Innovazioni circolari: novità tecnologiche dal mondo del tessileI materiali non fanno la sostenibilità, ma è anche vero che la ricerca e le
innovazioni nel mondo dei tessuti sono parte di un (lungo) processo di
trasformazione dell’industria. O se non altro del tentativo di aprire strade
alternative. Questo è quanto è emerso tra le corsie dell’ultima edizione del
Texworld Apparel Sourcing Paris 2026, una delle fiere internazionali più
importanti d’Europa dedicate all’industria tessile e all’abbigliamento, che ha
offerto un’istantanea rivelatrice di un settore in transizione il cui messaggio
sembra chiaro: il futuro dell’approvvigionamento nel settore della moda non
riguarda solo dove e come produciamo, ma l’assunzione di responsabilità per i
volumi di produzione, la qualità del prodotto, la riciclabilità e l’impronta di
carbonio. Numerose le novità, tra cui capi coltivati con cellulosa batterica,
cristalli ricavati dal sudore umano, tecnologie progettate per prevenire gli
sprechi tessili prima ancora che esistano.
Anche se il mondo della moda sembra in stallo, tra una crisi del lusso e nuove
regolamentazioni che faticano ad entrare nelle abitudini produttive delle
aziende, la ricerca di nuove opportunità e soluzioni non si ferma. Si amplia il
numero dei Paesi produttori, la geografia disegna nuove mappe di
approvvigionamento perché affidarsi ad un unico luogo sembra non essere più una
scelta efficace. Meglio guardare avanti e diversificare in nome di
sostenibilità, tracciabilità ed innovazione.
Ed è nell’area Avantex che si sono incontrate le idee più innovative,
all’apparenza assurde, ma che dimostrano come si possano effettivamente
ripensare i materiali con cui fare moda, unendo circolarità, biotecnologie e
sperimentazione, mentre al contempo solleva una domanda fondamentale: cos’è un
materiale per la moda oggi? A questo hanno cercato di rispondere in maniera
singolare alcuni progetti internazionali, come quello di A New Kind of Blue di
Tim van der Loo, che ha presentato la trasformazione del denim di scarto in
nuovi tessuti e nuovi capi ricostruendo le fibre con il ricamo industriale. Un
processo che vuole essere circolare ed artigianale lavorando sull’esistente e
non dovendo partire da qualcosa di nuovo.
Totalmente diverso il lavoro di Alice Potts, che ha lavorato con cristalli
cresciuti dal sudore umano. Sweat Crystals è un archivio biologico in cui il
sudore umano diventa una decorazione organica di un accessorio. Niente
applicazioni extra, solo strutture cristalline che crescono nelle fibre tessili,
proponendo un’alternativa a paillettes, resine e colle chimiche a base di
petrolio. I decori così ottenuti su cappelli, scarpe & co, diventano anche
testimonianza intima del corpo che lo indossa, essendo ogni profilo biologico
differente e conferendo la stessa unicità ai cristalli cresciuti sul capo.
Alice Potts ha esposto in occasione della manifestazione una serie di berretti,
scarpe e abiti sui quali sembrano crescere dei cristalli. Ma è la loro natura ad
attirare l’attenzione dei visitatori: si tratta di sudore cristallizzato. Il suo
progetto prende il nome di Sweat Crystals [foto di Messe Frankfurt France]
Nel progetto Citation Needed, invece, Carol de Lara esplora un materiale
coltivato tramite fermentazione – la cellulosa batterica – unendolo a vere e
proprie impalcature in maglia che in qualche modo guidano la cellulosa nella sua
crescita in forme tridimensionali. La domanda alla base del progetto unisce un
nuovo livello di progettazione alla ricerca dei materiali: e se in futuro gli
abiti potessero essere coltivati e prendere direttamente forma?
In questo senso, pur trattandosi di progetti altamente sperimentali, il valore
che apportano è quello di un cambio radicale di approccio: non si tratta più
solo di sostituire un materiale convenzionale con un altro, ma di riconsiderare
cosa si intende per risorsa, come vengono creati i materiali e quanto
effettivamente è necessario produrre.
Porsi le domande giuste. Prevenire invece che curare. Ridurre e non aggiungere
costantemente. Questi i principi che hanno animato l’ultima edizione di questa
fiera che sì è per addetti ai lavori, ma che propone cambiamenti in grado di
impattare (meno) sulla vita di tutti, tutti i giorni. Perché l’innovazione dei
materiali non può viaggiare su binari slegati dalle regolamentazioni, così come
non si può parlare di circolarità senza entrare nel merito del design e della
progettazione che sta a monte. L’intelligenza artificiale ha il potere di
influenzare le previsioni, ma anche di aiutare nello sviluppo di modelli, nella
gestione delle scorte e della produzione. La tracciabilità incide sia sulla
conformità con le nuove regole ma anche sulla fiducia dei consumatori. E
l’instabilità geopolitica sta rendendo la resilienza della catena di
approvvigionamento una considerazione strategica, piuttosto che un rischio
astratto: fermo restando che la produzione asiatica rimane fondamentale, nello
stesso tempo stanno emergendo nuovi territori di approvvigionamento, riportando
il sourcing in zone sempre più vicine e di prossimità (sia mai che dopo secoli
di delocalizzazione si inizi a guardare un po’ più vicino, anche solo per una
questione di riduzione di emissioni dovute ai frequenti trasporti).
Il prossimo capitolo della moda non dipende né da un nuovo materiale né da una
tecnologia miracolosa; piuttosto dal porsi le domande giuste (abbiamo davvero
bisogno di estrarre un’altra risorsa? È possibile prevenire gli sprechi anziché
riciclarli? La biologia può diventare una collaboratrice anziché una semplice
risorsa?) e dal capire che la vera circolarità non è gestire le conseguenze di
scelte sbagliate, ma quella di prevenirle fin dall’inizio.
[Crediti immagine di copertina: Messe Frankfurt France]
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