Repressioni fantastiche e dove trovarle: perché votare “NO”
Il punto non è la separazione delle carriere. Non è nemmeno il Consiglio
superiore della magistratura. Anzi, possiamo arrivare a dire che il referendum
costituzionale del 22 e 23 marzo non riguarda nemmeno la giustizia. Non più di
tanto.
La riforma – passata per le vie parlamentari a una velocità che non ha
precedenti nella storia repubblicana – si presenta al dibattito pubblico
italiano come un regolamento di conti, lo scontro finale di una guerra che
durerebbe da un trentennio. Più o meno da Mani pulite, a torto a ragione
ritenuto evento fondativo dell’era delle ingerenze dei giudici nella politica.
Questo elemento c’è, e probabilmente è quello considerato più importante dai
sostenitori del “Sì”, insieme alla banale evidenza del fatto che le riforma
costituzionali si fanno sempre perché non costano niente.
> Mettere mano alla sanità o alle pensioni ha infatti una ricaduta sul bilancio,
> con tutti i problemi che ne conseguono. Cambiare la Carta no, vale pochi
> spiccioli appena.
E però non possiamo non leggere questa riforma nel contesto più generale
dell’ingrossamento del codice penale che il governo Meloni porta avanti da
quando si è insediato: più reati, più aggravanti, più galera, più facce feroci.
Non più polizia però, bizzarramente. Assumere agenti, come sopra, ha un costo,
quindi ogni tre che vanno in pensione se ne riprende forse uno. Ma il tema della
sicurezza, si sa, è un fatto per lo più di percezione – i reati sono in calo da
decenni – quindi la tesi è che basti urlare al cielo che si è pronti a procedere
con la massima durezza contro la devianza e la marginalità (i tratti infantili
di un sistema che si pretende perfetto) per veder crescere i sondaggi, anche se
poi il peso della forza pubblica dispiegabile diminuisce di giorno in giorno.
Qualche tempo fa il ministro Nordio ha rivendicato che il famoso decreto rave, a
tre anni dalla sua entrata in vigore, non ha prodotto manco una condanna.
Sarebbe effetto della deterrenza, secondo lui, ma pensare che dal 2022 in Italia
non si facciano più feste “illegali” è un’evidente assurdità, quindi si può
concludere che quel reato alla fine si è rivelato inutile.
Un altro esempio: lo scudo penale per gli agenti di polizia – cioè la loro
iscrizione in un registro diverso da quello dei comuni mortali – non avrebbe
cambiato nulla della storia dell’omicidio di Abderrahim Mansouri a Rogoredo.
L’assistente capo Carmelo Cinturrino sarebbe stato arrestato lo stesso.
> Tutto questo per dire che il problema non è “il come”, ma “il perché”. Giorgia
> Meloni ha evidentemente in testa una repubblica diversa da quella (pur molto
> imperfetta) che abbiamo adesso e che dovrebbe basarsi sullo strapotere di un
> esecutivo che non risponde a nessuno – non al parlamento, non ai giudici, non
> agli oppositori, nemmeno alla realtà – se non al popolo che l’ha messo lì.
Questo referendum ha un ché di plebiscitario: la maggioranza si è votata da sola
un testo da sottoporre [alle e, ndr] agli abitanti della nazione per farselo
confermare. Gli ultimi sondaggi, per quel che valgono, ci dicono che il piano
potrebbe non funzionare (il Paese pare quantomeno diviso), ma tutto per mesi ha
remato in quella direzione: anche la volontà di votare il prima possibile, onde
evitare una campagna che avrebbe visto – come in effetti sta vedendo – la
pressoché inevitabile rimonta dei contrari.
Meno si discute e più si passeggia sereni sulla strada di un consenso costruito
a colpi di propaganda. All’inizio, nel quesito referendario, nemmeno erano
indicati gli articoli della Carta che cambierebbero (sono sette, non pochi) e lo
scopo era sempre lo stesso: sorvolare sul dibattito, evitare le discussioni più
complesse, giocare a dire che in fondo non sta succedendo niente. Soltanto una
decisione della Cassazione in seguito a un ricorso ha fatto sì che chi andrà a
votare potrà anche sapere su cosa lo starà facendo, per la cronaca.
> Ma cosa significa separare le carriere dei magistrati requirenti da quelli
> giudicanti? Significa sottomettere la giurisdizione al governo. Così è in
> tutti i Paesi in cui vige la separazione (con correttivi e accorgimenti di
> solito in linea con la storia politica locale), così sarà anche in Italia.
Pure se, come dicono i legulei del Sì, questo non sta scritto da nessuna parte
nel testo della riforma. Ma anche in Venezuela, per dirne uno qualunque, la
magistratura è “autonoma e indipendente”, solo che poi Alberto Trentini lo
libera la presidente Delcy Rodriguez, mica il giudice di Caracas.
Questa sottoposizione si può fare in maniera semplice, con un tratto di penna.
Basta togliere al pubblico ministero il ruolo di coordinamento della polizia
giudiziaria. Il vicepremier Tajani ha di recente avuto modo di dire che
bisognerebbe proprio farlo. Meloni, all’indomani degli arresti per gli scontri
di Torino al corteo per Askatasuna, si era spinta un po’ più in là e aveva fatto
lei il capo d’accusa: tentato omicidio. Alla faccia della terzietà del giudice:
con quanta serenità d’animo la Gip avrà assunto le decisioni che ha assunto sui
fermati, mentre aveva sul collo il fiato pesante di una premier che già aveva
deciso qual era la cosa più giusta da fare?
La parte della riforma sul Consiglio superiore della magistratura – l’organo di
rilievo costituzionale di governo autonomo delle toghe – serve a puntellare
questo desiderio di limitare il contropotere della giurisdizione. Sdoppiare il
Csm – uno per i giudici e uno per i pm – vuol dire dimezzarne la forza: è
aritmetica. Togliergli la competenza disciplinare (una sezione serve proprio a
decidere le eventuali sanzioni per i magistrati che, per dolo o negligenza, si
comportano in maniera sbagliata) e affidarla a un tribunale speciale – un’Alta
corte la cui composizione risulta ancora misteriosa – è rompere l’autonomia di
un potere dello Stato. Sorteggiare i consiglieri, infine, è un’umiliazione e
basta: persino un tiro di dado vale di più delle idee di chi indossa la toga.
> Ma il vero rischio, quello che dovrebbe spaventare sul serio, è che in questo
> modo il pubblico ministero assurgerebbe al livello di accusatore senza altro
> compito che perseguire i cattivi soggetti. Una falange di 2.000 super
> poliziotti che solo quello devono fare: prima punire e poi sorvegliare. Per
> paradosso, in una situazione così, un controllo politico finirebbe con
> l’essere addirittura auspicabile.
E così, pur nella consapevolezza che il sistema giudiziario abbia già da adesso
dei tratti inquietanti, che di inchieste sbagliate, di teoremi, di persecuzioni,
di processi politici ne esistono a bizzeffe, il futuro che si presenterebbe con
una vittoria del Sì appare ancora più fosco. Votare No non è una scelta di
conservazione dell’esistente, ma una difesa possibile dei diritti fondamentali.
Un passo necessario, non una scelta di vita. Perché lo vediamo tutti i giorni
quello che il governo fa e non ci sono motivi per ritenere che, in mezzo a una
serie di provvedimenti da Stato di polizia, ce ne sia uno – la riforma
costituzionale – che invece è un capolavoro di democrazia e liberalismo.
Al contrario, è un passo in più verso l’oppressione totale.
La copertina è di Duncan (Flickr)
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