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Cinque anni dal Trattato per la proibizione delle armi nucleari
Mentre il mondo si avvicina alla scadenza dell’ultimo trattato che limita gli arsenali nucleari di Stati Uniti e Russia, cresce il rischio di una nuova corsa agli armamenti. In questo contesto, il quinto anniversario dell’entrata in vigore del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW) ricorda che la sicurezza non può essere fondata sulla minaccia di distruzione globale. Il 22 gennaio 2021 entrava in vigore il TPNW, primo accordo internazionale che mette esplicitamente al bando le armi nucleari, vietandone sviluppo, sperimentazione, produzione, stoccaggio, uso e minaccia di uso. Un passaggio storico, reso possibile dalla mobilitazione della società civile globale e dalle testimonianze degli hibakusha, i sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki, che per decenni hanno denunciato l’impatto umano e intergenerazionale delle armi nucleari. In occasione del quinto anniversario del TPNW la mobilitazione “Italia ripensaci” (promossa nel nostro Paese da Senzatomica – campagna coordinata dalla Fondazione Be The Hope – e Rete Italiana Pace Disarmo) sottolinea l’urgenza di rafforzare il percorso di disarmo e superare la logica della deterrenza nucleare, che continua a esporre il mondo a un rischio crescente. L’anniversario arriva in un momento particolarmente critico: il 5 febbraio 2026 scadrà inoltre il New START, l’ultimo Trattato di riduzione delle armi strategiche tra Russia e Stati Uniti e oggi l’unica struttura bilaterale di controllo degli armamenti nucleari. I due Paesi, insieme, controllano circa l’87% delle armi nucleari mondiali. Secondo la Federation of American Scientists, la Russia possiede 5.459 testate e gli Stati Uniti 5.177. Nel 2024, secondo i dati dell’International Campaign to Abolish Nuclear Weapons, la Russia ha speso 8,1 miliardi di dollari per le armi nucleari e gli Stati Uniti 56,8 miliardi. In questi cinque anni, il TPNW ha contribuito a smontare la narrazione della deterrenza come garanzia di sicurezza, promuovendo un approccio fondato su evidenze scientifiche e sulla consapevolezza delle conseguenze umanitarie e ambientali di qualsiasi uso di armi nucleari. Uno dei suoi risultati più rilevanti è aver reso centrali le vittime e le comunità colpite: i sopravvissuti alle esplosioni del 1945, le popolazioni coinvolte nelle oltre 2.000 sperimentazioni nucleari e i territori che ancora ne portano le ferite. La loro voce è oggi riconosciuta nei principali spazi internazionali, dal TPNW al Trattato di Non Proliferazione (NPT), fino all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Una voce cui anche le comunità locali italiane danno eco: sono infatti già oltre 135 i Comuni del nostro Paese (cui si aggiungono due Regioni) che hanno aderito all’Appello delle Città di ICAN a sostegno dei principi e contenuti del Trattato. “Mettere al centro le persone significa affermare che la dignità della vita viene prima di qualsiasi logica di potenza. Non servono qualità speciali per cambiare il mondo – afferma Roberto Francini, presidente della Fondazione Be The Hope – Ogni persona può fare la differenza, superando paura e rassegnazione e scegliendo di costruire sicurezza nella comunità in cui vive”. “Il Trattato TPNW è una pietra miliare del disarmo umanitario non solo perché è la prima norma nella storia che mette completamente fuori legge le armi più distruttive mai inventate, ma anche perché è frutto di un lavoro congiunto di società civile e Stati nato dall’idea innovativa di mettere al centro le vittime: popolazioni colpite da armi atomiche e test nucleari. Per il bene dell’Umanità e il futuro di donne e uomini i governanti, anche quelli italiani, dovrebbero ascoltare questa voce di Pace” sottolinea Lisa Clark, vicepresidente dei “Beati Costruttori di Pace”, a nome di Rete Pace Disarmo. Nel quinto anniversario dell’entrata in vigore del TPNW, Senzatomica rinnova l’impegno a sensibilizzare cittadine e cittadini, scuole, istituzioni e comunità locali a sostenere il percorso verso un mondo libero da armi nucleari e a promuovere un’idea di sicurezza centrata sugli esseri umani. Strumento principale della campagna è la mostra “Senzatomica. Trasformare lo spirito umano per un mondo libero da armi nucleari”, un percorso di educazione al disarmo e alla pace che mira a generare consapevolezza e responsabilità. Dal 2011 la mostra ha attraversato 100 tappe ed è stata visitata da oltre 460.000 persone, di cui più del 40% studenti e studentesse. Dal 20 febbraio al 10 aprile 2026 l’esposizione farà tappa a Grugliasco (TO). Nei giorni che ricordano l’ottenimento di questa pietra miliare del cammino verso un disarmo nucleare totale sono diversi gli appuntamenti di celebrazione e rilancio della mobilitazione, in tutta Italia. In particolare sono da segnalare le giornate programmate a Cervia (lead city per l’Italia di Mayors for Peace), a Potenza e a Padova. Rete Italiana Pace e Disarmo
Il sindaco del rigassificatore parla di cambiamenti climatici a Ravenna
Ci sarebbe da ridere se non fosse puro imbarazzo, leggendo che l’ex sindaco di Ravenna, balzato durante il proprio mandato alla poltrona di presidente di Regione, torna a Ravenna per parlare di cambiamenti climatici. Ravenna, città plurimedagliata d’Italia per smog, fragilità idraulica e cementificazione di suolo, consumato voracemente anche durante i suoi 10 anni di sindaco. Grazie alla Giunta de Pascale, in un territorio che vanta il primato per le industrie a rischio di incidente rilevante, è stato dato il via libera ad una delle opere più impattanti mai realizzate: il rigassificatore offshore a ciclo aperto. Insieme alle centinaia di chilometri di infrastrutture dedicate, esso leghera’ mani e piedi per decenni l’Italia all’uso di combustibili fossili, tra i maggiori climalteranti del pianeta. Senza considerare che la scelta discende dalla forzatura degli equilibri politici internazionali, con la conseguente corsa al riarmo e alle guerre: quanto di più folle ed insostenibile dal punto di vista ambientale – oltre che umano – possa essere immaginato. Ma restiamo ai casi che abbiamo seguito da vicino: grazie a de Pascale si è avviato, con i fondi PNRR presi in prestito dall’Europa, il cosiddetto “Parco Marittimo”, per realizzare il quale sono state sepolte e riciclate tonnellate di rifiuti, abbattute centinaia e centinaia di alberi, manomesse dune e habitat proprio nei contesti più vulnerabili, quelli posti a protezione del fragile territorio costiero. Un’opera distruttiva, realizzata usando anche legno esotico proveniente dai disboscamenti della foresta Amazzonica (il massaranduba per il piano di calpestio delle passerelle) fortemente voluta dalla Giunta, che sta sfigurando Lido di Savio, privandolo del suo bellissimo viale principale alberato, in grado di fornire alla località servizi ecosistemici per 200 mila euro l’anno. Carte “false” pur di abbattere ad ogni costo, tant’è che gli abbattimenti, privi dell’adeguata ordinanza esecutiva, sono stati nuovamente fermati dal TAR. Alberi cinquantennali sanissimi sottoposti a valutazioni quantomeno discutibili, il cui autore, l’agronomo Morelli, è stato difeso pubblicamente a spada tratta – forse inconsapevolmente, proprio per il caso in questione – dall’ospite della serata che vedrà protagonista de Pascale, il meteorologo Randi. Un’intolleranza dichiarata, quella verso i pini, che ha fatto scuola e che sta cambiando per sempre, dopo centinaia di anni, il volto amato dei nostri luoghi. Ma in tutta questa farsa, è sempre la natura, offesa, piegata e derisa, a presentare implacabile l’amaro conto.   Il gruppo di cittadini “Salviamo i pini di Lido di Savio e Ravenna” Redazione Romagna
Ex Eridania, un patrimonio naturale unico per Forlì
Il TAAF esprime forte preoccupazione per il progetto che prevede l’insediamento della nuova Questura nell’area dell’ex Eridania, uno degli ultimi e più preziosi polmoni verdi della città di Forlì. Quell’area, abbandonata da decenni alle logiche del cemento, si è trasformata spontaneamente in una vera oasi naturale urbana, svolgendo funzioni ambientali fondamentali per il benessere collettivo come ad esempio: – assorbimento delle polveri sottili e miglioramento della qualità dell’aria; – mitigazione delle temperature estreme e del microclima urbano; – tutela della biodiversità, oggi sempre più rara all’interno delle città e un drenaggio naturale delle acque e riduzione del rischio idrogeologico. Per quanto riguarda il primo punto sottolineiamo la forte incidenza di forme tumorali negli ambienti dove la quantità di polveri sottili supera i limiti accettabili dalla specie umana (vedi le numerosissime pubblicazioni scientifiche al riguardo); per la seconda funzione (sempre accertata dalla ricerca scientifica mondiale) si evidenzia che l’area boscata limita le temperature estreme riducendo drasticamente le malattie da eccesso di calore in particolare nelle persone anziane. Per la terza funzione è ben chiaro che non si tratta di un’area “vuota” o degradata, ma di un ecosistema vivo e funzionante e per questo riconosciuto anche dalla comunità scientifica. Studi naturalistici documentano infatti la presenza stabile di una garzaia urbana con nidificazione di tante specie fra le quali alcune protette dalle leggi come l’Airone cenerino, la Garzetta e l’Airone guardabuoi. Queste specie sono tutelate dalla Direttiva Uccelli 2009/147/CE, dalla Legge 157/1992 e dalla normativa ambientale nazionale ed europea, che vietano la distruzione dei siti di riproduzione e di sosta della fauna selvatica. Qualsiasi intervento che comporti la compromissione dell’habitat rappresenterebbe non solo un grave danno ambientale, ma anche una possibile violazione delle leggi vigenti (Direttiva Habitat (92/43/CEE), recepita dall’Italia nel 1997 (DPR 357/97). Inoltre, il 29 luglio 2024 l’Unione Europea ha approvato la Nature Restoration Law, una legge che segna un punto di svolta nel rapporto fra uomo e biodiversità per il ripristino degli ecosistemi. Oltre alle normative sopra citate, facciamo presente che la stessa Provincia di Forlì-Cesena e la Regione Emilia Romagna si sono già espresse favorevolmente in merito al mantenimento della garzaia, offrendo anche la loro collaborazione per eventuali progetti di mantenimento dell’ambiente che si è formato come in fondo stanno facendo le città più avanzate dell’Europa che investono nella rinaturalizzazione e nella tutela degli spazi verdi e non nella loro cancellazione. Il TAAF, con questo intervento, oltre ad aver presentato alla cittadinanza informazioni utilissime per il benessere collettivo regalate dall’area verde, chiede all’Amministrazione comunale di: * riconoscere formalmente il valore naturalistico di tutta l’area e di avviare le procedure per l’istituzione di un’area di riequilibrio ecologico nella porzione boschiva a nord ovest dell’ex Eridania; * fermare il progetto di intervento distruttivo della garzaia per il trasferimento di uffici del dipartimento di pubblica sicurezza; * avviare, in tempi brevi, un confronto pubblico e trasparente con i cittadini, le associazioni e i tecnici competenti perché è una scelta che riguarda il futuro di tutta la città più sana, resiliente e vivibile.   Tavolo Associazioni Ambientali Forlì Redazione Romagna
Non entrare nel Board of Peace!
L’Italia non può e non deve entrare nel Board of Peace di Trump.  Lo ripetiamo ancora una volta (anche se il tempo e gli strumenti si stanno esaurendo)! I responsabili della politica italiana (tutti) devono agire con determinazione per fermare l’attacco in corso al sistema multilaterale democratico e difendere l’Onu, il diritto e la legalità internazionale. Il “Board of Peace” di Trump è un nuovo atto eversivo diretto a sostituire il diritto internazionale dei diritti umani con la legge del più forte. Un nuovo strumento per distruggere tutte le regole e dettare le proprie. Entrare nel “Board of Peace” di Trump costituirebbe una violazione dell’articolo 11 della Costituzione, che prevede di agire “in condizioni di parità con gli altri Stati” e sarebbe un atto di pura follia politica. Al contrario, l’Italia e l’Unione Europea devono fare quello che non hanno ancora voluto fare: mobilitare tutti i governi disponibili per difendere e rilanciare l’Onu, il diritto e la legalità internazionale. Il “Board of Peace” di Trump è una minaccia esistenziale all’Onu che è e resta l’unica autorità legale universale. La Risoluzione 2803/2025 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che attribuisce al “Board of Peace” il compito di mettere fine alla guerra di Gaza, è illegittima, viola gli articoli 1, 2, 24, 52, 54 della Carta delle Nazioni Unite e viola palesemente il diritto internazionale dei diritti umani, compreso il diritto di autodeterminazione dei popoli. Il fine del “Board of Peace” non è quello di promuovere la pace e la cooperazione internazionale bensì quello di difendere gli interessi del suo presidente, anche con la minaccia e l’uso della forza. La sua “carta costitutiva” non contiene alcun riferimento al diritto umanitario internazionale, al diritto internazionale dei diritti umani e al diritto penale internazionale, cioè a quel corpus organico di norme giuridiche che sono alla base della pace e della sicurezza. La sua struttura interna è autocratica, attribuisce il potere assoluto al suo presidente (che si è autonominato), compreso quello di ammettere o espellere i membri. Ricordiamo quello che abbiamo detto e scritto tantissime volte. La distruzione sistematica in corso dell’architettura internazionale e dei pilastri della convivenza, che dalla fine della seconda guerra mondiale ci hanno consentito di superare molte crisi difficili, è un crimine che deve essere fermato senza ulteriori indugi. Flavio Lotti, Presidente Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace Marco Mascia, Presidente Centro Diritti Umani “Antonio Papisca” – Università di Padova FIRMA L’APPELLO per la difesa della legalità e del diritto internazionale Redazione Italia
Il Rojava, in Siria, è sotto attacco. Difendiamo la Rivoluzione del Confederalismo Democratico
Con una offensiva militare ad ampio raggio il governo jihadista di Damasco, congiuntamente alle milizie islamiste sostenute dalla Turchia e da formazioni paramilitari tribali, sta attaccando il Rojava governato dall’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord e dell’Est (DAANES). L’offensiva di Damasco è cominciata già nei primi giorni del 2026 contro i quartieri a maggioranza curda di Aleppo ed è proseguita in modo incessante con l’occupazione degli importanti centri di Tabqa, Raqqa e Deir ez-Zor. Gli attacchi proseguono su più fronti, in aperta violazione delle false dichiarazioni di cessate il fuoco dell’autoproclamato presidente della Siria l’ex comandante di al-Qaeda al-Jolani. Vengono segnalate esecuzioni sommarie, saccheggi e distruzioni di strutture umanitarie e sanitarie. La stessa città di Kobanê, simbolo della resistenza e della sconfitta dell’ISIS, rischia di essere aggredita. Molto preoccupanti sono le notizie della liberazione di migliaia di tagliagole dell’ISIS, tenuti segregati dalle forze rivoluzionarie SDF, messi in libertà dai jihadisti di Damasco. Negli ultimi 14 anni la Rivoluzione del Confederalismo Democratico ha disarticolato gerarchie sociali, strutture patriarcali, concezioni medioevali e tribali, differenze di genere. I jihadisti al potere a Damasco con questa offensiva militare tentano di cancellare anni di conquiste rivoluzionarie, l’autogoverno, la convivenza tra i popoli, l’autonomia delle donne. Le forze retrive siriane, sostenute apertamente dalla Turchia, tentano di spostare l’orologio della storia verso il passato cancellando diritti, partecipazione dal basso, liberazione. Si vuole ripristinare il dominio del potere tribale, lo sfruttamento, il patriarcato, la sudditanza della donna. In Siria del Nord e dell’Est è in corso uno scontro di civiltà fra due visioni opposte di società e del mondo. Scandaloso è il muro di silenzio dei governi occidentali, degli Stati Uniti, di Russia e Cina, su quanto sta accadendo in Siria. I combattenti e le combattenti delle SDF, dello YPG e delle YPJ, tanto utili negli anni passati per la lotta contro i taglia gole dell’ISIS, oggi sono stati abbandonati al loro destino davanti all’offensiva di Damasco. Al-Jolani è stato ricevuto in pompa magna da tutte le diplomazie occidentali, da Washington alla Meloni, mentre la Russia mantiene le sue basi militari in Siria a Tartus e Latakia. Il recente passato di al-Jolani come esponente di al-Qaeda è stato volutamente dimenticato. La Rivoluzione in Rojava viene ferocemente attaccata perché rappresenta l’unica via reale di uscita per i popoli del Medio Oriente precipitati nel caos. Caos creato dai contrapposti interessi imperialisti e dal rigurgito integralista dei vari potentati religiosi che opprimono le genti di quell’area geografica. I COBAS nel sostenere la Rivoluzione in Rojava e il movimento rivoluzionario curdo accolgono l’appello dell’UIKI (Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia) per fare pressione sui media, perché rompano il silenzio e informino correttamente sull’estrema pericolosità della situazione; per organizzare mobilitazioni, iniziative pubbliche, prese di posizione e azioni di pressione nei confronti del Governo italiano e della Commissione Europea affinché intervengano politicamente per fermare l’escalation militare, imporre il rispetto del cessate il fuoco, dei diritti delle minoranze e dell’autonomia del Rojava. Sosteniamo la resistenza delle donne e degli uomini che difendono il Rojava dall’aggressione dei jihadisti al governo in Siria. Donna, Vita, Libertà.   Redazione Italia
24-25 gennaio a Bologna: “Contro i re e le loro guerre, per il futuro”
Da qualunque parte si osservi il mondo, siamo di fronte alla fine dell’illusione del capitalismo per tutti e della favola liberista del mercato come garanzia di benessere. Il migliore dei mondi possibili è di fatto imploso dentro le contraddizioni da esso stesso create: una disuguaglianza sociale mai così ampia nella storia dell’umanità; una crisi ecologica che mette a repentaglio persino la sopravvivenza della specie umana sulla terra; una democrazia, resa orpello formale dei grandi interessi finanziari, che non solo viene espropriata, ma rischia addirittura di smettere di essere desiderabile per le fasce più svantaggiate della popolazione. Nasce da qui la scelta sistemica della dimensione della guerra e della militarizzazione. La guerra per ridisegnare i rapporti di forza geopolitici a fronte della crisi della globalizzazione liberista e per l’accaparramento coloniale delle risorse primarie, per la prima volta rivendicato come tale, senza più bisogno di giustificazioni ideologiche (“esportazione della democrazia”, “lotta al terrorismo”, “lotta al narcotraffico” e via inventando). La militarizzazione per disciplinare società ribollenti di rabbia, o intrise di disincantata rassegnazione. Rinascono da questa melma i nazionalismi e i fascismi contemporanei, come ennesimo tentativo di compattamento identitario e di costruzione del nemico esterno e interno, con un unico scopo: nascondere la realtà di una minoranza di ricchi che è causa di tutte le crisi in atto. Come segnala l’ultimo rapporto di Oxfam sulla disuguaglianza sociale, i numeri sono spietati: i dodici miliardari più ricchi del mondo possiedono una ricchezza superiore a quella posseduta dalla metà più povera della popolazione mondiale, ovvero quattro miliardi di persone. Per restare all’Italia, il 91% dell’incremento di ricchezza prodotto negli ultimi 15 anni è andato al 5% dei nuclei familiari più ricchi, mentre la metà più povera delle famiglie italiane ha incamerato complessivamente il 2,7%. Sul fronte della crisi ecologica, con buona pace dei sostenitori dell’ideologia “siamo tutti sulla stessa barca”, sono ancora i ricchi la causa primaria dei cambiamenti climatici. E’ sempre Oxfam a documentare la realtà: un individuo appartenente allo 0,1% della parte più ricca del pianeta emette in un giorno più CO2 di quella prodotta in un anno dal 50% della popolazione più povera del mondo. Sono ormai decenni che ogni anno viene calcolato l’Overshoot Day, ovvero il giorno dell’anno in cui ogni Stato esaurisce le risorse della Terra che avrebbe a disposizione, provocando dal giorno successivo un debito ecologico nei confronti della natura. Per quanto riguarda l’intera umanità, nel 2025 l’Overshoot Day è arrivato l’8 agosto, mentre per quanto riguarda l’Italia è stato il 6 maggio. Ma se dagli Stati passiamo alle classi sociali, scopriamo che lo 1% dei più ricchi del pianeta ha esaurito le risorse naturali a propria disposizione già il 10 gennaio e l’0,01% degli ultra-ricchi non supera il 3 gennaio. E chi sono questi ricchi? Sono i possessori dei grandi fondi finanziari che detengono le leve dell’economia e della ricchezza e che influenzano, quando non governano direttamente, le leve del potere. Sono i re e le regine che chiamano al riarmo e alla guerra, che chiedono di marciare contro nemici da loro indicati per non farci pensare che un nemico certamente c’è ed è quello che marcia alla nostra testa. Siamo entrati nell’epoca del dominio dei ricchi contro i poveri, dei re contro i sudditi, degli oligarchi contro la democrazia. Serve una ribellione collettiva, ampia e determinata, convergente e plurale per dire a chiare lettere che non è tutto loro quello che luccica e che in nessun caso consegneremo il nostro futuro ai generali. Ci vediamo a Bologna il 24-25 gennaio “Contro i re e le loro guerre”. Attac Italia
A Decimomannu i docenti obiettori han vinto una ‘battaglia’ contro il militarismo
Al Collegio dei Docenti dell’I.I.S. “Meucci-Mattei” di Cagliari e Decimomannu del 28 ottobre 2025 un piccolo gruppo docenti aveva portato la mozione di minoranza formulata sulla base del modello riportato nel vademecum contro la militarizzazione delle scuole. Nella mozione i cinque docenti dichiaravano di essere contrari alla commistione tra studenti, studentesse e forze armate o forze dell’ordine, e pertanto indisponibili a esporre le classi a incontri con figure di militari sia in presenza che da remoto. Alla sua presentazione e lettura in collegio hanno constatato con stupore che molti più colleghi e colleghe di quanti non prevedessero vi hanno aderito… Arrivata a 30 firme, nel collegio successivo, tenutosi nell’attuale mese di gennaio, la mozione è stata inserita nel PTOF. Quest’obiezione di minoranza varrà ad evitare a studenti e studentesse parecchie iniziative “militarizzate” perché, per consuetudine di questa scuola, le iniziative parascolastiche, dell’orientamento e della FSL (ex PCTO) vengono prese con l’approvazione all’unanimità dei/delle docenti dei Consigli di classe. Ciò va indubbiamente visto come un segnale di affinamento della sensibilità educativa in una scuola di cui un’ampia parte, il “Mattei”, è situata a Decimomannu, cittadina che ospita un’attivissima base militare aeronautica, con funzione di raccordo tra i poligoni militari della Sardegna, rilanciatasi da alcuni anni come scuola dei piloti che andranno a guidare aerei F35 e Eurofighter. Docenti che in passato hanno portato le classi a visitare la base ora ritengono che sia forse arrivato il momento di riflettere sulle prospettive ultimative dell’umanità e sul rifiuto della guerra come portatrice di distruzioni drastiche e irreversibili per il genere umano. Che la critica alla presenza dei militari nelle scuole, strenuamente portata avanti dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, stia creando un imbarazzo diffuso e molte obiezioni, si capisce anche dal fatto che ormai difficilmente le circolari che indicono iniziative scolastiche con militari sono reperibili nei siti scolastici. Più spesso sono accessibili solo dai registri elettronici che non sono pubblici. Purtroppo però è tutt’ora vigente nelle scuole l’espediente, voluto da scelte politiche verticistiche e inaccettabili, di fare incontrare studenti, studentesse e militari. Le finalità sono la propaganda di valori militari e l’informazione sulle relative carriere, che culmina nell’invito all’arruolamento, visto il notevole bisogno delle nostre FFAA di incrementare gli effettivi. LA MOZIONE > I sottoscritti docenti dell’Istituto Meucci – Mattei di Cagliari, > > vista l’approvazione del PTOF e le pregresse iniziative di orientamento alle > quali hanno partecipato gli studenti e le studentesse del nostro Istituto e > nelle quali erano presenti le Forze dell’ordine e > > CONSIDERATO CHE > > * la presenza della militarizzazione e della guerra, in qualunque modalità e > forma con cui vengono presentate e promosse, è incompatibile con un > effettivo processo educativo in quanto i valori e le pratiche che esse > diffondono, contrastano con il ruolo di crescita personale e > socio-relazionale strettamente connesso alla scuola; > * la scuola a fine anno scolastico 2024/25 si è espressa a favore di una > educazione alla pace; > * le attività che coinvolgano i militari sono in conflitto con la nota MIUR, > prot. n. 4469 del 14 settembre 2017, che fornisce linee guida per > l’educazione alla pace e alla cittadinanza glocale; > * tali attività sono in contrasto con il comma 7 lettera d) della Legge > 107/2015, che indica tra gli obiettivi prioritari delle scuole lo sviluppo > delle competenze in materia di cittadinanza attiva e democratica attraverso > l’educazione interculturale e alla pace; > * tali attività sono in contrasto con l’art. 11 della Costituzione italiana; > * tali attività sono in contrasto con la Convenzione ONU sui diritti > dell’infanzia e dell’adolescenza approvata dall’Assemblea generale delle > Nazioni Unite il 20 novembre 1989, ratificata dall’Italia con legge del 27 > maggio 1991, n. 176; > * l’educazione alla pace è incompatibile con attività scolastiche che > prevedano il coinvolgimento diretto o indiretto delle Forze dell’ordine, > delle Forze Armate italiane, delle forze armate di altre nazioni e di corpi > o istituzioni europee e internazionali che svolgono attività militari così > come di enti e soggetti ad essi collegati; > * tali attività sono in palese conflitto con la funzione istituzionale e > costituzionale della scuola e con i principi consacrati nella Carta delle > Nazioni Unite; > * la situazione internazionale richiede, al contrario, un’implementazione > della cultura della pace e dell’educazione alla pace; > > PREMESSO CHE I SOTTOSCRITTI > > * sono fortemente contrari ad attività che prevedano il coinvolgimento > diretto o indiretto delle Forze dell’ordine, delle Forze Armate italiane e > delle forze armate di altre nazioni e di istituzioni europee e > internazionali che svolgono attività militari così come di enti e soggetti > ad essi collegati, in quanto incompatibili con l’educazione alla pace; > * sono fortemente contrari all’esposizione e alla diffusione nella scuola o > fuori dalla scuola durante attività di orientamento, di materiale > promozionale delle sopra indicate Forze di Pubblica Sicurezza e Forze > Armate né di qualsiasi materiale finalizzato a propagandare le attività > belliche e militari, l’arruolamento e la vita militare (anche al fine di > orientare e condizionare le future scelte professionali degli/lle > studenti/esse); > * sono fortemente contrari all’organizzazione nella scuola di visite guidate > presso strutture militari (quali basi militari, sedi di forze militari > nazionali e non, caserme, ecc..) siano esse italiane o appartenenti ad > altre nazioni e organismi internazionali (ad esempio basi statunitensi o > basi NATO); > * sono fortemente contrari alla realizzazione di progetti in partenariato con > strutture militari o aziende (italiane e non) coinvolte nella produzione di > materiale bellico; > > DICHIARANO > > * di avvalersi dell’opzione metodologica di gruppo minoritario ai sensi > dell’art. 3, comma 2 del DPR n.275/1999 come modificato dalla legge > 107/2015, art. 1 comma 14; > * di non rendersi disponibili a far entrare nella propria classe personale > militare per qualsivoglia attività, sia in presenza che in modalità online; > * di svolgere autonomamente le tematiche individuate o di avvalersi per le > stesse di esperti esterni della società civile che interverranno a titolo > gratuito, previa delibera del Consiglio di Classe; > * di non rendersi disponibili fin da ora nelle proprie ore di servizio ad > accompagnare le proprie classi in manifestazioni che prevedano la presenza > di militari e in visite presso basi militari, sedi di forze militari > nazionali e non, caserme, ecc. siano esse italiane o appartenenti ad altre > nazioni e organismi internazionali (ad esempio basi USA o basi NATO); > * di non rendersi disponibili fin da ora nelle proprie ore di servizio a > realizzare progetti in partenariato con strutture militari o aziende > (italiane e non) coinvolte nella produzione di materiale bellico; > * di non rendersi disponibili ad esporre i propri studenti/studentesse ad > attività di orientamento che prevedano la presenza di militari. > > CHIEDONO > > ai sensi della normativa vigente che la presente opzione di gruppo minoritario > sia inserita nel verbale della presente riunione e diventi parte integrante > del PTOF. > > Decimomannu, 28/10/2025 > > ( firme ) > >   > >   Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
AICS: un bando per molti progetti di intervento umanitario multisettoriale in Afghanistan
L’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo attraverso la sede di Islamabad ha pubblicato un bando per la selezione di progetti di aiuto umanitario multisettoriale in risposta alla crisi umanitaria protratta in Afghanistan (Iniziativa AID 013365/01/0), per un importo complessivo pari a 7 milioni di euro. Il bando si inserisce nel quadro dell’impegno italiano a sostegno della popolazione afghana, in linea con l’Afghanistan Humanitarian Needs and Response Plan 2026, che stima in oltre 21 milioni le persone bisognose di assistenza umanitaria. L’obiettivo generale dell’iniziativa è garantire l’accesso a servizi salvavita e rafforzare la resilienza delle popolazioni colpite, con particolare attenzione ai gruppi più vulnerabili, tra cui sfollati interni, returnees, donne, minori e persone con disabilità. I progetti dovranno contribuire al raggiungimento di tale obiettivo attraverso interventi integrati nei seguenti settori prioritari: * Acqua, Igiene e Sanità ambientale (WASH) * Agricoltura e sicurezza alimentare * Salute * Riduzione del rischio di catastrofi (DRR) * Parità di genere * Tutela e inclusione dei minori Le proposte dovranno essere coerenti con i principi umanitari, il principio del Do No Harm, i meccanismi di Accountability to Affected Populations (AAP) e le politiche di prevenzione di sfruttamento, abuso e molestie sessuali (PSEA). La durata massima dei progetti è fissata in 18 mesi. Il finanziamento richiesto all’AICS non può essere superiore a * 1˙200˙000 euro per i progetti presentati da un solo soggetto non profit * 1˙500˙000 euro per i progetti congiunti presentati da due o più soggetti non profit in ATS. Possono presentare proposte progettuali * le Organizzazioni non profit iscritte all’elenco AICS ai sensi dell’art. 26, comma 3, della Legge 125/2014, con comprovata esperienza in interventi umanitari e capacità operativa in Afghanistan o nella regione; * le Organizzazioni non profit non iscritte all’elenco AICS, prive di sede operativa in Italia, purché titolari di un accordo di collaborazione preesistente con un soggetto iscritto all’elenco AICS; * le Associazioni Temporanee di Scopo (ATS), a condizione che tutti i partner soddisfino i requisiti previsti dal bando. Le proposte di progetto dovranno essere presentate alla Sede estera AICS competente entro il 8 febbraio 2026. scarica il bando modulistica e linee guida Redazione Italia
I portuali non lavorano per la guerra. A Genova assemblea con delegazioni da Grecia, Paesi Baschi, Marocco, Turchia e USA
“I portuali non lavorano per la guerra” è il titolo dell’assemblea nazionale indetta da USB venerdì 23 gennaio in preparazione della giornata internazionale di sciopero dei porti del 6 febbraio: i lavoratori portuali chiamano alla lotta contro guerre e riarmo, verso lo sciopero internazionale dei porti del 6 febbraio. Sarà un momento di confronto e di dibattito: aperto al contributo non solo di tutte quelle forze e di quei movimenti con i quali abbiamo costruito le grandi giornate di sciopero generale del 22 settembre, del 3 ottobre e del 28 novembre, ma anche a tutti coloro che vedono in questo appuntamento il possibile rilancio del percorso di solidarietà nazionale e internazionale contro le guerre, il genocidio, il nuovo imperialismo, lo sfruttamento del lavoro e la battaglia contro i migranti. All’assemblea parteciperanno con loro interventi e contributi alcune delegazioni sindacali dei lavoratori e lavoratrici portuali che hanno convocato la giornata del 6 febbraio, oltre a USB Grecia, Paesi Baschi, Marocco e Turchia, oltre al sindacalista Amazon Chris Small dagli USA.. Al momento, inoltre, hanno dato conferma a contribuire all’assemblea Emiliano Brancaccio, economista, Angelo D’Orsi, storico della filosofia italiana, e Alessandro Volpi, storico e studioso delle dinamiche economiche. Mai come in questo momento, dove i governi sono guidati dalla dottrina di aggressione, sfruttamento e rapina del lavoro, dell’ambiente e delle risorse naturali, i lavoratori si pongono con forza come elemento che rifiuta la guerra come unica prospettiva: lo fanno dentro la costruzione di una rete di solidarietà internazionale sempre più ampia e coraggiosa. Il 6 febbraio non sarà il punto di arrivo, ma un altro passaggio di una lotta sempre più estesa e collegata tra i lavoratori e le lavoratrici di tutto il mondo, per fermare le guerre e dare un futuro a tutti noi. Venerdì 23 gennaio 2026 alle 18.30 al Cap (Circolo autorità portuali), Via Albertazzi 3, Genova L’iniziativa sarà trasmessa in streaming sul nostro canale YouTube a questo link https://www.youtube.com/watch?v=yEboxhdOd7g Unione Sindacale di Base
Amnesty International: negli USA e nel mondo oggi la ‘campana suona’ per i diritti umani
A un anno dal ritorno alla presidenza di Donald Trump, Amnesty International ha lanciato l’allarme sulle crescenti pratiche autoritarie e sulla devastante erosione dei diritti umani negli Usa. Nel rapporto RINGING THE ALARM BELLS diffuso oggi [20 gennaio 2026], l’organizzazione per i diritti umani ha documentato l’aumento delle pratiche autoritarie sotto la presidenza Trump, come la chiusura dello spazio civico e l’indebolimento dello stato di diritto, che stanno erodendo i diritti umani negli Usa, e non solo. “Sotto la presidenza Trump, stiamo assistendo a una pericolosa traiettoria che ha già prodotto un’emergenza dei diritti umani – ha commentato Paul O’Brien, direttore generale di Amnesty International Usa – Infrangendo le regole e concentrando il potere, l’amministrazione Trump sta cercando di rendere impossibile a chiunque di chiamarla a rispondere del suo operato. Non c’è dubbio che queste pratiche autoritarie stiano erodendo i diritti umani e aumentando i rischi per i giornalisti e per le persone che esprimono dissenso: manifestanti, avvocati, studenti e difensori dei diritti umani”. RINGING THE ALARM BELLS – RISING AUTHORITARIAN PRACTICES AND EROSION OF HUMAN RIGHTS IN THE UNITED STATES Il rapporto di Amnesty International illustra 12 aree, interconnesse tra loro, in cui l’amministrazione Trump sta facendo a pezzi i pilastri di una società libera: gli attacchi alla stampa e all’accesso all’informazione, alla libertà di espressione e di protesta pacifica, alle organizzazioni della società civile e alle università, agli oppositori politici e alle voci critiche, ai giudici e agli avvocati, al sistema legale e al giusto processo. Il rapporto denuncia anche gli attacchi ai diritti delle persone migranti e rifugiate, l’uso di persone come capri espiatori di determinate comunità, i passi indietro nella protezione dalla discriminazione, l’impiego delle forze armate per finalità interne, lo smantellamento delle misure anti-corruzione e di quelle per chiamare a rispondere le imprese del proprio operato, l’espansione della sorveglianza senza controlli significativi e i tentativi di indebolire i meccanismi internazionali istituiti per proteggere i diritti umani. Queste tattiche autoritarie si stanno rafforzando a vicenda: studenti vengono arrestati e portati in carcere per aver protestato nei campus, intere comunità vengono invase e terrorizzate da uomini dell’Ice (l’Agenzia federale che si occupa d’immigrazione) col volto coperto, la militarizzazione delle città sta diventando la norma. Allo stesso tempo, le intimidazioni alla stampa rendono più difficile denunciare le violazioni dei diritti umani; le rappresaglie contro chi protesta dissuadono le persone dal prendere la parola; l’aumento della sorveglianza e della militarizzazione aumenta il prezzo che chi dissente è chiamato a pagare; gli attacchi ai tribunali, agli avvocati e agli organismi di controllo rendono più difficile chiamare in causa chi compie violazioni dei diritti umani. Inolte, queste tattiche stanno chiaramente erodendo i diritti umani: le libertà d’espressione, di protesta pacifica, di stampa, di accesso all’informazione; all’uguaglianza e alla non discriminazione, al giusto processo, alla libertà accademica, alla libertà dagli arresti arbitrari; e ancora il diritto di chiedere asilo, di ricevere un processo equo e persino quello alla vita. Amnesty International denuncia da tempo pratiche simili in stati di ogni parte del mondo. I contesti sono differenti, ma i governi consolidano il potere, controllano l’informazione, screditano chi li critica, puniscono il dissenso, restringono lo spazio civile e indeboliscono i meccanismi istituiti per accertare le responsabilità. “L’attacco allo spazio civico e allo stato di diritto e l’erosione dei diritti umani negli Usa rispecchiano una tendenza globale vista da Amnesty International per decenni e contro la quale avevamo messo in guardia – ha sottolineato O’Brien – Va sottolineato che, secondo la nostra esperienza, le pratiche autoritarie sono pienamente intrecciate e che le istituzioni nate per limitare gli abusi di potere sono già gravemente compromesse”. Nel rapporto RINGING THE ALARM BELLS, Amnesty International elenca una serie di raccomandazioni al potere esecutivo, al Congresso, alle amministrazioni statali e locali, alle agenzie incaricate dell’applicazione della legge, ad attori internazionali, a governi terzi, a imprese come quelle tecnologiche e all’opinione pubblica affinché si respingano le pratiche autoritarie e s’impedisca la normalizzazione della crescente repressione e dell’aumento delle violazioni dei diritti umani. Inoltre chiede azioni urgenti per proteggere lo spazio civico, ripristinare le garanzie dello stato di diritto, rafforzare i meccanismi per accertare le responsabilità e assicurare che le violazioni dei diritti umani non siano mai accettate né considerate inevitabili. “Possiamo e dobbiamo intraprendere un cammino differente. Le pratiche autoritarie prendono piede solo quando è permesso loro di venire normalizzate. Non possiamo permettere che questo accada negli Usa. Insieme abbiamo l’opportunità e la responsabilità di alzare la voce in questi tempi così sfidanti della nostra storia e di proteggere i diritti umani”, ha concluso O’Brien. RINGING THE ALARM BELLS – RISING AUTHORITARIAN PRACTICES AND EROSION OF HUMAN RIGHTS IN THE UNITED STATES Amnesty International