesa, perché non abbiamo potuto assisterlo durante l’audizione davanti alla Commissione territoriale di Siracusa. Viene fatta la convalida del trattenimento alla Corte d’Appello di Torino, come previsto da una delle modifiche avvenute nel post-CPR in Albania. La Corte d’Appello convalida il trattenimento sulla base delle informazioni che gli sono state fornite nella richiesta di convalida della Questura di Caltanissetta, in cui si diceva che Shahin era sottoposto a due procedimenti penali e che la Procura della Repubblica aveva posto un divieto di ostensione degli atti dei procedimenti penali a cui era sottoposto. Il giudice della Corte d’Appello interpreta tutto questo come conferma di pericolo e convalida il trattenimento. Cosa avete fatto a questo punto come Collegio di difesa? Abbiamo agito su diversi piani: un ricorso per Cassazione contro la convalida, che è stato fissato per il 9 gennaio 2026 e un’istanza di riesame del trattenimento. Puoi parlarci dei punti in cui si articola l’istanza che poi porterà al provvedimento di liberazione di cui si sta parlando in questi giorni? L’istanza di riesame del trattenimento è fondata su alcuni elementi nuovi che apprendiamo solamente dopo la convalida. Uno di questi è la circostanza che riguarda quanto fatto dalla Procura della Repubblica di Torino una volta ricevuta un’informativa della Digos sul discorso tenuto da Shahin il 9 ottobre 2025, quello che è citato anche nel decreto di espulsione e che abbiamo letto virgolettato per stralci su tutti i giornali, in cui avrebbe detto che il 7 ottobre non è stata una violenza. In realtà il discorso è molto più lungo e sostanzialmente credo che sia stato ampiamente frainteso. Lui stesso ha chiarito in seguito come venisse contestualizzato il 7 ottobre del 2023 nella trama della lunga vicenda della Palestina dal 1948 in avanti, prima con la Nakba, le varie guerre e poi con quello che è successo dal 2000, le operazioni Margine protettivo fino a Piombo fuso, e le migliaia di morti civili palestinesi. Tornando alla vicenda giudiziaria la Procura della Repubblica, ricevuta l’informativa sul discorso, iscrive subito il procedimento a modello 45, come fatto non costituente reato. Per quel discorso Shahin non è mai stato iscritto come indagato. Tanto è vero che nella stessa giornata la Procura trasmette gli atti in archivio. Per quanto riguarda invece il divieto di ostensione scopriamo che non c’è: semplicemente alla richiesta che venissero pubblicati e utilizzati gli atti del procedimento penale per blocco stradale, il PM aveva risposto di stare ancora indagando e perciò come da articolo 329 di non ritenere che gli atti dovessero essere pubblicati. Chiarita la vicenda, abbiamo potuto accedere agli atti del procedimento penale, visto che non erano più necessarie altre indagini. Visti gli atti ci rendiamo conto che si tratta di una normalissima manifestazione. Una delle tante manifestazioni in solidarietà con il popolo palestinese che a un certo punto – non sicuramente per decisione di Shahin che è semplicemente una delle persone presenti all’iniziativa – arriva sul raccordo autostradale Torino-Caselle e per qualche decina di minuti lo interrompe con un blocco. Abbiamo già fatto un interrogatorio chiarendo ulteriormente la posizione di Shahin davanti al Pubblico Ministero. Questo è sostanzialmente quello che emerge in riferimento alla questione divieto di ostensione. Sono stati poi prodotti due presunti contatti di Shahin con soggetti radicalizzati. Un’identificazione avvenuto a Imperia da parte della polizia stradale nel 2012. Quando Shahin è stato sentito ha chiarito la vicenda dicendo che l’unica cosa che ricordava dell’episodio è che era andato a fare un sermone nella cittadina ligure nel periodo di inizio della guerra in Siria, della primavera siriana. Al ritorno gli era stato dato un passaggio ed erano stati fermati per un normale controllo della polizia stradale in cui erano stati chiesti i documenti. Shahin ha anche chiarito che non sapeva chi ci fosse in macchina e che non conosceva il soggetto di cui si sta parlando, un italiano convertito che si sarebbe arruolato per combattere in Siria dove è morto. Una segnalazione dovuta a un’intercettazione telefonica di un soggetto poi condannato per apologia di terrorismo, che parlando con un’altra persona nel 2018 gli avrebbe detto “se hai bisogno di qualcosa puoi rivolgersi all’imam della moschea di San Salvario”. Questi elementi sono quelli che hanno permesso di ripresentare l’istanza? Sì, sono quelli che hanno permesso di ripresentare l’istanza e soprattutto la circostanza che la Corte d’Appello si era trovata a dover decidere di una persona con due indagini a carico e un segreto istruttorio chissà per che motivo opposto dalla procura mentre, come abbiamo dimostrato, non era questa la realtà. Abbiamo anche aggiunto nell’istanza tutta una serie di documenti, sia precedenti sia successivi al decreto di espulsione. Si tratta degli attestati di solidarietà e di conoscenza da parte del mondo cattolico, valdese, che attestano come Shahin sia sempre stata una persona che ha lavorato per il dialogo interreligioso e per l’integrazione tra le comunità. Abbiamo allegato anche elementi precedenti, come ad esempio un’iniziativa unica in Italia, ovvero la traduzione della Costituzione italiana in lingua araba e la sua distribuzione tra i fedeli della sua moschea. Anche questo un segno di non pericolosità, anzi di perfetto inserimento nei valori del nostro sistema costituzionale. Alla luce di questi elementi il Giudice valorizza tutto questo quando accoglie le istanze di riesame e dice che ci sono degli elementi nuovi che lo allontanano dal sospetto di pericolosità. Elementi che confermano come Shahin sia perfettamente inserito in un sistema valoriale rispettoso della Costituzione.  La vicenda giudiziaria non è ancora conclusa. Cosa succederà? C’è un tot di giurisdizioni e di azioni che devono ancora avvenire. Sul Decreto di espulsione abbiamo proposto ricorso al Tar Lazio e avremo udienza il 22 dicembre 2025. Sulla revoca della carta di soggiorno abbiamo proposto ricorso al Tar Piemonte e avremo udienza il 14 gennaio 2026. Contro il rigetto della richiesta di protezione internazionale adottata dalla Commissione territoriale di Siracusa abbiamo proposto ricorso al Tribunale ordinario civile, Sezione immigrazione di Caltanissetta che proprio ieri, poche ore dopo la decisione della Corte d’Appello, ha sospeso il provvedimento di diniego della protezione internazionale. Questo significa che comunque, al di là del fatto che Shahin è in libertà, dismesso dal CPR, è anche inespellibile temporaneamente perché è pendente il ricorso sulla sua richiesta di protezione internazionale. In conclusione, come possiamo valutare questa vicenda? Al di là della complicazione determinata dalla normativa – questo sovrapporsi di giurisdizioni diverse perché abbiamo due TAR, la Corte d’Appello penale, la Cassazione e il Tribunale civile di Caltanissetta – mi sembra che questa vicenda portata in estrema sintesi sia un segnale molto pericoloso. Sostanzialmente la decisione di espellere Shahin è determinata solamente dal fatto che ha espresso un’opinione, condivisibile o meno. Il giudice della Corte d’Appello scrive che è moralmente o eticamente sicuramente una descrizione che lui non condivide, parole censurabili. Detto questo, ripeto vanno inquadrate nel contesto complessivo del suo discorso, ma soprattutto restano un’opinione. Si parla di radicalizzazione, fondamentalismo. Ho sentito che il Ministro Piantedosi ad Atreju ha detto che non importa che sia un imam, ma il primo paragrafo fa riferimento alla sua qualifica di imam. Si sottolinea che ha organizzato diverse manifestazioni in solidarietà con il popolo palestinese. Credo che il solo fatto di citare questo come elemento a sfavore, visto che è nominato in un provvedimento di espulsione per pericolosità per la sicurezza nazionale, è un ulteriore campanello di allarme su come viene interpretata sostanzialmente la libertà di manifestazione del pensiero e su come viene interpretato essere migranti in questo momento in Italia.   Redazione Italia
Mohamed Shahin è uscito dal cpr di Caltanissetta!
Finalmente potrà tornare alla sua famiglia ed a Torino. Lo aspettano i tanti che in questi giorni si sono mobilitati per chiederne la liberazione. Mohamed uomo di dialogo, che non ha mai smesso di battersi contro le ingiustizie. Ora aspettiamo gli esiti dei procedimenti in corso perchè possa davvero tornare ad essere uomo libero con il suo documento di soggiorno e senza minaccia di un rimpatrio che lo condurrebbe a morte certa. Ringraziamo gli avvocati e tutti coloro che in questi giorni non hanno mai smesso di urlare freeShain. Continuiamo a batterci per la chiusura dei cpr e contro le politiche di repressione e abuso contro chi lotta per libertà di movimento,verità e giustizia. CL 15dicembre 2025 Coordinamento nisseno per la Palestina, Catanesi solidali con il popolo  palestinese, LasciateCIEntrare, CarovaneMigranti, MemMed   Redazione Italia
Ferrero (PRC) sulla scarcerazione di Mohamed Shahin
Ferrero (PRC): dalla Corte d’Appello di Torino una prima buona notizia con la scarcerazione di Mohamed Shahin. Questo è un buon giorno per la città di Torino e per la democrazia, continuiamo la mobilitazione. Paolo Ferrero, segretario provinciale di Rifondazione Comunista ha dichiarato:“Dalla Corte d’appello di Torino, che boccia la deportazione dell’imam di Torino Mohamed Shahin nel Cpr di Caltanissetta, ci arriva una prima buona notizia. La macchinazione ai suoi danni, posta in essere dal Ministero degli interni e culminata – dopo 22 anni di residenza in Italia – con il decreto di espulsione del Ministro degli interni Piantedosi, subisce un duro colpo grazie alla magistratura torinese. In questa giornata di festa voglio ricordare le tante prese di posizione a favore di Mohamed che si sono avute in città in queste settimane: dalle numerose e partecipate manifestazioni di solidarietà – l’ultima sabato scorso – alla presa di posizione di importanti esponenti delle diverse confessioni religiose. Il tessuto democratico di Torino, la società civile torinese nelle sue diverse componenti si sono mostrate più forti dell’arroganza repressiva del governo Meloni. Bene! Nel salutare con gioia la scarcerazione e il ritorno di Mohamed, Rifondazione Comunista dice chiaramente che questo è un buon giorno per Mohamed Shahin, per la causa palestinese, per la città di Torino e per la democrazia nel nostro paese e che nello stesso tempo la partita non è finita: occorre continuare la mobilitazione per impedire che l’accanimento del governo, dopo questa battuta d’arresto, possa proseguire con la deportazione di Mohamed in Egitto”. Torino, 15 dicembre 2025 Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
Manifestazione regionale piemontese per la Palestina e la liberazione di Mohamed Shahin
Sabato 13 dicembre 2025 si è svolta la manifestazione regionale piemontese per la Palestina a Torino, un corteo partito da largo Marconi a cui hanno partecipato alcune migliaia di persone provenienti da tutto il Piemonte. Il corteo è stato convocato a livello regionale per mantenere viva l’attenzione su Gaza, attenzione che, dopo le manifestazioni oceaniche legate alla Freedom Flotilla, ha visto negli ultimi tempi un’opinione pubblica distratta dall’idea che la guerra sia finita grazie alla mediazione di Trump; in realtà, e questo è stato fatto presente da diversi interventi lungo il corteo, la pace è ancora molto lontana, decine di palestinesi vengono uccisi ogni giorno dall’IDF, chiaramente si è abbassata l’intensità dei combattimenti che comunque permangono. Altra richiesta alla base della manifestazione è la liberazione di Mohamed Shahin, imam della moschea di via Saluzzo, che è stato prelevato nella sua casa e rinchiuso nel CPR di Caltanissetta senza aver commesso alcun reato, ma per aver espresso delle opinioni. Le immagini della partecipazione allo sciopero generale dello scorso ottobre sono state citate da Sharif Hamad, palestinese di Gaza presente a Torino per la campagna Acqua per Gaza di Un ponte per, che ha ricordato ai presenti l’importanza che quelle immagini hanno avuto per la popolazione gazawi, che in qualche modo si è sentita capita, rappresentata e sorretta dall’opinione pubblica italiana, più di quello che è successo in altri paesi europei; le manifestazioni oceaniche italiane hanno incoraggiato anche la popolazione di Gaza nella propria resistenza. Il corteo si è fermato in vari punti strategici, ad esempio davanti alla sede della Regione Piemonte, sottolineando l’incoerenza del Consiglio Regionale che ha rifiutato di discutere  una mozione per chiudere tutte le collaborazioni con Israele, si è fermato davanti al Palazzo di Città, la sede del Consiglio comunale, per denunciare il fatto che il Comune nelle ultime due settimane non si è pronunciato rispetto all’arresto ed alla di Mohamed Shahin;  a lui sono stati dedicati parte degli interventi lungo il corteo, chiedendone la liberazione immediata e il ritorno alla sua famiglia. E’ stata ricordata anche la difficile situazione dei palestinesi in Cisgiordania, continuamente attaccati dai coloni ed anche in parte dall’IDF. Il corteo si è concluso in Piazza Castello.   Giorgio Mancuso